S. Clemente

cit. mongr. A. Roncaglia, I primi passi del volgare, in Storia della Letteratura italiana – vol. I, Le origini e il Duecento (dir. E. Cecchi – N. Sapegno), Torino 1970; pp. 216-219.

Non sempre […] la religione si presenta dei paramenti sacramentali: e ci sono casi in cui – psicologicamente e linguisticamente – la confidenza ha il sopravvento sulla soggezione. A ciò si presta bene l’agiografia con le sue storie miracolose, la cui esemplarità didascalica riesce tanto più efficace, quanto più si risolta nel concreto realismo di un’aneddotica bonaria, capace di parlare al popolo con i mezzi e nella lingua che meglio esso comprende. Tipico di questo senso è il caso dell’affresco con iscrizione che si trova nella cappella sotterranea di S. Clemente a Roma. Gli archeologi hanno accertato che il muro di rinforzo, su cui il pittore eseguì la sua opera, fu eretto per assicurare la stabilità dell’edificio, danneggiato dalla devastatrice incursione normanna del 1084. D’altra parte si sa che la vecchia chiesa, rimasta pericolante, fu presto abbandonata, e che la nuova, destinata a sostituirla, si cominciò a costruire ai tempi di papa Pasquale II (1099-1118). La data dell’affresco, e della scritta che ne costituisce parte integrante, deve dunque essere compresa fra il 1084 e il 1100.
Si tratta di una specie di “fumetto”, che illustra un miracolo del santo, tra i più atti a colpire la fantasia popolare. Fonte della leggenda è la vecchia Passio sancti Clementis, anteriore al VI secolo. Essa narra come il pagano Sisinnio, convinto che Clemente lo abbia stregato per insidiargli la moglie, convertita al cristianesimo, dia ordine ai propri servi di arrestarlo, e come il santo sfugga all’arresto e al martirio illudendo miracolosamente patrizio e servi: questi, suggestionati, credono di legare e trascinare lui, mentre in realtà legano e trascinano delle pesanti colonne.

Sisinnius…coepit imperare servis suis ut tenerent Clementem episcopum…Hi autem, quibus iusserat ut Clementem tenerent, hoc illis videbatur: quod ipsum constringerent ac traherent; illi autem columnas iacentes ligabant et trahebant, nunc de intus foras, nunc vero de foris intus. Hoc etiam ipsi Sisinnio videbatur: quod sanctum Clementem vinctum tenerent ac traherent.

Sisinnio… diede ordine ai suoi servi di arrestare il vescovo Clemente… E quelli cui aveva comandato di arrestare Clemente, sembrava loro di tenerlo stretto e di trascinarlo; ma in realtà legavano e trascinavano colonne, ora dall’interno all’esterno, ora dall’esterno all’interno. E anche a Sisinnio sembrava la stessa cosa: che tenessero legato e trascinassero San Clemente.

Affresco della fine dell’XI secolo nei sotterranei della Basilica di San Clemente al Laterano, a Roma.

Affresco della fine dell’XI secolo nei sotterranei della Basilica di San Clemente al Laterano, a Roma.

L’affresco rappresenta vivacemente la scena: in direzione di Sisinnio, che sta a destra togato e in atto di comando, due servi con gesto di sforzo trascinano, mediante una fune legatavi attorno, una grossa colonna, che un terzo servo solleva e spinge da sinistra con un palo. Alla colonna, disposta trasversalmente come sollevata in modo ineguale dal suolo, fanno da sfondo due archi di portico, i quali incorniciano, tra loro e la colonna, due scritte: sotto il primo arco si legge Duritiam cordis vestris, e sotto il secondo saxa traere meruistis. Sono – con un paio di banali alterazioni alla flessione nominale (duritiam per duritia, vestris per vestri) e con la sostituzione del plurale (vestris, meruistis) all’originario singolare, intesa a comprendere nell’allocuzione anche i servi – le stesse parole latine con cui si apre e si chiude nell’antica Passio la reprimenda rivolta da S. Clemente a Sisinnio:

Duritia cordis tui in saxa conversa est, et cum saxa deos æstimas, saxa trahere meruisti.

La durezza del tuo cuore è convertita in pietra; e poiché stimi dèi le pietre, hai meritato di trascinare pietre.

Si può credere che, essendo la frase troppo lungo per essere riprodotta integralmente, il pittore abbia però voluto richiamarla tutta con il citarne il principio e la fine; oppure che l’abbia intenzionalmente ridotta anche nel senso, attribuendo a duritiam il valore di un ablativo causale. In ogni caso con queste parole sovrastanti la colonna che gli illusi scambiano per Clemente, egli ha saputo rappresentare con suggestiva efficacia l’invisibile presenza del santo. Che poi le parole stesse siano in latino, è ben conveniente alla solennità del monito espresso dalla santa voce.
Di tutt’altra natura sono invece le scritte poste accanto ai personaggi profani realmente effigiati nella scena. A sinistra del patrizio, racchiuso nello spazio al di sopra del braccio che egli tiene levato, si legge il suo nome, nella forma accusativa latina: Sisinium; ma sotto stanno parole che evidentemente figurano da lui pronunciate, e queste – nella forma linguistica come nel contenuto espressivo – sono schiettamente, energicamente volgari: «Fili de le pute, traite!». Anche accanto alle teste dei due servi che tirano, precisamente alla loro destra, sono segnati dei nomi: Gosmari per il più vicino a Sisinnio, Albertel per il secondo; e sotto il nome di Albertel c’è ancora un imperativo volgare: trai, o piuttosto (se le tracce di segni che seguono la -i devono essere così riconosciute come altre due lettere semi-cancellate) traite. Infine, nell’estremo angolo superiore sinistro dell’affresco, a sinistra dell’ultimo servo, sta scritto, ancora in volgare: «Fàlite dereto co lo palo, Carvoncelle!»: frase evidentemente a lui diretta. Chi gliela rivolge? Si può credere che sia Albertel, il quale in effetti guarda verso di lui, e che allo stesso modo le parole «Albertel, trai!», segnate accanto a questo personaggio, gli siano indirizzate dal primo servo, il quale anch’esso volge il capo a sinistra: il nome posto accanto a questo, Gosmari, dovrebbe allora venir considerato mera didascalia, come quello di Sisinium, e inteso quale forma abbreviata da complementare in Gosmarius (o piuttosto Gosmarium, per analogia appunto con Sisinium). Così interpretò, in un primo tempo (1934) il Monteverdi. Ma par preferibile l’interpretazione proposta successivamente (1948) dal Pellegrini, che considera tutte le scritture volgari come parole pronunciate da Sisinnio. Il nome Sisinium resta così il solo termine con funzione di mera didascalia; in Gosmari sarà da riconoscere un regolare vocativo, come vocativi sono – senza però venir meno alla funzione di individuare i personaggi accanto alle cui figure sono scritti – Albertel e Carvocelle; naturalmente l’imperativo centrale sarà da leggere traite, riferendosi ad entrambi i servi che tirano. L’insieme suonerà dunque:

SISINIUM: Fili de le pute, traite!
Gosmari, Albertel, traite!
Fàlite dereto co lo palo, Carvoncelle!
[S.CLEMENS]: Duritiam cordis vestri…
…saxa traere meruistis.

Qui dunque, nell’Iscrizione di S. Clemente […] la distinzione, anzi la contrapposizione tra latino e volgare è nettissima. Un’unica traccia di latineggiamento può scorgersi nelle desinenze vocative -i ed -e di Gosmari e Cavoncelle; e può forse spiegarsi con la doppia funzione di tali nomi: designativa (rispetto alle figure) e insieme vocativa (in quanto parole di Sisinnio): la prima suggeriva istintivamente una connotazione latina (come nella didascalia Sisinium), ma a loro volta le desinenze latine servivano ad evitare che quei nomi fossero scambiati per mere didascalie (d’altronde, la -e di Carvoncelle può ben rappresentare una vocale ormai indistinta, mentre la giacitura del nome in fine di periodo avrà dissuaso dal troncamento che riscontriamo invece in Albertel). Tutto il resto è volgare schiettissimo, e presenta caratteri dialettali tipicamente romaneschi (nello stesso nome Carvoncelle, il passaggio del nesso -rb- ad -rv-; in dereto, la dissimilazione di -r-r- e il mancato dittongamento della tonica; ecc.).
Questa dialettalità, rinforzata dalla contumelia plebea e contrapposta alla solenne voce latina del santo, ha una precisa funzione espressiva. Né sapremmo definirla meglio che ripetendo il commento del Monteverdi: Sisinnio «non sta a parlare con i suoi pari, bensì, da padrone, ai suoi servi. È un uomo autoritario, violento, come appare dalla leggenda, un “cuor di sasso”, come dice nella leggenda S. Clemente; e non è stato pur anche ingentilito dalla religione. Si può, si deve farlo parlare duramente, trivialmente. Così l’artista aveva certo udito parlare, in qualche occasione consimile, qualche signore romano dei suoi tempi (anche se ingentilito dalla religione!). E le stesse parole da lui udite, egli le riproduce tali e quali, per zelo di realismo… Vuol sottolineare con quelle parole il carattere del personaggio, quale ha cercato di rappresentarlo con il pennello: duro, energico, la mano alzata al comando. Pittura e parola collaborano». Collaborano a rendere con vividezza una scena che l’artista vuol ritrarre «dalla realtà di tutti i giorni, dalla realtà dei suoi giorni, da quella che egli stesso aveva potuto osservare coi propri occhi e con le proprie orecchie». Di qui l’adozione del volgare. «Anacronismo», osserva ancora il Monteverdi; «ma è l’anacronismo stesso di cui vive tutta la nostra arte drammatica, quando vuol far rivivere sulla scena personaggi di altri tempi e di altre lingue: è l’anacronismo che permette di agire immediatamente sull’animo di un pubblico contemporaneo». Le scritte, adoperate come nei moderni “fumetti”, sono un «espediente ingenuo, senza dubbio», ma «che vuole e deve servire al realismo dell’artista, anzi al suo realismo comico. Comica è infatti la situazione fornita dalla leggenda… e comico è l’effetto che l’artista cerca, ed ottiene, rappresentandola. Ora il volgare, di per sé, in un tempo in cui tutti ancora scrivevano in latino, doveva avere, per chi lo scrivesse e lo leggesse, quel sapore comico che per noi ha il dialetto. E tanto più, se quel volgare appariva d’improvviso, di sorpresa, in mezzo al dilagare del latino, e nella solennità grave delle frasi latine gettava parole pittorescamente discordanti».
Qui è la ragione dell’importanza che riconosciamo all’Iscrizione di S. Clemente: «per la prima volta il volgare italiano vi appare usato con intento artistico» (Monteverdi). Qui sta però anche il suo limite: l’uso del volgare non potrebbe, infatti, conseguire quell’intento, se il volgare stesso non fosse sentito come uno strumento d’espressione culturalmente e socialmente inferiore al latino; strumento adatto ad effetti di “realismo comico”, proprio perché non fornito di una propria intrinseca ed autonoma dignità. Il volgare, insomma, è ancora sentito ed usato piuttosto come dialetto che come lingua.
[…]

Il miracolo di San Clemente in Crimea, IX secolo. Roma, Basilica di S. Clemente al Laterano.

Il miracolo di San Clemente in Crimea, IX secolo. Roma, Basilica di S. Clemente al Laterano.

Bibliografia:

Monteverdi A., L’iscrizione volgare di San Clemente, in «Studi romanzi» 24, 1934, pp. 5-18.
Monteverdi A., Saggi neolatini, Roma 1945.
Pellegrini S., Ancora l’iscrizione di San Clemente, in «Cultura neolatina» 7, 1948, pp. 77-44.
Pellegrini S., Saggi di filologia italiana, Bari 1962.

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