Il castello e il potere

art. cit. di G. Duby, in G. Duby – R. Mandrou, Storia della civiltà francese (trad. it. di A. Grispo), Milano 1974.

Le fortezze non sono molto numerose né tutti i nobili sono nell’XI secolo dei castellani. La densità dei castelli del tempo, in realtà, varia a seconda dei luoghi: è maggiore lungo le grandi vie di transito e sui confini, là dove si affrontano i grandi domini regionali, scarsa invece nelle zone molto boscose, e può paragonarsi a quella degli attuali capoluoghi di cantone, cioè in media un punto fortificato ogni venti, trenta appezzamenti agricoli. Inoltre, si tratta per lo più di costruzioni già antiche. Erette nei tempi carolingi, quando il frazionamento dell’Impero in regimi rivali e quindi le incursioni scandinave, ungheresi e saracene sempre più profonde costrinsero a estendere all’intero territorio il regime eccezionale delle marche di frontiera e a moltiplicare i centri di difesa, sono state quasi tutte edificate sotto il controllo dell’autorità del sovrano nel quadro del regno o della contea. Certo, qualche avventuriero ha potuto, qua e là, favorito dal disordine e dall’insicurezza, costruire una fortezza di sua propria iniziativa. Impresa non priva d’azzardo, in verità: bisognava allo stesso tempo eludere la vigilanza dei capi del popolo e vincere la resistenza dei contadini. I castelli illegali, «adulterini», furono a quanto sembra, un’eccezione. La maggior parte delle fortezze sono dunque inizialmente, e sono rimaste a lungo, costruzioni del re, tenute dai suoi rappresentanti. Per questo motivo, quando negli anni prossimi al mille furono rotti gli ultimi vincoli che, a differenti livelli, univano fra loro i detentori del potere reale, quando ogni potere divenne privato e personale, fu proprio al castello, divenuto possesso ereditario del suo guardiano, che rimasero legati gli ultimi ricordi dell’idea di sovranità, fu proprio intorno al castello che si formarono le nuove concezioni dell’autorità.
Succede nell’XI secolo che un solo capo comandi ancora personalmente in numerose fortezze, nelle quali viene ogni tanto a risiedere e che, nell’intervallo tra questi suoi soggiorni, le affidi a guardiani sottomessi e devoti; questa rete di punti di difesa costituisce allora l’ossatura di una specie di principato, come quello del conte d’Anjou o di Fiandra. Ma più spesso ogni castello è la sede di un dominio isolato, libero da controlli esterni. Questa è la norma nella metà meridionale della Francia, ma anche nel nord il caso è frequente. Nel cuore della piccola regione in cui il re non ha perso ogni potenza, tra le sue città di Parigi e di Orléans, castellani come il sire di Montlhéry o il sire di Puiset possiedono, praticamente indipendenti, la loro torre, con i poteri che ne derivano e che si estendono sulle terre circostanti. E pure nelle regioni in cui il conte ha conservato nelle sue mani parecchi castelli, non è il titolo che lo rende potente, ma, localmente, intorno a ognuna delle sue fortezze, la funzione di castellano. La disposizione del potere di comando tra i diversi punti d’appoggio militari, ecco forse l’aspetto essenziale del feudalesimo.

Ricostruzione di un castello del tipo "Motte-and-Bailey", modello tipico diffuso in Europa occidentale fino all'XI secolo.

Ricostruzione di un castello del tipo “Motte-and-Bailey”, modello tipico diffuso in Europa occidentale fino all’XI secolo.

Questo fortilizio di terra e di legno appartiene ovunque all’uomo più ricco del paese, a colui che possiede la maggior parte dei grandi boschi all’intorno e larghe distese di terra nelle zone di recente dissodamento. Ma, più che la ricchezza, è la sua posizione nel forte, dove vive circondato dai domestici armati, i sergents, che lo pone molto al di sopra di tutti gli altri proprietari terrieri suoi vicini. Il castellano è in realtà il padrone per eccellenza, il solo, con il conte e il vescovo, chiamato negli atti ufficiali «signore», «sire». Il suo potere è della stessa natura di quello del re, da cui in effetti deriva: è il dovere e il diritto di conservare nella regione la pace e la giustizia. Missione di difesa contro i nemici esterni: il castellano in caso di pericolo dà l’allarme e, lanciando il cosiddetto «grido del castello», mobilita intorno a sé i combattenti, sottoposti da quel momento a una rigida disciplina. Ed è questa funzione, primordiale in un tempo in cui tutti vivevano nel terrore di un’improvvisa incursione di predoni, che ha dato nel X secolo tanto prestigio ai suoi avi, ha permesso loro di stabilirsi nella fortezza, appoggiati dalla popolazione vicina, di liberarsi a poco a poco di ogni tutela. Missione anche di giustizia all’interno del gruppo: come gli antichi re, il castellano è il pacificatore, colui che appiana le discordie; punisce i crimini più gravi, quelli che rompono la pace e macchiano la comunità, l’assassinio premeditato, il tratto, l’adulterio; riunisce intorno a sé le assemblee in cui si tengono udienze e ne fa eseguire le decisioni; per prevenire i disordini, emana per mezzo di editti i regolamenti e costringe a osservarli. Di natura reale, quest’autorità è tuttavia ora bene personale del signore; l’ha ricevuta per via ereditaria, e ne fa quel che vuole. La sfrutta, con l’aiuto delle sue genti, come il suo dominio, come i suoi domini o le sue chiese. Per lui, il banno è una fonte di guadagno, l’occasione di infliggere ammende, di estorcere «regali» a coloro che protegge. Non ci sono ricorsi contro di lui, ed egli è perciò tentato di pretendere sempre di più. Tuttavia, questa potenza invadente conosce un limite, la «consuetudine» – cioè l’insieme delle antiche usanze, tramandate dalla memoria popolare. Questo diritto fluttuante non è fissato dalla scrittura, lo si apprende interrogando i vecchi del villaggio, e tuttavia s’impone a tutti come una legislazione intangibile. In effetti, è proprio con il termine «consuetudine» che si designano le prerogative del castellano.
Emanando dalla torre di legno e dalla sua cinta, questo potere si stende tutt’intorno su un territorio che viene detto sia semplicemente «banno» sia «distretto», perché il signore ha il diritto di costrizione, sia sauvement, perché è posto sotto la sua protezione. Territorio non molto vasto – un uomo a piedi può sempre in una giornata andare e tornare dal castello fino ai suoi più lontani confini abitati, – le sue frontiere, dapprima incerte e instabili, gradualmente limitate dalle opposte pretese dei castellani vicini, si precisarono e si fissarono. Così si formò la castellania, cellula politica fondamentale durante tutto il Medioevo, e il cui ricordo è ancora conservato da alcuni tratti della campagna francese; i confini fissati dalla Rivoluzione agli attuali cantoni francesi coincidono spesso infatti con i contorni dei piccoli domini formatisi nell’XI secolo intorno a ogni castello.

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