Alboino, re dei Longobardi

di P. Bertolini, s.v. ALBOINO, re dei Longobardi, DBI 2 (1960).

Cavaliere longobardo. Lastrina di bronzo dorato, VII sec. dallo Scudo di Stabio. Berna, Historisches Museum.

Alboino, re dei Longobardi – Figlio di Audoino, re dei Longobardi, e di Rodelinda, sali al trono fra il 560 e il 565; pagano come suo padre, aveva, tuttavia, preso in moglie una principessa cattolica, Clodosvinta, figlia di Clotario I, re dei Franchi. Tale matrimonio va visto, però, nel quadro di quella politica di amicizia verso i Franchi che, proprio quando Narsete si preparava a combatterli nell’Italia settentrionale, era stata adottata da Audoino in seguito all’ambiguo contegno tenuto da Giustiniano durante il conflitto gepido-longobardo, che si era chiuso nel 552. Non è da escludere, anzi, che i Longobardi abbiano parteggiato apertamente per i Franchi nella loro resistenza ai Bizantini nell’Italia settentrionale, guadagnandosi così ampliamenti nel Noricum mediterraneum. All’amicizia franco-longobarda il nuovo imperatore, Giustino II (succeduto allo zio Giustiniano, morto il 14 novembre 565), rispose prendendo decisamente le parti dei Gepidi, scesi nuovamente in campo contro i Longobardi: battuto dal re dei Gepidi, Cunimondo, e dai Bizantini, Alboino dovette cercarsi un appoggio per difendere l’esistenza stessa del suo popolo, e lo trovò, ma a gravissime condizioni, presso una delle ultime genti barbariche arrivate a ridosso dei confini dell’Impero, gli Avari, di stirpe mongolica. Il loro capo, il khan Baiano, esigette, prima d’iniziare le ostilità, un decimo del bestiame posseduto dai Longobardi e la promessa che, al termine vittorioso della campagna, gli sarebbe stato concesso l’intero territorio fino allora abitato dai Gepidi e la metà del bottino. Ma Cunimondo, appena venne a sapere di quest’alleanza e che gli Avari avevano cominciato a muoversi, entrò decisamente in guerra, attaccando i Longobardi nella speranza di batterli prima che si ricongiungessero coi loro alleati (circa 566): venuto a battaglia campale nella pianura fra il Tibisco ed il Danubio, fu completamente disfatto: egli stesso cadde sul campo, ucciso da Alboino. Con questa battaglia era segnata la fine del popolo e del regno dei Gepidi: fra i prigionieri, la stessa figlia di Cunimondo, Rosamunda.

Giustino II doveva aver considerato lo stanziamento di un’altra popolazione nella Pannonia, gli Avari, come un fatto che avrebbe potuto risolversi in danno non solo dei Gepidi, ma anche degli stessi loro occasionali alleati, i Longobardi: Cunimondo, prima d’iniziare la sua ultima campagna, s’era, infatti, rivolto a lui per avere aiuti, rinnovando le promesse di cedergli Sirmio e l’intera Pannonia, ma l’imperatore, se non aveva respinto tali richieste, aveva, però, ritardato l’invio di rinforzi, facendoli poi anzi trattenere al momento opportuno, preferendo rimanere inerte spettatore degli avvenimenti. Non solo, ma aveva concesso agli Avari di compiere l’intero tragitto verso la Pannonia, marciando lungo la riva sinistra del Danubio, in territorio imperiale, e s’era limitato a fare occupare dalle sue truppe Sirmio, abbandonata dalla guarnigione gepida in ripiegamento davanti agli Avari. Questi calcoli dell’imperatore furono, però, frustrati dalla chiarezza di vedute di Alboino e dalla prontezza con cui seppe fronteggiare gli avvenimenti: benché il merito della vittoria sui Gepidi spettasse a lui soltanto ed ai Longobardi, pure mantenne lealmente fede ai patti, cedendo agli Avari i territori conquistati e volse la mente a trasferirsi altrove col suo popolo.

Il miraggio di uno stanziamento in Italia, che già Giustiniano aveva fatto balenare ad Audoino, si era riacceso, ancora al tempo di questo, per i racconti dei reduci di quel grosso contingente longobardo (2500 guerrieri scelti e 3000 dipendenti armati) che aveva combattuto con Narsete in Italia contro i Goti e che, subito dopo la battaglia di Gualdo Tadino (estate del 552), il generalissimo aveva fatto rimpatriare sotto buona scorta armata, con il pretesto degli eccessi contro la popolazione civile cui si era abbandonato durante la sua permanenza in Italia. In realtà, il provvedimento si fondava sul timore che fra i Goti ribelli e i guerrieri longobardi, sudditi di un re la cui seconda sposa era una pronipote del grande Teodorico, potesse nascere una comunanza di sentimenti e di aspirazioni. Pochi anni dopo, scomparse con la morte di Audoino le ragioni di una simile solidarietà, Alboino, che era pur sempre il figliastro di una principessa amala, ebbe cura d’inviare, proprio nel periodo della lotta di Narsete contro gli insorgenti Ostrogoti e i loro alleati Franchi nell’Italia settentrionale – o subito dopo – i suoi emissari, che, asserendo di andare pellegrini a Roma, cercassero di procurargli la simpatia e l’appoggio dei Goti, informandoli che egli, proprio come loro, professava l’arianesimo. Questo è quanto si può desumere da una lettera (disgraziatamente, come scrisse lo Schmidt, non databile con sicurezza se non fra il 561 e gli inizi del 568), mandata da Nicezio, vescovo di Treviri, alla moglie di Alboino, Clodosvinta. Ad Alboino, d’altra parte, conveniva assai più tenersi vicino all’arianesimo dei Goti piuttosto che al cattolicesimo dei Franchi, anche se suoi alleati; la tendenza a subordinare il fattore religioso alle opportunità politiche, del resto, era stata sempre molto forte nei re Longobardi. E se anche, alla vigilia della prima guerra contro i Gepidi, Audoino, almeno secondo quanto scrive Procopio, non aveva esitato a far proclamare, nel 549,dai suoi ambasciatori a Giustiniano che «Romani ben giustamente potranno mettersi con noi, che, fin dal principio, con loro abbiamo condiviso le idee su Dio», i suoi Longobardi erano, in realtà, nella grande maggioranza pagana, anche se contatti con altre popolazioni germaniche li avevano potuti, si, iniziare al cristianesimo, ma nella confessione ariana.

L’affermazione di Audoino, come adesso l’atteggiamento filo-ariano di Alboino, traevano origine dal proposito dei due sovrani di valersi del motivo religioso per accattivarsi, rispettivamente, Giustiniano e l’appoggio dei Goti d’Italia.

Mappa dell’Italia gotica, bizantina e longobarda.

L’idea di abbandonare la Pannonia per cercare in Italia una definitiva sistemazione al suo popolo col concorso degli Ostrogoti, sulla base di interessi dinastici e religiosi, doveva essere già matura in Alboino quando si preparava ad affrontare per l’ultima volta i Gepidi. La necessità di accettare l’insediamento degli Avari nei territori che erano stati dei Gepidi fu solo l’elemento decisivo a non ritardare oltre l’inizio dell’impresa italiana, alla quale Alboino invitò a partecipare anche i Sassoni residenti fra le montagne del Harz e i fiumi Bode e Saale, popoli tributari del re franco Sigeberto I: molti di essi si uniranno, in-fatti, ai Longobardi, il che significa che ad Alboino non dovette mancare l’appoggio franco. Con un nuovo trattato di amicizia e di alleanza con gli Avari, Alboino volle garantirsi contro l’eventualità di un fallimento della sua impresa: cedeva loro, infatti, anche quella parte della Pannonia che, in virtù del foedus stipulato fra Audoino e Giustiniano, spettava ai Longobardi, a patto che, per la durata di due secoli, rimanesse ai Longobardi il diritto di ottenerne, nel caso, la pacifica retro-cessione; da parte sua il khan impegnava il suo popolo per lo spazio di duecento anni a mandare aiuti, in caso di bisogno, ai Longobardi d’Italia.

La decisione di muovere alla conquista dell’Italia era di competenza dell’assemblea del popolo; Alboino ne fece coincidere la convocazione con una solenne festività religiosa, il giorno di Pasqua, in cui gli ariani solevano celebrare i loro riti battesimali: fu il 10 apr. 568. L’inizio di un’avventura militare, decisiva per l’avvenire della nazione longobarda, era posta così sotto gli auspici dell’adesione formale di tutto il popolo al cristianesimo, ma nella confessione ariana, quella stessa che professavano, quasi distintivo della loro stirpe, i Goti d’Italia; e, rimasto vedovo della cattolica Clodosvinta, Alboino aveva sposato, da poco, una principessa ariana, la gepida Rosmunda, il cui padre aveva ucciso in battaglia. Coi Longobardi partirono Sassoni, Gepidi, Svevi e Turingi, e i resti delle antiche popolazioni dei territori da essi fino allora occupati, Norici e Pannonici. Questa massa di guerrieri, di gente d’ogni età e condizione, di carri e di bestiame, si mise in moto il giorno successivo alla Pasqua del 568: esodo paragonabile a quello degli Ostrogoti, che, ottanta anni prima, avevano lasciato la Mesia al seguito di Teodorico.

A convincere Alboino che quello era il momento di agire furono anche le notizie circa la crisi in cui si dibatteva allora il dominio bizantino in Italia, sia per il malcontento serpeggiante fra le popolazioni per l’eccessivo fiscalismo di Narsete, sia per l’insubordinazione di questo, che s’era rifiutato d’obbedire all’ordine di Giustino II di fare immediatamente ritorno a Bisanzio dopo aver lasciato i poteri al praefectus praetorio Italiae allora in carica, Longino. Il mancato ottemperare a quest’ordine, sui cui retroscena siamo completamente all’oscuro, aveva gettato Roma in uno stato di anormale agitazione comprovata dal fatto che il papa, Giovanni III, dopo aver convinto il generalissimo a far ritorno nella capitale, non era tornato al Patriarchio lateranense, sua sede abituale, ma si era fermato in una chiesetta suburbana della via Appia, e qui era rimasto sino alla morte (13 luglio 574) – e aveva gettato le autorità civili della penisola nel più grande disorientamento, aggravato dal fatto che Giustino II non trattava Narsete da ribelle, né, d’altro canto, revocava l’ordine di richiamo. Longino aveva bensì assunto i poteri del governo civile e il generalissimo aveva cessato di essere per i suoi sottoposti il comandante supremo, ma l’imperatore non aveva conferito a nessuno di questi ultimi, dopo il richiamo di Narsete, un’autorità superiore a quella dei colleghi. Tutto ciò non poteva non paralizzare l’apparato politico-militare su cui si basava la difesa del paese, e questo proprio quando più urgeva che entrasse in azione presto e con la massima efficienza. Si aggiunga l’insufficienza dell’apprestamento militare bizantino in Italia, soprattutto per la mancanza di corpi mobili capaci di convergere tempestivamente sul punto di confine minacciato, e per il fatto che troppi presidi di confine erano composti di ausiliari barbari malfidi, o, addirittura, di Ostrogoti incorporati dopo una sottomissione forzata, memori del tempo in cui erano stati padroni in Italia e non insensibili ai contatti presi con la loro gente da Alboino. In più, gran parte dell’Italia settentrionale era travagliata dai contrasti fra autorità locali e scismatici dei “Tre Capitoli”, anch’essi disposti a salutare i Longobardi come liberatori. Né vanno sottovalutate le conseguenze della peste che aveva infierito in Italia dal 565 al 567, mietendo vittime anche fra le guarnigioni locali, e la carestia del 568.

La marcia dei Longobardi attraverso la Pannonia, probabilmente lungo la via Postumia, si svolse con grande lentezza, sia che Alboino volesse aspettare i Sassoni sia che desiderasse avere notizie più precise sulla situazione italiana e sulla posizione personale di Narsete. Comunque, già sul finire del 568 (nel settembre, secondo l’Historia Langobardorum codicis Gothani) distaccamenti longobardi erano penetrati in rapide razzie entro il territorio italiano; ma solo nella primavera del 569, il 20 o il 21 di maggio, gli invasori varcavano l’Isonzo e, occupata senza trovar resistenza Aquileia (il cui patriarca fuggi a Grado), dilagarono per la Venetia. Alboino fece volgere i suoi dapprima verso nord; impadronitosi dei centri fortificati delle zone di confine nel Friuli, v’insediò, al posto dei milites limitanei bizantini, gruppi di guerrieri longobardi, di cui nominò duca un suo nipote, il marpahis Gisulfo. Assicuratosi così le spalle sia dai Bizantini dell’Istria sia dagli Avari di Pannonia, Alboino attraversò la pianura veneta puntando su Milano: caddero Treviso, Vicenza, Verona, Brescia, Bergamo. Oderzo, che continuava a resistere, fu aggirata: Altino, Padova, Monselice rimasero bizantine. Il 3 settembre 569 Alboino entrava in Milano, abbandonata dall’arcivescovo Onorio, dal clero, dal vicarius Italiae: dal 3 sett. 569 Alboino cominciò a datare gli anni del suo regno in Italia, mostrando così di volersi in qualche modo ricollegare al tempo in cui Milano era stata capitale dell’Impero. Quindi lanciò verso l’Italia centrale grossi nuclei di suoi uomini: gruppi di Longobardi superarono la Cisa, dilagarono nella Tuscia fin verso Roma, occupandone stabilmente la parte settentrionale, tranne la fascia costiera; altri, lungo la via Emilia, si spinsero verso sud-est, aggirando Piacenza, Reggio e Modena (che rimasero agli Imperiali), distrussero Imola, s’inoltrarono lungo la Flaminia, dopo aver dato alle fiamme Petra Pertusa al passo del Furlo. Contemporaneamente corpi separati, sotto il comando e per iniziativa, probabilmente, dei loro capi, superata la linea fortificata che proteggeva le comunicazioni fra Roma e la Pentapoli, seguendo le vie in-terne montane attraverso l’Umbria e il Sannio, occuparono la regione di Spoleto, mentre altri contingenti si spinsero ancora più a sud, occupando quella di Benevento: la città, priva di adeguati mezzi difensivi, si dovette arrendere immediatamente e i Longobardi v’insediarono duca il loro capo, Zottone (569-572).

Guerriero longobardo. Illustrazione di A. Gagelmann.

A danno degli Imperiali agirono in pieno i fattori negativi insiti nel loro apprestamento militare: di fronte alla loro passività stettero l’impeto e lo spirito d’avventura che per secoli avevano spinto i Longobardi a staccarsi in gruppi dalla massa del popolo per dare inizio o partecipare a spedizioni in terre lontane, articolandosi in corpi la cui caratteristica era la grande mobilità. Sono le cosiddette farae (translitterazione latina di un vocabolo germanico da collegare con la radice di faran, ted. fahren “viaggiare”), che, per rapporti avuti dai Longobardi con l’Impero come foederati o come ausiliari, si erano modellate sugli ordinamenti militari bizantini, da cui avevano militato anche i termini indicanti i capi e gli ufficiali a loro subordinati (duces, comites, centenarii, decani). In farae si articolarono i Longobardi al loro primo giungere nella Venetia orientale, dove, come abbiamo visto, Alboino ne aveva stabilito un gruppo forte per numero e per qualità di guerrieri, data l’importanza strategica della zona; e, sempre per questa ragione, ne aveva affidato il comando a un capo della sua stessa famiglia, Gisulfo, che s’era stabilito a Forum Iulii (Cividale del Friuli), sino allora sede del magister militum bizantino responsabile della difesa della regione. Era cioè sorto il ducato di Friuli, il primo dei ducati longobardi in Italia, e uno dei più grandi. Questo sistema fu largamente applicato nelle tappe successive della conquista: i capi delle farae, o dei gruppi di farae, fissarono la loro sede nei centri urbani o in quelli militarmente più importanti. Ma giacché i singoli guerrieri portavano con sé le proprie famiglie e i propri schiavi e il loro proprio bestiame, era naturale che ogni presidio militare “in faris” tendesse a trasformarsi in nucleo di popolazione residente; come era ovvio che i duchi fossero predisposti naturalmente a unire alle funzioni militari quelle del governo civile sul territorio compreso nell’ambito della loro giurisdizione militare.

La conquista longobarda determinò così un continuo mutare della situazione politico-territoriale che, a sua volta, costringeva il governo imperiale a rimaneggiare di continuo l’ordinamento amministrativo anche nelle terre non ancora occupate: l’Italia andò, quindi, assumendo un aspetto sempre più differente da quello che aveva avuto per il passato, cosa, questa, che non era mai avvenuta né per opera di Odoacre né per opera dei re ostrogoti. Ma il sistema di stanziamento “per faras” portava con sé pericolosi germi di disgregazione: solo spiccate personalità politiche e militari potevano mantenere ben saldo il prestigio e l’autorità della Corona nei confronti dell’istituto ducale. Alboino possedeva certamente queste qualità, ma ciò non lo aiutò a impedire le incursioni (che portarono a una rottura dell’amicizia franco-longobarda e a un riavvicinamento dei Franchi all’Impero, consacrato da un formale patto di pace e alleanza stipulato dai re merovingi intorno al 571) compiute da bande longobarde fra il 569 ed il 571 nei domini di Gontrano I, re dei Burgundi; solo la rotta subita nella zona di Embrun per merito di Mummolo, comandante dell’esercito burgundo, convinse a non tentare più avventure del genere.

Nel 572 rimanevano ai Bizantini nell’Italia centro-settentrionale: la fascia costiera ligure con Savona e Genova; la linea di vetta dell’Appennino e il suo versante settentrionale con Acqui e Tortona; una piccola parte della Venetia; la Flaminia, il Picenum, la costa e la parte meridionale della Tuscia, il territorio di Roma. Fra il maggio e il giugno di quell’anno era caduta anche in potere dei Longobardi, dopo oltre tre anni d’assedio, Pavia. Alboino, dimostrando chiaramente di volersi ricollegare alle memorie e alla tradizione della monarchia gota, s’insediò nel palazzo che qui si era fatto costruire Teodorico e scelse, a sede della corte e del tesoro, Verona. Ma non ebbe il tempo di completare la sua opera: nell’estate di quello stesso anno, il 28 di giugno, veniva assassinato in Verona dal suo scudiero Elmichi, con la complicità del cubicularius Peredeo e della sua stessa moglie, Rosamunda. Elmichi era, evidentemente, il capo di una fazione avversa ad Alboino, alla quale aderivano i Longobardi propensi a un accordo con l’Impero, Rosamunda, decisa a vendicare il padre, ed i Gepidi del suo seguito. Eliminato Alboino, Elmichi cercò d’insediarsi sul trono, legittimandone l’usurpazione con le nozze con la vedova del re ucciso: si trattò, dunque, di un colpo di stato, cui, senza dubbio alcuno, non rimasero estranei i Bizantini.

Alboino aveva spiegato eccezionali qualità di politico e di guerriero: con lui la nazione longobarda perse l’unica persona capace, in quel momento, di costruire in salda compagine il nuovo stato barbarico sorto nella penisola italiana.

 

Fonti e Bibl.: Origo gentis Langobardorum, a cura di L. Bethmann – O. Waitz, in MGH, Scriptores rerum Langobardicarum et Italicarum, Hannoverae 1878, pp. 12, 26; Historia Langobardorum codici Gothani, ibid., pp. 7-11; Pauli Diaconi Historia Langobardorum, ibid., pp. 12-45, 45-187; Liber pontificalis ecclesiae Ravennatis, a cura di O. Holder-Egger, ibid., pp. 265-275, 273-278, 278-391; Chronica sancti Benedicti Casinensi:, a cura di G. Waitz, ibid., pp. 467-468, 469-489; L. Bethmann – O. Holder-Egger, Langobardische Regesten, NA 3 (1878), pp. 229-318; Epistolae Austrasicae, a cura di W. Gundlach, MGH, Epistolae Merowingici et Karolini aevi I, Berolini 1892, n. 8, pp. 119-122; Annales Beneventani Monasterii Sanctae Sophiae, a cura di O. Bertolini, BISIMEAM 42 (1923), pp. 93-98, 108; J. Weise, Italien und die Lan gobardenherrscher von 568 bis 628, Halle 1887, pp. 3-28; L.M. Hartmann, Geschichte Italiens im Mittelalter, II, Leipzig 1900, pp. 1-50; T. Hodgking, Italy and Her Invaders, Oxford 1916, V, 6, The Lombardinvawn, passim; VI, 7, The Lombard Kingdom, passim; O. Bertolini, La data dell’ingresso dei Longobardi in italia, BSP 20 (1920), pp. 47 ss.; L. Schmidt, Die Ostgermanen, München 1934, pp. 579 ss.; G. Romano – A. Solini, Le dominazioni barbariche in Italia (395-888), Milano 1940, pp. 267-272; G.P. Bognetti, Santa Maria foris portas di Castelseprio e la storia religiosa dei Longobardi, in G. P. Bognetti – G. Chierici – A. De Capitani D’Arzago, S. Maria di Castelseprio, Milano 1948, pp. 33-48, 66, 393; G.P. Bognetti, Teodorico di Verona e Verona longobarda, capitale di regno, in Scritti giuridici in onore di M. Cavalieri, Padova 1959, pp. 3-39.

 

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Un commento su “Alboino, re dei Longobardi

  1. […] Langobardorum (HL), IV 37, egli traccia la propria genealogia: Leupchis, giunto in Italia con Alboino (568/569), Lopichis, Arechi e Warnefrit, che da Teodolinda ebbe Arechi e Paolo (e una figlia). Il […]

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