Le leggi di Federico

di S. Bartoloni, in Enciclopedia Treccani.

Castello di Melfi. Luogo in cui Federico II emanò le Costituzioni melfitane, 1230-31. Foto di M. Perillo.

Castello di Melfi. Luogo in cui Federico II emanò le Costituzioni melfitane, 1230-31. Foto di M. Perillo.

Come la figura di Federico II anche le Constitutiones Melphitanae sono state variamente valutate. Se ne può parlare, seguendo l’interpretazione che ha avuto Ernest Kantorowicz tra i suoi principali esponenti, come delle leggi del primo stato moderno d’Europa o come di una normativa giuridica che «non segna l’avvento di un nuovo Giustiniano […], manca dell’ampio respiro e dell’organicità onnicomprensiva dei testi romani» e che, «priva di profonda originalità», è sostanzialmente «una combinazione ben dosata di fonti romane, canoniche e feudali», come sostiene David Abulafia, il quale volle, non a caso, ha intitolato una sua monografia Frederick II. A medieval emperor, Torino 1990.
È certo comunque che le Constitutiones sono il primo grande codice del Medioevo. Se ne rileva generalmente l’importanza anche come tappa di un processo di centralizzazione che, al contempo affermando il principio dell’uguaglianza di tutti davanti alla legge, privava i signori feudali di molti dei loro privilegi. Tale processo era stato avviato, al momento della costituzione del Regno, da Ruggero II d’Altavilla, che nel 1140 con le Assisae regum regni Siciliae – le Assise di Arano – aveva tentato di coordinare i vari corpi di leggi che coesistevano nell’Italia meridionale. Pure re Ruggero aveva dotato il Regno di una rete di funzionari che dovevano garantirgli il controllo del territorio e cospicui introiti fiscali.
Come è noto, fu solo l’incoronazione a imperatore, avvenuta a Roma, al suo ritorno dalla Germania, nel 1220, che Federico II poté iniziare a governare nel regno di Sicilia, di fatto sottoposto a trenta anni di anarchia. Lasciata Roma tre giorni dopo l’incoronazione e prima ancora di imbarcarsi per Palermo, egli fece sosta a Capua, la prima città importante del Regno che si incontrava scendendo da Nord. Vi convocò una Dieta e promulgò un editto nel quale già comparivano i principi fondamentali sui quali si sarebbe basata la riorganizzazione del Regno nei decenni successivi. Nei venti capitoli dell’editto si stabiliva che la giustizia sarebbe ritornata nelle mani dei giudici regi, si ripristinavano le tasse vigenti all’epoca della morte di Costanza d’Altavilla, si limitavano le autonomie municipali e si colpivano i nobili che avevano usurpato i poteri del sovrano.
Nel decennio successivo l’imperatore fu impegnato su più fronti: combatté contro i feudatari meridionali, si oppose ai comuni che avevano riorganizzato la Lega lombarda, compì la spedizione a Gerusalemme e stipulò l’accordo con il sultano d’Egitto, eventi che vengono ricordati come la sesta Crociata, e si scontrò con Gregorio IX.
La pace di Ceprano (28 agosto 1230) pose temporaneamente fine ai contrasti tra il Papa e l’Imperatore, che poté così riprendere l‘energica opera di riorganizzazione del Regno già avviata a Capua. Tassello essenziale di questa operazione fu rivedere il sistema legale vigente, nel quale erano stratificate leggi bizantine, longobarde, musulmane e normanne.
Il lavoro di redazione del testo fu portato avanti per nove mesi da un gruppo di giuristi coordinato dall’arcivescovo Giacomo di Capua; la tradizione tuttavia finì per attribuire l’intero merito dell’opera al funzionario Pier della Vigna. Promulgate nel 1231 le Costituzioni di Menfi, versione definitiva che incorporava diverse aggiunte al Liber Augustalis o Constitutiones Regni Siciliae, acquisirono immediata fama tra i contemporanei, che ne colsero l’importanza, e suscitarono la disapprovazione del Papa.
Suddivise in tre libri, le Constitutiones si aprivano con una prefazione, che Federico volle fosse a lui stesso attribuita ma che probabilmente si deve a Pier della Vigna. Vi veniva esaminata la natura del potere dei principi, creati da Dio per dirimere le controversie sorte tra gli uomini – quindi per amministrare la giustizia e difendere la pace – e per difendere la Chiesa, che non operava una mediazione tra Dio e il sovrano ma che a quest’ultimo si affiancava. L’affermare questo concetto aveva naturalmente una valenza molto importante se si tengono presenti sia il fatto che i Normanni nel 1130 avevano conquistato la Sicilia in virtù della investitura papale – e di conseguenza i sovrani di Sicilia risultavano vassalli del Papa – sia i contrasti che nel decennio precedente avevano opposto Federico ai pontefici, in particolare a Gregorio IX che era arrivato a scomunicarlo. Se, come affermato nella prefazione, non è subordinato al pontefice il sovrano, gladius Christi, questi interviene di sua iniziativa a difendere la Chiesa; non stupisce quindi il fatto che le prime leggi delle Constitutiones trattano della eresia: il sovrano, portatore di un potere che era considerato di natura sacra, la avrebbe combattuta. Giova ricordare che anche la ribellione al potere imperiale veniva equiparata alla eresia.
I 255 articoli che costituivano il Liber Augustalis delineavano le caratteristiche di uno stato se non assolutistico senza dubbio centralizzato e introducevano principi che possono essere percepiti come attuali; se ne rileveranno qui sinteticamente alcuni.
Tutti sarebbero stati considerati uguali davanti alla legge, e anche gli ebrei e i saraceni del regno avrebbero potuto, se vittime di ingiustizia, intentare causa. A vedove e orfani sarebbe stato garantito il patrocinio legale.
Soltanto al sovrano spettava il controllo sulla giustizia penale; di eredità normanna, perché già presente nelle Assise di Ruggero, il concetto era già stato ribadito undici anni prima a Capua. Come le guerre private anche le vendette personali erano proibite. Se un tempo chi fosse stato aggredito poteva invocare a defensa il nome del signore di cui era vassallo, ora chiunque avrebbe potuto considerarsi tutelato pronunciando a voce alta il nome dell’Imperatore e l’aggressore, se non si fosse ritirato, sarebbe stato giudicato da un tribunale per la sua colpa.

Miniatura dal «De arte venandi cum avibus», ms. dal Pal. lat. 1071 (fine XIII sec.). Federico II e il suo falcone. Roma, Biblioteca Vaticana.

Miniatura dal «De arte venandi cum avibus», ms. dal Pal. lat. 1071 (fine XIII sec.). Federico II e il suo falcone. Roma, Biblioteca Vaticana.

Avrebbero esercitato la giustizia per conto del sovrano dei “giustizieri” in carica per un anno. Per garantire la loro imparzialità si stabiliva che tali funzionari non avrebbero potuto operare in un territorio nel quale erano nati o nel quale loro stessi o i loro figli possedessero delle terre.
Al sovrano spettava il controllo sulla amministrazione militare; per realizzarlo Federico II volle la costituzione di un esercito di mercenari che sarebbe stato sotto il suo diretto controllo e la creazione di una rete di fortezze imperiali; si sottraeva così la difesa dello stato all’arbitrio dei vassalli che avevano sino ad allora avuto il compito di intervenire con uomini e mezzi in caso di necessità. Ogni forma di autonomia delle città fu soppressa.
Il territorio del Regno venne diviso in nove province; il nome e la conformazione di tali province sarebbero rimasti sostanzialmente immutati fino al 1861; pure lo stesso sarebbe rimasto il confine del Regno, che andava dal Tronto a Terracina e che costituiva, a metà dell’Ottocento, la più antica frontiera europea.

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