Dedica del “Decameron” alle donne

di Giovanni Boccaccio, Decameron. Introduzione, note bibliografiche, indici e commento a cura di V. Branca, Torino 1992, pp. 2-8.

Raffaello Sorbi, Decamerone. Olio su tela, 1876.

Raffaello Sorbi, Decamerone. Olio su tela, 1876.

Umana cosa è aver compassione degli afflitti: e come che a ciascuna persona stea bene, a coloro è massimamente richesto li quali già hanno di conforto avuto mestiere e hannol trovato in alcuni[1]; fra’ quali, se alcuno mai n’ebbe bisogno o gli fu caro o già ne ricevette piacere, io sono uno di quegli[2]. Per ciò che, dalla mia prima giovanezza infino a questo tempo oltre modo essendo acceso stato d’altissimo e nobile amore, forse più assai che alla mia bassa condizione non parrebbe, narrandolo, si richiedesse[3], quantunque appo coloro che discreti[4] erano e alla cui notizia pervenne io ne fossi lodato e da molto[5] più reputato, nondimeno mi fu egli di grandissima fatica a sofferire, certo non per crudeltà della donna amata, ma per soverchio fuoco nella mente concetto[6] da poco regolato appetito: il quale, per ciò che a niuno convenevole termine mi lasciava contento stare, più di noia[7] che bisogno non m’era spesse volte sentir mi facea. Nella qual noia tanto rifrigerio già mi porsero i piacevoli ragionamenti d’alcuno amico e le sue laudevoli consolazioni, che io porto fermissima opinione per quelle essere avenuto che io non sia morto. Ma sì come a Colui piacque il quale, essendo Egli infinito, diede per legge incommutabile a tutte le cose mondane aver fine, il mio amore, oltre a ogn’altro fervente e il quale niuna forza di proponimento o di consiglio o di vergogna evidente, o pericolo che seguir ne potesse, aveva potuto né rompere né piegare, per se medesimo in processo di tempo si diminuì in guisa, che sol di sé nella mente m’ha al presente lasciato quel piacere che egli è usato di porgere a chi troppo non si mette ne’ suoi più cupi pelaghi navigando[8]; per che, dove faticoso esser solea, ogni affanno togliendo via, dilettevole il sento esser rimaso[9].

Ma quantunque cessata sia la pena, non per ciò è la memoria fuggita de’ benifici già ricevuti, datimi da coloro a’ quali per benivolenza da loro a me portata erano gravi le mie fatiche; né passerà mai, sì come io credo, se non per morte. E per ciò che la gratitudine, secondo che io credo, trall’altre virtù è sommamente da commendare[10] e il contrario da biasimare, per non parere ingrato ho meco stesso proposto di volere, in quel poco che per me[11] si può, in cambio di ciò che io ricevetti, ora che libero dir mi posso, e[12] se non a coloro che me atarono[13], alli quali per avventura per lo lor senno o per la loro buona ventura non abisogna, a quegli almeno a’ quali fa luogo[14], alcuno alleggiamento[15] prestare. E quantunque il mio sostentamento[16], o conforto che vogliam dire, possa essere e sia a’ bisognosi assai poco, nondimeno parmi quello doversi più tosto porgere dove il bisogno apparisce maggiore, sì perché più utilità vi farà e sì ancora perché più vi fia caro avuto.

E chi negherà questo, quantunque egli si sia[17], non molto più alle vaghe[18] donne che agli uomini convenirsi donare? Esse dentro a’ dilicati petti, temendo e vergognando, tengono l’amorose fiamme nascose, le quali quanto più di forza abbian che le palesi coloro il sanno che l’hanno provate: e oltre a ciò, ristrette da’ voleri, da’ piaceri, da’ comandamenti de’ padri, delle madri, de’ fratelli e de’ mariti, il più del tempo nel piccolo circuito[19] delle loro camere racchiuse dimorano e quasi oziose sedendosi, volendo e non volendo in una medesima ora, seco rivolgendo diversi pensieri, li quali non è possibile che sempre sieno allegri. E se per quegli alcuna malinconia[20], mossa da focoso disio, sopraviene nelle lor menti, in quelle conviene che con grave noia si dimori, se da nuovi ragionamenti non è rimossa: senza che[21] elle sono molto men forti che gli uomini a sostenere[22]; il che degli innamorati uomini non avviene, sì come noi possiamo apertamente vedere. Essi, se alcuna malinconia o gravezza di pensieri gli affligge, hanno molti modi da alleggiare o da passar quello[23], per ciò che a loro, volendo essi, non manca l’andare a torno, udire e veder molte cose, uccellare[24], cacciare, pescare, cavalcare, giucare[25] o mercatare: de’ quali modi ciascuno ha forza di trarre, o in tutto o in parte, l’animo a sé e dal noioso pensiero rimuoverlo almeno per alcuno spazio di tempo, appresso il quale, con un modo o con altro, o consolazion sopraviene o diventa la noia minore.

Adunque, acciò che in parte per me s’amendi il peccato della fortuna[26], la quale dove meno era di forza, sì come noi nelle dilicate donne veggiamo, quivi più avara fu di sostegno, in soccorso e rifugio di quelle che amano, per ciò che all’altre è assai l’ago[27] e ’l fuso e l’arcolaio, intendo di raccontare cento novelle, o favole o parabole o istorie[28] che dire le vogliamo, raccontate in diece giorni da una onesta brigata di sette donne e di tre giovani nel pistelenzioso tempo della passata mortalità fatta[29], e alcune canzonette dalle predette donne cantate al lor diletto[30]. Nelle quali novelle piacevoli e aspri casi d’amore e altri fortunati[31] avvenimenti si vederanno così ne’ moderni tempi avvenuti come negli antichi; delle quali le già dette donne, che queste leggeranno, parimente diletto delle sollazzevoli cose in quelle mostrate e utile consiglio potranno pigliare, in quanto potranno cognoscere quello che sia da fuggire e che sia similmente da seguitare: le quali cose senza passamento di noia non credo che possano intervenire[32]. Il che se avviene, che voglia Idio che così sia, a Amore ne rendano grazie, il quale liberandomi da’ suoi legami m’ha conceduto il potere attendere a’ lor piaceri[33].

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Note:

[1] Secondo i precetti della retorica medievale («opus illustrant proverbia» Galfrido di Vino Salvo), l’opera si apre con una sentenza ripresa nelle Esposizioni (II litt. 111: «degl’infelici si suole aver compassione») e nella Consolatoria (12). È del tipo del divulgato «Solamen miseris socios habuisse malorum» (H. Walther, Proverbia sententiaeque Latinitatis Medii Aevi, Göttingen 1963, v, p. 57). «A proverbio sumitur initium» si consigliava (cfr. E. Faral, Les arts poétiques du XIIe et du XIIIe siècle, Paris 1923, p. 267): e questo consiglio il Boccaccio aveva seguito anche iniziando la Fiammetta con un’affermazione in qualche modo analoga: «Suole a’ miseri crescere di dolersi vaghezza, quando di sé discernono o sentono in alcuno compassione». Cfr. per la tecnica sentenziale e proverbiale, insistente nel Decameron, G. Checchi, Sentenze e proverbi nel Decameron, Studi sul Boccaccio 9 (1975-1976), pp. 119-168

[2] In questo periodo iniziale v’è un ribaltamento psicologico ed espressivo analogo a quello che campeggia nelle quartine del sonetto introduttivo alle rime del Petrarca: dall’impersonale appello sentenziale d’inizio attraverso una serie di disgiuntive e di concessive il Boccaccio punta a un capovolgimento con il finale mutamento di soggetto a sorpresa («Umana cosa è … io sono uno di quegli»). Il soggetto ideale di tutto il lungo periodo iniziale deve essere l’oggetto della «compassione» di chi ha sperimentato ed è invocato all’inizio (e cfr. nota finale al Proemio). La solennità di questo avvio è sottolineata dall’impiego del cursus planus per concludere ogni membretto del periodo: da «degli afflitti» a «io sono uno di quegli». E cfr. V 10, 16.

[3] forse assai più di quanto non sembrerebbe che convenisse (si richiedesse) alla mia umile condizione, essendo io stesso a dirlo (narrandolo). «Costrutto in zoccoli» (M.; forse per la prima delle molte ellissi del che punteggianti il Decameron). In questa affermazione si è voluto vedere il riflesso degli amori di Giovanni, borghese e mercante, con Maria d’Aquino o Fiammetta, di stirpe reale: secondo il meraviglioso romanzo costruito sui misteriosi cenni pseudo-biografici delle opere giovanili. Converrà piuttosto vedere nella frase un riflesso di quegli schemi medievali, di quei precetti della trattatistica amorosa – da Andrea Cappellano in poi – che furono così presenti nell’esercizio letterario del Boccaccio: «negli uomini è gran senno il cercar d’amar sempre donna di più alto legnaggio che egli non è» (I 5, 4; e cfr. II 8, 41; III 2; Filocolo, IV 47 ss.). Cfr. V. Branca, Schemi letterari e schemi autobiografici, in Boccaccio medievale, Firenze 1956, pp. 231 ss.; A. Cappellano, De amore, Copenaghen 1892, pp. 38 ss.

[4] assennati, di savio discernimento: cfr. Intr., 74 «Ma Filomena, la quale discretissima era»; II 6, 71; X 7, 3; e anche Convivio, I xi, 3; Inf. XXXI 54.

[5] Da molto è locuzione aggettivale, simile alle ancora viventi dabbene, dappoco. Da, riferito a persona, significa atto a, capace a, cioè attitudine, virtù di fare.

[6] concepito: participio alla latina (cfr. Inf. XXVI 73)

[7] dolore, pena; senso solito nel Boccaccio e in quel secolo: p. es. 67 n; I 9, 46 n; II 8, 42 n.

[8] Immagine tradizionale della letteratura classica, patristica, ascetica: cupi profondi (Inf. VII 10; Par. III 123).

[9] Chiusura del periodo solenne con un endecasillabo: il primo di quelle varie migliaia di versi che punteggiano sapientemente la prosa del Decameron (ne noteremo alcune sequenze più chiare e significative).

[10] lodare, approvare: II 7, 67 n.

[11] da me. È il solito per di agente (fr. par): cfr. Intr. 55 n.

[12] Così nel proemio della Genealogia: «libet… apponere, et si non omnia, quaedam saltem…».

[13] aiutarono. La riduzione atare da aitare è corrente anche nel Decameron: p. es. Intr. 30; III 2, 9.

[14] fa bisogno, occorre.

[15] sollievo, alleviamento; comune questa forma nel Boccaccio (p. es. più avanti in questo stesso Proemio, 12; e Rime XIII; Teseida IV 37, V 3 e 47; Amorosa Visione XLVIII 70 e L 69; cfr. anche S. Pieri, Appunti etimologici, in Miscellanea lingüistica in onore di Graziadio Ascoli, Torino 1901, p. 423).

[16] X concl., 3 «a sostentamento della nostra sanità e vita».

[17] qualunque sia, per quanto piccolo sia.

[18] graziose, leggiadre; ma questo aggettivo ritiene nel Boccaccio – che lo usa spessissimo per le donne – qualcosa del suo senso primitivo, di movimento; quasi a indicare i continui vivaci impulsi da cui sono mossi gli animi femminili (Intr., 75 n: «Noi [donne] siamo mobili, riottose, sospettose, pusillanime e paurose»).

[19] piccolo spazio limitato; Amorosa Visione XLV 31. Il seguente dimorano è il verbo reggente tutto il periodo.

[20] In senso più cupo (quasi «umor nero») che oggi: cfr. 14; I 7, 8 n; II 6, 19 n; II 10, 23; III 7, 5; V 9, 38; X 7, 8; e nel Filocolo IV 126: «L’amiraglio, pieno di malinconia… cerca, per fuggir quella, la bellezza di Biancifiore vedere». Si tenga presente anche il sonetto dantesco «Un dì si venne a me Malinconia» (LXXII).

[21] senza dire, senza contare che.

[22] nel sopportare; uso intransitivo non comune: ma cfr. VIII 7, 45 e anche II 7, 11.

[23] quello è comprensivo di malinconia e gravezza; passar vale rimuovere, superare, non è causativo; cfr. II 6, 19; F. Brambilla Ageno, Il verbo nell’italiano antico. Ricerche di sintassi, Milano 1964, p. 130.

[24] andare a caccia degli uccelli con l’aiuto di rapaci o con le reti o con le panie; la dittologia è anche in X 10, 4.

[25] È il primo esempio della riduzione, corrente nel Boccaccio, del dittongo uo a u (giuco, lugo, figliulo, ecc.), tonico e atono; cfr. A. Schiaffini, Influssi dei dialetti meridionali sul toscano e sulla lingua letteraria. I. Il perugino trecentesco, ID 4 (1928), pp. 87 ss.

[26] perché per opera mia in qualche modo si rimedi, si ripari al torto fatto dalla fortuna (alle donne).

[27] basta. Cfr. Comedia I 14: «e però chi ama, ascolti; degli altri non curo: la loro sollecitudine gli abbia tutti». Il motivo, già stilnovistico, è frequente all’inizio delle opere del Boccaccio: p. es. nella lettera dedicatoria del Filostrato, nella prima canzone della Comedia, nel terzo acrostico dell’Amorosa Visione.

[28] Questa serie di sostantivi sta a indicare che la materia sarà mista, e i racconti di varia specie: novelle sono generalmente narrazioni di ogni argomento; favole rammenta l’uso francese di «fabliaux»; parabole accenna a esempi e probabilmente alla volontà didascalico-allegorica che non di rado è presente nei prologhi e negli epiloghi delle singole novelle, e qualche volta in racconti moralizzati per via di paragoni (p. es. I 3, 7, 10 ecc.); storie indica infine specialmente le narrazioni a sfondo storico, di personaggi illustri. Salimbene dice di Guido Bonatti (Inf. XX 118) «erat totus plenus proverbis, fabulis et exemplis» (Cronica, p. 239). Si noti che novella col valore attuale era appena entrata nell’uso (FEW, VII, p. 207).

[29] Da riferire a brigata: la passata mortalità allude alla ancor recente peste del 1348.

[30] Non tutte, dunque, quelle che furono cantate: difatti varie volte si accennerà a canti o canzoni senza riportarli. Le canzonette sono principalmente, è naturale, le ballate che concludono ogni giornata; ma si noti che solo sette sono cantate dalle donne, tre invece dai giovani. Sarà questa un’indicazione approssimativa, o il Boccaccio pensò realmente al principio di far cantare solo le fanciulle, come di fatti fece nelle prime tre giornate, cioè nella parte della sua opera che sarebbe stata divulgata in forma autonoma?

[31] Accanto al più corrente senso positivo (felici, di buona fortuna) poteva, come «fortunosi», avere quello negativo (di cattiva fortuna, sventurati; cfr. Inf. XXVIII 8; Morelli, Ricordi, p. 535): oppure anche quello di casuali, fortuiti (cfr. p. es. il volgarizzamento, ora attribuito al Boccaccio, di Valerio Massimo, De’ fatti e detti degni di memoria della città di Roma e delle stranie genti, Bologna 1868, p. 672). Forse, per questo, si può intendere semplicemente soggetti alle vicende della fortuna (come alcuni interpretano anche Inf. XXVIII 8).

[32] senza che passino i loro affanni non credo possa accadere. Il quadro vago delle donne oziose e fantasticanti d’amore, che sta al centro di questo proemio e che da Ovidio (Heroides XIX 5 ss.) in poi aveva una lunga tradizione letteraria, sarà in certo modo ripreso in tono più teorizzante nella II 8, 12 ss., e invece appena accennato nella VII 5, 4 ss.

[33] Come è stato accennato [altrove] v’è analogia strutturale e funzionale fra l’inizio di questo proemio e l’attacco del sonetto proemiale del Petrarca: e l’analogia continua lungo tutti e due i testi. Il significato del rovesciamento non può che formalmente essere ricondotto nella prospettiva dell’ordo artificialis consigliato dalla tradizione retorica più autorevole specialmente per l’oratoria (e grande oratoria sono questi due testi, con quell’energica apostrofe iniziale). Quel rovesciamento è scoperto nel suo valore nuovo e dinamico della divaricazione che si opera fra i due estremi (e che era già stata sperimentata nel Secretum e nell’Elegia di Fiammetta): divaricazione insieme temporale e morale che oppone il «giovanile errore» (Petrarca) o la «giovanezza» (Boccaccio) alla maturità della coscienza che li sente ormai come un «vaneggiar» (Petrarca), come «cose mondane» che «tutte» hanno «fine» (Boccaccio), il cui «frutto» è «vergogna» (Petrarca), «vergogna evidente» (Boccaccio). Il capovolgimento proemiale introduce in ambedue i «libri», e con sorprendenti ricorsi verbali, quasi un procedimento ambiguo à rebours, o meglio di flash back: la storia dell’uomo, dello jedermann, narrata poi lungo l’opera come presente e operante, si prospetta così come un passato sofferto. L’ampio arco della sospensione che regge quei gremitissimi inizi proemiali dà luogo quasi a una prospettiva di specchi, illusionistica come l’affannarsi umano: e il testo stesso, in quei primi periodi, nelle ambagi grammaticali continue, sembra sprofondare lentamente in se stesso scavando uno spazio dilatato temporalmente e moralmente. Con questi avvii, con questi «proemi fatti per insinuazione» (come scrive tecnicamente e suggestivamente il Daniello) e coi loro sviluppi il Petrarca e il Boccaccio, in modo del tutto indipendente, affermano anche la necessità, per l’opera letteraria, di un’organizzazione tematica e di una struttura unitaria. Cfr. il raffronto più particolare in V. Branca, Implicazioni strutturali e espressive fra Petrarca e Boccaccio, in Atti del Convegno Internazionale su Francesco Petrarca promosso dall’Accademia dei Lincei, Roma 1975; e l’analisi del sonetto petrarchesco in A. Noferi, Il sonetto introduttivo del Petrarca, in Lettere Italiane 27 (1974). E cfr. per un rovesciamento opposto IV intr., 32 n.

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