Gli intellettuali del Medioevo

cit. R. Luperini et alii, La scrittura e l’interpretazione. Storia e antologia della letteratura italiana nel quadro della civiltà europea. Vol. 1, Dalle origini al Manierismo, tomo. I – La società feudale, il Medioevo latino e la nascita delle letterature europee, Firenze 2000.

Il processo di urbanizzazione favorisce lo sviluppo di un nuovo organismo culturale, l’università, struttura eminentemente cittadina. Già alla fine dell’XI secolo e poi nel corso di quello successivo erano nati centri d’insegnamento superiore, che nel XIII secolo ebbero licenza di rilasciare titolo di valore pubblico. Questi centri erano chiamati studia ed erano inizialmente legati a ordini religiosi, come le abbazie, i conventi e le chiese.

Rappresentazione di una lezione universitaria, da un codice manoscritto del XIV sec.

Rappresentazione di una lezione universitaria, da un codice manoscritto del XIV sec.

Poi nacquero le universitates, cioè grandi associazioni di studenti e di professori autonome dalla Chiesa, in cui gli insegnanti potevano essere retribuiti direttamente dagli studenti, ma potevano anche essere stipendiati dal Comune (come accadeva a Bologna, dove sorse la prima “università” italiana, attiva già a partire dal 1088).
Attraverso contrasti anche duri con il potere politico e con quello ecclesiastico (rappresentato dai vescovi metropolitani), queste associazioni conquistarono autonomia giuridica, diritto di sciopero e monopolio nel conferimento dei gradi universitari, fra i quali spicca, come titolo, la licentia ubique docendi (la «licenza d’insegnare dovunque», cioè il titolo di professore: chi lo otteneva poteva insegnare in qualsiasi università). E generalmente il licenziato, una volta diventato doctor o magister, non s’inseriva nell’universitas presso la quale aveva studiato, ma si recava altrove a insegnare o a svolgere la sua professione di notaio, medico, ecc. La nascita stessa delle universitates è dunque un segno della diffusione e della laicizzazione della cultura, che a poco a poco si affranca dalla Chiesa.
Studenti (o goliardi) e professori parlavano in latino e costituivano comunità cosmopolite che talora occupavano interi quartieri cittadini, favorendo l’incremento demografico e lo sviluppo stesso delle città. Avvenne così a Parigi, Oxford, Bologna, le tre università più antiche d’Europa. Esclusa quella di Bologna, in Italia le prime università si svilupparono nel Duecento (in quel secolo erano già attive – oltre naturalmente a Bologna – Arezzo, Siena, Padova, Piacenza e Vercelli), in concomitanza con l’affermazione del potere comunale, oppure, nel Sud, per iniziativa di Friedrich II Hohenstaufen (è il caso di Napoli e di Salerno, dove già esisteva una famosa scuola di medicina). Sempre nel corso del Duecento, Roma divenne un centro di studi ecclesiastici con la fondazione dell’Università della Curia.
Le università potevano avere quattro facoltà (ma non erano necessariamente presenti tutt’e quattro in un’unica sede). La facoltà delle Arti era dedicata alle “arti liberali”, così dette perché destinate a uomini liberi dal lavoro manuale; in essa ci si perfezionava nella conoscenza del latino e si apprendevano le discipline del Trivio (grammatica, retorica, dialettica o logica). Era la facoltà più frequentata perché i suoi insegnamenti erano propedeutici a quelli delle altre tre facoltà. Queste ultime erano medicina, diritto, teologia. A poco a poco nel corso del Duecento si sviluppò anche l’insegnamento delle “arti meccaniche”, che restò comunque meno codificato perché tali arti erano ritenute inferiori in quanto destinate alle professioni collegate con il lavoro manuale.
Il legame con la città portò le università a dover rispondere alle esigenze civili della comunità urbana. Ciò le costrinse talora a subordinarsi al controllo dell’autorità politica comunale, cosicché, dopo un primo momento in cui i contrasti furono soprattutto con la Chiesa (e in particolare con il potere episcopale), nei cui confronti era indirizzata l’istanza d’indipendenza, non mancarono, in un secondo momento, conflitti anche gravi con il potere cittadino (e il Papato appoggiò allora l’autonomia universitaria). Comunque sia, il legame fra università e professioni cittadine diventò sempre più stretto, e anch’esso contribuì alla laicizzazione della cultura.

Sino all’età comunale, le professioni intellettuali si svolgevano quasi esclusivamente all’interno delle istituzioni ecclesiastiche e nei monasteri. L’intellettuale era un chierico. Le eccezioni erano poche: tra queste, le figure laiche dei trovatori e dei giullari.
Nell’età comunale l’attività intellettuale divenne laica. I suoi contenuti culturali alimentarono una serie di professioni cittadine, tanto nel campo dell’insegnamento, quanto in quello della giurisprudenza e della medicina. Sia il maestro di scuola (privata o pubblica), sia il professore universitario erano figure sociali nuove che vivevano del loro lavoro, con uno stipendio pagato dagli studenti o dalle loro famiglie o direttamente dall’amministrazione pubblica comunale.
Va notata poi una differenza fra le professioni intellettuali fuori d’Italia e quelle dei Comuni italiani del Centro-Nord. In Francia, già dal XII secolo, l’intellettuale aveva conquistato una posizione autonoma con l’esercizio dell’attività filosofica collegata all’insegnamento. In Italia, invece, l’intellettuale appariva, nel corso del secolo successivo, pienamente e organicamente inserito nelle istituzioni e nelle professioni civili legate alle varie attività della vita comunale. Mentre fuori dall’Italia il primato appartiene all’attività filosofica, nel nostro paese il primato spettava alle attività politiche e civili. L’insegnamento stesso impartito nelle scuole cittadine e, in buona misura, anche all’università aveva un contenuto pratico.
Sia nel campo dell’insegnamento che in quello delle altre professioni cittadine, gli intellettuali del Duecento esibivano alcune competenze specifiche, due delle quali vennero ad assumere un rilievo di primo piano: la perizia tecnica del dettare (cioè del «comporre» o dello «scrivere» secondo le regole della retorica) e l’arte di divulgare o digrossare (come allora si diceva). Quest’ultima si prefiggeva lo scopo di far conoscere al ceto politico-amministrativo e alla classe mercantile e artigianale l’arte del persuadere (la rettorica) e i contenuti della cultura classica e cristiana, assunti come base per la formazione della coscienza morale e civile. Questi appunto erano i requisiti richiesti non solo ai maestri cittadini ma anche ai notai e ai giuristi letterati. Anzi sono proprio i notai e i giuristi, insieme con i medici e gli speziali, ma ancor più di loro, le nuove figure sociali d’intellettuali della vita cittadina.
Da queste categorie di intellettuali, nelle quali non esiste ancora separazione fra base umanistico-letteraria e competenze professionali (ma, anzi, reciproca compenetrazione), proveniva la maggior parte degli scrittori e dei poeti. I primi letterati italiani non furono, come i trovatori provenzali, letterati di professione, ma “dilettanti”, uomini colti e cittadini benestanti, esperti dell’ars rhetorica, che si dedicavano alla mercanzia o, più frequentemente, alle professioni di notaio o di giurista e perciò avevano un ruolo importante nelle vita economica e politica della propria città.
Accanto ai notai-poeti si diffuse poi, nei Comuni, la figura dei notai-cronisti che raccontavano la storia della propria città, dimostrando, anche in tal modo, la connessione esistente fra attività intellettuale e istituzioni urbane in cui essa si svolgeva.
Si aggiunga, infine, che il notaio doveva essere un esperto, proprio per le caratteristiche del suo lavoro, nell’arte del tradurre dal latino in volgare e dal volgare in latino, dovendo fare da intermediario fra il formulario latino della propria disciplina e la realtà culturale dei clienti che sempre più spesso conoscevano solo il volgare. Non fu certo un caso che i primi documenti di volgare scritto avessero a che fare con l’attività notarile e giuridica. Si può dunque affermare che le nuove professioni cittadine ebbero un ruolo non secondario nella diffusione del volgare come lingua scritta.

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