Andrea Cappellano, De amore I, 1

di G. Ferroni – A. Cortellessa – I. Pantani – S. Tatti, Storia e testi della letteratura italiana dalle origini al 1300, Città di Castello 2012, pp. 78-82.

 

Non si hanno notizie sicure sull’autore di questo trattato latino, che è stato identificato con un Andrea, cappellano della contessa di Champagne, sorella del re di Francia Filippo Augusto, all’incirca dal 1184 al 1187; l’opera, indirizzata a un certo Gualtieri (per cui nella tradizione viene spesso indicata come il Libro di Gualtieri), dovrebbe essere stata composta negli ultimi anni del XII secolo e l’autore dovrebbe essere morto intorno al 1210. Già nei primi decenni del XIII secolo il trattato ebbe grande diffusione e divenne un punto di riferimento essenziale per tutte le definizioni dell’amore, per la riflessione sulle sue diverse forme, per la sua rappresentazione nella lirica e nella narrativa del tardo Medioevo. Molti critici moderni hanno voluto vedere in quest’opera una sintesi delle nozioni sull’amore cortese, diffuse nella cultura feudale e nella letteratura francese e provenzale del XII secolo. Il De amore comunque presenta un carattere ambiguo e a più facce: articolato in tre libri, offre nei primi capitoli una definizione dell’amore che corrisponde più direttamente al modello dell’amore cortese, inteso come amore-passione, ma poi nel resto del primo libro si dilunga su di una sottile casistica, sul modo di comportarsi nei diversi tipi di rapporto amoroso, secondo le diverse classi e tipi sociali (con vere e proprie scene di commedia). Il secondo libro definisce in modo molto articolato una serie di questioni che riguardano ogni tipo di amore: come si conserva, si accresce, diminuisce, prende fine, come si comunica l’amore reciproco, cosa accade se si rompe la fedeltà d’amore; affronta poi diverse «questioni d’amore» (temi variamente dibattuti negli ambienti cortesi) e si conclude con l’elencazione di una serie di regulae, regole d’amore. Il terzo libro arriva però a rovesciare sorprendentemente la prospettiva, con una dura e moralistica reprobatio amoris (“riprovazione d’amore”), che invita a tenersi lontani dall’amore, mostrando che quanto scritto precedentemente aveva solo la funzione di farlo conoscere per potersene meglio difendere.

Data l’ambiguità di questa struttura, ne sono state date interpretazioni molto diverse: il terzo libro è stato visto da alcuni solo come uno schermo per giustificare l’audacia dei libri precedenti; altri vi hanno invece riconosciuto il reale punto di vista dell’autore, sostenendo che è la stessa mentalità medievale a rendere possibile la coesistenza di punti di vista opposti, o interpretando i due libri precedenti come una parodia del modello dell’amore cortese. Ma, quale che sia il vero intento dell’autore del De amore, resta il fatto che la fortuna del trattato è stata determinata proprio dai primi due libri e dal modello d’amore che da essi risulta.

Qui riportiamo (con un breve taglio) l’inizio e il primo capitolo del trattato, con la definizione generale dell’amore, la cui eco giunge fino alle celebri parole di Francesca da Rimini nel V canto dell’Inferno. Insieme all’originale latino, si propone un volgarizzamento del XIV secolo, contenuto nel codice Riccardiano 2318 (Biblioteca Riccardiana di Firenze).

Si noti come la passione d’amore sia fatta risalire alla visione dell’oggetto amato (secondo una prospettiva che sarà ripresa in tante successive definizioni dell’amore), e come tutto il suo procedere sia ricondotto all’attività del pensiero che nutre dentro di sé quella visione e mira a raggiungere l’essere amato, a entrare in contatto fisico con esso.

Scene di amor cortese. Specchio d'avorio, primo terzo del XIV secolo.  Paris, Musée du Louvre.

Scene di amor cortese. Specchio d’avorio, primo terzo del XIV secolo.
Paris, Musée du Louvre.

Accessus ad amoris tractatum. Est igitur primo videre, quid sit amor, et unde dicatur amor, et quis sit effectus amoris, et inter quos possit esse amor, qualiter acquiratur amor, retineatur, augmentetur, minuatur, finiatur et de notitia amoris mutui, et quid unus amantium agere debeat altero fidem fallente.

 

Adunque è da vedere che cosa è amore, onde sia detto, qual sia suo fine; intra quali può essere amore; come amore si può acquistare, conservare e crescere, menomare e finire; e come due persone possano tra sé conoscere loro amore, e che de’ fare l’uno delli amanti se l’altro gli rompe fede.

 

Quid sit amor. Amor est passio quaedam innata procedens ex vision et immoderate cogitatione formae alterius sexus, ob quam aliquis super omnia cupit alterius potiri amplexibus et omnia de utriusque voluntate in ipsius amplexu amoris praecepta compleri.

Quod amor sit passio facile est videre. Nam antequam amor sit ex utraque parte libratus, nulla est angustia maior, quia semper timet amans ne amor optatum capere non possit effectum, nec in vanum suos labores emittat. Vulgi quoque timet rumores et omne quod aliquo posset modo nocere; res enim imperfectae modica turbatione deficiunt. Sed et si pauper ipse sit, timet ne eius mulier vilipendat inopiam; si turpis est, timet ne eius contemnatur informitas vel pulchrioris se mulier annectat amori; si dives est, praeteritam forte tenacitatem sibi timet obesse. Et ut vera loquamur, nullus est qui possit singularis amantis enarrare timores. […]

Quod autem illa passio sit innata, manifesta tibi ratione ostendo, quia passio illa ex nulla oritur actione subtiliter veritate inspecta; sed ex sola cogitatione quam concipit animus ex eo quod vidit passio illa procedit. Nam quum aliquis videt aliquam aptam amori et suo formatam arbitrio, statim eam incipit concupiscere corde; postea vero quotiens de ipsa cogitat, totiens eius magis ardescit amore, quousque ad cogitationem devenerit pleniorem. Postmodum mulieris incipit cogitare facturas, et eius distinguere membra suosque actus imaginari eiusque corporis secreta rimari ac cuiusque membri officio desiderat perpotiri.

Postquam vero ad hanc cogitationem plenariam devenerit, sua frena nescit continere amor, sed statim procedit ad actum; statim enim iuvamen habere laborat et internuntium invenire. Incipit enim cogitare qualiter eius gratiam valeat invenire, incipit etiam quaerere locum et tempus cum opportunitate loquendi, ac brevem horam longissimum reputat annum, quia cupienti animo nil satis posset festinanter impleri; et multa sibi in hunc modum evenire constat. Est igitur illa passio innata ex visione et cogitatione. Non quaelibet cogitatio sufficit ad amoris originem, sed immoderata exigitur; nam cogitatio moderata non solet ad mentem redire, et ideo ex ea non potest amor oriri.

 

Amore è una passione dentro nata per pensiero sanza modo di cosa veduta, procedente da forma di generazione diversa dalla persona che pensa, per la qual passione l’una persona sopra tutte cose disidera d’usare gli abracciamenti dell’altra, e di comune volere compiere tutte cose nel comandamento dello amore.

Che amore sia passione, a vedere è lieve: imperciò che inanzi che amore di ciascuna parte sia pesato, non è maggiore angoscia, imperciò che sempre l’uno delli amanti teme che l’amore non prenda fuori che debito fine, e di non perdere invano la sua fatica. Anco teme romore di gente, e ogni cosa teme che può guastare amore, imperciò che cose non compiute si guastano per poco turbamento. Se povero è, teme che la femina non tenga a vile sua povertà; se bello non è, teme che dispregiata non sia la sua non bellezza, o che la femmina non si accosti a più bello amore; se ricco è, teme che non li noccia la preterita iscarsità. E a dir vero, tante sono le paure del singulare amante, che nessuno lo potrebbe dire. […]

Che questa sia passione dentro nata, manifestatamente il ti mostro, perciò che, se sì sottilmente volemo guardare lo vero, quella passione non nasce d’alcuna cosa fatta, ma da sola pensagione nell’animo presa di cosa veduta, quella passione procede. L’uomo, quando vede alcuna acconcia ad amare e al suo albitrio formata, di presente comincia a desiderarla nel cuore, e poi, quante volte pensa di quella, tanto maggiormente nel suo amore arde, infino che diviene a pensare le fazioni di quella e distinguere le membra e immaginare gli suoi atti e disegnare per pensieri le segrete cose de’ membri segreti e disiderare d’usare lo uficio di ciascuno membro di quella.

Dappoi che per pensieri è divenuto a questa piena congiunzione delle cose segrete, lo amore non sa tenere gli suoi freni, ma incontanente procede all’atto e l’aiutorio cerca di messo mezzano, e come e ’l luogo e ’l tempo possa trovare acconcio a parlare, e più, che la brieve ora gli pare più che uno anno, perché all’amante niente gli par fatto sì tosto come vorrebbe: e molte cose l’incontrano in questo modo. Adunque, è quella passione dentro nata per pensamento di cosa veduta. A commuovere ad amare non basta ciascuna pensagione, ma conviene che sanza modo sia, imperciò che pensagione con modo non suole alla mente ritornare, sicché amore non può nascere di quella.