Il Concordato di Worms

da C. Violante, L’età della riforma della Chiesa in Italia, in Storia d’Italia (dir. N. Valeri), Vol. I, Il Medioevo, Torino 1967.

testo latino di L. Weiland (ed.), Constitutiones et acta publica imperatorum et regum, I, MGH, Heinrici V. constitutiones, pp. 159160.

 

Chronik di Eccardo da Aura, 1112-1114 ca. Cambridge Corpus Christi. Enrico IV cede i paramenti imperiali e il trono al figlio Enrico V.

Chronik di Eccardo da Aura, 1112-1114 ca. Cambridge Corpus Christi. Enrico IV cede i paramenti imperiali e il trono al figlio Enrico V.

L’atteggiamento persecutorio di Enrico V nei riguardi dei vescovi fedeli a Callisto II e il suo malaccorto intervento in sedi episcopali importanti come quelle di Münster e di Magonza finì con il provocare la ribellione aperta e generale in Sassonia e poi in Baviera. Appariva ormai chiaro che una definizione della questione delle investiture, e un accordo esplicito e preciso fra Impero e Papato erano condizione preliminare e necessaria per il ristabilimento della pace in Germania e per trovare un modus vivendi fra il sovrano e gli stessi signori laici.

Un’assemblea dell’Impero, riunitasi a Würzburg il 29 settembre 1121, decise, con l’approvazione di Enrico V, di bandire la tregua di Dio in Germania e sollecitare la restituzione dei rispettivi territori e beni all’imperatore e al pontefice. Dopo aver deplorato che la scomunica gravasse ancora sul capo di Enrico V, l’assemblea inviò al pontefice un’ambasceria per chiedere l’assoluzione del sovrano e la convocazione di un concilio ecumenico nel quale «lo Spirito Santo risolvesse quei problemi che gli uomini non erano riusciti a risolvere». In sostanza, da parte imperiale si riconosceva l’autorità suprema del concilio nel risolvere le questioni al tempo stesso politiche e religiose, che venivano pertanto sottratte alle vicende incerte di trattative diplomatiche appoggiate dalla forza politica e militare […].

Appena rientrato in Roma, Callisto II ricevette gli ambasciatori germanici, che gli portarono le decisioni dell’assemblea di Würzburg. Il 19 febbraio 1122 il papa scrisse all’imperatore una lettera molto conciliante, rammaricandosi di non poter ancora inviargli la sua benedizione. Le vie della soluzione del conflitto per le investiture secondo le teorie di Ivo da Chartres erano già indicate quando si invitava l’imperatore ad abbandonare ciò che non spettava alla sua amministrazione, al fine di poter degnamente amministrare ciò che gli apparteneva: il papa e l’imperatore si sarebbero dovuti contentare di adempiere ciascuno il proprio ufficio. Latore della lettera era l’arcivescovo di Aqui, Azzone, il fedelissimo del partito imperiale. Una legazione pontificia, composta da tre cardinali, fu inviata a concludere ufficialmente le trattative per un accordo.

Le discussioni, iniziate l’8 settembre a Magonza, furono poi continuate a Worms, dove si conclusero con la stipulazione del concordato (23 settembre). Enrico V fu immediatamente liberato dalla scomunica e ammesso ai Sacramenti. Nella sua dichiarazione, l’imperatore rinunziava solennemente a ogni diritto di investitura con l’anello e con il pastorale e prometteva che nei Regni e nell’Impero le elezioni e le consacrazioni sarebbero state assolutamente libere. Prometteva inoltre di restituire alla Chiesa i beni e le regalie toltele durante il conflitto per le investiture e di costringere tutti i signori, laici ed ecclesiastici, a riparare alle usurpazioni compiute in danno alla Chiesa. Garantiva infine pace a Callisto II, alla Sede Apostolica, a tutti i suoi fautori e giurava di difendere in caso di bisogno la Chiesa e di renderle giustizia. Il papa concedeva che le elezioni episcopali e abbaziali nel Regno germanico avvenissero in presenza del sovrano purché non si esercitassero simonia e violenza: in caso di discordia fra i partiti avversi l’imperatore avrebbe potuto sostenere la parte più degna solo dopo aver ascoltato il consiglio o la sentenza del metropolitano o dei vescovi comprovinciali. Prima di essere consacrato, l’eletto sarebbe stato dall’imperatore investito – con lo scettro – dei benefici regi e avrebbe avuto verso il sovrano gli obblighi risultanti dall’investitura.

Per le altre parti dell’Impero, cioè per i Regni di Borgogna e d’Italia, i Vescovi avrebbero ricevuto – con lo scettro – l’investitura dei benefici regi solo sei mesi dopo la consacrazione e avrebbero prestato al sovrano solo i servigi derivanti dall’investitura dei benefici regi, mentre nulla gli avrebbero dovuto per quelli ricevuti dalla Chiesa.

Il papa prometteva di prestare aiuto al sovrano secondo i doveri del suo ufficio e garantiva la «vera» pace a tutti coloro che appartenevano o avevano appartenuto al partito imperiale durante il conflitto.

Temperando l’intransigenza gregoriana, si realizzava ora un compromesso secondo la dottrina di Ivo di Chartres, in quanto si stabiliva una distinzione fra temporale e spirituale nell’episcopato: i vescovi riconoscevano come signore feudale il re per i benefici ricevuti; ma non derivavano dal re il loro potere spirituale. A questa distinzione corrispondeva la duplice investitura: con lo scettro, quella per il beneficio temporale; con l’anello e il pastorale, quella per l’ufficio spirituale. La prima investitura era data da mani laiche, la seconda da sacerdotali.

Ma, se nei Regni di Borgogna e d’Italia non era riconosciuta nessuna ingerenza al sovrano prima della consacrazione, in Germania l’imperatore poteva sfruttare il diritto di presenziare alle elezioni per influire su di esse e poteva, negando l’investitura, rendere impossibile la consacrazione di un eletto che non gli fosse gradito.

Le clausole del Concordato di Worms furono approvate l’anno seguente (1123) dal concilio generale lateranense. In questa solenne assemblea, che fu riconosciuta poi come il primo vero concilio ecumenico d’Occidente, vennero confermati tutti i principi banditi nel corso della grande battaglia combattuta per la riforma ecclesiastica: condanna della simonia e del concubinato, obbligo dell’osservanza delle norme canoniche nelle elezioni episcopali, divieto d’ingerenza dei laici nelle questioni ecclesiastiche. All’indomani della conclusione della lunga lotta con l’Impero, la Sede Romana riaffermava solennemente la sua suprema autorità nella Chiesa cattolica e proclamava – con una nuova, organica sanzione – i principi e le norme canoniche che avevano guidato il movimento riformatore iniziato circa un secolo prima. Particolarmente importanti devono essere considerati i canoni, sanciti dal concilio lateranense, che ponevano sotto il controllo delle gerarchie circostanziali (vescovi, arcidiaconi, pievani, ecc.) i chierici impegnati nell’ufficio pastorale e che precludevano ai monaci la cura delle anime: questi canoni riprendevano, infatti, direttive imposte più recentemente, sotto il pontificato di Urbano II, e aprivano una larga serie di nuovi problemi.

Archivi Vaticani, Arm. I, capsa VI, 11. Pax Wormatiensis cum Calixto II (1122, Sept. 23). Privilegium imperatoris.

Archivi Vaticani, Arm. I, capsa VI, 11. Pax Wormatiensis cum Calixto II (1122, Sept. 23). Privilegium imperatoris.

Pax Wormatiensis cum Calixto II (1122, Sept. 23). Privilegium imperatoris

In nomine sanctae et individuae Trinitatis. Ego Heinricus, Dei gratia Romanorum imperator Augustus, pro amore Dei et Sanctae Romanae Ecclesiae et domini papae Calixti et pro remedio animae meae dimitto Deo et sanctis Dei apostolis Petro et Paulo Sanctaeque Catholicae Ecclesiae omnem investituram per anulum et baculum et concedo in omnibus ecclesiis, quae in regno vel imperio meo sunt, canonicam fieri electionem ac liberam consecrationem. Possessiones et regalia beati Petri, quae a principio huius discordiae usque ad hodiernam diem, sive tempore patris mei sive etiam meo, ablata sunt, quae habeo, eidem Sanctae Romanae Ecclesiae restituo; quae autem non habeo, ut restituantur fideliter iuvabo. Possessiones etiam aliarum omnium ecclesiarum et principum et aliorum tam clericorum quam laicorum, quae in werra ista amissae sunt, consilio principum vel iusticia quae habeo reddam; quae non habeo, ut reddantur fideliter iuvabo. Et do veram pacem domino papae Calixto Sanctaeque Romanae Ecclesiae et omnibus, qui in parte ipsius sunt vel fuerunt; et in quibus Sancta Romana Ecclesia auxilium postulaverit, fideliter iuvabo et, de quibus mihi fecerit querimoniam, debitam sibi faciam iusticiam. Haec omnia acta sunt consensu et consilio principum, quorum nomina subscripta sunt: Adalbertus archiepiscopus Mogontinus, F. Coloniensis archiepiscopus, H. Ratisbonensis episcopus, O. Bauenbergensis episcopus, B. Spirensis episcopus, H. Augustensis, G. Traiectensis, Ö. Constanciensis, E. abbas Wldensis, Heinricus dux, Fridericus dux, S. dux, Pertolfus dux, marchio Teipoldus, marchio Engelbertus, Godefridus Palatinus, Otto Palatinus comes, Beringarius comes.

† Ego Fridericus Coloniensis achiepiscopus et archicancellarius recognovi.

 

In nome della santa ed indivisibile Trinità. Io Enrico, augusto imperatore dei romani per volontà e grazia divina, per amore verso Dio, la Santa Chiesa Romana ed il Santo Padre Callisto ed altresì a tutela e rimedio dell’anima mia rimetto a Dio, ai Santi Apostoli Pietro e Paolo ed alla Santa Chiesa Cattolica ogni diritto di investitura da farsi tramite le insegne dell’anello e del pastorale e concedo che in tutte le chiese, che si trovano nei mei domini, vengano praticate l’elezione canonica e la libera consacrazione. I possedimenti ed i diritti del beato Pietro, che fin dal sorgere di questa discordia ad oggi, vale a dire dal tempo di mio padre al mio, le furono sottratti, e che ancora oggi posseggo, li restituisco alla Santa Romana Chiesa; quelli che, al contrario, non sono in mio possesso, farò comunque in modo che le vengano restituiti. Restituirò inoltre su consiglio dei miei principi, o per senso di giustizia, i possedimenti di tutte le altre chiese, dei principi e di quanti altri, chierici e laici, che in questo scontro furono perduti e che ancor oggi sono in mio possesso; quelli che invece non sono in mio possesso farò comunque in modo che le vengano restituiti. Concedo, inoltre, una vera pace a papa Callisto, alla Santa Romana Chiesa e a tutti colori che militano o hanno militato dalla loro parte; servirò, inoltre, fedelmente la Santa Romana Chiesa nelle circostanze per le quali richiederà il mio aiuto ed in quelle per le quali mi rivolgerà richiesta, le renderò debita giustizia. Tutto ciò è stato posto in atto col consenso e dietro consiglio di quei principi, i cui nomi sono stati di seguito trascritti: Adalberto, arcivescovo di Magonza, F. arcivescovo di Colonia, H. vescovo di Ratisbona, O. vescovo di Bamberga, B. vescovo di Spira, H. di Augsburg, G. di Utrecht, Ö. di Costanza, E. abate di Fulda, Enrico duca, Federico duca, S. duca, Pertolfo duca, Tepoldo marchese, Engelberto marchese, Goffredo conte di palazzo, Ottone conte di palazzo, Berengario conte.

†Io, Federico di Colonia, arcivescovo ed archivista generale, ho registrato il documento.

 

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