La città come spazio e la città come nome

da M. Corti, La città come luogo mentale, in «Strumenti critici» VIII, 1, n. 71, gen. 1993; pp. 15-18.

Naturalmente, si tratti di un punto di vista sociale o individuale, sta di fatto che raramente esiste una città che sia staticamente emblematica, in quanto ogni epoca ha un proprio modello della cultura diverso da quello di un’altra epoca. Bisogna a questo proposito tener distinti due problemi: quello della città come luogo mentale e quello del metalinguaggio con cui ha luogo la sua descrizione e che è legato a un dato modello culturale di una data epoca. Tutti sappiamo che lo spazio fisico, geografico, cosiddetto “reale”, è di necessità passibile di descrizione solo attraverso un metalinguaggio; figuriamoci un luogo mentale. Ecco allora che in John of Salisbury il richiamo alla scala di Giacobbe nella descrizione di Parigi come paradiso si lega al metalinguaggio della geografia ideologica medievale, cioè ai codici culturali dominanti per i quali l’alto si contrappone al basso, il dentro al fuori, l’immobile al mobile, l’ordinato al disordinato, due serie oppositive di cui la prima è segnale di bene, la seconda di male. In questa struttura spaziale ideologica del Medioevo va inserita la descrizione che di Parigi fanno i suoi ammiratori e detrattori: se il dentro si contrappone al fuori, quest’ultimo da intendersi come elemento negativo, la piazza e le strade della città vengono a contrapporsi con il loro rumoreggiare e la loro confusio linguarum alla chiusa vita del convento e della cella, dove silentium est sola locutio. In questa prospettiva la celebrazione che John of Salisbury fa della lætitia populi parigina dà particolari connotazioni trasgressive all’immagine positiva di Parigi. In altre parole, se Parigi diviene luogo mentale, è per noi indispensabile fare attenzione al metalinguaggio della sua descrizione: la geografia e la topografia culturali presuppongono un viaggio della mente e un’idea di spazio che, di epoca in epoca, accrescono le possibilità spirituali non solo di chi guarda l’oggetto-città, ma dell’oggetto guardato; non solo di chi pensa, ma dell’oggetto pensato. Sembrano esservi fondamentalmente due tipi di città che possono divenire luogo mentale: uno è costituito da città che possiedono una storia, quindi una struttura diacronica di codici e una memoria collettiva; rispondono cioè a un complesso meccanismo semiotico, punto di partenza per la simbolizzazione. L’altro tipo è costituito da città senza storia, o perché appena create o perché utopiche; l’utopia, che può essere razionalistica o no, colma il vuoto semiotico e a sua volta consente la nascita del luogo mentale.
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Vorrei chiudere con l’utopica Milano e con un rimando a Bonvesin de la Riva (che come si sa è la ripa di Porta Ticinese), e della sua opera De magnalibus Mediolani (“Le meraviglie di Milano”), esempio assai tipico di un genere letterario medievale, creato sui modelli classici, la laus civitatis, che poi si trasformerà nella laudatio rinascimentale. Il piacere di celebrare la propria città e porla a modello di comunità cittadina si innesta sulla struttura squisitamente retorica del genere letterario: panegirico della città, entro cui a volte è possibile anche recuperare un simulacro platonico-agostiniano di città ideale. Bonvesin, che la sa lunga, accoglie con destrezza le suggestioni dei suoi modelli: la descrizione di Milano e del contado si chiude alla fine del secondo capitolo con il richiamo al paradisum delitiarum: «Chi osserverà attentamente e diligentemente con i suoi occhi tutte queste cose, non troverà mai, anche girando il mondo intero, un simile paradiso di delizie». E quasi alla fine del libro, nel par. X del capitolo ottavo, egli affermerà: «È evidente, da quanto si è detto, che la nostra città, tutto considerato, non ha l’uguale al mondo; è evidente che è come un altro mondo separato dal resto; è evidente che non solo merita di essere chiamata “seconda Roma”, ma, se mi fosse lecito dire quello che mi piacerebbe senza essere accusato di presunzione, al mio giudizio sembrerebbe degno e giusto che la sede del Papato e le altre dignità fossero trasferite tutte qui da lei». Il motivo tradizionale di Roma caput mundi e “città eterna” è qui ripreso con l’epiteto di «seconda Roma», che ci ricorda quello di Costantinopoli nella simbologia politica bizantina […]. Così la città è portata fuori dalla storia concreta, è idealizzata al punto che Bonvesin la definisce «un altro mondo separato dal resto» (alter mondus ab altero condivisus). Ma poco più oltre Bonvesin sembra operare prima di Lotman la distinzione fra città come spazio e città come nome. Eccolo difatti celebrare il nome di Milano in modo davvero stupefacente: «Del resto, dall’interpretazione del suo nome stesso si può conoscere la nostra città. Infatti, Mediolanum comincia con M e finisce con la medesima lettera. In mezzo vi sono due lettere, cioè O e Le. La prima e ultima lettera, la M, essendo più ampia delle altre, significa l’ampiezza della gloria di Milano, diffusa su tutta la terra. Con la M posta in principio e alla fine s’intende anche il numero mille, al di là del quale non vi è un unico numero che si possa indicare con un unico vocabolo; e così essa esprime un numero perfetto nella sua unicità, significando che dal principio fino alla fine del mondo, Milano è stata e sarà annoverata nel novero delle città perfette. La O, una delle due lettere che stanno a metà della parola, di forma rotonda e perfetta, più degna e più bella di tutte le altre, esprime di Milano, la rotondità, la bellezza, le dignità e la perfezione. La nostra città è, infatti, rotonda in senso letterale e bella e più perfetta di tutte le altre città. La L, invece, significa la lunghezza e anche l’altezza della sua nobiltà e della sua gloria, giacché, grazie alle preghiere e ai meriti della beata Vergine Maria e del beato Ambrogio e degli altri santi, i cui corpi qui riposano, e dei santi religiosi, la sua alta nobiltà e la sua gloria permarranno fino alla fine del mondo, per grazia di Dio».
Dunque, questa celebrazione di Milano funzione a tutti i livelli della tradizione retorica: c’è il topos spaziale e temporale, città armonica ed eterna, e c’è il topos nominale: le sue lettere significano eternità ed è perciò una seconda Roma. Con la tipica mentalità deduttiva di questo genere di discorsi Bonvesin non può non meravigliarsi che la somma autorità, il papa, non risieda nella città perfetta che si chiama Mediolanum. Un esempio fulgido, assai pertinente, del potere che un luogo mentale può raggiungere nei riguardi di un luogo geografico reale. La storia della nozione di “città” non può non tenerne conto.

Il Regno di Federico II

da F. Morghen, L’unità monarchica nell’Italia meridionale, in Nuove questioni di storia medievale, Milano 1977.

Illustrazione dal «Liber ad honorem Augusti», di Pietro da Eboli, fol. 142r. Marcovaldo di Anweiler, siniscalco del Sacro Romano Impero e reggente del Regno di Sicilia.

Illustrazione dal Liber ad honorem Augusti, di Pietro da Eboli, fol. 142r. Marcovaldo di Anweiler, siniscalco del Sacro Romano Impero e reggente del Regno di Sicilia.

I dieci anni che intercorsero dalla morte di Costanza (1198) alla assunzione al trono di Federico II, segnarono uno dei periodi più tristi della storia del Regno. Il papa, per mezzo dei suoi legati, i capitani tedeschi […] e la nobiltà di origine normanna, si contesero il potere in una lotta estenuante e disordinata, alleandosi a volta a volta l’uno contro l’altro, pur di impedire il prevalere di una parte. Innocenzo III con Gualtieri di Palear, contro Marcovaldo di Anweiler; Gualtieri di Palear e Marcovaldo contro il papa e il suo nuovo campione, Gualtieri di Brienne; il papa e Gualtieri di Palear contro Guglielmo Capparone, che, morto Marcovaldo nel 1202, era rimasto unico custode del re giovinetto, Federico; di nuovo il papa con Dipoldo di Wohburg, divenuto campione della Chiesa, dopo la morte di Guarltieri di Brienne, contro Gualtieri di Palear. In questo lungo periodo di disordine le forze del Regno furono in parte logorate e disperse: le proprietà della corona, sulle quali si basava specialmente la potenza dei re normanni, erano state dilapidate e devastate da nobili indigeni e forestieri, il commercio rovinato, la produzione ridotta, la flotta grandemente diminuita d’efficienza, l’erario vuotato. Pisani e Genovesi si contendevano con le armi il possesso di Siracusa e dei maggiori porti del Regno. Quando nel 1208, Federico, dichiarato maggiorenne a quattordici anni e sposato dal tutore Innocenzo III a Costanza d’Aragona, salì sul trono dei suoi avi materni, si trovò in mezzo a un vasto campo ingombro di macerie. Occorreva ricostruire tutto da capo.
A quest’opera di ricostruzione Federico II si dedicò con la tenacia del suo temperamento e l’originalità del suo genio, mettendo a frutto le tristi esperienze che lo avevano rapidamente maturato nella sua prima giovinezza. Dapprima egli si mantenne fedele al papa, suo tutore, fino ad essere addirittura denominato «re dei preti». Ciò gli valse l’acquisto del Regno di Germania (1216), poiché Innocenzo III lo contrappose a Ottone di Brunswick quando questi mostrò di non voler mantenere gli impegni assunti verso la Chiesa. Scomparso il grande Innocenzo, dal debole Onorio III Federico ottenne la corona imperiale (1220) e la concessione di conservare, vita natural durante, quell’unione dell’Impero con il Regno di Sicilia che era stata considerata dai pontefici come il maggiore pericolo che potesse minacciare l’esistenza dello Stato della Chiesa. Da allora egli incominciò a svolgere una politica decisamente indipendente e a perseguire quei sogni di predominio sul Papato e sull’Italia che sembravano profondamente connaturati con la tradizione dell’Impero e il destino degli Hohenstaufen. Erede di Federico Barbarossa e di Ruggero II, egli si ispirò in Germania e nel Regno di Sicilia a due indirizzi politici diametralmente opposti.

Illustrazione dal «Liber ad honorem Augusti», di Pietro da Eboli. Dipoldo di Wohburg, conte di Acerra.

Illustrazione dal Liber ad honorem Augusti, di Pietro da Eboli. Dipoldo di Wohburg, conte di Acerra.

Nel Regno di Germania, al quale egli si sentiva profondamente estraneo, fece larghe concessioni ai principi a danno della corona, e accelerò notevolmente quel processo di trasformazione dello stato germanico in una confederazione di grandi principati, alleati, più che soggetti, al re, che si era già iniziato al tempo di Federico I. Il Regno di Sicilia fu invece al sommo dei suoi pensieri e delle sue cure. Egli si sentiva profondamente legato a quell’ambiente siciliano dove tre civiltà si erano incontrate senza fondersi e dove le suggestioni del Vicino Oriente e le tradizioni gloriose dei Normanni esercitava un innegabile fascino sul suo temperamento sensuale e sulla spregiudicata raffinatezza del suo ingegno, e davano concretezza al profondo senso che egli aveva del proprio valore e della propria autorità.
Nel Regno di Sicilia, al contrario di quanto egli aveva fatto in Germania, restaurò, quindi, con mano inflessibile, l’autorità regia. Licenziò il troppo potente ministro Gualtieri di Palear; con l’editto De resignandis privilegiis ordinò una revisione accurata di tutti i titoli di possesso e di concessioni feudali, per recuperare i beni della corona dilapidati dal consiglio di reggenza durante la sua minorità; abrogò molti privilegi e abbatté castelli della nobiltà, riottosa a curvarsi dinanzi al re; sconfisse e punì i baroni ribelli, abolì le autonomie cittadine, disperse gli ultimi nuclei della resistenza araba e trapiantò i Saraceni vinti, in numero di circa 20000, a Lucera in Puglia, facendo di essi una colonia agricola da cui gli Svevi trassero un esercito fedelissimo, che fu uno dei più efficaci strumenti della loro potenza. Ma l’idea imperiale esercitò sullo spirito di Federico II un fascino non meno potente di quello delle tradizioni normanne. L’Impero che egli aspirava a restaurare in tutta la sua potenza era però un impero mediterraneo che avrebbe dovuto avere il suo centro nel Regno di Sicilia e il dominio su tutta l’Italia. Risorgeva così per lui, come necessità ineluttabile, il dovere di attuare il programma politico per cui Federico Barbarossa si era battuto per circa un trentennio, in una sanguinosa quanto sterile lotta, contro il Papato e i Comuni. Né la coscienza che egli aveva di sé e della propria potenza, gli fece valutare adeguatamente le forze avverse che si accingeva a combattere, né gli fece forse avvertire quel contrasto insanabile, che l’empirico senso politico dei Normanni aveva sempre avvertito, tra gli interessi del Regno di Sicilia e una politica di ostilità verso il Papato e di influenza in Italia.

Sigillo dell'imperatore Federico II, re di Sicilia e di Gerusalemme (1250). Conservato a Parigi.

Sigillo dell’imperatore Federico II, re di Sicilia e di Gerusalemme (1250). Conservato a Parigi.

Il primo urto con le forze nemiche avvenne negli anni 1226 e 1227 quando, alla dieta di Cremona, convocata dall’imperatore per riaffermare i suoi diritti, i Comuni dell’alta Italia opposero il rinnovamento della Lega, e, succeduto ad Onorio l’energico Gregorio IX, questi impose a Federico II di mantenere l’impegno della crociata preso all’atto della sua incoronazione e, di fronte alle sue tergiversazioni e all’accordo pacifico che egli concluse con il Sultano, lo scomunicò e invase il territorio del Regno. Federico poté facilmente sconfiggere l’esercito papale e Gregorio IX dovette piegarsi alla pace di San Germano (1230); ma la lotta era ormai scoppiata in tutta la sua violenza, e l’accordo raggiunto non era che un armistizio. Di lì a poco la guerra si riaccese e Federico II si illuse di aver spezzato per sempre al potenza dei Comuni a Cortenuova (1237) e di aver tolto per sempre la possibilità di nuocere al Papato con la vittoria navale dell’isola del Giglio (1241) nella quale prese prigionieri i prelati convocati a Roma da Gregorio IX. Innocenzo IV, succeduto a Gregorio, convocò di nuovo il concilio a Lione (1244) e rinnovò in esso la scomunica contro Federico, deponendolo dall’Impero, mentre le vittorie riportate dai Parmensi (1248) e dai Bolognesi (1249) sugli eserciti imperiali segnarono il tracollo della politica italiana di Federico II, che morì di lì a poco (1250), lasciando il Regno sconvolto dalla guerra, impoverito, esausto.
Ma se Federico II sacrificò in parte la floridezza economica dello stato del Mezzogiorno per continuare le tradizioni della politica italiana degli imperatori tedeschi, e si allontanò dagli indirizzi della saggia politica estera dei Normanni, ponendo in profondo contrasto gli interessi della dinastia e quelli del Regno, è innegabile che lo stato unitario dell’Italia meridionale, creato dai Normanni, ebbe dal genio di Federico II quell’assetto interno che rimaste inalterato fino quasi al periodo spagnolo, e fu poi esaltato, come primo esempio nel Medioevo, di civile e ordinata amministrazione di governo illuminato e moderno.
Le costituzioni di Melfi del 1231 si possono considerare, a buon diritto, le tavole di fondazione dello stato creato da Federico II. Egli non aveva una concezione dello stato che traesse origine da presupposti dottrinari: la facilità con cui a volta a volta, per ragioni polemiche e d’opportunità, invocava a giustificare l’autorità del sovrano o gli ideali teocratici dell’Impero medioevale, o il diritto romano e la tradizione imperiale dei Cesari, o le esigenze spirituali del movimento riformatore pauperistico mostra la sua indifferenza di fronte a tutte le questioni di principio. In pratica, egli ammirava i sovrani orientali che raccoglievano nelle loro mani tutti i poteri dello Stato, politico, religioso, giudiziario, militare e che non avevano a che fare con i preti. La base su cui poggiava per lui tutto l’ordinamento dello Stato era, infatti, il principio dell’assolutismo imperiale romano della decadenza, quando l’imperatore assunse anche un carattere divino: «quiquid principi placuit, vigorem habet legis». Il volere del sovrano era per lui la prima fonte del diritto, l’imperatore la stessa «lex animata in terra», e al sovrano competeva ogni potere, legislativo, esecutivo, giudiziario. Di fronte a tale potere non avevano naturalmente più valore né i privilegi feudali né le autonomie cittadine e tutto il governo dello Stato si raccoglieva nelle mani del re, coadiuvato dalla Magna Curia dei principali ufficiali del Regno, primi fra tutti il Maestro Giustiziere e il Maestro Camerario, ai quali faceva capo il complesso dell’organizzazione burocratica provinciale dei giustizieri, dei baiuli, dei camerari, degli iudices. Per la necessità di uno Stato così fortemente accentrato Federico II aveva necessariamente bisogno di poter disporre di un esercito proprio e di larghissime risorse finanziarie. Da ciò le cure che egli dedicò all’organizzazione del suo esercito di Saraceni e alla flotta, per la quale creò nuovi porti e cantieri e istituì una specie di leva di mare nei comuni della Sicilia e dell’Italia meridionale. Da ciò i provvedimenti con i quali favorì e protesse la produzione (appunto, per avere un maggior gettito di imposte) e organizzò il sistema tributario. La preoccupazione di trarre dai suoi sudditi le somme sempre maggiori che gli occorrevano per la sua dispendiosissima politica italiana e per l’organizzazione della vasta burocrazia da lui creata fu, infatti, il movente principale di tutta la politica economica di Federico II, e questo solo basterebbe a differenziare il grande imperatore dai sovrani dell’assolutismo illuminato e a mettere in evidenza il carattere prevalentemente patrimoniale dello Stato da lui creato. Ma con un sistema monopolistico esercitato sui maggiori prodotti del Regno, quali, ad esempio, il grano, a esclusivo vantaggio del sovrano, e con un fiscalismo, che dovette divenire sempre più oppressivo in ragione del crescere del suo bisogno di denaro, Federico II distrusse in gran parte i benefici frutti dei suoi provvedimenti in favore della produzione e pose per primo le condizioni di quella profonda crisi economica che travagliò il Regno sino dal periodo angioino e si andò poi sempre più aggravando sotto la dominazione spagnola.

«Cronica Nuova» di Giovanni Villani. Codice Chigi L VIII 296, fol. 85r (XIII sec.). La battaglia dell'isola del Giglio (1241). Roma, Biblioteca Apostolica Vaticana

«Cronica Nuova» di Giovanni Villani. Codice Chigi L VIII 296, fol. 85r (XIII sec.). La battaglia dell’isola del Giglio (1241). Roma, Biblioteca Apostolica Vaticana

Federico II, per le necessità di uno stato burocratico qual era quello che aveva creato, si preoccupò anche di formare una classe dirigente di funzionari fedeli e capaci. A questo scopo fondò lo Studio di Napoli e si circondò di uomini colti ed esperti specialmente di diritto. Ma anche questo suo disegno fallì. Il contrasto profondo che la sua politica imperiale aveva originato fra gli interessi del Regno e quelli del sovrano finì per scavare un profondo abisso tra Federico II e il suo popolo, sicché, nel colmo della lotta contro il Papato e i Comuni, egli fu abbandonato anche dai suoi più fedeli. Quando morì, il regno di Sicilia e di Puglia che era stato la «pupilla dei suoi occhi», cadde in una nuova gravissima crisi.

Federico I e i Comuni

da T. Wise, German Medieval Armies 1000-1300, London 1997.

Gli stati pontifici occupavano una striscia di territorio incentrata su Roma che divideva l’Italia settentrionale da quella meridionale e la Sicilia. Per secoli i papi si erano ritrovati a camminare sul filo, sfruttando l’interesse – potenzialmente pericoloso – degli imperatori tedeschi sull’Italia settentrionale e centrale contro l’aggressivo insediamento dei Normanni in Italia meridionale e in Sicilia. Formarono anche alleanze con le città-repubblica del Nord e finanziarono eserciti per impedire all’impero germanico di estendere i propri territori e travolgere gli stati pontifici.
Gli imperatori tedeschi, che si consideravano gli autentici eredi dell’Impero romano d’Occidente, non ebbero remore nell’utilizzare truppe a sostegno delle loro politiche espansionistiche, e non era inconsueto che l’imperatore si fermasse in Italia per diversi anni. Gli eserciti germanici solitamente si raccoglievano ad Augusta o a Ratisbona in agosto o in settembre, ed entravano in Italia attraverso il passo del Brennero oppure, più raramente, transitando per il passo del Moncenisio o del San Gottardo.

Minatura da un manoscritto del 1188. Federico Barbarossa (1122-1190). Città del Vaticano. Biblioteca Vaticana.

Minatura da un manoscritto del 1188. Federico Barbarossa (1122-1190). Città del Vaticano. Biblioteca Vaticana.


Federico Barbarossa non fece eccezione, lanciando una serie di invasioni sia in Italia settentrionale sia in Sicilia. Papa Alessandro III, allarmato dalle ambizioni del Barbarossa, che minacciava di erodere il potere del Papato, scomunicò l’imperatore tedesco. Ma lo stesso potere papale era spaccato tra due pretendenti rivali al soglio di San Pietro, per cui l’imperatore riconobbe prontamente l’avversario di Alessandro III.
Nell’XI secolo la nobiltà italiana aveva perduto il controllo della maggior parte delle città, e viveva in castelli rurali o tenute con il loro seguito di cavalieri, ai quali furono concessi feudi. Alla metà del XII secolo rimaneva solo il marchese di Monferrato come grande feudatario indipendente. Tuttavia, specialmente in terreni difficili come le aree montuose delle Alpi o della Romagna, continuavano a dominare piccoli signori feudali.
I vescovi erano tutti potenti figure nella maggioranza delle città-stato, alla guida di vassalli e di valvassori. Molte città richiedevano che i nobili vivessero per la maggior parte dell’anno all’interno delle mura, dove costruivano palazzotti fortificati, mantenevano uomini in armi e proseguivano le loro liti private come in passato. Intanto, i nobili costituivano un’importante forza combattente e, assieme ai cittadini e ai non nobili più ricchi, erano tenuti a fornire cavalcature per la cavalleria e a presentarsi di persona, a meno che non fossero malati, anziani o bambini, nel qual caso si doveva presentare un sostituto.
Anche il contado, ossia le campagne circostanti sotto il controllo di una città, fornivano uomini da utilizzare su aree limitate. Ci si poteva attendere che la cavalleria fosse fornita dai nobili e dai comuni dipendenti, e la fanteria dalle aree suddivise in distretti. Queste truppe venivano spesso impiegate in funzione di pionieri e genieri. Nell’Italia settentrionale le città-stato richiedevano tutte le risorse quando occorreva. Perugia pretendeva che il suo contado fornisse armi, uomini, cavalli e grano. I soldati mercenari, che offrivano i propri servigi su base individuale, facevano anch’essi parte degli eserciti dell’Italia settentrionale e centrale alla metà del XII secolo. Il comando delle truppe era spesso nelle mani di consoli eletti, comprendenti rappresentanti dei valvassori e altri cittadini liberi. Tuttavia, la mancanza di coesione e la prudenza delle città-repubblica inducevano a una certa riluttanza nell’intraprendere grandi azioni offensive. Ci furono comunque sempre alcune città disposte ad aiutare i Tedeschi dando uomini e rifornimenti. Di fatto, fu l’impiego di tali truppe a garantire all’imperatore i suoi successi iniziali.
Illustrazione dagli «Acta Sancti Petri in Augia», VadSlg Ms. 321, S. 48. Il duca di Baviera, Enrico XII 'il Leone'. San Gallo, Kantonsbibliothek.

Illustrazione dagli «Acta Sancti Petri in Augia», VadSlg Ms. 321, S. 48. Il duca di Baviera, Enrico XII ‘il Leone’. San Gallo, Kantonsbibliothek.

Federico Barbarossa, al pari dei suoi predecessori, aveva bisogno di mantenere uno stretto controllo dei suoi territori italiani al fine di conservare il titolo di imperatore “romano”. La sua campagna d’Italia del 1154-1155, durante la quale fu incoronato dal papa, si concluse vittoriosamente, ma tre anni più tardi era di nuovo in Italia nel tentativo di reprimere le agitazioni nelle città dell’Italia settentrionale.
La città più potente nel XII secolo, Milano, divenuta comune nel 1045, era tenuta a fornire i servigi di 2000 cavalieri. Agli inizi del XII secolo, in cerca di territori su cui espandersi, Milano fu coinvolta in una serie di battaglie, sconfiggendo prima Lodi nel 1111 e poi Como nel 1127. Fu in risposta alle richieste di aiuto provenienti da queste città che l’imperatore intervenne, assediando Milano nel 1158.
Nel 1160 Federico trascorse sette mesi assediando la piccola città di Crema in Italia settentrionale. La cittadina, piccola ma saldamente difesa, era circondata da una doppia cerchia di mura e un fossato riempito d’acqua. Tra le macchine d’assedio costruite dalle forze imperiali c’erano due ripari protetti, uno dei quali procedeva davanti a una torre d’assedio mobile per sgomberare il terreno, riempire il fossato e posizionare rulli per sé e per la torre. Il riempimento del fossato di Crema fu effettuato spingendo in acqua 200 botti piene di terra e 2000 carrette di ghiaia. Sembra che l’altro riparo protetto fosse dotato di un ariete che danneggiò parte delle mura.
L’imperatore a questo punto fu aiutato dal geniere capo della città, il quale cambiò bandiera. Questo personaggio, di nome Marchisio, conosceva le difese nei dettagli e costruì un notevole ponte protetto con il quale portare una forza d’assalto sulla sezione più debole delle mura fortificate. La struttura di supporto del ponte era alta 50 metri e consentiva a un ponte, lungo più di 20 metri e largo 3-5 metri, di essere abbassato sulle fortificazioni di Crema. Il ponte era coperto da una tettoia protettiva fatta di vimini intrecciati e pelli di animali.
La torre d’assedio mobile, alla quale fu infine legata la scala d’assalto, fu descritta da un testimone oculare di nome Vincenzo di Praga. Era alta sei piani, fatta di quercia e si muoveva su rulli. Si diceva che il piano più basso fosse alto quanto le mura di Crema. Quando i genieri tentarono per la prima volta di abbassare o far ruotare il ponte di Marchisio, si accorsero che la tettoia protettiva intralciava le manovre, per cui fu rimossa. La torre d’assedio mobile fu invece portata al fianco della torre che sosteneva il ponte, forse per legare assieme le due strutture e permettere ai balestrieri sulla torre d’assedio di fornire fuoco di copertura a coloro che utilizzavano il ponte. Anche se gli attaccanti non riuscirono a impossessarsi delle mura di Crema, i cittadini decisero che la loro posizione non era difendibile e quindi si arresero.
I Milanesi, spinti all’azione dal destino subito dalla loro alleata Crema, assediarono il castello di Carcano, a circa 36km da Milano, con forze reclutate nei sei quartieri cittadini. L’esercito fu rinforzato da cavalieri provenienti da Brescia e da Piacenza. Federico giunse per levare l’assedio, richiamando truppe tedesche e italiane, comprese alcune unità provenienti da Como, Novara, Vercelli e Pavia, soldati del Monferrato e nobili del contado milanese che stavano ancora cercando di preservare la loro libertà dalle mire cittadine. Dovevano raccogliersi in un punto tra il castello e Milano stessa, al fine di tagliare fuori l’esercito assediante.
Invece di attendere che si raccogliessero tutte le sue forze, però, il 9 agosto Federico calò sulle linee d’assedio milanesi solo per scoprire che il nemico non aveva alcuna intenzione di combattere un’azione difensiva. La fanteria milanese avanzò per andare incontro alle truppe imperiali, ma fu fatta a pezzi dai cavalieri tedeschi sull’ala destra imperiale. Sulla sinistra fu tutta un’altra storia. I contingenti di Como e di Vercelli furono sconfitti dai cavalieri milanesi e bresciani, che per poco non spazzarono via anche i Novaresi, prima di volgersi con impressionante coesione per andare in aiuto alla fanteria milanese che ancora resisteva, anziché indugiare in un inseguimento.
L’imperatore doveva essersi reso conto che aveva mal giudicato la potenza delle forze assedianti. Si mise in mezzo il tempo con forti piogge, e i due eserciti si ritirarono, i Milanesi verso il loro campo e Federico verso Como. Sfortunatamente, la sua ritirata non fu comunicata agli altri 280 cavalieri che si stavano avvicinando da Cremona e Lodi, i quali furono colti di sorpresa dai Milanesi il giorno seguente, subendo pesanti perdite prima che l’imperatore caricasse in loro soccorso. Per i Milanesi fu una vittoria di Pirro: una sortita da Carcano distrusse le loro macchine d’assedio, e levarono l’assedio per timore di altri attacchi.
Nel 1162 Federico fu costretto ad assediare nuovamente Milano, che capitolò dopo una lunga e aspra lotta durata oltre nove mesi.
Cinque anni dopo, nel 1167, le città dell’Italia settentrionale, Milano compresa, si unirono per formare la Lega Lombarda e combattere per la loro indipendenza dall’Impero germanico. Profumatamente finanziate dal Papato, continuarono a litigare tra loro e non riuscirono mai ad agire come uno stato unitario. Nondimeno, la Lega Lombarda vanificò ogni reale speranza di vittoria tedesca. I suoi eserciti erano progrediti in termine di organizzazione, potenti quanto a cavalleria (che era ideale per condurre guerre nella pianura padana), comprendevano la fanteria più disciplinata d’Europa ed erano stati induriti dai continui combattimenti.
Avendo continuato le sue campagne in Italia per un altro decennio, Federico si trovava a Pavia nella primavera del 1176, quando decise di non sprecare altro tempo nei negoziati con Milano. Dalla Germania erano stati richiamati rinforzi e l’imperatore probabilmente stava anche aspettando un contingente mercenario agli ordini di Cristiano di Magonza. Questo esercito due mesi prima aveva sbaragliato un esercito normanno a Carseoli, vicino Roma, e stava marciando verso nord in appoggio.
L’esercito settentrionale di Federico Barbarossa comprendeva i conti di Saarbrucken, Fiandra e Olanda, il langravio di Turingia, gli arcivescovi di Colonia e Magdeburgo e diversi vescovi. Questo contingente, forte forse di 500 cavalieri e 1500 sergenti, aveva visto le sue potenziali dimensioni significativamente ridotte dal rifiuto di rispondere alla chiamata opposto dal potente Enrico il Leone, duca di Baviera. Questa armata si stava avvicinando passando per Como, avendo Milano giusto tra sé e le truppe di Federico, 29km a sud di Pavia.
L’imperatore lasciò Pavia con una scorta forse di 500 cavalieri, costeggiò Milano e incontrò l’esercito settentrionale a Como, dove fu raggiunto dai suoi cittadini, andando a costituire una forza forse di 3000-3500 uomini. Tuttavia i Milanesi, accortisi del pericolo insito nel consentire all’imperatore germanico di unire le sue tre forze, chiesero aiuto alle altre città. Frattanto Federico, nel tentativo di tornare alla sua base, fu intercettato da alcune truppe della Lega Lombarda che si erano mosse per andare incontro alla minaccia prima che l’imperatore potesse rientrare a Pavia. I contingenti montati includevano 300 uomini provenienti da Novara e Vercelli, 200 da Piacenza e 50 da Lodi. La fanteria di Brescia e di Verona doveva difendere Milano mentre la fanteria milanese marciava assieme alla cavalleria, un contingente forse di 4000 cavalli.
Le avanguardie dei due eserciti si colsero vicendevolmente a sorpresa sul terreno boscoso di Legnano (nel 1176), circa 22km a nord-ovest di Milano. I 300 Tedeschi cedettero lentamente il campo ai 700 cavalieri milanesi, che furono poi attaccati dal grosso e cedettero. Il grosso delle forze lombarde giunse dai boschi per schierarsi di fronte ai Tedeschi, con la cavalleria lombarda in quattro divisioni.
Malgrado l’inferiorità numerica, i cavalieri tedeschi caricarono, e riuscirono a frantumare le divisioni nemiche, che probabilmente erano in colonna. Molti cavalieri fuggirono oltre la loro fanteria, inseguiti dalle truppe imperiali. I fanti avevano organizzato una resistenza schierati in massa con gli scudi levati e le lance all’altezza del nemico. Rinforzati da alcuni dei cavalieri che adesso erano smontati, presentavano un formidabile ostacolo e riuscirono ad arrestare l’inseguimento.
I cavalieri milanesi si raccolsero allorché incontrarono un contingente di cavalieri bresciani giunti in loro appoggio. Assieme, lanciarono un attacco sul fianco dei tedeschi, che non sembrano aver impiegato arcieri o balestrieri contro la fanteria nemica, neppure prendendoli dai cittadini di Como, probabilmente perché questi erano in posizione troppo arretrata. Vedendo vacillare i Tedeschi, è possibile che la fanteria italiana sia avanzata in questo momento. Lo stendardo imperiale cadde e l’imperatore tedesco fu disarcionato, dando origine alla voce che fosse morto, e scatenando il panico. La mancanza di fanteria e il numero troppo scarso di uomini, assieme alla vigorosa resistenza da parte dei cittadini in armi inflissero ai Tedeschi una schiacciante sconfitta. Non ci sono notizie su quanto vicino all’azione potesse o meno essere stato Cristiano di Magonza e la sua forza di soccorso proveniente da sud.
Spinello Aretino, Federico Barbarossa si sottometteo all'autorità di papa Alessandro III. Siena, Palazzo Pubblico.

Spinello Aretino, Federico Barbarossa si sottometteo all’autorità di papa Alessandro III. Siena, Palazzo Pubblico.


Per effetto della disastrosa sconfitta di Legnano, l’imperatore abbandonò finalmente le sue ambizioni sull’Italia. Dopotutto, troppi Italiani erano ostili ai Tedeschi e troppe città richiedevano lunghi assedi perché l’imperatore potesse riportare una vittoria convincente. Dopo oltre vent’anni di conflitto, Federico si riconciliò con papa Alessandro, chiedendo perdono e proclamando la propria lealtà al Papato. A Venezia nel 1177 fu costretto ad accettare gli indigesti termini di pace imposti dal Papato e dalla Lega Lombarda, ma ricevette il perdono di Alessandro III in una cerimonia pubblica.
La Pace di Costanza nel 1183 pose del tutto fine alle ambizioni italiane di Federico. Questi volse allora la sua attenzione sulla ricostituzione dell’Impero a nord delle Alpi.

Le leggi di Federico

di S. Bartoloni, in Enciclopedia Treccani.

Castello di Melfi. Luogo in cui Federico II emanò le Costituzioni melfitane, 1230-31. Foto di M. Perillo.

Castello di Melfi. Luogo in cui Federico II emanò le Costituzioni melfitane, 1230-31. Foto di M. Perillo.

Come la figura di Federico II anche le Constitutiones Melphitanae sono state variamente valutate. Se ne può parlare, seguendo l’interpretazione che ha avuto Ernest Kantorowicz tra i suoi principali esponenti, come delle leggi del primo stato moderno d’Europa o come di una normativa giuridica che «non segna l’avvento di un nuovo Giustiniano […], manca dell’ampio respiro e dell’organicità onnicomprensiva dei testi romani» e che, «priva di profonda originalità», è sostanzialmente «una combinazione ben dosata di fonti romane, canoniche e feudali», come sostiene David Abulafia, il quale volle, non a caso, ha intitolato una sua monografia Frederick II. A medieval emperor, Torino 1990.
È certo comunque che le Constitutiones sono il primo grande codice del Medioevo. Se ne rileva generalmente l’importanza anche come tappa di un processo di centralizzazione che, al contempo affermando il principio dell’uguaglianza di tutti davanti alla legge, privava i signori feudali di molti dei loro privilegi. Tale processo era stato avviato, al momento della costituzione del Regno, da Ruggero II d’Altavilla, che nel 1140 con le Assisae regum regni Siciliae – le Assise di Arano – aveva tentato di coordinare i vari corpi di leggi che coesistevano nell’Italia meridionale. Pure re Ruggero aveva dotato il Regno di una rete di funzionari che dovevano garantirgli il controllo del territorio e cospicui introiti fiscali.
Come è noto, fu solo l’incoronazione a imperatore, avvenuta a Roma, al suo ritorno dalla Germania, nel 1220, che Federico II poté iniziare a governare nel regno di Sicilia, di fatto sottoposto a trenta anni di anarchia. Lasciata Roma tre giorni dopo l’incoronazione e prima ancora di imbarcarsi per Palermo, egli fece sosta a Capua, la prima città importante del Regno che si incontrava scendendo da Nord. Vi convocò una Dieta e promulgò un editto nel quale già comparivano i principi fondamentali sui quali si sarebbe basata la riorganizzazione del Regno nei decenni successivi. Nei venti capitoli dell’editto si stabiliva che la giustizia sarebbe ritornata nelle mani dei giudici regi, si ripristinavano le tasse vigenti all’epoca della morte di Costanza d’Altavilla, si limitavano le autonomie municipali e si colpivano i nobili che avevano usurpato i poteri del sovrano.
Nel decennio successivo l’imperatore fu impegnato su più fronti: combatté contro i feudatari meridionali, si oppose ai comuni che avevano riorganizzato la Lega lombarda, compì la spedizione a Gerusalemme e stipulò l’accordo con il sultano d’Egitto, eventi che vengono ricordati come la sesta Crociata, e si scontrò con Gregorio IX.
La pace di Ceprano (28 agosto 1230) pose temporaneamente fine ai contrasti tra il Papa e l’Imperatore, che poté così riprendere l‘energica opera di riorganizzazione del Regno già avviata a Capua. Tassello essenziale di questa operazione fu rivedere il sistema legale vigente, nel quale erano stratificate leggi bizantine, longobarde, musulmane e normanne.
Il lavoro di redazione del testo fu portato avanti per nove mesi da un gruppo di giuristi coordinato dall’arcivescovo Giacomo di Capua; la tradizione tuttavia finì per attribuire l’intero merito dell’opera al funzionario Pier della Vigna. Promulgate nel 1231 le Costituzioni di Menfi, versione definitiva che incorporava diverse aggiunte al Liber Augustalis o Constitutiones Regni Siciliae, acquisirono immediata fama tra i contemporanei, che ne colsero l’importanza, e suscitarono la disapprovazione del Papa.
Suddivise in tre libri, le Constitutiones si aprivano con una prefazione, che Federico volle fosse a lui stesso attribuita ma che probabilmente si deve a Pier della Vigna. Vi veniva esaminata la natura del potere dei principi, creati da Dio per dirimere le controversie sorte tra gli uomini – quindi per amministrare la giustizia e difendere la pace – e per difendere la Chiesa, che non operava una mediazione tra Dio e il sovrano ma che a quest’ultimo si affiancava. L’affermare questo concetto aveva naturalmente una valenza molto importante se si tengono presenti sia il fatto che i Normanni nel 1130 avevano conquistato la Sicilia in virtù della investitura papale – e di conseguenza i sovrani di Sicilia risultavano vassalli del Papa – sia i contrasti che nel decennio precedente avevano opposto Federico ai pontefici, in particolare a Gregorio IX che era arrivato a scomunicarlo. Se, come affermato nella prefazione, non è subordinato al pontefice il sovrano, gladius Christi, questi interviene di sua iniziativa a difendere la Chiesa; non stupisce quindi il fatto che le prime leggi delle Constitutiones trattano della eresia: il sovrano, portatore di un potere che era considerato di natura sacra, la avrebbe combattuta. Giova ricordare che anche la ribellione al potere imperiale veniva equiparata alla eresia.
I 255 articoli che costituivano il Liber Augustalis delineavano le caratteristiche di uno stato se non assolutistico senza dubbio centralizzato e introducevano principi che possono essere percepiti come attuali; se ne rileveranno qui sinteticamente alcuni.
Tutti sarebbero stati considerati uguali davanti alla legge, e anche gli ebrei e i saraceni del regno avrebbero potuto, se vittime di ingiustizia, intentare causa. A vedove e orfani sarebbe stato garantito il patrocinio legale.
Soltanto al sovrano spettava il controllo sulla giustizia penale; di eredità normanna, perché già presente nelle Assise di Ruggero, il concetto era già stato ribadito undici anni prima a Capua. Come le guerre private anche le vendette personali erano proibite. Se un tempo chi fosse stato aggredito poteva invocare a defensa il nome del signore di cui era vassallo, ora chiunque avrebbe potuto considerarsi tutelato pronunciando a voce alta il nome dell’Imperatore e l’aggressore, se non si fosse ritirato, sarebbe stato giudicato da un tribunale per la sua colpa.

Miniatura dal «De arte venandi cum avibus», ms. dal Pal. lat. 1071 (fine XIII sec.). Federico II e il suo falcone. Roma, Biblioteca Vaticana.

Miniatura dal «De arte venandi cum avibus», ms. dal Pal. lat. 1071 (fine XIII sec.). Federico II e il suo falcone. Roma, Biblioteca Vaticana.

Avrebbero esercitato la giustizia per conto del sovrano dei “giustizieri” in carica per un anno. Per garantire la loro imparzialità si stabiliva che tali funzionari non avrebbero potuto operare in un territorio nel quale erano nati o nel quale loro stessi o i loro figli possedessero delle terre.
Al sovrano spettava il controllo sulla amministrazione militare; per realizzarlo Federico II volle la costituzione di un esercito di mercenari che sarebbe stato sotto il suo diretto controllo e la creazione di una rete di fortezze imperiali; si sottraeva così la difesa dello stato all’arbitrio dei vassalli che avevano sino ad allora avuto il compito di intervenire con uomini e mezzi in caso di necessità. Ogni forma di autonomia delle città fu soppressa.
Il territorio del Regno venne diviso in nove province; il nome e la conformazione di tali province sarebbero rimasti sostanzialmente immutati fino al 1861; pure lo stesso sarebbe rimasto il confine del Regno, che andava dal Tronto a Terracina e che costituiva, a metà dell’Ottocento, la più antica frontiera europea.

La genesi del ceto medio

di A. Poloni, Potere al popolo. Conflitti sociali e lotte politiche nell’Italia comunale del Duecento, Milano-Torino 2010, pp. 9-20.

Venti di rivolta

Tra il 1199 e il 1200 la vita di Reggio Emilia fu improvvisamente sconvolta da una sollevazione popolare. I nobili definirono sprezzantemente gli insorti “Mazzaperlini”, “Ammazzapidocchi”, un’allusione, non proprio velata, alla bassa estrazione sociale della maggior parte di loro. Sempre nel 1200 il popolo di Brescia con un colpo di mano elesse un nuovo podestà. Nello stesso anno a Padova i popolari privarono i nobili dei poteri che esercitavano a vario titolo nelle campagne attorno alla città. Nel 1203 il popolo di Lucca, guidato da Ingherrame da Porcari, esponente di un’importante famiglia signorile del territorio lucchese, si ribellò ai nobili e li affrontò in diversi scontri militari fuori dalle mura cittadine. Anche il popolo di Milano si sollevò contro i nobili in quello stesso 1203. Nel 1206 a Vicenza i popolani, esasperati dalle lotte tra le fazioni aristocratiche, che impedivano il regolare funzionamento delle istituzioni cittadine, irruppero nel palazzo del Comune e nominarono podestà il milanese Guglielmo da Pusterla, che già altrove si era dimostrato sensibile alle istanze del populus. Sempre nel 1206 a Bergamo la potente famiglia dei Suardi tentò di impedire al podestà di convocare un’assemblea di cittadini nella chiesa di Santa Maria Maggiore; questo sopruso provocò la violenta reazione del popolo.
Negli stessi anni e in quelli immediatamente successivi in molte altre città dell’Italia centro-settentrionale si registrano avvenimenti simili. Ma qual è questo “popolo” che irrompe sulla scena comunale all’inizio del Duecento? Chi sono i populares, i popolari? Per ora è sufficiente dire che con il termine “popolo” le fonti duecentesche non indicano genericamente la popolazione cittadina, l’insieme degli abitanti della città, ma fanno riferimento a un movimento politico organizzato, i cui affiliati prendono appunto il nome di “popolari”. Si tratta di un movimento della forza trascinante, capace di coinvolgere migliaia di persone di ogni estrazione sociale in clamorose azioni di protesta.
Il popolo era un movimento di opposizione, e i suoi nemici, i suoi bersagli polemici, erano i potenti, i privilegiati, che nel linguaggio dell’epoca venivano chiamati nobiles, “nobili” o, più comunemente, milites, “cavalieri”. Il vertice della società cittadina era infatti occupato da un numero variabile di famiglie – da alcune decine nelle città più piccole ad alcune centinaia in quelle più grandi – che consideravano come proprio tratto distintivo la possibilità e la capacità di combattere a cavallo. Dall’inizio del Duecento il termine milites venne utilizzato sempre più spesso per indicare l’aristocrazia cittadina nel suo complesso in opposizione ai populares. In effetti l’immagine del cavaliere si prestava bene a riassumere la superiorità prima di tutto economica, ma anche sociale e politica di questo ceto rispetto al resto della società. Il combattimento a cavallo richiedeva innanzitutto notevoli risorse economiche: acquistare una lancia, una spada, un pugnale, un’armatura, ma soprattutto comprare e mantenere uno o, meglio, più cavalli non era certo alla portata di tutti. I cavalieri, inoltre, erano il corpo d’élite militare, un forte impatto scenografico capace di rappresentare visivamente il prestigio, la potenza, l’alterigia della classe alla quale appartenevano. Questa aristocrazia militare controllava le istituzioni e occupava praticamente tutte le cariche politiche del Comune.
L’improvvisa capacità di iniziativa dimostrata dal popolo all’inizio del Duecento diede inizio a decenni di lotte, di accordi precari, di tensioni controllate a fatica, di rivolte violente e di infiniti dibattiti nelle grandi sale dei palazzi comunali. Non che la vita che prima di allora si svolgeva all’ombra delle mura cittadine si possa definire pacifica, almeno non nel senso che attribuiamo oggi a questo aggettivo. I milites avevano costruito la loro identità di gruppo sulla guerra, sull’abilità nel combattimento, ed era inevitabile che l’ideologia e il linguaggio che facevano da sfondo alla loro preminenza influenzassero il loro comportamento anche in tempo di pace. Uno sgarbo, un’offesa, un qualunque atto che potesse essere interpretato come una mancanza di rispetto dava luogo a conflitti che dilagavano rapidamente, coinvolgevano prima nuclei familiari, poi lignaggi interi e infine gruppi di famiglie alleate tra loro. Le inimicizie familiari si tramandavano di padre in figlio e riesplodevano periodicamente in faide, guerricciole, agguati. I conflitti non rimanevano relegati nel privato – ammesso che per il XII secolo si possa davvero parlare di una sfera privata separata da quella pubblica. Le guerre tra famiglie e tra gruppi di famiglie si intrecciavano e si sovrapponevano alla lotta per il potere, gli odi personali irrompevano immancabilmente nelle assemblee dove si decideva la politica cittadina.
Anche prima della repentina comparsa del popolo, dunque, la vita nelle città non scorreva certo tranquilla; possiamo dire anzi che il conflitto e lo scontro, verbale e fisico, erano connaturati all’esistenza stessa del Comune, non costituivano l’eccezione, il momento di trasgressione, ma piuttosto una regola con la quale a lungo si convisse senza troppi problemi. Il conflitto, inoltre, non rimaneva confinato all’interno del ceto dei milites. I lignaggi aristocratici disponevano di un’ampia rete di alleati, amici, supporters e clienti che affondava in tutti gli strati della società e che comprendeva – oltre a un numero variabile di pari in grado – ricchi mercanti che a volte, magari in cambio di prestiti o sovvenzioni, si erano visti concedere l’onore di un matrimonio con una fanciulla blasonata, piccoli proprietari terrieri e artigiani bisognosi di protezione, contadini dipendenti che lavoravano sulle terre dei milites. La società comunale era, a tutti i livelli, una società turbolenta e per molti versi violenta.
Ciò non significa che l’ingresso del popolo sulla scena pubblica abbia semplicemente aggiunto un ulteriore elemento di complicazione a un quadro già di per sé piuttosto mosso. Il nuovo protagonismo del popolo rappresentò, all’inizio del Duecento, un fenomeno del tutto inedito. Per la prima volta a prendere autonomamente l’iniziativa di dar vita a un movimento di opposizione furono i gruppi sociali esclusi dal potere, estranei alla cerchia privilegiata dei milites, coloro che, se pure in passato avevano preso parte alla vita politica del Comune, lo avevano fatto in modo del tutto marginale e subordinato alle esigenze dei potenti.
Certo in molti casi, soprattutto in questa prima fase, il popolo si scelse una guida militare e carismatica all’interno dello stesso ceto dei milites o tra gli esponenti più irrequieti delle grandi famiglie di signori rurali che proprio a cavallo tra il XII e il XIII secolo stavano scegliendo in gran numero di abbandonare i castelli e le fortezze sparsi per le campagne per godersi gli agi della vita di città. È innegabile che i nobili che accettavano di appoggiare le rivendicazioni popolari fossero spesso mossi da un calcolo politico, e che intendessero giocare questa nuova carta nell’ambito della tradizionale competizione tra famiglie aristocratiche.
Tutto ciò non cambia però nella sostanza i termini della questione. Fino a quel momento i mercanti, i bottegai, gli artigiani, i piccoli proprietari terrieri avevano preso parte al conflitto, che era allo stesso tempo economico, sociale e politico, soltanto all’interno dei seguiti armati e delle reti clientelari che facevano capo alle famiglie aristocratiche. Dall’inizio del Duecento essi tentarono di conquistarsi uno spazio nella vita pubblica puntando non più sulle relazioni verticali con i potenti, ma sulla solidarietà orizzontale che li legava agli altri esclusi, a tutti coloro che, al di là delle differenze, spesso notevoli, di status e di condizione economica, erano accomunati dal fatto di essere dei non milites. Di essere cioè dei pedites, gente che combatte a piedi, un’altra etichetta che i nuovi protagonisti scelsero spesso per sé in aggiunta a quella di populares, o al posto di essa.
Il conflitto tra milites e populus ha inoltre una natura e un contenuto profondamente diversi dalle lotte tra i lignaggi aristocratici. Certo, il popolo desiderava una maggiore partecipazione alla vita politica del Comune e, bisogna ammetterlo, era anche animato da una certa ostilità di classe nei confronti dei milites. Ma la vera novità è che il popolo, a differenza delle fazioni nobiliari che da sempre si scontravano per le strade della città, aveva, come vedremo, qualcosa di molto simile a un programma politico. Esso non intendeva semplicemente prendere parte all’accaparramento delle cariche comunali, alla spartizione delle risorse economiche legate al controllo delle istituzioni – anche se questo aspetto non era certo assente – ma intendeva affermare una sua concezione della politica, una sua precisa idea di come dovesse funzionare il Comune, di quale dovesse essere il comportamento della classe dirigente, di quale dovesse essere il rapporto tra governanti e governati.

Ambrogio Lorenzetti, Allegoria degli Effetti del Cattivo Governo in Campagna (1338-1339). Parete di sinistra della Sala dei Nove, Palazzo Pubblico, Siena.

Ambrogio Lorenzetti, Allegoria degli Effetti del Cattivo Governo in Campagna (1338-1339). Parete di sinistra della Sala dei Nove, Palazzo Pubblico, Siena.

Lotta di classe senza la classe

La lotta del popolo era quindi qualcosa di simile a una lotta di classe. Il problema è che il popolo non può in alcun modo essere considerato una classe. In effetti populus, populares, pedites erano contenitori politici molto capienti riempiti con gli oggetti più disparati. Dentro il popolo si incontravano gruppi sociali, interessi economici, sensibilità politiche profondamente diverse tra loro.
In prima linea nel populus troviamo spesso mercanti di una certa levatura. Nelle città economicamente più dinamiche – come Lucca, Siena, Firenze, Asti – si tratta anche di uomini d’affari impegnati nei traffici internazionali e in attività finanziarie di alto livello, spesso in rapporto con le principali corti europee. A un gradino inferiore, un po’ in tutte le città dell’Italia centro-settentrionale, non mancano i mercanti di medio rango, che hanno saputo conquistarsi un certo benessere grazie agli scambi a livello locale, regionale o sovraregionale e lucrando, attraverso la concessione di prestiti, in genere su pegno, sulle difficoltà economiche di monasteri, enti ecclesiastici e persino famiglie aristocratiche in decadenza.
I mercanti di alto e medio rango solo a fatica possono essere fatti rientrare nella categoria, del resto tutt’altro che ben definita, degli esclusi dalla politica. I membri più intraprendenti di questo gruppo già all’inizio del Duecento mettevano a disposizione del Comune le loro peculiari competenze nella gestione del denaro ricoprendo incarichi di carattere amministrativo e fiscale. Non è raro trovare mercanti, anche provenienti da famiglie di origine recente, nella veste di tesorieri del Comune, o responsabili della riscossione di qualche imposta.
Le famiglie benestanti avevano inoltre un’altra possibilità di avvicinarsi alle stanze del potere: avviare i loro rampolli alle professioni giuridiche. Proprio negli anni a cavallo tra il XII e il XIII secolo in tutti i Comuni si andava definendo, per andare incontro alle esigenze di una società resa sempre più complessa e stratificata dall’incremento demografico e dalla crescita economica, un sistema giudiziario articolato in una serie di tribunali (curie) con diverse competenze. C’era dunque bisogno di giudici, e in questo campo la cultura personale e la preparazione professionale erano spesso determinanti, al di là dell’origine familiare. Come in altre epoche, in sostanza, i cittadini che ne avevano le possibilità economiche puntavano anche sull’istruzione come fattore di mobilità sociale. Bisogna inoltre considerare che all’inizio del Duecento molti esperti del diritto provenivano ancora dalle fila della militia, e che dunque avere un giudice in famiglia consentiva di stringere relazioni con personaggi molto influenti. Il denaro, in pratica, permetteva ai mercanti di maggior successo di entrare in contatto con gli ambienti più esclusivi e di frequentare i luoghi dove si prendevano le decisioni che riguardavano la città.
L’attività mercantile non era comunque, tra XII e XIII secolo, l’unica strada per raggiungere una certa agiatezza e nutrire fondate ambizioni di ascesa sociale. Il XII secolo, in particolare la seconda metà, fu caratterizzato da un forte aumento della popolazione delle città comunali. All’incremento demografico che caratterizzò nello stesso periodo tutta l’Europa si aggiunse infatti il fenomeno dell’inurbamento degli abitanti delle campagne. Attratti dalle tante opportunità economiche offerte dall’ambiente urbano, piccoli e medi proprietari rurali, artigiani che lavoravano nei villaggi, ma anche contadini senza terra che non riuscivano più a sfamare la famiglia con gli appezzamenti presi in affitto si spostavano dentro le mura della città o nei borghi che si sviluppavano rapidamente a ridosso di esse. Tutta questa gente però doveva essere nutrita. Il mercato cittadino assorbiva gran parte della produzione delle campagne, ma spesso per soddisfare le necessità di una popolazione sempre più numerosa e sempre più esigente si era costretti a ricorrere all’importazione di prodotti alimentari da altre aree. Inevitabilmente si innescavano fenomeni inflazionistici: si è calcolato, per esempio, che a Lucca nel periodo compreso tra il 1160 e il 1200 i prezzi aumentarono del 150%, con un picco negli anni novanta.
I proprietari terrieri, almeno quelli che per vivere non erano costretti a coltivare direttamente la loro terra, ma la davano in affitto ai contadini, non se la passavano affatto male. I prodotti dei loro campi si vendevano molto bene. Certo l’inflazione provocava una rapida perdita di valore degli affitti percepiti in denaro, ma esisteva una soluzione. Quasi ovunque, tra il XII e il XIII secolo, i canoni in denaro vennero sostituiti da affitti in natura, che potevano essere proficuamente commercializzati sul mercato cittadino. I proprietari più intraprendenti ricontrattarono gli affitti con i contadini e imposero loro condizioni più pesanti e il versamento di una quota maggiore dei raccolti.
Insomma, all’inizio del Duecento non erano pochi i piccoli e medi proprietari residenti in città che si possono definire benestanti. La città offriva loro anche possibilità per far fruttare il denaro. Essi potevano per esempio finanziare le attività di qualche mercante, oppure investire in prestiti su pegno a chiese e monasteri in difficoltà. Spesso gli enti religiosi non riuscivano a restituire il muto e il prestatore si teneva il pegno, in genere costituito da un appezzamento di terra. In questo periodo di forte crescita economica perciò anche i medi e persino i piccoli proprietari terrieri riuscivano in alcuni casi a dare un’istruzione superiore ad almeno uno dei loro figli e a vederlo inserito nell’ambiente prestigioso dei giudici che prestavano servizio nei tribunali cittadini.
Tra il XII e il XIII secolo, in tutti i Comuni italiani erano tante le famiglie impegnate in una faticosa scalata sociale. Un esempio può essere utile per rendere un po’ meno anonima questa folla che forse non ha ancora ricevuto dagli storici tutta l’attenzione che meriterebbe. Gli Onesti furono nella seconda metà del Duecento una tra le famiglie più in vista del nuovo gruppo dirigente formatosi a Lucca dopo l’affermazione del popolo. Onesto, il capostipite eponimo della famiglia, visse nella seconda metà del XII secolo. Di lui non sappiamo praticamente nulla; negli archivi di Lucca non si è conservato un solo documento che lo riguardi direttamente. L’unica cosa che sappiamo è che ebbe cinque figli, e tutti ricevettero dal padre il sostegno economico e morale necessario per farsi strada ai livelli più alti della società cittadina. Onesto doveva quindi essere benestante: si trattava con ogni probabilità di un piccolo proprietario terriero che riuscì ad approfittare del trend economico fortemente positivo della seconda metà del XII secolo. Forse era immigrato dal contado; quello che è certo è che viveva nel Borgo di San Frediano, la parte della città esterna al “centro storico” circondato dalle mura altomedievali dove si concentravano le residenze dei milites. San Frediano, alla fine del XII secolo, era un po’ la “periferia” di Lucca, dove vivevano le famiglie di più recente immigrazione, gli artigiani e tutti gli addetti alle attività produttive, gli “uomini nuovi” che cercavano di approfittare delle opportunità offerte dallo stimolante ambiente cittadino.
Tancredo, uno dei figli di Onesto, divenne un esperto di diritto, e nelle fonti compare come causidicus. Tale qualifica indicava una formazione bolognese, al contrario del titolo di iudex, che era conseguibile attraverso una preparazione interamente locale. Questa circostanza è indicativa dell’ambiente di Onesto e delle sue notevoli possibilità economiche. Tancredo ebbe una carriera ben avviata e fin dagli anni novanta del XII secolo mise le sue competenze a disposizione dei vari tribunali cittadini. Noradino, un altro figlio di Onesto, sfruttò al meglio l’estesa rete di contatti nella quale il fratello era in grado di introdurlo e s’impegnò in politica, riuscendo in breve tempo a diventare uno dei leaders del nascente movimento popolare. Gli ultimi tre fratelli, Benetto, Gualterio e Ughetto, scelsero invece la mercatura.
Nei primissimi anni del Duecento l’economia lucchese stava cambiando volto sotto gli effetti di quel fenomeno che gli storici definiscono “rivoluzione commerciale”, paragonabile, per la portata delle trasformazioni che produsse, alla “rivoluzione industriale” che apre l’età contemporanea. Da secoli gli artigiani lucchesi si erano fatti una certa fama per la loro abilità nella lavorazione della seta. Si trattava però di una piccola produzione locale, che non era in grado di rivaleggiare con la ben più sviluppata industria serica del mondo bizantino. Dall’inizio del XIII secolo, tuttavia, la manifattura serica lucchese subì un forte sviluppo e cominciò a esportare i suoi prodotti soprattutto in Francia e, più tardi, in Inghilterra. Nel giro di pochi decenni Lucca, l’unica città del mondo occidentale specializzata nella lavorazione della seta, ottenne il monopolio di fatto della fornitura di tessuti serici alle corti reali e principesche e alle aristocrazie del nord Europa.
Benetto, Gualterio e Ughetto, i tre figli di Onesto, furono tra i Lucchesi artefici di questo fondamentale salto di qualità. Dai primissimi anni del Duecento i fratelli si dedicarono all’affare, sempre più redditizio, dell’importazione a Lucca della seta greggia che veniva utilizzata nelle botteghe cittadine per la produzione degli zendali, i leggerissimi tessuti di seta per i quali Lucca divenne presto celebre in tutta Europa. Benetto, Gualterio e Ughetto acquistavano la materia prima a Genova; fin dal XII secolo infatti i Lucchesi, che avevano un pessimo rapporto con la vicina Pisa, si servivano del porto genovese per tutte le loro esigenze di contatto con l’esterno.
Il popolo però non era composto soltanto da mercanti di successo e proprietari benestanti alla ricerca del loro posto al sole. Al di sotto di questo livello superiore c’era un ampio strato medio dai contorni indefiniti, composto da piccoli mercanti locali, bottegai e artigiani specializzati nelle diverse fasi nelle quali si articolavano le produzioni di punta delle città comunali, in particolare le manifatture tessili. Anche in questo caso si trattava spesso di famiglie non prive di ambizione, anch’esse beneficiate dal lungo ciclo economico positivo che si aprì tra la fine del XII e l’inizio del XIII secolo. Bisogna ammettere tuttavia che di questa folla di tessitori, tintori, filatori, lanaioli, commercianti di panni con la bottega nel centro cittadino sappiamo poco. Più si scende la scala sociale più le tracce documentarie si rarefanno e diventa difficile ricostruire storie personali e familiari con la ricchezza di particolari consentita, per esempio, per i figli di Onesto.
Molti dei mercanti e dei proprietari terrieri dei quali abbiamo parlato nelle pagine precedenti, infatti, hanno dato vita a famiglie che, grazie anche al successo politico legato all’affermazione del popolo alla metà del Duecento, hanno mantenuto un poso centrale nella società cittadina per decenni o addirittura per secoli. La lunga sopravvivenza di queste famiglie, molto interessate alla perpetuazione della propria memoria familiare e, più materialmente, alla custodia degli atti notarili che comprendevano i loro diritti patrimoniali ed economici – che potevano essere contestati a distanza di generazioni – , ha fortemente aumentato la chance di conservazione dei documenti che le riguardavano direttamente. È invece più raro che gli artigiani e i bottegai che componevano il livello medio del popolo riuscissero a fondare dinastie familiari della storia plurisecolare. Insieme alla memoria familiare si sono perciò dispersi anche gli atti notarili che hanno scandito le diverse fasi della loro esistenza.
Tanto più sono condannati all’anonimato i cittadini che facevano parte del livello inferiore del popolo, ovvero soprattutto gli artigiani dediti alle attività che, pur essendo indispensabili per far fronte alle esigenze di una popolazione cittadina in continua crescita, non erano legate al commercio internazionale, interregionale o almeno regionale: calzolai, fabbri, macellai, fornai, mugnai, maestri muratori e falegnami ecc. Per la verità questo gruppo non è sempre facilmente distinguibile da quello precedente. In effetti all’interno dell’ampio ed eterogeneo mondo artigiano esisteva un’estrema varietà di condizioni economiche. Non tutti i calzolai, per esempio, erano uguali; alcuni di essi, grazie alla loro particolare abilità professionale, riuscivano a farsi una clientela altolocata e giungevano a livelli di benessere che nulla avevano da invidiare a quelli dei più apprezzati tintori che operavano i tessuti destinati all’esportazione, o addirittura a quelli di molti mercanti di piccolo calibro. Sarebbe dunque forse più corretto inserire nello strato medio tutti gli artigiani che, al di là della loro specifica professione e del fatto che fossero legati o meno al commercio extra-cittadino, erano riusciti a farsi un nome e avevano raggiunto livelli di ricchezza decisamente superiori alle medie dei loro “colleghi”. Nello strato inferiore rimarrebbero dunque gli altri artigiani, che vivevano dignitosamente del loro lavoro, e i lavoranti e gli apprendisti che prestavano servizio nelle botteghe artigiane.
Del resto non ha alcuna importanza fissare partizioni precise tra i diversi livelli sociali ed economici degli appartenenti al popolo. Questo tentativo anzi, a voler ben vedere, è piuttosto insensato se si considerano le caratteristiche peculiari della realtà comunale dell’inizio del Duecento. Si trattava di una società in movimento e in trasformazione, estremamente fluida, nella quale per i cittadini più intraprendenti, qualunque fosse la loro origine, i passaggi da un livello all’altro non erano affatto impossibili, e neppure tanto rari. Ci furono anche casi di artigiani che riuscirono ad accumulare un capitale sufficiente per dedicarsi con profitto alle attività commerciali e inserirsi a pieno titolo nel ceto dei grandi mercanti, o che misero in atto una scaltra politica di acquisti fondiari e si integrarono nel gruppo dei proprietari terrieri. Quello che si è tentato di fare nelle pagine precedenti non è tanto descrivere in maniera soddisfacente le articolazioni della società comunale – ammesso che ciò sia possibile – , ma piuttosto dare un’idea, anche approssimativa, della complessità e dell’eterogeneità del raggruppamento che definiva se stesso populus.
In ogni modo una cosa deve essere chiara. Il confine inferiore del popolo era rappresentato da piccoli artigiani e lavoranti, gente comunque che viveva dignitosamente. Nel popolo non c’erano veri poveri, indigenti che non riuscivano a guadagnarsi il pane, disperati che non avevano nemmeno un tetto sopra la testa. Semplificando, potremmo dire che il popolo rappresentava la parte produttiva della città: esso raccoglieva tutti coloro che improvvisamente si erano resi conto di costituire la componente più vitale e avanzata dell’economia e della società, e che pensavano che questo fatto incontrovertibile desse loro diritto a un più ampio spazio politico.
Il popolo, in conclusione, non era una classe sociale preesistente, definita da particolari caratteristiche economiche e dotata di una precisa identità collettiva, che a un certo punto entrò in conflitto con la classe dominante dei milites. Esso era invece un’organizzazione costruita interamente ex novo a cavallo tra il XII e il XIII secolo, attraverso la scomposizione di legami sociali preesistenti e la ricomposizione di forme di solidarietà del tutto nuove, che avvicinavano gruppi sociali che in apparenza avevano ben poco in comune. Questo processo, eccezionalmente rapido, di costruzione di nuove forme di aggregazione e di identità sociale rende a mio parere questa fase una delle più importanti – o forse la più importante – della storia dei Comuni dell’Italia centro-settentrionale.
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Miniatura dai 'Tacuina sanitatis' (XIV sec.), raffigurante la vendita di forniture in seta.

Miniatura dai ‘Tacuina sanitatis‘ (XIV sec.), raffigurante la vendita di forniture in seta.

La Repubblica fiorentina come modello dello Stato moderno

di B. Beuys, Firenze nel Medioevo. Vita urbana e passioni politiche (trad. it. di A. Audisio), Milano 2000, pp. 9-14.

Quando, a cavallo del Due-Trecento, Firenze si avviava a divenire metropoli, un abbondante 26% della popolazione toscana viveva entro mura cittadine. Come una calamita, la città sull’Arno attirava la popolazione del contado: nel 1200 Firenze contava circa 40000 abitanti, saliti a 110000 anime nel 1300. Soltanto le Fiandre potevano sopportare una tale concentrazione cittadina. Nel resto dell’Europa territorio e popolazione vivevano al 90% nel segno di una società agraria feudale. Oggi è esattamente l’inverso. E nel mezzo si trova quel processo di civilizzazione che è impensabile senza l’urbanizzazione, senza una cultura «della città», e che si riflette nella stessa lingua: civitas – civiltà – cittadino. Civis, «colui che appartiene a uno Stato», è ora civis urbanus, «cittadino» ovvero abitante di una città, in contrapposizione a «contadino», abitante del contado, della campagna. La cultura urbana mantiene tuttavia il carattere di cultura «civica» nel senso di appartenenza a una comunità politica.

Andrea da Firenze, Cristo con la Croce sulla via del Calvario. Affresco, 1365-68. Firenze, Chiesa di Santa Maria Novella.

Andrea da Firenze, Cristo con la Croce sulla via del Calvario. Affresco, 1365-68. Firenze, Chiesa di Santa Maria Novella.

Non c’è dubbio: partendo dall’epoca curtense il mondo europeo moderno si affermò definitivamente deviando per la via traversa dell’assolutismo. Ma fu un’era in cui la ristrettezza mentale, l’arbitrio statale e la mancanza di libertà dominavano in una misura sconosciuta ai tempi precedenti. A tal proposito si dimentica facilmente che molte radici della nostra civiltà affondano negli anni in cui le due Americhe non erano state ancora scoperte e in Europa, a dispetto di tutto il pluralismo conflittuale, i confini si potevano attraversare senza passaporto.
Le città dell’Italia settentrionale e della Toscana sono state – accanto alle Fiandre – le precorritrici della politica, dello stile di vita e della cultura civica, con Firenze, infine, in capo a tutte. Fu qui che, come in un laboratorio della modernità, gli abitanti – dopo il tramonto del mondo antico – intrapresero per la prima volta il tentativo di convivere in armonia in uno spazio ristretto e di sperimentare nuove forme di vita politica, sociale e religiosa. Il compito, in condizioni mutate e in prospettiva diversa, è rimasto lo stesso: come si può ottenere che individui di raggruppamenti diversi, con abitudini, convinzioni e obiettivi assai discordi, possono convivere liberamente in un ambiente limitato, sviluppando tuttavia con convinzione un senso di solidarietà e di comunità? Come possono combinarsi le aspirazioni dell’individuo e gli interessi della totalità, senza danno e senza costrizione? Secondo lo storico Arno Borst questo «senso civico» crea «lo spazio di libertà di una comunità che si autogoverna preponendo il massimo bene come all’interesse individuale, con il fiero sentimento di un comune radicamento nel consorzio patrio, al di là di ogni barriera, con il senso di corresponsabilità per un’esistenza di tutti degna di esseri umani».

Campanile di Giotto. Vista da Piazza San Giovanni. Firenze.

Campanile di Giotto. Vista da Piazza San Giovanni. Firenze.

Nell’Impero tedesco la «cittadinanza» e la nobiltà camminavano in due mondi separati e quelle stesse città che si erano sottratte alla tutela del loro grande proprietario ecclesiastico o laico erano costrette in continuazione a strappare a caro prezzo da lui – o dall’imperatore loro alleato – le proprie libertà sotto forma di privilegi. Il Comune sull’Arno, invece, fin dal 1250 era una repubblica di diritto autonomo. Già nel 1183, con la pace di Costanza seguita a lotte sanguinose, le città della Lega Lombarda avevano ottenuto di fatto l’indipendenza dall’imperatore Federico Barbarossa. Adesso esse approfittavano della lotta fra l’imperatore Federico II e i papi romani e del vuoto di potere seguito alla morte di Federico nel 1250 per scuotere definitivamente le catene giuridiche che le legavano all’Impero. La repubblica inaugurata a Firenze nel 1250 sarebbe durata – nonostante i rilevanti inceppamenti patiti soprattutto al tempo dei Medici – oltre 250 anni.
Ai primi del Quattrocento Leonardo Bruni, uno dei più eminenti umanisti e dal 1427 al 1444 cancelliere della Repubblica fiorentina, scriveva: «… sopra tutto con ogni diligenza si provvede che vi regni la santissima giustizia… dipoi, che ci sia la libertà, senza la quale questo popolo mai fu disposto a vivere». Parole solenni, largamente smentite dalla realtà. Nella Repubblica di Firenze comandavano i casati più ricchi ed economicamente potenti, da 60 a 70 famiglie sostenute da consorterie e «partiti» legate mani e piedi ai capi. La Parte fiorentina, non prevista da alcune leggi, fu la più importante istituzione sull’Arno. Le massime e le alte cariche politiche e amministrative, previste a breve termine, erano appannaggio di non più di 3000 Fiorentini maschi. Eppure la libertà, continuamente invocata, non era poi una parola tanto vuota in Firenze. Gli ideali repubblicani rimasero sicuramente una meta lontana, e tuttavia il loro continuo richiamo produsse i suoi effetti.

Ritratto di Leonardo Bruni.

Ritratto di Leonardo Bruni.

Quando nel 1581 Michel Montaigne visita Firenze, allora capitale dell’assolutistico Granducato di Toscana, i Fiorentini gli appaiono come l’immagine di quella «libertà perduta» che da tanto tempo è diventata il segno di un tempo perduto. Il libero Comune sull’Arno, definitivamente tramontato nel 1530, non era una democrazia come il ventesimo secolo l’intende. Nella Firenze del tardo Medioevo e del Rinascimento l’ingiustizia sociale e l’oppressione regnavano sovrane. Soltanto una minoranza godeva dei diritti civili. Della stragrande maggioranza degli abitanti di quel tempo non è rimasta traccia, o accenno alla loro vita, ai loro sentimenti. (Ma non si dimentichi che in molte parti d’Europa il diritto di voto è stato riconosciuto alle donne soltanto nei primi decenni del Novecento, che per secoli il potere è rimasto nelle mani di pochi casati patrizi e che a mercanti e corporazioni era negato il diritto di parola. E, in questi nostri anni e giorni, stanno dinanzi agli occhi di tutti lo strapotere e l’occupazione delle istituzioni da parte di fazioni e partiti).
Nonostante tali limiti, bisogna mettere in conto un fatto rilevante, senza il quale Firenze non avrebbe esercitato il suo ruolo di prototipo in Europa. In quel periodo si formò sull’Arno una società aperta e tollerante, inusitata per il mondo d’allora. Qui l’Inquisizione intervenne meno che altrove. Gli artisti forestieri erano benvenuti, quando ad esempio in Siena potevano esercitare soltanto pagando una tassa spropositata. Arnolfo di Cambio, scultore e architetto del Duomo, o Giotto di Bondone venivano di fuori, eppure godettero di alta stima e onore finché vissero e, ovviamente, furono sepolti in Duomo.

Lorenzo Ghilberti, Autoritratto - Testina in bronzo. Firenze, Battistero (porta nord).

Lorenzo Ghilberti, Autoritratto – Testina in bronzo. Firenze, Battistero (porta nord).

Coluccio Salutati e Leonardo Bruni, i cancellieri più celebri della Repubblica fiorentina, ma non nativi, frequentavano gli ambienti più alti della città e divennero il motore di nuovi sviluppi. Nessuno si sognò di tenerli a distanza come «stranii», forestieri. Quando Palla Strozzi, uno dei cittadini più abbienti di Firenze, Coluccio Salutati e Lorenzo Ghilberti s’incontravano in piazza della Signoria – la brevità del cammino favoriva i frequenti incontri in un poso o nell’altro – discutevano da esperti sul progetto di un nuovo portale di bronzo per il Battistero, che uscì appunto dalla bottega del Ghilberti. Oppure avveniva che Palla Strozzi li invitasse a casa per mostrar loro un manoscritto greco di età classica che egli aveva appena comperato.
Il frate Girolamo Savonarola era di Ferrara. Il suo successo fiorentino fra il 1494 e il 1498 non fu opera di magia nera, né fu un “infortunio sul lavoro” nella storia di Firenze. I Fiorentini, senza distinzione di ceto sociale, si entusiasmarono del priore del convento di San Marco perché egli prometteva la realizzazione di quelle utopiche aspirazioni repubblicane che, non intaccate ufficialmente sotto i Medici, erano state tuttavia rinnegate e non avevano più chi le difendesse. A partire dal 1282 le «arti» occupavano le massime cariche politiche, ma senza che sull’Arno potesse imporsi un rigido, fossilizzato governo delle corporazioni. L’appartenenza simultanea a due arti non era un fatto raro, e chi operava e vendeva al Mercato pur non appartenendo a un’arte, non aveva nulla da temere. I diversi ceti sociali non vivevano isolati come in un ghetto, bensì porta a porta. Certo, in alcune zone della città – soprattutto intorno a Santa Croce e a San Frediano – si concentrava un maggior numero di case di lavoratori che non in altre. Ma nell’insieme ricchi e poveri si distribuivano in ugual misura nei quartieri cittadini.

La virtù dei mercanti ha nome ragione, per se parecchie volte essi la contraddicono. Il consenso all’interno delle mura cittadine è la condizione indispensabile perché l’economia fiorisca e prosperino gli affari. In Firenze, già nel Duecento la nobiltà cittadina e i casati borghesi dominanti intrecciarono vincoli familiari, si collegarono negli affari, sicché avevano ottimi motivi per promuovere una medesima politica d’interessi nel governo della città. Più che altrove, a partire dal 1350, la gente nuova, i nuovi ricchi, cittadini immigrati dalla Toscana, riuscì a ottenere prestigio e cariche.
Fin dai suoi inizi la Repubblica fiorentina si richiamò al modello dell’antica epoca romana. Anche per questo motivo è importante far luce sui suoi primi anni nel Duecento. Il notaro Brunetto Latini, di stimata famiglia borghese, fu nel 1274 il primo cancelliere della Repubblica. Ritornato dall’esilio in Provenza, introdusse sull’Arno la passione per lo stile di vita franco-provenzale; e il suo Tesoretto, una miscela di scienza naturale, di storia, di morale e di politica in versi volgari, era fra le letture preferite dei mercanti e dei banchieri fiorentini (versati nelle lettere assai prima dei loro colleghi a nord delle Alpi). Al pari del suo contemporaneo Remigio de’ Girolami, domenicano, priore e lettore (“docente”) alla scuola conventuale di Santa Maria Novella, Brunetto si entusiasmò dell’antichità classica, in particolare della Stoà, e Cicerone era il suo favorito. Entrambi convinti repubblicani, insegnarono ai loro concittadini a preporre il bene comune al successo individuale. E Remigio, il frate, propose una tesi provocante e assai terrena: «Chi non è cittadino, non è neppure uomo».
Nelle città antiche il giovane cristianesimo era sopravvissuto alle migrazioni delle tribù germaniche. I suoi vescovi provenivano dalla nobiltà cittadina e salvarono per convinzione l’antico patrimonio culturale pagano trasmettendolo alla nuova epoca. Tommaso d’Aquino, compatriota e contemporaneo di Latini e di fra’ Remigio, operando una sintesi di cristianesimo e di filosofia aristotelica creò un edificio dottrinale al quale tuttora la Chiesa romana si richiama. Praticamente nessuno si scandalizzò allorché, nell’ultimo quarto del Trecento, Firenze fu testimone dei primi passi di un processo che ebbe fra i principali iniziatori e promotori Luigi Marsili, frate del convento di Santo Spirito, e Ambrogio Traversari, monaco – poi abate e intimo consigliere papale – nel monastero di Santa Maria degli Angeli. Anzi: l’ambiente colto di Firenze era fiero di quelle guide spirituali e affollava i loro circoli di discussione e i colloqui nelle anguste celle e nei tranquilli chiostri conventuali. Fu il tempo in cui sull’Arno si iniziò un movimento entrato nella storia con l’etichetta di «Umanesimo».

Cosimo Rosselli, Il miracolo del calice. Affresco, 1481-86. Dettaglio - Tre membri dell'Accademia Platonica medicea (Leon Battista Alberti, Pico della Mirandola e 'Poliziano').

Cosimo Rosselli, Il miracolo del calice. Affresco, 1481-86. Dettaglio – Tre membri dell’Accademia Platonica medicea (Leon Battista Alberti, Pico della Mirandola e ‘Poliziano’).

Questi primi umanisti fiorentini predicavano – in contrasto con i loro successori privatistici della signoria medicea – un repubblicanesimo civico impegnato che chiedeva ai membri dell’élite cittadina una vita attiva al servizio della res publica. Come Remigio de’ Girolami un secolo prima, Coluccio Salutati e Leonardo Bruni erano convinti che fosse vero uomo soltanto colui il quale – secondo gli ideali della Repubblica fiorentina – oltre che della cultura, fosse dotato delle virtù civiche. La magnificenza dell’epoca medicea e i loro celebrati successori quali Marsilio Ficino o Giovanni Pico della Mirandola hanno messo ai margini questi primi umanisti. Parte dei loro valori politici e della loro ferma fede nella capacità dell’uomo di educarsi si ritrovano poco meno di 400 anni dopo nei quadri della costituzione americana.
Non erano pochi i giorni dell’anno in cui i lavoratori o gli imprenditori della lana, i tessitori e i muratori lasciavano il lavoro per correre in strada e in piazza. Gli abitanti di Firenze avevano il genio per la festa giocosa. Poteva trattarsi di festività religiose, nelle quali la città prendeva coscienza della propria identità; in capo a tutte il 24 giugno, festa del protettore san Giovanni Battista. In quei giorni si svolgevano solenni processioni durante le quali le confraternite religiose rappresentavano episodi della Bibbia, le merci più belle venivano esposte fuori dalle botteghe, tessuti pregiati venivano stesi sopra le piazze come tende da sole, e nel tardo pomeriggio ci si dava appuntamento a eccitanti corse di cavalli – i «palii» – attraverso la città. Le case facevano da fondale a un palcoscenico pubblico sul quale ogni Fiorentino recitava la sua parte. I Subalpini amano il gioco teatrale, il dramma sotto gli occhi di tutti, più dei loro parenti del Nord. Fare bella figura è parte della loro natura: in modo affatto particolare dei Fiorentini. «Da tutte le fonti d’informazione d’epoca, dalle descrizioni, dai trattati, dalle biografie, dalle novelle e cronache traspare costantemente la grande importanza che i Fiorentini (non diversamente da quelli d’oggi) attribuivano all’apparenza, al portamento e al vestito, all’atteggiarsi, alle parole e ai gesti, quanto essi fossero attenti a tali cose e come dalla loro osservanza giudicassero la propria o altrui potenza… o impotenza» (Volker Breidecker, Florenz oder: Die Rede, die zum Auge spricht [Firenze: il parlare che si rivolge all’occhio]).
Celebrazioni religiose con il volto di dimostrazioni politiche, freddo calcolo mercatantesco e fede incrollabile nel potere delle immagini e reliquie sacre, amore della grande messinscena e profonda sfiducia negli uomini, rivendicazione della libertà cittadina e divieto agli indispensabili lanieri di unirsi in corporazione, passione per gli antichi autori pagani, rifiuto dell’autorità papale e insieme nessuna sorta di dubbio sulla Chiesa romana, fonte esclusiva di santificazione, sfrenato orgoglio di campanile e stile di vita cosmopolita, saldo radicamento nel quartiere cittadino e fiuto internazionale: anche il mondo dei Fiorentini di sei-settecento anni fa sovrabbondava di contraddizioni. […]