Il monaco e il giullare

cit. art. di C. Cneut, Due figure opposte: il monaco e il giullare, in R. Luperini et alii, La scrittura e l’interpretazione. Storia e antologia della letteratura italiana nel quadro della civiltà europea. Vol 1, Dalle origini al Manierismo, tom. I – La società feudale, il Medioevo latino e la nascita delle letterature europee, Firenze 2000.

Un monaco cellario degusta del vino da una botte durante il riempimento di una brocca. Da Li Livres dou Santé di Aldobrandino da Siena (Francia, tardo XIII secolo).

Un monaco cellario degusta del vino da una botte durante il riempimento di una brocca. Da Li Livres dou Santé di Aldobrandino da Siena (Francia, tardo XIII secolo).

Il monaco, nella figura dell’eremita, che si ritira nel deserto per dedicarsi a una vita di penitenza e di preghiera, nasce in Oriente nei primi secoli dell’era cristiana. In Occidente, grazie all’opera di san Benedetto (VI secolo), i monaci si riuniscono in comunità e il monastero diventa centro attivo di diffusione della civiltà cristiana in un’Europa sconvolta dalle invasioni barbariche.
Anche più tardi, tra il X e l’XI secolo, in un’Europa agitata dall’anarchia feudale, il monastero, per la sua capacità di formazione culturale e di organizzazione economica e civile del territorio, offre un modello di vita alternativo al disordine imperante.
Il monastero è prima di tutto un centro di preghiera: i monaci hanno la funzione di stabilire un rapporto diretto con il mondo divino, che conferisce loro un potere carismatico, garantendo aiuto e salvezza a chi vive nel mondo. Il monaco, specie quello che ha fondato il monastero, spesso è anche un santo.
Il prestigio di cui il monastero gode nella società è dovuto anche al fatto che il monastero, oltre che luogo di preghiera, è centro di lavoro e soprattutto di cultura. La regola benedettina imponeva l’obbligo di imparare a leggere, data l’importanza che la lettura pubblica e privata aveva nella vita del chiostro. Di qui la necessità di provvedersi di biblioteche, di scuole, di scriptoria, che hanno avuto un’importanza enorme nella trasmissione dei testi antichi e nell’impostazione di modelli culturali ispirati agli dei monastici.
Infatti, il monastero in questo periodo ha un ruolo esclusivo nel tramandare la memoria di un’epoca, che ci è giunta completamente modellata da un’ottica e da un’ideologia tese a fondare l’egemonia dei monaci nella società. Per cui l’ideale di vita ascetico, basato sulla castità e sul disprezzo del mondo, diventa il modello della vera vita cristiana e l’unica possibilità di perfezione. È questa cultura, in cui l’uomo è visto esclusivamente in funzione del suo destino celeste, a proporre una scala di valori che privilegia l’anima sul corpo, demonizza la donna, disprezza la realtà profana e sancisce la superiorità della vita contemplativa del monaco su tutte le altre forme di vita, anche dei chierici.

Codice miniato dei proverbi medievali. «Il giullare non crede se non riceve», dal ‘Livre des heures avec Proverbes’ (NAL 3134), metà del XV sec. Parigi, Bibliothèque Nationale de France.

Codice miniato dei proverbi medievali. «Il giullare non crede se non riceve», dal ‘Livre des heures avec Proverbes’ (NAL 3134), metà del XV sec. Parigi, Bibliothèque Nationale de France.

Agli antipodi del monaco si trova il giullare: giocoliere, attore, mimo e cantante, già all’epoca romana e poi per tutto il Medioevo intratteneva e divertiva il popolo nelle pubbliche piazze. Questa attività era condannata dalla Chiesa che considerava osceni i passatempi offerti dagli istrioni.
Oltre al sospetto con cui la Chiesa guarda a ogni allettamento visivo o auditivo, che può corrompere la forza dell’animo (ne resta un’eco nel Purgatorio di Dante, nell’episodio di Casella), la condanna colpisce soprattutto l’attore e il danzatore, l’esibizione corporea, il riso, il mascheramento. Nel giullare essa vedeva il residuo di una cultura popolare ancora intrisa di paganesimo (e ciò motiva la scomunica che lo colpì). Lo dimostra l’iconografia del giullare, rappresentato capovolto, simbolo del rovesciamento dell’ordine, del basso, della discesa nell’animalità e quindi nel demoniaco.
Tuttavia, nonostante la condanna dei chierici, l’attività del giullare non solo si diffonde sempre di più nella società cortese e comunale, ma svolge la funzione di mediazione tra cultura popolare e cultura della Chiesa.
Il giullare assume un ruolo importante nel processo di fissazione e diffusione della tradizione epica lungo le vie dei pellegrinaggi. A volte si stabilisce una collaborazione diretta con i chierici stessi a imitare i giullari. Infatti, con la costituzione degli ordini mendicanti, nel XIII secolo i predicatori si trovano costretti a confrontarsi e a misurarsi nella stessa piazza con i buffoni, le cui tecniche discorsive e gestuali hanno una straordinaria presa sul pubblico. San Francesco si proclama “giullare di Dio”.
Alle corti, il giullare si specializza nella recitazione di testi scritti, che a volte compone egli stesso, raggiungendo un grande prestigio, che gli permette di esigere ricompense per la propria prestazione professionale: si avvia così a diventare menestrello, con un impiego fisso e retribuito.
Il mestiere del giullare, pur considerato illecito, tuttavia finisce per affermarsi. Si arriva così a un compromesso: nel Comune si distingue un’attività lecita (quella del giullare vero e proprio, che canta le imprese dei principi e le vite dei santi), e un’attività illecita: nei confronti dei mimi e dei buffoni la condanna resta irremovibile e persisterà fino al Seicento nei confronti delle compagnie itineranti della commedia dell’arte.

Bibliografia:
Antonelli R. –Bianchini S., Dal clericus al poeta, in Letteratura italiana (dir. A. Asor Rosa), Torino 1983, vol. II.
Camporesi P., Rustici e buffoni, Torino 1991.
Saffiotti T., I giullari in Italia. Lo spettacolo, il pubblico, i testi, Milano 1990.

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