Il ronzino del vescovo. Una fonte notarile

di A. Barbero, in Prima lezione di metodo storico, a cura di S. Luzzatto, Roma-Bari 2010, pp. 13-31.

 

 

  1. Gli atti della causa

 

Vescovo con pianeta. Miniatura dal Sacramentario di Warmondo (X sec.). Ivrea, Biblioteca Capitolare.

Vescovo con pianeta. Miniatura dal Sacramentario di Warmondo (X sec.). Ivrea, Biblioteca Capitolare.

Nel 1211 il vescovo di Ivrea è in lite con un suo dipendente, Bongiovanni d’Albiano, per le prestazioni a cui quest’ultimo è obbligato in cambio delle terre che tiene in feudo della Chiesa. Gli atti della causa sono contenuti in quattro pergamene, tre originali e una copia non autentica di poco più tarda, e si conservano nell’Archivio vescovile di Ivrea. Nell’anno 1900 lo storico piemontese Ferdinando Gabotto li pubblicò in un volume che contiene tutte le carte di quell’archivio fino al 1313, data della soggezione di Ivrea ai Savoia: è forte dunque la tentazione di studiare la vicenda servendosi dell’edizione a stampa, ciò che permetterebbe di lavorare in biblioteca anziché in archivio, di leggere i testi con facilità, e di fotocopiarli per esaminarli comodamente a casa propria. Ma quando si devono sottoporre pochi documenti a un’analisi ravvicinata, frase per frase e parola per parola, è bene non accontentarsi delle edizioni, e andare in archivio a vedere gli originali, magari portandosi dietro la fotocopia per un raffronto puntuale.

Il nostro lavoro comincia dunque nell’archivio della Chiesa d’Ivrea, dove gli atti sono conservati per la buona ragione che il vescovo vinse la causa. Se l’avesse perduta, soltanto Bongiovanni e i suoi eredi avrebbero avuto interesse a conservare la documentazione, che quasi certamente sarebbe andata persa nell’immenso naufragio degli archivi privati anteriori al Due-Trecento. Infatti la grande maggioranza delle famiglie di quell’epoca si sono estinte, e il loro patrimonio documentario è andato disperso; mentre gli archivi degli enti ecclesiastici, che hanno continuato a funzionare ininterrottamente fino ad oggi, sono molto meglio conservati.

I documenti che ora abbiamo in mano sono su pergamena, perché la carta comincerà a diffondersi soltanto fra XIII e XIV secolo, e solo per le scritture più ingombranti e più effimere, come i registri fiscali. Sono scritti in latino, come quasi tutti i documenti medievali italiani, e in una grafia irta di abbreviazioni, non immediatamente leggibile a un occhio moderno: è chiaro che per analizzarli è necessario possedere alcune abilità tecniche, che del resto ogni medievista acquisisce nel corso della sua formazione. Il primo lavoro da fare è il confronto fra gli originali e il testo a stampa, da cui ricaviamo la conferma che abbiamo fatto molto bene ad andare in archivio, perché la lettura dell’editore è stata in più d’un caso frettolosa.

Per non fare che un esempio, nella trascrizione del Gabotto si menziona un certo ser Giovanni da Rondissone, e si afferma che il vescovo Gaimario aveva sequestrato vacche e buoi «domini Iohannis de Rondeçone aut Boni Iohannis», ma l’originale dice «avi», non «aut»: senza ricorrere all’originale non sapremmo mai che questo personaggio, il cui nome ricorre spesso negli atti, era il nonno del Bongiovanni protagonista del processo.

 

 

  1. Lo svolgimento della lite

 

Ora che disponiamo di una trascrizione completa e corretta dei documenti, è il momento di chiederci che storia raccontano, e quali domande possiamo porgli. È chiaro che qui non siamo di fronte ai grandi eventi della Storia con l’iniziale maiuscola, ma ad una vicenda quotidiana di gente qualunque; e proprio questo rende preziose le fonti d’archivio. È ad esse che ricorriamo per capire qualcosa del funzionamento concreto della società medievale, delle relazioni economiche, delle strutture familiari e dei rapporti di potere.

Particolarmente utili sono gli atti dei litigi, come questi che ci prepariamo ad analizzare, perché una controversia obbligava le parti a definire e argomentare le loro posizioni, e sollecitava i giudici a formulare con precisione le domande da porre ai testimoni per accertare la verità: è quasi soltanto attraverso le cause giudiziarie che impariamo come funzionavano davvero istituzioni fondamentali del mondo medievale, quale ad esempio la signoria. La causa di Ivrea ha a che fare con il diritto feudale, ma la disputa sui rapporti fra signore e vassallo investe una questione assai più generale, e cioè il modo in cui quei rapporti determinavano la stratificazione della società: in gioco – come vedremo subito – è lo status sociale di Bongiovanni, la sua pretesa d’essere un nobile e non un villano.

Il primo dei quattro atti porta la data del 30 giugno 1211, ed è, dal punto di vista formale, una notitia: riferisce lo svolgimento della lite tra il vescovo di Ivrea, Pietro, rappresentato dal suo procuratore (syndicus) Giacomo Carta, e Bongiovanni d’Albiano coi suoi fratelli, fino al momento in cui è stata pronunciata la sentenza. La causa è stata discussa sub paribus curie, dove con curia s’intende l’assemblea dei vassalli del vescovo: come vedremo, che Bongiovanni fosse un vassallo – e dunque un nobile – oppure un dipendente di condizione inferiore era per l’appunto la questione da risolvere, ma in ogni caso gli venne riconosciuto il diritto di essere giudicato, come un vassallo, dai suoi pari, nominando d’accordo col signore i “colleghi” chiamati a giudicare. Infatti i giudici sono due cavalieri, ser Boamondo del Solero e ser Oberto Raimondo, «eletti da entrambe le parti» (notiamo qui che anche se per comodità di lettura tradurremo la maggior parte delle citazioni, l’analisi è stata fatta sul testo latino: lo studioso deve interrogare il documento nella sua lingua originale per poterne apprezzare tutte le sfumature).

Procedendo nella lettura veniamo a sapere in che cosa consisteva il litigio. Il procuratore del vescovo pretendeva da Bongiovanni e dai suoi fratelli che mettessero un ronzino a disposizione del vescovo in cambio del feudo che tenevano da lui, «sostenendo che tengono un feudum de roncino». Il termine “ronzino” non aveva ancora la valenza spregiativa che ha assunto oggi, ma indicava un cavallo da soma, di scarso valore commerciale e che nessuno avrebbe potuto confondere con un costoso cavallo da guerra. Chi teneva un “feudo di ronzino” era dunque obbligato a un servizio non particolarmente onorifico nei confronti del signore: non combatteva per lui, ma si limitava a portare i bagagli, e difficilmente poteva aspirare per questo a una condizione sociale privilegiata.

Questo episodio apparentemente secondario è rivelatore della ragion d’essere della società feudale. La Chiesa d’Ivrea possedeva un esteso patrimonio fondiario; in alcuni luoghi, come ad Albiano, la maggioranza degli abitanti erano suoi dipendenti, e di conseguenza il vescovo aveva il diritto di mantenere l’ordine con la forza in quella zona e farsi obbedire dalla popolazione. Gli abitanti delle campagne erano costituiti in grande maggioranza da quelli che le fonti chiamano collettivamente homines o rustici: contadini, i quali avevano dei diritti ereditari di sfruttamento della terra, ma anche dei doveri verso il signore, a cui non potevano sottrarsi unilateralmente. Per loro la soggezione all’autorità si traduceva nell’obbligo di pagare le imposte e contribuire con prestazioni di lavoro gratuite, com’era appunto, in quel caso specifico, il servizio col ronzino. Ma il vescovo aveva anche dipendenti di rango più elevato, i vassalli, che poi erano di solito cavalieri (milites). I vassalli erano i proprietari più agiati e influenti della zona, e questo è il motivo per cui il signore, bisognoso di appoggio politico e di aiuto militare, concedeva loro la terra a condizioni molto più favorevoli. Non lavoravano i campi con le proprie mani, ma ne incassavano le rendite, e il loro obbligo verso il signore, sancito dal giuramento di fedeltà e dall’omaggio vassallatico, era quello di assisterlo nelle cause giudiziarie e di combattere per lui in sella a un cavallo da guerra.

Senonché la distinzione fra le due categorie di dipendenti non era sempre così limpida, come dimostra proprio il litigio fra il vescovo Pietro e Bongiovanni d’Albiano. Le concessioni erano ereditarie e perpetue, e tale avrebbe dovuto essere anche lo status sociale dei titolari; ma l’epoca conosceva un’impetuosa crescita economica e una vigorosa mobilità sociale, per cui a distanza di qualche anno la condizione di un uomo poteva non essere più simile a quella di suo padre e di suo nonno. Se il contadino cui il signore imponeva di fornire un ronzino per portare i bagagli si arricchiva, poteva capitare che i suoi discendenti rifiutassero di continuare a prestare quel servizio, sostenendo di essere anche loro dei gentiluomini, e di non essere tenuti agli oneri che gravavano sui rustici. Quando il procuratore del vescovo fece causa a Bongiovanni e fratelli sostenendo che il loro era un feudo di ronzino, essi negarono e cercarono di provare che il loro era un feudo nobile («quod multo tempore tenuerunt feudum gentiliter»).

La domanda che a questo punto ci interessa porre al documento è: come si faceva a provarlo? Nel testo leggiamo che entrambe le parti avevano presentato atti e dichiarazioni scritte, ma poco probanti; restava la possibilità di addurre dei testimoni. La notitia non contiene i verbali degli interrogatori, limitandosi a dichiarare che il procuratore del vescovo ha provato la sua affermazione con testimoni validi («per multos testes ydoneos clericos et laycos»), mentre Bongiovanni e fratelli hanno solo tentato di provare la propria tesi, ma con testimoni «a cui non fu data fede». I giudici, dopo essersi consigliati con molti esperti di diritto, erano pronti a pronunciare la sentenza; ma a questo punto saltò fuori che Giacomo Carta non disponeva di una procura giuridicamente valida per rappresentare il vescovo («non reperiebatur legitime creatus syndicus»). Perciò i giudici chiesero al vescovo di comparire personalmente e attestare sotto giuramento che i «suoi» testimoni avevano detto la verità.

Il formalismo della procedura, che per l’epoca rappresenta un tratto moderno, si accompagna a un tratto arcaico come la persistente rilevanza data al giuramento quale elemento di prova; rilevanza tale che il vescovo Pietro anziché presentarsi preferì chiedere un rinvio per riflettere, e mentre rifletteva venne chiamato alla cattedra patriarcale di Antiochia, nel lontano regno crociato di Gerusalemme. La causa fu dunque rinviata fino all’elezione di un nuovo vescovo, Oberto; a questo punto la procedura venne riaperta, e Oberto accettò di prestare il giuramento richiesto.

Perciò i giudici – conclude il primo dei quattro atti conservati nell’Archivio vescovile di Ivrea – hanno condannato Bongiovanni a tenere un ronzino in servizio del feudo: stabilendo, implicitamente, che la sua condizione era quella d’un semplice villano, e non un nobile come sostenevano lui e i suoi fratelli.

Chiostro della Cattedrale di Ivrea (XI-XII sec.).

Chiostro della Cattedrale di Ivrea (XI-XII sec.).

 

  1. Le disposizioni dei testimoni

 

Fin qui la vicenda appare piuttosto lineare. Il problema più interessante posto da questo primo documento è quanto il formalismo della procedura, con la ricusazione del Carta, non sia in realtà un cavillo adottato dai giudici per evitare di sentenziare, e per scaricare sulla coscienza del vescovo la soluzione del caso: come sempre accade, gli atti processuali raccontano la verità a modo loro, e sarebbe ingenuo accoglierla alla lettera.

Per capire su quali elementi si erano basati i giudici passiamo alla seconda pergamena, contenente le deposizioni dei testimoni, che vennero trascritte il 29 ottobre 1211, e dunque quattro mesi dopo la sentenza, «affinché valgano per sempre come se testimoniassero a viva voce». La causa si era nel frattempo riaperta, e i giudici ritennero opportuno che le testimonianze già rese, verbalizzate dapprima in modo informale, rimanessero a disposizione in forma ufficiale. Il verbo usato dai giudici («ordinarono di auctenticare i testi prodotti da entrambe le parti») implica il conferimento di valore giuridico a un documento tramite la sottoscrizione notarile; senonché in questo caso la trascrizione a un certo punto venne interrotta, senza neppure registrare il nome del notaio, per cui tecnicamente il documento non risulta affatto auctenticus (ovvero dotato di auctoritas, nel linguaggio notarile dell’epoca).

Le deposizioni di testimoni rappresentano sempre una fonte straordinaria di informazioni per lo storico, perché ci consentono di ascoltare la viva voce della gente comune. Non senza mediazioni, s’intende: i testi parlavano in lingua volgare, cioè nel dialetto locale, e il notaio traduceva laboriosamente in latino; e quanto all’attendibilità delle deposizioni, va ribadito che i testimoni non erano convocati dal giudice, ma presentati dalle parti a sostegno della loro tesi. Nel nostro caso il verbale raccoglie le deposizioni di venti testimoni, tutti prodotti da Giacomo Carta a carico di Bongiovanni. Evidentemente la trascrizione venne interrotta prima di arrivare ai testi presentati dalla controparte, che pure erano preannunciati nell’incipit del documento.

Prima di analizzare le deposizioni è bene verificare nella documentazione coeva l’identificazione dei personaggi coinvolti: perché all’inizio del Duecento la massa dei documenti pervenuti fino a noi ha già cominciato a crescere, e ci si può aspettare che almeno i testimoni di rango sociale più elevato siano presenti in diversi altri atti. Infatti, controllando le carte dell’Archivio vescovile d’Ivrea pubblicate dal Gabotto, si riconoscono il cavaliere ser Meardo Ferrero, vassallo del vescovo d’Ivrea e di diversi signori locali della zona; il canonico ser Bonizo, uno degli esponenti più importanti del capitolo cattedrale e appartenente come ser Boamondo alla maggiore famiglia nobile di Ivrea, i del Solero; il canonico diacono Rodolfo Caudera, e il notaio Aldeprando, molto attivo a Ivrea – soprattutto per conto del vescovo – nell’ultimo quarto del XII secolo e nel primo decennio del XIII. Altri testimoni sono invece proprietari agiati di Albiano, e dunque vicini di casa di Bongiovanni: insomma, per provare le sue ragioni il procuratore è ricorso alla convocazione sia di personaggi importanti di Ivrea, autorevoli per la loro posizione sociale e legati alla Chiesa, sia di abitanti della località dov’era situato il feudo in discussione.

In tutti i casi in cui possiamo verificarlo, si trattava di persone di una certa età, attestate nella documentazione già da diversi decenni, e in grado di ricordare un passato anche abbastanza remoto. In parecchi casi i testimoni sono invitati a dichiarare la loro età; e come accade quasi sempre in quest’epoca, nessuno la sa con assoluta precisione. Interrogati su quanti anni hanno, il canonico Rodolfo Caudera risponde «che crede di averne più di 50», ser Bonizo «circa 44 o 43», il notaio Aldeprando «60 e più», Enrico di Bollengo «più di 42», Evrardo di Oggero «50 e più». Questa imprecisione, che oggi ci colpisce, era normale in un’epoca in cui il conto degli anni non era tenuto con rigore e non si usava celebrare il compleanno, né indicare nei documenti la data di nascita. Lo scopo dell’interrogatorio era di verificare a quali obblighi si erano assoggettati in passato Bongiovanni, suo padre Gribaldo e suo nonno Giovanni di Rondissone. In questa società dove la consuetudine aveva forza di legge, tutti sapevano che se determinati oneri erano stati sopportati a lungo senza protestare, non era più possibile contestarli. Uno dei testimoni, che i giudici debbono aver ritenuto ben poco interessante, lo è invece per noi, in quanto enuncia esattamente i termini della questione, anche se dichiara di non saperla decidere: «sa e vide che Giovanni di Rondissone e i suoi figli si consideravano uomini del vescovo e che cavalcavano col vescovo dove lui voleva, ma dice che non sa se sia un feudo di ronzino o di destriero, ose sia servo o libero, se non che andavano col vescovo sia a cavallo sia a piedi».

Se fossimo al posto dei giudici, potremmo essere interessati a ricostruire la personalità di ciascun testimone, per valutare l’attendibilità delle sue affermazioni. Ne verrebbero fuori interrogativi a cui non è facile rispondere: ad esempio, perché mai alla domanda rituale dei giudici, che chiedono a ciascun testimone se non ha mai avuto una condanna o un patteggiamento per furto, i due ecclesiastici rispondono scherzando? Ser Bonizo: «Rispose che non l’avrebbe detto, ma quando vorrà ricevere una penitenza dirà la verità». Rodolfo Caudera: «Rispose che non si è dato briga, ma quando erano bambini ha ammazzato gli anatroccoli» («set quando erant pueri interfecit anserotos»).

Per ricavare il massimo profitto dal documento conviene piuttosto smontare le testimonianze, e ricostruire quali risposte vennero suscitate da ciascuna domanda. Il primo punto su cui insiste l’interrogatorio è molto concreto: si tratta di stabilire se il padre di Bongiovanni, Gri-baldo, e il fratello di questi Guidotto hanno mai prestato servizio al vescovo con un ronzino. Qui, a prima vista, le testimonianze sono inoppugnabili. Più di metà dei testimoni hanno visto i due cavalcare al seguito del vescovo Gaimario con un cavallo acquistato a loro spese, e sono certi che si trattava d’una bestia da soma: era «un ronzino color asino con la criniera rasata e i bagagli caricati». (Notiamo, a margine, che tutti i termini qui tradotti in italiano suonano piuttosto oscuri a chi conosca soltanto il latino classico, e vanno controllati su un vocabolario di latino medievale: qui scopriamo ad esempio che quando i testi parlano di «runcino dosno» usano un aggettivo, dosinus, che indica appunto il colore degli asini). Un altro teste ricorda che il cavallo era costato tre lire: e anche qui è necessario fare dei raffronti con i prezzi indicati in altri documenti più o meno coevi per scoprire che si tratta d’una cifra molto bassa rispetto ai prezzi dei cavalli da guerra, i quali potevano costare diverse decine di lire.

I giudici, scrupolosi, chiedono se il servizio era prestato proprio in cambio del feudo di cui i due fratelli erano investiti, e come fanno i testimoni a saperlo. I più l’hanno sentito dire, ora dal vescovo stesso, ora «da tutti quelli del paese». Un teste aggiunge di aver sentito confessare dallo stesso Gribaldo «che teneva dal vescovo un feudo di ronzino»; il canonico Caudera ribadisce «che l’aveva sentito dire dal vescovo e loro non negavano». Feudi di quel genere erano anche chiamati feudi da scudiero (scutifer), e infatti uno dei testimoni afferma «di aver sentito dire che Gribaldo padre di Bongiovanni cavalcava col vescovo portando i bagagli da scudiero». Un altro teste, Pelagallo, aggiunge che Gaimario pretendeva lo stesso servizio già dal padre di Gribaldo, anche se dovette litigare per ottenerlo: egli «vide che il vescovo Gaimario prese (rapuit) i buoi e le vacche di ser Giovanni di Rondissone avo di Bongiovanni», a titolo di risarcimento «perché non aveva potuto avere il ronzino, e li tenne finché il detto Giovanni giurò di obbedire all’ordine del detto vescovo».

Tutto chiaro, dunque? No, perché altri testimoni si esprimono in modo più dubitativo. C’è chi ha visto Gribaldo cavalcare col vescovo Gaimario «ma non sa se lo serviva per obbligo del feudo oppure no»; chi ammette «che ogni tanto è andato con il vescovo» ma «non sa se ha fornito il ronzino o no». C’è chi afferma d’averlo visto condurre un ronzino, ma non per obbligo: Gribaldo andava col vescovo solo quando gli pareva, «quando non voleva stava a casa»; e comunque «non andava come scudiero, ma come nobile». C’è chi afferma di averlo conosciuto bene «e non vide mai che tenesse un cavallo né un ronzino né che andasse col vescovo a Roma o dall’imperatore»: precisazione quest’ultima non casuale, perché i detentori di feudi di ronzino avevano spesso come obbligo principale quello di accompagnare i vescovi in queste occasioni; e infatti il canonico ser Bonizo, quanto a lui, «crede fermamente che Gribaldo andò col vescovo a Roma col suo ronzino».

Nel loro zelo di accertare tutto l’accertabile a proposito del famoso ronzino, i giudici rischiano talvolta di spazientire i testimoni, come quel tale che «interrogato di che tipo era quel ronzino, rispose: “Come quelli che ci sono in giro” (“tales quales currunt per terram”)», per poi concludere la deposizione piuttosto bruscamente: «e dice che non sa altro: “Cosa devo dirvi di più?”». Ma a questo punto è opportuno lasciare la prima domanda posta ai testimoni e fermare l’attenzione sulla successiva, da cui i giudici speravano molto (e da cui non ricavarono invece quasi nulla). A tutti venne chiesto che cosa tenevano in feudo dal vescovo i predecessori di Bongiovanni, quando era avvenuta l’investitura, con quale procedura e in presenza dichi. Molti sapevano che si trattava di terre in Albiano, ma quasi nessuno era stato presente all’investitura o ne ricordava le circostanze; l’unico che ammette di essere stato presente «non vide che si facesse menzione d’un cavallo o d’un ronzino». Tocchiamo con mano, qui, quanto fosse insoddisfacente una procedura come quella feudale che si basava esclusivamente sull’oralità, e capiamo come mai a quella data si stesse ormai affermando l’abitudine di registrare per iscritto omaggi e investiture, senza più accontentarsi della pregnanza simbolica dei gesti.

Ma per i giudici c’era ancora un altro modo di dedurre la natura del feudo. Consisteva nel verificare se i predecessori di Bongiovanni fossero stati obbligati a subire gli oneri signorili, pagando l’imposta periodica nota come il “fodro” e prestando i servizi di trasporto e di guardia al castello (ancora noti coll’antico nome longobardo di guayta et scaraguayta), come dovevano fare tutti gli abitanti (vicini) di Albiano, ad eccezione dei detentori di feudi nobili. Fra i testimoni provenienti da Albiano, essi stessi soggetti a quegli oneri, c’è naturalmente la tendenza ad affermare che Bongiovanni deve farsene carico come tutti. Uno dichiara «che la guaita e la scaraguaita debbono essere imposti a Bongiovanni come a lui stesso e agli altri»; inoltre ha visto che Bongiovanni era obbligato a far macinare il suo grano al mulino del vescovo, e che quando c’era da pagare il fodro era tassato come tutti gli altri: ma interrogato se gliel’ha visto pagare, deve ammettere di no. Un altro teste dichiara che ha visto Bongiovanni sottoporsi a tutti i servizi di guardia e di trasporto, «e che quando si deve pagare il fodro tutti insieme al paese lui viene tassato come gli altri, ma non sa se lo dà o no». Da una testimonianza all’altra, il rifiuto di pagare il fodro si rivela come un elemento costante del conflitto fra le tre generazioni della famiglia e il vescovo; e ci rivela quanto fosse difficile per l’autorità signorile farsi rispettare dai dipendenti più insubordinati. Un teste sa che Bongiovanni fa le guardie e i trasporti, ma non ha mai visto che suo padre pagasse il fodro o la taglia; un altro ricorda che anche il nonno litigò spesso con i vescovi «e che gli chiedevano il fodro, ma non vide che lo desse». Senonché il rifiuto di pagare il fodro non era di per sé la prova che il loro fosse un feudo nobile: anche il possessore d’un feudo di ronzino poteva pretendere d’essere esentato in cambio del suo servizio. Il canonico ser Bonizo osserva che benché Gribaldo e Guidotto servissero col ronzino il vescovo, questi non li esonerava dal fodro, riscuotendolo anche da loro quando lo imponeva agli altri abitanti di Albiano; «tuttavia loro protestavano dicendo che non doveva-no dare il fodro e servire il feudo, dicendo che li gravava troppo».

Solo a questo punto i giudici passano a una domanda più diretta, chiedendo a ciascun testimone «se sa che i predecessori di Bongiovanni siano nobili e che tengano il feudo da nobili (gentiliter) e che siano capitanei», termine quest’ultimo con cui nell’Italia settentrionale si indicavano i maggiori vassalli dei vescovi. Non potevano cominciare direttamente da questa domanda? In realtà no, perché nell’Italia dell’epoca essere nobili non era una condizione giuridica precisa e indiscutibile, svincolata dalle circostanze materiali. Nell’opinione della gente – lo confermano tutti i processi di questo genere – essere nobili significava vivere da nobili, non pagare il fodro, tenere cavalli da guerra; non per nulla è su questi punti che i giudici avevano insistito all’inizio, e il fatto che ora si rassegnino a chiedere direttamente se gli interessati erano nobili significa che non hanno ricevuto risposte coerenti, e non sanno più bene come uscirne.

Alla domanda più di un testimone risponde semplicemente dichiarando la propria ignoranza («non sa se tenessero il feudo da nobili o da villani»). Altri fanno affermazioni contraddittorie: un teste dichiara di aver sentito dire «che il vescovo Gaimario impose il fodro a Gribaldo», ma ha sentito anche «che i predecessori di Bongiovanni erano nobili». Rodolfo Caudera dichiara «che ha sentito dire che erano nobili», ma pure «che quando il vescovo prendeva dagli altri uomini di Albiano prendeva anche da loro». Ser Bonizo, che ha visto Gribaldo e Guidotto servire il vescovo «a turno e spesso col loro ronzino», alla domanda se fossero nobili risponde «che li teneva pro bonis hominibuset gentilibus, ma non ha visto che fossero cavalieri (milites)». La maggior parte dei testimoni, pur affermando d’aver visto Gribaldo e Guidotto accompagnare il vescovo Gaimaro col ronzino e i bagagli, concorda «che erano boni homines et gentiles».

È soprattutto il nonno, Giovanni di Rondissone, a emergere nella memoria dei testi come nobile; del resto essi lo designano col titolo di dominus, corrispondente al volgare “ser”, e riservato ai sacerdoti e ai cavalieri. Il notaio Aldeprando non ha dubbi che costui viveva come un nobile: «vide ser Giovanni di Rondissone stare in Albiano bene e nobilmente in casa sua e dice che non vide per questo alcuna lite, tranne che il detto Giovanni una volta prestò un ronzino al vescovo Gaimario». Un ronzino venne dunque effettivamente messo a disposizione, ma in prestito, da un uomo ben lontano dall’immaginare che qualche decennio dopo i suoi nipoti sarebbero stati trascinati in giudizio per imporre loro un’analoga prestazione. In ogni caso, il punto cruciale della deposizione di Aldeprando è l’assicurazione che ser Giovanni viveva «nobilmente» (gentiliter ): in questa società in tumultuoso sviluppo, e che non aveva una memoria genealogica lunga, vivere da nobili significava esserlo davvero, e avere diritto a quelle esenzioni che ora Bongiovanni si stava battendo per difendere.

Le testimonianze sul genere di vita condotto dai predecessori di Bongiovanni vanno dunque in senso contrario a quelle sulla prestazione dei servizi di guardia e di trasporto, giacché tendono a confermare che vivevano al modo dei nobili; e in quel caso non dovevano certo tenere un umile feudo da scudieri, ma uno nobile, da vassalli. Diversi testimoni infatti, dopo aver dichiarato che gli antenati di Bongiovanni erano nobili, aggiungono «che erano vassalli», e servivano il vescovo «perché erano vassalli». L’unico cavaliere fra i testimoni, ser Meardo, ricorda d’essere stato armato cavaliere dal vescovo Gaimario, il quale gli regalò un cavallo che era appartenuto in precedenza a «ser Giovanni di Rondissone», e prosegue sostenendo di aver visto quest’ultimo «servire il vescovo come facevano lui stesso e gli altri vassalli». Alla richiesta se il servizio fosse prestato in cambio del feudo che Giovanni teneva dal vescovo, il cavaliere ribatte tranquillamente: «perché l’avrebbe servito, se non per il feudo?». Interrogato se gli antenati di Bongiovanni erano nobili, «rispose che loro erano dei più nobili del paese».

 

 

  1. L’esito della lite

 

Ma chi aveva ragione, alla fine? Il procuratore del vescovo, che voleva dimostrare la natura plebea della concessione fondiaria tenuta da Bongiovanni, o quest’ultimo, che sosteneva d’essere investito di un feudo da vassallo? Provocatoriamente, potremmo anche rispondere che questa domanda non ci interessa: un documento come questo è prezioso per quel che rivela su come la gente dell’epoca si rappresentava il mondo, non per l’esito d’una specifica lite. Tuttavia lo storico che ha maneggiato le pergamene dell’Archivio vescovile di Ivrea ed ha acquistato familiarità con i protagonisti della causa ha il diritto di formulare un’ipotesi. Prima di farlo, forniamo però ancora un dato: alla domanda se gli antenati di Bongiovanni fossero (o fossero chiamati) capitanei soltanto due testimoni rispondono affermativamente. Entrambi menzionano una circostanza specifica, l’autorità sulla chiesa locale e sul suo sacerdote: un dato che nella coscienza collettiva identificava i capitanei, giacché molto spesso costoro ricevevano in feudo dal vescovo proprio le pievi o le chiese. Uno afferma «che l’avo di Bongiovanni fu capitaneus di Rondissone» e che «le chiese dei Santi Nicola e Vincenzo erano della sua signoria e sulla sua terra»; un altro «ha sentito dire che Bongiovanni è cataneus e che ha un sacerdote sotto di sé». Nessuno afferma niente del genere a proposito di Gribaldo e Guidotto, padre e zio di Bongiovanni; i quali, per contro, sono gli unici che quasi tutti i testi hanno veduto servire il vescovo col ronzino.

Se aggiungiamo che il nonno di Bongiovanni, ser Giovanni di Rondissone, litigò a più riprese col vescovo rifiutando il servizio, e che Bongiovanni sta facendo lo stesso, mentre non risulta che Gribaldo e Guidotto l’abbiano mai fatto, si delinea abbastanza chiaramente la vicenda d’un personaggio – ser Giovanni appunto – che aveva rivendicato con forza uno status nobiliare, e agli occhi di tutti l’aveva ottenuto. I suoi figli non sono stati in grado di conservarlo fino in fondo: hanno ceduto alle pressioni del vescovo e gli hanno prestato quei servizi modesti cui a rigore forse anche il padre sarebbe stato tenuto. Ma la famiglia ha continuato a essere considerata come nobile, forse più ad Ivrea che nella stessa Albiano, dove la faccenda del fodro e dei servizi di guardia e di trasporto era ben nota ai vicini; sicché Bongiovanni ha potuto tornare a rivendicare uno status pienamente nobiliare, come il nonno.

Anche se l’ostinazione del vescovo a imporgli il servizio col ronzino lascia pensare che gli antenati della famiglia fossero davvero semplici contadini, sta di fatto che Bongiovanni andò molto vicino al successo, e che gli arbitri, scelti fra i più nobili vassalli della chiesa locale, si dimostrarono molto riluttanti a dargli torto: a riprova che l’uomo, al pari forse del padre e certo del nonno, era accettato come un nobile ad Ivrea. La causa, infatti, non finisce con la sentenza del 30 giugno 1211 e con la successiva trascrizione delle testimonianze rese in quell’occasione. La terza e penultima pergamena del nostro dossier ci conferma che il procedimento era stato riaperto, giacché il 4 maggio 1212 i giudici si pronunciarono nuovamente, e stavolta dettero ragione a Bongiovanni.

Il documento si presenta non come una ricapitolazione della causa ma come una sentenza, redatta in triplice copia (benché solo una, e non autenticata, sia giunta fino a noi). A quanto pare, era accaduto che il vescovo, vinta la causa, aveva querelato nuovamente Bongiovanni, stavolta per chiedergli i danni: dieci lire d’interesse, per non aver prestato col cavallo il servizio richiesto. La sentenza trascrive il brevissimo memoriale accusatorio del Carta in cui si sostiene che i predecessori di Bongiovanni erano stati obbligati a tenere un cavallo a servizio del vescovo d’Ivrea (ed è quanto pareva accertato con la sentenza precedente, anche se stupisce un po’ che qui non si parli più di ronzino ma genericamente di equum) e che i loro possedimenti fondiari erano un feudo concesso dalla chiesa d’Ivrea.

Questa seconda affermazione ci fa capire che la linea difensiva di Bongiovanni era significativamente cambiata. Essendo stato dimostrato che i suoi predecessori avevano effettivamente messo a disposizione il cavallo, l’uomo rilanciò sostenendo che in ogni caso la sua terra non era affatto un feudo concesso dal vescovo, e che perciò lui personalmente non gli doveva niente. Il fatto è che all’epoca la giustizia civile, soprattutto nei casi come questo in cui era affidata ad arbitri scelti dalle parti, nonostante il formalismo delle procedure era poi soprattutto faccenda di pressioni e di amicizie, il cui peso era tanto più rilevante in quanto le cause si vincevano a colpi di testimoni. Per quanto la tesi apparisse paradossale alla luce della causa precedente, Bongiovanni d’Albiano trovò dei testimoni disposti a garantire che la sua terra non dipendeva affatto dalla chiesa d’Ivrea. A questo punto gli arbitri si trovavano in grave perplessità, e infatti il prologo della sentenza riferisce che ricorsero al parere degli altri pari di curia, del consiglio comunale di Ivrea e di una commissione di esperti fatta venire da Vercelli. La soluzione fu che Bongiovanni doveva assumersi la responsabilità di sostenere la sua tesi fino in fondo, giurando che era vera e che non doveva nulla al vescovo. Bongiovanni giurò e i giudici sentenziarono che il vescovo non poteva pretendere nulla da lui.

Ma la faccenda non finì qui, perché esiste un quarto documento, conservato in originale, e anch’esso datato 4 maggio 1212. È una dichiarazione dei giudici, registrata nel palazzo episcopale davanti all’assemblea plenaria di tutti i vassalli, alla presenza del podestà di Ivrea e dello stesso vescovo «sedente pro tribunali cum canonicis suis». Ser Oberto e ser Raimondo riconoscono di aver già sentenziato in passato nella causa contro Bongiovanni, condannando lui e i suoi fratelli «a servire d’ora in poi il vescovo d’Ivrea per il feudo che tenevano dalla chiesa d’Ivrea con un ronzino, perché era un feudo di scudiero». I due giudici dichiarano «che se avevano detto qualcosa dopo, lo avevano detto salva la sentenza emessa prima e salvi i diritti della Chiesa»; come se non bastasse, ammettono che il vescovo già da tempo li aveva ammoniti a non procedere oltre nella causa, «perché il loro ufficio era finito perché era scaduto il loro triennio» – una nuova conferma del rigoroso formalismo con cui si procedeva (o si pretendeva di voler procedere) nella curia vassallatica d’Ivrea.

La dichiarazione, in sostanza, vanificava la sentenza pronunciata il giorno stesso a favore di Bongiovanni: sia perché la subordinava comunque a quella precedente, sia perché i giudici ammettevano di averla pronunciata in un momento in cui il giudizio non competeva più a loro. La difficoltà di trovare una logica in un percorso così contraddittorio non è insolita quando si cerca di ricostruire l’andamento d’una causa giudiziaria medievale; e non solo per l’incompletezza del dossier, ma perché, ancora una volta, s’indovina che verbali e sentenze omettono troppi retroscena.

La convocazione solenne dei due giudici da parte del vescovo, lo stesso giorno in cui avevano pronunciato la sentenza contro di lui – anche ammesso che i fatti abbiano davvero avuto luogo alla data dichiarata nel documento, il che non è da dare per scontato neppure con i documenti che produciamo oggi – fu un colpo di scena che spiazzò tutti, umiliando ser Oberto e ser Raimondo e costringendoli a rimangiarsi la seconda sentenza, oppure fu la via d’uscita concordata fra tutti gli interessati per uscire dal vicolo cieco in cui la causa sul ronzino era andata a finire, evitando che l’una o l’altra delle parti fosse accusata di spergiuro, e salvando la faccia di tutti? Sono domande a cui non è facile trovare una risposta nel caso specifico, ma che ci rivelano come la giustizia medievale non rispondesse alla stessa logica cui risponde la nostra. In un sistema in cui le dichiarazioni dei testimoni e il giuramento degli interessati erano spesso i soli mezzi di prova, arrivare a un accordo, anche non dichiarato, e permettere a tutte le parti in causa di uscirne con onore, poteva essere più importante che non distribuire equamente il torto e la ragione.

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NOTA BIBLIOGRAFICA

 

I documenti analizzati si conservano nell’Archivio vescovile di Ivrea, presso la Biblioteca Capitolare di Ivrea, scaffale LXXII, mazzo I, e sono pubblicati da F. Gabotto, Le carte dell’archivio vescovile di Ivrea, Tipografia Chiantore-Mascarelli, Pinerolo1900 (Biblioteca della Società Storica Subalpina, 5), docc. 59,60, 64, 65.

Per un’introduzione alla documentazione d’archivio medie-vale ci si può riferire a F. Valenti, Il documento medioevale. Nozioni di diplomatica generale e di cronologia, Ed. S.T.E.M. Mucchi, Modena 1961, e A. Pratesi, Genesi e forme del documento medievale, Quasar, Roma 19993.

Il punto storiografico sulla società feudale in Il feudalesimo nell’Alto Medioevo, Spoleto 2000 (Settimane di studio del Centro italiano di studi sull’Alto Medioevo, XLVII).

Gli studi sulla giustizia medievale hanno conosciuto grandi progressi negli ultimi anni; per un confronto segnaliamo C. Wickham, Legge, pratiche e conflitti. Tribunali e risoluzione delle dispute nella Toscana del XII secolo, Viella, Roma 2000; M. Vallerani, La giustizia pubblica medievale, il Mulino, Bologna 2005.

Un esempio memorabile di utilizzazione delle testimonianze processuali è E. Le Roy Ladurie, Montaillou, village occitan de 1294 à 1324, Gallimard, Paris 1975; trad. it. Storia di un paese: Montaillou. Un villaggio occitanico durante l’Inquisizione (1294-1324), Rizzoli, Milano 1977.