La morte di Cola di Rienzo (Anon. rom. Cronica, cap. xxvii)

di P. Trifone, Roma e il Lazio. Vol. 2: Antologia di testi commentati, Torino 1992, pp. 114-120.

Tor Crescenzia (detta Casa di Cola di Rienzo). Roma, via di Ponte Rotto.

Tor Crescenzia (detta Casa di Cola di Rienzo). Roma, via di Ponte Rotto.

L’anonimo autore della Cronica fu studente all’Università di Bologna: «lo demorava nella citate de Bologna allo Studio e imprenneva lo quarto della Fisica»[1].

Questo dato, che costituisce una delle pochissime certezze della sua biografìa viene in genere inteso nel senso che egli era studente del quarto anno di medicina. Sanfilippo ha rilevato peraltro una dissonanza tra la condizione di studente in medicina e la nobiltà di sangue, attribuita all’Anonimo sulla scorta di un vago richiamo autobiografico alla propria ientilezza, in un brano lacunoso del Prologo: «Dunqua io, lo quale … mea ientilezza»[2]. Sanfilippo solleva la questione dell’«incompatibilità sociale tra l’essere nobile e l’essere medico», che secondo lo studioso potrebbe risolversi tenendo presente che a Roma come a Firenze, a Bologna e in tutta l’Italia comunale l’appellativo di gentiluomini non si riferiva più esclusivamente ai nobili ma designava anche i membri del «ceto urbano emergente». Va detto tuttavia che esiste anche una diversa interpretazione del passo della Cronica citato all’inizio: «Lo scrittore vuol dire invece che studiava il quarto libro della Fisica aristotelica, uno dei libri di testo fondamentali della facoltà di artes, come subito vide il Muratori, che pubblicò l’opera con il titolo di Historiae Romanae Fragmenta»[3].

Qualunque sia l’effettivo status sociale e professionale dell’Anonimo – nobile, mercante, medico, umanista o altro – bisogna ammettere che il profilo che si adatta meglio alla sua cultura e alla sua ideologia è quello di un intellettuale «laico» vicino alla borghesia municipale, di cui racconta le aspirazioni frustrate e a cui del resto esplicitamente si rivolge, fondendo memoria personale, storiografia politica ed esercizio letterario[4].

La perentoria scelta in favore del dialetto cittadino conferma e marca i contorni di questo profilo. Sarebbe un errore pensare che l’adozione dell’idioma nativo fosse una strada assolutamente ovvia o obbligata, nella seconda metà del Trecento, per uno scrivente di sicura preparazione e di acuta sensibilità linguistica come l’Anonimo, cui l’importante esperienza bolognese doveva aver dischiuso fra l’altro un ampio orizzonte di pratiche comunicative. Anzi, sulla base dei dati ora esposti, e considerando ad esempio le incoerenze linguistiche di una lettera scritta nel 1385 da un giovane di Subiaco che studiava legge proprio a Bologna, può sorgere semmai il sospetto che nell’originale perduto della Cronica le forme letterarie si alternassero a quelle dialettali con frequenza maggiore che nell’edizione critica rigorosamente neo-lachmanniana di Porta[5].

«L’opera ène granne e bella», dichiara l’Anonimo stesso con autocoscienza di artista all’inizio della narrazione. Il suo senso drammatico dello stile lo fa propendere per una prosa asciutta e nervosa, in apparenza elementare e antiretorica, in realtà complessamente e sapientemente strutturata[6].

La tecnica compositiva della Cronica si caratterizza per la netta prevalenza della paratassi, attuata però con un’insolita varietà di soluzioni, che nell’insieme rivelano una personalità di scrittore tutt’altro che ingenua, educata certamente dalla consuetudine con i testi classici[7].

Al periodare ampio di tipo boccacciano l’Anonimo preferisce l’annotazione essenziale, mirante ad imporsi con la forza dell’evidenza. L’incisività delle frasi brevi, che tendono ad allinearsi in sequenze asindetiche, si accorda bene a un intenso e mobile realismo descrittivo, «con alcuni tratti propri dello stile epico, inarcato talora nei modi di vigorose immagini popolaresche»[8].

Le pagine celebratissime sulle ultime ore di Cola sono, in questo senso, esemplari. Basti pensare a quel dettaglio sul corpo sfigurato del tribuno, uno dei picchi espressionistici dell’intera Cronica: «Tanta era la soa grassezza, che pareva uno esmesurato bufalo overo vacca a maciello». E ancora: «Le mazza de fòra grasse», ‘le budella di fuori grasse’, con il ricorso al vocabolo «basso» mazza e alla frase senza verbo per rendere con la massima tensione e icasticità l’atroce scena. Il distacco critico nei confronti di Cola si accompagna a un percepibile senso di angoscia per il definitivo fallimento di una causa che pure non viene mai sbandierata: la restaurazione di una Roma «civile» e repubblicana.

Per un quadro dei principali aspetti linguistici della Cronica si rinvia alla I Parte, cap. I, § 6. Qui si ricorderanno soltanto alcuni fenomeni più frequenti, allo scopo di facilitare la lettura: dittongamento metafonetico (puopolo, intellietto); assimilazioni ND > nn, MB> mm, LD >ll (prennere, gammiere, sollati ‘prendere, gambiere, soldati’); passaggio di B a v (varva) e, dopo liquida o nasale, di S a z (perzona, penza); j in luogo di G palatale del toscano (iente, ‘gente’) e di i preconsonantica (aitre, uitime, ‘altre, ultime’); perfetti in –ao, –eo, –io (troncao, deo, vestio, ‘troncò, diede, vestì’); possessivi sia, tio, ‘suo, tuo’, analogici su mio. Si segue il testo dell’edizione critica di Porta[9]; il commento si è giovato anche del glossario presente in Porta[10] e delle annotazioni di Serianni[11].

Federico Faruffini, Cola di Rienzo contempla le rovine di Roma. Olio su tela, 1855. Pavia, collezione privata.

Federico Faruffini, Cola di Rienzo contempla le rovine di Roma. Olio su tela, 1855. Pavia, collezione privata.

Ora voglio contare[12] la morte dello tribuno. Aveva lo tribuno fatta una gabella[13] de vino e de aitre cose. Puseli nome ‘sussidio’. Coize[14] sei denari per soma[15] de vino. Coglievase la moita moneta. Romani se llo comportavano per avere stato[16]. Anco stregneva lo sale per più moneta avere[17]. Anco stregneva soa vita e soa famiglia[18] in le spese. Onne cosa penza per sollati[19]. Repente[20] prese[21] uno citatino de Roma nobile assai, perzona sufficiente, saputa[22]: nome avea Pannalfuccio de Guido[23]. Omo virtuoso, assai desiderava la signoria dello puopolo[24]. E sì lli troncao[25] la testa senza misericordia e cascione[26] alcuna. Della cui morte tutta Roma fu turbata. Staievano[27] Romani como pecorella. Queti non osavano favellare. Così temevano questo tribuno como demonio. In loco consilii obtinebat omnem suam voluntatem, nullo consiliatore contradicente. Ipso instanti ridens plangebat et emittens lacrimas et suspiria ridebat, tanta inerat ei varietas et mobilitas voluntatis[28]. Ora lacrimava, ora sgavazzava[29]. Puoi se deo a prennere la iente[30]. Prenneva questo e quello, revennevali[31]. Lo mormuorito[32] quetamente per Roma sonava. Perciò a fortezza de sì sollao[33] cinquanta pedoni romani per ciasche rione, priesti ad onne stanno[34]. Le pache non li dava. Prometteva onne dìe[35]. Tenevali in spene[36]. Promettevali abunnanzia de grano e cose assai. Novissime[37] cassao Liccardo[38] della capitania e fece aitri capitanii. Questa fu la soa sconfittura. Allora lassao Liccardo lo predare e llo sollicito guerriare[39], mormorannose debitamente[40] de sì ingrato omo. Era dello mese de settiembro[41], a dìi otto. Staieva Cola de Rienzi la dimane in sio lietto. Avease lavata la faccia de grieco[42]. Subitamente veo[43] voce gridanno: «Viva lo puopolo, viva lo puopolo». A questa voce la iente traie[44] per le strade de·llà e de cà. La voce ingrossava, la iente cresceva. Nelle capocroce[45] de mercato accapitao[46] iente armata che veniva da Santo Agnilo e da Ripa e iente che veniva da Colonna e da Treio[47]. Como se ionzero insiemmori[48], così mutata voce dissero: «Mora lo traditore Cola de Rienzi, mora!» Ora se fionga[49] la ioventute senza rascione, quelli proprio che scritti[50] aveva in sio[51] sussidio. Non fuoro[52] tutti li rioni, salvo[53] quelli li quali ditti soco[54]. Curzero allo palazzo de Campituoglio. Allora se aionze[55] lo moito puopolo, uomini e femine e zitielli[56]. Iettavano prete[57]; faco[58] strepito e romore; intorniano lo palazzo da onne lato, dereto e denanti[59], dicenno: «Mora lo traditore che hao[60] fatta la gabella, mora!» Terribile ène[61] loro furore. A queste cose lo tribuno reparo non fece. Non sonao la campana, non se guarnìo[62] de iente. Anco da prima diceva: «Essi dico[63]: “Viva lo puopolo”, e anco noi lo dicemo. Noi per aizare[64] lo puopolo qui simo[65]. Miei scritti sollati so’[66]. La lettera dello papa della mea confirmazione venuta ène. Non resta se non piubicarla[67] in Consiglio». Quanno a l’uitimo vidde che·lla voce terminava a male, dubitao forte[68]; specialemente ché esso fu abannonato da onne perzona vivente che in Campituoglio staieva. Iudici, notari, fanti e onne perzona aveva procacciato de campare la pelle. Solo esso con tre perzone remase, fra li quali fu Locciolo Pellicciaro, sio parente[69]. Quanno vidde lo tribuno puro[70] lo tumuito dello puopolo crescere, viddese abannonato e non proveduto[71], forte se dubitava[72]. Demannava[73] alli tre que[74] era da fare. Volenno remediare, fecese voglia e disse: «Non irao[75] così, per la fede mea». Allora se armao guarnitamente de tutte arme a muodo de cavalieri, la varvuta in testa, corazza e falle e gammiere[76]. Prese lo confallone dello puopolo e solo se affece[77] alli balconi della sala de sopra maiure[78]. Destenneva la mano, faceva semmiante[79] che tacessino, ca[80] voleva favellare. Sine dubio[81] che se lo avessino scoitato[82] li àbbera rotti[83] e mutati de opinione, l’opera era svaragliata[84]. Ma Romani non lo volevano odire. Facevano como li puorci[85]. Iettavano prete, valestravano[86]. Curro[87] con fuoco per ardere la porta. Tante fuoro le valestrate e·lli verruti[88], che alli balconi non potéo durare[89]. Uno verruto li coize[90] la mano. Allora prese questo confallone e stenneva lo sannato[91] da ambedoi[92] le mano. Mostrava le lettere dello auro[93], l’arme[94] delli citatini de Roma, quasi venissi[95] a dicere: «Parlare non me lassate. Ecco che io so’ citatino e popularo como voi. Amo voi, e se occidete me, occidete voi che romani site[96]». Non vaize[97] questi muodi tenere. Peio fao[98] la iente senza intellietto. «Mora lo traditore!» chiama[99]. Non potenno più sostenere[100], penzao per aitra via campare. Dubitavase de remanere su nella sala de sopra, perché anco stava presone[101] missore[102] Bettrone de Narba, a chi fatta aveva tanta iniuria[103]. Dubitava che non lo occidessi con soie mano[104]. Conosceva e vedeva che responneva allo puopolo. Penzao partirse dalla sala de sopra e delongarese[105] da missore Bettrone per cascione de più securitate. Allora abbe[106] tovaglie de tavola e legaose in centa[107] e fecese despozzare ioso[108] nello scopierto denanti alla presone. Nella presone erano li presonieri; vedevano tutto. Tolle li chiavi e tenneli a sé. Delli presonieri dubitava. De sopra nella sala remase Locciolo Pellicciaro, lo quale a quanno a quanno se affaceva alli balconi e faceva atti con mano, con vocca allo puopolo e diceva: «Essolo che vene ioso dereto[109]», e issino[110] dereto allo palazzo, ca dereto veniva. Puoi se volvea[111] allo tribuno, confortavalo e diceva che non dubitassi. Puoi tornava allo puopolo facenno li simili cenni: «Essolo dereto, essolo ioso dereto». Davali la via e l’ordine. Locciolo lo occise. Locciolo Pellicciaro confuse[112] la libertate dello puopolo, lo quale mai non trovao capo. Solo per quello omo poteva trovare libertate. Solo Locciolo se·llo avessi confortato, de fermo non moriva[113]; ché fu arza la sala, lo ponte della scala cadde a poca d’ora. Ad esso non poteva alcuno venire. Lo dìe cresceva[114]. Li rioni della Regola e li aitri forano venuti[115], lo puopolo cresciuto, le voluntate mutate per la diverzitate[116]. Onne omo fora tornato a casa, overo granne vattaglia stata fora. Ma Locciolo li tolle la speranza. Lo tribuno desperato se mise a pericolo[117] della fortuna. Staienno[118] allo scopierto lo tribuno denanti alla cancellaria, ora se traieva la varvuta[119], ora se·lla metteva. Questo era che abbe[120] da vero doi[121] opinioni. La prima opinione soa[122], de volere morire ad onore armato colle arme, colla spada in mano fra lo puopolo a muodo de perzona magnifica e de imperio. E ciò demostrava quanno se metteva la varvuta e tenevase armato. La secunna opinione fu de volere campare la perzona e non morire. E questo demostrava quanno se cavava la varvuta. Queste doi voluntate commattevano nella mente soa. Venze[123] la voluntate de volere campare e vivere. Omo era como tutti li aitri, temeva dello morire. Puoi che deliverao per meglio[124] de volere vivere per qualunche via potéo[125], cercao e trovao lo muodo e·lla via, muodo vituperoso e de poco animo. Ià[126] li Romani aveano iettato fuoco nella prima porta, lena[127], uoglio e pece. La porta ardeva. Lo solaro della loia fiariava[128]. La secunna porta ardeva e cadeva lo solaro e·llo lename[129] a piezzo a piezzo. Orribile era lo strillare. Penzao lo tribuno devisato[130] passare per quello fuoco, misticarese[131] colli aitri e campare. Questa fu l’uitima soa opinione. Aitra via non trovava. Dunque se spogliao le insegne della baronia, l’arme puse iò in tutto[132]. Dolore ène de recordare. Forficaose[133] la varva e tenzese[134] la faccia de tenta nera. Era là da priesso una caselluccia[135] dove dormiva lo portanaro[136]. Entrato là, tolle uno tabarro de vile panno, fatto allo muodo pastorale campanino[137]. Quello vile tabarro vestìo[138]. Puoi se mise in capo una coitra[139] de lietto e così devisato[140] ne veo ioso[141]. Passa la porta la quale fiariava, passa le scale e·llo terrore dello solaro che cascava, passa l’uitima porta liberamente. Fuoco non lo toccao. Misticaose[142] colli aitri. Desformato desformava la favella. Favellava campanino[143] e diceva: «Suso, suso a gliu tradetore!»[144]. Se le uitime scale passava era campato. La iente aveva l’animo suso allo palazzo. Passava la uitima porta, uno se·lli affece[145] denanti e sì·llo reaffigurao[146], deoli de mano[147] e disse: «Non ire[148]. Dove vai tu?» Levaoli quello piumaccio[149] de capo, e massimamente che se pareva[150] allo splennore che daiev[151]a li vraccialetti che teneva. Erano ‘naorati[152]: non pareva opera de riballo. Allora, como fu scopierto, parzes[153]e lo tribuno manifestamente: mostrao ca esso era. Non poteva dare più la voita[154]. Nullo remedio era se non de stare alla misericordia, allo volere altruio. Preso per le vraccia, liberamente[155] fu addutto per tutte le scale senza offesa fi’ allo luoco dello lione[156], dove li aitri la sentenzia vodo[157], dove esso sentenziato aitri aveva. Là addutto, fu fatto uno silenzio. Nullo omo era ardito toccarelo. Là stette per meno de ora, la varva tonnita[158], lo voito nero como fornaro, in iuppariello[159] de seta verde, scento[160], colli musacchini[161] inaorati, colle caize de biada[162] a muodo de barone. Le vraccia teneva piecate. In esso silenzio mosse la faccia, guardao de·llà e de cà. Allora Cecco dello Viecchio impuinao mano[163] a uno stuocco e deoli[164] nello ventre. Questo fu lo primo. Immediate[165] puo’ esso secunnao[166] †lo ventre †[167] de Treio notaro e deoli la spada in capo. Allora l’uno, l’aitro e li aitri lo percuoto[168]. Chi li dao, chi li promette. Nullo motto faceva. Alla prima morìo, pena non sentìo[169]. Venne uno con una fune e annodaoli tutti doi li piedi. Dierolo[170] in terra, strascinavanollo, scortellavanollo[171]. Così lo passavano como fussi criviello[172]. Onneuno ne·sse iocava. Alla perdonanza li pareva de stare[173]. Per questa via fu strascinato fi’ a Santo Marciello[174]. Là fu appeso per li piedi a uno mignaniello[175]. Capo non aveva. Erano remase le cocce[176] per la via donne[177] era strascinato. Tante ferute aveva, pareva criviello. Non era luoco senza feruta. Le mazza de fòra[178] grasse. Grasso era orribilemente, bianco como latte insanguinato. Tanta era la soa grassezza, che pareva uno esmesurato bufalo overo vacca a maciello. Là pennéo dìi doi[179], notte una. Li zitielli li iettavano le prete. Lo terzo dìe de commannamento de Iugurta e de Sciarretta della Colonna fu strascinato allo campo dell’Austa. Là se adunaro tutti Iudiei in granne moititudine: non ne remase uno. Là fu fatto uno fuoco de cardi secchi. In quello fuoco delli cardi fu messo. Era grasso. Per la moita grassezza da sé ardeva volentieri. Staievano là li Iudiei forte affaccennati, afforosi, affociti[180]. Attizzavano li cardi perché ardessi. Così quello cuorpo fu arzo e fu redutto in polve: non ne remase cica[181]. Questa fine abbe Cola de Rienzi, lo quale se fece tribuno augusto de Roma, lo quale voize[182] essere campione de Romani.

 

 

Bibliografia

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—-                   , La «Cronica» dell’Anonimo romano: problemi di inquadramento culturale e storiografico, BISI 91 (1984), pp. 423-443.

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F.A. Ugolini, La prosa degli «Historiae Romanae Fragmenta» e della cosiddetta «Vita di Cola di Rienzo», ASRP 58 (1935), pp. 1-68.

 

[1] G. Porta (a cura di), Anonimo romano, Cronica, Milano 1979, p. 89.

[2] M. Sanfilippo, Dell’Anonimo romano e della sua ed altrui nobiltà, QM 9 (1980), pp. 124-125. Cfr. anche G. Porta, op. cit., p. 4.

[3] F. Bruni, L’italiano. Elementi di storia della lingua e della cultura, Torino 19872, pp. 378-379.

[4] Sulla compresenza nella Cronica di memorialistica e storiografia si vd. G.M. Anselmi, Il tempo della storia e quello della vita nella «Cronica» dell’Anonimo romano, SPCT 21 (1980), pp. 181-194; le dinamiche sociali e politiche nella Roma di Cola e dell’Anonimo sono ricostruite da M. Miglio, Gli ideali di pace e di giustizia in Roma a metà del Trecento: gruppi sociali e azione politica, in Id., Scritture, scrittori e storia. I. Per la storia del Trecento a Roma, Roma 1991, pp. 55-81.

[5] Anche in questa, comunque, sono presenti numerose oscillazioni tra forme di diverso registro: lo sottolinea, esemplificando, T.  De Mauro, Il romanesco ieri e oggi, Roma 1989, p. XXIV n. 15. Si tenga conto del fatto che la Cronica ha una tradizione testuale assai tarda, non anteriore al XVI secolo.

[6] Si vd. F.A. Ugolini, La prosa degli «Historiae Romanae Fragmenta» e della cosiddetta «Vita di Cola di Rienzo», ASRP 58 (1935), pp. 1-66; M. Pozzi, Appunti sulla «Cronica» di Anonimo romano, GSLI 99 (1982), pp. 481-504; M. Dardano, L’articolazione e il confine della frase nella «Cronica» di Anonimo Romano, in F. Albano Leoni et alii (a cura di), Italia linguistica: idee, storia, strutture, Bologna 1983, pp. 203-222; P. Trifone, Aspetti dello stile nominale nella «Cronica» trecentesca di Anonimo Romano, SLI 12 (1986), pp. 217-239.

[7] Sulle fonti culturali dell’Anonimo cfr. L. Felici, La «Vita di Cola di Rienzo» nella tradizione cronachistica romana, StudRom 25 (1977), pp. 325-345, M. Miglio, Et rerum facta est pulcherrima Roma, in Id., Scritture, scrittori e storia. I. Per la storia del Trecento a Roma, Roma 1991, pp. 11-53 e G.M. Anselmi, La «Cronica» dell’Anonimo romano: problemi di inquadramento culturale e storiografico, BISI 91 (1984), pp. 423-443, che pongono in risalto rispettivamente i rapporti con la tradizione cronachistica cittadina, con quella classica e con quella emiliano-veneta; si vedano anche G. Tanturli, La Cronica di Anonimo romano, Paragone» 31 (1980), pp. 84-93 e V. De Caprio, Roma e Italia centrale nel Duecento e nel Trecento, in A. Asor Rosa (a cura di), Letteratura italiana. Storia e geografia, vol. I, L’età medievale, Torino 1987, pp. 499-505.

[8] F. Bruni, Dalle Origini al Trecento, in Storia della civiltà letteraria italiana, diretta da G. Bàrberi Squarotti, vol. I, 2 tomi, Torino 1990, p. 678.

[9] G. Porta (a cura di), op. cit., pp. 258-265.

[10] Id. (a cura di), Anonimo romano, Cronica, Milano 1981 (con ampio glossario).

[11] L. Serianni, Per una storia del romanesco. Testi letterari e documentari dal IX al XIX secolo, dispense ciclostilate del corso di Storia della lingua italiana, Roma 1981-1982, pp. 25-47.

[12] contare: raccontare.

[13] gabella: dazio.

[14] coize: raccolse, percepì.

[15] soma: misura di capacità.

[16] Romani. .. stato: i Romani sopportavano pur di mantenere un governo ordinato.

[17] stregneva lo sale: Cola limitava anche l’importazione del sale per non gravare di spese l’erario.

[18] soa famiglia: la sua servitù.

[19] sollati: soldati.

[20] repente: lat., “all’improvviso”.

[21] prese: fece arrestare.

[22] sufficiente, saputa: capace ed esperta.

[23] Pannalfuccio de Guido: Pandolfuccio di Guido dei Franchi, che era stato ambasciatore di Cola a Firenze nel 1347.

[24] desiderava la signoria dello puopolo: era di ideali “democratici”.

[25] E sì lli troncao: Ebbene, gli troncò.

[26] cascione: cagione, motivo.

[27] Staievano: stavano, erano. Staio per ‘sto’ (e quindi staievano per ‘stavano’, staienno per ‘stando’ ecc.) si spiega con l’influsso di aio ‘ho’ (lat. habeo).

[28] In loco consilii … mobilitas voluntatis: lat., “nel luogo del consiglio, Cola imponeva ogni sua volontà, senza che nessun consigliere lo contraddicesse. Nello stesso momento ridendo piangeva, lacrimando e sospirando rideva, tanta era l’incostanza e la mobilità del suo animo”.

[29] sgavazzava: gozzovigliava.

[30] Puoi … iente: poi cominciò (si diede) a far arrestare la gente.

[31] revennevali: li rilasciava in cambio di denaro.

[32] mormuorito: mormorio; con suffisso –ito sul modello dei participi finito, partito ecc. Il dittongamento irregolare della seconda o atona sarà dovuto a un «iper-romaneschismo» (estensione indebita dell’esito metafonetico), cioè a un comprensibile incidente del copista tardo della Cronica.

[33] a fortezza de sì sollao: assoldò per difesa personale.

[34] priesti ad onne stanno: pronti a ogni assalto.

[35] onne dìe: ogni giorno.

[36] spene: speranza.

[37] Novissime: lat., “infine, da ultimo”.

[38] cassao Liccardo: destituì Riccardo Imprendente degli Anniballi.

[39] lassao.,. guerriare: cessò di fare bottino e di impegnarsi a fondo nelle azioni belliche.

[40] mormorannose debitamente: lamentandosi giustamente.

[41] settiembro: settembre; ma in realtà la rivolta scoppiò il giorno 8 ottobre del 1354.

[42] Staieva … grieco: la mattina Cola di Rienzo restava nel suo letto, perché si era lavata la faccia … con vino greco (fulminante allusione all’ubriachezza di Cola). Una diversa lettura del passo è stata proposta da Clemente Merlo: «Avease lavata la faccia de grieco [ = ‘da nord-est’]».

[43] veo: viene.

[44] traie: accorre.

[45] Nelle capocrace: nel crocicchio.

[46] accapitao: arrivò.

[47] Santo Agnilo… Treio: i rioni Sant’Angelo, Ripa, Colonna e Trevi (Treio < lat. trivium) erano ostili a Cola.

[48] se ionzero insiemmori: si congiunsero insieme. In insiemmori, dal lat. in simul, è notevole il rotacismo della l intervocalica, fenomeno abbastanza raro nell’area centromeridionale, ma non eccezionale per quanto riguarda appunto la sillaba finale dei proparossitoni (cfr. G. Rohlfs, Grammatica storica della lingua italiana e dei suoi dialetti, Torino 1966-1969, vol. I, p. 227).

[49] se fionga: si fionda, si avventa. Alla base del verbo fiongare c’è un lat. volg. *flun(di)care, da *flunda, “fionda”.

[50] scritti: iscritti.

[51] sia: suo.

[52] fuoro: furono.

[53] salvo: ma soltanto.

[54] soco: sono.

[55] se aionze: si aggiunse.

[56] zitielli: fanciulli.

[57] prete: pietre, forma metatetica assai comune nell’area.

[58] faco: fanno.

[59] dereto e denanti: dietro e davanti.

[60] hao: ha.

[61] ène: è, con epitesi di –ne.

[62] non se guarnìo: non si protesse militarmente.

[63] dico: dicono.

[64] aizare: innalzare, elevare la condizione.

[65] simo: siamo.

[66] Miei scritti sollati so’: coloro che ho arruolato sono veri soldati.

[67] piubicarla: pubblicarla; da un lat. volg. *plubicum, variante metatetica di publicum.

[68] dubitao forte: si preoccupò molto, temette per la propria vita.

[69] Locciolo Pellicciaro, sio parente: «Le umili origini di Cola risaltano anche da questi parenti che prendevano il nome dalla loro modesta professione» (G. Porta, op. cit., Milano 1981, p. 258). In un altro luogo della Cronica viene menzionato Ianni Varvieri, zio del tribuno.

[70] puro: pure, ancora di più.

[71] non proveduto: privo di difesa, inerme.

[72] se dubitava: si preoccupava.

[73] demannava: domandava.

[74] que: che. Accanto alla forma prevalente che, nella Cronica compaiono anche que e ca, entrambe diffuse (la seconda ancor più della prima) nell’area centromeridionale.

[75] irao: andrà.

[76] varvuta … gammiere: l’elmo in testa, la corazza, le falde per la protezione dei fianchi, le gambiere.

[77] se affece: si affacciò.

[78] maiure: maggiore.

[79] faceva semmiante: faceva segno.

[80] ca: che, perché (cfr. sopra, n. 74).

[81] Sine dubio: lat., “senza dubbio”.

[82] scoitato: ascoltato.

[83] li àbbera rotti: li avrebbe sopraffatti; àbbera è un tipico condizionale dal piuccheperfetto indicativo latino.

[84] svaragliata: sbaragliata.

[85] como li puorci: come bestie.

[86] valestravano: tiravano con le balestre.

[87] Curro: corrono.

[88] verruti: dardi.

[89] non potéo durare: non poté restare.

[90] li coize: gli colpì.

[91] lo sannato: lo zendado, la seta, cioè il gonfalone stesso.

[92] ambedoi: ambedue.

[93] le lettere dello auro: le lettere d’oro (S.P.Q.R.). Secondo un uso caratteristico della lingua antica, studiato da Bruno Migliorini, il complemento di materia è costruito con l’articolo dopo un sostantivo che a sua volta ha l’articolo.

[94] arme: insegna.

[95] venissi: venisse. La terza persona del congiuntivo imperfetto in –i, dovuta all’influenza della seconda, si è conservata a lungo nel romanesco (compare spesso anche nel Belli).

[96] site: siete.

[97] vaize: valse.

[98] Peio fao: fa peggio.

[99] chiama: esclama.

[100] sostenere: resistere.

[101] presone: prigioniero.

[102] missore: messere.

[103] Bettrone … iniuria: Brettone di Narbona era stato fatto incarcerare da Cola, dimentico dei favori ricevuti, con l’accusa di complicità in una congiura, ma in realtà allo scopo di ottenere denaro dalla sua ricca famiglia.

[104] Dubitava… mano: temeva che lo uccidesse con le sue stesse mani. Il tipo le mano è un resto del plur. manus della IV declinazione latina, che si mantiene nel romanesco odierno.

[105] delongarese: allontanarsi.

[106] abbe: prese.

[107] legaose in centa: si legò alla cintola.

[108] despozzare ioso: calare giù; despozzare è un derivato di pozzo.

[109] Essolo… dereto: eccolo che viene giù da dietro. Gli avverbi di luogo ecco, esso, elio, diffusi ancora oggi nell’Italia mediana ma non più a Roma, corrispondono ai toscani qui, costì (lontano da chi parla e vicino a chi ascolta), .

[110] issino: andassero. Si noti il passaggio alquanto brusco dal discorso diretto all’indiretto.

[111] Puoi se volvea: poi si rivolgeva.

[112] confuse: distrusse.

[113] Solo Locciolo … non moriva: se Locciolo lo avesse aiutato, certamente Cola non sarebbe morto.

[114] Lo dìe cresceva: il giorno passava.

[115] Li rioni … forano venuti: sarebbe arrivata gente dei rioni favorevoli a Cola; forano è un condizionale dal piuccheperfetto indicativo latino, come già àbbera ‘avrebbe’ e subito sotto fora ‘sarebbe’.

[116] la diverzitate: la diversità, le differenze.

[117] a pericolo: in balìa.

[118] Staienno: stando.

[119] se traieva la varvuta: si toglieva l’elmo.

[120] che abbe: perché ebbe.

[121] doi: due.

[122] La prima opinione soa: sottinteso ‘era’ (frase nominale).

[123] Venze: vinse.

[124] deliverao per meglio: pensò per il meglio, decise che fosse più giusto.

[125] potéo: poté.

[126] : già.

[127] lena: legna; con passaggio di GN a n caratteristico del romanesco arcaico.

[128] Lo solaro … fiariava: l’impiantito della loggia bruciava (fiariare deriva da un lat. volg. *flagriare, per il class. flagrare ‘ardere’).

[129] lename: legname.

[130] devisato: travestito.

[131] misticarese: mescolarsi (dura fino al romanesco moderno la forma connessa misticanza ‘insalata mista’).

[132] puse iò in tutto: mise giù, depose del tutto.

[133] Forficaose: si tagliò; da forfice, variante antica e dialettale di forbice, forma quest’ultima che deve la sua b a dissimilazione consonantica (lat. forfex, –icis).

[134] tenzese: si tinse.

[135] caselluccia: celletta.

[136] portanaro: portinaio.

[137] campanino: della Campagna, che corrispondeva grosso modo all’attuale Ciociaria; non si confonda la Campagna, provincia meridionale dello Stato della Chiesa, con la Campania.

[138] vestìo: vestì.

[139] coitra: coltre, coperta.

[140] devisato: travestito.

[141] veo ioso: viene giù.

[142] Misticaose: si mescolò.

[143] Desformato … campanino: camuffato da pastore del Lazio meridionale, Cola mascherava anche la sua parlata, imitando l’idioma tipico di quell’area.

[144] Suso … tradetore: sopra, sopra al traditore! La forma più caratterizzante in senso «ciociaresco» è costituita dall’articolo gliu, con palatalizzazione della l e conservazione della -u latina; il dialetto di Roma ha invece lo.

[145] se·lli affece: gli si fece, gli si parò.

[146] reaffigurao: riconobbe.

[147] deoli de mano: lo afferrò.

[148] Non ire: fermati.

[149] piumaccio: la coperta che Cola si era messa sul capo.

[150] se pareva: era riconoscibile.

[151] daieva: dava (si noti l’accordo del verbo sing. con il soggetto plur. li vraccialetttì; daio ‘do’, al pari di staio ‘sto’, è forma rifatta su aio ‘ho’.

[152] ‘naorati: dorati (lat. inaurati).

[153] parzese: apparve, si rivelò.

[154] dare … la voita: voltarsi, fuggire.

[155] liberamente: senza catene o altri vincoli.

[156] fi’ allo luoco dello lione: fino al luogo del leone; nel punto della piazza del Campidoglio in cui si eseguivano le condanne c’era la statua di un leone, simbolo della potenza di Roma.

[157] vodo: odono, con prostesi di v davanti a parola cominciante con una vocale velare; cfr. vuno, vunici ‘undici’ nel Lazio meridionale (G. Rohlfs, op. cit., I., p. 340).

[158] la varva tonnita: la barba tagliata (lat. tondere ‘radere’)

[159] iuppariello: giubbetta.

[160] scento: discinto.

[161] musacchini: spallacci (parte dell’armatura che proteggeva gli omeri).

[162] caize de biada: calze di stoffa azzurra; biavo e biada ‘azzurro’ sono voci antiche risalenti, attraverso il provenzale, al francese blao.

[163] impuinao mano: impugnò, pose mano.

[164] deoli: gli diede, lo colpì.

[165] Immediate: lat., ‘immediatamente’.

[166] puo’ esso secunnao: dopo di lui seguì (fu secondo).

[167] † lo ventre †: le croci (in termini filologici cruces desperationis) segnalano un guasto del testo che l’editore non è riuscito a sanare neppure congetturalmente.

[168] percuoto: percuotono.

[169] morìo… sentìo: morì … sentì.

[170] Dierolo: lo gettarono.

[171] scortellavanollo: lo prendevano a coltellate.

[172] Lo passavano… criviello: lo crivellavano di colpi.

[173] Alla perdonanza … stare: solitamente si legge li in luogo di e s’interpreta: “pareva loro di stare a guadagnarsi l’indulgenza”; ma forse alla perdonanza vale “a una processione affollata come nelle perdonanze”, con riferimento alla gran quantità di persone che s’accaniscono contro Cola.

[174] Santo Marciello: la chiesa di San Marcello al Corso. «I luoghi percorsi nell’ultimo viaggio di Cola sono naturalmente quelli dove si esercitava il potere dei Colonna, gli artefici della sua rovina: San Marcello di fronte alle dimore Colonnesi e il campo dell’Augusta, antica sede del Mausoleo di Augusto dove sorgeva una loro fortezza» (G. Porta, op. cit., p. 723).

[175] mignaniello: balcone; mignano è voce centromeridionale (lat. maenianum).

[176] cocce: ossa del cranio.

[177] donne: donde, dalla quale.

[178] Le mazza de fòra: le budella di fuori. Si noti la costruzione senza verbo.

[179] pennéo dìi doi: restò appeso due giorni.

[180] afforosi, affociti: secondo Ugolini (Per la storia del dialetto di Roma nel Cinquecento. I Romani alla Minerva, un’improbabile «Madonna Jacovella» e un pronostico di un conclavista, CDU 3 [1983], p. 62) afforasi è una forma parallela al francese affreux e di identico significato (‘terribili, ripugnanti’), mentre affocitivale ‘indaffarati, affannati’ (dal lat. volg. affulcire, su cui cfr. REW, 267a).

[181] cica: niente; voce di origine infantile diffusa nell’area mediana

[182] voize: volle; dalla forma analogica volse, rifatta sul modello dei perfetti sigmatici (come rise, arse ec.), si passa a volze e quindi a voize (nel romanesco moderno vorze).

Gli intellettuali del Medioevo

cit. R. Luperini et alii, La scrittura e l’interpretazione. Storia e antologia della letteratura italiana nel quadro della civiltà europea. Vol. 1, Dalle origini al Manierismo, tomo. I – La società feudale, il Medioevo latino e la nascita delle letterature europee, Firenze 2000.

Il processo di urbanizzazione favorisce lo sviluppo di un nuovo organismo culturale, l’università, struttura eminentemente cittadina. Già alla fine dell’XI secolo e poi nel corso di quello successivo erano nati centri d’insegnamento superiore, che nel XIII secolo ebbero licenza di rilasciare titolo di valore pubblico. Questi centri erano chiamati studia ed erano inizialmente legati a ordini religiosi, come le abbazie, i conventi e le chiese.

Rappresentazione di una lezione universitaria, da un codice manoscritto del XIV sec.

Rappresentazione di una lezione universitaria, da un codice manoscritto del XIV sec.

Poi nacquero le universitates, cioè grandi associazioni di studenti e di professori autonome dalla Chiesa, in cui gli insegnanti potevano essere retribuiti direttamente dagli studenti, ma potevano anche essere stipendiati dal Comune (come accadeva a Bologna, dove sorse la prima “università” italiana, attiva già a partire dal 1088).
Attraverso contrasti anche duri con il potere politico e con quello ecclesiastico (rappresentato dai vescovi metropolitani), queste associazioni conquistarono autonomia giuridica, diritto di sciopero e monopolio nel conferimento dei gradi universitari, fra i quali spicca, come titolo, la licentia ubique docendi (la «licenza d’insegnare dovunque», cioè il titolo di professore: chi lo otteneva poteva insegnare in qualsiasi università). E generalmente il licenziato, una volta diventato doctor o magister, non s’inseriva nell’universitas presso la quale aveva studiato, ma si recava altrove a insegnare o a svolgere la sua professione di notaio, medico, ecc. La nascita stessa delle universitates è dunque un segno della diffusione e della laicizzazione della cultura, che a poco a poco si affranca dalla Chiesa.
Studenti (o goliardi) e professori parlavano in latino e costituivano comunità cosmopolite che talora occupavano interi quartieri cittadini, favorendo l’incremento demografico e lo sviluppo stesso delle città. Avvenne così a Parigi, Oxford, Bologna, le tre università più antiche d’Europa. Esclusa quella di Bologna, in Italia le prime università si svilupparono nel Duecento (in quel secolo erano già attive – oltre naturalmente a Bologna – Arezzo, Siena, Padova, Piacenza e Vercelli), in concomitanza con l’affermazione del potere comunale, oppure, nel Sud, per iniziativa di Friedrich II Hohenstaufen (è il caso di Napoli e di Salerno, dove già esisteva una famosa scuola di medicina). Sempre nel corso del Duecento, Roma divenne un centro di studi ecclesiastici con la fondazione dell’Università della Curia.
Le università potevano avere quattro facoltà (ma non erano necessariamente presenti tutt’e quattro in un’unica sede). La facoltà delle Arti era dedicata alle “arti liberali”, così dette perché destinate a uomini liberi dal lavoro manuale; in essa ci si perfezionava nella conoscenza del latino e si apprendevano le discipline del Trivio (grammatica, retorica, dialettica o logica). Era la facoltà più frequentata perché i suoi insegnamenti erano propedeutici a quelli delle altre tre facoltà. Queste ultime erano medicina, diritto, teologia. A poco a poco nel corso del Duecento si sviluppò anche l’insegnamento delle “arti meccaniche”, che restò comunque meno codificato perché tali arti erano ritenute inferiori in quanto destinate alle professioni collegate con il lavoro manuale.
Il legame con la città portò le università a dover rispondere alle esigenze civili della comunità urbana. Ciò le costrinse talora a subordinarsi al controllo dell’autorità politica comunale, cosicché, dopo un primo momento in cui i contrasti furono soprattutto con la Chiesa (e in particolare con il potere episcopale), nei cui confronti era indirizzata l’istanza d’indipendenza, non mancarono, in un secondo momento, conflitti anche gravi con il potere cittadino (e il Papato appoggiò allora l’autonomia universitaria). Comunque sia, il legame fra università e professioni cittadine diventò sempre più stretto, e anch’esso contribuì alla laicizzazione della cultura.

Sino all’età comunale, le professioni intellettuali si svolgevano quasi esclusivamente all’interno delle istituzioni ecclesiastiche e nei monasteri. L’intellettuale era un chierico. Le eccezioni erano poche: tra queste, le figure laiche dei trovatori e dei giullari.
Nell’età comunale l’attività intellettuale divenne laica. I suoi contenuti culturali alimentarono una serie di professioni cittadine, tanto nel campo dell’insegnamento, quanto in quello della giurisprudenza e della medicina. Sia il maestro di scuola (privata o pubblica), sia il professore universitario erano figure sociali nuove che vivevano del loro lavoro, con uno stipendio pagato dagli studenti o dalle loro famiglie o direttamente dall’amministrazione pubblica comunale.
Va notata poi una differenza fra le professioni intellettuali fuori d’Italia e quelle dei Comuni italiani del Centro-Nord. In Francia, già dal XII secolo, l’intellettuale aveva conquistato una posizione autonoma con l’esercizio dell’attività filosofica collegata all’insegnamento. In Italia, invece, l’intellettuale appariva, nel corso del secolo successivo, pienamente e organicamente inserito nelle istituzioni e nelle professioni civili legate alle varie attività della vita comunale. Mentre fuori dall’Italia il primato appartiene all’attività filosofica, nel nostro paese il primato spettava alle attività politiche e civili. L’insegnamento stesso impartito nelle scuole cittadine e, in buona misura, anche all’università aveva un contenuto pratico.
Sia nel campo dell’insegnamento che in quello delle altre professioni cittadine, gli intellettuali del Duecento esibivano alcune competenze specifiche, due delle quali vennero ad assumere un rilievo di primo piano: la perizia tecnica del dettare (cioè del «comporre» o dello «scrivere» secondo le regole della retorica) e l’arte di divulgare o digrossare (come allora si diceva). Quest’ultima si prefiggeva lo scopo di far conoscere al ceto politico-amministrativo e alla classe mercantile e artigianale l’arte del persuadere (la rettorica) e i contenuti della cultura classica e cristiana, assunti come base per la formazione della coscienza morale e civile. Questi appunto erano i requisiti richiesti non solo ai maestri cittadini ma anche ai notai e ai giuristi letterati. Anzi sono proprio i notai e i giuristi, insieme con i medici e gli speziali, ma ancor più di loro, le nuove figure sociali d’intellettuali della vita cittadina.
Da queste categorie di intellettuali, nelle quali non esiste ancora separazione fra base umanistico-letteraria e competenze professionali (ma, anzi, reciproca compenetrazione), proveniva la maggior parte degli scrittori e dei poeti. I primi letterati italiani non furono, come i trovatori provenzali, letterati di professione, ma “dilettanti”, uomini colti e cittadini benestanti, esperti dell’ars rhetorica, che si dedicavano alla mercanzia o, più frequentemente, alle professioni di notaio o di giurista e perciò avevano un ruolo importante nelle vita economica e politica della propria città.
Accanto ai notai-poeti si diffuse poi, nei Comuni, la figura dei notai-cronisti che raccontavano la storia della propria città, dimostrando, anche in tal modo, la connessione esistente fra attività intellettuale e istituzioni urbane in cui essa si svolgeva.
Si aggiunga, infine, che il notaio doveva essere un esperto, proprio per le caratteristiche del suo lavoro, nell’arte del tradurre dal latino in volgare e dal volgare in latino, dovendo fare da intermediario fra il formulario latino della propria disciplina e la realtà culturale dei clienti che sempre più spesso conoscevano solo il volgare. Non fu certo un caso che i primi documenti di volgare scritto avessero a che fare con l’attività notarile e giuridica. Si può dunque affermare che le nuove professioni cittadine ebbero un ruolo non secondario nella diffusione del volgare come lingua scritta.

Cavalieri provenzali

Cit. opera basata su D. Nicolle, French Medieval Armies, Oxford 1991.

La storia del sud della Francia, o Midi, era diversa da quella del Nord del paese. Nel corso del X secolo i conti di Tolosa avevano acquisito potere e si era registrata una considerevole militarizzazione dell’area. Poi, nell’XI secolo, questi grandi nobili iniziarono a perdere il controllo, e molte delle loro funzioni legate al mantenimento della pace divennero responsabilità della Chiesa. Nel frattempo stava emergendo la nuova classe militare dei milites. Alla fine del X secolo erano ancora individui di rango inferiore, che prestavano servizio come guerrieri a tempo pieno od occasionalmente per i signori locali, i fideles. Verso la metà dell’XI secolo, tuttavia, i milites erano divenuti una potenza locale, anche se le loro relazioni con l’aristocrazia maggiore erano meno “feudali” rispetto a quanto avveniva nella Francia settentrionale.

La regione di le Midi (Occitania) nel 1209.

La regione di le Midi (Occitania) nel 1209.


Fino al 1180 circa, i milites e i caballarius, di rango superiore, rimasero poco più che guerrieri di professioni, il cui status si fondava unicamente sulle virtù marziali. Eppure durante il XII secolo anche loro furono inseriti in quella vita di corte così vivacemente rispecchiata dalle canzoni dei trovatori meridionali. Se la Nord esistevano quattro tipologie di cavalieri, al Sud esistevano i ministeriales, che vivevano alla corte di un signore feudale. C’erano, naturalmente, grandi cavalieri o signori oltre che cavalieri vassalli che combattevano per lo più in adempimento ai loro doveri feudali, ma quello che distingueva il Sud era una proporzione assai più ampia di cavalieri mercenari assoldati sulla basi di contratti sia a breve, sia a lungo termine.
Le relazioni feudali erano più egualitarie rispetto a quelle del Nord, e c’erano meno cavalieri proprietari di terre o castelli che combattevano per signori feudali a loro gerarchicamente superiori sulla base di convenientiæ, ovvero di “trattati di mutua assistenza” anziché come vassalli feudali. I castelli stessi erano posseduti sulla base di una gran varietà di rapporti legali, e molti erano libere proprietà. I commerci erano sempre stati più attivi al sud, e nel XII secolo queste attività ebbero un’ulteriore espansione, in gran parte incentrata su Tolosa. Non tutte le città trassero uguale beneficio, e alcune erano più aggressive di altre. Carcassonne, per esempio, era da secoli un grande centro militare. I cavalieri di base nelle città erano un’altra caratteristica, e spesso dominavano le città assieme a più ricchi mercanti in un’epoca nella quale queste città stavano acquisendo maggiore indipendenza.
A partire dalla metà del XII secolo, anche nel profondo Sud comparvero feudi privi di castelli, mentre i diritti feudali sui mercati o le gabelle potevano essere più importanti di quelli sulla terra, dal momento che portavano più denaro. Perfino nell’XI secolo era normale che la gente ricevesse terre in cambio del pagamento di un affitto anziché di servigi militari. Tali proprietà terriere erano spesso non ereditarie, e alla morte dell’occupante tornavano all’originario signore feudale. In effetti le corvèe feudali e i castelli non costituivano la base dell’ordine sociale del Sud, come al Nord, ma erano il risultato di un sistema amministrativo profondamente radicato nel passato romano. Un risultato del “metodo meridionale” fu che nel XIII secolo una larga parte della popolazione poteva reclamare lo status di “nobile” anche se possedeva poca terra o non ne possedeva affatto. Nel 1259 nella piccola regione attorno ad Agen, per esempio, c’erano 150 domicelli, i membri al livello più basso della classe cavalleresca, in aggiunta ai milites e ai barones di rango superiore.
Non solo i guerrieri del Sud erano organizzati in modo differente, ma c’era anche un diverso atteggiamento nei confronti della guerra e dello stile di vita militaresco. I cavalieri urbanizzati prendono parte con entusiasmo ai commerci – che producevano ricchezza – vivendo in abitazioni cittadine fortificate e godendo di diritti feudali (estager) all’interno delle mura. Può darsi che lo chevalier à coite avesse una riserva urbana meno militarizzata, o potrebbe trattarsi semplicemente di un’altra forma di servizio militare dovuto dai cavalieri urbanizzati. Un metodo di organizzazione più comune era la maisnade, che sembra fosse formata dai parenti di un signore feudale, anche se perfino le forze della maisnade erano spesso rinforzate da mercenari. Nella Francia meridionale si idealizza ben poco la “gloria” cavalleresca, dove si rimaneva diffidenti rispetto a quelle che erano viste come idee della barbara Francia settentrionale. Gli ideali cavallereschi del Nord si rispecchiavano raramente al Sud, né i tornei divennero mai popolari. Perfino il termine adober, ovvero “investire” un cavaliere, continuò ad avere il significato di “dotare dell’adeguato equipaggiamento militare” così come avveniva nell’XI secolo, anziché fare riferimento a qualche mistica cerimonia.
Miniatura dal «Codex Manesse», fol. 321v (1305-1315 ca.). Combattimento tra cavalieri. Heidelberg, Universitätsbibliothek.

Miniatura dal «Codex Manesse», fol. 321v (1305-1315 ca.). Combattimento tra cavalieri. Heidelberg, Universitätsbibliothek.


Il Sud sviluppò invece i suoi più pacifici ideali di amor cortese che, fortemente influenzati dalla Spagna mussulmana e cristiana, si diffusero poi verso nord per “ammansire” i feroci guerrieri al di là della Loira. Frattanto, la più istruita classe cavalleresca del Sud, assieme agli altrettanto istruiti mercanti, era più aperta alle nuove idee. Sfortunatamente per la peculiare civiltà del Midi, queste idee includevano eresie religiose come quella dei catari, che si radicarono al Sud. Il movimento cataro o albigese fu sostenuto da nobili oltre che da cavalieri, e avrebbe portato a una successione di conflitti tra il 1209 e il 1218, e nel 1226.
L’equipaggiamento militare del Sud differiva solo nei dettagli da quello in uso nella Francia settentrionale, come dimostrato in una descrizione opera di Guilhelm de Marsan attorno al 1175:
«Procurati un buon cavallo e ti dirò io di che genere. Uno che sia veloce nella corsa e adatto alle armi. Prendilo subito e poi la tua armatura, la lancia, la spada e l’usbergo con la sua sopravveste. Fai che il cavallo sia ben sperimentato e non di cattiva qualità, e mettici sopra una buona sella e una briglia, e un peitral così che nulla sia inappropriato, e fai fare la gualdrappa dello stesso colore dipinto sullo scudo, e analogamente anche la banderuola della lancia. Procurati un cavallo da soma pronto a portare il tuo usbergo doppio e il tuo armamento ben alto in maniera che appaia più bello, e tieni sempre nei pressi degli scudieri».
Anche lo status degli scudieri del Sud era diverso. Nel XII secolo gli scudieri rimanevano servitori militari non nobili. Si prendevano cura dei cavalli, della sella e dell’armatura del loro padrone, conducevano il suo destriero (cavallo da guerra), recavano messaggi, facevano le commissioni e in campagna andavano in cerca di cibo. I cavalieri potevano anche sorvegliare il treno bagagli, mentre quelli di rango leggermente più elevato servivano a tavola. Il termine escudier (“scudiero”) poteva coincidere con quello di sirven e donzel. I sirvens erano numerosi nelle città fortificate ed è possibile che fossero paragonabili ai “sergenti” del Nord, mentre i donzels, sebbene spesso di nobili natali, fungevano anch’essi da attendenti o servitori per i cavaliers. I riferimenti duecenteschi ai donzels li descrivono impegnati a combattere in armatura cavalleresca completa o a servire a tavola, intenti ad aiutare il loro cavaliere a lavare e a indossare l’armatura anziché a prendersi cura dei suoi cavalli. Nondimeno non è chiaro se i donzels fossero aspiranti cavalieri come i juvenes del Nord, o provenissero da famiglie cavalleresche povere scivolate verso il basso nella scala sociale.
Armigeri provenzali fra XI e XIII secolo. Da sinistra a destra: un balestriere proveniente da Bigorre; un cavaliere, dotato di 'chapel-de-fer'; un sergente della Contea di Foix. Illustrazione di Angus McBride.

Armigeri provenzali fra XI e XIII secolo. Da sinistra a destra: un balestriere proveniente da Bigorre; un cavaliere, dotato di ‘chapel-de-fer’; un sergente della Contea di Foix. Illustrazione di Angus McBride.

[…]
Nonostante l’importanza nella Francia meridionale dei soudadiers (“soldati con paga”), la distinzione tra mercenari e vassalli rimase sfumata. I mercenari meno prestigiosi comprendevano montanari a malapena civilizzati provenienti da ambedue i versanti dei Pirenei. I Guasconi, i Navarri e i Baschi rimasero molto richiesti come fanti dal XII al XIV secolo. Le loro armi più caratteristiche erano una coppia di giavellotti pesanti, o dards, che utilizzavano “alla maniera dei selvaggi Irlandesi”. Altri combattevano come arcieri, ma furono i dardiers a disturbare e a tendere imboscate con più successo contro le colonne delle truppe d’invasione della Francia settentrionale durante la Crociata contro gli Albigesi. Anche gli Aragonesi provenienti dal versante orientale dei Pirenei spagnoli si batterono come mercenari a partire dalla fine del XII secolo. Alcuni erano cavalieri o militari di cavalleria leggera, ma i più temuti erano gli almogavers (“incursori”) armati di lance o balestre.
[…]

I mercenari

di D. Nicolle, Italian Medieval Armies, 1300-1500, London 1983.

Un’Europa diversa.

Simone Martini, Guidoriccio da Fogliano all'assedio di Montemassi. Affresco, 1328. Siena, Palazzo Pubblico.

Simone Martini, Guidoriccio da Fogliano all’assedio di Montemassi. Affresco, 1328. Siena, Palazzo Pubblico.

I mercenari furono un elemento caratteristico dell’Europa del XIV e del XV secolo, sebbene li si conoscesse già da tempo. Tuttavia, in Italia si sviluppò un sistema di arruolamento, retribuzione e organizzazione particolarmente sofisticato. Esso divenne noto come il sistema dei condottieri, e fu il prodotto delle peculiari condizioni politiche, economiche e sociali italiane.
Il Paese era frammentato in numerosi Stati indipendenti, molti dei quali erano più urbanizzati e maggiormente sviluppati economicamente rispetto ai territori a nord delle Alpi. Inoltre, il cosiddetto sistema feudale, che regolava il possesso della terra e i rapporti di potere, in pochi casi si era radicato in Italia, eccetto che nel profondo Sud e in alcune periferiche regioni di montagna al Nord. Le milizie cittadine, nelle quali i poveri costituivano la fanteria e i ricchi prestavano servizio come cavalleria, fino al XIV secolo erano state guidate da un’aristocrazia avente la propria base nelle città. Nel periodo compreso tra l’XI e il XIII secolo, tali forze avevano permesso ai centri urbani di dominare le campagne circostanti. Protessero anche l’Italia dalla dominazione dell’imperatore tedesco, il quale reclamava l’autorità sulla maggior parte della penisola. Frattanto le campagne fornivano le reclute ed erano punteggiate di castelli, la maggior parte dei quali dipendevano dalle città o erano di proprietà dei signori che per lo più vivevano in città.
L’importanza del soldato mercenario sorgeva col declinare in termini di efficacia delle milizie cittadine, o allorché l’aggressività politica di una città richiedeva un esercito permanente, o ancora quando le tensioni politiche creavano spaccature in seno alla milizia. Era raro che i mercenari venissero assoldati perché gli abitanti delle città, sempre più ricchi, intendevano pagare altri che assolvessero in loro vece gli impopolari obblighi militari.
Il risultato fu la nascita della figura del condottiero, il capo dei mercenari il cui nome derivava dalla condotta, ovvero il contratto tra questi e colui che lo assoldava, anche se il termine finì per indicare tutte le analoghe figure di mercenario. Che fosse un comandante o un umile soldato di truppa, il condottiero italiano del XIV secolo era un professionista scrupoloso le cui capacità non sono mai state messe in dubbio, a differenza di quanto è spesso avvenuto per quanto riguarda la sua lealtà. Nei secoli successivi, la cattiva reputazione dei condottieri, fatto piuttosto ironico, fu un prodotto delle critiche provenienti dall’Italia stessa. Il più famoso tra questi critici fu Niccolò Machiavelli, il commentatore politico del XVI secolo, che però non fu l’unico stratega da salotto a lanciare un’ingiustificata accusa del sistema dei condottieri. Per quanto un mercenario non ambisse, com’è ovvio, a una morte da eroe, era pur sempre un uomo d’affari la cui sopravvivenza dipendeva da una buona reputazione e da risultati militari soddisfacenti.
Il fatto che il sistema sia durato tanto a lungo dovrebbe far presumere un discreto successo, e sembra che la guerra nell’Italia medievale – un’area di notevoli tensioni sociali, economiche, politiche e perfino religiose – sia stata in generale non meno distruttiva che in altre parti d’Europa. Anche il venir meno del sistema dei condottieri di fronte alle invasioni straniere all’inizio del XVI secolo non fu tanto l’effetto delle sue debolezze, quanto il risultato di un cambiamento nei modelli di conduzione della guerra. Per risposta, la leadership mercenaria medievale si trasformò in qualcosa d’altro: alla fine, forse, nella classe ufficiali proveniente da quella stessa aristocrazia minore.

Donatello, Monumento equestre al Gattamelata. Bronzo, 1446-1453. Padova, Piazza del Santo.

Donatello, Monumento equestre al Gattamelata. Bronzo, 1446-1453. Padova, Piazza del Santo.

Il mercenario medievale.

I mercenari avevano giocato un ruolo fondamentale nelle guerre italiane del XII e del XIII secolo, anche se le milizie locali rimasero più importanti. La tradizione che prevedeva il servizio militare universale per i maschi di città e villaggi, imposto dai re longobardi nell’VIII secolo, fu estesa alle campagne allorché le città estesero il proprio controllo. Le milizie che ne risultavano erano organizzate attorno ai quartieri cittadini e a città subordinate, mentre il servizio prestato era di norma a carattere difensivo e di rado si prolungava per più di una settimana. Inoltre, l’orgoglio campanilistico così caratteristico in Italia faceva sì che il servizio militare venisse accettato come un dovere civico e scatenasse raramente dei risentimenti.
Dato il ruolo commerciale e militare dell’Italia durante le Crociate, e il successo degli arcieri di fanteria mussulmani provenienti dalla Sicilia, non sorprende che le tradizioni islamiche nel campo dell’arcieria si riflettessero ben presto nelle tattiche italiane. Questo si tradusse, tuttavia, nell’entusiastica adozione della balestra da fanteria anziché nello stile orientale caratterizzato dal tiro a cavallo con archi compositi. A sua volta, ciò portò ad un aumento nel peso delle armature per la cavalleria, in scudi più grandi per la fanteria, e nel bisogno di un maggiore coordinamento tra la cavalleria e la fanteria – seguite da mercenari ben equipaggiati e validamente addestrati che si incaricavano di affrontare gran parte dei combattimenti. Per esempio, Genova e Pisa, che per tradizione avevano stretto contatti commerciali con il mondo islamico, produssero i primi balestrieri professionisti d’Europa.
Molti altri soldati di fanteria misero allora da parte la lancia corta, la spada e il piccolo scudo in cambio di una lunga picca e uno scudo di tipo ampio che poggiava sul terreno, talvolta tenuto da un militare incaricato di reggerlo. I cavalieri adottarono forme più estese di armature a piastre, armature da cavallo e cavalli di riserva, equipaggiamenti che comportavano spese e addestramento assai maggiori. Queste furono le origini della lancia, termine indicante la più piccola unità di cavalleria che, per sua natura, tendeva a essere professionale e pertanto mercenaria.
Le circostanze politiche inducevano di solito chi assoldava mercenari a preferire stranieri o uomini originari di altre parti d’Italia. In effetti, molti stranieri erano giunti in Italia con gli eserciti invasori dalla Germania imperiale o dalla Francia angioina, oppure per combattere a favore del Papa contro i suoi avversari locali. Sebbene venissero inizialmente reclutate su base individuale, le unità mercenarie divennero caratteristiche permanenti di diverse città. E alcune furono ben presto arruolate come piccoli gruppi pronti agli ordini dei propri comandanti.
Le milizie comunali continuarono a dominare in Italia settentrionale, ma anche qui le cose stavano cambiando. La ragione principale del declino delle milizie settentrionali fu la frantumazione politica in fazioni anziché l’imporsi del potere di oligarchie o di signorie aristocratiche. Nel frattempo, i mercenari erano ormai facilmente disponibili, abili ed economici. L’idea di affidarsi a elementi esterni, in teoria estranei alla politica locale, aveva già dimostrato la sua validità nella figura dei podestà, massimi magistrati assoldati da fuori, che avevano già portato la pace in diverse città italiane spaccate dalle fazioni. Talvolta, agli inizi del XIV secolo, le guardie del podestà diventarono il nucleo di una compagnia mercenaria. Al contempo simili forze permanenti occorrevano non per sorvegliare le mura cittadine, compito che rimaneva responsabilità delle milizie locali, ma per tenere sotto controllo le frontiere dei contadini circostanti o per attaccare città rivali.
Questo periodo vide analogamente alcune città affidare la propria difesa a un capo mercenario e al suo esercito già pronto. Tale personaggio veniva chiamato capitano generale, e veniva stipulata una condotta. Frattanto i cittadini del posto potevano concentrarsi sulla gestione dei loro affari o commerci, pagando tasse per il mantenimento dell’esercito dei condottieri e, fin troppo spesso, riservando le proprie energie marziali per spietate lotte politiche.

Verrocchio, Monumento equestre a Bartolomeo Colleoni. Venezia, Campo Santo dei SS. Giovanni e Paolo.

Verrocchio, Monumento equestre a Bartolomeo Colleoni. Venezia, Campo Santo dei SS. Giovanni e Paolo.

Le compagnie.

L’anno 1300 segna l’emergere dei mercenari come forza dominante nell’arte della guerra dell’Italia medievale, ma gruppi di soldati con capacità specialistiche venivano reclutati da lungo tempo in unità identificabili come tali. Questi comprendevano i cavalieri francesi e i balestrieri pisani. In questo modo si semplificavano le cose per gli addetti alle paghe, mentre l’efficienza di tali unità era accresciuta dal momento che i suoi componenti conoscevano il proprio capo e avevano esperienza delle proprie tattiche.
Il materiale documentario si concentra sui comandanti assai noti, ma le compagnie guidate dai primi condottieri rimasero di piccole dimensioni. Guglielmo della Torre, per esempio, assurse dai ranghi dei mercenari per comparire nel libro paga dei Senesi nel 1285 a capo di 114 cavalieri. Una compagnia d’inizio XIV secolo era forte di circa 800 uomini, compresi sia quelli a cavallo, sia quelli a piedi, ma era un’eccezione. Così come lo erano le enormi bande di saccheggiatori vagabondi che attiravano l’attenzione dei cronisti dell’epoca.
La natura stagionale e a breve termine delle guerre italiane rendeva incerte le prospettive di un mercenario tipico, e quando i tempi si facevano duri questi era spesso costretto a divenire un bandito per procacciarsi il pane. Molti mercenari erano stranieri e scoprirono che le loro possibilità di successo erano maggiori se si univano in bande. La maggioranza delle compagnie più grandi degli inizi del XIV secolo era, infatti, nata dalla fusione di unità più piccole raccoltesi assieme per superare un periodo di magra. Forse per questo motivo erano tanto democratiche. Il comandante in capo veniva eletto, le decisioni erano precedute da ampie consultazioni, e i consiglieri che rappresentavano la truppa partecipavano alla stipula dei contratti, mentre il bottino veniva diviso sulla base del grado e dell’anzianità di servizio.
Tra queste prime compagnie libere ci fu la Compagnia di Siena, che operò in Umbria (1322-1323), la Compagnia del Cerruglio, che operò nell’area di Lucca (1329-1330) e i Cavalieri della Colomba, che furono attivi in Lombardia e in Toscana (1334). In queste prime formazioni predominavano i cavalieri tedeschi, ma anche i Catalani giocarono un ruolo essenziale, in particolare alcuni leader come Guglielmo della Torre e Diego de Rat. La Grande Compagnia Catalana, che devastò l’Impero bizantino più o meno in questo periodo, traeva le sue origini dalle truppe catalane portate nell’Italia meridionale da re Federico d’Aragona. Il loro capo era un italiano di origine tedesca, Ruggero de Flor, definito «il padre di tutti li condottieri» da cronista fiorentino Villani. Diversi eminenti condottieri italiani avevano anche ambizioni territoriali. Castruccio Castracani, per esempio, servì molti principi prima di assumere il controllo di Lucca, sua città natale (1314-1328). Al contrario, Guidoriccio da Fogliano rimase un soldato di professione che servì fedelmente Siena (1327-1334) prima di combattere per Mastino della Scala di Verona.
Il numero dei mercenari non Italiani in Italia all’inizio del XIV secolo era considerevole: almeno 10000 cavalieri tedeschi solo tra il 1320 e il 1360. Svizzeri, Catalani, Provenzali, Fiamminghi, Castigliani, Francesi e Inglesi erano tutti presenti, mentre gli Ungheresi fecero la loro apparizione dopo il 1347. Le grandi compagnie da loro formate rappresentavano adesso contingenti militari significativi. La prima delle temute compagnie libere fu la Compagnia di San Giorgio, costituita da Lodrisio Visconti con veterani smobilitati nella vana speranza di assumere il controllo della natìa Milano nel 1339-1340.
Werner von Ürslingen, un condottiero tedesco di spicco, era un superstite di quella compagnia e fu il fondatore della più efficace Grande Compagnia due anni più tardi. Nel 1342, un’altra Grande Compagnia contava a quanto pare 3000 cavalieri più un egual numero di uomini al seguito. Circa dieci anni più tardi, a quel che sembra, era cresciuta notevolmente, e consisteva ora di 10000 combattenti, comprendenti 7000 cavalieri e 2000 balestrieri, più altri 20000 civili al seguito. La sua organizzazione era parimenti impressionante, con un commissario stabile e un sistema giudiziario interno, che includeva delle forche mobili.
La Grande Compagnia si trasferiva di città in città in cerca di denaro e offrendo in cambio protezione, o richiedendo paga in sovrappiù prima di lasciare il servizio di una città. La spietatezza di queste prime compagnie di condottieri era spaventosa. Nondimeno i loro atteggiamenti erano tipici del XIV secolo, un periodo di inquietudine, rivolte sociali e di temute epidemie di Peste Nera, la peste bubbonica che spazzò via un terzo della popolazione italiana.
Eppure anche la Grande Compagnia ebbe dei fallimenti. Nel 1342 una linea di pali appuntiti difesa dalla determinata milizia di Bologna negò alle truppe di Werner von Ürslingen il passaggio lungo la Val di Lamone per due mesi, fino a che non fu raggiunto un accordo. Nel 1358, agli ordini di Conrad von Landau, la Grande Compagnia fu messa in rotta da balestrieri e contadini coscritti della milizia di Firenze, sempre in una stretta vallata. In cerca di vendetta, l’anno seguente la Grande Compagnia fu sconfitta perfino su un terreno di propria scelta. Stavolta i vincitori consistevano in un esercito di mercenari italiani, tedeschi e ungheresi agli ordini di Pandolfo Malatesta, il primo rappresentante di questa famiglia a farsi una reputazione come mercenario. Pandolfo era anche l’esponente di una nuova tipologia, il principe mercenario che offriva i suoi servigi e la sua esperienza militare in cambio del benessere negatogli dal proprio patrimonio nella regione povera della Romagna.

Paolo Uccello, Monumento equestre a Giovanni Acuto. Affresco, 1436. Firenze, Cattedrale di S. Maria del Fiore.

Paolo Uccello, Monumento equestre a Giovanni Acuto. Affresco, 1436. Firenze, Cattedrale di S. Maria del Fiore.

Gli avventurieri inglesi.

Quando tra Inghilterra e Francia fu concordata una pace temporanea nel 1360, ponendo fine alla prima fase della Guerra dei Cent’anni, molti soldati inglesi si ritrovarono in difficoltà. Dopo aver devastato la valle del Rodano nella Francia orientale, circa 6000 di loro accettarono di porsi agli ordini di Albert Sterz, un cavaliere tedesco, e andarono a combattere per il duca di Savoia. Qui furono chiamati la Compagnia Bianca, e anche se gli Italiani si riferivano a loro come agli “Inglesi”, comprendevano Tedeschi, Francesi, Scozzesi e Gallesi. Si dice che il nome di Compagnia Bianca rispecchiasse la gran quantità di armature a piastre da loro indossate, che non venivano celate dagli abiti com’era in voga in Italia.
Il vistoso successo di questa compagnia dipese dalla sua disciplina superiore, anche se tutt’altro che perfetta, oltre che dalle tattiche apprese durante la Guerra dei Cent’anni, nonché dalla sua nota ferocia.
Gli uomini d’arme della Compagnia Bianca erano suddivisi in lance di due soldati, un caporale e il suo scudiero, anche se non era necessario che il primo fosse fatto cavaliere, oltre a un ragazzo, o valletto. Per quanto combattessero anche a cavallo, i componenti della Compagnia Bianca confondevano i loro avversari con tattiche di fanteria nelle quali i due uomini d’arme tenevano un’unica pesante lancia a mo’ di picca. Potevano perfino passare all’offensiva a piedi avanzando a ranghi serrati, mentre i paggi recavano i loro cavalli in caso di un inseguimento o di una ritirata improvvisa. Cinque lance formavano una posta, cinque poste formavano una bandiera.
Un’innovazione ancor più devastante per l’arte della guerra italiana fu l’arco lungo. Quest’ultimo non aveva la portata degli archi compositi e delle balestre, ma combinava la celerità di tiro dei primi con la potenza delle seconde. Gli archi lungi si potevano anche trovare in Italia, ma tendevano a essere utilizzati per andare a caccia più che per la guerra. Nondimeno, i rapidi sviluppi nel settore delle balestre, che richiedevano minore addestramento e minore forza, la crescente diffusione delle armi da fuoco portatili, e l’influenza delle nuove e più potenti tipologie turche di arco composito, resero gli archi lunghi della Compagnia Bianca un fenomeno effimero nel panorama bellico italiano.

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