La vita religiosa a Firenze nel Duecento

di B. Beuys, La nascita del libero Comune. Né col Papa né con l’Imperatore in Firenze nel Medioevo. Vita urbana e passioni politiche (1250-1530), Milano 2000, pp. 31-34.

[…] Allorché, nell’ottobre 1226, Francesco giaceva moribondo sulla fredda terra della sua amata chiesa della
Porziúncola, il suo sogno di una comunità povera e felice era svanito, il suo lavoro di una vita praticamente fallito. Francesco intese costruire una comunità di fratelli, e ognuno di essi avrebbe dovuto percorrere quelle terre predicando, vestendo di solo saio, senza beni di sorta – in denaro o in istruzione – e disprezzato come, prima di lui, Gesù e i suoi apostoli. Non voleva regole, né fondare conventi, tuttavia alla fine si piegò alla madre Chiesa. Frate Francesco diede infine l’assenso a una regola che contrastava con i suoi obiettivi iniziali, e fu testimone forzato dell’affermarsi di case religiose e di strutture conventuali, vide nascere un nuovo ordine religioso composto da uomini svincolati dalla sua cerchia.
Neppure i contemporanei del Fondatore s’accorsero che egli mirava ad altro. I frati mendicanti di Francesco apparvero loro un miracolo, un pegno di tempi buoni e promettenti. Sfuggì loro che proprio la gloria del mondo avrebbe presto distrutto l’ideale dei frati mendicanti. Il Duecento, secolo colmo di guerre, avido e mercantesco, bevve il messaggio dei nuovi frati come un assetato l’acqua: dovunque ci sarebbe stata pace, solidarietà con i più poveri e i più deboli. Non ci sarebbero più stati padroni e signori, solo amici e amiche in Cristo: nel mondo e nella Chiesa.

Chiesa detta 'Porziúncola' (vista dall'abside). Pietra, IV secolo. Assisi, Santa Maria degli Angeli.

Chiesa detta ‘Porziúncola’ (vista dall’abside). Pietra, IV secolo. Assisi, Santa Maria degli Angeli.

Quando Francesco morì, Domenico di Guzmán, di nobiltà terriera spagnola e fondatore di un ordine religioso, era morto da cinque anni. Radicali al pari dell’uomo di Assisi, Domenico aveva predicato ai suoi discepoli la povertà e una vita esemplare soprattutto per ridare credibilità alla Chiesa. Contrariamente a Francesco, Domenico aveva fondato espressamente un ordine che con profonda dottrina e argomenti convincenti dissuadesse dall’errore degli eretici che per la prima volta avevano scosso il solido edificio della Chiesa.
Firenze era un rifugio sicuro per gli eretici. I Catari, i «Puri», che si erano diffusi nel Mezzogiorno della Francia, avevano qui una sede episcopale clandestina e vivevano tranquilli in città, dove avevano conquistato alcuni cittadini influenti. La scomunica del vescovo cattolico aveva poco effetto poiché i Fiorentini non si curavano troppo della sua autorità, che d’altronde egli non imponeva con eccessiva severità. Finché nel 1232 intervenne il Papa. I frati di Domenico, innalzato in gran fretta all’onore degli altari nel 1234, presero in veste di inquisitori a dar la caccia agli eretici, come i cani alla selvaggina.

Miniatura dal Ms. Cotton Nero E II Pt 2, f. 20 verso, delle «Grandes Chroniques de France» (1415). L'espusione degli Albigesi (Catari) da Carcassonne nel 1209. London, British Library.

Miniatura dal Ms. Cotton Nero E II Pt 2, f. 20 verso, delle «Grandes Chroniques de France» (1415). L’espusione degli Albigesi (Catari) da Carcassonne nel 1209. London, British Library.

Nel 1244 tocca a Firenze. Arriva sull’Arno il temuto cacciatore di eretici Pietro da Verona, un domenicano, che insieme con il confratello fiorentino Ruggero de Calcagni istruisce – in piena guerra intestina tra guelfi e ghibellini – un processo dopo l’altro, e i giudici ecclesiastici affidano i rei confessi al braccio della giurisdizione secolare. In quegli anni confusi che precedono la prima Repubblica fiorentina la giurisdizione secolare è filo-imperiale e quindi anti-papale. Ma i Domenicani non hanno scrupolo, al mattino, di patteggiare con gli imperiali ai danni degli eretici per poi, al pomeriggio, azzuffarsi a sangue con quelli sulle barricate. Quando due anni dopo Pietro lascia Firenze i pochi eretici sopravvissuti sono ridotti alla clandestinità e non si riprenderanno più, e i cittadini useranno le loro energie per altre battaglie. Dopo la vittoria del governo popolare nel 1250 gli eretici non hanno più storia e i frati mendicanti in semplice saio diventano una presenza familiare in città, anche se Santa Croce e Santa Maria Novella, le rispettive chiesette dei Francescani e dei Domenicani, si trovano fuori le mura del tempo. In Firenze devono essere allargati gli spazi pubblici perché possano contenere la moltitudine che accorre alle prediche dei frati mendicanti. Il nuovo ideale di povertà acquista grande favore, sicché in poco tempo sorgono una mezza dozzina di comunità religiose di mendicanti che la società cittadina accoglie senza distinzione come ospiti benvenuti.

Beato Angelico, San Pietro da Verona Martire. Tempera su legno, 1340-1345. London, Hampton Court Palace.

Beato Angelico, San Pietro da Verona Martire. Tempera su legno, 1340-1345. London, Hampton Court Palace.

Firenze è fiera dell’ordine mendicante locale dei Serviti o Servi di Maria, che hanno eretto il loro convento nel Cafaggio, una zona a nord-est del Duomo e del Battistero. La storia di questo singolare ordine fiorentino si inizia con sette laici, altrettanti mercanti danarosi che in quegli agitati anni ’40 d’un tratto ai beni terreni antepongono quelli celesti e fondano una comunità monacale per appoggiare la lotta della Chiesa romana contro gli eretici. Nel 1251 i Serviti son in grado di posare accanto al loro convento la prima pietra di una chiesa dedicata alla Santissima Annunziata. Nel medesimo anno gli eremiti Agostiniani che avevano un monastero nel contado si trasferiscono in un terreno urbano sulla sponda meridionale dell’Arno donato loro da un ricco cittadino. Qui esistono ancora le tracce della chiesa e del monastero di Santo Spirito distrutti da un incendio.
I nuovi ordini esercitano una grande attrattiva e suscitano fiducia perché non pretendono di imporre a tutti il loro rigoroso ideale, anzi dimostrano stima per le attività profane dei cittadini. A chi non se la sente di abbandonare tutto per servire unicamente a Dio i frati mendicanti offrono la possibilità, fin’allora impensabile, di partecipare attivamente alla vita spirituale e nel contempo di impegnarsi altruisticamente per il bene del Comune. Le prime due importanti confraternite fiorentine risalgono al 1244 e sono opera di Pietro da Verona, il quale le ideò come sostegno laico ai capi spirituali impegnati nella lotta contro i nemici della Chiesa romana. L’una – detta confraternita della Fede – si scioglie logicamente quando circa due anni dopo gli eretici vengono debellati. L’altra – la Compagnia maggiore della Vergine Maria – si sdoppia. Ne nasce la confraternita di Santa Maria del Bigallo, dalla quale cresce la celebre confraternita della Misericordia con il suo palazzo a sud del Battistero, un palazzo in cui parla tanta tradizione. Ancor oggi per i Fiorentini costituisce un punto d’onore impegnare il tempo libero nell’assistenza ai malati e ai moribondi: lo vuole la loro adesione alla Misericordia. Nella seconda di queste più antiche confraternite – la compagnia delle Laudi di Santa Maria Novella – si riconoscono ancora gli stretti legami con il convento dei Domenicani.

Pedro Berreguete, San Domenico presiede un Auto-da-fé. Olio su tavola, 1495 ca. Madrid, Museo del Prado.

Pedro Berreguete, San Domenico presiede un Auto-da-fé. Olio su tavola, 1495 ca. Madrid, Museo del Prado.

Le due confraternite sono esempi di un’istituzione che – sotto la guida dei Domenicani e dei Francescani – ha sempre attirato gran numero di uomini delle cerchie dominanti della città. Le confraternite sono organizzate sul modello del governo cittadino: un microcosmo con priori, capitani, consiglieri, tesorieri, stemmi e processioni propri. Ogni confraternita ha i suoi santi particolari e la propria chiesa che è luogo di ritrovo quotidiano. Ma i partecipanti non sono mute presenze al sacrificio della messa, separate dal sacerdote da un’altra transenna; si stringono intorno all’altare come semplice popolo della Chiesa e con reale partecipazione. La compagnia delle Laudi esprime nel nome la caratteristica che contraddistingue anche le altre confraternite: nelle devozioni in comune vengono cantate le laudi, antichissimi inni in onore della Vergine Maria e di tutti i Santi, canti liturgici fin’allora riservati al clero e che ora, grazie alla partecipazione dei laici, ancor prima della fine del Duecento vengo trascritti in volgare.
Le pratiche devozionali comuni in giorni fissi sono soltanto una delle attività delle confraternite. Infatti ai loro membri non è chiesto di pensare esclusivamente all’aldilà, essi devono meritarselo qui sulla terra con le buone opere. L’attrattiva di tali unioni sta appunto in questo, nell’offrire ai loro membri una comunità in cui essi svolgono un’attività al di fuori degli ambienti di chiesa e della cerchia familiare. È un crescendo di iniziative pubbliche, soprattutto sociali. una confraternita si prende cura dei malati o assiste i condannati a morte; un’altra soccorre i concittadini poveri o provvede a seppellire i morti. Sono tante le cose da fare in un Comune che non conosce altra rete sociale al di fuori della famiglia e dell’amore per il prossimo in ambito ecclesiale. Quando muore un membro della confraternita i confratelli lo avvolgono nel loro stendardo e lo accompagnano alla tomba al lume di fiaccole e ceri. E le preghiere della comunità ne mantengono viva la memoria molto oltre la sua morte.
Gli statuti della confraternita chiedevano una vita devota e regolata: proibivano i giochi a carte e ai dadi, la regolare frequentazione delle taverne, gli amori segreti, e chiedevano l’obbedienza ai pastori d’anime. Comandamento supremo era il rifuggire dalle discordie con i vicini e dalle zuffe cruente per le strade. L’adesione alle confraternite era motivo per cui un numero sempre crescente di cittadini si ritrovasse regolarmente alle messe per la pace. Le virtù religiose e gli ideali della nuova comunità cittadina s’intrecciavano con naturalezza. Più concrete, più tangibili delle comunità dei frati mendicanti, le confraternite divennero il modello per una città lacerata da discordie e odi. Esse crearono un’identità sociale su una base religiosa. Dimostrarono che fratellanza,, pace e concordia non sono un’utopia astratta, ma possono rappresentare un’alternativa stimolante e praticabile.
Il fascino dell’utopia è tanto più forte quanto più ampio è il solco che separa dalla realtà. Oppure si tratta di una lettura troppo ottimistica dei motivi che agitano, sollecitano e cambiano gli uomini? Le immagini speculari di una vita diversa e migliore non sono forse semplicemente parte di ogni quotidianità, una contraddizione scontata, testimoni liberatori di una società troppo umana?

Miniatura dal «Le Miroir Historial (Vol. IV)» (1400-1410). Papa Innocenzo IV invia frati domenicani e francescani a convertire i Tartari. Paris, Bibliothèque nationale de France.

Miniatura dal «Le Miroir Historial (Vol. IV)» (1400-1410). Papa Innocenzo IV invia frati domenicani e francescani a convertire i Tartari. Paris, Bibliothèque nationale de France.

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