Vassallo e signore

cit. mongraf. di M. Bloch, La società feudale, Torino 1949.

Ecco, l’uno di fronte all’altro, due uomini: l’uno che vuol servire, l’altro che accetta e desidera di essere capo. Il primo congiunge le mani e le pone, così unite, in quelle del secondo: chiaro simbolo di sottomissione, il cui senso era talvolta ancor più accentuato dall’atto di inginocchiarsi. Il personaggio che offre le mani pronuncia nel medesimo tempo alcune parole, molto brevi, con le quali si riconosce «uomo» di colui che gli sta davanti. Quindi, capo e subordinato si baciano sulla bocca: simbolo di accordo e di amicizia. Questi i gesti – molto semplici e, appunto per ciò, supremamente adatti a commuovere animi tanto sensibili alle apparenze – che servivano ad annodare uno dei più forti legami sociali che abbia conosciuto l’età feudale. La cerimonia, cento volte descritta o ricordata nei testi, sui sigilli, su miniature, si bassorilievi, si chiamava hommage (in tedesco, Mannschaft). Per designare il superiore che essa creava, si usava il semplice nome, assai generico, di «signore». Il subordinato è spesso chiamato, semplicemente, «l’uomo» di questo signore. Talvolta, con maggiore precisione, il suo «uomo di bocca e di mani». Ma vengono usati anche termini più specifici: vassallo o, almeno sino agli inizi del XII secolo, accommendato.

Miniatura del 1400 ca. dal romanzo 'Roland', raffigurante l'investitura di Rolando da parte di Carlo Magno.

Miniatura del 1400 ca. dal romanzo ‘Roland’, raffigurante l’investitura di Rolando da parte di Carlo Magno.


Così concepito, il rito era privo di qualsiasi impronta cristiana. Una simile lacuna, spiegabile in forza delle lontane origini germaniche del suo simbolismo, non poteva sussistere in una società in cui non era quasi possibile ammettere come valida una promessa che non avesse per garante Dio. Lo stesso hommage, nella sua forma, non venne mai modificato; ma, a quanto pare, sin dall’età carolingia, gli si sovrappose un secondo rito, propriamente religioso: con la mano stesa sul Vangelo o sulle reliquie, il nuovo vassallo giurava fedeltà al signore. Era la cosiddetta fides. Il cerimoniale si svolgeva dunque in due tempi. Le due fasi, tuttavia, avevano tutt’altro che lo stesso valore.
La fides, infatti, nulla aveva di specifico. Mille erano le ragioni che esigevano il giuramento di fedeltà, in una società sconvolta, dove la diffidenza costituiva una regola e l’appello alle sanzioni divine sembrava uno dei rari freni aventi una certa efficacia. Veniva prestato, all’atto di entrare in carica, dagli ufficiali regi o signorili di qualsiasi classe. Era volentieri richiesto dai prelati ai chierici; talvolta dai signori terrieri ai contadini. A differenza dell’hommage che, impegnando di colpo l’uomo tutto intero, era ritenuto generalmente non rinnovabile, questa quasi banale promessa poteva esser ripetuta più volte nei confronti della stessa persona. C’erano dunque parecchi atti di «fede» senza omaggi. Ma non conosciamo omaggi senza «fede». Inoltre, quando i due riti erano congiunti, la superiorità dell’omaggio risaltava altresì dal posto che occupava nella cerimonia: avveniva sempre per primo. Era, d’altronde, il solo a far intervenire, in stretta unione, i due uomini; la fede del vassallo costituiva un obbligo unilaterale, a cui raramente rispondeva, da parte del signore, un giuramento parallelo. L’omaggio, in una parola, era il vero creatore della relazione di vassallaggio, sotto il suo duplice aspetto di dipendenza e di protezione.
Il nodo stretto in tal modo durava, teoricamente, quanto le due vite che congiungeva. Si dissolveva, invece, appena la morte poneva fine all’una o all’altra delle sue esistenze. Per vero, vedremo che in pratica il vassallaggio si convertì ben presto in una condizione generalmente ereditaria. Questo stato di fatto permise tuttavia alla regola giuridica, di sussistere intatta sino alla fine. Poco importava che il figlio del vassallo morto prestasse ordinariamente il suo omaggio al signore che aveva accolto quello del padre; che l’erede del signore precedente ricevesse, quasi sempre, gli omaggi dei vassalli paterni: non era necessario rinnovare il rito ogni volta che si modificava la composizione della coppia […].
Il generale dovere di aiuto e di obbedienza, imposto al vassallo, era comune a chiunque fosse divenuto «l’uomo» di un altro uomo. Vi si introducevano tuttavia obblighi speciali [la cui] natura rispondeva a condizioni di classe e di genere di vita determinate assai rigidamente. I vassalli, infatti, nonostante grandi diversità di ricchezza e di prestigio, non venivano reclutati indifferentemente in qualsiasi ceto della popolazione. Il vassallaggio era la forma di dipendenza propria alle classi superiori, caratterizzate anzitutto dalla vocazione guerriera e di comando […].«Servire» o, come anche si diceva, «aiutare», «proteggere»: in questi termini molto semplici i più antichi testi riassumevano gli obblighi inversi del fedele armato e del suo capo.
Il dovere fondamentale era, per definizione, l’aiuto militare. L’uomo di bocca e di mano deve, per prima cosa e soprattutto, servire in persona, a cavallo e con equipaggiamento completo propri. Tuttavia solo di rado lo vediamo comparire da solo. Oltre ai suoi vassalli che, qualora ne possegga, si raccolgono naturalmente sotto la sua insegna, le sue possibilità, il suo prestigio, la consuetudine gli impongono talvolta di farsi seguire da almeno uno o due scudieri. Invece per regola generale, non troviamo nel suo contingente nessun fante. La loro funzione nel combattimento è giudicata troppo mediocre, la difficoltà di nutrire masse umane un po’ considerevoli è troppo grande, perché il capo dell’esercito non si accontenti di quella pedonaglia contadina fornitagli dalle sue terre o dalle sue chiese di cui egli si è ufficialmente costituito protettore. Il vassallo è costretto altresì a tener sovente guarnigione nel castello del signore, sia nel solo periodo delle ostilità, sia – una fortezza non potendo rimanere senza custodi – in ogni tempo, a turno con i suoi pari. Qualora egli possegga una fortezza, dovrà aprirla al proprio signore.
A poco a poco le differenze di grado gerarchico e di potenza, il formarsi di tradizioni necessariamente divergenti, gli accordi particolari e, persino, gli abusi convertiti in diritti introdussero in tali obblighi innumerevoli varianti. E ciò, quasi sempre, col risultato di alleviarne, in ultima istanza, il peso.
I vassalli, grandi e piccoli, aspiravano, anzitutto, a non essere trattenuti indefinitamente in servizio. Le primitive consuetudini del vassallaggio e le tradizioni dello stato carolingio non offrivano precedenti diretti per limitare la durata di quest’ultimo: il suddito, e il guerriero privato, rimanevano sotto le armi tutto il tempo in cui la loro presenza sembrasse necessaria al re o al capo. Invece i vecchi diritti germanici avevano fatto largo uso di una specie di dilazione-tipo, fissata in quaranta giorni o, come più anticamente si diceva, in quaranta notti. Essa non regolava solamente molteplici atti di procedura; la stessa legislazione militare franca l’aveva adottata come il limite del tempo di riposo a cui avevano diritto le leve, tra due chiamate. Questa cifra tradizionale, che veniva naturalmente in mente, fornì fin dalla fine dell’XI secolo la norma ordinaria dell’obbligo imposto ai vassalli. Trascorso il termine, essi erano liberi di ritornare nelle loro case, il più delle volte per l’anno in corso. Senza dubbio accadeva, abbastanza di frequente, che essi rimanessero egualmente nell’esercito. E alcune usanze cercavano anzi di fare di tale prolungamento un obbligo. Ma, da quel giorno in poi, ciò poteva accadere solo a spese del signore e pagati da lui. Il feudo, sino allora stipendio del «satellite» armato, aveva cessato talmente di adempiere la sua primitiva funzione che era necessario supplirvi con un’altra remunerazione.
Il signore non chiamava a sé i suoi vassalli soltanto per combattere. In pace, formava con loro la «corte», che, in date più o meno regolari, di solito coincidenti con le principali feste liturgiche, egli convocava in grande apparato; a volta a volta tribunale, consiglio di cui la morale politica del tempo imponeva al signore il parere in tutte le circostanze gravi, e altresì servizio d’onore. Per un capo, poteva esserci più folgorante dimostrazione del proprio prestigio o mezzo più delizioso di prenderne egli stesso coscienza che comparire agli occhi di tutti circondato da un gran numero di dipendenti, ottenere da questi, che erano talvolta di grado già elevato, il riconoscimento pubblico di alcuni di quegli atti di deferenza – servigi di scudiere, di coppiere, di valletto da tavola – ai quali un’epoca sensibile alle apparenze attribuiva un alto valore simbolico?
Miniatura medievale degli Archives Départementales de Perpignan, raffigurante l'atto dell'hommage.

Miniatura medievale degli Archives Départementales de Perpignan, raffigurante l’atto dell’hommage.


Di queste corti «plenarie, meravigliose e larghe», i poemi epici, di cui costituiscono uno degli scenari familiari, hanno esagerato ingenuamente lo splendore. Anche per quelle in cui i re figuravano, come esigeva il rito, con la corona in capo, il quadro è troppo lusinghiero. Lo stesso dicasi, a maggior ragione, delle modeste adunate attorno ai piccoli o medi baroni. Tuttavia, i testi più autorevoli non ci permettono di dubitare che in queste riunioni venivano trattati molti problemi; che le più brillanti si prestavano a un pomposo spiegamento di cerimoniale; che attiravano, oltre al loro pubblico normale, una folla mista di avventurieri, saltimbanchi e financo di borsaioli; che il signore vi era obbligato sia dall’uso sia dal suo interesse beninteso, a distribuire ai suoi uomini quei donativi di cavalli, di armi, di abiti che erano a un tempo il pegno della loro fedeltà e il segno della loro subordinazione; che infine la presenza di vassalli – ciascuno, come prescriveva l’abate di Saint-Riquier, «secondo la propria possibilità accuratamente parato» – non cessò mai di esservi rigorosamente richiesta. Il conte – dicono gli Usatges di Barcellona – , quando raduna la sua corte, deve «render giustizia…; prestar soccorso agli oppressi… all’ora dei pasti, farli annunziare a suon di tromba perché i nobili e i non-nobili vengano a prendervi parte; distribuire ai suoi grandi delle pellicce; dar ordine all’oste che andrà a portare la devastazione nelle terre di Spagna; creare nuovi cavalieri». A un gradino più basso della gerarchia sociale, un modesto cavaliere piccardo, confessandosi nel 1210 uomo ligio del visdomino di Amiens, gli prometteva, in pari tempo, di prestargli l’aiuto in guerra per sei settimane e «di recarsi, quando sarà richiesto, alla festa che terrà il detto visdomino, per rimanervi a sue spese, con la sua donna, per otto giorni».
Quest’ultimo esempio rivela, insieme con molti altri, che il servigio di corte fu, a poco a poco, regolato e limitato alla stessa stregua del servigio militare. Non bisogna tuttavia credere che l’atteggiamento dei vassalli, di fronte ai due obblighi, sia stato in tutti i punti simile. L’esercito non era che un peso. Il servigio di corte implicava per converso molti vantaggi: generosità del signore, mangiate a ufo, partecipazione al comando. I vassalli cercarono perciò di sottrarvisi meno. Sino alla fine dell’età feudale, tali assemblee, facendo in certo modo da contrappeso all’allontanamento nato dalla pratica del feudo, si sforzarono di mantenere, tra il signore e i suoi uomini, quel contatto personale, senza il quale non esiste alcun vincolo umano.
La fides imponeva al vassallo di «aiutare» il suo signore in tutte le forme. Con la spada, col consiglio – ciò va da sé – e, a un certo momento si aggiunge, anche con la borsa. Non c’è istituzione che riveli, meglio di quest’appoggio pecuniario, l’unità profonda del sistema di dipendenza sul quale si era edificata la società feudale. Servo; locatario, cosiddetto «libero», di una signoria; suddito, in un regno; vassallo infine: chiunque obbedisca deve aiuto al proprio capo o padrone nelle sue necessità. Ora, ce n’è forse di più grande della mancanza di denaro? Gli stessi nomi del contributo che il signore, in caso di bisogno, era così autorizzato a chiedere ai suoi uomini, furono, almeno nel diritto feudale francese, simili in tutti i gradi della gerarchia sociale. Era detto semplicemente aide, «aiuto»; oppure taille, espressione figurata derivante dal verbo «tagliare», ossia, letteralmente, «prendere a qualcuno un pezzo della sua sostanza» e, quindi, tassarlo.
Miniatura dalle «Grandes Chroniques de France», MS 73, fol 386. Giovanni II crea nuovi cavalieri (XIV-XV secc.). Parigi, Bibliothèque Nationale de France.

Miniatura dalle «Grandes Chroniques de France», MS 73, fol 386. Giovanni II crea nuovi cavalieri (XIV-XV secc.). Parigi, Bibliothèque Nationale de France.

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