Amor è uno desio che ven da core

di G. Ferroni – A. Cortellessa – I. Pantani – S. Tatti, Storia e testi della letteratura italiana dalle origini al 1300, Città di Castello 2012, pp. 238-239.

 

Amor è uno desio che ven da core
per abondanza di gran piacimento;
e li occhi in prima generan l’amore
e lo core li dà nutricamento.
Ben è alcuna fiata om amatore
senza vedere so ‘namoramento,
ma quell’amor che stringe con furore
da la vista de li occhi ha nascimento:
ché gli occhi rapresentan a lo core
d’onni cosa che veden bono e rio,
com’è formata naturalemente;
e lo cor, che di zo è concepitore,
imagina, e li piace quel desio:
e questo amore regna fra la gente.

«Codex Manesse», fol. 178r (1305-1340). Una coppia di amanti che presta giuramento d'amore. Heidelberg, Universitätsbibliothek.

«Codex Manesse», fol. 178r (1305-1340). Una coppia di amanti che presta giuramento d’amore. Heidelberg, Universitätsbibliothek.

Questa vera e propria “definizione dell’amore” dà rilievo a una serie di fenomeni psichici e fisici, ponendo in primo piano la visione e l’immagine, il passaggio dell’immagine della donna attraverso gli occhi e il suo persistere nel cuore dell’amante […]. Il sonetto ha un tono didascalico, anche perché fa parte di una tenzone a tre: un primo sonetto di Jacopo Mostacci aveva posto la domanda sulla natura dell’amore, negando per suo conto che esso fosse una sostanza e riducendolo a una generica amorositate. Oltre al Notaro, aveva risposto Pier della Vigna, definendo Amore come una sostanza dotata di particolare vertute. Jacopo si trova in accordo con quest’ultimo solo per l’idea che l’Amore abbia un potere irresistibile con cui sottomette gli animi. Il sonetto del Notaro è comunque il primo vero tentativo, nella poesia volgare italiana, di definire in modo articolato e raziocinante il formarsi e lo svolgersi della passione amorosa nel soggetto dell’amante.
Qui, Jacopo da Lentini ricalca quasi alla lettera i “dettami” contenuti nel De Amore di Andrea Cappellano, sottolineando l’importanza di una immoderata cogitatio, cioè un pensare l’oggetto amato intensamente, senza misura, perché l’Amore possa insediarsi nell’anima. Secondo Aristotele, «Dell’amore sensuale è cagione il diletto suscitato in noi dal vedere»; il desiderio non è altro che un movimento dell’animo verso qualcosa; il movimento cessa non appena l’oggetto desiderato viene raggiunto. L’oggetto del desiderio suscita quello che Jacopo chiama piacimento, cioè il diletto che l’anima prova di fronte alla bellezza.
In sostanza, la prima quartina del sonetto del Notaro intende definire l’amore come un desiderio, cioè una passione, un sentimento, dell’anima sensitiva (core), all’interno della quale trova sede; la causa del suo manifestarsi è una forte impressione di piacere suscitata dalla bellezza. Nella quartina successiva, il poeta si sofferma su un’eccezione al principio poco fa esposto: il caso più noto, al suo tempo, era quello di Jaufré Rudel, di cui si narra che si fosse innamorato della contessa di Tripoli per la fama di bellezza, anziché per averla vista di persona. Con ciò Jacopo non si trova in contraddizione, anzi rafforza il suo concetto secondo il quale l’amore vero, quello «che stringe con furore», nasce dalla vista.
Il poeta conclude il componimento delineando finemente la “meccanica” del fenomeno amoroso: gli occhi forniscono all’anima sensitiva una rappresentazione fedele «d’onni cosa»; l’espressione «com’è formata» rinvia al concetto di forma, cioè alla matrice da cui l’oggetto desiderato trae la propria essenza, il suo essere specifico.

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Un commento su “Amor è uno desio che ven da core

  1. […] Amore è un[o] desio che ven da core per abundanza di gran piacimento. […]

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