Tra latino e volgare

mongraf. cit. C. Del Popolo in La Letteratura italiana, I – Le origini e il Duecento, Milano 2005; pp. 33-43.

Mosaico da Sousse (Tunisia), Virgilio con in mano l'Eneide, tra le Muse Clioe e Melpomene. III secolo d.C. Tunisi, Museo del Bardo.

Mosaico da Sousse (Tunisia), Virgilio con in mano l’Eneide, tra le Muse Clioe e Melpomene. III secolo d.C. Tunisi, Museo del Bardo.

Con la caduta dell’Impero romano d’Occidente si approfondiscono le differenze tra il latino, impiegato come lingua colta dai giuristi e dagli ecclesiastici, e la lingua parlata dalla gente comune. Nascono così gli idiomi volgari, precursori delle lingue nazionali, diverse da paese a paese. In quest’epoca tali idiomi iniziano ad avere, accanto al latino, un utilizzo letterario.

Nel 416 Rutilio Namaziano si rivolgeva a Roma, tessendone così l’elogio:

Fecisti patriam diversis gentibus unam: profuit
invitis, te dominante, capi; dumque offers victis
properii consortia iuris, urbem fecisti, quod prius
orbis erat
.

Hai fatto una sola patria per genti diverse; fu vantaggioso,
a coloro che dominasti, l’esserti sottomessi, e, mentre ai
vinti davi la possibilità di partecipare delle tue leggi, hai reso
una grande città, quello che prima era il mondo intero.

La grandezza di Roma, però, era ormai nella fase di declino; un cinquantennio ancora per la civiltà che aveva fatto con genti diverse una grande patria avrebbe ceduto, travolta dagli avvenimenti della Storia.
Fino ad allora, ed ancora per parecchi secoli, in Italia ed in quasi tutte le regioni raggiunte dalla conquista dei Romani si parlava e si scriveva la lingua di Roma, veicolo unitario di cultura e di civiltà. Occorre subito ricordare che il latino, quello della grammatica, è la lingua usata dai poeti, dagli oratori, dagli scrittori di età aurea. Ma questa è una lingua scritta, che, al suo interno, permette differenze di stili e di registri espressivi. Cicerone, che nel foro era maestro di oratoria, ornato di tutte le arti retoriche, nelle lettere familiari aveva uno stile più semplice, talora colloquiale.

L’evoluzione del sermo vulgaris

Mentre i dotti, formatisi nella scuola e sui classici, conservavano intatta la bellezza formale della lingua, nel vasto territorio dell’Impero si parlava una varietà popolare di latino, definita dai dotti «lingua degli abitanti delle province» (sermo provincialis), «gergo militaresco» (sermo militaris), «lingua di persone incolte» (sermo vulgaris, plebeius), lingua da illitterati (sermo rusticus). In questo linguaggio le parole erano di maggior evidenza espressiva, ricche di diminutivi e vezzeggiativi (auricola invece di auris; filìolus – e poi filiòlus – invece di filius); si parlava con metafore quotidiane invece che con parole «neutre» (testa, che indicava un vaso di coccio a forma di testa umana, soppiantò caput); si preferiva un lessico capace di sostituire all’ambiguo equus («cavallo», ma anche, con grafia æquus, «giusto, equo») la forma caballus, che ritroviamo in tutte le lingue neolatine (o romanze): italiano cavallo, francese cheval, spagnolo caballo, portoghese cavalo, romeno cal. Quest’ultimo esempio è sufficiente a dimostrare che le lingue romanze derivano dal latino volgare, sermo vulgaris. Le sostituzioni lessicali, però, non erano fatti isolati; altri fenomeni intaccarono infatti profondamente le strutture grammaticali e sintattiche del latino. La lingua si arricchiva di nuovi apporti lessicali, segni dell’esperienza di vita delle genti venute a contatto. Ma fra i popoli latinizzati risorgevano fenomeni linguistici locali, spesso dovuti alla pronuncia, che né il tempo né i Romani conquistatori avevano cancellati: è quel fenomeno detto substrato (si pensi, ad esempio, alle parlate umbro-sannitiche, che modificarono, secondo certi studiosi già in latino, ND>NN come in verecunnus «pudico» invece di verecundus; quest’assimilazione è poi rimasta nei dialetti dell’Italia centromeridionale, come in quando>quannu). La lingua dei vinti e dei vincitori si mescolava, in un continuo interscambio di lessico, modi sintattici, pronunce, accrescendo in questo modo le caratteristiche trasformatrici (adstrato, cioè «situazione di lingue a confronto»). I vincitori imponevano la loro superiorità con la forza (non sempre di ordine culturale) o con la necessità di un linguaggio comune ed unificante (ricordo solo la parola guerra, di origine germanica, che ha dovunque soppiantato bellum «guerra»; chiaramente di origine dotta è l’aggettivo bellico); in quest’ultimo caso si tratta di superstrato, che si sovrappose al latino comune, tanto che sparirono dal latino (e perciò dalle lingue romanze) alcuni vocaboli. Dall’insieme di tutti questi fenomeni furono modificate le strutture morfologiche, fonologiche, sintattiche e lessicali della lingua di Roma.
Pronuncia, lessico, forme e strutture sintattiche subiscono, perciò, in luoghi e tempi diversi, mutamenti che rendono continua l’evoluzione della lingua; e poiché questi mutamenti sono lentissimi nel tempo e vari nello spazio (pur se contigui), si arriva gradualmente alla trasformazione totale della lingua. La seguente iscrizione pompeiana, anteriore all’eruzione del Vesuvio che nel 79 d.C. ricoprì la città, documenta una varietà del latino dell’età aurea, che mai i classici ci avrebbero trasmesso:

Quisquis ama, valia, peria qui nosci amare,
bis tanti peria, quisquis amare vota.

Chi ama, stia bene; muoia chi non sa amare;
e muoia per due volte chi vuol vietare l’amore.

È caduta la –t finale (amat, valeat, pereat, nescit, vetat); la e davanti a vocale si muta in i (valia, peria); nosci(t) sta per nescit, vota(t) per vetat; l’ignoto graffitista, in più di un caso, è stato tratto in inganno dalla sua pronuncia.
Dalla testimonianza delle epigrafi si ricava una lingua dell’uso quotidiano diversa. Testimone, forse più consapevole, delle trasformazioni linguistiche è la scuola, sempre ancorata alla tradizione degli scrittori. Da un quadernetto di grammatica del III secolo, che perché si trova di seguito alle opere di Probo è detto Appendix Probi, ci giungono 227 proposte di forme da scartare, perché non corrette e volgari; ci dichiarano nello stesso tempo l’uso del parlante comune: speculum non speclum (italiano specchio), columna non colomna (italiano colonna), vinea non vinia (italiano vigna), pauper mulier non paupera mulier (italiano povera donna); ma anche il magister aveva delle incertezze: toleravilis non tolerabilis (nel latino dei classici è corretta la forma qui sconsigliata; l’italiano tollerabile è parola dotta, come dimostra la –b). Nelle voci sopra riportate si può notare che nelle parole sdrucciole la vocale dopo l’accento tende a cadere (speclum); la Ŭ si muta in Ọ (colomna); la E ante vocalem diventa I (vinia, come già valia e peria nell’iscrizione pompeiana); gli aggettivi in –er, che in latino classico avevano una sola forma per il maschile, il femminile e il neutro, acquisiscono la forma romanza distinta per il maschile ed il femminile (povero, povera); e notiamo anche il fenomeno della «falsa ricostruzione»: poiché B intervocalica tendeva a mutarsi in V, il maestro corregge la forma corretta. Il vocalismo e il consonantismo latini sono in crisi.

La modificazione di vocali e consonanti

Le vocali latine perdono la quantità (non più lunghe o brevi), prendendo un accento intensivo ed assumendo un timbro più o meno aperto:

vocalismo latino classico: Ī Ĭ Ē Ĕ Ā Ă Ō Ŏ Ū Ŭ
vocalismo latino volgare: Ị Į Ę Ẹ A O Ọ Ụ Ų

Queste vocali, però, nel sermo quotidianus, erano così semplificate:

I Ę Ẹ A O Ọ U poiché si erano fuse la Ị con la Ę e la Ọ con la Ų; questo sistema, già segnalato da colomna nell’Appendix Probi, è quello che si ritrova ancor oggi nell’italiano colto.
Anche le consonanti subiscono modifiche. Sparisce completamente l’aspirazione dell’H; il gruppo TJ+vocale si pronuncia zi; le consonanti esplosive intervocaliche, P T C (gutturale), si sonorizzano in B D G (gutturale): questo è un tratto che ritroviamo soprattutto nella Romània occidentale. Fenomeno importante, però, è la caduta delle finali (specialmente per quanto riguarda l’Italia), poiché esse nelle declinazioni e nelle coniugazioni latine sono portanti. Rosă nominativo non si distingue più da rosā ablativo, perché si è perduta la quantità; e non si distingue da rosam e rosas perché –m e –s finali cadono (la –s, però, si conserva in alcuni casi della Romània occidentale, segnando così l’isoglossa di spartizione); amas e amat si confondono; e così habebam e habebo, per le finali cadute e perché B > V, si avviano ad una pronuncia poco distinguente.
I parlanti pongono rimedio a tanta confusione: si abbonda in preposizioni (così si segnano meglio i casi) ed aggettivi dimostrativi (nascerà l’articolo); si crea una forma non sintetica, ma analitica di futuro (non amabo, ma amare habeo «ho da amare», «amare ho», «amerò»); nuova è pure la coniugazione passiva (laudor, se cade la finale, si confonde con laudo attivo); le infinitive diventano esplicite con il quia o quod; il neutro tende a sparire: queste ed altre modifiche scuotono la stabilità linguistica; il parlante deve, perciò, operare delle scelte, creando modelli e forme che difendano le proprie possibilità espressive e di comunicazione. Fra queste scelte, fondamentale risulta la disposizione delle parole. In latino, le desinenze davano una certa libertà di esposizione, tanto che una frase, come l’esempio scolastico dantesco «Petrus amat multum dominam Bertam», può disporsi in vari modi, senza mutamento di significato: «Bertam dominam amat multum Petrus», «multum amat dominam Bertam Petrus», ecc., dato che solo Petrus è soggetto (-us infatti è segna-caso di soggetto, in latino), mentre –am, accusativo singolare, indica il complemento oggetto; la caduta delle consonanti finali, che caratterizzavano le desinenze, invece, obbligò ad una costruzione più lineare, dove il soggetto in linea di massima deve occupare il primo posto, per evitare ambiguità: «Pietro ama molto donna Berta» (e non si può dire: «Donna Berta ama molto Pietro», perché il significato verrebbe capovolto). Agli inizi del V secolo, sant’Agostino, che si era reso conto delle diversità del latino, scriveva: «Melius est reprehendant nos grammatici, quam non intellegant populi» [Meglio ci rimproverino i grammatici, che non capisca il popolo], e cercava di adattarsi alla lingua della gente; un suo contemporaneo, invece, il grammatico Servio, bollava come erronea la pronuncia di z di TJ e DJ + vocale (cfr. radium > razzo e raggio; vitium > vizio e vezzo).

Virgilio, ritratto nel codice miniato del V secolo, noto come 'Vergilius romanus' (Cod. Vat. lat. 3867), f. 14.

Virgilio, ritratto nel codice miniato del V secolo, noto come ‘Vergilius romanus’ (Cod. Vat. lat. 3867), f. 14.

L’influenza della cultura greca

I mutamenti linguistici del latino furono anche determinati dalla cultura greca; «Græcia capta, ferum victorem cepit» [La Grecia, conquistata, a sua volta conquistò il barbaro popolo vincitore], scrisse Orazio,; e lo fece con le arti, con la letteratura, con la filosofia: il lessico dei latini si arricchì di forme eleganti e letterarie e di vocaboli e concetti nuovi. E il cristianesimo, che già aveva adottato il latino dai tempi di papa Vittore I (193-203) come lingua ufficiale per il culto, segnando il trionfo di innovazioni sociali legate al ceto umile, con l’Editto di Milano del 313 si poté più facilmente diffondere fra le masse, rinnovando la cultura, creando parole ex novo, per calco sul greco (prima lingua del cristianesimo) o sull’ebraico (visto che il cristianesimo era religione nata fra gli Ebrei). Vocaboli religiosi e morali si caricarono di nuovi significati, come fides: non più «fiducia» o «fedeltà», ma «fede» nel senso teologico. Un esempio ancora più eloquente è parabola che soppiantò verbum: Cristo è il Verbum Dei, che aveva parlato per parabole; nel linguaggio di ogni giorno, parabola, che prima indicava il verbum di Cristo, divenne la «parola» di tutti; si veda, oltre all’italiano parola (e parlare), il francese parole (e parler), il provenzale paraula (e paraular), lo spagnolo palabra (e parlar), tutte derivate da parabola, parabolare (letteralmente «parlare per parabole»).
Quando nel 476 cadde l’Impero romano, la lingua dovette subire le conseguenze della frantumazione politica della Romània. In Italia, dopo il barbaro Odoacre, giunse Teodorico con i Goti, i quali, pur inserendosi fra i Romani, conservarono la loro lingua e la loro religione ariana, riservandosi inoltre l’esercizio delle armi. Dopo, i Longobardi, che nel 568 si stanziarono nella penisola. La loro civiltà era prevalentemente tribale; la cultura, minima, il valore militare, grande. Pur vivendo a contatto con i Romani, i Longobardi conservarono gli usi e i costumi loro, ma incominciarono a servirsi della lingua di Roma, tanto che nel 643 furono fissate per la prima volta le loro leggi, redatte nella lingua e secondo lo stile giuridico di Roma: «In nomine Domini incipit edictum, quem renovavit dominus Rothari, vir excellentissimo, rex genti Langobardorum cum primatos iudices suos» [Nel nome del Signore incomincia l’editto che fece Rotari, uomo preclaro, re dei Longobardi, con i suoi consiglieri]. Con questo latino, in cui il neutro edictum è considerato maschile, Rothari è un nominativo (indeclinabile), excellentissimo dovrebbe essere nominativo, genti ha perduto la –s del genitivo e cum regge l’accusativo, inizia l’Editto di Rotari.
La penisola italiana fu terreno di conquista, oltre che dei Germani, anche dei Bizantini, che si fermarono nell’Italia meridionale, nell’Esarcato di Ravenna, nella Pentapoli; e ancora, degli Arabi, che invasero la Sicilia, e gli Slavi, sulle coste nordorientali della penisola. Queste invasioni ebbero sempre conseguenze nel campo linguistico (basterebbe ricordare alcuni toponimi, quali Nicastro Gallipoli, Marsala, Mongibello).

Dall’unità del latino alla frammentazione linguistica

La frammentazione politica non distrusse però la cultura latina, intesa qui come lingua quotidiana; aggiunse invece elementi nuovi, per trasformare sempre più, nonostante la volontà frenante della scuola e dei grammatici, il sistema linguistico. Anche i Longobardi, quasi unificatori politici furono veicolo di novità, fin quando nel 774 Carlo Magno li sconfisse, per poi rifondare l’Impero, volendo ricomporre l’unità politica, religiosa, culturale (e, perciò, linguistica). Ma una lingua non si impone; il popolo, disperso nelle campagne dei feudatari o accolto nelle corti, continuò a sentire sempre più incomprensibile il latino, che proprio per la riforma carolingia, diventava «altra lingua» rispetto a quella parlata dalle masse ed era ormai soltanto la lingua ufficiale della Chiesa e del Palazzo imperiale. Il concilio di Tours (813) prese coscienza della diversità della lingua del popolo, quando raccomandò ai vescovi la predicazione dicendo che «easdem omilias quisque aperte transferre studeat in rusticam linguam aut thiotiscam, quo facilius cuncti possint intellegere quæ dicuntur» [Ciascuno si studi di tradurre le stesse omelie in lingua rustica o in tedesco, affinché tutti possano meglio capire ciò che vien detto]; e già nell’842, Carlo il Calvo e Ludovico il Germanico, successori di Carlo Magno, giuravano davanti ai loro soldati vicendevole aiuto; e per essere capiti da tutti, pronunciavano la formula in volgare, romana e teudisca lingua: «Pro Deo amur et pro christian poblo et nostro commun salvament…» [Per l’amore di Dio e per il popolo cristiano e per la nostra vicendevole salvezza…], dice Ludovico; e Carlo, in lingua tedesca, ripete: «In Godes minna ind in thes christianes folches ind unser bedhero gehaltnissi…». Con i Giuramenti di Strasburgo si ha il primo documento romanzo: non latino aureo, non latino volgare, ma semplicemente volgare: la lingua che il volgo parlava, che era nata dal latino, diventava anche una lingua scritta.
Attestazione della molteplicità di lingue in Occidente, ci viene dal Libro delle strade e delle province, opera araba di geografia scritta tra l’844 e l’848: «Questi mercanti [occidentali] parlano l’arabo, il persiano, la lingua dei Romani, la lingua di Francia, quella di Spagna e lo slavo»: due lingue romanze sono considerate «lingue di mercato» (Roncaglia). Anteriore ai Giuramenti di Strasburgo, trascritto verso la fine dell’VIII secolo o agli inizi del IX, in minuscola corsiva italiana centrosettentrionale, troviamo l’Indovinello veronese:

Se pareba boves
alba pratalia araba
et albo versorio teneba
et nego semen seminaba.

Si spingeva avanti i buoi,
arava bianchi prati,
teneva un bianco aratro,
seminava nera semente.

I buoi sono le dita, i bianchi prati la pergamena, l’aratro bianco è la penna e il seme è la scrittura. La metafora dell’atto dello scrivere, comune all’enigmistica medievale, pur di origine dotta, venne redatta da un chierico in un latino in cui furono introdotti dei volgarismi (se per sibi; negro per nigro; pareba invece di parabat; versorio invece di versorium; ecc.). Non va dimenticato, però, che i due o quattro versicoli dell’indovinello sono giudicati da alcuni studiosi scritti in un volgare, in cui affiorano parecchi latinismi; anche il problema della struttura è abbastanza discusso.

Illustrazione dal codice miniato contenente l'Editto di Rothari.

Illustrazione dal codice miniato contenente l’Editto di Rothari.

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