La Postilla amiatina

cit. mongr. A. Roncaglia, I primi passi del volgare, in Storia della Letteratura italiana – vol. I, Le origini e il Duecento (dir. E. Cecchi – N. Sapegno), Torino 1970; pp. 208-209.

Notary-Datini51 […] In Toscana, dove la tradizione scolastica era ben salda, il volgare non oltrepassa funzioni private, di familiare confidenzialità. Entro tali limiti si definisce, in modo sintomatico, «la prima voce volgare che ci perviene dalla regione in cui la lingua italiana trovò i suoi più puri accenti» (Leicht). Sono poche parole – legate forse, se le assonanze hanno un peso intenzionale, in tre versicoli – che il notaio Rainiero aggiunge in calce a una carta del 1087, con la quale un tal Miciarello e sua moglie Gualdrada facevano donazione di tutti i loro beni all’abbazia di San Salvatore sul Monte Amiata:

Ista cartula est de caput-coctu:
ille adiuvet de illu rebottu
qui mal consiliu li mise in corpu.

È facile constatare quanto scarsa sia ancora, in queste parole, l’autonomia, almeno grafica, del volgare. «Il notaio Rainiero non sa scrivere che in latino, e ogni parola del suo volgare che deve scrivere non sa scriverla che riferendosi al latino. Pronunciando capucottu, scrive caput-coctu. Diceva è, e scrive est…» (Migliorini). Tuttavia, la sua intenzione di scrivere parole volgari risulta chiara dal confronto con il testo latino della carta. Meno facile è capire che cosa egli abbia voluto dire esattamente con quella postilla marginale, dove si direbbe che l’uso del volgare intenda sottolineare un tono appunto di confidenzialità familiare, e contrapporlo, con la contrapposizione dei piani linguistici, al carattere di formale ufficialità dell’atto latino. Apparentemente il tono è scherzoso, anzi scanzonato: caput-coctu significa «testa calda», «innamorato» o «ubriaco»; rebottu, ossia «ribaldo», può intendersi come allusione al Maligno, al diavolo. Ma con il qualificare di caput-coctu il soggetto della cartula, cioè il donatore Miciarello, e di mal consiliu quella sua intenzione cui la carta dà forma giuridica, con l’attribuire, per di più, l’ispirazione del mal consiliu addirittura al diavolo, o comunque a un malvagio, il notaio non infirmava la capacità legale del donatore e la stessa validità dell’atto di donazione? Si sarebbe tentati di supporlo, se l’esemplare della carta recante quella postilla non fosse per l’appunto l’originale conservato dall’abbazia donataria, la quale non avrebbe potuto accettare, senza incredibile ingenuità, un documento così inficiato. Oppure il notaio allude in modo ironico (ma, per la verità, un po’ troppo ermetico) a qualche colpa di cui Miciarello si fosse in precedenza macchiato, a qualche errore in cui egli fosse ricorso, e augura che la donazione giovi all’anima sua contro il Maligno ispiratore di quella colpa o di quell’errore? O ancora si tratta […] di una clausola cautelativa, di riserva, come usava per donazioni condizionate, destinate unicamente a garantire la restituzione di un prestito, e da annullarsi con l’estinzione del debito? Sono interrogativi cui sinora non si è data, né sapremmo dare ora, una risposta soddisfacente. Qualcuno pensa anche ad una donazione fittizia, per evitare aggravi fiscali (il mal consiliu sarebbe dunque la «frode»). La questione, del resto, è per noi di secondaria importanza. Quel che più interessa è che qui il volgare faccia capolino solo ai margini della lingua ufficiale, e ad essa si contrapponga, pur nella sua scarsa autonomia grafica, come portatore di un’intenzione espressiva la quale, comunque se ne interpreti il contenuto, vuole evidentemente sottrarsi all’ambito formale dell’ufficialità.

Bibliografia:

Cocito L., Per la postilla amiatina, «Giornale italiano di filologia» 8, 1954.
Leicht P.S., Versi volgari del 1087, «Rendiconti dell’Accademia dei Lincei» 18, 1909.
Ruggieri R.M., Sul metro della postilla amiatina, «Studi romanzi» 31, 1947;
Ruggieri R.M., Per l’interpretazione della postilla amiatina, «Lingua nostra» 10, 1949.
Ruggieri R.M., La lingua della postilla amiatina, «Cultura neolatina» 9, 1949.

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