La dura vita del contadino

Cit. da Storia della Letteratura italiana (dir. E. Cecchi – N. Sapegno), Torino 2001.

Villano, rustico e «pagano».
La difficile esistenza quotidiana
di un protagonista muto – e sovente
disprezzato – della storia
e dell’economia medievali,
oggetto di innumerevoli pregiudizi
da parte degli abitanti della città.

Contadini al lavoro nei campi. Miniatura da un codice manoscritto degli inizi del XV secolo, in Francia. The Granger Collection, New York.

Contadini al lavoro nei campi. Miniatura da un codice manoscritto degli inizi del XV secolo, in Francia. The Granger Collection, New York.

Che cosa conosciamo della vita del contadino nel corso del Medioevo? Interi volumi di storia ed economia sono stati dedicati all’agricoltura dopo la disgregazione dell’Impero romano d’Occidente.
Il sistema feudale, che caratterizza buona parte dell’età di mezzo, si organizza proprio per facilitare il controllo della terra e quindi dei suoi lavoratori. Sappiamo quanto alcune innovazioni tecniche in agricoltura, come per esempio l’utilizzo di un aratro pesante e la ferratura degli animali da lavoro, siano state il vero motore dello sviluppo economico e sociale. L’aumento della resa dei campi – e quindi la maggiore disponibilità di eccedenze di cibo per il commercio – ha favorito gli scambi e ha permesso alle popolazioni delle città, che non lavorano la terra, di crescere e di diversificare le proprie attività. Poco o tanto che sia quello che conosciamo della vita dell’agricoltore, si tratta però sempre di notizie indirette. La viva voce dei contadini non ci giunge praticamente mai. I villani rimangono, nella stragrande maggioranza dei casi, del tutto analfabeti, almeno in Italia, fino a tempi recentissimi. La loro cultura si trasmette oralmente attraverso le generazioni e non è ritenuta degna di essere fissata nei libri. Per di più essi, a differenza dei cavalieri – a loro volta ignari delle arti e della letteratura e della scrittura -, sono spesso le vittime e non i protagonisti dei rivolgimenti della storia. Le grandi decisioni vengono prese lontano dai loro campi e sopra le loro teste. Che cosa ci parla dunque di loro? In primo luogo, il paesaggio rurale che ci circonda. Esso testimonia l’attività plurisecolare del contadino e rappresenta il risultato degli interventi dell’uomo sulla natura, il compromesso fra le caratteristiche originarie di ogni territorio e le strategie messe in opera dall’uomo per soddisfare i propri bisogni. Quali altre testimonianze ci raccontano della vita del villano?
Le arti del periodo medievale rappresentano spesso il contadino: per esempio, non c’è raffigurazione allegorica dell’anno che non utilizzi i vari lavori agricoli accanto ai segni zodiacali per simboleggiare i mesi, come si può vedere nel ciclo di sculture di Benedetto Antelami, che sono conservate nel Battistero di Parma.
Nel Medioevo e nell’età moderna la cultura scritta, e la letteratura in particolare, si sofferma spesso sull’uomo che vive in campagna. Gli scrittori però manifestano generalmente diffidenza e scherno verso il villano, dando vita a un filone letterario preciso e assai duraturo, la «satira del villano». I termini con cui i lavoratori della terra vengono denominati assumono presto connotazioni negative, come accade a «rustico» e a «villano». In origine, infatti, questa parola indicava semplicemente l’«abitatore della villa» (la grande unità agricola composta da campi, pascoli e bosco accudito dall’uomo, in mezzo alle amplissime aree incolte, che allora ricoprivano l’Europa). Lo stesso termine «pagano» è tradizionalmente interpretato come «abitatore del pagus», ovvero abitatore di un villaggio agricolo. Proprio da qui sembra originare la diffidenza degli uomini colti o urbanizzati verso gli abitatori delle campagne e delle aree più impervie della montagna. In questi luoghi, più difficilmente raggiungibili da preti o predicatori e quindi meno profondamente cristianizzati, si continuano a coltivare gli antichi riti pagani della fecondità (che trovano la loro massima espressione nel Carnevale), il culto degli alberi e delle fonti, pratiche magiche e superstiziose e i sortilegi.
La medicina tradizionale di queste popolazioni, basata sulla conoscenza delle virtù terapeutiche delle piante, suscita la diffidenza della scienza ufficiale delle università ed è considerata alla stregua della stregoneria: questi saperi vengono ulteriormente ritenuti sospetti, perché si trasmettono per linea femminile, di madre in figlia. Nel Medioevo l’immagine del villano risulta dunque caratterizzata da una serie di pregiudizi, che lo rappresentano in sostanza come un essere sub-umano, simile più al bestiame che pascola che al «cristiano» della città. Si nutre di alimenti rozzi, più adatti alle bestie che agli uomini (si crede che la qualità dell’alimentazione influisca direttamente sull’anima e dunque sui sentimenti morali), è sporco, schiavo degli istinti più bassi, ma anche litigioso e ostinato.
Delle bestie ha però anche la furbizia, per cui è spesso capace di architettare e di giocare diverse frodi e numerosi raggiri.

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