Florio e Biancifiore: la propagazione europea di una «meravigliosa e straordinaria storia d’amore»

da Romanzi cavallereschi bizantini, a cura di C. Cupane, Torino 1995, pp. 447; 475-476.

Jan van Doesborch, Floire et Blancheflor. Incisione, 1517 ca.

Jan van Doesborch, Floire et Blancheflor. Incisione, 1517 ca.

Una delle coppie di innamorati più celebri e più internazionali della letteratura romanzesca è certamente quella costituita da Florio e Biancofiore, le cui peripezie sono narrate in francese, danese, svedese, medio inglese, medio alto-tedesco, medio basso-tedesco, medio neerlandese, italiano, spagnolo e in altre lingue. La delicata storia d’amore dei due fanciulli, nati nello stesso giorno da genitori cristiani lei, musulmani lui, innamoratisi sui banchi di scuola, separati con l’inganno e infine riuniti dopo una serie di peripezie che conducono Florio alla ricerca dell’amata dalla natia Spagna fino al lontano e misterioso Oriente, assume la sua prima forma letteraria, quale che ne sia l’origine, in antico francese verso la metà del XII secolo e si diffuse, attraverso una serie di riscritture dalla fine di questo secolo al XV, in tutta l’Europa medievale[1]. Per il tramite di un Cantare toscano in ottava rima[2], la cui ricca tradizione manoscritta risale alla prima metà del XIV secolo, essa giunse anche in Grecia, probabilmente nel Peloponneso franco, e fu adattata in lingua greca volgare, con notevole fedeltà all’originale, sotto il titolo di Florio e Plaziaflore (Φλωρίος καί Πλατζιαϕλώρε). […]

«Insieme tutti e due, Florio e la nobile fanciulla Plaziaflore, si avviarono alla scuola. Cominciarono a imparare le lettere, e Florio in pochissimo tempo, lesse, sfogliò e imparò molti libri. Lesse infine anche un altro libro, il «Libro dell’amore», che gli incendiò la mente e il cuore. Nel vedere l’accaduto il maestro fu colpito al cuore da un dardo atroce, non riusciva quasi a trovare riposo e a consolarsene. Ma Florio non faceva altro che guardare Plaziaflore, sempre aveva in cuore il volto splendente di lei (che era come) acqua fresca, brina dell’inverno, splendida come il sole e rigogliosa come un albero, dagli occhi neri e stellanti, arancia amara spirante amore, dalle labbra rosse come una rosa, lei che chiacchierava dolcemente, lei da Amore esaltata, della grazia degli Amori adorna, lei aveva sempre in mente il suo fratello di latte. Tutti i suoi pensieri poneva in lei, senza flessioni, e qualunque cosa gli dicessero era per lui come tela di ragno».

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Note:

[1] Cfr. E. Hausknecht (ed.), Floris and Blancheflour, Berlin 1885; J.H. Reinhold, Floire et Blancheflor. Étude de littérature comparée, Paris 1906; L. Ernst, Floire und Blantscheflur: Studie zur vergleichenden Literaturwissenschaft, Strasbourg 1912

[2] Cfr. V. Crescini, Il Cantare di Fiorio e Biancifiore, II, Bologna 1899.

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Testo edito da A.E. Quaglio, in G. Boccaccio, Tutte le opere, a cura di V. Branca, Milano 1967, vol. I, Filocolo I 4

 

Frontespizio dell'Inamoramento di Florio et di Bianzafiore chiamato Philocolo che tanto e a dire quanto amorosa faticha composto. (Al colophon) In Venetia, per Bernardino de Lesona vercellese, 1520.

Frontespizio dell’Inamoramento di Florio et di Bianzafiore chiamato Philocolo che tanto e a dire quanto amorosa faticha composto. Edizione di Bernardino de Lesona di Vercelli, Venezia 1520.

Taciti e soli lasciò Amore i due novelli amanti, i quali riguardando l’un l’altro fiso, Florio primieramente chiuse il libro, e disse: «Deh, che nuova bellezza t’è egli cresciuta, o Biancifiore da poco in qua, che tu mi piaci tanto? Tu non mi solevi tanto piacere; ma ora gli occhi miei non possono saziarsi di riguardarti!». Biancifiore rispose: «Io non so, se non che di te poss’io dire che in me sia avvenuto il simigliante. Credo che la virtù de’ santi versi, che noi divotamente leggiamo, abbia accese le nostre menti di nuovo fuoco, e adoperato in noi quello già veggiamo che in altrui adoperarono». «Veramente – disse Florio – io credo che come tu di’ sia, però che tu sola sopra tutte le cose del mondo mi piaci». «Certo tu non piaci meno a me che io a te – rispose Biancifiore». E così stando in questi ragionamenti co’ libri serrati avanti, Racheio, che per dare a’ cari scolari dottrina andava, giunse nella camera e loro gravemente riprendendo, cominciò a dire: «Questa che novità è, che io veggio i vostri libri davanti a voi chiusi? Ov’è fuggita la sollecitudine del vostro studio?». Florio e Biancifiore, tornati i candidi visi come vermiglie rose per vergogna della non usata riprensione, apersero i libri; ma gli occhi loro più disiderosi dell’effetto che della cagione, torti, si volgeano verso le disiate bellezze, e la loro lingua, che apertamente narrare solea i mostrati versi, balbuziendo andava errando. Ma Racheio, pieno di sottile avvedimento, veggendo i loro atti, incontanente conobbe il nuovo fuoco acceso ne’ loro cuori, la qual cosa assai gli dispiacque; ma più ferma esperienza della verità volle vedere, prima che alcuna parola ne movesse ad alcuno altro, sovente sé celando in quelle parti nelle quali egli potesse lor vedere sanza essere da essi veduto. E manifestamente conoscea, come da loro partitosi, incontanente chiusi i libri, abbracciandosi si porgeano semplici baci, ma più avanti non procedeano, però che la novella età, in che erano, non conoscea i nascosi diletti. E già il venereo fuoco gli avea sì accesi, che tardi la freddezza di Diana li avrebbe potuti rattiepidare.

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