Florio e Biancifiore: la propagazione europea di una «meravigliosa e straordinaria storia d’amore»

da Romanzi cavallereschi bizantini, a cura di C. Cupane, Torino 1995, pp. 447; 475-476.

Jan van Doesborch, Floire et Blancheflor. Incisione, 1517 ca.

Jan van Doesborch, Floire et Blancheflor. Incisione, 1517 ca.

Una delle coppie di innamorati più celebri e più internazionali della letteratura romanzesca è certamente quella costituita da Florio e Biancofiore, le cui peripezie sono narrate in francese, danese, svedese, medio inglese, medio alto-tedesco, medio basso-tedesco, medio neerlandese, italiano, spagnolo e in altre lingue. La delicata storia d’amore dei due fanciulli, nati nello stesso giorno da genitori cristiani lei, musulmani lui, innamoratisi sui banchi di scuola, separati con l’inganno e infine riuniti dopo una serie di peripezie che conducono Florio alla ricerca dell’amata dalla natia Spagna fino al lontano e misterioso Oriente, assume la sua prima forma letteraria, quale che ne sia l’origine, in antico francese verso la metà del XII secolo e si diffuse, attraverso una serie di riscritture dalla fine di questo secolo al XV, in tutta l’Europa medievale[1]. Per il tramite di un Cantare toscano in ottava rima[2], la cui ricca tradizione manoscritta risale alla prima metà del XIV secolo, essa giunse anche in Grecia, probabilmente nel Peloponneso franco, e fu adattata in lingua greca volgare, con notevole fedeltà all’originale, sotto il titolo di Florio e Plaziaflore (Φλωρίος καί Πλατζιαϕλώρε). […]

«Insieme tutti e due, Florio e la nobile fanciulla Plaziaflore, si avviarono alla scuola. Cominciarono a imparare le lettere, e Florio in pochissimo tempo, lesse, sfogliò e imparò molti libri. Lesse infine anche un altro libro, il «Libro dell’amore», che gli incendiò la mente e il cuore. Nel vedere l’accaduto il maestro fu colpito al cuore da un dardo atroce, non riusciva quasi a trovare riposo e a consolarsene. Ma Florio non faceva altro che guardare Plaziaflore, sempre aveva in cuore il volto splendente di lei (che era come) acqua fresca, brina dell’inverno, splendida come il sole e rigogliosa come un albero, dagli occhi neri e stellanti, arancia amara spirante amore, dalle labbra rosse come una rosa, lei che chiacchierava dolcemente, lei da Amore esaltata, della grazia degli Amori adorna, lei aveva sempre in mente il suo fratello di latte. Tutti i suoi pensieri poneva in lei, senza flessioni, e qualunque cosa gli dicessero era per lui come tela di ragno».

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Note:

[1] Cfr. E. Hausknecht (ed.), Floris and Blancheflour, Berlin 1885; J.H. Reinhold, Floire et Blancheflor. Étude de littérature comparée, Paris 1906; L. Ernst, Floire und Blantscheflur: Studie zur vergleichenden Literaturwissenschaft, Strasbourg 1912

[2] Cfr. V. Crescini, Il Cantare di Fiorio e Biancifiore, II, Bologna 1899.

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Testo edito da A.E. Quaglio, in G. Boccaccio, Tutte le opere, a cura di V. Branca, Milano 1967, vol. I, Filocolo I 4

 

Frontespizio dell'Inamoramento di Florio et di Bianzafiore chiamato Philocolo che tanto e a dire quanto amorosa faticha composto. (Al colophon) In Venetia, per Bernardino de Lesona vercellese, 1520.

Frontespizio dell’Inamoramento di Florio et di Bianzafiore chiamato Philocolo che tanto e a dire quanto amorosa faticha composto. Edizione di Bernardino de Lesona di Vercelli, Venezia 1520.

Taciti e soli lasciò Amore i due novelli amanti, i quali riguardando l’un l’altro fiso, Florio primieramente chiuse il libro, e disse: «Deh, che nuova bellezza t’è egli cresciuta, o Biancifiore da poco in qua, che tu mi piaci tanto? Tu non mi solevi tanto piacere; ma ora gli occhi miei non possono saziarsi di riguardarti!». Biancifiore rispose: «Io non so, se non che di te poss’io dire che in me sia avvenuto il simigliante. Credo che la virtù de’ santi versi, che noi divotamente leggiamo, abbia accese le nostre menti di nuovo fuoco, e adoperato in noi quello già veggiamo che in altrui adoperarono». «Veramente – disse Florio – io credo che come tu di’ sia, però che tu sola sopra tutte le cose del mondo mi piaci». «Certo tu non piaci meno a me che io a te – rispose Biancifiore». E così stando in questi ragionamenti co’ libri serrati avanti, Racheio, che per dare a’ cari scolari dottrina andava, giunse nella camera e loro gravemente riprendendo, cominciò a dire: «Questa che novità è, che io veggio i vostri libri davanti a voi chiusi? Ov’è fuggita la sollecitudine del vostro studio?». Florio e Biancifiore, tornati i candidi visi come vermiglie rose per vergogna della non usata riprensione, apersero i libri; ma gli occhi loro più disiderosi dell’effetto che della cagione, torti, si volgeano verso le disiate bellezze, e la loro lingua, che apertamente narrare solea i mostrati versi, balbuziendo andava errando. Ma Racheio, pieno di sottile avvedimento, veggendo i loro atti, incontanente conobbe il nuovo fuoco acceso ne’ loro cuori, la qual cosa assai gli dispiacque; ma più ferma esperienza della verità volle vedere, prima che alcuna parola ne movesse ad alcuno altro, sovente sé celando in quelle parti nelle quali egli potesse lor vedere sanza essere da essi veduto. E manifestamente conoscea, come da loro partitosi, incontanente chiusi i libri, abbracciandosi si porgeano semplici baci, ma più avanti non procedeano, però che la novella età, in che erano, non conoscea i nascosi diletti. E già il venereo fuoco gli avea sì accesi, che tardi la freddezza di Diana li avrebbe potuti rattiepidare.

Dedica del “Decameron” alle donne

di Giovanni Boccaccio, Decameron. Introduzione, note bibliografiche, indici e commento a cura di V. Branca, Torino 1992, pp. 2-8.

Raffaello Sorbi, Decamerone. Olio su tela, 1876.

Raffaello Sorbi, Decamerone. Olio su tela, 1876.

Umana cosa è aver compassione degli afflitti: e come che a ciascuna persona stea bene, a coloro è massimamente richesto li quali già hanno di conforto avuto mestiere e hannol trovato in alcuni[1]; fra’ quali, se alcuno mai n’ebbe bisogno o gli fu caro o già ne ricevette piacere, io sono uno di quegli[2]. Per ciò che, dalla mia prima giovanezza infino a questo tempo oltre modo essendo acceso stato d’altissimo e nobile amore, forse più assai che alla mia bassa condizione non parrebbe, narrandolo, si richiedesse[3], quantunque appo coloro che discreti[4] erano e alla cui notizia pervenne io ne fossi lodato e da molto[5] più reputato, nondimeno mi fu egli di grandissima fatica a sofferire, certo non per crudeltà della donna amata, ma per soverchio fuoco nella mente concetto[6] da poco regolato appetito: il quale, per ciò che a niuno convenevole termine mi lasciava contento stare, più di noia[7] che bisogno non m’era spesse volte sentir mi facea. Nella qual noia tanto rifrigerio già mi porsero i piacevoli ragionamenti d’alcuno amico e le sue laudevoli consolazioni, che io porto fermissima opinione per quelle essere avenuto che io non sia morto. Ma sì come a Colui piacque il quale, essendo Egli infinito, diede per legge incommutabile a tutte le cose mondane aver fine, il mio amore, oltre a ogn’altro fervente e il quale niuna forza di proponimento o di consiglio o di vergogna evidente, o pericolo che seguir ne potesse, aveva potuto né rompere né piegare, per se medesimo in processo di tempo si diminuì in guisa, che sol di sé nella mente m’ha al presente lasciato quel piacere che egli è usato di porgere a chi troppo non si mette ne’ suoi più cupi pelaghi navigando[8]; per che, dove faticoso esser solea, ogni affanno togliendo via, dilettevole il sento esser rimaso[9].

Ma quantunque cessata sia la pena, non per ciò è la memoria fuggita de’ benifici già ricevuti, datimi da coloro a’ quali per benivolenza da loro a me portata erano gravi le mie fatiche; né passerà mai, sì come io credo, se non per morte. E per ciò che la gratitudine, secondo che io credo, trall’altre virtù è sommamente da commendare[10] e il contrario da biasimare, per non parere ingrato ho meco stesso proposto di volere, in quel poco che per me[11] si può, in cambio di ciò che io ricevetti, ora che libero dir mi posso, e[12] se non a coloro che me atarono[13], alli quali per avventura per lo lor senno o per la loro buona ventura non abisogna, a quegli almeno a’ quali fa luogo[14], alcuno alleggiamento[15] prestare. E quantunque il mio sostentamento[16], o conforto che vogliam dire, possa essere e sia a’ bisognosi assai poco, nondimeno parmi quello doversi più tosto porgere dove il bisogno apparisce maggiore, sì perché più utilità vi farà e sì ancora perché più vi fia caro avuto.

E chi negherà questo, quantunque egli si sia[17], non molto più alle vaghe[18] donne che agli uomini convenirsi donare? Esse dentro a’ dilicati petti, temendo e vergognando, tengono l’amorose fiamme nascose, le quali quanto più di forza abbian che le palesi coloro il sanno che l’hanno provate: e oltre a ciò, ristrette da’ voleri, da’ piaceri, da’ comandamenti de’ padri, delle madri, de’ fratelli e de’ mariti, il più del tempo nel piccolo circuito[19] delle loro camere racchiuse dimorano e quasi oziose sedendosi, volendo e non volendo in una medesima ora, seco rivolgendo diversi pensieri, li quali non è possibile che sempre sieno allegri. E se per quegli alcuna malinconia[20], mossa da focoso disio, sopraviene nelle lor menti, in quelle conviene che con grave noia si dimori, se da nuovi ragionamenti non è rimossa: senza che[21] elle sono molto men forti che gli uomini a sostenere[22]; il che degli innamorati uomini non avviene, sì come noi possiamo apertamente vedere. Essi, se alcuna malinconia o gravezza di pensieri gli affligge, hanno molti modi da alleggiare o da passar quello[23], per ciò che a loro, volendo essi, non manca l’andare a torno, udire e veder molte cose, uccellare[24], cacciare, pescare, cavalcare, giucare[25] o mercatare: de’ quali modi ciascuno ha forza di trarre, o in tutto o in parte, l’animo a sé e dal noioso pensiero rimuoverlo almeno per alcuno spazio di tempo, appresso il quale, con un modo o con altro, o consolazion sopraviene o diventa la noia minore.

Adunque, acciò che in parte per me s’amendi il peccato della fortuna[26], la quale dove meno era di forza, sì come noi nelle dilicate donne veggiamo, quivi più avara fu di sostegno, in soccorso e rifugio di quelle che amano, per ciò che all’altre è assai l’ago[27] e ’l fuso e l’arcolaio, intendo di raccontare cento novelle, o favole o parabole o istorie[28] che dire le vogliamo, raccontate in diece giorni da una onesta brigata di sette donne e di tre giovani nel pistelenzioso tempo della passata mortalità fatta[29], e alcune canzonette dalle predette donne cantate al lor diletto[30]. Nelle quali novelle piacevoli e aspri casi d’amore e altri fortunati[31] avvenimenti si vederanno così ne’ moderni tempi avvenuti come negli antichi; delle quali le già dette donne, che queste leggeranno, parimente diletto delle sollazzevoli cose in quelle mostrate e utile consiglio potranno pigliare, in quanto potranno cognoscere quello che sia da fuggire e che sia similmente da seguitare: le quali cose senza passamento di noia non credo che possano intervenire[32]. Il che se avviene, che voglia Idio che così sia, a Amore ne rendano grazie, il quale liberandomi da’ suoi legami m’ha conceduto il potere attendere a’ lor piaceri[33].

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Note:

[1] Secondo i precetti della retorica medievale («opus illustrant proverbia» Galfrido di Vino Salvo), l’opera si apre con una sentenza ripresa nelle Esposizioni (II litt. 111: «degl’infelici si suole aver compassione») e nella Consolatoria (12). È del tipo del divulgato «Solamen miseris socios habuisse malorum» (H. Walther, Proverbia sententiaeque Latinitatis Medii Aevi, Göttingen 1963, v, p. 57). «A proverbio sumitur initium» si consigliava (cfr. E. Faral, Les arts poétiques du XIIe et du XIIIe siècle, Paris 1923, p. 267): e questo consiglio il Boccaccio aveva seguito anche iniziando la Fiammetta con un’affermazione in qualche modo analoga: «Suole a’ miseri crescere di dolersi vaghezza, quando di sé discernono o sentono in alcuno compassione». Cfr. per la tecnica sentenziale e proverbiale, insistente nel Decameron, G. Checchi, Sentenze e proverbi nel Decameron, Studi sul Boccaccio 9 (1975-1976), pp. 119-168

[2] In questo periodo iniziale v’è un ribaltamento psicologico ed espressivo analogo a quello che campeggia nelle quartine del sonetto introduttivo alle rime del Petrarca: dall’impersonale appello sentenziale d’inizio attraverso una serie di disgiuntive e di concessive il Boccaccio punta a un capovolgimento con il finale mutamento di soggetto a sorpresa («Umana cosa è … io sono uno di quegli»). Il soggetto ideale di tutto il lungo periodo iniziale deve essere l’oggetto della «compassione» di chi ha sperimentato ed è invocato all’inizio (e cfr. nota finale al Proemio). La solennità di questo avvio è sottolineata dall’impiego del cursus planus per concludere ogni membretto del periodo: da «degli afflitti» a «io sono uno di quegli». E cfr. V 10, 16.

[3] forse assai più di quanto non sembrerebbe che convenisse (si richiedesse) alla mia umile condizione, essendo io stesso a dirlo (narrandolo). «Costrutto in zoccoli» (M.; forse per la prima delle molte ellissi del che punteggianti il Decameron). In questa affermazione si è voluto vedere il riflesso degli amori di Giovanni, borghese e mercante, con Maria d’Aquino o Fiammetta, di stirpe reale: secondo il meraviglioso romanzo costruito sui misteriosi cenni pseudo-biografici delle opere giovanili. Converrà piuttosto vedere nella frase un riflesso di quegli schemi medievali, di quei precetti della trattatistica amorosa – da Andrea Cappellano in poi – che furono così presenti nell’esercizio letterario del Boccaccio: «negli uomini è gran senno il cercar d’amar sempre donna di più alto legnaggio che egli non è» (I 5, 4; e cfr. II 8, 41; III 2; Filocolo, IV 47 ss.). Cfr. V. Branca, Schemi letterari e schemi autobiografici, in Boccaccio medievale, Firenze 1956, pp. 231 ss.; A. Cappellano, De amore, Copenaghen 1892, pp. 38 ss.

[4] assennati, di savio discernimento: cfr. Intr., 74 «Ma Filomena, la quale discretissima era»; II 6, 71; X 7, 3; e anche Convivio, I xi, 3; Inf. XXXI 54.

[5] Da molto è locuzione aggettivale, simile alle ancora viventi dabbene, dappoco. Da, riferito a persona, significa atto a, capace a, cioè attitudine, virtù di fare.

[6] concepito: participio alla latina (cfr. Inf. XXVI 73)

[7] dolore, pena; senso solito nel Boccaccio e in quel secolo: p. es. 67 n; I 9, 46 n; II 8, 42 n.

[8] Immagine tradizionale della letteratura classica, patristica, ascetica: cupi profondi (Inf. VII 10; Par. III 123).

[9] Chiusura del periodo solenne con un endecasillabo: il primo di quelle varie migliaia di versi che punteggiano sapientemente la prosa del Decameron (ne noteremo alcune sequenze più chiare e significative).

[10] lodare, approvare: II 7, 67 n.

[11] da me. È il solito per di agente (fr. par): cfr. Intr. 55 n.

[12] Così nel proemio della Genealogia: «libet… apponere, et si non omnia, quaedam saltem…».

[13] aiutarono. La riduzione atare da aitare è corrente anche nel Decameron: p. es. Intr. 30; III 2, 9.

[14] fa bisogno, occorre.

[15] sollievo, alleviamento; comune questa forma nel Boccaccio (p. es. più avanti in questo stesso Proemio, 12; e Rime XIII; Teseida IV 37, V 3 e 47; Amorosa Visione XLVIII 70 e L 69; cfr. anche S. Pieri, Appunti etimologici, in Miscellanea lingüistica in onore di Graziadio Ascoli, Torino 1901, p. 423).

[16] X concl., 3 «a sostentamento della nostra sanità e vita».

[17] qualunque sia, per quanto piccolo sia.

[18] graziose, leggiadre; ma questo aggettivo ritiene nel Boccaccio – che lo usa spessissimo per le donne – qualcosa del suo senso primitivo, di movimento; quasi a indicare i continui vivaci impulsi da cui sono mossi gli animi femminili (Intr., 75 n: «Noi [donne] siamo mobili, riottose, sospettose, pusillanime e paurose»).

[19] piccolo spazio limitato; Amorosa Visione XLV 31. Il seguente dimorano è il verbo reggente tutto il periodo.

[20] In senso più cupo (quasi «umor nero») che oggi: cfr. 14; I 7, 8 n; II 6, 19 n; II 10, 23; III 7, 5; V 9, 38; X 7, 8; e nel Filocolo IV 126: «L’amiraglio, pieno di malinconia… cerca, per fuggir quella, la bellezza di Biancifiore vedere». Si tenga presente anche il sonetto dantesco «Un dì si venne a me Malinconia» (LXXII).

[21] senza dire, senza contare che.

[22] nel sopportare; uso intransitivo non comune: ma cfr. VIII 7, 45 e anche II 7, 11.

[23] quello è comprensivo di malinconia e gravezza; passar vale rimuovere, superare, non è causativo; cfr. II 6, 19; F. Brambilla Ageno, Il verbo nell’italiano antico. Ricerche di sintassi, Milano 1964, p. 130.

[24] andare a caccia degli uccelli con l’aiuto di rapaci o con le reti o con le panie; la dittologia è anche in X 10, 4.

[25] È il primo esempio della riduzione, corrente nel Boccaccio, del dittongo uo a u (giuco, lugo, figliulo, ecc.), tonico e atono; cfr. A. Schiaffini, Influssi dei dialetti meridionali sul toscano e sulla lingua letteraria. I. Il perugino trecentesco, ID 4 (1928), pp. 87 ss.

[26] perché per opera mia in qualche modo si rimedi, si ripari al torto fatto dalla fortuna (alle donne).

[27] basta. Cfr. Comedia I 14: «e però chi ama, ascolti; degli altri non curo: la loro sollecitudine gli abbia tutti». Il motivo, già stilnovistico, è frequente all’inizio delle opere del Boccaccio: p. es. nella lettera dedicatoria del Filostrato, nella prima canzone della Comedia, nel terzo acrostico dell’Amorosa Visione.

[28] Questa serie di sostantivi sta a indicare che la materia sarà mista, e i racconti di varia specie: novelle sono generalmente narrazioni di ogni argomento; favole rammenta l’uso francese di «fabliaux»; parabole accenna a esempi e probabilmente alla volontà didascalico-allegorica che non di rado è presente nei prologhi e negli epiloghi delle singole novelle, e qualche volta in racconti moralizzati per via di paragoni (p. es. I 3, 7, 10 ecc.); storie indica infine specialmente le narrazioni a sfondo storico, di personaggi illustri. Salimbene dice di Guido Bonatti (Inf. XX 118) «erat totus plenus proverbis, fabulis et exemplis» (Cronica, p. 239). Si noti che novella col valore attuale era appena entrata nell’uso (FEW, VII, p. 207).

[29] Da riferire a brigata: la passata mortalità allude alla ancor recente peste del 1348.

[30] Non tutte, dunque, quelle che furono cantate: difatti varie volte si accennerà a canti o canzoni senza riportarli. Le canzonette sono principalmente, è naturale, le ballate che concludono ogni giornata; ma si noti che solo sette sono cantate dalle donne, tre invece dai giovani. Sarà questa un’indicazione approssimativa, o il Boccaccio pensò realmente al principio di far cantare solo le fanciulle, come di fatti fece nelle prime tre giornate, cioè nella parte della sua opera che sarebbe stata divulgata in forma autonoma?

[31] Accanto al più corrente senso positivo (felici, di buona fortuna) poteva, come «fortunosi», avere quello negativo (di cattiva fortuna, sventurati; cfr. Inf. XXVIII 8; Morelli, Ricordi, p. 535): oppure anche quello di casuali, fortuiti (cfr. p. es. il volgarizzamento, ora attribuito al Boccaccio, di Valerio Massimo, De’ fatti e detti degni di memoria della città di Roma e delle stranie genti, Bologna 1868, p. 672). Forse, per questo, si può intendere semplicemente soggetti alle vicende della fortuna (come alcuni interpretano anche Inf. XXVIII 8).

[32] senza che passino i loro affanni non credo possa accadere. Il quadro vago delle donne oziose e fantasticanti d’amore, che sta al centro di questo proemio e che da Ovidio (Heroides XIX 5 ss.) in poi aveva una lunga tradizione letteraria, sarà in certo modo ripreso in tono più teorizzante nella II 8, 12 ss., e invece appena accennato nella VII 5, 4 ss.

[33] Come è stato accennato [altrove] v’è analogia strutturale e funzionale fra l’inizio di questo proemio e l’attacco del sonetto proemiale del Petrarca: e l’analogia continua lungo tutti e due i testi. Il significato del rovesciamento non può che formalmente essere ricondotto nella prospettiva dell’ordo artificialis consigliato dalla tradizione retorica più autorevole specialmente per l’oratoria (e grande oratoria sono questi due testi, con quell’energica apostrofe iniziale). Quel rovesciamento è scoperto nel suo valore nuovo e dinamico della divaricazione che si opera fra i due estremi (e che era già stata sperimentata nel Secretum e nell’Elegia di Fiammetta): divaricazione insieme temporale e morale che oppone il «giovanile errore» (Petrarca) o la «giovanezza» (Boccaccio) alla maturità della coscienza che li sente ormai come un «vaneggiar» (Petrarca), come «cose mondane» che «tutte» hanno «fine» (Boccaccio), il cui «frutto» è «vergogna» (Petrarca), «vergogna evidente» (Boccaccio). Il capovolgimento proemiale introduce in ambedue i «libri», e con sorprendenti ricorsi verbali, quasi un procedimento ambiguo à rebours, o meglio di flash back: la storia dell’uomo, dello jedermann, narrata poi lungo l’opera come presente e operante, si prospetta così come un passato sofferto. L’ampio arco della sospensione che regge quei gremitissimi inizi proemiali dà luogo quasi a una prospettiva di specchi, illusionistica come l’affannarsi umano: e il testo stesso, in quei primi periodi, nelle ambagi grammaticali continue, sembra sprofondare lentamente in se stesso scavando uno spazio dilatato temporalmente e moralmente. Con questi avvii, con questi «proemi fatti per insinuazione» (come scrive tecnicamente e suggestivamente il Daniello) e coi loro sviluppi il Petrarca e il Boccaccio, in modo del tutto indipendente, affermano anche la necessità, per l’opera letteraria, di un’organizzazione tematica e di una struttura unitaria. Cfr. il raffronto più particolare in V. Branca, Implicazioni strutturali e espressive fra Petrarca e Boccaccio, in Atti del Convegno Internazionale su Francesco Petrarca promosso dall’Accademia dei Lincei, Roma 1975; e l’analisi del sonetto petrarchesco in A. Noferi, Il sonetto introduttivo del Petrarca, in Lettere Italiane 27 (1974). E cfr. per un rovesciamento opposto IV intr., 32 n.

Il Concordato di Worms

da C. Violante, L’età della riforma della Chiesa in Italia, in Storia d’Italia (dir. N. Valeri), Vol. I, Il Medioevo, Torino 1967.

testo latino di L. Weiland (ed.), Constitutiones et acta publica imperatorum et regum, I, MGH, Heinrici V. constitutiones, pp. 159160.

 

Chronik di Eccardo da Aura, 1112-1114 ca. Cambridge Corpus Christi. Enrico IV cede i paramenti imperiali e il trono al figlio Enrico V.

Chronik di Eccardo da Aura, 1112-1114 ca. Cambridge Corpus Christi. Enrico IV cede i paramenti imperiali e il trono al figlio Enrico V.

L’atteggiamento persecutorio di Enrico V nei riguardi dei vescovi fedeli a Callisto II e il suo malaccorto intervento in sedi episcopali importanti come quelle di Münster e di Magonza finì con il provocare la ribellione aperta e generale in Sassonia e poi in Baviera. Appariva ormai chiaro che una definizione della questione delle investiture, e un accordo esplicito e preciso fra Impero e Papato erano condizione preliminare e necessaria per il ristabilimento della pace in Germania e per trovare un modus vivendi fra il sovrano e gli stessi signori laici.

Un’assemblea dell’Impero, riunitasi a Würzburg il 29 settembre 1121, decise, con l’approvazione di Enrico V, di bandire la tregua di Dio in Germania e sollecitare la restituzione dei rispettivi territori e beni all’imperatore e al pontefice. Dopo aver deplorato che la scomunica gravasse ancora sul capo di Enrico V, l’assemblea inviò al pontefice un’ambasceria per chiedere l’assoluzione del sovrano e la convocazione di un concilio ecumenico nel quale «lo Spirito Santo risolvesse quei problemi che gli uomini non erano riusciti a risolvere». In sostanza, da parte imperiale si riconosceva l’autorità suprema del concilio nel risolvere le questioni al tempo stesso politiche e religiose, che venivano pertanto sottratte alle vicende incerte di trattative diplomatiche appoggiate dalla forza politica e militare […].

Appena rientrato in Roma, Callisto II ricevette gli ambasciatori germanici, che gli portarono le decisioni dell’assemblea di Würzburg. Il 19 febbraio 1122 il papa scrisse all’imperatore una lettera molto conciliante, rammaricandosi di non poter ancora inviargli la sua benedizione. Le vie della soluzione del conflitto per le investiture secondo le teorie di Ivo da Chartres erano già indicate quando si invitava l’imperatore ad abbandonare ciò che non spettava alla sua amministrazione, al fine di poter degnamente amministrare ciò che gli apparteneva: il papa e l’imperatore si sarebbero dovuti contentare di adempiere ciascuno il proprio ufficio. Latore della lettera era l’arcivescovo di Aqui, Azzone, il fedelissimo del partito imperiale. Una legazione pontificia, composta da tre cardinali, fu inviata a concludere ufficialmente le trattative per un accordo.

Le discussioni, iniziate l’8 settembre a Magonza, furono poi continuate a Worms, dove si conclusero con la stipulazione del concordato (23 settembre). Enrico V fu immediatamente liberato dalla scomunica e ammesso ai Sacramenti. Nella sua dichiarazione, l’imperatore rinunziava solennemente a ogni diritto di investitura con l’anello e con il pastorale e prometteva che nei Regni e nell’Impero le elezioni e le consacrazioni sarebbero state assolutamente libere. Prometteva inoltre di restituire alla Chiesa i beni e le regalie toltele durante il conflitto per le investiture e di costringere tutti i signori, laici ed ecclesiastici, a riparare alle usurpazioni compiute in danno alla Chiesa. Garantiva infine pace a Callisto II, alla Sede Apostolica, a tutti i suoi fautori e giurava di difendere in caso di bisogno la Chiesa e di renderle giustizia. Il papa concedeva che le elezioni episcopali e abbaziali nel Regno germanico avvenissero in presenza del sovrano purché non si esercitassero simonia e violenza: in caso di discordia fra i partiti avversi l’imperatore avrebbe potuto sostenere la parte più degna solo dopo aver ascoltato il consiglio o la sentenza del metropolitano o dei vescovi comprovinciali. Prima di essere consacrato, l’eletto sarebbe stato dall’imperatore investito – con lo scettro – dei benefici regi e avrebbe avuto verso il sovrano gli obblighi risultanti dall’investitura.

Per le altre parti dell’Impero, cioè per i Regni di Borgogna e d’Italia, i Vescovi avrebbero ricevuto – con lo scettro – l’investitura dei benefici regi solo sei mesi dopo la consacrazione e avrebbero prestato al sovrano solo i servigi derivanti dall’investitura dei benefici regi, mentre nulla gli avrebbero dovuto per quelli ricevuti dalla Chiesa.

Il papa prometteva di prestare aiuto al sovrano secondo i doveri del suo ufficio e garantiva la «vera» pace a tutti coloro che appartenevano o avevano appartenuto al partito imperiale durante il conflitto.

Temperando l’intransigenza gregoriana, si realizzava ora un compromesso secondo la dottrina di Ivo di Chartres, in quanto si stabiliva una distinzione fra temporale e spirituale nell’episcopato: i vescovi riconoscevano come signore feudale il re per i benefici ricevuti; ma non derivavano dal re il loro potere spirituale. A questa distinzione corrispondeva la duplice investitura: con lo scettro, quella per il beneficio temporale; con l’anello e il pastorale, quella per l’ufficio spirituale. La prima investitura era data da mani laiche, la seconda da sacerdotali.

Ma, se nei Regni di Borgogna e d’Italia non era riconosciuta nessuna ingerenza al sovrano prima della consacrazione, in Germania l’imperatore poteva sfruttare il diritto di presenziare alle elezioni per influire su di esse e poteva, negando l’investitura, rendere impossibile la consacrazione di un eletto che non gli fosse gradito.

Le clausole del Concordato di Worms furono approvate l’anno seguente (1123) dal concilio generale lateranense. In questa solenne assemblea, che fu riconosciuta poi come il primo vero concilio ecumenico d’Occidente, vennero confermati tutti i principi banditi nel corso della grande battaglia combattuta per la riforma ecclesiastica: condanna della simonia e del concubinato, obbligo dell’osservanza delle norme canoniche nelle elezioni episcopali, divieto d’ingerenza dei laici nelle questioni ecclesiastiche. All’indomani della conclusione della lunga lotta con l’Impero, la Sede Romana riaffermava solennemente la sua suprema autorità nella Chiesa cattolica e proclamava – con una nuova, organica sanzione – i principi e le norme canoniche che avevano guidato il movimento riformatore iniziato circa un secolo prima. Particolarmente importanti devono essere considerati i canoni, sanciti dal concilio lateranense, che ponevano sotto il controllo delle gerarchie circostanziali (vescovi, arcidiaconi, pievani, ecc.) i chierici impegnati nell’ufficio pastorale e che precludevano ai monaci la cura delle anime: questi canoni riprendevano, infatti, direttive imposte più recentemente, sotto il pontificato di Urbano II, e aprivano una larga serie di nuovi problemi.

Archivi Vaticani, Arm. I, capsa VI, 11. Pax Wormatiensis cum Calixto II (1122, Sept. 23). Privilegium imperatoris.

Archivi Vaticani, Arm. I, capsa VI, 11. Pax Wormatiensis cum Calixto II (1122, Sept. 23). Privilegium imperatoris.

Pax Wormatiensis cum Calixto II (1122, Sept. 23). Privilegium imperatoris

In nomine sanctae et individuae Trinitatis. Ego Heinricus, Dei gratia Romanorum imperator Augustus, pro amore Dei et Sanctae Romanae Ecclesiae et domini papae Calixti et pro remedio animae meae dimitto Deo et sanctis Dei apostolis Petro et Paulo Sanctaeque Catholicae Ecclesiae omnem investituram per anulum et baculum et concedo in omnibus ecclesiis, quae in regno vel imperio meo sunt, canonicam fieri electionem ac liberam consecrationem. Possessiones et regalia beati Petri, quae a principio huius discordiae usque ad hodiernam diem, sive tempore patris mei sive etiam meo, ablata sunt, quae habeo, eidem Sanctae Romanae Ecclesiae restituo; quae autem non habeo, ut restituantur fideliter iuvabo. Possessiones etiam aliarum omnium ecclesiarum et principum et aliorum tam clericorum quam laicorum, quae in werra ista amissae sunt, consilio principum vel iusticia quae habeo reddam; quae non habeo, ut reddantur fideliter iuvabo. Et do veram pacem domino papae Calixto Sanctaeque Romanae Ecclesiae et omnibus, qui in parte ipsius sunt vel fuerunt; et in quibus Sancta Romana Ecclesia auxilium postulaverit, fideliter iuvabo et, de quibus mihi fecerit querimoniam, debitam sibi faciam iusticiam. Haec omnia acta sunt consensu et consilio principum, quorum nomina subscripta sunt: Adalbertus archiepiscopus Mogontinus, F. Coloniensis archiepiscopus, H. Ratisbonensis episcopus, O. Bauenbergensis episcopus, B. Spirensis episcopus, H. Augustensis, G. Traiectensis, Ö. Constanciensis, E. abbas Wldensis, Heinricus dux, Fridericus dux, S. dux, Pertolfus dux, marchio Teipoldus, marchio Engelbertus, Godefridus Palatinus, Otto Palatinus comes, Beringarius comes.

† Ego Fridericus Coloniensis achiepiscopus et archicancellarius recognovi.

 

In nome della santa ed indivisibile Trinità. Io Enrico, augusto imperatore dei romani per volontà e grazia divina, per amore verso Dio, la Santa Chiesa Romana ed il Santo Padre Callisto ed altresì a tutela e rimedio dell’anima mia rimetto a Dio, ai Santi Apostoli Pietro e Paolo ed alla Santa Chiesa Cattolica ogni diritto di investitura da farsi tramite le insegne dell’anello e del pastorale e concedo che in tutte le chiese, che si trovano nei mei domini, vengano praticate l’elezione canonica e la libera consacrazione. I possedimenti ed i diritti del beato Pietro, che fin dal sorgere di questa discordia ad oggi, vale a dire dal tempo di mio padre al mio, le furono sottratti, e che ancora oggi posseggo, li restituisco alla Santa Romana Chiesa; quelli che, al contrario, non sono in mio possesso, farò comunque in modo che le vengano restituiti. Restituirò inoltre su consiglio dei miei principi, o per senso di giustizia, i possedimenti di tutte le altre chiese, dei principi e di quanti altri, chierici e laici, che in questo scontro furono perduti e che ancor oggi sono in mio possesso; quelli che invece non sono in mio possesso farò comunque in modo che le vengano restituiti. Concedo, inoltre, una vera pace a papa Callisto, alla Santa Romana Chiesa e a tutti colori che militano o hanno militato dalla loro parte; servirò, inoltre, fedelmente la Santa Romana Chiesa nelle circostanze per le quali richiederà il mio aiuto ed in quelle per le quali mi rivolgerà richiesta, le renderò debita giustizia. Tutto ciò è stato posto in atto col consenso e dietro consiglio di quei principi, i cui nomi sono stati di seguito trascritti: Adalberto, arcivescovo di Magonza, F. arcivescovo di Colonia, H. vescovo di Ratisbona, O. vescovo di Bamberga, B. vescovo di Spira, H. di Augsburg, G. di Utrecht, Ö. di Costanza, E. abate di Fulda, Enrico duca, Federico duca, S. duca, Pertolfo duca, Tepoldo marchese, Engelberto marchese, Goffredo conte di palazzo, Ottone conte di palazzo, Berengario conte.

†Io, Federico di Colonia, arcivescovo ed archivista generale, ho registrato il documento.

 

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