Paolo Diacono

di L. Capo, s.v. PAOLO Diacono, DBI 81 (2014).

 

 

Paolo Diacono. – La vita di Paolo è nota solo per tappe essenziali, senza tempi e nessi certi: pochi dati, presenti nelle sue opere e nel suo epitaffio, scritto dall’allievo Ilderico a Cassino (ed. D. LVI, N. XXXVI), sulla cui autenticità sono stati avanzati dubbi, ma non stringenti.

Paolo nacque a Cividale tra il 720 e il 730, da una famiglia longobarda che Ilderico (vv. 9-13) e lui stesso dicono nobile: il termine nobile indica uno status fluido, legato a un prestigio familiare di lunga data e a un buon livello economico, che Paolo, nel carme Verba tui famuli (D. X, N. XI), con cui chiede a Carlo Magno la liberazione del fratello Arechi, prigioniero in Francia dopo la rivolta del duca Rotgaudo del Friuli, considera «venuto meno» (v. 21) con l’esilio e la conseguente povertà. Nella Historia Langobardorum (HL), IV 37, egli traccia la propria genealogia: Leupchis, giunto in Italia con Alboino (568/569), Lopichis, Arechi e Warnefrit, che da Teodolinda ebbe Arechi e Paolo (e una figlia). Il numero delle generazioni è forse difettoso (Cammarosano, 1993), ma la saga su Lopichis prova l’importanza e la vitalità di una tradizione orale familiare di tipo storico, portatrice di valori morali e sociali caratterizzanti.

Il periodo friulano non durò forse molto, ma in esso Paolo compì studi di rilievo: nel carme Sensi cuius (D. XII, N. XIII) ammette, pur dicendo di non ricordarne più niente, di aver appreso qualcosa di greco e di ebraico in scolis, da puerulus, e dà la traduzione latina di un carme dell’Antologia Palatina (anche se non c’è traccia nella sua opera di conoscenze letterarie greche). Questi studi infantili devono essere stati condotti a Cividale, in vista di una carriera ecclesiastica o piuttosto di attività legate ai rapporti dell’area con il mondo greco e orientale. Niente prova un legame diretto con l’allora patriarca di Aquileia, Callisto, citato senza calore in HL VI 45 e 51, e nemmeno con il duca Pemmo e il figlio Ratchis, di cui Paolo parla bene, ma non in modo che suggerisca una sua appartenenza alla loro corte.

Presto – così Ilderico – sarebbe stato accolto nel palazzo regio per esservi allevato, e lì, in un secondo tempo sarebbe stato indirizzato allo studio della sacra sophia da re Ratchis (744-749): quindi i suoi studi e la sua personale carriera non erano fin dall’inizio volti alla Chiesa. A Pavia, che conosce benissimo, e alla corte regia, dove lui stesso dice di essere stato (HL II 28), Paolo ricevette la piena formazione: qui sviluppò le due valenze che si intravedono nel poco che sappiamo della sua infanzia: la memoria longobarda e la scuola.

Firenze, BML, Plut. 65, 35, f. 34r. Ritratto di Paolo Diacono.

La corte regia era il luogo che più di ogni altro conservava e plasmava una tradizione storico-politica di gens che Paolo raccoglierà nell’HL; al tempo stesso i re avevano da subito riconosciuto l’utilità della collaborazione culturale che l’ambiente italico offriva, volgendola sia a costruire strutture di governo, sia a nutrire e manifestare una loro specifica visione politica, incentrata sulla funzione regia, espressione e guida della società, e su una consapevolezza di sé radicata nel passato longobardo. Tale impostazione aveva già prodotto una legge scritta per il Regno (l’Editto di Rotari, 643), che ne era insieme un grande frutto e un rafforzamento, e una cultura cristiana e politica, che era nella fase più creativa quando Paolo giunse a corte, verso la fine del regno di Liutprando (712-744). Egli ne fu segnato in profondità: tutta la sua opera si sviluppa su tale cultura, che aveva coniugato autocoscienza longobarda e scuola latina in una visione propositiva, in cui lo studio era strumento per dare voce e indirizzo al presente, nella sua doppia radice. È del resto ormai nota l’importanza dell’età longobarda e delle corte (soprattutto quelle di Pavia e di Benevento, ducato quasi autonomo) per la valorizzazione degli studi di matrice tardoantica, che avevano più possibili sbocchi e un significato né elitario né classicista (Scivoletto, 1965; Capo, 1990; Villa, in Paolo Diacono… 2000 e Villa 2008).

A corte Paolo fu forse indirizzato a una carriera civile, con una formazione anche giuridica: mostra di conoscere il Corpus iuris di Giustiniano (HL I 25), cita tutti gli interventi normativi dei re longobardi, ha consultato più di un ms. delle leggi. La sua preparazione teologica non pare invece profonda: nell’HL. le sue affermazioni dottrinarie sono piuttosto sfocate, e non solo nel caso difficile dello scisma dei Tre Capitoli, su cui le fonti potevano confonderlo, ma anche in quello del monotelismo (VI 4). Se questa debolezza non è da attribuire, come è possibile, a una svalutazione cosciente della dottrina, che Paolo espone (VI 4, IV 42) ma non sembra ritenere discriminante per la salvezza, la non piena consistenza della sua teologia confermerebbe quanto dice Ilderico, per il quale la sacra sophia fu solo una seconda tappa nella sua formazione.

Deve essere stato comunque presso la Chiesa pavese (non risulta un suo ritorno ad Aquileia) che Paolo divenne diacono, titolo che gli è sempre attribuito, lasciando poi questa strada per farsi monaco a Cassino (huc), secondo Ilderico, che parla di una scelta compiuta mentre la fama della sua dottrina illustrava le genti settentrionali e la gloria del secolo lo arricchiva (vv. 23-29): dunque prima della caduta del Regno (774), perché il mondo che gli rendeva onore è nel testo quello longobardo, e di Carlo e della conquista franca non c’è menzione.

La conversio è del resto anche l’ultimo avvenimento citato da Ilderico, che si concentra poi sulle virtù monastiche di Paolo, tali che, grazie ai suoi exempla – non si parla di scienza – la comunità sacra cominciò a risplendere (vv. 30-31). L’affermazione esplicita dell’epitaffio a favore di una vera vocazione non ha avuto successo negli studi, che hanno per lo più posto la monacazione di Paolo in rapporto con un evento politico: il ritiro a Cassino di Ratchis (749, o 757, quando fu costretto a rientrarvi dopo il secondo breve periodo regio, in lotta con Desiderio), oppure la caduta del Regno, semmai vedendovi un’imposizione di Carlo per un suo presunto coinvolgimento nella rivolta del 776. È possibile eliminare le datazioni al tempo di Ratchis, perché Paolo, in HL V 6 dice di aver visto (conspeximus) prima di questa la basilica di S. Giovanni a Monza amministrata da preti indegni: doveva dunque stare ancora in area pavese al tempo di Desiderio. La monacazione dopo il 774 è in non facile accordo con l’epitaffio e i dati che lo dicono in rapporto con i duchi di Benevento fin dal 763, e l’esilio imposto da Carlo si basa solo sulla lettura, non vincolante, che Karl Neff ha dato del carme Angustae vitae (D. V, N. VIII), in cui Paolo scrive a un pater, che pare avergli chiesto dei versi, che non è appropriato alla sua nuova condizione comporre carmi e inseguire le Muse, che non vogliono strettoie e chiusure: niente infatti impedisce che tali strettoie fossero proprio quello che egli allora voleva, messe da parte le Muse.

Dunque, l’indicazione dell’epitaffio resta nella sua genericità preferibile, pur se è vero che Ilderico, nella sua ottica monastica, potrebbe voler accentuare la libertà della scelta di Paolo, tacendo possibili pressioni esterne, quali che fossero; non c’è però nulla che contrasti con la sua presentazione negli scritti di Paolo, anzi la sua vocazione appare serena e costante (Costambeys, in Paolo Diacono…, 2000). Il ridotto spazio che ha Benedetto nella sua Historia Romana (HR, XVI 20 e 22)scritta prima del 774, non esclude che fosse già monaco (così Crivellucci, prefazione all’ed. 1914p. XXXV, n. 3), perché comunque il poco che dice è significativo; e le formule di umiltà con cui la dedica ad Adelperga (Paulus exiguus et supplex), le stesse che usa quando è certo monaco, se non provano che lo fosse allora, di sicuro non provano il contrario.

Il carme Angustae vitae ci dice comunque che Paolo prima di farsi monaco aveva scritto dei versi, e che qualcuno li aveva apprezzati. In realtà la sua opera poetica precedente l’incontro con Carlo è assai scarna: l’epitaffio di una giovane nipote, uno dei suoi testi migliori (D. IX, N. X), i versi sul lago di Como (D. IV, N. I), forse scritti quando si era già accostato alla sacra sophia; due carmi su s. Benedetto, poi inseriti in HL I 26 (oppure scritti proprio per l’HL, e quindi assai più tardi: Smolak, in Paolo Diacono…, 2000); infine alcuni testi prodotti per i duchi di Benevento, Arechi II e Adelperga, figlia di Desiderio, tra cui potrebbe essere anche l’epitaffio di Ansa, moglie del re (D. VIII, N. IX), forse non un vero epitaffio, ma piuttosto un elogio scritto quando la regina era in vita. I versi di Paolo giustificano l’apprezzamento dei contemporanei e dei posteri perché uniscono a una buona fattura tecnica un gusto lessicale sobrio e sicuro e una notevole limpidezza formale. Ma un giudizio solido sulla poesia di Paolo e sul suo posto nella produzione altomedievale è prematuro: si tratta infatti di uno dei campi in cui gli studi stanno dando risultati più interessanti (v. Mastandrea – Stella in Paolo Diacono…, 2000); il suo stesso corpus poetico potrebbe essere più ampio di quanto ammesso da Neff, e comprendere testi significativi come l’inno al Battista (D. LIV); i carmi alfabetici sui buoni e cattivi sacerdoti (D. LI e LII); i versi sui vescovi di Metz (D. XXV, N. V).

È possibile che siano state queste qualità di uomo di scuola e di buon versificatore a raccomandarlo alla corte di Arechi, nominato duca da Desiderio nel 758; che Arechi fosse friulano è spesso detto negli studi, ma non è dimostrabile: la successiva storiografia del sud lo considera beneventano, e Paolo, nell’epitaffio per lui, lo dice stirpe ducum regumque satus (D. XXXIII, N. XXXV, v. 7), forse collegandolo alla dinastia ducale di Grimoaldo, che era stato anche re.

La prima prova di tali rapporti è il carme sulla cronologia del mondo, datato al 763 (D. I, N. II), che si chiude con la preghiera che Dio accolga tra i beati Arechi e la moglie, stirpe nata regia, cioè figlia di re. A questo primo scritto, connesso con la storia universale, segue una vera opera storica, l’HR, dedicata sempre ad Adelperga, madre ormai di tre figli (non citati nel carme del 763), lettrice avida e interessata alla cultura, «a imitazione» del marito, «che, nella nostra età, solo quasi tra i principi, tiene la palma della sapienza» (dedica: pp. 3-4).

Munich Bayerische Staatsbibliothek, Clm 29471, 1 (IX sec.), Paolo Diacono, Homiliarius – Fragmentum.

A lei Paolo, «sempre fautore della sua istruzione (elegantia)», aveva fatto leggere il Breviarium di storia romana di Eutropio, ma la duchessa lo aveva giudicato troppo scarno e senza collegamenti con la storia sacra. Paolo dunque glielo ripresenta integrato con questi raccordi, ampliato con notizie da altre opere e proseguito, in sei libri, fino alla vittoria di Giustiniano sui Goti (553), con la promessa di portarlo al tempo presente se avesse trovato le fonti (Mortensen, in Paolo Diacono…, 2000).

L’HR ha meriti di chiarezza, equilibrio, visione storica che le hanno assicurato un notevole successo, e soprattutto nelle epoche di maggior cultura latina, come il XII e il XV secolo; ma ci guida pure alla comprensione culturale e politica dell’ambiente per cui fu scritta, perché documenta un interesse verso la storia romana senza polemica né contrapposizione: Paolo usa Orosio, che scrive «contro i pagani», e quindi anche contro la storia antica di Roma, ma lo spoglia proprio di questo carattere di contrasto; al tempo stesso modifica la prospettiva di Eutropio: aggiungendo alcune pagine di notizie preromane inquadra la stessa vicenda di Roma in una storia italiana, in cui i Longobardi si sarebbero potuti inserire con naturalezza grazie alla condivisione con gli italici del territorio e dei valori pubblici civili.

Questo atteggiamento verso la storia romana non si conserva negli ultimi scritti di Paolo prima del suo viaggio in Francia, cioè nei versi per le costruzioni di Arechi a Salerno (palazzo e chiesa): una commissione importante e realizzata in forme solenni. Il testo principale, in esametri, l’Aemula Romuleis (D. VI, N. I V1), mostra due tematiche, una positiva, che pone questi carmi in continuità con l’HR, e una negativa, che invece li differenzia: da un lato si espone, in termini affini ai testi liutprandei, il felice rapporto tra Arechi e il suo popolo, distinto dall’origine diversa, ma unito nella responsabilità e nella cura del principe, detto «gloria della gente latina e culmine dei Bardi». Dall’altro appare una contrapposizione dura e netta tra la Roma antica, con i suoi splendori pagani, frutto delle rapine compiute in tutto il mondo, e la Salerno di Arechi, edificata da un potere davvero cristiano e in modo onesto. La storia dei Longobardi radicati in Italia, cristiani e civili, si pone dunque non in continuità bensì in contrasto con quella romana, rifiutata per il paganesimo e ancor più per l’imperialismo. Questa polemica è certo in rapporto con il carattere anti-longobardo dell’ambiziosa politica dei papi e le sue conseguenze: la caduta del Regno e l’apertura dell’Italia alle mire imperialistiche di Carlo (come le stesse fonti franche sentono la dilatazione del loro Regno con i Pipinidi).

Dunque l’HR, prodotto di un contesto sereno, fu scritta entro il 774 (o il 771, quando Carlo ripudiò la sorella di Adelperga: in sostanza già una dichiarazione di guerra), tra il 766-767 e il 771-774; il carme tra 774 e 781-782, quando Paolo partì per la Francia e avviò una conoscenza di quel mondo che rese più articolate anche le sue idee sull’operato del re.

Questi dati indicano una presenza, plausibilmente continuativa, di Paolo al sud tra il 763 e il 781-782. La collaborazione con i duchi non esclude l’appartenenza a Cassino, perché non impone che egli vivesse a corte, ma solo che avesse dei rapporti con i duchi, coltivabili tramite visite occasionali o intermediari; e il numero di testi usati nell’HR potrebbe meglio spiegarsi con l’uso delle biblioteche sia dell’abbazia che della corte. Un periodo così lungo giustifica il ruolo fondamentale per Cassino che gli attribuisce l’epitaffio e sia in termini culturali gli riconoscono gli studiosi del cenobio, legando in buona misura al suo apporto e alla sua scuola il fatto che l’abbazia, ricostruita solo nella prima metà del secolo VIII su basi modeste, sia presto diventata uno dei maggiori centri della cultura monastica occidentale. La sua fama di maestro è del resto sicura: il vescovo di Napoli Stefano (766/67-799) invia chierici a studiare da lui (Paulo lęvitae) a Cassino (Gesta Episcoporum Neapolitanorum = GEN, 42, p. 425); e papa Adriano I in una lettera parla di «Paolo grammatico» (Codex Carolinus = CC, 89, p. 626, aa. 784-791).

Nel 781-782 la vita di Paolo ebbe una svolta: per ragioni non note, forse per una serie di circostanze favorevoli (l’abate era dal 778 un franco, Teudemaro; a Cassino, prima del 780, era stato per qualche tempo un cugino di Carlo, Adalardo, poi abate di Corbie, di cui Paolo fu amico; nell’aprile 781 il re era venuto in Italia, per regolare con il papa dei contenziosi territoriali, ma anche reclutare eruditi per la sua corte), Paolo decise di chiedere al re la grazia per il fratello, forse dopo un incontro di persona a Roma (Goffart, 1988, p. 341), e ottenne da Teudemaro il permesso di recarsi in Francia. Lì trovò ospitalità presso un abate – non ne fa il nome, ma ne ricorda i meriti nella lettera a Teudemaro (Pauli ep. 10) – e fece avere al re il già citato carme di supplica (Verba tui famuli), datato alla primavera 782. Il carme, poeticamente efficace, umile e dignitoso, in cui Paolo riconosce la giustizia della punizione e insieme, assumendosi – lui e tutta la famiglia – una responsabilità che non avevano, invita il re a una misericordia altrettanto giusta, ottenne il suo scopo (forse anche a favore di altri: all’abate egli parla dei «miei prigionieri», al plurale), ma con modalità e tempi non noti. La lettera a Teudemaro, del gennaio 783, mostra che la grazia non era ancora stata concessa e che Paolo, pur trattato benevolmente, si sentiva come in carcere al palazzo; ma già la presuppone lo scambio di versi con Carlo (Paule, sub umbroso Sic ego suscepi: D. XIII-XIV, N. XXI-XXII), scritto entro il 30 aprile 783, data di morte della regina Ildegarda, citata come vivente in un altro carme dello stesso momento (Cynthius occiduas: D. XVII, N. XVIII). In Francia egli fu spesso alla corte (itinerante) di Carlo, pur non vivendo al suo interno, in rapporto con i dotti che la frequentavano – in particolare con Pietro da Pisa, anche lui grammatico, maestro personale e portavoce in versi di Carlo (che cercava di imparare a leggere e scrivere il latino) – coinvolto in giochi letterari, come gli indovinelli in versi, e in un’atmosfera di entusiasmo e di convinzione di attuare una vera rinascita culturale con cui faticava a entrare in sintonia.

Wolfenbüttel, Herzog-August-Bibliothek, Cod. 45 M I 496 (XI sec.). Paolo Diacono, Historia Langobardorum, III 15-19.

Lo mostrano i primi due carmi scambiati con Pietro, cioè con Carlo (D. XI-XII, N. XII-XIII), scritti prima della grazia: Pietro esalta senza misura le capacità letterarie e la cultura di Paolo, chiedendogli di insegnare il greco ai chierici da inviare a Bisanzio con la figlia del re, promessa sposa all’imperatore. Paolo risponde con un carme (Sensi cuius) in cui, pur dicendo di capire benissimo da chi gli vengono i versi, respinge quasi con violenza le lodi, sentite come un’irrisione, proclama la propria ignoranza delle lingue, prende le distanze dai grandi autori dell’antichità cui era stato paragonato, che arriva ad assimilare a cani (perché, non cristiani, seguivano piste sbagliate), e afferma di ritenere le lettere solo un mezzo per guadagnarsi da vivere e di non avere altro da offrire al re che il suo amore. Il carme denuncia con chiarezza l’estraneità iniziale di Paolo rispetto al clima di corte, ma la gratitudine dovette aiutarlo ad abituarsi ai suoi riti e ancor più a capire qualcosa delle potenzialità della creazione politica di Carlo: di fatto Paolo, trattenuto in Francia dallo stesso favore del re, cominciò a collaborare ai suoi progetti, che erano culturali e non solo. Il cambiamento, graduale, ma chiaro, del suo giudizio sul re e la sua azione (Gandino, in Paolo Diacono e il Friuli…, 2001) significò per Paolo una pacificazione intima nei confronti della storia e una disposizione dello spirito utile per conoscere, sperimentare, imparare da un mondo diverso, così che il soggiorno in Francia finì per costituire per lui un notevole accrescimento umano e culturale, messo poi a frutto nell’HL.

Lì Paolo lesse e portò poi con sé a Cassino i Libri Historiarum (LH) di Gregorio di Tours, fondamento della sua conoscenza del VI secolo, nella rara versione integrale in dieci libri (Bourgain, 2004, p. 154); probabilmente lo stesso fece con l’Historia ecclesiastica gentis Anglorum (HEGA) di Beda, che sarà per l’HL fonte di notizie, modello compositivo e stimolo a riflettere sulle finalità della scrittura di una storia nazionale. Forse lesse anche la cronaca, di taglio politico e larghissimo orizzonte, del cosiddetto Fredegario, scritta in ambito burgundo a metà VII secolo: diversi tratti e vicende sono comuni alle due opere, ma le differenze sono troppo forti per pensare che Paolo l’avesse con sé mentre scriveva. Trovò a corte pure una copia della Naturalis Historia (NH) di Plinio il Vecchio più ampia di quella che aveva scrivendo l’HR (lì ne ricavò un solo, ma certo, passo: HR III 7, da NH VII 3, 35). Non solo Paolo nell’HL usa e cita Plinio (I 2), ma riempie con glosse tratte dalla NH il proprio ms. delle Etymologiae di Isidoro (Villa 1984). E molte note vi aggiunge dai glossari anglosassoni – in origine sussidi per la comprensione della Bibbia, diventati poi lessici bilingui a sé stanti (Lendinara, in Paolo Diacono…, 2000) – che dovette conoscere sempre a corte.

Dunque Paolo trovò in Francia testi utili per riprendere l’antico progetto di proseguire l’HR, ma anche ragioni e stimoli nuovi per ripensarlo. E in Francia fu coinvolto in una più intensa attività di scrittura, con molte richieste di lavori, in parte compiuti lì, in parte svolti o terminati dopo il suo ritorno a Cassino.

In primis gli epitaffi in versi: un genere tardoantico e cristiano, attestato in Burgundia fino alla prima metà del VII secolo e poi venuto meno in tutto l’ambito gallico; proseguito invece in Italia e anzi diventato per i re e l’aristocrazia uno strumento privilegiato di comunicazione ideologica, e per i pellegrini diretti a Roma, ormai numerosi, un oggetto di particolare interesse, come provano le loro raccolte di iscrizioni, datate a partire dall’VIII secolo (De Rubeis, in Paolo Diacono…, 2000). In Francia Paolo fu considerato lo specialista del genere. L’abate Apro di Poitiers, dove era andato a pregare, gli chiese un epitaffio per il vescovo e poeta Venanzio Fortunato, che Paolo poi copiò in HL II, 13 perché i concittadini del veneto Venanzio non ignorassero tutto de tanto viro; e soprattutto glieli chiese Carlo, per cinque donne della sua famiglia sepolte nell’oratorio di S. Arnolfo a Metz (D. XX-XXIV, N. XXIV-XXVIII), tra cui la moglie Ildegarda e due figlie molto piccole, per le quali Paolo riuscì a scrivere versi delicati. Il rapporto con il re era dunque diventato più stretto, e Carlo non solo stimava, ma sentiva vicino il suo ospite (e vero calore d’affetto mostrano i carmi che Carlo invierà a lui, o a lui e a Pietro dopo il loro rientro in Italia: D. XXXV-XXXVIII, N. XXXIII-XXXIV e XXXVIII).

Per uno degli uomini più autorevoli del Regno, Angilramno, vescovo di Metz e dal 784 capo della cappella palatina, Paolo scrisse nel 784 il Liber de episcopis Mettensibus Gesta episcoporum Mettensium, in parte modellato sul Liber Pontificalis (LP) papale, che Paolo aveva già usato nell’HR e che del resto era stato diffuso in Francia dai papi stessi, almeno da metà secolo VIII: l’interesse per il LP è in rapporto con la volontà di armonizzare la cultura ecclesiastica franca con quella romana che i Pipinidi mostrarono prestissimo, senza per questo arrivare mai a una accettazione totale e acritica, né in campo liturgico (Hen, in Paolo Diacono…, 2000), né in campo dottrinario.

Lo stesso Liber di Paolo è solo in piccola parte imitazione del modello romano, e ha forme e ragioni diverse, che riguardano l’idea di sé della Chiesa di Metz, apostolica e legata alla dinastia pipinide, e l’immagine pubblica della dinastia stessa. Di quest’ultima Paolo espone la genealogia, in cui si incontrano il piano della storia e quello della provvidenza, il tempo antichissimo e il futuro, grazie all’origine troiana e ai rapporti con la Chiesa di Metz (dati dalla figura chiave di Arnolfo, vescovo di Metz e capostipite della famiglia), e con la funzione regia, di cui i Pipinidi erano stati tutori e poi detentori benedetti da Dio. Le diverse interpretazioni proposte (Goffart, 1986; Sot, in Paolo Diacono…, 2000; Kempf, 2004) mostrano tutte l’importanza di questa operetta, di diffusione modesta (pochi testimoni, solo di ambito lorenese: Chiesa – Stella, 2005, pp. 495 s.), ma pensata per dotare Chiesa e dinastia di una lettura del passato unitaria, funzionale al presente e al futuro. Per un progetto così ambizioso Angilramno ricorse a Paolo – che doveva conoscere di persona (dal Liber Paolo risulta essere stato a Metz, forse dopo la morte di Ildegarda) – plausibilmente contando che i suoi meriti letterari e la sua estraneità all’ambiente garantissero una esecuzione fedele ed efficace; da parte sua Paolo ha sottolineato il suo ruolo di letterato inserendo nel Liber gli epitaffi che aveva composto per il re. Ma ha anche espresso un’idea propria – pur se certo non in contrasto con il committente – e cioè che Carlo, conquistando il Regno Longobardo, ne avesse rilevato pure il progetto politico: l’unificazione dell’Italia e la «responsabilità nei confronti dei Romani, incubo dei papi dell’VIII secolo» (Gandino, 2008, p. 377). In effetti nel Liber la grandezza politica di Roma è tutta al passato, e con la vittoria del 774 Carlo ha posto sotto di sé sia il Regno sia Roma; concetti riaffermati in HL, II, 16 (Roma olim totius mundi caput)e nella dedica al re dell’Epitome di Festo (Pauli ep. 11civitatis vestrae Romuleae). Sul piano politico i papi non esistono: Paolo ne ignora le pretese territoriali, non cita mai i loro interventi in ambito urbano, che sono anche un’espressione di potere e riempiono le pagine del LP (unica eccezione il lastricato dell’atrio di S. Pietro, opera di papa Dono, che ricorda a V 31, aggiungendo al LP la nota che i marmi erano candidi: plausibile indizio del fatto che almeno una volta a Roma c’è stato), e soprattutto allude ai papi che si erano impegnati a produrre la rovina del Regno Longobardo e insieme il proprio dominio temporale, denunciandoli, in maniera indiretta ma chiarissima, come non innocenti, non timorati di Dio, colpevoli di essersi «immischiati nella morte» di cristiani (HL IV 29). Dunque il Liber è per Paolo anche lo stimolo a una riflessione sulla fine del Regno e l’intervento di Carlo in Italia: diversa, ma non in tutto, rispetto a quella sottesa al carme Aemula Romuleis.

Al periodo franco possono risalire altre opere, non datate, come l’Expositio Artis Donati, plausibilmente scritta in Francia perché usa grammatiche insulari (Law, 1994), e nota da un unico ms. di Lorsch: Paolo però ne aveva un esemplare con sé, perché la utilizzerà Ilderico per la sua Ars grammatica, in cui figura anche la suddivisione dell’oratio in sette parti presente in una delle glosse paoline a Isidoro (Dell’Omo, 2004). Sembra di questi anni pure la copia, parzialmente rivista, della raccolta di cinquantaquattro lettere di Gregorio Magno, detta Collectio Pauli (P), ma non composta da lui, che ne ha solo curato una trascrizione per Adalardo di Corbie: anzi, la collezione era certo presente in ambito franco, perché Paolo invita l’amico a confrontare i passi corrotti con un esemplare migliore «se ne avrà l’occasione» (cosa che poi Adalardo farà: Dobiaš-Roždestvensky, 1930, pp. 138 s., che identifica con quello di Paolo il ms. Sankt-Peterburg, Publičnaja Biblioteka F. v. I. 7, fine secolo VIII, da Corbie; più incerta è l’autografia delle prime dodici righe della lettera e di alcune correzioni al testo: Hoffmann, 2001, pp. 17-19).

Secondo Dobiaš (1931-1933) il lavoro sarebbe stato fatto in Friuli, dove Paolo si sarebbe recato tornando dalla Francia, ma, anche se i copisti fossero dell’Italia del nord (ne dubita E.A. Lowe, Codices Latini Antiquiores, XI, Oxford 1966, p. 6 n. 1603), è più probabile che essi abbiano operato in Francia: non ha attestazioni in Italia, come non ne ha un ritorno di Paolo in Friuli. La lettera non parla di un rientro in Italia, mentre cita un viaggio l’estate precedente dalle parti di Corbie, in cui Paolo aveva sperato di vedere l’amico, e spiega il ritardo del lavoro con una malattia durata da settembre a Natale e con la povertà (pauper et cui desunt librarii): povertà non plausibile a corte, a Cassino e forse pure a Cividale, assai meno se era ospite di qualche monastero. La copia pare dunque essere stata fatta in Francia, dove Paolo deve aver trovato un codice della raccolta, che Adalardo non aveva o sperava di avere in una veste migliore se l’amico ne avesse curato l’edizione. Ma Paolo ha qui potuto fare poco, correggendo solo le sviste evidenti e segnando con una Z i passi da emendare: per apprezzare le sue qualità di editore di testi bisogna vedere piuttosto la glossa grammaticale alla Regula di Benedetto, che accompagna la copia fedele, chiesta da Carlo, del presunto autografo del santo (glossa in apparato all’ed. de Vogüé – Neufville della Regula, che conferma non suo un Commento alla Regola, basato su un testo interpolato, a lungo attribuitogli).

Ma il rapporto di Paolo con le lettere di Gregorio e le loro raccolte non si limita a questo. Nell’HL egli riprende da P un solo scritto, però importante: l’ep. V 6, da cui ricava la prova dell’innocenza di Gregorio (e della colpevolezza dei papi del proprio tempo); è verosimile che si sia copiato in Francia almeno la lunga frase che poi ha citato in HL IV 29, con differenze minime. Lo stesso deve aver fatto, evidentemente già pensando di scrivere l’HL, con tre lettere a tema longobardo (al re Agilulfo, alla regina Teodolinda, ad Arechi I di Benevento: HL IV 9 e 19), che prende da un’altra collezione, quella di duecento epistole, che ha una scarna tradizione, solo di area tedesca. Ha infine conosciuto anche la più ampia delle raccolte antiche, quella inviata da Adriano I a Carlo in data ignota, l’unica che abbia l’ep. I, 42, da cui attinge (secundum Gregorium) una glossa sul moggio (ed. Whatmough, p. 159, n. 16; Villa, 1984, p. 75). È dunque stato forte il suo interesse per gli scritti di Gregorio legati alla pratica amministrativa e alla realtà politica; ma non è su di essi che Paolo costruisce l’opera che gli dedica, la Vita Gregorii, evidentemente perché, come scrive ad Adalardo, giudica le lettere un materiale non adatto a tutti, propter aliqua, quae in eis minus idoneos latere magis quam scire convenit (Pauli ep. 12, pp. 508 s.); e infatti la Vita le usa solo in un paio di passi e si fonda invece su testi in cui non c’è niente che possa essere frainteso da un pubblico non preparato.

La Vita, che in HL III, 24 Paolo dice composta qualche anno prima, e che non può precedere (ma può seguire) il periodo franco, perché usa fonti conosciute allora, trasmette un messaggio chiaro e, pur costruita quasi per intero su scritti altrui (LH, HEGA; Gregorio Magno: Regula Pastoralis, Homiliae in Ezechielem, Dialogi, Moralia), ha una precisa personalità. Essa ebbe una buona diffusione (90 mss. censiti), accresciuta dopo che, alla fine del IX secolo, vi furono aggiunti i miracoli. Nella Vita il grande papa è tale non per i fatti che ha compiuto (e solo l’evangelizzazione degli Angli risulta qui una sua scelta), ma perché è stato fino in fondo un maestro di vita cristiana, vigilante in primo luogo su se stesso e costantemente impegnato per la salvezza spirituale dei suoi figli; perché è riuscito a passare indenne attraverso la storia, esercitando l’ecclesiasticum regimen senza farsi coinvolgere da ragioni profane; perché ha usato una cultura già straordinaria al suo tempo, per esprimere i concetti più elevati facendosi comprendere da tanti. Il testo è dunque un invito a riflettere sulle virtù di un papa che non ha cercato la gloria del mondo (e non si è immischiato nella morte di cristiani, come dirà nell’HL), ma ha la sua gloria nell’essere stato cristiano in prima persona e nell’essersi in molti modi adoperato perché lo fossero anche gli altri; ed è una dichiarazione di amore per lo studio e la scrittura, che permette che la memoria di un uomo sopravviva alla sua morte e soprattutto sopravviva l’utilità di ciò che ha pensato e scritto. Non pare da escludere per la Vita un contesto cassinese, liturgico o di scuola.

Il ritorno di Paolo avvenne non oltre l’autunno 786, quando Carlo stesso, finalmente in pace su ogni fronte – così gli Annales Regni Francorum, pp. 72 s. – partì per sistemare causas italicas e a Natale era già a Firenze: se la lettera di Adriano sul sacramentario richiesto iam pridem da Carlo tramite Paulus grammaticus (CC 89) si riferisce a lui, Paolo si recò a Roma indipendentemente dal re; e poiché sembra che nel 784 scrivesse il Liber e non fosse sulla via del ritorno, la copia per Adalardo dovrebbe essere stata fatta nel 785, in Francia, ma non a corte. Paolo non può avere avuto la licenza regia, indispensabile per partire, prima del Natale di quell’anno, che Carlo passò in Sassonia, dove è da escludere egli andasse: è probabile quindi che sia partito nella primavera 786, passando forse da Roma per il sacramentario.

Tornato a Cassino, Paolo non interruppe i rapporti con Carlo né il lavoro per lui: anzi il suo maggiore contributo agli sforzi del re per la correctio della vita religiosa fu compiuto dopo il suo rientro. Si tratta dell’Homiliarius per l’ufficio notturno, inviato da Carlo a tutte le chiese dei suoi domini (Capitularia I 30, pp. 80 s., aa. 786-800). Paolo lo accompagnò con una dedica (D. XXXIV, N. XXXII) scritta a Cassino (si dice aiutato dai meriti di s. Benedetto e dell’abate: vv. 7-9), ma l’opera deve essere stata iniziata in Francia, come suggerisce il largo uso di omelie di Beda. Carlo gli aveva chiesto non solo di correggere i lezionari precedenti dagli «infiniti errori» dovuti all’imperizia di copisti, ma di percorrere catholicorum patrum dicta e scegliere quaeque essent utilia, quasi sertum: compito che Paolo, volendo devote parere, aveva pienamente assolto. A questa fiducia del re nelle sue capacità di giudizio Paolo rispose con un lavoro personale e abbastanza innovativo.

Su propria iniziativa e plausibilmente da Cassino, Paolo inviò al re l’epitome dell’opera antiquaria di Sesto Pompeo Festo, a sua volta epitome del de Verborum significatione di Verrio Flacco (I secolo d.C.), con cui gli offriva un patrimonio di notizie riguardanti soprattutto la città di Roma, ora diventata sua.

Il dono, di scarsa utilità pratica, è forse significativo sul piano politico-culturale, perché la consapevolezza della profondità del tempo storico che stimola aveva avuto il suo peso nell’incontro tra longobardi e italici; è possibile quindi che Paolo intendesse così favorire l’assimilazione dell’orizzonte culturale italiano da parte dei franchi: un’ottica in cui anche l’HL potrebbe in parte rientrare.

Paolo tornò a Cassino in un momento politico difficile, durante la crisi dei rapporti tra Carlo e Benevento prima e dopo la morte di Arechi (26 ag. 787), e forse vi ricoprì un ruolo, come persona stimata da tutti, indirizzando il confronto verso il riconoscimento della sovranità franca da parte del duca e una sua sostanziale autonomia di governo. Di questo non ci sono prove dirette, ma nell’epitaffio per Arechi Paolo esprime chiaramente la sua vicinanza alla vedova del duca e il rimprovero alla Gallia dura che trattiene in ostaggio il figlio superstite, Grimoaldo (vv. 39-44); e Carlo in effetti lo rinviò in patria (nonostante il papa accusasse Benevento di trame con Bisanzio per rimettere sul trono l’esule Adelchi, figlio di Desiderio: CC 80, 82-84), ottenendo del resto che Grimoaldo respingesse Adelchi e le forze imperiali (788).

Da parte sua Paolo nell’HL non presenta mai il ducato come una realtà indipendente dal Regno e tratteggia i suoi rapporti con i re nel senso dell’accordo del 787: un buon grado di autonomia, entro una sovranità riconosciuta e un rispetto reciproco.

A Cassino prese infine forma l’idea dell’HL, così a lungo maturata.

Si tratta di un lavoro essenziale per la nostra conoscenza dell’età longobarda e di un testo letterario di qualità, scritto in un latino colto, ma fluido e naturale, e anche per questo letto e copiato tante volte nell’Europa latina (almeno 115 i mss. rimasti, oltre a quelli di cui abbiamo notizia tramite autori che l’hanno usato: Pohl, 1994; Pani, in Paolo Diacono…, 2000); e un’opera complessa, oggetto di molte interpretazioni, di cui non si potrà rendere pienamente conto qui, limitandoci ad alcune osservazioni.

I dati certi che abbiamo sull’HL sono pochi: fu redatta a Cassino, dove Paolo dice di star scrivendo sia nel I libro (26) che nell’ultimo (VI, 2 e 40), e dopo il soggiorno in Francia, esperienza ricordata come conclusa a I, 5 e altrove.

Il testo ebbe immediata fortuna, in particolare nell’Italia settentrionale, da cui provengono tutti i nostri più antichi mss.: un dato che ha nutrito l’ipotesi (McKitterick, in Paolo Diacono…, 2000 e 2004) che l’opera sia stata scritta nel Regno Italico, su impulso di Carlo e di Pipino re d’Italia, per facilitare la conoscenza e la comprensione reciproca di Franchi e Longobardi. L’idea ha un’utilità e un senso: è plausibile un interesse franco verso l’HL e sono reali l’attenzione di Paolo alla prospettiva carolingia e la sua accettazione del Regno Franco in Italia. Ma ciò non può portare a cancellare altre sicure ragioni del testo né le indicazioni che l’autore stesso dà sui tempi e luoghi della sua scrittura. La diffusione dell’HL al nord si spiegherà con i rapporti di Cassino con l’Italia tutta, la fama personale di Paolo e l’interesse che per una storia che riguardava in primo luogo il Regno Longobardo poteva nutrire non solo la corte franca, ma anche la popolazione del Regno. È del resto falso che l’HL non circolasse subito pure nel centro-sud, come è già stato rilevato (Chiesa, 2001; Pohl, 2010). Sebbene manchino mss. antichi, le molte e antiche attestazioni d’uso provano l’importanza dell’HL per la cultura storica dell’area e il suo irraggiamento da Cassino, da dove è certo giunta a Napoli la copia usata dai GEN agli inizi del IX secolo, e dove, nello stesso secolo, il testo è stato citato e proseguito in più forme, mentre nel X è stato modello del Chronicon Salernitanum, fonte dell’Historia miscella di Landolfo Sagace e compare in un inventario di Farfa (Chronicon Farfense, I, p. 326).

Per i tempi di scrittura, sappiamo che il I libro fu composto entro il 796, perché a I 26 Paolo sembra ignorare la fine del Regno Avaro, distrutto allora da Pipino (Pohl, 1994, p. 376); ma tale termine può non valere per tutta l’opera, che avrà preso molto tempo, né ci dice niente sul suo avvio, che non è detto seguisse subito il rientro a Cassino: quindi il contesto storico-politico in cui l’HL fu scritta non può essere meglio precisato.

Ciò rende più difficile metterla in stretto rapporto con i duchi di Benevento (Krüger, 1981; Goffart, 1988), dall’orientamento politico allora mutevole, ipotesi comunque basata sulla sopravvalutazione dello schema e della struttura del testo, che non sono gli unici elementi validi per capire le intenzioni e le ragioni di un’opera storiografica, scritto volontario e consapevole in ogni sua parte. Dubbio è anche il punto finale previsto da Paolo: l’HL manca di dedica, prologo, epilogo, è meno curata linguisticamente negli ultimi libri, non giunge alla caduta del Regno indipendente né al tempo della sua scrittura, ma solo alla morte di Liutprando (744), di cui l’ultimo capitolo (VI, 58) traccia un grande ritratto. I dati formali fanno pensare a un’opera non licenziata dall’autore (Chiesa, in Paolo Diacono e il Friuli…, 2001), pur se la veste grammaticale e ortografica poco corretta, che ha l’intero testo nei mss. più antichi, potrebbe rinviare a una sua scelta di pubblico più ampio e meno colto (Pohl, 1994, p. 390). Si può escludere che Paolo si sia fermato per non narrare la fine del Regno, troppo dolorosa e negativa (così il cassinese Erchemperto, cap. 1, e Vinay, 1978, pp. 127-129), perché su di essa aveva già espresso con molta chiarezza il suo giudizio, sia per le responsabilità longobarde (V 6), sia per quelle dei papi (IV 29). E non è prova sicura della volontà di terminare al 744 l’osservazione, più volte fatta, che la conclusione dell’ultimo libro sulla morte di Liutprando è in netto contrasto con quanto fatto fino allora da Paolo, che aveva sempre suddiviso su due libri i regni dei maggiori sovrani, usandoli come ponti tra le scansioni della storia scritta, perché il contrasto è logico, dato che Paolo riteneva che dopo Liutprando il regno avesse preso una piega degenerativa, che l’avrebbe portato alla perditio (V 6): la fine del libro sulla sua morte marca con forza questa cesura, tra un prima presentato in luce positiva, e un poi che non può più esserlo. Anche il cenno nell’ultimo capitolo a miracoli compiuti dal vescovo pavese Pietro posteriori tempore (cioè dopo il 744), che Paolo dice porrà in loco proprio, fa propendere per una prevista prosecuzione dell’HL, sia per l’imprecisione inusuale del riferimento a un’altra opera, sia per la non plausibilità intrinseca di tale opera, che sembra dovesse essere agiografica.

Chiarissima è invece l’impostazione di questa storia, molto diversa da quanto Paolo pensava scrivendo l’HR. Non si tratta più di una storia d’Italia, in cui i Longobardi, nel VI secolo, si sarebbero inseriti, ma di una storia della gens, dalle sue mitiche origini scandinave fino alla creazione e allo sviluppo del suo regno felice. Questo percorso è parte di un quadro storico vastissimo e coerente, che va oltre la necessità dei rapporti con i protagonisti (spesso assenti) ed è ricostruito attraverso fonti esterne, mentre la vicenda centrale è delineata soprattutto sulla base di fonti longobarde, in gran parte orali, che Paolo tratta con lo stesso rispetto e la stessa critica che ha per quelle scritte. Grazie a questi materiali e alla prospettiva storica con cui si pone nei loro confronti – maggior distacco verso quelli più antichi, maggior sintonia verso i più recenti – Paolo viene disegnando una storia anche culturale dei Longobardi: un risultato unico nella storiografia dei regni romano-germanici. Ciò non significa una storia autentica e oggettiva, perché è certo che essa è interpretata e rivista secondo le personali idee e convinzioni maturate da Paolo, che ricostruisce, giudica e commenta le vicende del passato. Non è però nemmeno arbitraria o legata solo alle sue personali ragioni e finalità (o a quelle dei suoi committenti), perché si dimostra coerente non solo con la cultura e l’ideologia regie, che hanno lasciato fonti dirette di cui l’HL può essere considerata l’organizzazione in un racconto storico, ma anche con i sentimenti, i valori e le pratiche sociali che a vari livelli appaiono nelle fonti a noi giunte da questo mondo. Di esso Paolo è effettivo testimone, e la sua opera si articola su un patrimonio di idee, in particolare politiche, che è longobardo e che non è affatto rinnegato né travestito alla ‘moda franca’ (la funzione prevale sulla dinastia, il rapporto della Chiesa con il potere pubblico, tipico del mondo franco, è quasi assente, il modello storiografico è longobardo: Capo, in Paolo Diacono…, 2000; del resto analoga indipendenza Paolo mostra in altre materie rilevanti: è il caso dell’iconoclastia, contro cui a VI, 49 prende una posizione netta, non in sintonia con Carlo: Heath, 2013, n. 678). Con l’HL Paolo ha dunque inteso ‘conservare’ i Longobardi, in primo luogo a loro stessi (e così l’HL è stata recepita dalla successiva tradizione longobarda), e ha reso a loro favore una testimonianza che la bella forma latina destinava a contrastare per sempre l’immagine nera tracciata dalla propaganda papale. Ma già questo ci dice che il pubblico cui pensava non era solo longobardo. Accanto e attraverso il percorso dei protagonisti, Paolo dà legittimazione storica a tutti gli altri attori (Impero bizantino compreso; esclusi i soli Saraceni, resi incompatibili dalla diversa e contrapposta religione) di questi secoli turbinosi, ma fondativi in cui si consuma il modello politico antico per far posto a organismi politici diversi, ognuno con una propria vicenda, ma tutti con una sostanziale affinità, data dalla somiglianza dei problemi di fondo affrontati: quelli della costruzione di una convivenza proficua tra genti di origini e storie diverse e di una configurazione stabile delle nuove società. L’HL. prende atto di questo grande processo e disegna una storia che è realtà e conquista di tutti (e anche per questo ha avuto un successo generale: Pohl, 1994 e Pohl, in Paolo Diacono…, 2000).

A capire ed esprimere questi caratteri comuni Paolo giungeva da più strade: la sua formazione culturale, che favoriva la molteplicità e non l’univocità perché orientata sulla curiosità verso le cose umane e su un’idea di erudizione come mezzo attivo di comprensione e comunicazione tra le genti; il suo soggiorno in ambito franco, che lo aveva portato a conoscere altre storie e altre esperienze, a comprendere l’affinità dei diversi percorsi, e quindi anche la possibilità, forse l’utilità, della loro confluenza in un unico insieme, che sapesse riconoscere e rispettare le particolarità e i risultati di ciascuna; la fede cristiana, cui tutte le gentes erano o sarebbero giunte (I, 4), che gli dava la certezza dell’unità di storia e destino del genere umano, aiutando a vedere gli elementi che uniscono come ad apprezzare ciò che distingue e non divide. A questa unità risponde anche la sua interpretazione complessiva della vicenda longobarda, esemplare del rapporto con Dio e con la storia degli uomini, che la costruiscono con le proprie mani, meritando di averla finché ascoltano Dio, meritando di perderla, quando – come i Longobardi degli ultimi tempi – permettono che la loro fede degeneri.

Paolo morì il 13 aprile o il 21 luglio (cfr. necrologi cassinesi) di uno degli ultimi anni del secolo VIII: solo convenzionale è la data del 799, scelta perché nella sua opera non c’è traccia dell’incoronazione imperiale di Carlo, avvenuta nel Natale dell’800.

 

Opere. Carmi: Pauli et Petri Diaconorum carmina, in MGHPoetae latini aevi Carolini, a cura di E. Dümmler, I, Berolini 1881, pp. 27-80; Die Gedichte des Paulus Diaconus. Kritische und erklärende Ausgabe, a cura di K. Neff, München 1908 (ed. N); Epistole: Pauli Diaconi epistolae, in MGH, Epistolae, IV, a cura di E. Dümmler, Berolini 1895, pp. 506-516. Epitome di Festo: Sexti Pompei Festi de verborum significatu quae supersunt cum Pauli epitome, a cura di W.M. Lindsay, Lipsiae 1913, pp. 1-520; Expositio Artis Donati seu Incipit Ars Donati quam Paulus Diaconus exposuit, a cura di M.F. Buffa Giolito, Genova 1990; Glossa alla RegulaLa Règle de st. Benoît, a cura di A. de Vogüé – J. Neufville, in Sources Chrétiennes, 181-186 bis, Paris 1972-77 (in apparato); Glosse a Isidoro: Scholia in Isidori Etymologias Vallicel-liana, a cura di J. Whatmough, in Archivum Latinitatis Medii Aevi, II (1925-1926), pp. 57-75, 134-16; Historia Langobardorum, a cura di L. Bethmann – G. Waitz, in MGH, Scriptores rerum Langobardicarum et Italicarum saec. VI-IX, Hannoverae 1878, pp. 12-187 (revisione, con traduzione e commento: Paolo Diacono, Storia dei Longobardi, a cura di L. Capo, Milano 1992); Historia Romana: a cura di A. Crivellucci, in Fonti per la Storia d’Italia, 51, Roma 1914; Homiliarius, a cura di J.-P. Migne, Patrologiae cursus completus, series latina, XCV, Parisiis 1861, coll. 1159-1566; Liber de episcopis Mettensibus (Gesta episcoporum Mettensium), a cura di G.H. Pertz, in MGH, Scriptores, II, Hannoverae 1829, pp. 260-268; nuova ed. a cura di D. Kempf, Paris 2013.

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Saranno qui citati solo gli studi essenziali e quelli cui ci si riferisce nel testo. Fino al 2001 un’ampia rassegna è data dalla voce Paulus Diaconus, in Repertorium Fontium Historiae Medii Aevi, VIII/4, Romae 2001, pp. 521-527; O. Dobiaš-Roždestvensky, La main de Paul Diacre sur un codex du VIIIe siècle envoyé à Adhalard, in Memorie storiche Forogiuliesi, XXV (1930), pp. 129-143; Ead., Itinéraire de Paul, fils de Warnefride en 787-788 et les premiers pas de la minuscule de Cividale en Frioul, ibid., XXVII-XXIX (1931-1933), pp. 55-72; L.J. Engels, Observations sur le vocabulaire de Paul Diacre, Nijmegen 1961; N. Scivoletto, Saeculum Gregorianum, in Giornale Italiano di Filologia, XVIII (1965), pp. 41-70; E. Sestan, La storiografia dell’Italia longobarda: Paolo Diacono, in La storiografia altomedievale, Settimane di Studio del CISAM, 17, Spoleto 1970, pp. 357-386; H. 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