Il declino bizantino

Cit. da J. Baschet, La civiltà feudale. Sei secoli di storia, dall’Anno Mille alla colonizzazione dell’America, Roma 2005; pp. 77-80.

Visto da Costantinopoli, non esiste nessun “Impero d’Oriente” e a fortiori nessun “Impero bizantino” (nome che gli conferiscono i conquistatori turchi). Esisterebbe, semplicemente l’Impero Romano, l’unico possibile, lo stesso di Augusto, Diocleziano e Costantino, e cioè la Roma eterna trasferita nella nuova capitale fondata da quest’ultimo. Questa continuità rivendicata, questa affermazione di permanenza malgrado tutti i rovesciamenti, è una caratteristica determinante di questo Impero, che viene definito “bizantino” e che si considera solamente “romano”. Essa è probabilmente giustificata sotto Leone I (457-527) e Giustiniano (527-565), poiché l’Impero vive a quel tempo un periodo di grande splendore, in un momento in cui l’Occidente conosce uno dei periodi di più grande confusione. La sua ricchezza è considerevole e controlla tutto il bacino orientale del Mediterraneo: la Grecia, l’Anatolia, la Siria, la Palestina e soprattutto il ricco Egitto che invia a Costantinopoli un’imposta annuale di ottantamila tonnellate di grano. La riconquista di Giustiniano che recupera temporaneamente le coste adriatiche, l’Italia e l’Africa del Nord, si appoggia su questa potenza e manifesta la pretesa di tenere l’Occidente sotto la sua tutela e quindi di governare l’insieme della cristianità. Ma l’epidemia di peste, a partire dal 542, decima l’Impero e la riconquista fallisce. Ben presto non ne restano che alcuni frammenti: l’esarcato di Ravenna, “antenna” di Costantinopoli in Occidente, creato nel 584 e che nel 751 cade in mano ai Longobardi; la laguna veneziana, dove si svilupperà una città rifugio contro natura, ma che ha dalla sua alcuni vantaggi che le conferiscono una propria autonomia di fronte ai poteri occidentali e dei legami privilegiati con l’Impero d’Oriente; la Sicilia, di cui si impadroniranno i musulmani nel corso del IX secolo, e la Calabria che i Normanni strappano a Costantinopoli nel 1071, con la presa di Bari.

Basilica di San Vitale a Ravenna, L'imperatore Giustiniano I e il suo seguito. Dettaglio della decorazione a mosaico bizantina, compiuta entro il 547. Dettaglio - Giustiniano I.

Basilica di San Vitale a Ravenna, L’imperatore Giustiniano I e il suo seguito. Dettaglio della decorazione a mosaico bizantina, compiuta entro il 547. Dettaglio – Giustiniano I.

Sin dall’inizio del VII secolo, il vento cambia, in ragione dell’avanzata dei Persiani, che prendono Damasco e Gerusalemme nel 613-614, e poi dell’offensiva dell’Islam che conduce alla perdita della Siria e dell’Egitto. Se aggiungiamo al Nord la pressione degli Slavi e ben presto anche quella dei Bulgari, di fronte ai quali l’imperatore Niceforo trova la morte nell’811, Bisanzio appare come un impero assediato, ormai ridotto ad una parte dei Balcani e all’Anatolia, e la cui popolazione è ormai essenzialmente greca. È in questo contesto di brusche minacce esterne che la crisi iconoclastica divide durevolmente l’Impero (730-843). Per gli imperatori iconoclasti, il culto delle immagini è la causa delle disgrazie dell’Impero e il popolo battezzato deve, come gli Ebrei dell’Antico Testamento, ritrovare la benevolenza di Dio espurgando le sue inclinazioni idolatre. Poi, dopo la definitiva vittoria dei partigiani delle immagini, che la tradizione definisce il “Trionfo dell’ortodossia” (843), si assiste ad un recupero che si prolunga fino all’inizio dell’XI secolo. È lo splendore macedone, nella fattispecie sotto Basilio I (867-886), Leone VI (886-912) e Basilio II (976-1025). Il potere imperiale, stabile e forte, perviene a recuperare alcuni territori, Creta e Cipro, e momentaneamente la Siria e la Palestina, la Bulgaria orientale e poi occidentale. La Chiesa di Costantinopoli, che si definirà presto “ortodossa”, approfitta di questo momento per mettere in atto la propria espansione. Dopo le prime missioni di Cirillo e Metodio nel IX secolo, Basilio II ottiene nel 989 la conversione del grande principe russo Vladimir, celebrata con la costruzione della basilica di Santa Sofia di Kiev.
Tuttavia il declino si accentua, le strutture interne, politiche, fiscali e militari dell’Impero si indeboliscono. Nonostante alcuni successi temporanei, in particolare sotto i primi imperatori della dinastia dei Comneni, il territorio bizantino si riduce a vista d’occhio (costituzione del sultanato di Iconium – o di Rum – che sottrae la metà dell’Anatolia nel 1080 e si ingrandisce ulteriormente dopo la vittoria del 1176; ricostituzione dell’Impero bulgaro indipendente da Bisanzio nel 1187). Dopo la parentesi degli Stati latini, chiusasi nel 1261, l’Impero non è altro che l’ombra di se stesso, ridotto al quarto nord-occidentale dell’Anatolia, a poco a poco rosicchiata dai Turchi, e ad una parte della Grecia progressivamente ridotta dalla potenza serba, e poi dall’avanzata ottomana che accerchia Costantinopoli e guadagna terreno nella parte europea dell’Impero. Gli appelli al sostegno occidentale rimangono senza effetto, e poi, nel 1453, avviene l’ineluttabile: l’assedio e la caduta di Costantinopoli, che diviene Istanbul, capitale dell’Impero turco.
In tutto, l’Impero bizantino conosce due fasi particolarmente brillanti, dalla metà del V alla metà del VI secolo, e poi dalla metà del IX all’inizio dell’XI secolo; ma nel complesso le sue forze in declino gli permetteranno sempre meno di resistere alle molteplici pressioni esterne (dai Persiani, dagli Arabi e dagli Slavi fino ai Bulgari, ai Serbi e ai Turchi). Malgrado tutto, l’orgoglio di Costantinopoli, la sua pretesa di incarnare i valori eterni di Roma e di costituire l’Impero eletto da Dio, ed anche il suo disprezzo per tutti i popoli esterni, ivi compresi i cristiani d’Occidente, più o meno esplicitamente assimilati a dei barbari, rimangono intatti a lungo (André Ducellier).
Rappresentazione della distruzione d'icone nell'815, immagine presa da Chludov Psalter.

Rappresentazione della distruzione d’icone nell’815, immagine presa da Chludov Psalter.

Certo, l’Impero ha i suoi punti forti, ed è per molto tempo il portatore di una potenza rispettata e di modelli ammirati, basti pensare all’arte bizantina in Occidente, in particolare in Italia, o alla ricchezza della cultura ellenica di cui gli umanisti del XV secolo si riappropriano con avidità, nel momento in cui Bisanzio soccombe. E così, nel corso dei secoli, lo scarto tra la realtà e l’ideale dell’Impero diventa sempre più pericolosamente profondo, la volontà di preservare a qualsiasi costo il secondo chiarisce forse questa impressione di lentezza e di permanenza che evoca la storia di Bisanzio: questa «riposa sull’idea che nulla deve cambiare» (Robert Fossier). Così, una volta superati i grandi dibattiti relativi alla Trinità e poi alle immagini, la teologia a Bisanzio sembra molto più fortemente dominata da un’esigenza di fedeltà ai testi fondatori che in Occidente. Non vi si rintraccia nulla che somigli alla vitalità delle discussioni scolastiche e della riflessione che consente lo sviluppo delle scuole e delle università occidentali. Un ruolo determinante deve essere qui attribuito al mantenimento del principio imperiale come pilastro dell’organizzazione bizantina (malgrado una corrosione dovuta alle concessioni e ai privilegi conferiti, nella fattispecie ai grandi monasteri). Ancora più importante è il fatto che, durante tutta la storia bizantina, la Chiesa agisce in stretta connessione con il potere imperiale: il patriarca e l’imperatore sono le due teste di un’entità unificata dell’idea di “impero cristiano”, conformemente al modello di Costantino che osserviamo ancora in Occidente all’epoca carolingia. La disgiunzione tra Impero e Chiesa non si è verificata a Bisanzio, mentre, al contrario, la Chiesa d’Occidente perveniva ad acquisire la sua autonomia e a costituirsi in istituzione dominante. È qui forse uno dei fattori decisivi dell’evoluzione divergente tra Oriente e Occidente e uno degli impulsi fondamentali della specifica dinamica di quest’ultimo.

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