Il «Dictatus papæ» di Gregorio VII

da C. Violante, L’età della riforma della Chiesa in Italia, in Storia d’Italia (coord. da N. Valeri), Vol. I, Il Medioevo, Torino 1967.

Testo del «Dictatus papæ» di Gregorio VII (1075). Città del Vaticano, Archivio Vaticano.

Testo del «Dictatus papæ» di Gregorio VII (1075). Città del Vaticano, Archivio Vaticano.

Il panorama di una Cristianità turbata, corrotta e dolente dettava a Gregorio VII le sconsolate considerazioni della lettera da lui scritta il 22 gennaio 1075 all’abate Ugo di Cluny. In tale stato d’animo, nella sinodo quaresimale del 24-28 febbraio Gregorio VII decideva di eliminare la radice di ogni sopruso e la fonte di ogni corruzione, vietando per la prima volta ai laici, sotto pena di scomunica, di dare l’investitura episcopale e abbaziale e ordinando ai metropoliti e ai vescovi di non consacrare, pena la deposizione, chi dai laici fosse stato investito. In tal modo si tagliava nettamente via ogni possibilità di intervento delle autorità laiche, e particolarmente dei re e dell’imperatore, nella scelta dei vescovi e nel conferimento dei benefici e dei poteri giurisdizionali e politici connessi con l’ufficio episcopale. Era un provvedimento di tremenda portata, che minacciava di scuotere tutto l’ordinamento sociale e politico dei Regni e dell’Impero, ordinamento fondato sui poteri dei vescovi e sui rapporti feudali di questi con le autorità laiche. Si comprende pertanto la durata e la violenza della lotta per le investiture, che ebbe origine dal drastico decreto di Gregorio VII.
Nella stesso sinodo furono condannati cinque consiglieri simoniaci di Enrico IV, fu minacciata la scomunica al re Filippo I di Francia se non avesse fatto ammenda della sua condotta; furono sospesi dall’ufficio l’arcivescovo di Brema per disubbidienza e i vescovi di Strasburgo, Spira e Bamberga, accusati di aver ricevuto l’investitura simoniacamente. In Italia furono sospesi i vescovi di Pavia e di Torino e deposto Dionigi, vescovo di Piacenza, ritenuto simoniaco e persecutore di monasteri riformati, secondo le accuse mossegli dagli esponenti di un largo e vivace movimento patarinico locale. Furono infine scomunicati Roberto il Guiscardo e suo nipote Roberto di Loritello come invasori dei beni di san Pietro.
Poco dopo una breve notizia della sinodo quaresimale del 1075, fra una lettera del 3 e una del 4 marzo, troviamo inserito nel registro di Gregorio VII un testo che, sotto il titolo di Dictatus papæ, comprende ventisette proposizioni di fondamentale importanza dottrinale. Le brevi, essenziali proposizioni sembrano essere i titoli sotto i quali Gregorio VII si sarebbe ripromesso di raccogliere testi venerandi, decreti di antichi pontefici e di concili, per la pubblicazione di una raccolta di canoni. Ma, anche se si accetta questa ipotesi, che è stata autorevolmente avanzata da qualche studioso, rimane indiscussa l’importanza dottrinale e programmatica del testo e significativo il suo inserimento nel registro.
Nelle proposizioni del Dictatus papæ si afferma innanzitutto l’origine divina della Chiesa, l’autorità universale del solo pontefice romano e l’impossibilità di appartenere alla fede cattolica al di fuori dell’unione con la Chiesa di Roma. E, questa, una chiara e robusta affermazione dei diritti divini e universali della Chiesa romana di fronte alle pretese ecumeniche del patriarca di Costantinopoli.
Miniatura dagli «Extraits de ses oeuvres», Ms. 315, tomo II, fol. 1 verso. Gregorio VII in trono (XII secolo). Douai, Bibliothèque municipale.

Miniatura dagli «Extraits de ses oeuvres», Ms. 315, tomo II, fol. 1 verso. Gregorio VII in trono (XII secolo). Douai, Bibliothèque municipale.


La maggior parte delle proposizioni mirano a consolidare il centralismo nell’organizzazione ecclesiastica. Il papa – si afferma – può trasferire, deporre o assolvere i vescovi, riunire sedi episcopali minori, frazionare quelle più vaste e più ricche, ordinare chierici in qualunque luogo. Il pontefice romano affermava così il suo diritto a intervenire direttamente nelle questioni interne delle province ecclesiastiche e delle diocesi scavalcando l’autorità dei rispettivi metropoliti e vescovi. Sotto l’influsso del monachesimo esente cluniacense la compattezza degli ambiti circostanziali era rotta. Si tendeva in realtà ad arginare la crescente potenza delle grandi sedi metropolitiche, animate spesso da uno spirito di rivalità nei riguardi della stessa Chiesa romana, e si voleva stabilire un più efficace controllo sull’attività dei vescovi, troppi dei quali si sentivano legati più all’imperatore che al papa.
Altre proposizioni del Dictatus papæ ribadivano ed esaltavano l’autorità assoluta del pontefice romano nella Chiesa: qualsiasi provvedimento può essere preso dal sommo pontefice al di fuori di una sinodo; nessun concilio può considerarsi generale se non è convocato dal papa; nessun testo canonico ha valore se non è convalidato dall’autorità pontificia; il papa non può essere giudicato da alcuno: egli può solo riformare o annullare i suoi decreti.
Circa i rapporti fra le supreme autorità politica ed ecclesiastica, il Dictatus afferma che il papa può deporre gli imperatori e sciogliere i sudditi dalla fedeltà promessa ai sovrani ingiusti.
Liberatosi dal controllo diretto da parte del potere laico, il Papato affermava nettamente la superiorità dei valori dello spirito sugli interessi temporali e vedeva nel prevalere dei primi sui secondi la condizione preliminare e necessaria per ogni efficace riforma morale e religiosa. Su queste basi, si poneva anche in campo politico la necessità di affermare la superiorità dell’autorità del pontefice su quella dell’imperatore, quando questi nella sua concreta azione politica venisse meno ai fini morali e religiosi determinando il disordine nella Cristianità.

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