L’indovinello veronese

Cit. A. Roncaglia, Trascendenza e immanenza, in Storia della letteratura italiana (dir. E. Cecchi – N. Sapegno), I. Le origini e il Duecento, Torino 1970, pp. 153-172 passim.

Il caso delle glosse di Kassel giova peraltro ad attirare la nostra attenzione sulla funzione che il bilinguismo esterno può svolgere, e svolge, nel favorire e accelerare all’interno del mondo «romanico» la presa di coscienza delle nuove condizioni linguistiche ormai venute a maturazione. Come nella Romània, anche in Germania la lingua superiore della cultura e della Chiesa era il latino tradizionale; ma là, a differenza di quel che accadeva nei paesi romanici, la parlata corrente non era una modificazione del latino, non poteva in alcun modo essere sentita come un diverso livello della stessa lingua: era una lingua autonoma. Lo stretto contatto fra il mondo germanico e il romanico, non poteva non determinare anche in quest’ultimo una spinta psicologica ad equiparare il rapporto verticale fra latino e parlata corrente al rapporto fra latino e tedesco. Per rendere accessibile indistintamente a tutti gli strati della popolazione […] – poniamo, per fare un esempio – una predica religiosa, occorreva, in paese germanico, «tradurla» in tedesco. Perché dunque in paese romanico non si sarebbe dovuto far ricorso, per il medesimo scopo, ad un’analoga «traduzione» in volgare?
In questi termini il problema viene a porsi nel preciso momento che la riforma carolina, risollevando il latino della cultura verso i modelli antichi, dà la misura, e con la misura la coscienza, della sua distanza dalla parlata corrente. […] L’atto di nascita, o per meglio dire, il certificato ufficiale di questa esistenza cosciente, ci è fornito dalla diciassettesima deliberazione del grande concilio tenuto a Tours nell’anno 813.

«Visum est unanimitate nostræ, ut quilibet episcopus habeat omelias continentes necessarias admonitiones, quibus subiecti erudiantur: id est de fide catholica, prout capere possint, de perpetua retributione bonorum et æterna damnatione malorum, de resurrectione quoque futura et ultimo iudicio, et quibus operibus possit promereri beata vita, quibusve excludi. ET UT EASDEM OMELIAS QUISQUE APERTE TRANSFERRE STUDEATIN RUSTICAM ROMANAM LINGUAM AUT THIOTISCAM, QUO FACILIUS CUNCTI POSSINT INTELLEGERE QUAE DICUNTUR».

«All’unanimità abbiamo deliberato che ciascun vescovo tenga omelie, contenenti le ammonizioni necessarie a istruire i sottoposti circa la fede cattolica, secondo la loro capacità di comprensione, circa l’eterno premio ai buoni e l’eterna dannazione dei malvagi, e ancora circa la futura resurrezione e il giudizio finale, e con quali opere possa meritarsi la beatitudine, con quali perdersi. E che si studi di tradurre comprensibilmente le medesime omelie in lingua romana “rustica” o in quella tedesca, affinché più facilmente tutti possano intendere quel che vien detto».

Il protocollo è solenne, e inserisce formalmente gli scopi conciliari nel vasto programma di riforma perseguito da Carlo. È stato lui, l’imperatore, a promuovere la convocazione del concilio […] e a lui ne dovranno essere sottoposte le deliberazioni finali […]. Il certificato d’esistenza del volgare è insomma idealmente controfirmato da Carlo Magno in persona, la cui politica mira, anche in questo, a stabilire una più salda coesione del corpo sociale. Si tratta di rafforzare nella coscienza popolare quei principi di ordine morale che la religione garantisce e che potrebbero indebolirsi ove il magistero ecclesiastico non li ricordasse continuamente e in modo a tutti comprensibile […].
Quel che la formula del concilio turonense viene opportunamente a precisare – come dato di fatto rispondente alla coscienza generale e contro cui nessuno può nulla obiettare («Visum est unanimitati nostræ») – è che la predicazione […] implica non più un semplice adattamento di livello stilistico all’interno di un sistema di lingua (adattamento che contrasterebbe, fra l’altro, alle ambizioni umanistiche della rinascita carolina), ma il passaggio da un sistema di lingua a un altro, quale è indicato dal verbo transferre: un vero e proprio «tradurre», giacché la distinzione fra i due sistemi è formalmente equiparata a quella fra latino e tedesco. […]
Il volgare cui il concilio di Tours conferisce un crisma d’ufficialità non si definisce insomma dal basso e senz’altro come «lingua naturale del volgo», ma dall’alto e propriamente come «lingua intellegibile al volgo». Ciò implica un’azione selettiva e disciplinatrice della cultura sulla natura. La natura è cresciuta su se stessa giorno per giorno, punto per punto, senza consapevolezza delle strutture in cui consiste il suo essere né della direzione in cui muove il suo sviluppo: la cultura le offre luce di consapevolezza […] Il latino si pone come coscienza del volgare, e fornisce al suo empirismo disordinato un principio d’ordine e di razionalizzazione, in forza del quale la «rustica Romana lingua» può cominciare a spogliarsi della propria rusticitas. La natura è molteplicità: la formula che designa dall’esterno il volgare dissimula la varietà effettiva delle parlate locali, ma per ciò stesso propone ad esse un’implicita prospettiva di conguaglio e di unificazione. La «rustica Romana lingua» si avvia così a delimitare e precisare in tipi regionali o nazionali la propria generica romanitas. A questo doppio senso (di «derusticizzazione» da un lato, di concreta definizione territoriale dall’altro […]) l’impulso decisivo non viene da chi parla e pensa soltanto in volgare, ma da chi accondiscende a parlare in volgare essendo tuttavia abituato a pensare in latino, cioè in primo luogo dai quadri politico-religiosi della società carolina. […]

L'indovinello veronese (fine del sec. VIII o inizio del sec. IX), vergato sul manoscritto di un orazionale mozarabico di provenienza spagnola. Verona, Biblioteca Capitolare

L’indovinello veronese (fine del sec. VIII o inizio del sec. IX), vergato sul manoscritto di un orazionale mozarabico di provenienza spagnola. Verona, Biblioteca Capitolare


In un punto d’intersezione ideale delle due prospettive pratico-didascalica (che modella il volgare sul latino) e fantastico-giocosa (che modula il latino sul volgare) vorremmo collocare un testo famoso, un testo che in ogni trattazione relativa ai primi documenti del volgare occupa un posto notevole e singolare: l’Indovinello veronese. […]
La Biblioteca Capitolare di Verona conserva (cod. LXXXIX) un orazionale mozarabico, esemplato in Spagna, forse a Tarragona (o, più probabilmente, a Toledo), alle soglie dell’VIII secolo e pervenuto a Verona prima della fine del secolo medesimo, dopo essere passato attraverso la Sardegna (come attesta, sul primo foglio, la firma di Sergio visdomino della Chiesa cagliaritana) e Pisa (come attesta, a carta 3, una nota autografa di Maurizio canevarius di Liutprando, datata «in XX anno Liutprandi regis», cioè 731-732). Sul recto del terzo foglio, in alto, una mano che i caratteri tipici della scrittura denunciano come veronese della fine dell’VIII o dei primi del IX secolo, ha vergato su due righi una dozzina di parole, seguite in un terzo rigo da una formula liturgica di ringraziamento. L’insieme della nota, che Luigi Schiaparelli segnalò per primo, nel 1924, all’attenzione degli studiosi, ha, in trascrizione diplomatica, il seguente aspetto:

± Separebabouesalbaprataliaarabaetalboversoriotenebaetnegrosemen
seminaba
± gratiastibiagimusomnipotenssempiternedeus.

Che significa quella dozzina di parole? La prima impressione, emessa nello stesso anno 1924 da Nino Tamassia e Michele Scherillo, fu di avere innanzi quattro versicoli, leggibili, con una lieve inversione iniziale:

Boves se pareba
alba pratalia araba
et albo versorio teneba
et negro semen seminaba.

Ad avviso dei due filologi, si sarebbe trattato di una «cantilena georgica», meglio del «frammento d’una più lunga cantilena»: «il principio della più antica canzone italiana del bifolco», addirittura una specie di «inno italico del lavoro dei campi».
La localizzazione veneto-ladina del testo fu subito confermata, con osservazioni di geografia linguistica, da Giulio Bertoni; ma l’illusione romantica che si trattasse di un canto rustico non durò a lungo. A riconoscere in quei versicoli un componimento di senso compiuto, e più precisamente un indovinello relativo all’atto dello scrivere, fu, di lì a due anni, Vincenzo De Bartholomaeis, messo sull’avviso dall’accostamento, presentatosi spontaneo alla memoria di una sua allieva, fra il testo stesso e un diffuso indovinello popolare. In esso, i buoi rappresentano le dita dello scrivente (veramente il De Bartholomaeis pensò agli occhi, ma la successiva rettifica è messa fuor di dubbio dai riscontri), il prato bianco è il foglio di pergamena o di carta, il bianco aratro è la penna d’oca, il seme nero è l’inchiostro che forma le lettere. La diffusione viva e le varie forme assunte da tale indovinello in diverse regioni d’Italia e d’Europa, insieme con i suoi precedenti medievali ed antichi, erano stati in realtà oggetto di diligente indagine, da parte del folclorista romagnolo Carlo Piancastelli, fin dal 1903, un ventennio prima che la nota del codice veronese fosse pubblicata dallo Schiaparelli. E prima ancora era apparso, nelle Myricae del Pascoli, un breve componimento in cui il poeta rielaborava a modo suo, sotto il titolo Il piccolo aratore, lo spunto offertogli dal medesimo indovinello, quale viveva tra il popolo romagnolo:

Scrive… (la nonna ammira): ara bel bello,
guida l’aratro con la mano lenta;
semina col suo piccolo marrello:
il campo è bianco, nera la sementa…

Quel che aveva colpito la fantasia del Pascoli era certo il sapore sottile della metafora, ambigua fra l’apparenza ingenua della rappresentazione concreta con il suo verismo illustrativo del lavoro nei campi, e il sostanziale artificio dell’equazione intellettualistica, con il suo riferimento al lavoro di scrittorio; una metafora per di più stilisticamente impreziosita dallo studiato contrasto di bianco e nero: mista, insomma, d’esibito popolarismo e di ricercato alessandrinismo. È il mondo scolastico della scrittura contemplato con occhi di contadino, o non piuttosto il mondo bucolico rievocato da chi ha l’abitudine allo scrivere? Popolare l’indovinello era certo nella sua fortuna diffusione; ma lo era altrettanto nella sua originali, lo squisito recupero pascoliano ben potrebbe valere come indizio! Ma indipendentemente da esso, proprio a proposito del testo veronese, il quesito non mancò di proporsi ai filologi, e ricevette dal Rajna e dal Monteverdi risposta nettamente negativa. Di là dalle sopravvivenze dell’indovinello nella tradizione popolare, non poteva sfuggire ai due eruditi medievalisti la sua stretta connessione tematica, la sua parentela non solo tipologica ma certo anche genetica con vari enigmi scolastici dell’VIII secolo, a loro volta variazioni specifiche di una metafora che, nella forma più generica – l’uso di arare o exarare nel senso di «scrivere», sia pure con riferimento allo stilo e alle tavolette cerate anziché alla penna e alla carta – era già nota ai classici. I riscontri venivano dagli Aenigmata anglica, da composizioni degli anglosassoni Aldelmo, Tatwino, Eusebio, persino da versi del longobardo Paolo Diacono «scrittore che», come sottolineava il Monteverdi, «è press’a poco degli stessi tempi e degli stessi luoghi in cui fu scritto l’indovinello veronese».

Pergo per albentes directo tramite campos,
candentique viæ vestigia cerula linquo,
lucida nigratis fuscans anfractibus arva…

Procedo per diritto il cammino attraverso i campi biancheggianti,
e lascio sulla candida via vestigia azzurrine,
i nitidi campi macchiando con oscuri solchi…

Così Aldelmo, e analogamente Paolo Diacono:

Candidolum bifido proscissum vomere campum
Visu et restrictas adii lustrante per occas.

Un campo candido apparve alla vista solcato da bifido vomere,
e per i fitti solchi avanzai perlustrando.

L'aratro. Bassorilevo del sec. XIII. Spoleto, Basilica di San Pietro.

L’aratro. Bassorilevo del sec. XIII. Spoleto, Basilica di San Pietro.

Per di più, quelli che ai primi studiosi dell’indovinello veronese erano apparsi quattro versicoli – a rime alterne secondo il Tamassia, a rime baciate con la nuova trasposizione proposta dal De Bartholomaeis

Boves se pareba
et albo versorio teneba,
alba pratalia araba
et negro semen seminaba.

addirittura a rima unica con il livellamento delle desinenze proposto dal Rajna

Boves se pareba,
alba pratalia areba
et albo versorio teneba
et negro semen semineba

– non tardarono a palesarsi al Monteverdi come due esametri ritmici caudati, di fattura non dissimile da quelli usati in carmi latini di epoca longobarda e anche proprio in una serie di composizioni enigmistiche, da leggersi pertanto senz’alcun intervento sul testo (tutt’al più sopprimendo i due inutili et, o anche solo il primo di essi):

Se pareba boves, alba pratalia araba,
(et) albo versorio teneba, (et) negro semen seminaba.

Sono evidenti le implicazioni di questo punto di vista per quel che riguarda la valutazione dell’indovinello sotto il profilo linguistico. Più si accentua il carattere non popolare ma colto dell’invenzione, ritraendola ai modi scolastici e all’ambiente chiericale (né, per l’VIII secolo, sarebbe ragionevole pensare a un altro ambiente in cui la scrittura potesse costituire un argomento d’interesse, quando l’analfabetismo era ancora dominante tra i laici anche di non umilissima condizione), più riesce disagevole immaginare che gli evidenti volgarismi del testo – almeno la é di negro da ĭ tonica, e la -o per -um in albo, versorio, negro, e l’assenza dell’originaria -t desinenziale nei quattro verbi pareba, araba, teneba, seminaba – siano sfuggiti alla penna dell’estensore inavvertitamente, senza ch’egli avesse coscienza – e dunque intenzione – di scrivere una lingua diversa dal tradizionale latino scolastico. Così, logicamente, quello che allo Scherillo era apparso «rozzo latino», annunciante solo «di lontano, assai di lontano, di tra la foschia antelucana, l’aurora del nuovo volgare», quello che anche il Bertoni aveva giudicato «latino rustico», mentre il De Bartholomaeis si era spinto sino a definirlo «semivolgare», finisce con l’apparire al Rajna e al Monteverdi schiettamente «volgare».
In effetti, alla minuta analisi linguistica dei due filologi la «volgarità» dell’indovinello risulta ben più compatta di quanto possa a prima vista sembrare. Oltre ai tratti più evidenti, di cui si è riportato sopra l’elenco, è volgare l’uso di se proclitico per sibi; volgare, e tipica della regione veneto-friulana, la desinenza metaplastica nella terza persona singolare dell’imperfetto pareba, da parare di prima coniugazione. Lo stesso uso di parare nel senso di «spingere innanzi buoi o pecore» rappresenta un idiotismo rustico, vivo ancor oggi in tutta l’Alta Italia; e volgarismi sono dal punto di vista lessicale-semantico versorio, come ancora si trova in veronese, per aratrum o vomerem, e pratalia, diffusissimo nella toponomastica, per pratum o anzi agrum. L’apparente plurale neutro alba pratalia sarà da intendere come femminile singolare, secondo l’uso volgare confermato dai riscontri toponomastici; né vi è ragione di sorprendersi, come di un latinismo incongruo, per la presenza di albo, a quell’epoca e in quella regione (ai cui margini pur oggi sopravvive nelle Alpi Retiche) non ancora soppiantato dal concorrente germanico blank. Nulla poi obbliga a considerare non volgare la desinenza di boves, giacché la persistenza fonetica di -s finale e quella morfologica dei plurali in -es si constatano tuttora nel Friuli, come in tutta la Ladinia e in tutta la Romània occidentale, e, giusta vari indizi, dovevano un tempo e potevano ancora nell’VIII secolo estendersi su più vaste aree dell’Italia settentrionale, comprendenti anche il territorio di Verona. Ancora nella morfologia, il contrasto tra la desinenza metaplastica di pareba e quella etimologico di araba e seminaba non costituisce difficoltà, quando si osservi che, mentre i verbi arare e seminare si conservano strettamente aderenti al significato latino, l’innovazione popolare, destinata a prevalere nel dialetto locale, accompagna l’idiotismo semantico. Né costituisce difficoltà, nella sintassi, l’assenza dell’articolo, il quale pur già esisteva nella lingua volgare del tempo: l’articolo mancherà infatti anche nei giuramenti di Strasburgo e nei placiti cassinesi, i quali non sono perciò meno volgari; senza dire che il carattere di sentenziosa indeterminatezza proprio di un indovinello legittima tale assenza meglio di quanto non riesca a giustificarla la solennità giuridica dei giuramenti e dei placiti.

Luglio. Bassorilievo della scuola di Benedetto Antelami (1230-1235), dalla Porta dei Mesi. Ferrara, Cattedrale di San Giorgio.

Luglio. Bassorilievo della scuola di Benedetto Antelami (1230-1235), dalla Porta dei Mesi. Ferrara, Cattedrale di San Giorgio.


Che cosa rimane dunque, che possa ritenersi non volgare nel testo dell’indovinello, quale ci è tramandato dal codice veronese? Appena qualche latinismo grafico, e cioè (messi da parte i due et […]): la -t- intervocalica di pratalia, che la pronuncia settentrionale aveva già sonorizzato in pradalia; la -b- intervocalica degli imperfetti, certo già spirantizzata, e «che tuttavia poté suonare in modo da dar luogo, non fosse altro, a incertezze» (Rajna), infine la -n finale di semen, che tuttavia può giustificarsi con ragioni metriche, supponendo che con il mantenimento della grafia latina l’autore abbia inteso «conferire una fittizia lunghezza all’ultima sillaba» per meglio riprodurre la clausola dell’esametro (Monteverdi). Questi latinismi, facilmente spiegabili con le abitudini grafiche dello scriba, non appaiono quantitativamente né qualitativamente tali da scuotere le conclusioni sulla complessiva e intenzionale «volgarità» del testo, il quale viene così ad acquistare una singolarissima importanza. Se quelle conclusioni sono giuste, esso rappresenta infatti, per ripetere le parole del Viscardi, «il più antico documento dell’uso di un volgare italiano nella scrittura; anzi, senz’altro, il più antico documento dell’uso scritto dei volgari romanzi». […]

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