La genesi del ceto medio

di A. Poloni, Potere al popolo. Conflitti sociali e lotte politiche nell’Italia comunale del Duecento, Milano-Torino 2010, pp. 9-20.

Venti di rivolta

Tra il 1199 e il 1200 la vita di Reggio Emilia fu improvvisamente sconvolta da una sollevazione popolare. I nobili definirono sprezzantemente gli insorti “Mazzaperlini”, “Ammazzapidocchi”, un’allusione, non proprio velata, alla bassa estrazione sociale della maggior parte di loro. Sempre nel 1200 il popolo di Brescia con un colpo di mano elesse un nuovo podestà. Nello stesso anno a Padova i popolari privarono i nobili dei poteri che esercitavano a vario titolo nelle campagne attorno alla città. Nel 1203 il popolo di Lucca, guidato da Ingherrame da Porcari, esponente di un’importante famiglia signorile del territorio lucchese, si ribellò ai nobili e li affrontò in diversi scontri militari fuori dalle mura cittadine. Anche il popolo di Milano si sollevò contro i nobili in quello stesso 1203. Nel 1206 a Vicenza i popolani, esasperati dalle lotte tra le fazioni aristocratiche, che impedivano il regolare funzionamento delle istituzioni cittadine, irruppero nel palazzo del Comune e nominarono podestà il milanese Guglielmo da Pusterla, che già altrove si era dimostrato sensibile alle istanze del populus. Sempre nel 1206 a Bergamo la potente famiglia dei Suardi tentò di impedire al podestà di convocare un’assemblea di cittadini nella chiesa di Santa Maria Maggiore; questo sopruso provocò la violenta reazione del popolo.
Negli stessi anni e in quelli immediatamente successivi in molte altre città dell’Italia centro-settentrionale si registrano avvenimenti simili. Ma qual è questo “popolo” che irrompe sulla scena comunale all’inizio del Duecento? Chi sono i populares, i popolari? Per ora è sufficiente dire che con il termine “popolo” le fonti duecentesche non indicano genericamente la popolazione cittadina, l’insieme degli abitanti della città, ma fanno riferimento a un movimento politico organizzato, i cui affiliati prendono appunto il nome di “popolari”. Si tratta di un movimento della forza trascinante, capace di coinvolgere migliaia di persone di ogni estrazione sociale in clamorose azioni di protesta.
Il popolo era un movimento di opposizione, e i suoi nemici, i suoi bersagli polemici, erano i potenti, i privilegiati, che nel linguaggio dell’epoca venivano chiamati nobiles, “nobili” o, più comunemente, milites, “cavalieri”. Il vertice della società cittadina era infatti occupato da un numero variabile di famiglie – da alcune decine nelle città più piccole ad alcune centinaia in quelle più grandi – che consideravano come proprio tratto distintivo la possibilità e la capacità di combattere a cavallo. Dall’inizio del Duecento il termine milites venne utilizzato sempre più spesso per indicare l’aristocrazia cittadina nel suo complesso in opposizione ai populares. In effetti l’immagine del cavaliere si prestava bene a riassumere la superiorità prima di tutto economica, ma anche sociale e politica di questo ceto rispetto al resto della società. Il combattimento a cavallo richiedeva innanzitutto notevoli risorse economiche: acquistare una lancia, una spada, un pugnale, un’armatura, ma soprattutto comprare e mantenere uno o, meglio, più cavalli non era certo alla portata di tutti. I cavalieri, inoltre, erano il corpo d’élite militare, un forte impatto scenografico capace di rappresentare visivamente il prestigio, la potenza, l’alterigia della classe alla quale appartenevano. Questa aristocrazia militare controllava le istituzioni e occupava praticamente tutte le cariche politiche del Comune.
L’improvvisa capacità di iniziativa dimostrata dal popolo all’inizio del Duecento diede inizio a decenni di lotte, di accordi precari, di tensioni controllate a fatica, di rivolte violente e di infiniti dibattiti nelle grandi sale dei palazzi comunali. Non che la vita che prima di allora si svolgeva all’ombra delle mura cittadine si possa definire pacifica, almeno non nel senso che attribuiamo oggi a questo aggettivo. I milites avevano costruito la loro identità di gruppo sulla guerra, sull’abilità nel combattimento, ed era inevitabile che l’ideologia e il linguaggio che facevano da sfondo alla loro preminenza influenzassero il loro comportamento anche in tempo di pace. Uno sgarbo, un’offesa, un qualunque atto che potesse essere interpretato come una mancanza di rispetto dava luogo a conflitti che dilagavano rapidamente, coinvolgevano prima nuclei familiari, poi lignaggi interi e infine gruppi di famiglie alleate tra loro. Le inimicizie familiari si tramandavano di padre in figlio e riesplodevano periodicamente in faide, guerricciole, agguati. I conflitti non rimanevano relegati nel privato – ammesso che per il XII secolo si possa davvero parlare di una sfera privata separata da quella pubblica. Le guerre tra famiglie e tra gruppi di famiglie si intrecciavano e si sovrapponevano alla lotta per il potere, gli odi personali irrompevano immancabilmente nelle assemblee dove si decideva la politica cittadina.
Anche prima della repentina comparsa del popolo, dunque, la vita nelle città non scorreva certo tranquilla; possiamo dire anzi che il conflitto e lo scontro, verbale e fisico, erano connaturati all’esistenza stessa del Comune, non costituivano l’eccezione, il momento di trasgressione, ma piuttosto una regola con la quale a lungo si convisse senza troppi problemi. Il conflitto, inoltre, non rimaneva confinato all’interno del ceto dei milites. I lignaggi aristocratici disponevano di un’ampia rete di alleati, amici, supporters e clienti che affondava in tutti gli strati della società e che comprendeva – oltre a un numero variabile di pari in grado – ricchi mercanti che a volte, magari in cambio di prestiti o sovvenzioni, si erano visti concedere l’onore di un matrimonio con una fanciulla blasonata, piccoli proprietari terrieri e artigiani bisognosi di protezione, contadini dipendenti che lavoravano sulle terre dei milites. La società comunale era, a tutti i livelli, una società turbolenta e per molti versi violenta.
Ciò non significa che l’ingresso del popolo sulla scena pubblica abbia semplicemente aggiunto un ulteriore elemento di complicazione a un quadro già di per sé piuttosto mosso. Il nuovo protagonismo del popolo rappresentò, all’inizio del Duecento, un fenomeno del tutto inedito. Per la prima volta a prendere autonomamente l’iniziativa di dar vita a un movimento di opposizione furono i gruppi sociali esclusi dal potere, estranei alla cerchia privilegiata dei milites, coloro che, se pure in passato avevano preso parte alla vita politica del Comune, lo avevano fatto in modo del tutto marginale e subordinato alle esigenze dei potenti.
Certo in molti casi, soprattutto in questa prima fase, il popolo si scelse una guida militare e carismatica all’interno dello stesso ceto dei milites o tra gli esponenti più irrequieti delle grandi famiglie di signori rurali che proprio a cavallo tra il XII e il XIII secolo stavano scegliendo in gran numero di abbandonare i castelli e le fortezze sparsi per le campagne per godersi gli agi della vita di città. È innegabile che i nobili che accettavano di appoggiare le rivendicazioni popolari fossero spesso mossi da un calcolo politico, e che intendessero giocare questa nuova carta nell’ambito della tradizionale competizione tra famiglie aristocratiche.
Tutto ciò non cambia però nella sostanza i termini della questione. Fino a quel momento i mercanti, i bottegai, gli artigiani, i piccoli proprietari terrieri avevano preso parte al conflitto, che era allo stesso tempo economico, sociale e politico, soltanto all’interno dei seguiti armati e delle reti clientelari che facevano capo alle famiglie aristocratiche. Dall’inizio del Duecento essi tentarono di conquistarsi uno spazio nella vita pubblica puntando non più sulle relazioni verticali con i potenti, ma sulla solidarietà orizzontale che li legava agli altri esclusi, a tutti coloro che, al di là delle differenze, spesso notevoli, di status e di condizione economica, erano accomunati dal fatto di essere dei non milites. Di essere cioè dei pedites, gente che combatte a piedi, un’altra etichetta che i nuovi protagonisti scelsero spesso per sé in aggiunta a quella di populares, o al posto di essa.
Il conflitto tra milites e populus ha inoltre una natura e un contenuto profondamente diversi dalle lotte tra i lignaggi aristocratici. Certo, il popolo desiderava una maggiore partecipazione alla vita politica del Comune e, bisogna ammetterlo, era anche animato da una certa ostilità di classe nei confronti dei milites. Ma la vera novità è che il popolo, a differenza delle fazioni nobiliari che da sempre si scontravano per le strade della città, aveva, come vedremo, qualcosa di molto simile a un programma politico. Esso non intendeva semplicemente prendere parte all’accaparramento delle cariche comunali, alla spartizione delle risorse economiche legate al controllo delle istituzioni – anche se questo aspetto non era certo assente – ma intendeva affermare una sua concezione della politica, una sua precisa idea di come dovesse funzionare il Comune, di quale dovesse essere il comportamento della classe dirigente, di quale dovesse essere il rapporto tra governanti e governati.

Ambrogio Lorenzetti, Allegoria degli Effetti del Cattivo Governo in Campagna (1338-1339). Parete di sinistra della Sala dei Nove, Palazzo Pubblico, Siena.

Ambrogio Lorenzetti, Allegoria degli Effetti del Cattivo Governo in Campagna (1338-1339). Parete di sinistra della Sala dei Nove, Palazzo Pubblico, Siena.

Lotta di classe senza la classe

La lotta del popolo era quindi qualcosa di simile a una lotta di classe. Il problema è che il popolo non può in alcun modo essere considerato una classe. In effetti populus, populares, pedites erano contenitori politici molto capienti riempiti con gli oggetti più disparati. Dentro il popolo si incontravano gruppi sociali, interessi economici, sensibilità politiche profondamente diverse tra loro.
In prima linea nel populus troviamo spesso mercanti di una certa levatura. Nelle città economicamente più dinamiche – come Lucca, Siena, Firenze, Asti – si tratta anche di uomini d’affari impegnati nei traffici internazionali e in attività finanziarie di alto livello, spesso in rapporto con le principali corti europee. A un gradino inferiore, un po’ in tutte le città dell’Italia centro-settentrionale, non mancano i mercanti di medio rango, che hanno saputo conquistarsi un certo benessere grazie agli scambi a livello locale, regionale o sovraregionale e lucrando, attraverso la concessione di prestiti, in genere su pegno, sulle difficoltà economiche di monasteri, enti ecclesiastici e persino famiglie aristocratiche in decadenza.
I mercanti di alto e medio rango solo a fatica possono essere fatti rientrare nella categoria, del resto tutt’altro che ben definita, degli esclusi dalla politica. I membri più intraprendenti di questo gruppo già all’inizio del Duecento mettevano a disposizione del Comune le loro peculiari competenze nella gestione del denaro ricoprendo incarichi di carattere amministrativo e fiscale. Non è raro trovare mercanti, anche provenienti da famiglie di origine recente, nella veste di tesorieri del Comune, o responsabili della riscossione di qualche imposta.
Le famiglie benestanti avevano inoltre un’altra possibilità di avvicinarsi alle stanze del potere: avviare i loro rampolli alle professioni giuridiche. Proprio negli anni a cavallo tra il XII e il XIII secolo in tutti i Comuni si andava definendo, per andare incontro alle esigenze di una società resa sempre più complessa e stratificata dall’incremento demografico e dalla crescita economica, un sistema giudiziario articolato in una serie di tribunali (curie) con diverse competenze. C’era dunque bisogno di giudici, e in questo campo la cultura personale e la preparazione professionale erano spesso determinanti, al di là dell’origine familiare. Come in altre epoche, in sostanza, i cittadini che ne avevano le possibilità economiche puntavano anche sull’istruzione come fattore di mobilità sociale. Bisogna inoltre considerare che all’inizio del Duecento molti esperti del diritto provenivano ancora dalle fila della militia, e che dunque avere un giudice in famiglia consentiva di stringere relazioni con personaggi molto influenti. Il denaro, in pratica, permetteva ai mercanti di maggior successo di entrare in contatto con gli ambienti più esclusivi e di frequentare i luoghi dove si prendevano le decisioni che riguardavano la città.
L’attività mercantile non era comunque, tra XII e XIII secolo, l’unica strada per raggiungere una certa agiatezza e nutrire fondate ambizioni di ascesa sociale. Il XII secolo, in particolare la seconda metà, fu caratterizzato da un forte aumento della popolazione delle città comunali. All’incremento demografico che caratterizzò nello stesso periodo tutta l’Europa si aggiunse infatti il fenomeno dell’inurbamento degli abitanti delle campagne. Attratti dalle tante opportunità economiche offerte dall’ambiente urbano, piccoli e medi proprietari rurali, artigiani che lavoravano nei villaggi, ma anche contadini senza terra che non riuscivano più a sfamare la famiglia con gli appezzamenti presi in affitto si spostavano dentro le mura della città o nei borghi che si sviluppavano rapidamente a ridosso di esse. Tutta questa gente però doveva essere nutrita. Il mercato cittadino assorbiva gran parte della produzione delle campagne, ma spesso per soddisfare le necessità di una popolazione sempre più numerosa e sempre più esigente si era costretti a ricorrere all’importazione di prodotti alimentari da altre aree. Inevitabilmente si innescavano fenomeni inflazionistici: si è calcolato, per esempio, che a Lucca nel periodo compreso tra il 1160 e il 1200 i prezzi aumentarono del 150%, con un picco negli anni novanta.
I proprietari terrieri, almeno quelli che per vivere non erano costretti a coltivare direttamente la loro terra, ma la davano in affitto ai contadini, non se la passavano affatto male. I prodotti dei loro campi si vendevano molto bene. Certo l’inflazione provocava una rapida perdita di valore degli affitti percepiti in denaro, ma esisteva una soluzione. Quasi ovunque, tra il XII e il XIII secolo, i canoni in denaro vennero sostituiti da affitti in natura, che potevano essere proficuamente commercializzati sul mercato cittadino. I proprietari più intraprendenti ricontrattarono gli affitti con i contadini e imposero loro condizioni più pesanti e il versamento di una quota maggiore dei raccolti.
Insomma, all’inizio del Duecento non erano pochi i piccoli e medi proprietari residenti in città che si possono definire benestanti. La città offriva loro anche possibilità per far fruttare il denaro. Essi potevano per esempio finanziare le attività di qualche mercante, oppure investire in prestiti su pegno a chiese e monasteri in difficoltà. Spesso gli enti religiosi non riuscivano a restituire il muto e il prestatore si teneva il pegno, in genere costituito da un appezzamento di terra. In questo periodo di forte crescita economica perciò anche i medi e persino i piccoli proprietari terrieri riuscivano in alcuni casi a dare un’istruzione superiore ad almeno uno dei loro figli e a vederlo inserito nell’ambiente prestigioso dei giudici che prestavano servizio nei tribunali cittadini.
Tra il XII e il XIII secolo, in tutti i Comuni italiani erano tante le famiglie impegnate in una faticosa scalata sociale. Un esempio può essere utile per rendere un po’ meno anonima questa folla che forse non ha ancora ricevuto dagli storici tutta l’attenzione che meriterebbe. Gli Onesti furono nella seconda metà del Duecento una tra le famiglie più in vista del nuovo gruppo dirigente formatosi a Lucca dopo l’affermazione del popolo. Onesto, il capostipite eponimo della famiglia, visse nella seconda metà del XII secolo. Di lui non sappiamo praticamente nulla; negli archivi di Lucca non si è conservato un solo documento che lo riguardi direttamente. L’unica cosa che sappiamo è che ebbe cinque figli, e tutti ricevettero dal padre il sostegno economico e morale necessario per farsi strada ai livelli più alti della società cittadina. Onesto doveva quindi essere benestante: si trattava con ogni probabilità di un piccolo proprietario terriero che riuscì ad approfittare del trend economico fortemente positivo della seconda metà del XII secolo. Forse era immigrato dal contado; quello che è certo è che viveva nel Borgo di San Frediano, la parte della città esterna al “centro storico” circondato dalle mura altomedievali dove si concentravano le residenze dei milites. San Frediano, alla fine del XII secolo, era un po’ la “periferia” di Lucca, dove vivevano le famiglie di più recente immigrazione, gli artigiani e tutti gli addetti alle attività produttive, gli “uomini nuovi” che cercavano di approfittare delle opportunità offerte dallo stimolante ambiente cittadino.
Tancredo, uno dei figli di Onesto, divenne un esperto di diritto, e nelle fonti compare come causidicus. Tale qualifica indicava una formazione bolognese, al contrario del titolo di iudex, che era conseguibile attraverso una preparazione interamente locale. Questa circostanza è indicativa dell’ambiente di Onesto e delle sue notevoli possibilità economiche. Tancredo ebbe una carriera ben avviata e fin dagli anni novanta del XII secolo mise le sue competenze a disposizione dei vari tribunali cittadini. Noradino, un altro figlio di Onesto, sfruttò al meglio l’estesa rete di contatti nella quale il fratello era in grado di introdurlo e s’impegnò in politica, riuscendo in breve tempo a diventare uno dei leaders del nascente movimento popolare. Gli ultimi tre fratelli, Benetto, Gualterio e Ughetto, scelsero invece la mercatura.
Nei primissimi anni del Duecento l’economia lucchese stava cambiando volto sotto gli effetti di quel fenomeno che gli storici definiscono “rivoluzione commerciale”, paragonabile, per la portata delle trasformazioni che produsse, alla “rivoluzione industriale” che apre l’età contemporanea. Da secoli gli artigiani lucchesi si erano fatti una certa fama per la loro abilità nella lavorazione della seta. Si trattava però di una piccola produzione locale, che non era in grado di rivaleggiare con la ben più sviluppata industria serica del mondo bizantino. Dall’inizio del XIII secolo, tuttavia, la manifattura serica lucchese subì un forte sviluppo e cominciò a esportare i suoi prodotti soprattutto in Francia e, più tardi, in Inghilterra. Nel giro di pochi decenni Lucca, l’unica città del mondo occidentale specializzata nella lavorazione della seta, ottenne il monopolio di fatto della fornitura di tessuti serici alle corti reali e principesche e alle aristocrazie del nord Europa.
Benetto, Gualterio e Ughetto, i tre figli di Onesto, furono tra i Lucchesi artefici di questo fondamentale salto di qualità. Dai primissimi anni del Duecento i fratelli si dedicarono all’affare, sempre più redditizio, dell’importazione a Lucca della seta greggia che veniva utilizzata nelle botteghe cittadine per la produzione degli zendali, i leggerissimi tessuti di seta per i quali Lucca divenne presto celebre in tutta Europa. Benetto, Gualterio e Ughetto acquistavano la materia prima a Genova; fin dal XII secolo infatti i Lucchesi, che avevano un pessimo rapporto con la vicina Pisa, si servivano del porto genovese per tutte le loro esigenze di contatto con l’esterno.
Il popolo però non era composto soltanto da mercanti di successo e proprietari benestanti alla ricerca del loro posto al sole. Al di sotto di questo livello superiore c’era un ampio strato medio dai contorni indefiniti, composto da piccoli mercanti locali, bottegai e artigiani specializzati nelle diverse fasi nelle quali si articolavano le produzioni di punta delle città comunali, in particolare le manifatture tessili. Anche in questo caso si trattava spesso di famiglie non prive di ambizione, anch’esse beneficiate dal lungo ciclo economico positivo che si aprì tra la fine del XII e l’inizio del XIII secolo. Bisogna ammettere tuttavia che di questa folla di tessitori, tintori, filatori, lanaioli, commercianti di panni con la bottega nel centro cittadino sappiamo poco. Più si scende la scala sociale più le tracce documentarie si rarefanno e diventa difficile ricostruire storie personali e familiari con la ricchezza di particolari consentita, per esempio, per i figli di Onesto.
Molti dei mercanti e dei proprietari terrieri dei quali abbiamo parlato nelle pagine precedenti, infatti, hanno dato vita a famiglie che, grazie anche al successo politico legato all’affermazione del popolo alla metà del Duecento, hanno mantenuto un poso centrale nella società cittadina per decenni o addirittura per secoli. La lunga sopravvivenza di queste famiglie, molto interessate alla perpetuazione della propria memoria familiare e, più materialmente, alla custodia degli atti notarili che comprendevano i loro diritti patrimoniali ed economici – che potevano essere contestati a distanza di generazioni – , ha fortemente aumentato la chance di conservazione dei documenti che le riguardavano direttamente. È invece più raro che gli artigiani e i bottegai che componevano il livello medio del popolo riuscissero a fondare dinastie familiari della storia plurisecolare. Insieme alla memoria familiare si sono perciò dispersi anche gli atti notarili che hanno scandito le diverse fasi della loro esistenza.
Tanto più sono condannati all’anonimato i cittadini che facevano parte del livello inferiore del popolo, ovvero soprattutto gli artigiani dediti alle attività che, pur essendo indispensabili per far fronte alle esigenze di una popolazione cittadina in continua crescita, non erano legate al commercio internazionale, interregionale o almeno regionale: calzolai, fabbri, macellai, fornai, mugnai, maestri muratori e falegnami ecc. Per la verità questo gruppo non è sempre facilmente distinguibile da quello precedente. In effetti all’interno dell’ampio ed eterogeneo mondo artigiano esisteva un’estrema varietà di condizioni economiche. Non tutti i calzolai, per esempio, erano uguali; alcuni di essi, grazie alla loro particolare abilità professionale, riuscivano a farsi una clientela altolocata e giungevano a livelli di benessere che nulla avevano da invidiare a quelli dei più apprezzati tintori che operavano i tessuti destinati all’esportazione, o addirittura a quelli di molti mercanti di piccolo calibro. Sarebbe dunque forse più corretto inserire nello strato medio tutti gli artigiani che, al di là della loro specifica professione e del fatto che fossero legati o meno al commercio extra-cittadino, erano riusciti a farsi un nome e avevano raggiunto livelli di ricchezza decisamente superiori alle medie dei loro “colleghi”. Nello strato inferiore rimarrebbero dunque gli altri artigiani, che vivevano dignitosamente del loro lavoro, e i lavoranti e gli apprendisti che prestavano servizio nelle botteghe artigiane.
Del resto non ha alcuna importanza fissare partizioni precise tra i diversi livelli sociali ed economici degli appartenenti al popolo. Questo tentativo anzi, a voler ben vedere, è piuttosto insensato se si considerano le caratteristiche peculiari della realtà comunale dell’inizio del Duecento. Si trattava di una società in movimento e in trasformazione, estremamente fluida, nella quale per i cittadini più intraprendenti, qualunque fosse la loro origine, i passaggi da un livello all’altro non erano affatto impossibili, e neppure tanto rari. Ci furono anche casi di artigiani che riuscirono ad accumulare un capitale sufficiente per dedicarsi con profitto alle attività commerciali e inserirsi a pieno titolo nel ceto dei grandi mercanti, o che misero in atto una scaltra politica di acquisti fondiari e si integrarono nel gruppo dei proprietari terrieri. Quello che si è tentato di fare nelle pagine precedenti non è tanto descrivere in maniera soddisfacente le articolazioni della società comunale – ammesso che ciò sia possibile – , ma piuttosto dare un’idea, anche approssimativa, della complessità e dell’eterogeneità del raggruppamento che definiva se stesso populus.
In ogni modo una cosa deve essere chiara. Il confine inferiore del popolo era rappresentato da piccoli artigiani e lavoranti, gente comunque che viveva dignitosamente. Nel popolo non c’erano veri poveri, indigenti che non riuscivano a guadagnarsi il pane, disperati che non avevano nemmeno un tetto sopra la testa. Semplificando, potremmo dire che il popolo rappresentava la parte produttiva della città: esso raccoglieva tutti coloro che improvvisamente si erano resi conto di costituire la componente più vitale e avanzata dell’economia e della società, e che pensavano che questo fatto incontrovertibile desse loro diritto a un più ampio spazio politico.
Il popolo, in conclusione, non era una classe sociale preesistente, definita da particolari caratteristiche economiche e dotata di una precisa identità collettiva, che a un certo punto entrò in conflitto con la classe dominante dei milites. Esso era invece un’organizzazione costruita interamente ex novo a cavallo tra il XII e il XIII secolo, attraverso la scomposizione di legami sociali preesistenti e la ricomposizione di forme di solidarietà del tutto nuove, che avvicinavano gruppi sociali che in apparenza avevano ben poco in comune. Questo processo, eccezionalmente rapido, di costruzione di nuove forme di aggregazione e di identità sociale rende a mio parere questa fase una delle più importanti – o forse la più importante – della storia dei Comuni dell’Italia centro-settentrionale.
[…]

Miniatura dai 'Tacuina sanitatis' (XIV sec.), raffigurante la vendita di forniture in seta.

Miniatura dai ‘Tacuina sanitatis‘ (XIV sec.), raffigurante la vendita di forniture in seta.

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