Il frate

Cit. R. Rusconi, Predicatori e predicazione (secc. IX-XVIII), in Storia d’Italia, a cura di R. Romano e C. Vivanti, Torino 1981.

Miniatura marginale dal Manoscritto Ellesmere, dei 'Racconti di Canterbury' di Geoffrey Chaucer (c. 1420), che raffigura un frate a cavallo.

Miniatura marginale dal Manoscritto Ellesmere, dei ‘Racconti di Canterbury’ di Geoffrey Chaucer (c. 1420), che raffigura un frate a cavallo.


Nel XIII secolo la figura del monaco, chiuso in convento e dedito agli studi e alla vita contemplativa, perde l’egemonia nella vita religiosa. L’organizzazione tradizionale della Chiesa, strutturata secondo le esigenze di una società rurale, entra in crisi con lo sviluppo della società urbana, la cui popolazione avverte il fascino della lotta condotta dagli eretici contro la corruzione e il potere politico del clero. La necessità di rispondere agli attacchi ereticali acquistando capacità di presa sulle masse cittadine spinge dunque la Chiesa alla creazione degli ordini mendicanti.
Nasce una figura nuova di religioso: il frate, da fraterculus (diminutivo di frater, «fratello»), a differenza del chierico (dal greco klēros, «parte scelta del popolo») già nell’etimologia mostra il carattere familiare e popolare del suo ruolo di volgarizzatore delle Sacre Scritture presso gli strati illetterati della popolazione.
Egli proviene dai nuovi ceti sociali urbani, ha una preparazione teologica e religiosa appropriata, partecipa alle dispute, controbatte le posizioni non ortodosse e soprattutto predica nelle piazze alle folle cittadine. Anche il movimento francescano, dopo l’iniziale scelta del suo fondatore, che aveva privilegiato la campagna, concentra la sua attività nelle città, prestando maggior attenzione alle esigenze religiose della borghesia mercantile. Si creano ampi spazi davanti alle chiese per accogliere la popolazione che accorre alle prediche comuni come a uno spettacolo (si veda l’enorme piazza davanti alla chiesa di S. Croce a Firenze).
La predica acquista un’importanza fondamentale come unica fonte di istruzione popolare ed efficacissimo canale di comunicazione e di persuasione di massa. È strumento di lotta contro le eresie e insieme, indirettamente, di contenimento delle tensioni sociali. Di qui l’attenzione riservata all’arte della predicazione, che richiedeva dottrina e abilità tecnica, ed era oggetto di studio soprattutto nell’ordine domenicano. La necessità di catturare un uditorio semplice esigeva anche l’adozione di tecniche giullaresche di recitazione che trasformavano la predica in vero e proprio spettacolo. Il prestigio e il potere dei frati si basava soprattutto sull’efficacia di questa intensa predicazione che permetteva loro di controllare i movimenti religiosi di massa – come quello dell’Alleluja, nato nel 1233 spontaneamente sotto l’impulso dei predicatori isolati e irregolari, così più tardi quello popolarissimo dei flagellanti.
Il frate, che ha scelto la povertà, che vive di elemosine, dedito alla carità e all’assistenza dei malati (i francescani soprattutto), che istruisce e sostiene moralmente, ma anche diverte con la sua capacità di intrattenere il pubblico, durante le prediche e le processioni, animatore di tutte le manifestazioni religiose di massa, è una figura estremamente popolare. Maestro di devozione, questuante, attore, è anche una figura ambigua, che assume connotazioni positive e negative.
Soprattutto dopo la fine della fase più intensa della lotta anticlericale e la crisi dell’ordine francescano, egli perde il carattere innovatore e prestigioso che aveva all’inizio, mentre gli ordini mendicanti mirano anch’essi a posizioni di potere nella Chiesa e nella società tramite il controllo dei centri di cultura, soprattutto delle università.
Costretto inoltre a vivere a contatto con la vita quotidiana della gente comune, il frate era più esposto a essere coinvolto dalle attrazioni mondane.
Nella novellistica, non solo italiana, del Trecento la figura del frate è la più bersagliata; da frate Cipolla nel Decameron all’Indulgenziere nei Racconti di Canterbury l’accusa ricorrente è di corruzione, di ipocrisia e di avidità. Già il Romanzo della Rosa, nella seconda metà del Duecento, conduce un aspro attacco, nella figura di Falsosembiante, contro il potere e la falsa povertà degli ordini mendicanti, che si arricchiscono con le elemosine. Né la polemica resta sul piano del costume: interessi diversi oppongono questi ordini agli altri ceti cittadini e agli altri membri del clero. Una dura lotta si accende all’università di Parigi fra frati e intellettuali laici e trova un’eco polemica (Parigi ha distrutto Assisi) anche nella poesia di Jacopone da Todi. Domenicani e francescani, potendo rinunciare allo stipendio, insegnavano gratis, arrivando anche per questa via a egemonizzare l’insegnamento universitario.
Il Fiore, un volgarizzamento italiano del Romanzo della Rosa da molti attribuito a Dante, così si scaglia contro la pratica delle elemosine e il motivo della povertà, il tema più nuovo e popolare che aveva caratterizzato la nascita degli ordini mendicanti:

Tanto quanto Gesù andò per terra,
i suo’ discepoli e’ non dimandaro
né pan né vino, anzi li guadagnaro
con le lor man, se lo scritto non erra.

Miniatura dal manoscritto Stowe 17 f. 38 (1300-1325 ca.), un frate che suona e una monaca che danza.

Miniatura dal manoscritto Stowe 17 f. 38 (1300-1325 ca.), un frate che suona e una monaca che danza.

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