Gli intellettuali del Medioevo

cit. R. Luperini et alii, La scrittura e l’interpretazione. Storia e antologia della letteratura italiana nel quadro della civiltà europea. Vol. 1, Dalle origini al Manierismo, tomo. I – La società feudale, il Medioevo latino e la nascita delle letterature europee, Firenze 2000.

Il processo di urbanizzazione favorisce lo sviluppo di un nuovo organismo culturale, l’università, struttura eminentemente cittadina. Già alla fine dell’XI secolo e poi nel corso di quello successivo erano nati centri d’insegnamento superiore, che nel XIII secolo ebbero licenza di rilasciare titolo di valore pubblico. Questi centri erano chiamati studia ed erano inizialmente legati a ordini religiosi, come le abbazie, i conventi e le chiese.

Rappresentazione di una lezione universitaria, da un codice manoscritto del XIV sec.

Rappresentazione di una lezione universitaria, da un codice manoscritto del XIV sec.

Poi nacquero le universitates, cioè grandi associazioni di studenti e di professori autonome dalla Chiesa, in cui gli insegnanti potevano essere retribuiti direttamente dagli studenti, ma potevano anche essere stipendiati dal Comune (come accadeva a Bologna, dove sorse la prima “università” italiana, attiva già a partire dal 1088).
Attraverso contrasti anche duri con il potere politico e con quello ecclesiastico (rappresentato dai vescovi metropolitani), queste associazioni conquistarono autonomia giuridica, diritto di sciopero e monopolio nel conferimento dei gradi universitari, fra i quali spicca, come titolo, la licentia ubique docendi (la «licenza d’insegnare dovunque», cioè il titolo di professore: chi lo otteneva poteva insegnare in qualsiasi università). E generalmente il licenziato, una volta diventato doctor o magister, non s’inseriva nell’universitas presso la quale aveva studiato, ma si recava altrove a insegnare o a svolgere la sua professione di notaio, medico, ecc. La nascita stessa delle universitates è dunque un segno della diffusione e della laicizzazione della cultura, che a poco a poco si affranca dalla Chiesa.
Studenti (o goliardi) e professori parlavano in latino e costituivano comunità cosmopolite che talora occupavano interi quartieri cittadini, favorendo l’incremento demografico e lo sviluppo stesso delle città. Avvenne così a Parigi, Oxford, Bologna, le tre università più antiche d’Europa. Esclusa quella di Bologna, in Italia le prime università si svilupparono nel Duecento (in quel secolo erano già attive – oltre naturalmente a Bologna – Arezzo, Siena, Padova, Piacenza e Vercelli), in concomitanza con l’affermazione del potere comunale, oppure, nel Sud, per iniziativa di Friedrich II Hohenstaufen (è il caso di Napoli e di Salerno, dove già esisteva una famosa scuola di medicina). Sempre nel corso del Duecento, Roma divenne un centro di studi ecclesiastici con la fondazione dell’Università della Curia.
Le università potevano avere quattro facoltà (ma non erano necessariamente presenti tutt’e quattro in un’unica sede). La facoltà delle Arti era dedicata alle “arti liberali”, così dette perché destinate a uomini liberi dal lavoro manuale; in essa ci si perfezionava nella conoscenza del latino e si apprendevano le discipline del Trivio (grammatica, retorica, dialettica o logica). Era la facoltà più frequentata perché i suoi insegnamenti erano propedeutici a quelli delle altre tre facoltà. Queste ultime erano medicina, diritto, teologia. A poco a poco nel corso del Duecento si sviluppò anche l’insegnamento delle “arti meccaniche”, che restò comunque meno codificato perché tali arti erano ritenute inferiori in quanto destinate alle professioni collegate con il lavoro manuale.
Il legame con la città portò le università a dover rispondere alle esigenze civili della comunità urbana. Ciò le costrinse talora a subordinarsi al controllo dell’autorità politica comunale, cosicché, dopo un primo momento in cui i contrasti furono soprattutto con la Chiesa (e in particolare con il potere episcopale), nei cui confronti era indirizzata l’istanza d’indipendenza, non mancarono, in un secondo momento, conflitti anche gravi con il potere cittadino (e il Papato appoggiò allora l’autonomia universitaria). Comunque sia, il legame fra università e professioni cittadine diventò sempre più stretto, e anch’esso contribuì alla laicizzazione della cultura.

Sino all’età comunale, le professioni intellettuali si svolgevano quasi esclusivamente all’interno delle istituzioni ecclesiastiche e nei monasteri. L’intellettuale era un chierico. Le eccezioni erano poche: tra queste, le figure laiche dei trovatori e dei giullari.
Nell’età comunale l’attività intellettuale divenne laica. I suoi contenuti culturali alimentarono una serie di professioni cittadine, tanto nel campo dell’insegnamento, quanto in quello della giurisprudenza e della medicina. Sia il maestro di scuola (privata o pubblica), sia il professore universitario erano figure sociali nuove che vivevano del loro lavoro, con uno stipendio pagato dagli studenti o dalle loro famiglie o direttamente dall’amministrazione pubblica comunale.
Va notata poi una differenza fra le professioni intellettuali fuori d’Italia e quelle dei Comuni italiani del Centro-Nord. In Francia, già dal XII secolo, l’intellettuale aveva conquistato una posizione autonoma con l’esercizio dell’attività filosofica collegata all’insegnamento. In Italia, invece, l’intellettuale appariva, nel corso del secolo successivo, pienamente e organicamente inserito nelle istituzioni e nelle professioni civili legate alle varie attività della vita comunale. Mentre fuori dall’Italia il primato appartiene all’attività filosofica, nel nostro paese il primato spettava alle attività politiche e civili. L’insegnamento stesso impartito nelle scuole cittadine e, in buona misura, anche all’università aveva un contenuto pratico.
Sia nel campo dell’insegnamento che in quello delle altre professioni cittadine, gli intellettuali del Duecento esibivano alcune competenze specifiche, due delle quali vennero ad assumere un rilievo di primo piano: la perizia tecnica del dettare (cioè del «comporre» o dello «scrivere» secondo le regole della retorica) e l’arte di divulgare o digrossare (come allora si diceva). Quest’ultima si prefiggeva lo scopo di far conoscere al ceto politico-amministrativo e alla classe mercantile e artigianale l’arte del persuadere (la rettorica) e i contenuti della cultura classica e cristiana, assunti come base per la formazione della coscienza morale e civile. Questi appunto erano i requisiti richiesti non solo ai maestri cittadini ma anche ai notai e ai giuristi letterati. Anzi sono proprio i notai e i giuristi, insieme con i medici e gli speziali, ma ancor più di loro, le nuove figure sociali d’intellettuali della vita cittadina.
Da queste categorie di intellettuali, nelle quali non esiste ancora separazione fra base umanistico-letteraria e competenze professionali (ma, anzi, reciproca compenetrazione), proveniva la maggior parte degli scrittori e dei poeti. I primi letterati italiani non furono, come i trovatori provenzali, letterati di professione, ma “dilettanti”, uomini colti e cittadini benestanti, esperti dell’ars rhetorica, che si dedicavano alla mercanzia o, più frequentemente, alle professioni di notaio o di giurista e perciò avevano un ruolo importante nelle vita economica e politica della propria città.
Accanto ai notai-poeti si diffuse poi, nei Comuni, la figura dei notai-cronisti che raccontavano la storia della propria città, dimostrando, anche in tal modo, la connessione esistente fra attività intellettuale e istituzioni urbane in cui essa si svolgeva.
Si aggiunga, infine, che il notaio doveva essere un esperto, proprio per le caratteristiche del suo lavoro, nell’arte del tradurre dal latino in volgare e dal volgare in latino, dovendo fare da intermediario fra il formulario latino della propria disciplina e la realtà culturale dei clienti che sempre più spesso conoscevano solo il volgare. Non fu certo un caso che i primi documenti di volgare scritto avessero a che fare con l’attività notarile e giuridica. Si può dunque affermare che le nuove professioni cittadine ebbero un ruolo non secondario nella diffusione del volgare come lingua scritta.

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Cavalieri provenzali

Cit. opera basata su D. Nicolle, French Medieval Armies, Oxford 1991.

La storia del sud della Francia, o Midi, era diversa da quella del Nord del paese. Nel corso del X secolo i conti di Tolosa avevano acquisito potere e si era registrata una considerevole militarizzazione dell’area. Poi, nell’XI secolo, questi grandi nobili iniziarono a perdere il controllo, e molte delle loro funzioni legate al mantenimento della pace divennero responsabilità della Chiesa. Nel frattempo stava emergendo la nuova classe militare dei milites. Alla fine del X secolo erano ancora individui di rango inferiore, che prestavano servizio come guerrieri a tempo pieno od occasionalmente per i signori locali, i fideles. Verso la metà dell’XI secolo, tuttavia, i milites erano divenuti una potenza locale, anche se le loro relazioni con l’aristocrazia maggiore erano meno “feudali” rispetto a quanto avveniva nella Francia settentrionale.

La regione di le Midi (Occitania) nel 1209.

La regione di le Midi (Occitania) nel 1209.


Fino al 1180 circa, i milites e i caballarius, di rango superiore, rimasero poco più che guerrieri di professioni, il cui status si fondava unicamente sulle virtù marziali. Eppure durante il XII secolo anche loro furono inseriti in quella vita di corte così vivacemente rispecchiata dalle canzoni dei trovatori meridionali. Se la Nord esistevano quattro tipologie di cavalieri, al Sud esistevano i ministeriales, che vivevano alla corte di un signore feudale. C’erano, naturalmente, grandi cavalieri o signori oltre che cavalieri vassalli che combattevano per lo più in adempimento ai loro doveri feudali, ma quello che distingueva il Sud era una proporzione assai più ampia di cavalieri mercenari assoldati sulla basi di contratti sia a breve, sia a lungo termine.
Le relazioni feudali erano più egualitarie rispetto a quelle del Nord, e c’erano meno cavalieri proprietari di terre o castelli che combattevano per signori feudali a loro gerarchicamente superiori sulla base di convenientiæ, ovvero di “trattati di mutua assistenza” anziché come vassalli feudali. I castelli stessi erano posseduti sulla base di una gran varietà di rapporti legali, e molti erano libere proprietà. I commerci erano sempre stati più attivi al sud, e nel XII secolo queste attività ebbero un’ulteriore espansione, in gran parte incentrata su Tolosa. Non tutte le città trassero uguale beneficio, e alcune erano più aggressive di altre. Carcassonne, per esempio, era da secoli un grande centro militare. I cavalieri di base nelle città erano un’altra caratteristica, e spesso dominavano le città assieme a più ricchi mercanti in un’epoca nella quale queste città stavano acquisendo maggiore indipendenza.
A partire dalla metà del XII secolo, anche nel profondo Sud comparvero feudi privi di castelli, mentre i diritti feudali sui mercati o le gabelle potevano essere più importanti di quelli sulla terra, dal momento che portavano più denaro. Perfino nell’XI secolo era normale che la gente ricevesse terre in cambio del pagamento di un affitto anziché di servigi militari. Tali proprietà terriere erano spesso non ereditarie, e alla morte dell’occupante tornavano all’originario signore feudale. In effetti le corvèe feudali e i castelli non costituivano la base dell’ordine sociale del Sud, come al Nord, ma erano il risultato di un sistema amministrativo profondamente radicato nel passato romano. Un risultato del “metodo meridionale” fu che nel XIII secolo una larga parte della popolazione poteva reclamare lo status di “nobile” anche se possedeva poca terra o non ne possedeva affatto. Nel 1259 nella piccola regione attorno ad Agen, per esempio, c’erano 150 domicelli, i membri al livello più basso della classe cavalleresca, in aggiunta ai milites e ai barones di rango superiore.
Non solo i guerrieri del Sud erano organizzati in modo differente, ma c’era anche un diverso atteggiamento nei confronti della guerra e dello stile di vita militaresco. I cavalieri urbanizzati prendono parte con entusiasmo ai commerci – che producevano ricchezza – vivendo in abitazioni cittadine fortificate e godendo di diritti feudali (estager) all’interno delle mura. Può darsi che lo chevalier à coite avesse una riserva urbana meno militarizzata, o potrebbe trattarsi semplicemente di un’altra forma di servizio militare dovuto dai cavalieri urbanizzati. Un metodo di organizzazione più comune era la maisnade, che sembra fosse formata dai parenti di un signore feudale, anche se perfino le forze della maisnade erano spesso rinforzate da mercenari. Nella Francia meridionale si idealizza ben poco la “gloria” cavalleresca, dove si rimaneva diffidenti rispetto a quelle che erano viste come idee della barbara Francia settentrionale. Gli ideali cavallereschi del Nord si rispecchiavano raramente al Sud, né i tornei divennero mai popolari. Perfino il termine adober, ovvero “investire” un cavaliere, continuò ad avere il significato di “dotare dell’adeguato equipaggiamento militare” così come avveniva nell’XI secolo, anziché fare riferimento a qualche mistica cerimonia.
Miniatura dal «Codex Manesse», fol. 321v (1305-1315 ca.). Combattimento tra cavalieri. Heidelberg, Universitätsbibliothek.

Miniatura dal «Codex Manesse», fol. 321v (1305-1315 ca.). Combattimento tra cavalieri. Heidelberg, Universitätsbibliothek.


Il Sud sviluppò invece i suoi più pacifici ideali di amor cortese che, fortemente influenzati dalla Spagna mussulmana e cristiana, si diffusero poi verso nord per “ammansire” i feroci guerrieri al di là della Loira. Frattanto, la più istruita classe cavalleresca del Sud, assieme agli altrettanto istruiti mercanti, era più aperta alle nuove idee. Sfortunatamente per la peculiare civiltà del Midi, queste idee includevano eresie religiose come quella dei catari, che si radicarono al Sud. Il movimento cataro o albigese fu sostenuto da nobili oltre che da cavalieri, e avrebbe portato a una successione di conflitti tra il 1209 e il 1218, e nel 1226.
L’equipaggiamento militare del Sud differiva solo nei dettagli da quello in uso nella Francia settentrionale, come dimostrato in una descrizione opera di Guilhelm de Marsan attorno al 1175:
«Procurati un buon cavallo e ti dirò io di che genere. Uno che sia veloce nella corsa e adatto alle armi. Prendilo subito e poi la tua armatura, la lancia, la spada e l’usbergo con la sua sopravveste. Fai che il cavallo sia ben sperimentato e non di cattiva qualità, e mettici sopra una buona sella e una briglia, e un peitral così che nulla sia inappropriato, e fai fare la gualdrappa dello stesso colore dipinto sullo scudo, e analogamente anche la banderuola della lancia. Procurati un cavallo da soma pronto a portare il tuo usbergo doppio e il tuo armamento ben alto in maniera che appaia più bello, e tieni sempre nei pressi degli scudieri».
Anche lo status degli scudieri del Sud era diverso. Nel XII secolo gli scudieri rimanevano servitori militari non nobili. Si prendevano cura dei cavalli, della sella e dell’armatura del loro padrone, conducevano il suo destriero (cavallo da guerra), recavano messaggi, facevano le commissioni e in campagna andavano in cerca di cibo. I cavalieri potevano anche sorvegliare il treno bagagli, mentre quelli di rango leggermente più elevato servivano a tavola. Il termine escudier (“scudiero”) poteva coincidere con quello di sirven e donzel. I sirvens erano numerosi nelle città fortificate ed è possibile che fossero paragonabili ai “sergenti” del Nord, mentre i donzels, sebbene spesso di nobili natali, fungevano anch’essi da attendenti o servitori per i cavaliers. I riferimenti duecenteschi ai donzels li descrivono impegnati a combattere in armatura cavalleresca completa o a servire a tavola, intenti ad aiutare il loro cavaliere a lavare e a indossare l’armatura anziché a prendersi cura dei suoi cavalli. Nondimeno non è chiaro se i donzels fossero aspiranti cavalieri come i juvenes del Nord, o provenissero da famiglie cavalleresche povere scivolate verso il basso nella scala sociale.
Armigeri provenzali fra XI e XIII secolo. Da sinistra a destra: un balestriere proveniente da Bigorre; un cavaliere, dotato di 'chapel-de-fer'; un sergente della Contea di Foix. Illustrazione di Angus McBride.

Armigeri provenzali fra XI e XIII secolo. Da sinistra a destra: un balestriere proveniente da Bigorre; un cavaliere, dotato di ‘chapel-de-fer’; un sergente della Contea di Foix. Illustrazione di Angus McBride.

[…]
Nonostante l’importanza nella Francia meridionale dei soudadiers (“soldati con paga”), la distinzione tra mercenari e vassalli rimase sfumata. I mercenari meno prestigiosi comprendevano montanari a malapena civilizzati provenienti da ambedue i versanti dei Pirenei. I Guasconi, i Navarri e i Baschi rimasero molto richiesti come fanti dal XII al XIV secolo. Le loro armi più caratteristiche erano una coppia di giavellotti pesanti, o dards, che utilizzavano “alla maniera dei selvaggi Irlandesi”. Altri combattevano come arcieri, ma furono i dardiers a disturbare e a tendere imboscate con più successo contro le colonne delle truppe d’invasione della Francia settentrionale durante la Crociata contro gli Albigesi. Anche gli Aragonesi provenienti dal versante orientale dei Pirenei spagnoli si batterono come mercenari a partire dalla fine del XII secolo. Alcuni erano cavalieri o militari di cavalleria leggera, ma i più temuti erano gli almogavers (“incursori”) armati di lance o balestre.
[…]

I mercenari

di D. Nicolle, Italian Medieval Armies, 1300-1500, London 1983.

Un’Europa diversa.

Simone Martini, Guidoriccio da Fogliano all'assedio di Montemassi. Affresco, 1328. Siena, Palazzo Pubblico.

Simone Martini, Guidoriccio da Fogliano all’assedio di Montemassi. Affresco, 1328. Siena, Palazzo Pubblico.

I mercenari furono un elemento caratteristico dell’Europa del XIV e del XV secolo, sebbene li si conoscesse già da tempo. Tuttavia, in Italia si sviluppò un sistema di arruolamento, retribuzione e organizzazione particolarmente sofisticato. Esso divenne noto come il sistema dei condottieri, e fu il prodotto delle peculiari condizioni politiche, economiche e sociali italiane.
Il Paese era frammentato in numerosi Stati indipendenti, molti dei quali erano più urbanizzati e maggiormente sviluppati economicamente rispetto ai territori a nord delle Alpi. Inoltre, il cosiddetto sistema feudale, che regolava il possesso della terra e i rapporti di potere, in pochi casi si era radicato in Italia, eccetto che nel profondo Sud e in alcune periferiche regioni di montagna al Nord. Le milizie cittadine, nelle quali i poveri costituivano la fanteria e i ricchi prestavano servizio come cavalleria, fino al XIV secolo erano state guidate da un’aristocrazia avente la propria base nelle città. Nel periodo compreso tra l’XI e il XIII secolo, tali forze avevano permesso ai centri urbani di dominare le campagne circostanti. Protessero anche l’Italia dalla dominazione dell’imperatore tedesco, il quale reclamava l’autorità sulla maggior parte della penisola. Frattanto le campagne fornivano le reclute ed erano punteggiate di castelli, la maggior parte dei quali dipendevano dalle città o erano di proprietà dei signori che per lo più vivevano in città.
L’importanza del soldato mercenario sorgeva col declinare in termini di efficacia delle milizie cittadine, o allorché l’aggressività politica di una città richiedeva un esercito permanente, o ancora quando le tensioni politiche creavano spaccature in seno alla milizia. Era raro che i mercenari venissero assoldati perché gli abitanti delle città, sempre più ricchi, intendevano pagare altri che assolvessero in loro vece gli impopolari obblighi militari.
Il risultato fu la nascita della figura del condottiero, il capo dei mercenari il cui nome derivava dalla condotta, ovvero il contratto tra questi e colui che lo assoldava, anche se il termine finì per indicare tutte le analoghe figure di mercenario. Che fosse un comandante o un umile soldato di truppa, il condottiero italiano del XIV secolo era un professionista scrupoloso le cui capacità non sono mai state messe in dubbio, a differenza di quanto è spesso avvenuto per quanto riguarda la sua lealtà. Nei secoli successivi, la cattiva reputazione dei condottieri, fatto piuttosto ironico, fu un prodotto delle critiche provenienti dall’Italia stessa. Il più famoso tra questi critici fu Niccolò Machiavelli, il commentatore politico del XVI secolo, che però non fu l’unico stratega da salotto a lanciare un’ingiustificata accusa del sistema dei condottieri. Per quanto un mercenario non ambisse, com’è ovvio, a una morte da eroe, era pur sempre un uomo d’affari la cui sopravvivenza dipendeva da una buona reputazione e da risultati militari soddisfacenti.
Il fatto che il sistema sia durato tanto a lungo dovrebbe far presumere un discreto successo, e sembra che la guerra nell’Italia medievale – un’area di notevoli tensioni sociali, economiche, politiche e perfino religiose – sia stata in generale non meno distruttiva che in altre parti d’Europa. Anche il venir meno del sistema dei condottieri di fronte alle invasioni straniere all’inizio del XVI secolo non fu tanto l’effetto delle sue debolezze, quanto il risultato di un cambiamento nei modelli di conduzione della guerra. Per risposta, la leadership mercenaria medievale si trasformò in qualcosa d’altro: alla fine, forse, nella classe ufficiali proveniente da quella stessa aristocrazia minore.

Donatello, Monumento equestre al Gattamelata. Bronzo, 1446-1453. Padova, Piazza del Santo.

Donatello, Monumento equestre al Gattamelata. Bronzo, 1446-1453. Padova, Piazza del Santo.

Il mercenario medievale.

I mercenari avevano giocato un ruolo fondamentale nelle guerre italiane del XII e del XIII secolo, anche se le milizie locali rimasero più importanti. La tradizione che prevedeva il servizio militare universale per i maschi di città e villaggi, imposto dai re longobardi nell’VIII secolo, fu estesa alle campagne allorché le città estesero il proprio controllo. Le milizie che ne risultavano erano organizzate attorno ai quartieri cittadini e a città subordinate, mentre il servizio prestato era di norma a carattere difensivo e di rado si prolungava per più di una settimana. Inoltre, l’orgoglio campanilistico così caratteristico in Italia faceva sì che il servizio militare venisse accettato come un dovere civico e scatenasse raramente dei risentimenti.
Dato il ruolo commerciale e militare dell’Italia durante le Crociate, e il successo degli arcieri di fanteria mussulmani provenienti dalla Sicilia, non sorprende che le tradizioni islamiche nel campo dell’arcieria si riflettessero ben presto nelle tattiche italiane. Questo si tradusse, tuttavia, nell’entusiastica adozione della balestra da fanteria anziché nello stile orientale caratterizzato dal tiro a cavallo con archi compositi. A sua volta, ciò portò ad un aumento nel peso delle armature per la cavalleria, in scudi più grandi per la fanteria, e nel bisogno di un maggiore coordinamento tra la cavalleria e la fanteria – seguite da mercenari ben equipaggiati e validamente addestrati che si incaricavano di affrontare gran parte dei combattimenti. Per esempio, Genova e Pisa, che per tradizione avevano stretto contatti commerciali con il mondo islamico, produssero i primi balestrieri professionisti d’Europa.
Molti altri soldati di fanteria misero allora da parte la lancia corta, la spada e il piccolo scudo in cambio di una lunga picca e uno scudo di tipo ampio che poggiava sul terreno, talvolta tenuto da un militare incaricato di reggerlo. I cavalieri adottarono forme più estese di armature a piastre, armature da cavallo e cavalli di riserva, equipaggiamenti che comportavano spese e addestramento assai maggiori. Queste furono le origini della lancia, termine indicante la più piccola unità di cavalleria che, per sua natura, tendeva a essere professionale e pertanto mercenaria.
Le circostanze politiche inducevano di solito chi assoldava mercenari a preferire stranieri o uomini originari di altre parti d’Italia. In effetti, molti stranieri erano giunti in Italia con gli eserciti invasori dalla Germania imperiale o dalla Francia angioina, oppure per combattere a favore del Papa contro i suoi avversari locali. Sebbene venissero inizialmente reclutate su base individuale, le unità mercenarie divennero caratteristiche permanenti di diverse città. E alcune furono ben presto arruolate come piccoli gruppi pronti agli ordini dei propri comandanti.
Le milizie comunali continuarono a dominare in Italia settentrionale, ma anche qui le cose stavano cambiando. La ragione principale del declino delle milizie settentrionali fu la frantumazione politica in fazioni anziché l’imporsi del potere di oligarchie o di signorie aristocratiche. Nel frattempo, i mercenari erano ormai facilmente disponibili, abili ed economici. L’idea di affidarsi a elementi esterni, in teoria estranei alla politica locale, aveva già dimostrato la sua validità nella figura dei podestà, massimi magistrati assoldati da fuori, che avevano già portato la pace in diverse città italiane spaccate dalle fazioni. Talvolta, agli inizi del XIV secolo, le guardie del podestà diventarono il nucleo di una compagnia mercenaria. Al contempo simili forze permanenti occorrevano non per sorvegliare le mura cittadine, compito che rimaneva responsabilità delle milizie locali, ma per tenere sotto controllo le frontiere dei contadini circostanti o per attaccare città rivali.
Questo periodo vide analogamente alcune città affidare la propria difesa a un capo mercenario e al suo esercito già pronto. Tale personaggio veniva chiamato capitano generale, e veniva stipulata una condotta. Frattanto i cittadini del posto potevano concentrarsi sulla gestione dei loro affari o commerci, pagando tasse per il mantenimento dell’esercito dei condottieri e, fin troppo spesso, riservando le proprie energie marziali per spietate lotte politiche.

Verrocchio, Monumento equestre a Bartolomeo Colleoni. Venezia, Campo Santo dei SS. Giovanni e Paolo.

Verrocchio, Monumento equestre a Bartolomeo Colleoni. Venezia, Campo Santo dei SS. Giovanni e Paolo.

Le compagnie.

L’anno 1300 segna l’emergere dei mercenari come forza dominante nell’arte della guerra dell’Italia medievale, ma gruppi di soldati con capacità specialistiche venivano reclutati da lungo tempo in unità identificabili come tali. Questi comprendevano i cavalieri francesi e i balestrieri pisani. In questo modo si semplificavano le cose per gli addetti alle paghe, mentre l’efficienza di tali unità era accresciuta dal momento che i suoi componenti conoscevano il proprio capo e avevano esperienza delle proprie tattiche.
Il materiale documentario si concentra sui comandanti assai noti, ma le compagnie guidate dai primi condottieri rimasero di piccole dimensioni. Guglielmo della Torre, per esempio, assurse dai ranghi dei mercenari per comparire nel libro paga dei Senesi nel 1285 a capo di 114 cavalieri. Una compagnia d’inizio XIV secolo era forte di circa 800 uomini, compresi sia quelli a cavallo, sia quelli a piedi, ma era un’eccezione. Così come lo erano le enormi bande di saccheggiatori vagabondi che attiravano l’attenzione dei cronisti dell’epoca.
La natura stagionale e a breve termine delle guerre italiane rendeva incerte le prospettive di un mercenario tipico, e quando i tempi si facevano duri questi era spesso costretto a divenire un bandito per procacciarsi il pane. Molti mercenari erano stranieri e scoprirono che le loro possibilità di successo erano maggiori se si univano in bande. La maggioranza delle compagnie più grandi degli inizi del XIV secolo era, infatti, nata dalla fusione di unità più piccole raccoltesi assieme per superare un periodo di magra. Forse per questo motivo erano tanto democratiche. Il comandante in capo veniva eletto, le decisioni erano precedute da ampie consultazioni, e i consiglieri che rappresentavano la truppa partecipavano alla stipula dei contratti, mentre il bottino veniva diviso sulla base del grado e dell’anzianità di servizio.
Tra queste prime compagnie libere ci fu la Compagnia di Siena, che operò in Umbria (1322-1323), la Compagnia del Cerruglio, che operò nell’area di Lucca (1329-1330) e i Cavalieri della Colomba, che furono attivi in Lombardia e in Toscana (1334). In queste prime formazioni predominavano i cavalieri tedeschi, ma anche i Catalani giocarono un ruolo essenziale, in particolare alcuni leader come Guglielmo della Torre e Diego de Rat. La Grande Compagnia Catalana, che devastò l’Impero bizantino più o meno in questo periodo, traeva le sue origini dalle truppe catalane portate nell’Italia meridionale da re Federico d’Aragona. Il loro capo era un italiano di origine tedesca, Ruggero de Flor, definito «il padre di tutti li condottieri» da cronista fiorentino Villani. Diversi eminenti condottieri italiani avevano anche ambizioni territoriali. Castruccio Castracani, per esempio, servì molti principi prima di assumere il controllo di Lucca, sua città natale (1314-1328). Al contrario, Guidoriccio da Fogliano rimase un soldato di professione che servì fedelmente Siena (1327-1334) prima di combattere per Mastino della Scala di Verona.
Il numero dei mercenari non Italiani in Italia all’inizio del XIV secolo era considerevole: almeno 10000 cavalieri tedeschi solo tra il 1320 e il 1360. Svizzeri, Catalani, Provenzali, Fiamminghi, Castigliani, Francesi e Inglesi erano tutti presenti, mentre gli Ungheresi fecero la loro apparizione dopo il 1347. Le grandi compagnie da loro formate rappresentavano adesso contingenti militari significativi. La prima delle temute compagnie libere fu la Compagnia di San Giorgio, costituita da Lodrisio Visconti con veterani smobilitati nella vana speranza di assumere il controllo della natìa Milano nel 1339-1340.
Werner von Ürslingen, un condottiero tedesco di spicco, era un superstite di quella compagnia e fu il fondatore della più efficace Grande Compagnia due anni più tardi. Nel 1342, un’altra Grande Compagnia contava a quanto pare 3000 cavalieri più un egual numero di uomini al seguito. Circa dieci anni più tardi, a quel che sembra, era cresciuta notevolmente, e consisteva ora di 10000 combattenti, comprendenti 7000 cavalieri e 2000 balestrieri, più altri 20000 civili al seguito. La sua organizzazione era parimenti impressionante, con un commissario stabile e un sistema giudiziario interno, che includeva delle forche mobili.
La Grande Compagnia si trasferiva di città in città in cerca di denaro e offrendo in cambio protezione, o richiedendo paga in sovrappiù prima di lasciare il servizio di una città. La spietatezza di queste prime compagnie di condottieri era spaventosa. Nondimeno i loro atteggiamenti erano tipici del XIV secolo, un periodo di inquietudine, rivolte sociali e di temute epidemie di Peste Nera, la peste bubbonica che spazzò via un terzo della popolazione italiana.
Eppure anche la Grande Compagnia ebbe dei fallimenti. Nel 1342 una linea di pali appuntiti difesa dalla determinata milizia di Bologna negò alle truppe di Werner von Ürslingen il passaggio lungo la Val di Lamone per due mesi, fino a che non fu raggiunto un accordo. Nel 1358, agli ordini di Conrad von Landau, la Grande Compagnia fu messa in rotta da balestrieri e contadini coscritti della milizia di Firenze, sempre in una stretta vallata. In cerca di vendetta, l’anno seguente la Grande Compagnia fu sconfitta perfino su un terreno di propria scelta. Stavolta i vincitori consistevano in un esercito di mercenari italiani, tedeschi e ungheresi agli ordini di Pandolfo Malatesta, il primo rappresentante di questa famiglia a farsi una reputazione come mercenario. Pandolfo era anche l’esponente di una nuova tipologia, il principe mercenario che offriva i suoi servigi e la sua esperienza militare in cambio del benessere negatogli dal proprio patrimonio nella regione povera della Romagna.

Paolo Uccello, Monumento equestre a Giovanni Acuto. Affresco, 1436. Firenze, Cattedrale di S. Maria del Fiore.

Paolo Uccello, Monumento equestre a Giovanni Acuto. Affresco, 1436. Firenze, Cattedrale di S. Maria del Fiore.

Gli avventurieri inglesi.

Quando tra Inghilterra e Francia fu concordata una pace temporanea nel 1360, ponendo fine alla prima fase della Guerra dei Cent’anni, molti soldati inglesi si ritrovarono in difficoltà. Dopo aver devastato la valle del Rodano nella Francia orientale, circa 6000 di loro accettarono di porsi agli ordini di Albert Sterz, un cavaliere tedesco, e andarono a combattere per il duca di Savoia. Qui furono chiamati la Compagnia Bianca, e anche se gli Italiani si riferivano a loro come agli “Inglesi”, comprendevano Tedeschi, Francesi, Scozzesi e Gallesi. Si dice che il nome di Compagnia Bianca rispecchiasse la gran quantità di armature a piastre da loro indossate, che non venivano celate dagli abiti com’era in voga in Italia.
Il vistoso successo di questa compagnia dipese dalla sua disciplina superiore, anche se tutt’altro che perfetta, oltre che dalle tattiche apprese durante la Guerra dei Cent’anni, nonché dalla sua nota ferocia.
Gli uomini d’arme della Compagnia Bianca erano suddivisi in lance di due soldati, un caporale e il suo scudiero, anche se non era necessario che il primo fosse fatto cavaliere, oltre a un ragazzo, o valletto. Per quanto combattessero anche a cavallo, i componenti della Compagnia Bianca confondevano i loro avversari con tattiche di fanteria nelle quali i due uomini d’arme tenevano un’unica pesante lancia a mo’ di picca. Potevano perfino passare all’offensiva a piedi avanzando a ranghi serrati, mentre i paggi recavano i loro cavalli in caso di un inseguimento o di una ritirata improvvisa. Cinque lance formavano una posta, cinque poste formavano una bandiera.
Un’innovazione ancor più devastante per l’arte della guerra italiana fu l’arco lungo. Quest’ultimo non aveva la portata degli archi compositi e delle balestre, ma combinava la celerità di tiro dei primi con la potenza delle seconde. Gli archi lungi si potevano anche trovare in Italia, ma tendevano a essere utilizzati per andare a caccia più che per la guerra. Nondimeno, i rapidi sviluppi nel settore delle balestre, che richiedevano minore addestramento e minore forza, la crescente diffusione delle armi da fuoco portatili, e l’influenza delle nuove e più potenti tipologie turche di arco composito, resero gli archi lunghi della Compagnia Bianca un fenomeno effimero nel panorama bellico italiano.

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