I Saraceni in Sicilia

da F. Gabrieli, Maometto e le grandi conquiste arabe, Cles 1996.

Grande Moschea aghlabita, Qayrawān.

Grande Moschea aghlabita, Qayrawān.

Già sin dai primi tempi della potenza navale araba nel Mediterraneo, che vedemmo creata da Mu ‘àwiya e Abū Yaḥyā ʿAbd Allāh ibn Saʿd ibn Abī Sarḥ, e collaudata nella conquista dell’Africa del Nord, la Sicilia e l’Italia meridionale bizantina avevano conosciuto fuggevoli scorrerie di Saraceni. Ma a una sistematica occupazione dell’isola per allora non si pensò, o non la si credette possibile. L’impresa fu tentata assai più tardi, quando la prospiciente Ifrīqiya non era più una provincia direttamente soggetta al Califfato, ma un emirato autonomo, solo nominalmente vassallo degli Abbàsidi di Baghdād. Per impegno religioso, e fors’anche come diversivo a difficoltà interne, fu decisa nell’827 a Qayrawān, sotto l’emiro aghlabita Abū Muhammad Ziyādat Allāh I ibn Ibrāhīm, la spedizione in Sicilia (chiamata in modo altisonante “jihad marittimo”), cui non mancò anche qui il suo sollecitatore, nella persona del patrizio bizantino Eufemio, che invogliò gli Arabi al passaggio. Il “Ṭāriq” di questa spedizione non fu un rude soldato, ma un dotto tradizionalista e giurista infiammato da religioso zelo, Asad ibn al-Furāt ibn Sinān. A capo di una piccola flotta egli sbarcava nel giugno 827 a Mazara, con poco più di 10000 tra Arabi e Berberi; batteva agevolmente un comandante bizantino, e avanzava nell’interno verso la Sicilia orientale. In pochi anni cadevano in mano degli invasori alcuni dei maggiori centri dell’isola (nell’831 Palermo, nell’842 Messina), ma solo nell’859 la fortissima Castrogiovanni (Enna), e nell’878, dopo un lungo assedio, Siracusa, la capitale amministrativa dell’isola. I Bizantini, al solito, si difesero male; più vigorosamente, in alcuni centri, la popolazione indigena cristiana, come in Taormina che fu espugnata solo nel 902. Alla fine comunque del IX secolo la Sicilia poteva dirsi praticamente tutta in mano agli Arabi, che portarono la capitale a Palermo e ressero di là l’isola islamizzata con governatori, dapprima degli Aghlabiti, poi nel secolo seguente dei Fatimidi, che avevano soppiantato i primi in Africa. Questi governatori, tra cui sulla metà del X secolo emerse la casata degli Kalbiti, finirono con l’essere gli emiri quasi indipendenti di Sicilia, pur serbando con l’Ifrīqiya e poi con l’Egitto vincoli di vassallaggio e in certi momenti di effettiva cooperazione militare. La storia interna della Sicilia araba (Ṣiqilliyya), durata tale fino alla conquista normanna a partire dal 1060, ci è mal nota: si sa più che altro degli emiri avvicendatisi spesso tra contese e tumulti civili a Palermo, e, sulla metà dell’XI secolo, di una generale anarchia con vari piccoli principati locali, che agevolò l’impresa dei Normanni.
Illustrazione dal «Chronikon» di Giovanni Scilitze, cod. Vitr. 26-2, fol. 214r (XII-XIII sec.). Assedio arabo di Messina. Madrid, Bibliotèca Nacional.

Illustrazione dal «Chronikon» di Giovanni Scilitze, cod. Vitr. 26-2, fol. 214r (XII-XIII sec.). Assedio arabo di Messina. Madrid, Bibliotèca Nacional.


Ma gli Arabi di Sicilia non si lasciarono fermare dallo Stretto di Messina, e presto cominciarono a correre per l’Italia meridionale, come quelli di Spagna avevano fatto il secolo precedente in Francia. La Calabria fu più volte risalita da Reggio (ove, come a Narbona, sorse un’effimera moschea) sino alla Basilicata, alla Campania e alla Puglia. Non è però da pensare che ogni scorreria saracena in Italia meridionale o centrale abbia avuto origine dalla Sicilia; sbarchi e incursioni sono parimenti partiti dall’Africa, da Creta e forse dalle coste stesse di Siria, come dalla Spagna e dalle coste della Provenza. I Saraceni sconfitti e catturati ad Ostia nella battaglia navale dell’849, vita dall’armata navale napoletana accorsa a difesa di Roma sotto papa Leone IV, dovevano essere delle più diverse provenienze, un bell’esempio della solidarietà universale dell’Islam. E dei due brevi domini che gli Arabi riuscirono a impiantare in terraferma italiana, quello di Bari (circa 841-871) e di Taranto (850-880), almeno il primo, come sappiamo dall’eccezionale testimonianza di uno storico arabo, chiese l’investitura legittimatrice non agli emiri di Sicilia né a quelli d’Ifrīqiya loro sovrani, ma addirittura al Califfo abbàside di Baghdād. Di questo emirato barese, sappiamo i nomi e persino qualcosa della personalità dei suoi capi, dapprima il berbero Khalfùn, poi un Mufarrag ibn Sallàm, e da ultimo il sagace e valente Sawdàn, che finì prigioniero del principe di Benevento, Arechi, quando la spedizione dell’imperatore Ludovico pose termine il suo potere a Bari.
Illustrazione dal «Chronikon» di Giovanni Scilitze, cod. Vitr.26-2, fol. 100v (XI-XIII secc.). Assedio di Siracusa. Madrid, Biblitèca Nacional.

Illustrazione dal «Chronikon» di Giovanni Scilitze, cod. Vitr.26-2, fol. 100v (XI-XIII secc.). Assedio di Siracusa. Madrid, Biblitèca Nacional.


Quasi nulla sappiamo per contro del coevo emirato di Taranto. Un terzo temporaneo insediamento arabo in Italia fu la colonia saracena del Garigliano, degna sorella di quella di Frassineto e Saint-Tropez, la cui vita sino alla distruzione nel 915 fu di scorreria e rapina. E scorrerie e rapine infuriarono soprattutto nel IX ma anche nel X secolo si può dire per ogni regione d’Italia, ove dalle memorie e cronache locali si potrebbe ricostruire l’ampiezza del “flagello saraceno”, salente da sud dalla Sicilia arabizzata, discendente dal nord dalle Alpi sino alla Liguria, e battente tutte le coste della Penisola con fulminei attacchi delle flottiglie corsare. L’XI secolo vide le imprese del signore musulmano di Denia e delle Baleari, Mugetto (in arabo Mujāhid ibn ‘Abd Allāh al-‘Āmirī) contro la Sardegna, già prima più volte razziata ma contrariamente a quanto talora si è detto mai occupata dai musulmani. Poi l’energica reazione delle repubbliche marinare italiane, che portarono talora l’offesa sino in Africa, e la perdita della Sicilia conquistata dai Normanni, fecero gradualmente scomparire queste marittime incursioni. Gli ultimi residui arabi in Italia, com’è noto, furono dalla Sicilia normanno-sveva trapiantati a Lucera: ma non erano più dei conquistatori, bensì dei vinti superstiti, dapprima tollerati e poi votati nel 1300 a crudele sterminio. Quando la colonia lucerina spariva per l’esosa intolleranza degli Angioini, l’ora «araba» per l’Italia era passata da un pezzo, e il “flagello saraceno”, per terra e per mare, era da tempo cessato.

Quarto di Dinar aghlabide dell'emiro Ibrahim II. Oro, zecca di Siracusa (874-902).

Quarto di Dinar aghlabide dell’emiro Ibrahim II. Oro, zecca di Siracusa (874-902).

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