Il Concordato di Worms

da C. Violante, L’età della riforma della Chiesa in Italia, in Storia d’Italia (dir. N. Valeri), Vol. I, Il Medioevo, Torino 1967.

testo latino di L. Weiland (ed.), Constitutiones et acta publica imperatorum et regum, I, MGH, Heinrici V. constitutiones, pp. 159160.

 

Chronik di Eccardo da Aura, 1112-1114 ca. Cambridge Corpus Christi. Enrico IV cede i paramenti imperiali e il trono al figlio Enrico V.

Chronik di Eccardo da Aura, 1112-1114 ca. Cambridge Corpus Christi. Enrico IV cede i paramenti imperiali e il trono al figlio Enrico V.

L’atteggiamento persecutorio di Enrico V nei riguardi dei vescovi fedeli a Callisto II e il suo malaccorto intervento in sedi episcopali importanti come quelle di Münster e di Magonza finì con il provocare la ribellione aperta e generale in Sassonia e poi in Baviera. Appariva ormai chiaro che una definizione della questione delle investiture, e un accordo esplicito e preciso fra Impero e Papato erano condizione preliminare e necessaria per il ristabilimento della pace in Germania e per trovare un modus vivendi fra il sovrano e gli stessi signori laici.

Un’assemblea dell’Impero, riunitasi a Würzburg il 29 settembre 1121, decise, con l’approvazione di Enrico V, di bandire la tregua di Dio in Germania e sollecitare la restituzione dei rispettivi territori e beni all’imperatore e al pontefice. Dopo aver deplorato che la scomunica gravasse ancora sul capo di Enrico V, l’assemblea inviò al pontefice un’ambasceria per chiedere l’assoluzione del sovrano e la convocazione di un concilio ecumenico nel quale «lo Spirito Santo risolvesse quei problemi che gli uomini non erano riusciti a risolvere». In sostanza, da parte imperiale si riconosceva l’autorità suprema del concilio nel risolvere le questioni al tempo stesso politiche e religiose, che venivano pertanto sottratte alle vicende incerte di trattative diplomatiche appoggiate dalla forza politica e militare […].

Appena rientrato in Roma, Callisto II ricevette gli ambasciatori germanici, che gli portarono le decisioni dell’assemblea di Würzburg. Il 19 febbraio 1122 il papa scrisse all’imperatore una lettera molto conciliante, rammaricandosi di non poter ancora inviargli la sua benedizione. Le vie della soluzione del conflitto per le investiture secondo le teorie di Ivo da Chartres erano già indicate quando si invitava l’imperatore ad abbandonare ciò che non spettava alla sua amministrazione, al fine di poter degnamente amministrare ciò che gli apparteneva: il papa e l’imperatore si sarebbero dovuti contentare di adempiere ciascuno il proprio ufficio. Latore della lettera era l’arcivescovo di Aqui, Azzone, il fedelissimo del partito imperiale. Una legazione pontificia, composta da tre cardinali, fu inviata a concludere ufficialmente le trattative per un accordo.

Le discussioni, iniziate l’8 settembre a Magonza, furono poi continuate a Worms, dove si conclusero con la stipulazione del concordato (23 settembre). Enrico V fu immediatamente liberato dalla scomunica e ammesso ai Sacramenti. Nella sua dichiarazione, l’imperatore rinunziava solennemente a ogni diritto di investitura con l’anello e con il pastorale e prometteva che nei Regni e nell’Impero le elezioni e le consacrazioni sarebbero state assolutamente libere. Prometteva inoltre di restituire alla Chiesa i beni e le regalie toltele durante il conflitto per le investiture e di costringere tutti i signori, laici ed ecclesiastici, a riparare alle usurpazioni compiute in danno alla Chiesa. Garantiva infine pace a Callisto II, alla Sede Apostolica, a tutti i suoi fautori e giurava di difendere in caso di bisogno la Chiesa e di renderle giustizia. Il papa concedeva che le elezioni episcopali e abbaziali nel Regno germanico avvenissero in presenza del sovrano purché non si esercitassero simonia e violenza: in caso di discordia fra i partiti avversi l’imperatore avrebbe potuto sostenere la parte più degna solo dopo aver ascoltato il consiglio o la sentenza del metropolitano o dei vescovi comprovinciali. Prima di essere consacrato, l’eletto sarebbe stato dall’imperatore investito – con lo scettro – dei benefici regi e avrebbe avuto verso il sovrano gli obblighi risultanti dall’investitura.

Per le altre parti dell’Impero, cioè per i Regni di Borgogna e d’Italia, i Vescovi avrebbero ricevuto – con lo scettro – l’investitura dei benefici regi solo sei mesi dopo la consacrazione e avrebbero prestato al sovrano solo i servigi derivanti dall’investitura dei benefici regi, mentre nulla gli avrebbero dovuto per quelli ricevuti dalla Chiesa.

Il papa prometteva di prestare aiuto al sovrano secondo i doveri del suo ufficio e garantiva la «vera» pace a tutti coloro che appartenevano o avevano appartenuto al partito imperiale durante il conflitto.

Temperando l’intransigenza gregoriana, si realizzava ora un compromesso secondo la dottrina di Ivo di Chartres, in quanto si stabiliva una distinzione fra temporale e spirituale nell’episcopato: i vescovi riconoscevano come signore feudale il re per i benefici ricevuti; ma non derivavano dal re il loro potere spirituale. A questa distinzione corrispondeva la duplice investitura: con lo scettro, quella per il beneficio temporale; con l’anello e il pastorale, quella per l’ufficio spirituale. La prima investitura era data da mani laiche, la seconda da sacerdotali.

Ma, se nei Regni di Borgogna e d’Italia non era riconosciuta nessuna ingerenza al sovrano prima della consacrazione, in Germania l’imperatore poteva sfruttare il diritto di presenziare alle elezioni per influire su di esse e poteva, negando l’investitura, rendere impossibile la consacrazione di un eletto che non gli fosse gradito.

Le clausole del Concordato di Worms furono approvate l’anno seguente (1123) dal concilio generale lateranense. In questa solenne assemblea, che fu riconosciuta poi come il primo vero concilio ecumenico d’Occidente, vennero confermati tutti i principi banditi nel corso della grande battaglia combattuta per la riforma ecclesiastica: condanna della simonia e del concubinato, obbligo dell’osservanza delle norme canoniche nelle elezioni episcopali, divieto d’ingerenza dei laici nelle questioni ecclesiastiche. All’indomani della conclusione della lunga lotta con l’Impero, la Sede Romana riaffermava solennemente la sua suprema autorità nella Chiesa cattolica e proclamava – con una nuova, organica sanzione – i principi e le norme canoniche che avevano guidato il movimento riformatore iniziato circa un secolo prima. Particolarmente importanti devono essere considerati i canoni, sanciti dal concilio lateranense, che ponevano sotto il controllo delle gerarchie circostanziali (vescovi, arcidiaconi, pievani, ecc.) i chierici impegnati nell’ufficio pastorale e che precludevano ai monaci la cura delle anime: questi canoni riprendevano, infatti, direttive imposte più recentemente, sotto il pontificato di Urbano II, e aprivano una larga serie di nuovi problemi.

Archivi Vaticani, Arm. I, capsa VI, 11. Pax Wormatiensis cum Calixto II (1122, Sept. 23). Privilegium imperatoris.

Archivi Vaticani, Arm. I, capsa VI, 11. Pax Wormatiensis cum Calixto II (1122, Sept. 23). Privilegium imperatoris.

Pax Wormatiensis cum Calixto II (1122, Sept. 23). Privilegium imperatoris

In nomine sanctae et individuae Trinitatis. Ego Heinricus, Dei gratia Romanorum imperator Augustus, pro amore Dei et Sanctae Romanae Ecclesiae et domini papae Calixti et pro remedio animae meae dimitto Deo et sanctis Dei apostolis Petro et Paulo Sanctaeque Catholicae Ecclesiae omnem investituram per anulum et baculum et concedo in omnibus ecclesiis, quae in regno vel imperio meo sunt, canonicam fieri electionem ac liberam consecrationem. Possessiones et regalia beati Petri, quae a principio huius discordiae usque ad hodiernam diem, sive tempore patris mei sive etiam meo, ablata sunt, quae habeo, eidem Sanctae Romanae Ecclesiae restituo; quae autem non habeo, ut restituantur fideliter iuvabo. Possessiones etiam aliarum omnium ecclesiarum et principum et aliorum tam clericorum quam laicorum, quae in werra ista amissae sunt, consilio principum vel iusticia quae habeo reddam; quae non habeo, ut reddantur fideliter iuvabo. Et do veram pacem domino papae Calixto Sanctaeque Romanae Ecclesiae et omnibus, qui in parte ipsius sunt vel fuerunt; et in quibus Sancta Romana Ecclesia auxilium postulaverit, fideliter iuvabo et, de quibus mihi fecerit querimoniam, debitam sibi faciam iusticiam. Haec omnia acta sunt consensu et consilio principum, quorum nomina subscripta sunt: Adalbertus archiepiscopus Mogontinus, F. Coloniensis archiepiscopus, H. Ratisbonensis episcopus, O. Bauenbergensis episcopus, B. Spirensis episcopus, H. Augustensis, G. Traiectensis, Ö. Constanciensis, E. abbas Wldensis, Heinricus dux, Fridericus dux, S. dux, Pertolfus dux, marchio Teipoldus, marchio Engelbertus, Godefridus Palatinus, Otto Palatinus comes, Beringarius comes.

† Ego Fridericus Coloniensis achiepiscopus et archicancellarius recognovi.

 

In nome della santa ed indivisibile Trinità. Io Enrico, augusto imperatore dei romani per volontà e grazia divina, per amore verso Dio, la Santa Chiesa Romana ed il Santo Padre Callisto ed altresì a tutela e rimedio dell’anima mia rimetto a Dio, ai Santi Apostoli Pietro e Paolo ed alla Santa Chiesa Cattolica ogni diritto di investitura da farsi tramite le insegne dell’anello e del pastorale e concedo che in tutte le chiese, che si trovano nei mei domini, vengano praticate l’elezione canonica e la libera consacrazione. I possedimenti ed i diritti del beato Pietro, che fin dal sorgere di questa discordia ad oggi, vale a dire dal tempo di mio padre al mio, le furono sottratti, e che ancora oggi posseggo, li restituisco alla Santa Romana Chiesa; quelli che, al contrario, non sono in mio possesso, farò comunque in modo che le vengano restituiti. Restituirò inoltre su consiglio dei miei principi, o per senso di giustizia, i possedimenti di tutte le altre chiese, dei principi e di quanti altri, chierici e laici, che in questo scontro furono perduti e che ancor oggi sono in mio possesso; quelli che invece non sono in mio possesso farò comunque in modo che le vengano restituiti. Concedo, inoltre, una vera pace a papa Callisto, alla Santa Romana Chiesa e a tutti colori che militano o hanno militato dalla loro parte; servirò, inoltre, fedelmente la Santa Romana Chiesa nelle circostanze per le quali richiederà il mio aiuto ed in quelle per le quali mi rivolgerà richiesta, le renderò debita giustizia. Tutto ciò è stato posto in atto col consenso e dietro consiglio di quei principi, i cui nomi sono stati di seguito trascritti: Adalberto, arcivescovo di Magonza, F. arcivescovo di Colonia, H. vescovo di Ratisbona, O. vescovo di Bamberga, B. vescovo di Spira, H. di Augsburg, G. di Utrecht, Ö. di Costanza, E. abate di Fulda, Enrico duca, Federico duca, S. duca, Pertolfo duca, Tepoldo marchese, Engelberto marchese, Goffredo conte di palazzo, Ottone conte di palazzo, Berengario conte.

†Io, Federico di Colonia, arcivescovo ed archivista generale, ho registrato il documento.

 

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Il ronzino del vescovo. Una fonte notarile

di A. Barbero, in Prima lezione di metodo storico, a cura di S. Luzzatto, Roma-Bari 2010, pp. 13-31.

 

 

  1. Gli atti della causa

 

Vescovo con pianeta. Miniatura dal Sacramentario di Warmondo (X sec.). Ivrea, Biblioteca Capitolare.

Vescovo con pianeta. Miniatura dal Sacramentario di Warmondo (X sec.). Ivrea, Biblioteca Capitolare.

Nel 1211 il vescovo di Ivrea è in lite con un suo dipendente, Bongiovanni d’Albiano, per le prestazioni a cui quest’ultimo è obbligato in cambio delle terre che tiene in feudo della Chiesa. Gli atti della causa sono contenuti in quattro pergamene, tre originali e una copia non autentica di poco più tarda, e si conservano nell’Archivio vescovile di Ivrea. Nell’anno 1900 lo storico piemontese Ferdinando Gabotto li pubblicò in un volume che contiene tutte le carte di quell’archivio fino al 1313, data della soggezione di Ivrea ai Savoia: è forte dunque la tentazione di studiare la vicenda servendosi dell’edizione a stampa, ciò che permetterebbe di lavorare in biblioteca anziché in archivio, di leggere i testi con facilità, e di fotocopiarli per esaminarli comodamente a casa propria. Ma quando si devono sottoporre pochi documenti a un’analisi ravvicinata, frase per frase e parola per parola, è bene non accontentarsi delle edizioni, e andare in archivio a vedere gli originali, magari portandosi dietro la fotocopia per un raffronto puntuale.

Il nostro lavoro comincia dunque nell’archivio della Chiesa d’Ivrea, dove gli atti sono conservati per la buona ragione che il vescovo vinse la causa. Se l’avesse perduta, soltanto Bongiovanni e i suoi eredi avrebbero avuto interesse a conservare la documentazione, che quasi certamente sarebbe andata persa nell’immenso naufragio degli archivi privati anteriori al Due-Trecento. Infatti la grande maggioranza delle famiglie di quell’epoca si sono estinte, e il loro patrimonio documentario è andato disperso; mentre gli archivi degli enti ecclesiastici, che hanno continuato a funzionare ininterrottamente fino ad oggi, sono molto meglio conservati.

I documenti che ora abbiamo in mano sono su pergamena, perché la carta comincerà a diffondersi soltanto fra XIII e XIV secolo, e solo per le scritture più ingombranti e più effimere, come i registri fiscali. Sono scritti in latino, come quasi tutti i documenti medievali italiani, e in una grafia irta di abbreviazioni, non immediatamente leggibile a un occhio moderno: è chiaro che per analizzarli è necessario possedere alcune abilità tecniche, che del resto ogni medievista acquisisce nel corso della sua formazione. Il primo lavoro da fare è il confronto fra gli originali e il testo a stampa, da cui ricaviamo la conferma che abbiamo fatto molto bene ad andare in archivio, perché la lettura dell’editore è stata in più d’un caso frettolosa.

Per non fare che un esempio, nella trascrizione del Gabotto si menziona un certo ser Giovanni da Rondissone, e si afferma che il vescovo Gaimario aveva sequestrato vacche e buoi «domini Iohannis de Rondeçone aut Boni Iohannis», ma l’originale dice «avi», non «aut»: senza ricorrere all’originale non sapremmo mai che questo personaggio, il cui nome ricorre spesso negli atti, era il nonno del Bongiovanni protagonista del processo.

 

 

  1. Lo svolgimento della lite

 

Ora che disponiamo di una trascrizione completa e corretta dei documenti, è il momento di chiederci che storia raccontano, e quali domande possiamo porgli. È chiaro che qui non siamo di fronte ai grandi eventi della Storia con l’iniziale maiuscola, ma ad una vicenda quotidiana di gente qualunque; e proprio questo rende preziose le fonti d’archivio. È ad esse che ricorriamo per capire qualcosa del funzionamento concreto della società medievale, delle relazioni economiche, delle strutture familiari e dei rapporti di potere.

Particolarmente utili sono gli atti dei litigi, come questi che ci prepariamo ad analizzare, perché una controversia obbligava le parti a definire e argomentare le loro posizioni, e sollecitava i giudici a formulare con precisione le domande da porre ai testimoni per accertare la verità: è quasi soltanto attraverso le cause giudiziarie che impariamo come funzionavano davvero istituzioni fondamentali del mondo medievale, quale ad esempio la signoria. La causa di Ivrea ha a che fare con il diritto feudale, ma la disputa sui rapporti fra signore e vassallo investe una questione assai più generale, e cioè il modo in cui quei rapporti determinavano la stratificazione della società: in gioco – come vedremo subito – è lo status sociale di Bongiovanni, la sua pretesa d’essere un nobile e non un villano.

Il primo dei quattro atti porta la data del 30 giugno 1211, ed è, dal punto di vista formale, una notitia: riferisce lo svolgimento della lite tra il vescovo di Ivrea, Pietro, rappresentato dal suo procuratore (syndicus) Giacomo Carta, e Bongiovanni d’Albiano coi suoi fratelli, fino al momento in cui è stata pronunciata la sentenza. La causa è stata discussa sub paribus curie, dove con curia s’intende l’assemblea dei vassalli del vescovo: come vedremo, che Bongiovanni fosse un vassallo – e dunque un nobile – oppure un dipendente di condizione inferiore era per l’appunto la questione da risolvere, ma in ogni caso gli venne riconosciuto il diritto di essere giudicato, come un vassallo, dai suoi pari, nominando d’accordo col signore i “colleghi” chiamati a giudicare. Infatti i giudici sono due cavalieri, ser Boamondo del Solero e ser Oberto Raimondo, «eletti da entrambe le parti» (notiamo qui che anche se per comodità di lettura tradurremo la maggior parte delle citazioni, l’analisi è stata fatta sul testo latino: lo studioso deve interrogare il documento nella sua lingua originale per poterne apprezzare tutte le sfumature).

Procedendo nella lettura veniamo a sapere in che cosa consisteva il litigio. Il procuratore del vescovo pretendeva da Bongiovanni e dai suoi fratelli che mettessero un ronzino a disposizione del vescovo in cambio del feudo che tenevano da lui, «sostenendo che tengono un feudum de roncino». Il termine “ronzino” non aveva ancora la valenza spregiativa che ha assunto oggi, ma indicava un cavallo da soma, di scarso valore commerciale e che nessuno avrebbe potuto confondere con un costoso cavallo da guerra. Chi teneva un “feudo di ronzino” era dunque obbligato a un servizio non particolarmente onorifico nei confronti del signore: non combatteva per lui, ma si limitava a portare i bagagli, e difficilmente poteva aspirare per questo a una condizione sociale privilegiata.

Questo episodio apparentemente secondario è rivelatore della ragion d’essere della società feudale. La Chiesa d’Ivrea possedeva un esteso patrimonio fondiario; in alcuni luoghi, come ad Albiano, la maggioranza degli abitanti erano suoi dipendenti, e di conseguenza il vescovo aveva il diritto di mantenere l’ordine con la forza in quella zona e farsi obbedire dalla popolazione. Gli abitanti delle campagne erano costituiti in grande maggioranza da quelli che le fonti chiamano collettivamente homines o rustici: contadini, i quali avevano dei diritti ereditari di sfruttamento della terra, ma anche dei doveri verso il signore, a cui non potevano sottrarsi unilateralmente. Per loro la soggezione all’autorità si traduceva nell’obbligo di pagare le imposte e contribuire con prestazioni di lavoro gratuite, com’era appunto, in quel caso specifico, il servizio col ronzino. Ma il vescovo aveva anche dipendenti di rango più elevato, i vassalli, che poi erano di solito cavalieri (milites). I vassalli erano i proprietari più agiati e influenti della zona, e questo è il motivo per cui il signore, bisognoso di appoggio politico e di aiuto militare, concedeva loro la terra a condizioni molto più favorevoli. Non lavoravano i campi con le proprie mani, ma ne incassavano le rendite, e il loro obbligo verso il signore, sancito dal giuramento di fedeltà e dall’omaggio vassallatico, era quello di assisterlo nelle cause giudiziarie e di combattere per lui in sella a un cavallo da guerra.

Senonché la distinzione fra le due categorie di dipendenti non era sempre così limpida, come dimostra proprio il litigio fra il vescovo Pietro e Bongiovanni d’Albiano. Le concessioni erano ereditarie e perpetue, e tale avrebbe dovuto essere anche lo status sociale dei titolari; ma l’epoca conosceva un’impetuosa crescita economica e una vigorosa mobilità sociale, per cui a distanza di qualche anno la condizione di un uomo poteva non essere più simile a quella di suo padre e di suo nonno. Se il contadino cui il signore imponeva di fornire un ronzino per portare i bagagli si arricchiva, poteva capitare che i suoi discendenti rifiutassero di continuare a prestare quel servizio, sostenendo di essere anche loro dei gentiluomini, e di non essere tenuti agli oneri che gravavano sui rustici. Quando il procuratore del vescovo fece causa a Bongiovanni e fratelli sostenendo che il loro era un feudo di ronzino, essi negarono e cercarono di provare che il loro era un feudo nobile («quod multo tempore tenuerunt feudum gentiliter»).

La domanda che a questo punto ci interessa porre al documento è: come si faceva a provarlo? Nel testo leggiamo che entrambe le parti avevano presentato atti e dichiarazioni scritte, ma poco probanti; restava la possibilità di addurre dei testimoni. La notitia non contiene i verbali degli interrogatori, limitandosi a dichiarare che il procuratore del vescovo ha provato la sua affermazione con testimoni validi («per multos testes ydoneos clericos et laycos»), mentre Bongiovanni e fratelli hanno solo tentato di provare la propria tesi, ma con testimoni «a cui non fu data fede». I giudici, dopo essersi consigliati con molti esperti di diritto, erano pronti a pronunciare la sentenza; ma a questo punto saltò fuori che Giacomo Carta non disponeva di una procura giuridicamente valida per rappresentare il vescovo («non reperiebatur legitime creatus syndicus»). Perciò i giudici chiesero al vescovo di comparire personalmente e attestare sotto giuramento che i «suoi» testimoni avevano detto la verità.

Il formalismo della procedura, che per l’epoca rappresenta un tratto moderno, si accompagna a un tratto arcaico come la persistente rilevanza data al giuramento quale elemento di prova; rilevanza tale che il vescovo Pietro anziché presentarsi preferì chiedere un rinvio per riflettere, e mentre rifletteva venne chiamato alla cattedra patriarcale di Antiochia, nel lontano regno crociato di Gerusalemme. La causa fu dunque rinviata fino all’elezione di un nuovo vescovo, Oberto; a questo punto la procedura venne riaperta, e Oberto accettò di prestare il giuramento richiesto.

Perciò i giudici – conclude il primo dei quattro atti conservati nell’Archivio vescovile di Ivrea – hanno condannato Bongiovanni a tenere un ronzino in servizio del feudo: stabilendo, implicitamente, che la sua condizione era quella d’un semplice villano, e non un nobile come sostenevano lui e i suoi fratelli.

Chiostro della Cattedrale di Ivrea (XI-XII sec.).

Chiostro della Cattedrale di Ivrea (XI-XII sec.).

 

  1. Le disposizioni dei testimoni

 

Fin qui la vicenda appare piuttosto lineare. Il problema più interessante posto da questo primo documento è quanto il formalismo della procedura, con la ricusazione del Carta, non sia in realtà un cavillo adottato dai giudici per evitare di sentenziare, e per scaricare sulla coscienza del vescovo la soluzione del caso: come sempre accade, gli atti processuali raccontano la verità a modo loro, e sarebbe ingenuo accoglierla alla lettera.

Per capire su quali elementi si erano basati i giudici passiamo alla seconda pergamena, contenente le deposizioni dei testimoni, che vennero trascritte il 29 ottobre 1211, e dunque quattro mesi dopo la sentenza, «affinché valgano per sempre come se testimoniassero a viva voce». La causa si era nel frattempo riaperta, e i giudici ritennero opportuno che le testimonianze già rese, verbalizzate dapprima in modo informale, rimanessero a disposizione in forma ufficiale. Il verbo usato dai giudici («ordinarono di auctenticare i testi prodotti da entrambe le parti») implica il conferimento di valore giuridico a un documento tramite la sottoscrizione notarile; senonché in questo caso la trascrizione a un certo punto venne interrotta, senza neppure registrare il nome del notaio, per cui tecnicamente il documento non risulta affatto auctenticus (ovvero dotato di auctoritas, nel linguaggio notarile dell’epoca).

Le deposizioni di testimoni rappresentano sempre una fonte straordinaria di informazioni per lo storico, perché ci consentono di ascoltare la viva voce della gente comune. Non senza mediazioni, s’intende: i testi parlavano in lingua volgare, cioè nel dialetto locale, e il notaio traduceva laboriosamente in latino; e quanto all’attendibilità delle deposizioni, va ribadito che i testimoni non erano convocati dal giudice, ma presentati dalle parti a sostegno della loro tesi. Nel nostro caso il verbale raccoglie le deposizioni di venti testimoni, tutti prodotti da Giacomo Carta a carico di Bongiovanni. Evidentemente la trascrizione venne interrotta prima di arrivare ai testi presentati dalla controparte, che pure erano preannunciati nell’incipit del documento.

Prima di analizzare le deposizioni è bene verificare nella documentazione coeva l’identificazione dei personaggi coinvolti: perché all’inizio del Duecento la massa dei documenti pervenuti fino a noi ha già cominciato a crescere, e ci si può aspettare che almeno i testimoni di rango sociale più elevato siano presenti in diversi altri atti. Infatti, controllando le carte dell’Archivio vescovile d’Ivrea pubblicate dal Gabotto, si riconoscono il cavaliere ser Meardo Ferrero, vassallo del vescovo d’Ivrea e di diversi signori locali della zona; il canonico ser Bonizo, uno degli esponenti più importanti del capitolo cattedrale e appartenente come ser Boamondo alla maggiore famiglia nobile di Ivrea, i del Solero; il canonico diacono Rodolfo Caudera, e il notaio Aldeprando, molto attivo a Ivrea – soprattutto per conto del vescovo – nell’ultimo quarto del XII secolo e nel primo decennio del XIII. Altri testimoni sono invece proprietari agiati di Albiano, e dunque vicini di casa di Bongiovanni: insomma, per provare le sue ragioni il procuratore è ricorso alla convocazione sia di personaggi importanti di Ivrea, autorevoli per la loro posizione sociale e legati alla Chiesa, sia di abitanti della località dov’era situato il feudo in discussione.

In tutti i casi in cui possiamo verificarlo, si trattava di persone di una certa età, attestate nella documentazione già da diversi decenni, e in grado di ricordare un passato anche abbastanza remoto. In parecchi casi i testimoni sono invitati a dichiarare la loro età; e come accade quasi sempre in quest’epoca, nessuno la sa con assoluta precisione. Interrogati su quanti anni hanno, il canonico Rodolfo Caudera risponde «che crede di averne più di 50», ser Bonizo «circa 44 o 43», il notaio Aldeprando «60 e più», Enrico di Bollengo «più di 42», Evrardo di Oggero «50 e più». Questa imprecisione, che oggi ci colpisce, era normale in un’epoca in cui il conto degli anni non era tenuto con rigore e non si usava celebrare il compleanno, né indicare nei documenti la data di nascita. Lo scopo dell’interrogatorio era di verificare a quali obblighi si erano assoggettati in passato Bongiovanni, suo padre Gribaldo e suo nonno Giovanni di Rondissone. In questa società dove la consuetudine aveva forza di legge, tutti sapevano che se determinati oneri erano stati sopportati a lungo senza protestare, non era più possibile contestarli. Uno dei testimoni, che i giudici debbono aver ritenuto ben poco interessante, lo è invece per noi, in quanto enuncia esattamente i termini della questione, anche se dichiara di non saperla decidere: «sa e vide che Giovanni di Rondissone e i suoi figli si consideravano uomini del vescovo e che cavalcavano col vescovo dove lui voleva, ma dice che non sa se sia un feudo di ronzino o di destriero, ose sia servo o libero, se non che andavano col vescovo sia a cavallo sia a piedi».

Se fossimo al posto dei giudici, potremmo essere interessati a ricostruire la personalità di ciascun testimone, per valutare l’attendibilità delle sue affermazioni. Ne verrebbero fuori interrogativi a cui non è facile rispondere: ad esempio, perché mai alla domanda rituale dei giudici, che chiedono a ciascun testimone se non ha mai avuto una condanna o un patteggiamento per furto, i due ecclesiastici rispondono scherzando? Ser Bonizo: «Rispose che non l’avrebbe detto, ma quando vorrà ricevere una penitenza dirà la verità». Rodolfo Caudera: «Rispose che non si è dato briga, ma quando erano bambini ha ammazzato gli anatroccoli» («set quando erant pueri interfecit anserotos»).

Per ricavare il massimo profitto dal documento conviene piuttosto smontare le testimonianze, e ricostruire quali risposte vennero suscitate da ciascuna domanda. Il primo punto su cui insiste l’interrogatorio è molto concreto: si tratta di stabilire se il padre di Bongiovanni, Gri-baldo, e il fratello di questi Guidotto hanno mai prestato servizio al vescovo con un ronzino. Qui, a prima vista, le testimonianze sono inoppugnabili. Più di metà dei testimoni hanno visto i due cavalcare al seguito del vescovo Gaimario con un cavallo acquistato a loro spese, e sono certi che si trattava d’una bestia da soma: era «un ronzino color asino con la criniera rasata e i bagagli caricati». (Notiamo, a margine, che tutti i termini qui tradotti in italiano suonano piuttosto oscuri a chi conosca soltanto il latino classico, e vanno controllati su un vocabolario di latino medievale: qui scopriamo ad esempio che quando i testi parlano di «runcino dosno» usano un aggettivo, dosinus, che indica appunto il colore degli asini). Un altro teste ricorda che il cavallo era costato tre lire: e anche qui è necessario fare dei raffronti con i prezzi indicati in altri documenti più o meno coevi per scoprire che si tratta d’una cifra molto bassa rispetto ai prezzi dei cavalli da guerra, i quali potevano costare diverse decine di lire.

I giudici, scrupolosi, chiedono se il servizio era prestato proprio in cambio del feudo di cui i due fratelli erano investiti, e come fanno i testimoni a saperlo. I più l’hanno sentito dire, ora dal vescovo stesso, ora «da tutti quelli del paese». Un teste aggiunge di aver sentito confessare dallo stesso Gribaldo «che teneva dal vescovo un feudo di ronzino»; il canonico Caudera ribadisce «che l’aveva sentito dire dal vescovo e loro non negavano». Feudi di quel genere erano anche chiamati feudi da scudiero (scutifer), e infatti uno dei testimoni afferma «di aver sentito dire che Gribaldo padre di Bongiovanni cavalcava col vescovo portando i bagagli da scudiero». Un altro teste, Pelagallo, aggiunge che Gaimario pretendeva lo stesso servizio già dal padre di Gribaldo, anche se dovette litigare per ottenerlo: egli «vide che il vescovo Gaimario prese (rapuit) i buoi e le vacche di ser Giovanni di Rondissone avo di Bongiovanni», a titolo di risarcimento «perché non aveva potuto avere il ronzino, e li tenne finché il detto Giovanni giurò di obbedire all’ordine del detto vescovo».

Tutto chiaro, dunque? No, perché altri testimoni si esprimono in modo più dubitativo. C’è chi ha visto Gribaldo cavalcare col vescovo Gaimario «ma non sa se lo serviva per obbligo del feudo oppure no»; chi ammette «che ogni tanto è andato con il vescovo» ma «non sa se ha fornito il ronzino o no». C’è chi afferma d’averlo visto condurre un ronzino, ma non per obbligo: Gribaldo andava col vescovo solo quando gli pareva, «quando non voleva stava a casa»; e comunque «non andava come scudiero, ma come nobile». C’è chi afferma di averlo conosciuto bene «e non vide mai che tenesse un cavallo né un ronzino né che andasse col vescovo a Roma o dall’imperatore»: precisazione quest’ultima non casuale, perché i detentori di feudi di ronzino avevano spesso come obbligo principale quello di accompagnare i vescovi in queste occasioni; e infatti il canonico ser Bonizo, quanto a lui, «crede fermamente che Gribaldo andò col vescovo a Roma col suo ronzino».

Nel loro zelo di accertare tutto l’accertabile a proposito del famoso ronzino, i giudici rischiano talvolta di spazientire i testimoni, come quel tale che «interrogato di che tipo era quel ronzino, rispose: “Come quelli che ci sono in giro” (“tales quales currunt per terram”)», per poi concludere la deposizione piuttosto bruscamente: «e dice che non sa altro: “Cosa devo dirvi di più?”». Ma a questo punto è opportuno lasciare la prima domanda posta ai testimoni e fermare l’attenzione sulla successiva, da cui i giudici speravano molto (e da cui non ricavarono invece quasi nulla). A tutti venne chiesto che cosa tenevano in feudo dal vescovo i predecessori di Bongiovanni, quando era avvenuta l’investitura, con quale procedura e in presenza dichi. Molti sapevano che si trattava di terre in Albiano, ma quasi nessuno era stato presente all’investitura o ne ricordava le circostanze; l’unico che ammette di essere stato presente «non vide che si facesse menzione d’un cavallo o d’un ronzino». Tocchiamo con mano, qui, quanto fosse insoddisfacente una procedura come quella feudale che si basava esclusivamente sull’oralità, e capiamo come mai a quella data si stesse ormai affermando l’abitudine di registrare per iscritto omaggi e investiture, senza più accontentarsi della pregnanza simbolica dei gesti.

Ma per i giudici c’era ancora un altro modo di dedurre la natura del feudo. Consisteva nel verificare se i predecessori di Bongiovanni fossero stati obbligati a subire gli oneri signorili, pagando l’imposta periodica nota come il “fodro” e prestando i servizi di trasporto e di guardia al castello (ancora noti coll’antico nome longobardo di guayta et scaraguayta), come dovevano fare tutti gli abitanti (vicini) di Albiano, ad eccezione dei detentori di feudi nobili. Fra i testimoni provenienti da Albiano, essi stessi soggetti a quegli oneri, c’è naturalmente la tendenza ad affermare che Bongiovanni deve farsene carico come tutti. Uno dichiara «che la guaita e la scaraguaita debbono essere imposti a Bongiovanni come a lui stesso e agli altri»; inoltre ha visto che Bongiovanni era obbligato a far macinare il suo grano al mulino del vescovo, e che quando c’era da pagare il fodro era tassato come tutti gli altri: ma interrogato se gliel’ha visto pagare, deve ammettere di no. Un altro teste dichiara che ha visto Bongiovanni sottoporsi a tutti i servizi di guardia e di trasporto, «e che quando si deve pagare il fodro tutti insieme al paese lui viene tassato come gli altri, ma non sa se lo dà o no». Da una testimonianza all’altra, il rifiuto di pagare il fodro si rivela come un elemento costante del conflitto fra le tre generazioni della famiglia e il vescovo; e ci rivela quanto fosse difficile per l’autorità signorile farsi rispettare dai dipendenti più insubordinati. Un teste sa che Bongiovanni fa le guardie e i trasporti, ma non ha mai visto che suo padre pagasse il fodro o la taglia; un altro ricorda che anche il nonno litigò spesso con i vescovi «e che gli chiedevano il fodro, ma non vide che lo desse». Senonché il rifiuto di pagare il fodro non era di per sé la prova che il loro fosse un feudo nobile: anche il possessore d’un feudo di ronzino poteva pretendere d’essere esentato in cambio del suo servizio. Il canonico ser Bonizo osserva che benché Gribaldo e Guidotto servissero col ronzino il vescovo, questi non li esonerava dal fodro, riscuotendolo anche da loro quando lo imponeva agli altri abitanti di Albiano; «tuttavia loro protestavano dicendo che non doveva-no dare il fodro e servire il feudo, dicendo che li gravava troppo».

Solo a questo punto i giudici passano a una domanda più diretta, chiedendo a ciascun testimone «se sa che i predecessori di Bongiovanni siano nobili e che tengano il feudo da nobili (gentiliter) e che siano capitanei», termine quest’ultimo con cui nell’Italia settentrionale si indicavano i maggiori vassalli dei vescovi. Non potevano cominciare direttamente da questa domanda? In realtà no, perché nell’Italia dell’epoca essere nobili non era una condizione giuridica precisa e indiscutibile, svincolata dalle circostanze materiali. Nell’opinione della gente – lo confermano tutti i processi di questo genere – essere nobili significava vivere da nobili, non pagare il fodro, tenere cavalli da guerra; non per nulla è su questi punti che i giudici avevano insistito all’inizio, e il fatto che ora si rassegnino a chiedere direttamente se gli interessati erano nobili significa che non hanno ricevuto risposte coerenti, e non sanno più bene come uscirne.

Alla domanda più di un testimone risponde semplicemente dichiarando la propria ignoranza («non sa se tenessero il feudo da nobili o da villani»). Altri fanno affermazioni contraddittorie: un teste dichiara di aver sentito dire «che il vescovo Gaimario impose il fodro a Gribaldo», ma ha sentito anche «che i predecessori di Bongiovanni erano nobili». Rodolfo Caudera dichiara «che ha sentito dire che erano nobili», ma pure «che quando il vescovo prendeva dagli altri uomini di Albiano prendeva anche da loro». Ser Bonizo, che ha visto Gribaldo e Guidotto servire il vescovo «a turno e spesso col loro ronzino», alla domanda se fossero nobili risponde «che li teneva pro bonis hominibuset gentilibus, ma non ha visto che fossero cavalieri (milites)». La maggior parte dei testimoni, pur affermando d’aver visto Gribaldo e Guidotto accompagnare il vescovo Gaimaro col ronzino e i bagagli, concorda «che erano boni homines et gentiles».

È soprattutto il nonno, Giovanni di Rondissone, a emergere nella memoria dei testi come nobile; del resto essi lo designano col titolo di dominus, corrispondente al volgare “ser”, e riservato ai sacerdoti e ai cavalieri. Il notaio Aldeprando non ha dubbi che costui viveva come un nobile: «vide ser Giovanni di Rondissone stare in Albiano bene e nobilmente in casa sua e dice che non vide per questo alcuna lite, tranne che il detto Giovanni una volta prestò un ronzino al vescovo Gaimario». Un ronzino venne dunque effettivamente messo a disposizione, ma in prestito, da un uomo ben lontano dall’immaginare che qualche decennio dopo i suoi nipoti sarebbero stati trascinati in giudizio per imporre loro un’analoga prestazione. In ogni caso, il punto cruciale della deposizione di Aldeprando è l’assicurazione che ser Giovanni viveva «nobilmente» (gentiliter ): in questa società in tumultuoso sviluppo, e che non aveva una memoria genealogica lunga, vivere da nobili significava esserlo davvero, e avere diritto a quelle esenzioni che ora Bongiovanni si stava battendo per difendere.

Le testimonianze sul genere di vita condotto dai predecessori di Bongiovanni vanno dunque in senso contrario a quelle sulla prestazione dei servizi di guardia e di trasporto, giacché tendono a confermare che vivevano al modo dei nobili; e in quel caso non dovevano certo tenere un umile feudo da scudieri, ma uno nobile, da vassalli. Diversi testimoni infatti, dopo aver dichiarato che gli antenati di Bongiovanni erano nobili, aggiungono «che erano vassalli», e servivano il vescovo «perché erano vassalli». L’unico cavaliere fra i testimoni, ser Meardo, ricorda d’essere stato armato cavaliere dal vescovo Gaimario, il quale gli regalò un cavallo che era appartenuto in precedenza a «ser Giovanni di Rondissone», e prosegue sostenendo di aver visto quest’ultimo «servire il vescovo come facevano lui stesso e gli altri vassalli». Alla richiesta se il servizio fosse prestato in cambio del feudo che Giovanni teneva dal vescovo, il cavaliere ribatte tranquillamente: «perché l’avrebbe servito, se non per il feudo?». Interrogato se gli antenati di Bongiovanni erano nobili, «rispose che loro erano dei più nobili del paese».

 

 

  1. L’esito della lite

 

Ma chi aveva ragione, alla fine? Il procuratore del vescovo, che voleva dimostrare la natura plebea della concessione fondiaria tenuta da Bongiovanni, o quest’ultimo, che sosteneva d’essere investito di un feudo da vassallo? Provocatoriamente, potremmo anche rispondere che questa domanda non ci interessa: un documento come questo è prezioso per quel che rivela su come la gente dell’epoca si rappresentava il mondo, non per l’esito d’una specifica lite. Tuttavia lo storico che ha maneggiato le pergamene dell’Archivio vescovile di Ivrea ed ha acquistato familiarità con i protagonisti della causa ha il diritto di formulare un’ipotesi. Prima di farlo, forniamo però ancora un dato: alla domanda se gli antenati di Bongiovanni fossero (o fossero chiamati) capitanei soltanto due testimoni rispondono affermativamente. Entrambi menzionano una circostanza specifica, l’autorità sulla chiesa locale e sul suo sacerdote: un dato che nella coscienza collettiva identificava i capitanei, giacché molto spesso costoro ricevevano in feudo dal vescovo proprio le pievi o le chiese. Uno afferma «che l’avo di Bongiovanni fu capitaneus di Rondissone» e che «le chiese dei Santi Nicola e Vincenzo erano della sua signoria e sulla sua terra»; un altro «ha sentito dire che Bongiovanni è cataneus e che ha un sacerdote sotto di sé». Nessuno afferma niente del genere a proposito di Gribaldo e Guidotto, padre e zio di Bongiovanni; i quali, per contro, sono gli unici che quasi tutti i testi hanno veduto servire il vescovo col ronzino.

Se aggiungiamo che il nonno di Bongiovanni, ser Giovanni di Rondissone, litigò a più riprese col vescovo rifiutando il servizio, e che Bongiovanni sta facendo lo stesso, mentre non risulta che Gribaldo e Guidotto l’abbiano mai fatto, si delinea abbastanza chiaramente la vicenda d’un personaggio – ser Giovanni appunto – che aveva rivendicato con forza uno status nobiliare, e agli occhi di tutti l’aveva ottenuto. I suoi figli non sono stati in grado di conservarlo fino in fondo: hanno ceduto alle pressioni del vescovo e gli hanno prestato quei servizi modesti cui a rigore forse anche il padre sarebbe stato tenuto. Ma la famiglia ha continuato a essere considerata come nobile, forse più ad Ivrea che nella stessa Albiano, dove la faccenda del fodro e dei servizi di guardia e di trasporto era ben nota ai vicini; sicché Bongiovanni ha potuto tornare a rivendicare uno status pienamente nobiliare, come il nonno.

Anche se l’ostinazione del vescovo a imporgli il servizio col ronzino lascia pensare che gli antenati della famiglia fossero davvero semplici contadini, sta di fatto che Bongiovanni andò molto vicino al successo, e che gli arbitri, scelti fra i più nobili vassalli della chiesa locale, si dimostrarono molto riluttanti a dargli torto: a riprova che l’uomo, al pari forse del padre e certo del nonno, era accettato come un nobile ad Ivrea. La causa, infatti, non finisce con la sentenza del 30 giugno 1211 e con la successiva trascrizione delle testimonianze rese in quell’occasione. La terza e penultima pergamena del nostro dossier ci conferma che il procedimento era stato riaperto, giacché il 4 maggio 1212 i giudici si pronunciarono nuovamente, e stavolta dettero ragione a Bongiovanni.

Il documento si presenta non come una ricapitolazione della causa ma come una sentenza, redatta in triplice copia (benché solo una, e non autenticata, sia giunta fino a noi). A quanto pare, era accaduto che il vescovo, vinta la causa, aveva querelato nuovamente Bongiovanni, stavolta per chiedergli i danni: dieci lire d’interesse, per non aver prestato col cavallo il servizio richiesto. La sentenza trascrive il brevissimo memoriale accusatorio del Carta in cui si sostiene che i predecessori di Bongiovanni erano stati obbligati a tenere un cavallo a servizio del vescovo d’Ivrea (ed è quanto pareva accertato con la sentenza precedente, anche se stupisce un po’ che qui non si parli più di ronzino ma genericamente di equum) e che i loro possedimenti fondiari erano un feudo concesso dalla chiesa d’Ivrea.

Questa seconda affermazione ci fa capire che la linea difensiva di Bongiovanni era significativamente cambiata. Essendo stato dimostrato che i suoi predecessori avevano effettivamente messo a disposizione il cavallo, l’uomo rilanciò sostenendo che in ogni caso la sua terra non era affatto un feudo concesso dal vescovo, e che perciò lui personalmente non gli doveva niente. Il fatto è che all’epoca la giustizia civile, soprattutto nei casi come questo in cui era affidata ad arbitri scelti dalle parti, nonostante il formalismo delle procedure era poi soprattutto faccenda di pressioni e di amicizie, il cui peso era tanto più rilevante in quanto le cause si vincevano a colpi di testimoni. Per quanto la tesi apparisse paradossale alla luce della causa precedente, Bongiovanni d’Albiano trovò dei testimoni disposti a garantire che la sua terra non dipendeva affatto dalla chiesa d’Ivrea. A questo punto gli arbitri si trovavano in grave perplessità, e infatti il prologo della sentenza riferisce che ricorsero al parere degli altri pari di curia, del consiglio comunale di Ivrea e di una commissione di esperti fatta venire da Vercelli. La soluzione fu che Bongiovanni doveva assumersi la responsabilità di sostenere la sua tesi fino in fondo, giurando che era vera e che non doveva nulla al vescovo. Bongiovanni giurò e i giudici sentenziarono che il vescovo non poteva pretendere nulla da lui.

Ma la faccenda non finì qui, perché esiste un quarto documento, conservato in originale, e anch’esso datato 4 maggio 1212. È una dichiarazione dei giudici, registrata nel palazzo episcopale davanti all’assemblea plenaria di tutti i vassalli, alla presenza del podestà di Ivrea e dello stesso vescovo «sedente pro tribunali cum canonicis suis». Ser Oberto e ser Raimondo riconoscono di aver già sentenziato in passato nella causa contro Bongiovanni, condannando lui e i suoi fratelli «a servire d’ora in poi il vescovo d’Ivrea per il feudo che tenevano dalla chiesa d’Ivrea con un ronzino, perché era un feudo di scudiero». I due giudici dichiarano «che se avevano detto qualcosa dopo, lo avevano detto salva la sentenza emessa prima e salvi i diritti della Chiesa»; come se non bastasse, ammettono che il vescovo già da tempo li aveva ammoniti a non procedere oltre nella causa, «perché il loro ufficio era finito perché era scaduto il loro triennio» – una nuova conferma del rigoroso formalismo con cui si procedeva (o si pretendeva di voler procedere) nella curia vassallatica d’Ivrea.

La dichiarazione, in sostanza, vanificava la sentenza pronunciata il giorno stesso a favore di Bongiovanni: sia perché la subordinava comunque a quella precedente, sia perché i giudici ammettevano di averla pronunciata in un momento in cui il giudizio non competeva più a loro. La difficoltà di trovare una logica in un percorso così contraddittorio non è insolita quando si cerca di ricostruire l’andamento d’una causa giudiziaria medievale; e non solo per l’incompletezza del dossier, ma perché, ancora una volta, s’indovina che verbali e sentenze omettono troppi retroscena.

La convocazione solenne dei due giudici da parte del vescovo, lo stesso giorno in cui avevano pronunciato la sentenza contro di lui – anche ammesso che i fatti abbiano davvero avuto luogo alla data dichiarata nel documento, il che non è da dare per scontato neppure con i documenti che produciamo oggi – fu un colpo di scena che spiazzò tutti, umiliando ser Oberto e ser Raimondo e costringendoli a rimangiarsi la seconda sentenza, oppure fu la via d’uscita concordata fra tutti gli interessati per uscire dal vicolo cieco in cui la causa sul ronzino era andata a finire, evitando che l’una o l’altra delle parti fosse accusata di spergiuro, e salvando la faccia di tutti? Sono domande a cui non è facile trovare una risposta nel caso specifico, ma che ci rivelano come la giustizia medievale non rispondesse alla stessa logica cui risponde la nostra. In un sistema in cui le dichiarazioni dei testimoni e il giuramento degli interessati erano spesso i soli mezzi di prova, arrivare a un accordo, anche non dichiarato, e permettere a tutte le parti in causa di uscirne con onore, poteva essere più importante che non distribuire equamente il torto e la ragione.

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NOTA BIBLIOGRAFICA

 

I documenti analizzati si conservano nell’Archivio vescovile di Ivrea, presso la Biblioteca Capitolare di Ivrea, scaffale LXXII, mazzo I, e sono pubblicati da F. Gabotto, Le carte dell’archivio vescovile di Ivrea, Tipografia Chiantore-Mascarelli, Pinerolo1900 (Biblioteca della Società Storica Subalpina, 5), docc. 59,60, 64, 65.

Per un’introduzione alla documentazione d’archivio medie-vale ci si può riferire a F. Valenti, Il documento medioevale. Nozioni di diplomatica generale e di cronologia, Ed. S.T.E.M. Mucchi, Modena 1961, e A. Pratesi, Genesi e forme del documento medievale, Quasar, Roma 19993.

Il punto storiografico sulla società feudale in Il feudalesimo nell’Alto Medioevo, Spoleto 2000 (Settimane di studio del Centro italiano di studi sull’Alto Medioevo, XLVII).

Gli studi sulla giustizia medievale hanno conosciuto grandi progressi negli ultimi anni; per un confronto segnaliamo C. Wickham, Legge, pratiche e conflitti. Tribunali e risoluzione delle dispute nella Toscana del XII secolo, Viella, Roma 2000; M. Vallerani, La giustizia pubblica medievale, il Mulino, Bologna 2005.

Un esempio memorabile di utilizzazione delle testimonianze processuali è E. Le Roy Ladurie, Montaillou, village occitan de 1294 à 1324, Gallimard, Paris 1975; trad. it. Storia di un paese: Montaillou. Un villaggio occitanico durante l’Inquisizione (1294-1324), Rizzoli, Milano 1977.

 

 

Il Placito di Capua (Marzo 960)

cit. monogr. A. Roncaglia, I primi passi del volgare, in Storia della Letteratura italiana – vol. I, Le origini e il Duecento (dir. E. Cecchi – N. Sapegno), Torino 1970; pp. 190-204.

Uno sfasamento della situazione italiana rispetto a quella francese – fatto naturalmente non casuale, ma che riflette tutta la storia politica, sociale e culturale dei due paesi nei secoli del Medioevo – si manifesta, in modo significativo, nel primo documento in cui l’uso di un volgare italiano, consapevolmente ed esplicitamente distinto dal latino e sintatticamente articolato in frasi autosufficienti, trova registrazione e riceve sanzione ufficiale. L’adozione del volgare avviene anche qui, come nel caso dei giuramenti di Strasburgo, in ambito cancelleresco, per analoga esigenza procedurale di pratica funzionalità nei confronti del mondo laico e per identico scrupolo di precisione giuridico-documentaria. Ma il ritardo cronologico sulla Francia è di oltre un secolo e lo sfondo politico-sociale tanto meno solenne, l’orizzonte tanto più limitato. Dall’842 scendiamo al 960; dalla cancelleria politica di una grande monarchia, d’importanza centrale sul piano europeo, ci ristringiamo alla cancelleria giudiziaria del piccolo e periferico principato di Capua e Benevento, ultimo tenace baluardo della dominazione longobarda della penisola. Non stanno di fronte due sovrani, due esercito, due nazioni, ma un convento benedettino e un modesto privato, del quale non abbiamo altronde notizia. Non assistiamo all’affermarsi di un principio di autonomia nazionale, ma al consolidarsi della proprietà fondiaria monastica contro le timide rivendicazioni del feudalesimo rurale laico: timide e remissive tanto, che qualcuno ha potuto crederle fittizie, quasi suscitate ad arte per dar modo al convento di ottenere piena sanzione legale al possesso già esercitato di fatto. Anche se tale sospetto sembra eccessivo, la causa s’inquadra comunque nell’energica azione svolta con successo dal restauratore di Montecassino, l’abate Aligerno (949-985), per recuperare beni usurpati dai proprietari terrieri circostanti dopo la distruzione dell’abbazia per opera dei Saraceni (883): azione sulla quale siamo ragguagliati, oltre che dagli atti d’archivio, da quanto narra nel suo Chronicon, redatto un secolo dopo i fatti, il bibliotecario del monastero, poi vescovo di Ostia, Leone Marsicano. Una riproduzione integrale del documento – scoperto nell’archivio cassinese e pubblicato la prima volta nel 1734 dall’abate Erasmo Gattola – permetterà di intendere meglio, con situazione e procedura, il significato e la portata delle notissime formule volgari:

[† In nomine domi]ni nostri Iesu Christi, bicesimo primo anno principatus domni nostri Landolfi gloriosi principis, et septimo decimo [anno principatus domni] Pandolfi, quam et secundo anno principatus domni Landolfi, excellentissimis principibus eius filiis, […] die stante mense martio, tertia indictione. Dum nos Arechisi iudex cibitatis capuane [exemu]s iudicandum et definendum causantibus, die quadam erga nobiscum adessent ceteris [viris, venit] nostro iudicio domnus Aligernus venerabilis abbas monasterii sancti Benedicti situs in monte [Casino], erga secum habendo Petrum clericum et notarium, abbocatorem predicti sui monasterii, ex parte etenim a[ltera] venit homo nomine Rodelgrimus, filius quondam Lupi, qui fuit natibo de Aquino. Qui cum venissent e[t] essent reconiuncti, tunc ipse qui supra Rodelgrimus contra supra dictum domnum Aligernum abbatem [hostensit] unam abbrebiaturam, in qua erant scripte terre in finibus Aquino per has fines: idest terre habentes fines, ab una parte fine Rapidu, de alia parte fine ipsu Carnellu, de t[ertia parte] fine ribo qui dicitur de Marotza, et fine Farnietu, et fine lacum qui nominatur de Ra[deprando], et quomodo vadit usque in silice, de quarta autem parte fine ipsa silice; ipsa alia terr[a per has fi]nes, quomodo incipit da ipsa Cosa, et salit per ipsum montem qui dicitur sancti Donati per me[dia serra], et quomodo descendit super ipsi monticelli de Marri, et vadit ad ipsi pleski qui sunt ad pede de [ipsu m]onte de Balba, et quomodo vadit inde per Duos Leones, et inde salit per ipse serre super [Casale], et inde descendit per ipsum monte super ipsa Billa de Gariliano, et inde vadit ad ipsum plesc[um qui no]minatur Grupta Imperatoris usque ad ipsum flumen. Et causare contra eum cepit, dicendo ut p[ars superi]us dicti eius monasterii, infra predicte fines que ipsa abbrebiatura continebat, haber[et et possid]eret terris que ipsius Rodelgrimi pertinerent per hereditationem, genitori et abii sui et de aliis [paren]tibus suis; querebat exinde ab eoa udire responsum et secundum lege exinde cum eo finem facere. [Ipse] qui supra domnus Aligernus abbas, erga secum habendo predictum abbocatorem suum, hec auditus, dixerunt ut pars [predic]ti sui monasterii legibus haberet et possideret integre superius dicte terre, que predicta abbrebi[atu]ra continebat, que ipse Rodelgrimus hostendebat; eo quod dicebat ut pars memorati sui monasterii ipse iam per triginta annos possidissent, et talem se dicebat exinde secundum lege per testes poterent [face]re probationem. Nos vero qui supra Arechisi iudex, cum talia audivimus, diximus ipsius Rodelgrimi ut [hostende]ret nobis si haberet de predictis terris scriptiones, aut si poteret secundum lege comprobare quomo[do…] infra supredicte finis terris haberent. Ille, quo auditus, manifestabit ut scriptiones [exin]de non haberet, nec talia secundum lege comprobare poteret. Ideo nos qui supra iudex iudicabimus et per nostrum [iu]dicium eos guadiare fecimus tali tenore, quatenus ipse qui supra Rodelgrimus plicaret se cume lege, et ipse [qui] supra Aligernus benerabilis abbas pro pars memorati sui monasterii faceret ei per testes talem consignationem se[cun]dum lege, ut singulo ad singulos ipsi testes eius teneat in manum supradictam abbrebiaturam, quam ipse Rodel[grim]us hostenserat, et testificando dicat: «Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene, [t]renta anni le possette parte sancti Benedicti»; et firmarent testimonia ipsa secundum lege per [sa]cramenta. Et de taliter inter se complendum mediatores inter se posuerunt, et abierunt. In constituto vero, quod inter se positum habuerunt, pariter ambarum partes nostra qui supra Arechisi iudici presentia sunt reconiuncti. Ipse Rodelgrimus a parte sua paratus erat cum Evangelia, bolendo a predic[tu]m venerabilem abbate predicta testimonia et ipsa sacramenta recipere; et iam dicuts domnus Aliger[nus] abbas pro parte memorati sui monasterii paratus erat cum ho testes suos, idest Teodemundum diaconum et monachum, et Mari clericum et monachum, et Garipertum clericum et notarium, et cum sacramentalibus legitimis, volendo ipsius Rodelgrimi predicta testimonia dare et secundum lege per sacramenta firmaret. Cumque nos qui supra iudex taliter eos per partes secundum lege paratos consipceremus, sicut nobis iussum fuit a predicto domno Landolfo glorioso principe ut predicta testimonia exinde nos reciperemus, interrogabimus predicti testes ut, si inde venissent pro pars memorati monasterii testimonia reddendum, indicarent nobis. Illi, quo auditi, dixerunt ut inde venissent et quod rectum exinde scirent indicarent nobis. Et tunc fecimus eos separari [ab] imbicem: predictum Teodemundum diaconum fecimus duci in partem unam, et memoratum Garipertum clericum et notarium duci in parte alia; predictum Mari clericum et monachum ante nos stare fecimus, quem monuimus de timore Domini, ut quod de causa ipsa veraciter sciret indicaret nobis. Ille aute, tenens in maunm predicta abbrebiatura, que memorato Rodelgrimo hostenserat, et cum alia manu tetigit eam, et testificando dixit: «Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parte sancti Benedicti». Deinde ante nos benire fecimus predictum Teodemundum diaconum et monachum, quem similiter monuimus de timore Domini, ut quicquid de causa ista veraciter sciret diceret ipsos. Ille autem, tenens in manum predicta abbrebiatura, et cum alia manu tangens eam, et testificando dixit: «Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parte sancti Benedicti». Nobissime autem fecimus ante nos benire memoratum Garipertum clericum et notarium, et ipsum similiter monuimus de timore Domini, ut quod veraciter sciret de ccausa ista diceret eos. Ille autem, tenens in manum memoratam abbrebiaturam, et tetigit eam cum alia manu, et testificando dixit: «Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parte sancti Benedicti». Cumque taliter toti tres quasi ex uno ore exinde testificassent, posita ipse qui supra Rodelgrimus ipsa Evengelia, iuraberunt ei toti tres predicti testes, singulo ad singulos, tangentes ipsa Evengelia, et dixerunt per sacramentum ut sic esset veritas sicut illi de causa ista testimonium reddiderunt. Ipsi vero reliquos sacramentales, qui exinde pro pars memorati monasterii iurare debuerunt, noluit ipse Rodelgrimus eos recipere, set per fustem ipsos predicti domno abbati donabit, et launegilt exinde ab eo recepit mantellum unum, in omni decisione, et in ea ratione ut, si aliquando ipse Rodelgrimo vele ius heredes han dationem aliquando per qualecumque ingenium dirrumpere vel remobere quesierint, centum bizantios solidos pena se et suos heredes eidem domno abbati et ad successores suos et pars memorati monasterii componere obligavit, et eadem donatio firma premaneat semper. Dum nos qui supra Arechisi iudex taliter ante nos hec omnia supradicta facta et perfecta conspeximus, pro recordandum in perpetuum ea omnia qualiter superius gesta sunt, quam et pro securitate memorati monasterii et de eius abbatibus atque rectoribus, de iam dictis terris hunc emisimus iudicatum, quod tibi Adenolfo notario, qui ibi fuisti, scribere iussimus.
†Ego qui supra Arechisi iudex. †Ego Atenolfus. †Ego Petrus clericus et notarius. †Ego Petrus notarius.

La formula di giuramento di un testimone registrata nel Placito di Capua (marzo 960) col quale si decise una causa di rivendicazione di terre da parte dell'abbazia di Montecassino.

La formula di giuramento di un testimone registrata nel Placito di Capua (marzo 960) col quale si decise una causa di rivendicazione di terre da parte dell’abbazia di Montecassino.

Nel nome di Nostro Signore Gesù Cristo, l’anno ventunesimo del principato del nostro glorioso principe Landolfo, diciassettesimo del principato di Pandolfo e secondo del principato di Landolfo, eccellentissimi principi di lui figli, il giorno… della seconda quindicina di marzo, indizione terza [= anno 960]. Essendo noi Arechisi giudice della città di Capua a giudicare e definire controversie, ed essendo ad assisterci altri notabili, si presentò in giudizio innanzi a noi Aligerno, venerabile abate del monastero di S. Benedetto in Montecassino, assistito da Pietro, chierico e notaio, avvocato del suo predetto monastero; e come controparte si presentò un privato di nome Rodelgrimo, figlio di Lupo, nato ad Aquino. Presentatisi costoro e posti l’uno di fronte all’altro, il suddetto Rodelgrimo produsse contro il suddetto Aligerno, abate, una memoria, in cui erano descritte terre del castaldato di Aquino, comprese entro i seguenti confini: le terre aventi per confine da una parte il Rapido, dall’altra parte il Carnello [= il fiume Liri], dalla terza parte il rio detto di Marozza [= Spalla Bassa] e il Farneto e il lago detto di Radeprando e la congiungente fino alla strada selciata [= la Via Latina], dalla quarta parte la strada selciata; e un’altra terra entro i seguenti confini: una linea che parte dalla Quosa e sale per il monte detto di S. Donato [= Monte d’Oro] lungo la cresta, e discende sui poggi di Marri e giunge alle rupi che sono ai piedi del monte di Valva [= il Fiàmmera] e prosegue per i Due Leoni e di là sale per la cresta sopra il Casale e di là discende per il monte alla Villa del Garigliano e di là raggiunge la rupe detta Grotta dell’Imperatore, giù fino al fiume [= Garigliano]. E muoveva causa contro di quello, dicendo che l’amministrazione patrimoniale del suddetto monastero, entro i predetti confini descritti nella memoria, occupava e teneva in proprio possesso terre la cui proprietà spettava a lui Rodelgrimo per eredità del genitore e dell’avo e di altri parenti suoi; chiedeva pertanto di avere da lui spiegazione e di definire con lui la controversia per vie legali. Il suddetto abate Aligerno, assistito dal suo predetto avvocato, udito ciò, dichiarò che l’amministrazione patrimoniale del suo suddetto monastero legittimamente occupava e teneva in proprio possesso tutte le terre suddette, descritte nella predetta memoria che Rodelgrimo produceva; perché affermava che l’amministrazione patrimoniale del suo menzionato monastero le teneva in proprio possesso già da trent’anni, e di ciò affermava di poter produrre prova mediante testimoni secondo la legge. Adunque noi sopra detto Arechisi, giudice, avendo ciò udito, invitammo Rodelgrimo a manifestarci se avesse documenti relativi alle predette terre o se potesse fornir prove circa la situazione giuridica delle terre comprese i suddetti confini. Egli, udito ciò, riconobbe di non avere documenti e di non poter fornire prove secondo la legge. Perciò noi, suddetto giudice, sentenziammo e per nostra sentenza facemmo loro assumere impegno formale che il suddetto Rodelgrimo si sarebbe rimesso alla legge e il suddetto venerabile abate Aligerno per l’amministrazione patrimoniale del suo menzionato monastero avrebbe fornito a lui prova mediante testimoni secondo legge in tal modo: che a uno a uno i suoi testimoni, tenendo in mano la suddetta memoria prodotta da Rodelgrimo, avrebbero pronunciato la seguente testimonianza: «So che quelle terre, entro quei confini che qui si descrivono, trent’anni le ha tenute in possesso l’amministrazione patrimoniale di S. Benedetto», e avrebbero confermato la loro testimonianza secondo legge mediante giuramento. E di comune accordo stabilirono intermediari a garantire l’adempimento degli impegni assunti, e se ne andarono. Nel giorno stabilito di comune accordo, ambe le parti si ripresentarono l’una di fronte all’altra alla presenza di noi sopra detto giudice Arechisi. Rodelgrimo, per parte sua, era pronto con i Vangeli per ricevere dal predetto venerabile abate le predette testimonianze e giramenti, e il predetto Aligerno abate, per parte del menzionato suo monastero, era pronto con i seguenti testimoni: Teodemondo, diacono e monaco, e Mari, chierico e monaco, e Gariberto, chierico e notaio, e con sacramentali legittimi, per fornire a Rodelgrimo le predette testimonianze e confermale con un giuramento secondo la legge. E poiché noi, sopra detto giudice, li vedemmo pronti in tal modo, ciascuno per la sua parte, secondo la legge, in conformità agli ordini impartitici dal predetto glorioso principe Landolfo di ricevere sulla questione le predette testimonianze, interrogammo i suddetti testimoni affinché, se venivano a render testimonianza a favore del sopra menzionato monastero, a noi lo precisassero. Essi, udito ciò, dichiararono di essere venuti appunto per questo, e che avrebbero precisato sulla questione quanto sapevano esser giusto. Allora li facemmo separare l’uno dall’altro, e facemmo allontanare da una parte il suddetto Teodemondo, il diacono, e dall’altra il suddetto Gariberto, chierico e notaio, e facemmo restare di fronte a noi il predetto Mari, chierico e monaco, e lo ammonimmo che sotto il timore di Dio ci precisasse quel che della questione sapesse in verità. Egli, tenendo in una mano la suddetta memoria prodotta dal sopra menzionato Rodelgrimo, e toccandola con l’altra, rese la seguente testimonianza: «So che quelle terre, entro quei confini che qui si descrivono, trent’anni le ha tenute in possesso l’amministrazione patrimoniale di S. Benedetto». Dopo di che facemmo venire innanzi a noi il predetto Teodemondo, diacono e monaco, e allo stesso modo lo ammonimmo che sotto il timore di Dio dicesse tutto quello che della questione sapesse in verità. Ed egli, tenendo in una mano quella memoria e toccandola con l’altra, rese la seguente testimonianza: «So che quelle terre, entro quei confini che qui si descrivono, trent’anni le ha tenute in possesso l’amministrazione patrimoniale di S. Benedetto». Infine facemmo venire innanzi a noi il già menzionato Gariberto, chierico e notaio, e similmente lo ammonimmo che sotto il timore di Dio dicesse tutto quello che della questione sapesse in verità. Ed egli, tenendo in mano la detta memoria, la toccò con l’altra e rese la seguente testimonianza: «So che quelle terre, entro quei confini che qui si descrivono, trent’anni le ha tenute in possesso l’amministrazione patrimoniale di S. Benedetto». Avendo in tal modo reso testimonianza sulla questione tutti e tre quasi a una voce sola, porti i Vangeli dal suddetto Rodelgrimo, gli prestarono tutti e tre i suddetti testimoni un giuramento, a uno a uno, toccando i Vangeli, e confermarono per giuramento che così era in verità come essi avevano testimoniato sulla questione. Quanto agli altri sacramentali che avrebbero dovuto prestar giuramento su ciò per parte del menzionato monastero, Rodelgrimo rinunziò a riceverne il giuramento e li condonò formalmente al predetto abate e ne ricevette in cambio, per launegildo, un mantello, a definizione piena, e sotto condizione che se mai Rodelgrimo o i suoi eredi con qualsiasi pretesto cercassero di infirmare o revocare questa rinuncia, obbligava sé e i suoi eredi a pagare all’abate o ai suoi successori e all’amministrazione patrimoniale del menzionato monastero la penale di cento soldi bizantini, e la rinuncia resterebbe in ogni caso irrevocabile. Poiché noi sopra detto Arechisi giudice prendemmo atto di quanto si era fatto e perfezionato in tal modo dinanzi a noi, per perpetua memoria di tutto ciò come e qualmente si svolse e altresì per garanzia del suddetto monastero e dei suoi abati e reggitori, emanammo il presente documento giudiziario, che a te, Adenolfo notaio, ivi presente, ordinammo di scrivere.
†Io sopra detto giudice Arechisi. †Io Adenolfo. †Io Pietro, chierico e notaio. †Io Pietro notaio.

Wiligelmo e seguaci, Re Astolfo fa una donazione all'abate Anselmo per fondare l'abbazia di Nonantola, portale dell'abbazia di Nonantola (XII secolo).

Wiligelmo e seguaci, Re Astolfo fa una donazione all’abate Anselmo per fondare l’abbazia di Nonantola, portale dell’abbazia di Nonantola (XII secolo).

Il giudice Arechisi applica una legge emanata nel 754 da re Astolfo:

Si quis Langobardus qualecumque rem possederit, et custodes locorum venerabilium de ipsis rebus eum molestaverit, et ipse possessionem suam de triginta annis consignaverit, et eius claruerit possessio, possedeat et inantea. Similiter et venerabilia loca faciant de rebus, que ipsa possedeunt, si a Langobardis fuerint pulsati.

Se alcun Longobardo possieda un qualsiasi bene, e il responsabile di un’amministrazione religiosa glielo contesti, ed egli documenti di possederlo da trent’anni, e il suo possesso sia acclarato, continui a possederlo anche in seguito. Similmente facciano le amministrazioni religiose dei beni che esse possiedono, se da Longobardi ne sia mossa loro contestazione.

Il principio della prescrizione trentennale deriva dal diritto romano, ma già da tre secoli – da una legge di Grimoaldo del 668 – era stato introdotto fra i Longobardi. Di schietta tradizione germanica sono gli istituti giuridici ai quali si fa riferimento: tali la guadia, contratto formale che si perfeziona mediante la consegna di un oggetto simbolico a titolo di pegno; l’uso dei sacramentali, che con il loro giuramento confermano quello dei testimoni e della parte in causa; la traditio per fustem, forma di cessione o concessione simbolicamente rappresentata dalla materiale consegna di una bastoncino; il launegildo, oggetto che il donatario cede al donante come simbolico corrispettivo della donazione ricevuta, non essendo per principio ammessi negozi giuridici a titolo gratuito. La procedura seguita e le formule usate a descriverla sono, in tutto, quelle tipiche del diritto longobardo, quale si praticava nei principati dell’Italia meridionale.
Di tale procedura, di tali formule, risalta subito l’estremo formalismo, che si rispecchia nello scrupolo di meticolosa precisione cui è informato tutto il documento, con le sue innumerevoli ripetizioni, ogni volta pedantescamente sottolineate da richiami del tipo ipse qui supra, supra dictum, predictum, memoratum, ecc. Non è, in fondo, se non un perfezionamento di questo scrupolo, volto a rendere il documento incontestabile, la riproduzione letterale delle testimonianze rese in volgare, secondo moduli evidentemente preparati: testimonianze che per solito venivano riferite, o più spesso riassunte, in latino, come in latino è riassunto, anche qui, lo svolgimento della discussione tra le parti. Linguisticamente, i caratteri di questo latino sono quelli stessi che si riscontrano in tante altre carte di epoca merovingia e longobarda: un misto, e spesso un incrocio, di grammatica e di sgrammaticatura, con forme cristallizzate fuori da qualsiasi contatto con la parlata viva e altre che su di essa sono ricalcate e latinizzate alla meglio. L’uso dei casi è ora ossequiante all’antica norma (anche nelle declinazioni meno vitali: anno principatus), ora soggetto all’affiorare di tendenze volgareggianti (unificazione dell’obliquo, con caratteristici scambi di genitivi e dativi: principatus… excellentissimis principibus, diximus ipsius Rodelgrimi; scambi che nei pronomi coinvolgono anche l’accusativo: diceret eos, diceret ipsos; desinenze in -o per il nominativo singolare maschile e in -is per il plurale: fuit natibo, cum adessent ceteris viris; sintagmi preposizionali che fan da viva concorrenza alle declinazioni desinenziali: monte de Balba, monticelli de Marri, accanto a montem sancti Donati; Billa de Gariliano, accanto a cibitatis capuane); l’abbandono delle desinenze antiche e grammaticalmente corrette si nota soprattutto dopo la preposizione, non senza significative incoerenze. Nella sintassi si possono cogliere ipercorrettismi scolastici (come l’uso di ut esteso a introdurre oggettive dichiarative: diximus ut… manifestabit ut…), corruzioni di costruzioni classiche (gli assoluti hec auditus, quo auditus, quo auditi), e barbarismi burocratici (erga secum, erga nobiscum), accanto a volgarismi sia generici (il completivo numerale: toti tres; l’uso di si a introdurre interrogative indirette; poteret per posset), sia caratteristici di certe fasi d’assestamento e di certe aree della Romània (ipse correntemente usato in funzione di articolo determinativo). Non mancano infine tratti localizzabili regionalmente: sia fonetici (confusione fra b e v, che ha radici nel substrato osco-umbro e si riflette nella pronuncia fricativa bilabiale tuttora constatabile nella zona intorno a Montecassino: bicesimo, Billa; cibitatis, ribo; cfr. le alternanze: venerabilis/benerabili; volendo/bolendo; venit,venisset/benire; obligavit/donabit), sia morfologici (finis, «confine», di genere femminile, come ancor oggi in dialetti del contado capuano), sia lessicali (plescum, «rupe», che sopravvive nella toponomastica).
Ecco dunque, naturale corollario della diversità del quadro sociale, un’altra differenza, attinente in modo più specifico alla coscienza linguistica, che distingue il caso italiano dal caso francese. Mentre il volgare dei giuramenti di Strasburgo si definisce nei confronti di un latino grammaticalmente irreprensibile e stilisticamente classicheggiante, come quello delle storie di Nitardo, il volgare delle nostre formule testimoniali si definisce nei confronti di un latino sregolato e volgareggiante, anzi già caratterizzato da dialettismo locali. Il confine tra i due sistemi linguistici – latino e volgare – non è perciò meno netto, nella coscienza soggettiva del redattore come nella configurazione oggettiva del documento; soltanto è sensibilmente più basso il livello cui s’incide il taglio. Non solo il latino, infatti, ma anche il volgare del documento italiano ha, rispetto al precedente francese, carattere assai ben più modesto; e proprio per questo risulta, a differenza di quello francese, ben localizzato, anche a prescindere dalle indicazioni esterne, sul puro piano dell’analisi linguistica. Troviamo, così, molti caratteri propri in generale del tipo linguistico italiano – ossia di tutta l’area dalla Toscana in giù, con esclusione del Nord gallo-italico – quali la saldezza delle vocali finali (sao, contene, trenta, anni) e delle consonanti geminate (kelle terre, anni, possette); o la caduta delle consonanti finali (ko, que, contene, possette) e, sul piano morfologico, la conseguente adozione della forma nominativa per il plurale (kelle terre, kelle fini, anni), di fronte alla forma accusativa per il singolare (parte). Ma troviamo pure tratti anti-toscani e tipicamente campani, quali l’assenza del dittongo in contene (tosc. contiene) e la perdita dell’elemento labiale nell’esito della labiovelare: ko < quod; kelle < eccu+illæ; ki < eccu+hic (tosc. quelle, qui). Se il campano odierno ha adottato ka (<quam) come congiunzione dichiarativa, e kkà e akkà (< eccu+hac) come avverbio di luogo, è pur noto che l’antico possedeva invece ko e ki, sopravviventi ancor oggi in località isolate della regione. Si è anzi potuto precisare che l’arcaismo ki, come l’ancor vivo kelle, esclude lo stesso cassinese, che nella conservazione dell’articolazione labiale si accordava ai dialetti centrali e al toscano, e denunciano la base delle formule in un tipo dialettale più meridionale, comprendente precisamente la città di Capua, dove fu tenuto il giudizio. E si è già osservato, a proposito del contesto latino, che proprio nei dialetti della zona capuana sopravvive ancor oggi la voce fini, femminile, nel senso specifico di «limiti di proprietà». Lasciamo da parte il possette, spiegato di solito, sulle tracce del Salvioni, con l’antica (poi regredita) tendenza dei dialetti campano-laziali al dileguo della -d- intervocalica, perché a questa spiegazione resta pur sempre preferibile l’altra, puramente analogica (su perfetti forti quali dette e stette), avanzata già dal Rajna.
[…] La nozione di “volgare”, quale si definisce concretamente nelle sue prime manifestazioni ufficiali, non equivale senz’altro a «lingua parlata dal popolo nella sua genuina spontaneità», ma deve piuttosto intendersi come «lingua intellegibile al popolo […]». La stessa parola che circoscrive l’oggetto del contendere, fini, è sì «non … latinismo, ma forma locale conservata proprio nella zona che ci riguarda in quel particolare significato rustico», ma è, nello stesso tempo, filtrata attraverso un’esperta coscienza legale, assunta a preciso termine giuridico, «già tecnicizzata nel latino delle carte» (Folena). E contene, «intransitivo… con valore di riflessivo passivo», equivalente insomma a continetur, ripete sì un «fenomeno naturale» della sintassi popolare […] ma è nello stesso tempo un «verbo tecnico che s’inserisce in una tradizione» (Schiaffini), ed entro tale tradizione, essenzialmente “cancelleresca” o “curialesca”, si costituisce in un cristallizzato e tenacissimo “uso speciale”, che è dato seguire dall’età merovingia, carolingia e longobarda fino al XV secolo, e che finisce con l’assumere oggettivamente «un carattere quasi rituale nel linguaggio notarile» (Sabatini). […] Ai materiali volgari si sovrappongono dunque le tradizioni convenzionali del formulario giuridico e della scripta notarile; ed è entro l’ambito di queste tradizioni che quei materiali ricevono assetto formale e vengono fissati per iscritto. Per la medesima via è probabilmente da spiegare anche il tanto discusso sao iniziale, la cui divergenza dalla schietta forma dialettale saccio o sazzo (legittima continuatrice indigena del latino sapio) a buon diritto ha attirato l’attenzione dei filologi. Anche quel verbo, infatti, in quanto «non indica un sapere qualsiasi, ma la precisa consapevolezza del testimone» (Folena), può essere considerato un tecnicismo giuridico: e a tale specificazione semantica è ben lecito collegare l’adozione di una forma diversa da quella corrente. In sao, il Bartoli credette di poter riconoscere una forma d’importazione, «giunta in Campania prima della metà del X secolo, probabilmente insieme a qualche elemento longobardo e franco, proveniente dal Beneventano e dalla Tuscia», insomma un settentrionalismo divenuto interregionale […]. È difficile mantenere integralmente questo punto di vista, da quando il Castellani ha richiamato l’attenzione sul fatto che sao – come forma analogica, rifatta partendo dalla seconda persona sai, sul modello di stai-stao, dài-dao – poteva ben sussistere un tempo, in spontanea concorrenza con la forma etimologica saccio, anche nel Mezzogiorno […].

Navata centrale della chiesa di S. Sofia a Benevento.

Navata centrale della chiesa di S. Sofia a Benevento.

Tre anni dopo il Placito di Capua, altri tre atti – emessi rispettivamente nel marzo, nel luglio e nell’ottobre 963: a Sessa Aurunca dal giudice Maraldo il primo, concernente il monastero maschile di S. Salvatore di Cocuruzzo; a Teano dal giudice Bisanzio gli altri due, concernenti il monastero femminile di S. Maria di Cengla – ripetono, con poche varianti, la stessa procedura e le stesse formule testimoniali in volgare:

«Sao cco kelle terre, per kelle fini que tebe monstrai, Pergoaldi foro, que ki contene, et trenta anni le possette».
(Sessa, marzo 963)

«Kella terra, per kelle fini que bobe mostrai, sancte Marie è, et trenta anni la posset parte sancte Marie».
(Teano, ottobre 963)

«Sao cco kelle terre, per kelle fini que tebe mostrai, trenta anni le possette parte sancte Marie».
(Teano, ottobre 963)

Le varianti di procedura riguardano l’aggiunto (nel primo caso) o la sostituzione (negli altri due) di un sopraluogo alla produzione di una memoria scritta per indicare con esattezza i confini delle terre in contestazione; inoltre nel primo caso, il possessore trentennale delle terre risulta essere non il monastero ma un privato, Pergoaldo, che le ha poi cedute al monastero; nel secondo caso, trattandosi propriamente di un «memoratorio», è il rappresentante stesso del monastero a giurare e consegnare per iscritto il giuramento, la cui formula volgare ricorre perciò una sola volta (e non quattro come negli altri casi) entro il testo del documento. Le varianti nel tenore delle formule confermano i caratteri linguistici già osservati nella carta capuana, con i medesimi tratti volgari (mostrai, foro, è) e con analoghi latinismi (Pergoaldi foro, sancte Marie è, parte sancte Marie), aggiungendovi – oltre a fatti di minor conto, quali le oscillazioni grafiche ko/cco, monstrai/mostrai, quella morfologico-sintattica tra il singolare contene e il plurale conteno (=continunt), e l’isolata riduzione di possette a posset – due arcaismi interessanti: i dativi pronominali tebe (lat. tibi) e bobe (lat. vobis), nel secondo dei quali si nota inoltre il caratteristico betacismo cassinese […].
La concordanza dei quattro documenti, emessi da giudici e redatti da notai diversi, conferma che ci troviamo di fronte a una vera e propria prassi giuridica, preordinata e coordinata nelle sue convenzionali costanti di forma, cui obbedisce sia la procedura generale, sia il tenore delle formule testimoniali, sia l’adozione del volgare per la loro registrazione scritta. E se per l’uso del volgare la ristrettezza del tempo entro cui le nostre quattro carte sono comprese non consente che si parli di “tradizione”, se non con l’aggiunta restrittiva dell’aggettivo “incipiente”, il tenore delle formule risponde a una tradizione assai meno effimera e più estesa.
Altre formule del tutto simili – relative ad analoghe contestazioni di possessi fondiari tra privati e monasteri legati all’abbazia madre di Montecassino – s’incontrano, infatti, registrate in latino, nel Chronicon Vulturnense. Si comincia nel 936, per una causa giudicata da Ausenzio di Capua fra il capuano Maione e Rambaldo abate di S. Vincenzo al Volturno:

Scio quia illas terras, per illos fines et mensuras qua stibi monstravi, XXXa annos possedit pars sancti Vincentii.

Si continua nel 954, per un’altra causa sottoposta a quello stesso giudice Arechisi che emise il placito capuano del 960:

Scio quia ille terre, per illos fines et mensuras quas Paldefrit comiti monstravimus, per XXXa annos possedit pars sancti Vincentii.

Si arriva al 976, in un giudizio pronunciato da quello stesso Maraldo cui si deve il placito sessano del 963:

Scio ipsa terra et monte, per ille finis que vobis demonstravi, triginta annos possedit pars sancti Martini.

Benevento, chiesa di Santa Sofia. Annuncio a Zaccaria (particolare), affresco della fine dell'VIII-inizio IX secolo.

Benevento, chiesa di Santa Sofia. Annuncio a Zaccaria (particolare), affresco della fine dell’VIII-inizio IX secolo.

Il triennio (960-963) che racchiude la documentazione delle formule volgari si proietta così, in prospettiva, sul quarantennio (936-976) che racchiude la documentazione delle formule latine: e ci si può ben chiedere se queste non siano ri-traduzione, entro il latino della cronaca, di testimonianze che nelle carte originali, in questi casi non conservate, fossero registrate in volgare, non altrimenti che in quelle conservate. […] Formule testimoniali abbastanza simili a quelle dei nostri placiti si trovano già in carte del IX secolo. In un documento lucchese dell’882, segnalato dal Rajna, leggiamo:

In primis Popo dixit: «Sappo res illa, unde intentione habet Guntelmus clericus pro parte sancte Marie de Monte cum Natale et Auriperto germanis, infra isti trigenta anni essere sancti Marie, et quando Alperto pater eorum in ipsa res introivit, sancte Marie erat». Ostriperto similiter dixit. Videprando similiter dixit.

Addirittura alla fine dell’VIII secolo si fa risalire una formula pisana del 796, attestante il possesso trentennale di un servo:

Iscio Ascausulu, pater istorum Rotprenduli, Aspertuli clerici et Perticausuli, infra triginta annos esset servus sancte Marie.

È probabile che anche queste formule, del resto non prive di volgarismi, siano state pronunciate dai testimoni in volgare e adattate alla tradizione latina solo nella registrazione documentaria. Che nella prassi orale l’uso del volgare si sia affermato prima che nella scritta, è naturale. Certo è, in ogni caso, che dietro i primi documenti scritti dell’uso ufficiale del volgare c’è un lento, secolare processo di adattamenti reciproci tra l’uso vivo della parlata e la vecchia tradizione formularia latina, per opera di funzionari, magistrati e scribi di cancelleria. Insieme con i chierici predicatori, che applicavano la prescrizione del concilio di Tours, sono questi giudici e notai i primi artefici del volgare come lingua della nuova civiltà – potremmo dire i primi «fabbri del parlar materno» – : e della loro opera i primi passi del volgare, e sulle loro orme i successivi, restano indelebilmente segnati.

La Postilla amiatina

cit. mongr. A. Roncaglia, I primi passi del volgare, in Storia della Letteratura italiana – vol. I, Le origini e il Duecento (dir. E. Cecchi – N. Sapegno), Torino 1970; pp. 208-209.

Notary-Datini51 […] In Toscana, dove la tradizione scolastica era ben salda, il volgare non oltrepassa funzioni private, di familiare confidenzialità. Entro tali limiti si definisce, in modo sintomatico, «la prima voce volgare che ci perviene dalla regione in cui la lingua italiana trovò i suoi più puri accenti» (Leicht). Sono poche parole – legate forse, se le assonanze hanno un peso intenzionale, in tre versicoli – che il notaio Rainiero aggiunge in calce a una carta del 1087, con la quale un tal Miciarello e sua moglie Gualdrada facevano donazione di tutti i loro beni all’abbazia di San Salvatore sul Monte Amiata:

Ista cartula est de caput-coctu:
ille adiuvet de illu rebottu
qui mal consiliu li mise in corpu.

È facile constatare quanto scarsa sia ancora, in queste parole, l’autonomia, almeno grafica, del volgare. «Il notaio Rainiero non sa scrivere che in latino, e ogni parola del suo volgare che deve scrivere non sa scriverla che riferendosi al latino. Pronunciando capucottu, scrive caput-coctu. Diceva è, e scrive est…» (Migliorini). Tuttavia, la sua intenzione di scrivere parole volgari risulta chiara dal confronto con il testo latino della carta. Meno facile è capire che cosa egli abbia voluto dire esattamente con quella postilla marginale, dove si direbbe che l’uso del volgare intenda sottolineare un tono appunto di confidenzialità familiare, e contrapporlo, con la contrapposizione dei piani linguistici, al carattere di formale ufficialità dell’atto latino. Apparentemente il tono è scherzoso, anzi scanzonato: caput-coctu significa «testa calda», «innamorato» o «ubriaco»; rebottu, ossia «ribaldo», può intendersi come allusione al Maligno, al diavolo. Ma con il qualificare di caput-coctu il soggetto della cartula, cioè il donatore Miciarello, e di mal consiliu quella sua intenzione cui la carta dà forma giuridica, con l’attribuire, per di più, l’ispirazione del mal consiliu addirittura al diavolo, o comunque a un malvagio, il notaio non infirmava la capacità legale del donatore e la stessa validità dell’atto di donazione? Si sarebbe tentati di supporlo, se l’esemplare della carta recante quella postilla non fosse per l’appunto l’originale conservato dall’abbazia donataria, la quale non avrebbe potuto accettare, senza incredibile ingenuità, un documento così inficiato. Oppure il notaio allude in modo ironico (ma, per la verità, un po’ troppo ermetico) a qualche colpa di cui Miciarello si fosse in precedenza macchiato, a qualche errore in cui egli fosse ricorso, e augura che la donazione giovi all’anima sua contro il Maligno ispiratore di quella colpa o di quell’errore? O ancora si tratta […] di una clausola cautelativa, di riserva, come usava per donazioni condizionate, destinate unicamente a garantire la restituzione di un prestito, e da annullarsi con l’estinzione del debito? Sono interrogativi cui sinora non si è data, né sapremmo dare ora, una risposta soddisfacente. Qualcuno pensa anche ad una donazione fittizia, per evitare aggravi fiscali (il mal consiliu sarebbe dunque la «frode»). La questione, del resto, è per noi di secondaria importanza. Quel che più interessa è che qui il volgare faccia capolino solo ai margini della lingua ufficiale, e ad essa si contrapponga, pur nella sua scarsa autonomia grafica, come portatore di un’intenzione espressiva la quale, comunque se ne interpreti il contenuto, vuole evidentemente sottrarsi all’ambito formale dell’ufficialità.

Bibliografia:

Cocito L., Per la postilla amiatina, «Giornale italiano di filologia» 8, 1954.
Leicht P.S., Versi volgari del 1087, «Rendiconti dell’Accademia dei Lincei» 18, 1909.
Ruggieri R.M., Sul metro della postilla amiatina, «Studi romanzi» 31, 1947;
Ruggieri R.M., Per l’interpretazione della postilla amiatina, «Lingua nostra» 10, 1949.
Ruggieri R.M., La lingua della postilla amiatina, «Cultura neolatina» 9, 1949.

Il «Dictatus papæ» di Gregorio VII

da C. Violante, L’età della riforma della Chiesa in Italia, in Storia d’Italia (coord. da N. Valeri), Vol. I, Il Medioevo, Torino 1967.

Testo del «Dictatus papæ» di Gregorio VII (1075). Città del Vaticano, Archivio Vaticano.

Testo del «Dictatus papæ» di Gregorio VII (1075). Città del Vaticano, Archivio Vaticano.

Il panorama di una Cristianità turbata, corrotta e dolente dettava a Gregorio VII le sconsolate considerazioni della lettera da lui scritta il 22 gennaio 1075 all’abate Ugo di Cluny. In tale stato d’animo, nella sinodo quaresimale del 24-28 febbraio Gregorio VII decideva di eliminare la radice di ogni sopruso e la fonte di ogni corruzione, vietando per la prima volta ai laici, sotto pena di scomunica, di dare l’investitura episcopale e abbaziale e ordinando ai metropoliti e ai vescovi di non consacrare, pena la deposizione, chi dai laici fosse stato investito. In tal modo si tagliava nettamente via ogni possibilità di intervento delle autorità laiche, e particolarmente dei re e dell’imperatore, nella scelta dei vescovi e nel conferimento dei benefici e dei poteri giurisdizionali e politici connessi con l’ufficio episcopale. Era un provvedimento di tremenda portata, che minacciava di scuotere tutto l’ordinamento sociale e politico dei Regni e dell’Impero, ordinamento fondato sui poteri dei vescovi e sui rapporti feudali di questi con le autorità laiche. Si comprende pertanto la durata e la violenza della lotta per le investiture, che ebbe origine dal drastico decreto di Gregorio VII.
Nella stesso sinodo furono condannati cinque consiglieri simoniaci di Enrico IV, fu minacciata la scomunica al re Filippo I di Francia se non avesse fatto ammenda della sua condotta; furono sospesi dall’ufficio l’arcivescovo di Brema per disubbidienza e i vescovi di Strasburgo, Spira e Bamberga, accusati di aver ricevuto l’investitura simoniacamente. In Italia furono sospesi i vescovi di Pavia e di Torino e deposto Dionigi, vescovo di Piacenza, ritenuto simoniaco e persecutore di monasteri riformati, secondo le accuse mossegli dagli esponenti di un largo e vivace movimento patarinico locale. Furono infine scomunicati Roberto il Guiscardo e suo nipote Roberto di Loritello come invasori dei beni di san Pietro.
Poco dopo una breve notizia della sinodo quaresimale del 1075, fra una lettera del 3 e una del 4 marzo, troviamo inserito nel registro di Gregorio VII un testo che, sotto il titolo di Dictatus papæ, comprende ventisette proposizioni di fondamentale importanza dottrinale. Le brevi, essenziali proposizioni sembrano essere i titoli sotto i quali Gregorio VII si sarebbe ripromesso di raccogliere testi venerandi, decreti di antichi pontefici e di concili, per la pubblicazione di una raccolta di canoni. Ma, anche se si accetta questa ipotesi, che è stata autorevolmente avanzata da qualche studioso, rimane indiscussa l’importanza dottrinale e programmatica del testo e significativo il suo inserimento nel registro.
Nelle proposizioni del Dictatus papæ si afferma innanzitutto l’origine divina della Chiesa, l’autorità universale del solo pontefice romano e l’impossibilità di appartenere alla fede cattolica al di fuori dell’unione con la Chiesa di Roma. E, questa, una chiara e robusta affermazione dei diritti divini e universali della Chiesa romana di fronte alle pretese ecumeniche del patriarca di Costantinopoli.
Miniatura dagli «Extraits de ses oeuvres», Ms. 315, tomo II, fol. 1 verso. Gregorio VII in trono (XII secolo). Douai, Bibliothèque municipale.

Miniatura dagli «Extraits de ses oeuvres», Ms. 315, tomo II, fol. 1 verso. Gregorio VII in trono (XII secolo). Douai, Bibliothèque municipale.


La maggior parte delle proposizioni mirano a consolidare il centralismo nell’organizzazione ecclesiastica. Il papa – si afferma – può trasferire, deporre o assolvere i vescovi, riunire sedi episcopali minori, frazionare quelle più vaste e più ricche, ordinare chierici in qualunque luogo. Il pontefice romano affermava così il suo diritto a intervenire direttamente nelle questioni interne delle province ecclesiastiche e delle diocesi scavalcando l’autorità dei rispettivi metropoliti e vescovi. Sotto l’influsso del monachesimo esente cluniacense la compattezza degli ambiti circostanziali era rotta. Si tendeva in realtà ad arginare la crescente potenza delle grandi sedi metropolitiche, animate spesso da uno spirito di rivalità nei riguardi della stessa Chiesa romana, e si voleva stabilire un più efficace controllo sull’attività dei vescovi, troppi dei quali si sentivano legati più all’imperatore che al papa.
Altre proposizioni del Dictatus papæ ribadivano ed esaltavano l’autorità assoluta del pontefice romano nella Chiesa: qualsiasi provvedimento può essere preso dal sommo pontefice al di fuori di una sinodo; nessun concilio può considerarsi generale se non è convocato dal papa; nessun testo canonico ha valore se non è convalidato dall’autorità pontificia; il papa non può essere giudicato da alcuno: egli può solo riformare o annullare i suoi decreti.
Circa i rapporti fra le supreme autorità politica ed ecclesiastica, il Dictatus afferma che il papa può deporre gli imperatori e sciogliere i sudditi dalla fedeltà promessa ai sovrani ingiusti.
Liberatosi dal controllo diretto da parte del potere laico, il Papato affermava nettamente la superiorità dei valori dello spirito sugli interessi temporali e vedeva nel prevalere dei primi sui secondi la condizione preliminare e necessaria per ogni efficace riforma morale e religiosa. Su queste basi, si poneva anche in campo politico la necessità di affermare la superiorità dell’autorità del pontefice su quella dell’imperatore, quando questi nella sua concreta azione politica venisse meno ai fini morali e religiosi determinando il disordine nella Cristianità.