Florio e Biancifiore: la propagazione europea di una «meravigliosa e straordinaria storia d’amore»

da Romanzi cavallereschi bizantini, a cura di C. Cupane, Torino 1995, pp. 447; 475-476.

Jan van Doesborch, Floire et Blancheflor. Incisione, 1517 ca.

Jan van Doesborch, Floire et Blancheflor. Incisione, 1517 ca.

Una delle coppie di innamorati più celebri e più internazionali della letteratura romanzesca è certamente quella costituita da Florio e Biancofiore, le cui peripezie sono narrate in francese, danese, svedese, medio inglese, medio alto-tedesco, medio basso-tedesco, medio neerlandese, italiano, spagnolo e in altre lingue. La delicata storia d’amore dei due fanciulli, nati nello stesso giorno da genitori cristiani lei, musulmani lui, innamoratisi sui banchi di scuola, separati con l’inganno e infine riuniti dopo una serie di peripezie che conducono Florio alla ricerca dell’amata dalla natia Spagna fino al lontano e misterioso Oriente, assume la sua prima forma letteraria, quale che ne sia l’origine, in antico francese verso la metà del XII secolo e si diffuse, attraverso una serie di riscritture dalla fine di questo secolo al XV, in tutta l’Europa medievale[1]. Per il tramite di un Cantare toscano in ottava rima[2], la cui ricca tradizione manoscritta risale alla prima metà del XIV secolo, essa giunse anche in Grecia, probabilmente nel Peloponneso franco, e fu adattata in lingua greca volgare, con notevole fedeltà all’originale, sotto il titolo di Florio e Plaziaflore (Φλωρίος καί Πλατζιαϕλώρε). […]

«Insieme tutti e due, Florio e la nobile fanciulla Plaziaflore, si avviarono alla scuola. Cominciarono a imparare le lettere, e Florio in pochissimo tempo, lesse, sfogliò e imparò molti libri. Lesse infine anche un altro libro, il «Libro dell’amore», che gli incendiò la mente e il cuore. Nel vedere l’accaduto il maestro fu colpito al cuore da un dardo atroce, non riusciva quasi a trovare riposo e a consolarsene. Ma Florio non faceva altro che guardare Plaziaflore, sempre aveva in cuore il volto splendente di lei (che era come) acqua fresca, brina dell’inverno, splendida come il sole e rigogliosa come un albero, dagli occhi neri e stellanti, arancia amara spirante amore, dalle labbra rosse come una rosa, lei che chiacchierava dolcemente, lei da Amore esaltata, della grazia degli Amori adorna, lei aveva sempre in mente il suo fratello di latte. Tutti i suoi pensieri poneva in lei, senza flessioni, e qualunque cosa gli dicessero era per lui come tela di ragno».

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Note:

[1] Cfr. E. Hausknecht (ed.), Floris and Blancheflour, Berlin 1885; J.H. Reinhold, Floire et Blancheflor. Étude de littérature comparée, Paris 1906; L. Ernst, Floire und Blantscheflur: Studie zur vergleichenden Literaturwissenschaft, Strasbourg 1912

[2] Cfr. V. Crescini, Il Cantare di Fiorio e Biancifiore, II, Bologna 1899.

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Testo edito da A.E. Quaglio, in G. Boccaccio, Tutte le opere, a cura di V. Branca, Milano 1967, vol. I, Filocolo I 4

 

Frontespizio dell'Inamoramento di Florio et di Bianzafiore chiamato Philocolo che tanto e a dire quanto amorosa faticha composto. (Al colophon) In Venetia, per Bernardino de Lesona vercellese, 1520.

Frontespizio dell’Inamoramento di Florio et di Bianzafiore chiamato Philocolo che tanto e a dire quanto amorosa faticha composto. Edizione di Bernardino de Lesona di Vercelli, Venezia 1520.

Taciti e soli lasciò Amore i due novelli amanti, i quali riguardando l’un l’altro fiso, Florio primieramente chiuse il libro, e disse: «Deh, che nuova bellezza t’è egli cresciuta, o Biancifiore da poco in qua, che tu mi piaci tanto? Tu non mi solevi tanto piacere; ma ora gli occhi miei non possono saziarsi di riguardarti!». Biancifiore rispose: «Io non so, se non che di te poss’io dire che in me sia avvenuto il simigliante. Credo che la virtù de’ santi versi, che noi divotamente leggiamo, abbia accese le nostre menti di nuovo fuoco, e adoperato in noi quello già veggiamo che in altrui adoperarono». «Veramente – disse Florio – io credo che come tu di’ sia, però che tu sola sopra tutte le cose del mondo mi piaci». «Certo tu non piaci meno a me che io a te – rispose Biancifiore». E così stando in questi ragionamenti co’ libri serrati avanti, Racheio, che per dare a’ cari scolari dottrina andava, giunse nella camera e loro gravemente riprendendo, cominciò a dire: «Questa che novità è, che io veggio i vostri libri davanti a voi chiusi? Ov’è fuggita la sollecitudine del vostro studio?». Florio e Biancifiore, tornati i candidi visi come vermiglie rose per vergogna della non usata riprensione, apersero i libri; ma gli occhi loro più disiderosi dell’effetto che della cagione, torti, si volgeano verso le disiate bellezze, e la loro lingua, che apertamente narrare solea i mostrati versi, balbuziendo andava errando. Ma Racheio, pieno di sottile avvedimento, veggendo i loro atti, incontanente conobbe il nuovo fuoco acceso ne’ loro cuori, la qual cosa assai gli dispiacque; ma più ferma esperienza della verità volle vedere, prima che alcuna parola ne movesse ad alcuno altro, sovente sé celando in quelle parti nelle quali egli potesse lor vedere sanza essere da essi veduto. E manifestamente conoscea, come da loro partitosi, incontanente chiusi i libri, abbracciandosi si porgeano semplici baci, ma più avanti non procedeano, però che la novella età, in che erano, non conoscea i nascosi diletti. E già il venereo fuoco gli avea sì accesi, che tardi la freddezza di Diana li avrebbe potuti rattiepidare.

Dedica del “Decameron” alle donne

di Giovanni Boccaccio, Decameron. Introduzione, note bibliografiche, indici e commento a cura di V. Branca, Torino 1992, pp. 2-8.

Raffaello Sorbi, Decamerone. Olio su tela, 1876.

Raffaello Sorbi, Decamerone. Olio su tela, 1876.

Umana cosa è aver compassione degli afflitti: e come che a ciascuna persona stea bene, a coloro è massimamente richesto li quali già hanno di conforto avuto mestiere e hannol trovato in alcuni[1]; fra’ quali, se alcuno mai n’ebbe bisogno o gli fu caro o già ne ricevette piacere, io sono uno di quegli[2]. Per ciò che, dalla mia prima giovanezza infino a questo tempo oltre modo essendo acceso stato d’altissimo e nobile amore, forse più assai che alla mia bassa condizione non parrebbe, narrandolo, si richiedesse[3], quantunque appo coloro che discreti[4] erano e alla cui notizia pervenne io ne fossi lodato e da molto[5] più reputato, nondimeno mi fu egli di grandissima fatica a sofferire, certo non per crudeltà della donna amata, ma per soverchio fuoco nella mente concetto[6] da poco regolato appetito: il quale, per ciò che a niuno convenevole termine mi lasciava contento stare, più di noia[7] che bisogno non m’era spesse volte sentir mi facea. Nella qual noia tanto rifrigerio già mi porsero i piacevoli ragionamenti d’alcuno amico e le sue laudevoli consolazioni, che io porto fermissima opinione per quelle essere avenuto che io non sia morto. Ma sì come a Colui piacque il quale, essendo Egli infinito, diede per legge incommutabile a tutte le cose mondane aver fine, il mio amore, oltre a ogn’altro fervente e il quale niuna forza di proponimento o di consiglio o di vergogna evidente, o pericolo che seguir ne potesse, aveva potuto né rompere né piegare, per se medesimo in processo di tempo si diminuì in guisa, che sol di sé nella mente m’ha al presente lasciato quel piacere che egli è usato di porgere a chi troppo non si mette ne’ suoi più cupi pelaghi navigando[8]; per che, dove faticoso esser solea, ogni affanno togliendo via, dilettevole il sento esser rimaso[9].

Ma quantunque cessata sia la pena, non per ciò è la memoria fuggita de’ benifici già ricevuti, datimi da coloro a’ quali per benivolenza da loro a me portata erano gravi le mie fatiche; né passerà mai, sì come io credo, se non per morte. E per ciò che la gratitudine, secondo che io credo, trall’altre virtù è sommamente da commendare[10] e il contrario da biasimare, per non parere ingrato ho meco stesso proposto di volere, in quel poco che per me[11] si può, in cambio di ciò che io ricevetti, ora che libero dir mi posso, e[12] se non a coloro che me atarono[13], alli quali per avventura per lo lor senno o per la loro buona ventura non abisogna, a quegli almeno a’ quali fa luogo[14], alcuno alleggiamento[15] prestare. E quantunque il mio sostentamento[16], o conforto che vogliam dire, possa essere e sia a’ bisognosi assai poco, nondimeno parmi quello doversi più tosto porgere dove il bisogno apparisce maggiore, sì perché più utilità vi farà e sì ancora perché più vi fia caro avuto.

E chi negherà questo, quantunque egli si sia[17], non molto più alle vaghe[18] donne che agli uomini convenirsi donare? Esse dentro a’ dilicati petti, temendo e vergognando, tengono l’amorose fiamme nascose, le quali quanto più di forza abbian che le palesi coloro il sanno che l’hanno provate: e oltre a ciò, ristrette da’ voleri, da’ piaceri, da’ comandamenti de’ padri, delle madri, de’ fratelli e de’ mariti, il più del tempo nel piccolo circuito[19] delle loro camere racchiuse dimorano e quasi oziose sedendosi, volendo e non volendo in una medesima ora, seco rivolgendo diversi pensieri, li quali non è possibile che sempre sieno allegri. E se per quegli alcuna malinconia[20], mossa da focoso disio, sopraviene nelle lor menti, in quelle conviene che con grave noia si dimori, se da nuovi ragionamenti non è rimossa: senza che[21] elle sono molto men forti che gli uomini a sostenere[22]; il che degli innamorati uomini non avviene, sì come noi possiamo apertamente vedere. Essi, se alcuna malinconia o gravezza di pensieri gli affligge, hanno molti modi da alleggiare o da passar quello[23], per ciò che a loro, volendo essi, non manca l’andare a torno, udire e veder molte cose, uccellare[24], cacciare, pescare, cavalcare, giucare[25] o mercatare: de’ quali modi ciascuno ha forza di trarre, o in tutto o in parte, l’animo a sé e dal noioso pensiero rimuoverlo almeno per alcuno spazio di tempo, appresso il quale, con un modo o con altro, o consolazion sopraviene o diventa la noia minore.

Adunque, acciò che in parte per me s’amendi il peccato della fortuna[26], la quale dove meno era di forza, sì come noi nelle dilicate donne veggiamo, quivi più avara fu di sostegno, in soccorso e rifugio di quelle che amano, per ciò che all’altre è assai l’ago[27] e ’l fuso e l’arcolaio, intendo di raccontare cento novelle, o favole o parabole o istorie[28] che dire le vogliamo, raccontate in diece giorni da una onesta brigata di sette donne e di tre giovani nel pistelenzioso tempo della passata mortalità fatta[29], e alcune canzonette dalle predette donne cantate al lor diletto[30]. Nelle quali novelle piacevoli e aspri casi d’amore e altri fortunati[31] avvenimenti si vederanno così ne’ moderni tempi avvenuti come negli antichi; delle quali le già dette donne, che queste leggeranno, parimente diletto delle sollazzevoli cose in quelle mostrate e utile consiglio potranno pigliare, in quanto potranno cognoscere quello che sia da fuggire e che sia similmente da seguitare: le quali cose senza passamento di noia non credo che possano intervenire[32]. Il che se avviene, che voglia Idio che così sia, a Amore ne rendano grazie, il quale liberandomi da’ suoi legami m’ha conceduto il potere attendere a’ lor piaceri[33].

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Note:

[1] Secondo i precetti della retorica medievale («opus illustrant proverbia» Galfrido di Vino Salvo), l’opera si apre con una sentenza ripresa nelle Esposizioni (II litt. 111: «degl’infelici si suole aver compassione») e nella Consolatoria (12). È del tipo del divulgato «Solamen miseris socios habuisse malorum» (H. Walther, Proverbia sententiaeque Latinitatis Medii Aevi, Göttingen 1963, v, p. 57). «A proverbio sumitur initium» si consigliava (cfr. E. Faral, Les arts poétiques du XIIe et du XIIIe siècle, Paris 1923, p. 267): e questo consiglio il Boccaccio aveva seguito anche iniziando la Fiammetta con un’affermazione in qualche modo analoga: «Suole a’ miseri crescere di dolersi vaghezza, quando di sé discernono o sentono in alcuno compassione». Cfr. per la tecnica sentenziale e proverbiale, insistente nel Decameron, G. Checchi, Sentenze e proverbi nel Decameron, Studi sul Boccaccio 9 (1975-1976), pp. 119-168

[2] In questo periodo iniziale v’è un ribaltamento psicologico ed espressivo analogo a quello che campeggia nelle quartine del sonetto introduttivo alle rime del Petrarca: dall’impersonale appello sentenziale d’inizio attraverso una serie di disgiuntive e di concessive il Boccaccio punta a un capovolgimento con il finale mutamento di soggetto a sorpresa («Umana cosa è … io sono uno di quegli»). Il soggetto ideale di tutto il lungo periodo iniziale deve essere l’oggetto della «compassione» di chi ha sperimentato ed è invocato all’inizio (e cfr. nota finale al Proemio). La solennità di questo avvio è sottolineata dall’impiego del cursus planus per concludere ogni membretto del periodo: da «degli afflitti» a «io sono uno di quegli». E cfr. V 10, 16.

[3] forse assai più di quanto non sembrerebbe che convenisse (si richiedesse) alla mia umile condizione, essendo io stesso a dirlo (narrandolo). «Costrutto in zoccoli» (M.; forse per la prima delle molte ellissi del che punteggianti il Decameron). In questa affermazione si è voluto vedere il riflesso degli amori di Giovanni, borghese e mercante, con Maria d’Aquino o Fiammetta, di stirpe reale: secondo il meraviglioso romanzo costruito sui misteriosi cenni pseudo-biografici delle opere giovanili. Converrà piuttosto vedere nella frase un riflesso di quegli schemi medievali, di quei precetti della trattatistica amorosa – da Andrea Cappellano in poi – che furono così presenti nell’esercizio letterario del Boccaccio: «negli uomini è gran senno il cercar d’amar sempre donna di più alto legnaggio che egli non è» (I 5, 4; e cfr. II 8, 41; III 2; Filocolo, IV 47 ss.). Cfr. V. Branca, Schemi letterari e schemi autobiografici, in Boccaccio medievale, Firenze 1956, pp. 231 ss.; A. Cappellano, De amore, Copenaghen 1892, pp. 38 ss.

[4] assennati, di savio discernimento: cfr. Intr., 74 «Ma Filomena, la quale discretissima era»; II 6, 71; X 7, 3; e anche Convivio, I xi, 3; Inf. XXXI 54.

[5] Da molto è locuzione aggettivale, simile alle ancora viventi dabbene, dappoco. Da, riferito a persona, significa atto a, capace a, cioè attitudine, virtù di fare.

[6] concepito: participio alla latina (cfr. Inf. XXVI 73)

[7] dolore, pena; senso solito nel Boccaccio e in quel secolo: p. es. 67 n; I 9, 46 n; II 8, 42 n.

[8] Immagine tradizionale della letteratura classica, patristica, ascetica: cupi profondi (Inf. VII 10; Par. III 123).

[9] Chiusura del periodo solenne con un endecasillabo: il primo di quelle varie migliaia di versi che punteggiano sapientemente la prosa del Decameron (ne noteremo alcune sequenze più chiare e significative).

[10] lodare, approvare: II 7, 67 n.

[11] da me. È il solito per di agente (fr. par): cfr. Intr. 55 n.

[12] Così nel proemio della Genealogia: «libet… apponere, et si non omnia, quaedam saltem…».

[13] aiutarono. La riduzione atare da aitare è corrente anche nel Decameron: p. es. Intr. 30; III 2, 9.

[14] fa bisogno, occorre.

[15] sollievo, alleviamento; comune questa forma nel Boccaccio (p. es. più avanti in questo stesso Proemio, 12; e Rime XIII; Teseida IV 37, V 3 e 47; Amorosa Visione XLVIII 70 e L 69; cfr. anche S. Pieri, Appunti etimologici, in Miscellanea lingüistica in onore di Graziadio Ascoli, Torino 1901, p. 423).

[16] X concl., 3 «a sostentamento della nostra sanità e vita».

[17] qualunque sia, per quanto piccolo sia.

[18] graziose, leggiadre; ma questo aggettivo ritiene nel Boccaccio – che lo usa spessissimo per le donne – qualcosa del suo senso primitivo, di movimento; quasi a indicare i continui vivaci impulsi da cui sono mossi gli animi femminili (Intr., 75 n: «Noi [donne] siamo mobili, riottose, sospettose, pusillanime e paurose»).

[19] piccolo spazio limitato; Amorosa Visione XLV 31. Il seguente dimorano è il verbo reggente tutto il periodo.

[20] In senso più cupo (quasi «umor nero») che oggi: cfr. 14; I 7, 8 n; II 6, 19 n; II 10, 23; III 7, 5; V 9, 38; X 7, 8; e nel Filocolo IV 126: «L’amiraglio, pieno di malinconia… cerca, per fuggir quella, la bellezza di Biancifiore vedere». Si tenga presente anche il sonetto dantesco «Un dì si venne a me Malinconia» (LXXII).

[21] senza dire, senza contare che.

[22] nel sopportare; uso intransitivo non comune: ma cfr. VIII 7, 45 e anche II 7, 11.

[23] quello è comprensivo di malinconia e gravezza; passar vale rimuovere, superare, non è causativo; cfr. II 6, 19; F. Brambilla Ageno, Il verbo nell’italiano antico. Ricerche di sintassi, Milano 1964, p. 130.

[24] andare a caccia degli uccelli con l’aiuto di rapaci o con le reti o con le panie; la dittologia è anche in X 10, 4.

[25] È il primo esempio della riduzione, corrente nel Boccaccio, del dittongo uo a u (giuco, lugo, figliulo, ecc.), tonico e atono; cfr. A. Schiaffini, Influssi dei dialetti meridionali sul toscano e sulla lingua letteraria. I. Il perugino trecentesco, ID 4 (1928), pp. 87 ss.

[26] perché per opera mia in qualche modo si rimedi, si ripari al torto fatto dalla fortuna (alle donne).

[27] basta. Cfr. Comedia I 14: «e però chi ama, ascolti; degli altri non curo: la loro sollecitudine gli abbia tutti». Il motivo, già stilnovistico, è frequente all’inizio delle opere del Boccaccio: p. es. nella lettera dedicatoria del Filostrato, nella prima canzone della Comedia, nel terzo acrostico dell’Amorosa Visione.

[28] Questa serie di sostantivi sta a indicare che la materia sarà mista, e i racconti di varia specie: novelle sono generalmente narrazioni di ogni argomento; favole rammenta l’uso francese di «fabliaux»; parabole accenna a esempi e probabilmente alla volontà didascalico-allegorica che non di rado è presente nei prologhi e negli epiloghi delle singole novelle, e qualche volta in racconti moralizzati per via di paragoni (p. es. I 3, 7, 10 ecc.); storie indica infine specialmente le narrazioni a sfondo storico, di personaggi illustri. Salimbene dice di Guido Bonatti (Inf. XX 118) «erat totus plenus proverbis, fabulis et exemplis» (Cronica, p. 239). Si noti che novella col valore attuale era appena entrata nell’uso (FEW, VII, p. 207).

[29] Da riferire a brigata: la passata mortalità allude alla ancor recente peste del 1348.

[30] Non tutte, dunque, quelle che furono cantate: difatti varie volte si accennerà a canti o canzoni senza riportarli. Le canzonette sono principalmente, è naturale, le ballate che concludono ogni giornata; ma si noti che solo sette sono cantate dalle donne, tre invece dai giovani. Sarà questa un’indicazione approssimativa, o il Boccaccio pensò realmente al principio di far cantare solo le fanciulle, come di fatti fece nelle prime tre giornate, cioè nella parte della sua opera che sarebbe stata divulgata in forma autonoma?

[31] Accanto al più corrente senso positivo (felici, di buona fortuna) poteva, come «fortunosi», avere quello negativo (di cattiva fortuna, sventurati; cfr. Inf. XXVIII 8; Morelli, Ricordi, p. 535): oppure anche quello di casuali, fortuiti (cfr. p. es. il volgarizzamento, ora attribuito al Boccaccio, di Valerio Massimo, De’ fatti e detti degni di memoria della città di Roma e delle stranie genti, Bologna 1868, p. 672). Forse, per questo, si può intendere semplicemente soggetti alle vicende della fortuna (come alcuni interpretano anche Inf. XXVIII 8).

[32] senza che passino i loro affanni non credo possa accadere. Il quadro vago delle donne oziose e fantasticanti d’amore, che sta al centro di questo proemio e che da Ovidio (Heroides XIX 5 ss.) in poi aveva una lunga tradizione letteraria, sarà in certo modo ripreso in tono più teorizzante nella II 8, 12 ss., e invece appena accennato nella VII 5, 4 ss.

[33] Come è stato accennato [altrove] v’è analogia strutturale e funzionale fra l’inizio di questo proemio e l’attacco del sonetto proemiale del Petrarca: e l’analogia continua lungo tutti e due i testi. Il significato del rovesciamento non può che formalmente essere ricondotto nella prospettiva dell’ordo artificialis consigliato dalla tradizione retorica più autorevole specialmente per l’oratoria (e grande oratoria sono questi due testi, con quell’energica apostrofe iniziale). Quel rovesciamento è scoperto nel suo valore nuovo e dinamico della divaricazione che si opera fra i due estremi (e che era già stata sperimentata nel Secretum e nell’Elegia di Fiammetta): divaricazione insieme temporale e morale che oppone il «giovanile errore» (Petrarca) o la «giovanezza» (Boccaccio) alla maturità della coscienza che li sente ormai come un «vaneggiar» (Petrarca), come «cose mondane» che «tutte» hanno «fine» (Boccaccio), il cui «frutto» è «vergogna» (Petrarca), «vergogna evidente» (Boccaccio). Il capovolgimento proemiale introduce in ambedue i «libri», e con sorprendenti ricorsi verbali, quasi un procedimento ambiguo à rebours, o meglio di flash back: la storia dell’uomo, dello jedermann, narrata poi lungo l’opera come presente e operante, si prospetta così come un passato sofferto. L’ampio arco della sospensione che regge quei gremitissimi inizi proemiali dà luogo quasi a una prospettiva di specchi, illusionistica come l’affannarsi umano: e il testo stesso, in quei primi periodi, nelle ambagi grammaticali continue, sembra sprofondare lentamente in se stesso scavando uno spazio dilatato temporalmente e moralmente. Con questi avvii, con questi «proemi fatti per insinuazione» (come scrive tecnicamente e suggestivamente il Daniello) e coi loro sviluppi il Petrarca e il Boccaccio, in modo del tutto indipendente, affermano anche la necessità, per l’opera letteraria, di un’organizzazione tematica e di una struttura unitaria. Cfr. il raffronto più particolare in V. Branca, Implicazioni strutturali e espressive fra Petrarca e Boccaccio, in Atti del Convegno Internazionale su Francesco Petrarca promosso dall’Accademia dei Lincei, Roma 1975; e l’analisi del sonetto petrarchesco in A. Noferi, Il sonetto introduttivo del Petrarca, in Lettere Italiane 27 (1974). E cfr. per un rovesciamento opposto IV intr., 32 n.

Il Concordato di Worms

da C. Violante, L’età della riforma della Chiesa in Italia, in Storia d’Italia (dir. N. Valeri), Vol. I, Il Medioevo, Torino 1967.

testo latino di L. Weiland (ed.), Constitutiones et acta publica imperatorum et regum, I, MGH, Heinrici V. constitutiones, pp. 159160.

 

Chronik di Eccardo da Aura, 1112-1114 ca. Cambridge Corpus Christi. Enrico IV cede i paramenti imperiali e il trono al figlio Enrico V.

Chronik di Eccardo da Aura, 1112-1114 ca. Cambridge Corpus Christi. Enrico IV cede i paramenti imperiali e il trono al figlio Enrico V.

L’atteggiamento persecutorio di Enrico V nei riguardi dei vescovi fedeli a Callisto II e il suo malaccorto intervento in sedi episcopali importanti come quelle di Münster e di Magonza finì con il provocare la ribellione aperta e generale in Sassonia e poi in Baviera. Appariva ormai chiaro che una definizione della questione delle investiture, e un accordo esplicito e preciso fra Impero e Papato erano condizione preliminare e necessaria per il ristabilimento della pace in Germania e per trovare un modus vivendi fra il sovrano e gli stessi signori laici.

Un’assemblea dell’Impero, riunitasi a Würzburg il 29 settembre 1121, decise, con l’approvazione di Enrico V, di bandire la tregua di Dio in Germania e sollecitare la restituzione dei rispettivi territori e beni all’imperatore e al pontefice. Dopo aver deplorato che la scomunica gravasse ancora sul capo di Enrico V, l’assemblea inviò al pontefice un’ambasceria per chiedere l’assoluzione del sovrano e la convocazione di un concilio ecumenico nel quale «lo Spirito Santo risolvesse quei problemi che gli uomini non erano riusciti a risolvere». In sostanza, da parte imperiale si riconosceva l’autorità suprema del concilio nel risolvere le questioni al tempo stesso politiche e religiose, che venivano pertanto sottratte alle vicende incerte di trattative diplomatiche appoggiate dalla forza politica e militare […].

Appena rientrato in Roma, Callisto II ricevette gli ambasciatori germanici, che gli portarono le decisioni dell’assemblea di Würzburg. Il 19 febbraio 1122 il papa scrisse all’imperatore una lettera molto conciliante, rammaricandosi di non poter ancora inviargli la sua benedizione. Le vie della soluzione del conflitto per le investiture secondo le teorie di Ivo da Chartres erano già indicate quando si invitava l’imperatore ad abbandonare ciò che non spettava alla sua amministrazione, al fine di poter degnamente amministrare ciò che gli apparteneva: il papa e l’imperatore si sarebbero dovuti contentare di adempiere ciascuno il proprio ufficio. Latore della lettera era l’arcivescovo di Aqui, Azzone, il fedelissimo del partito imperiale. Una legazione pontificia, composta da tre cardinali, fu inviata a concludere ufficialmente le trattative per un accordo.

Le discussioni, iniziate l’8 settembre a Magonza, furono poi continuate a Worms, dove si conclusero con la stipulazione del concordato (23 settembre). Enrico V fu immediatamente liberato dalla scomunica e ammesso ai Sacramenti. Nella sua dichiarazione, l’imperatore rinunziava solennemente a ogni diritto di investitura con l’anello e con il pastorale e prometteva che nei Regni e nell’Impero le elezioni e le consacrazioni sarebbero state assolutamente libere. Prometteva inoltre di restituire alla Chiesa i beni e le regalie toltele durante il conflitto per le investiture e di costringere tutti i signori, laici ed ecclesiastici, a riparare alle usurpazioni compiute in danno alla Chiesa. Garantiva infine pace a Callisto II, alla Sede Apostolica, a tutti i suoi fautori e giurava di difendere in caso di bisogno la Chiesa e di renderle giustizia. Il papa concedeva che le elezioni episcopali e abbaziali nel Regno germanico avvenissero in presenza del sovrano purché non si esercitassero simonia e violenza: in caso di discordia fra i partiti avversi l’imperatore avrebbe potuto sostenere la parte più degna solo dopo aver ascoltato il consiglio o la sentenza del metropolitano o dei vescovi comprovinciali. Prima di essere consacrato, l’eletto sarebbe stato dall’imperatore investito – con lo scettro – dei benefici regi e avrebbe avuto verso il sovrano gli obblighi risultanti dall’investitura.

Per le altre parti dell’Impero, cioè per i Regni di Borgogna e d’Italia, i Vescovi avrebbero ricevuto – con lo scettro – l’investitura dei benefici regi solo sei mesi dopo la consacrazione e avrebbero prestato al sovrano solo i servigi derivanti dall’investitura dei benefici regi, mentre nulla gli avrebbero dovuto per quelli ricevuti dalla Chiesa.

Il papa prometteva di prestare aiuto al sovrano secondo i doveri del suo ufficio e garantiva la «vera» pace a tutti coloro che appartenevano o avevano appartenuto al partito imperiale durante il conflitto.

Temperando l’intransigenza gregoriana, si realizzava ora un compromesso secondo la dottrina di Ivo di Chartres, in quanto si stabiliva una distinzione fra temporale e spirituale nell’episcopato: i vescovi riconoscevano come signore feudale il re per i benefici ricevuti; ma non derivavano dal re il loro potere spirituale. A questa distinzione corrispondeva la duplice investitura: con lo scettro, quella per il beneficio temporale; con l’anello e il pastorale, quella per l’ufficio spirituale. La prima investitura era data da mani laiche, la seconda da sacerdotali.

Ma, se nei Regni di Borgogna e d’Italia non era riconosciuta nessuna ingerenza al sovrano prima della consacrazione, in Germania l’imperatore poteva sfruttare il diritto di presenziare alle elezioni per influire su di esse e poteva, negando l’investitura, rendere impossibile la consacrazione di un eletto che non gli fosse gradito.

Le clausole del Concordato di Worms furono approvate l’anno seguente (1123) dal concilio generale lateranense. In questa solenne assemblea, che fu riconosciuta poi come il primo vero concilio ecumenico d’Occidente, vennero confermati tutti i principi banditi nel corso della grande battaglia combattuta per la riforma ecclesiastica: condanna della simonia e del concubinato, obbligo dell’osservanza delle norme canoniche nelle elezioni episcopali, divieto d’ingerenza dei laici nelle questioni ecclesiastiche. All’indomani della conclusione della lunga lotta con l’Impero, la Sede Romana riaffermava solennemente la sua suprema autorità nella Chiesa cattolica e proclamava – con una nuova, organica sanzione – i principi e le norme canoniche che avevano guidato il movimento riformatore iniziato circa un secolo prima. Particolarmente importanti devono essere considerati i canoni, sanciti dal concilio lateranense, che ponevano sotto il controllo delle gerarchie circostanziali (vescovi, arcidiaconi, pievani, ecc.) i chierici impegnati nell’ufficio pastorale e che precludevano ai monaci la cura delle anime: questi canoni riprendevano, infatti, direttive imposte più recentemente, sotto il pontificato di Urbano II, e aprivano una larga serie di nuovi problemi.

Archivi Vaticani, Arm. I, capsa VI, 11. Pax Wormatiensis cum Calixto II (1122, Sept. 23). Privilegium imperatoris.

Archivi Vaticani, Arm. I, capsa VI, 11. Pax Wormatiensis cum Calixto II (1122, Sept. 23). Privilegium imperatoris.

Pax Wormatiensis cum Calixto II (1122, Sept. 23). Privilegium imperatoris

In nomine sanctae et individuae Trinitatis. Ego Heinricus, Dei gratia Romanorum imperator Augustus, pro amore Dei et Sanctae Romanae Ecclesiae et domini papae Calixti et pro remedio animae meae dimitto Deo et sanctis Dei apostolis Petro et Paulo Sanctaeque Catholicae Ecclesiae omnem investituram per anulum et baculum et concedo in omnibus ecclesiis, quae in regno vel imperio meo sunt, canonicam fieri electionem ac liberam consecrationem. Possessiones et regalia beati Petri, quae a principio huius discordiae usque ad hodiernam diem, sive tempore patris mei sive etiam meo, ablata sunt, quae habeo, eidem Sanctae Romanae Ecclesiae restituo; quae autem non habeo, ut restituantur fideliter iuvabo. Possessiones etiam aliarum omnium ecclesiarum et principum et aliorum tam clericorum quam laicorum, quae in werra ista amissae sunt, consilio principum vel iusticia quae habeo reddam; quae non habeo, ut reddantur fideliter iuvabo. Et do veram pacem domino papae Calixto Sanctaeque Romanae Ecclesiae et omnibus, qui in parte ipsius sunt vel fuerunt; et in quibus Sancta Romana Ecclesia auxilium postulaverit, fideliter iuvabo et, de quibus mihi fecerit querimoniam, debitam sibi faciam iusticiam. Haec omnia acta sunt consensu et consilio principum, quorum nomina subscripta sunt: Adalbertus archiepiscopus Mogontinus, F. Coloniensis archiepiscopus, H. Ratisbonensis episcopus, O. Bauenbergensis episcopus, B. Spirensis episcopus, H. Augustensis, G. Traiectensis, Ö. Constanciensis, E. abbas Wldensis, Heinricus dux, Fridericus dux, S. dux, Pertolfus dux, marchio Teipoldus, marchio Engelbertus, Godefridus Palatinus, Otto Palatinus comes, Beringarius comes.

† Ego Fridericus Coloniensis achiepiscopus et archicancellarius recognovi.

 

In nome della santa ed indivisibile Trinità. Io Enrico, augusto imperatore dei romani per volontà e grazia divina, per amore verso Dio, la Santa Chiesa Romana ed il Santo Padre Callisto ed altresì a tutela e rimedio dell’anima mia rimetto a Dio, ai Santi Apostoli Pietro e Paolo ed alla Santa Chiesa Cattolica ogni diritto di investitura da farsi tramite le insegne dell’anello e del pastorale e concedo che in tutte le chiese, che si trovano nei mei domini, vengano praticate l’elezione canonica e la libera consacrazione. I possedimenti ed i diritti del beato Pietro, che fin dal sorgere di questa discordia ad oggi, vale a dire dal tempo di mio padre al mio, le furono sottratti, e che ancora oggi posseggo, li restituisco alla Santa Romana Chiesa; quelli che, al contrario, non sono in mio possesso, farò comunque in modo che le vengano restituiti. Restituirò inoltre su consiglio dei miei principi, o per senso di giustizia, i possedimenti di tutte le altre chiese, dei principi e di quanti altri, chierici e laici, che in questo scontro furono perduti e che ancor oggi sono in mio possesso; quelli che invece non sono in mio possesso farò comunque in modo che le vengano restituiti. Concedo, inoltre, una vera pace a papa Callisto, alla Santa Romana Chiesa e a tutti colori che militano o hanno militato dalla loro parte; servirò, inoltre, fedelmente la Santa Romana Chiesa nelle circostanze per le quali richiederà il mio aiuto ed in quelle per le quali mi rivolgerà richiesta, le renderò debita giustizia. Tutto ciò è stato posto in atto col consenso e dietro consiglio di quei principi, i cui nomi sono stati di seguito trascritti: Adalberto, arcivescovo di Magonza, F. arcivescovo di Colonia, H. vescovo di Ratisbona, O. vescovo di Bamberga, B. vescovo di Spira, H. di Augsburg, G. di Utrecht, Ö. di Costanza, E. abate di Fulda, Enrico duca, Federico duca, S. duca, Pertolfo duca, Tepoldo marchese, Engelberto marchese, Goffredo conte di palazzo, Ottone conte di palazzo, Berengario conte.

†Io, Federico di Colonia, arcivescovo ed archivista generale, ho registrato il documento.

 

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Dante, Tre donne intorno al cor mi son venute (Rime CIV)

di M. Pazzaglia, s.v. Tre donne intorno al cor mi son venute, in Enciclopedia Dantesca (1970).

Tre donne intorno al cor mi son venute,

e seggonsi di fore;

ché dentro siede Amore,

lo quale è in segnoria de la mia vita.

Tanto son belle e di tanta vertute,

che ’l possente segnore,

dico quel ch’è nel core,

a pena del parlar di lor s’aita.

Ciascuna per dolente e sbigottita,

come persona discacciata e stanca,

cui tutta gente manca

a cui vertute né belta non vale.

Tempo fu già nel quale,

secondo il lor parlar, furon dilette;

or sono a tutti in ira ed in non cale.

Queste così solette

venute son come a casa d’amico;

ché sanno ben che dentro è quel ch’io dico.

Dolesi l’una con parole molto,

e ’n su la man si posa

come succisa rosa:

il nudo braccio, di dolor colonna,

sente l’oraggio che cade dal volto;

l’altra man tiene ascosa

la faccia lagrimosa:

discinta e scalza, e sol di sé par donna.

Come Amor prima per la rotta gonna

la vide in parte che il tacere è bello,

egli, pietoso e fello,

di lei e del dolor fece dimanda.

«Oh di pochi vivanda»,

rispose in voce con sospiri mista,

«nostra natura qui a te ci manda:

io, che son la più trista,

son suora a la tua madre, e son Drittura;

povera, vedi, a panni ed a cintura».

Poi che fatta si fu palese e conta,

doglia e vergogna prese

lo mio segnore, e chiese

chi fosser l’altre due ch’eran con lei.

E questa, ch’era sì di piacer pronta,

tosto che lui intese,

più nel dolor s’accese,

dicendo: «A te non duol de li occhi miei?».

Poi cominciò: «Sì come saper dei,

di fonte nasce il Nilo picciol fiume

quivi dove ’l gran lume

toglie a la terra del vinco la fronda:

sovra la vergin onda

generai io costei che m’è da lato

e che s’asciuga con la treccia bionda.

Questo mio bel portato,

mirando sé ne la chiara fontana,

generò questa che m’è più lontana».

Fenno i sospiri Amore un poco tardo;

e poi con gli occhi molli,

che prima furon folli,

salutò le germane sconsolate.

E poi che prese l’uno e l’altro dardo,

disse: «Drizzate i colli:

ecco l’armi ch’io volli;

per non usar, vedete, son turbate.

Larghezza e Temperanza e l’altre nate

del nostro sangue mendicando vanno.

Però, se questo è danno,

piangano gli occhi e dolgasi la bocca

de li uomini a cui tocca,

che sono a’ raggi di cotal ciel giunti;

non noi, che semo de l’etterna rocca:

ché, se noi siamo or punti,

noi pur saremo, e pur tornerà gente

che questo dardo farà star lucente».

E io, che ascolto nel parlar divino

consolarsi e dolersi

così alti dispersi,

l’essilio che m’è dato, onor mi tegno:

ché, se giudizio o forza di destino

vuol pur che il mondo versi

i bianchi fiori in persi,

cader co’ buoni è pur di lode degno.

E se non che de li occhi miei ’l bel segno

per lontananza m’è tolto dal viso,

che m’have in foco miso,

lieve mi conterei ciò che m’è grave.

Ma questo foco m’have

già consumato sì l’ossa e la polpa,

che Morte al petto m’ha posto la chiave.

Onde, s’io ebbi colpa,

più lune ha volto il sol poi che fu spenta,

se colpa muore perché l’uom si penta.

Canzone, a’ panni tuoi non ponga uom mano,

per veder quel che bella donna chiude:

bastin le parti nude;

lo dolce pome a tutta gente niega,

per cui ciascun man piega.

Ma s’elli avvien che tu alcun mai truovi

amico di virtù, ed e’ ti priega,

fatti di color novi,

poi li ti mostra; e ’l fior, ch’è bel di fori,

fa disiar ne li amorosi cori.

Canzone, uccella con le bianche penne;

canzone, caccia con li neri veltri,

che fuggir mi convenne,

ma far mi poterian di pace dono.

Però nol fan che non san quel che sono:

camera di perdon savio uom non serra,

ché ’l perdonare è bel vincer di guerra.

 

Marcel Rieder, Dante e le amiche di Beatrice. Olio su tela, 1895.

 

Tre donne intorno al cor mi son venute è una canzone (Rime CIV) di 5 stanze di 18 versi (AbbC; AbbC:C, DdEeFEf, GG), con due congedi, il primo uguale alla sirma, il secondo su schema AXaBBCC. È notevole la frequenza dei settenari (7 versi su 18 per ogni stanza), che rendono più insistente il gioco delle rime e da un lato danno rilievo alla gravitas dell’endecasillabo, secondo la norma stabilita in VE II V 3, dall’altro conferiscono una tonalità “elegiaca” (cfr. XII 6). Come osservò il Carducci, i versi sono suddivisi; in ogni stanza in tre quartetti (primo e secondo piede, primo terzo della sirma) e due terzetti (gli altri due terzi della sirma): «i quartetti nella lor mole s’inquadrano di due endecasillabi, uno iniziale e uno finale, spazieggiano con due eptasillabi; la stanza dopo i quartetti degrada in due ternari, dipendente il primo da rime anteriori, legato il secondo da rime intermedie, e finienti in un distico endecasillabo solennemente accoppiato con rima nuova».

La lirica non è citata da Dante in alcuna sua opera, ma sarebbe stata probabilmente commentata nel penultimo trattato del Convivio, dedicato, secondo l’intenzione dell’autore, alla trattazione della giustizia (cfr. Cv I XII 12 e IV XXVII 11, cui il Pernicone aggiunge II I 4, dove Dante si propone di giustificare, sempre nel penultimo trattato, l’uso poetico dell’allegoria).

La canzone si trova in codici autorevoli del sec. XIV, quali il Chigiano L VIII 305, il Magliabechiano VI 143, i due autografi del Boccaccio (Chigiano L V 176 e Toledano 104 6), nei quali è al terzultimo posto nella serie di 15 canzoni che si diffusero in molti manoscritti posteriori col medesimo ordine. Fu pubblicata in appendice all’edizione della Commedia di Pietro Cremonese (Venezia 1491) e nella Giuntina del 1527, e collocata dal Barbi, nell’edizione 1921, fra le «Rime varie del tempo dell’esilio».

La canzone è effettivamente situata in un tempo e in uno spazio di esilio che sollecitano una verifica fra dolorosa e appassionata dei supremi archetipi sui quali si commisura e si giustifica un’esistenza. Intorno al cuore del poeta, immerso, «in un mondo diserto d’ogne vertute», in una solitudine di pena e, insieme, di agonistica fedeltà agl’ideali più alti, a cominciare da quello di Amore (da intendere qui come l’amore specificamente umano per la verità e la virtù), sono venute tre donne belle e raminghe, avvilite dalla noncuranza e dallo spregio attuale degli uomini (prima stanza). La prima di esse, lacera e piangente, interrogata da Amore sulla sua identità e sulle ragioni della sua angoscia, dopo essersi detta sua consanguinea, rivela il proprio nome: Drittura. Secondo l’interpretazione di Pietro, essa simboleggia lo «ius divinum et naturale», e cioè la Giustizia, come diretto riflesso della divinità nell’ordine della natura, nell’intima struttura dell’essere (stanza seconda). Interrogata ancora da Amore sull’identità delle altre due donne, rivela che una di esse è stata da lei generata per partenogenesi «sovra la vergin onda» (v. 49) della sorgente del Nilo, cioè nel Paradiso terrestre; questa a sua volta, mirando nella stessa sorgente, ha generato la terza donna (terza stanza). E poiché la sorgente del Nilo è quella stessa dei quattro fiumi dell’Eden, che simboleggiano la divina sapienza, non solo Drittura, ma anche le altre due donne, che sono, sempre secondo Pietro, la Giustizia umana («ius gentium sive humanum») e la legge positiva come norma esemplare di vita sociale e civile, appaiono come un’emanazione di essa, in quanto la divina sapienza si riflette nella mente umana che ne diviene compartecipe attraverso il retto pensare e operare.

L’identificazione della giustizia con la struttura profonda del reale, la fede nella sua immutabile pienezza ontologica di là da ogni sterile ripudio degli uomini, portano, nella quarta stanza, alla profezia di un immancabile riscatto del mondo. Amore conforta le tre sconsolate con la certezza del comune futuro trionfo: il danno, cioè l’attuale miseria, riguarda soltanto gli uomini che vivono ora in una così sventurata congiunzione astrale, non lui stesso e le tre donne, che sono «de l’etterna rocca» (v. 69). Ritornerà la giustizia nel mondo, e con essa l’amore. A questo punto, s’accampa in primo piano (quinta stanza) la figura del poeta: «E io, che ascolto nel parlar divino / consolarsi e dolersi / così alti dispersi, / l’essilio che m’è dato, onor mi tegno» (vv. 73-76). È vero che la sirma insiste sull’angoscia dell’esule, sulla disperata nostalgia della patria e culmina in un’accorata richiesta di pace; ma si ha tuttavia in questi versi il preannuncio del rovesciamento della propria sconfitta esistenziale su un piano di eroica testimonianza morale che ispirerà alcune grandi pagine della Commedia.

Il primo congedo si limita all’enunciazione di un’estetica pedagogico-allegorica, simile a quella definita nel finale di Voi che ‘ntendendo: con la stessa distinzione fra la bellezza esterna o letteraria della canzone e «lo dolce pome» (v. 94), ossia la verità intima e nascosta destinata ai pochi «amorosi cori» (v. 100), capaci d’intendere il messaggio e di esserne pienamente compenetrati. Il secondo è una dignitosa richiesta di pace ai Neri di Firenze, nella quale Dante si proclama superiore alle fazioni, in stretto accordo con la professione di fedele della giustizia che è in tutta la lirica.

Le maggiori difficoltà esegetiche riguardano l’identità delle tre donne e gli accenni politici e autobiografici, sia quelli dei vv. 88-90 («Onde, s’io ebbi colpa, / più lune ha volto il sol poi che fu spenta, / se colpa muore perché l’uom si penta»), sia quelli del secondo congedo.

Per il primo punto, l’interpretazione che si è proposta risale all’indicazione specifica di Pietro nel commento a If VI 73, su cui richiamò l’attenzione la Casari, seguita poi dal Carducci e dal Gaspary e via via dalla maggior parte degl’interpreti fino ai più recenti (Barbi, Casella, Contini, Mattalia, Foster e Boyde, Pernicone). Non hanno trovato favore altre interpretazioni: l’identificazione delle tre donne con le virtù teologali, proposta da un antico commento segnalato dal Barbi (Magliabechiano VII 1152, fine sec. XIV), o con Virtù, Larghezza e Temperanza (Zingarelli).

Quanto alla «colpa» del v. 88, va ricordata la discussione fra il Cosmo, che l’individuava nel fatto che il poeta avesse portato le armi contro la patria, e il Barbi, che, d’accordo col Gaspary e col Carducci, vi scorgeva piuttosto un riconoscimento, da parte di Dante, dell’esilio come punizione e, insieme, espiazione dei propri peccati.

Un’ultima questione riguarda il secondo congedo, che non è in tutti i manoscritti e potrebbe benissimo essere stato aggiunto in epoca successiva. Per il Carducci e il Del Lungo esso risalirebbe, con tutta la canzone, ai primissimi tempi dell’esilio, forse al 1302; il Contini accetta questa data per la canzone, ma non esclude che il congedo possa essere posteriore, richiamandosi all’uso, ad esempio, di Peire Cardenal; il Pernicone, dopo aver rilevato le somiglianze fra esso e l’epistola scritta da Dante al cardinale Niccolò da Prato a nome dei fuorusciti Bianchi nella primavera del 1304, pensa, col Nardi, che possa essere stato aggiunto alla canzone verso la fine di quell’anno, dopo la sconfitta della Lastra; a questa data l’assegnano, con tutta la canzone, il Foster e il Boyde.

La canzone appare, comunque sia, pervasa dalla volontà di un messaggio che trascenda l’occasione contingente, e in tal senso risponde a un’intima necessità strutturale l’indeterminatezza delle allusioni sia politiche sia personali. L’io del poeta si accampa risoluto al centro del quadro solo quando la sua sofferenza e la sua fede sono state inserite in un contesto di valori universali dal dialogo precedente dei due «alti dispersi» (v. 75), Amore e Drittura, e il suo esilio è in tal modo divenuto “figura” spontanea di un esilio immanente da sempre alla condizione dell’uomo nella storia.

In questa prospettiva attinge una piena giustificazione poetica l’uso dell’allegoria, non mai condotto da Dante prima d’ora a una così intensa concentrazione espressiva e drammatica, a un così intenso realismo psicologico e figurativo. Le personificazioni allegoriche definiscono, con la loro dinamica gestuale e icastica, un intimo pathos intellettuale e morale; il loro movimento dialogico riflette lo svolgersi di una verità nella coscienza del poeta, dal momento in cui si presenta come ritrovata certezza dell’intelletto e del cuore in un’attualità di degradazione angosciosa, a quello in cui si tramuta in scelta e vocazione esistenziale: dall’illuminazione, cioè, alla partecipazione, dal conoscere a un riconoscersi. I gesti e le parole con cui progressivamente si definiscono Amore, Drittura e le altre donne appaiono così mimesi effettiva di azione interiore, personale e al tempo stesso paradigmatica: la comunione di solitudine e di pena fra Dante e gli esuli divini, la fede invitta, ritrovata proprio nel cuore della disperazione, divengono il modello iniziale di un processo di riscatto individuale e collettivo, nel tempo e per l’eternità.

È stato giustamente osservato che l’aspetto negativo (la corruzione presente del mondo) appare qui più come dolore che come sdegno (si ricordi, in proposito, il vago determinismo astrale dei vv. 65-68, che verrà contraddetto vigorosamente da Marco Lombardo in Pg XVIII) e che quello positivo si fonda su una visione filosofica piuttosto che teologica, a differenza di quanto avverrà nella Commedia. Si può aggiungere che la testimonianza del poeta si definisce in una dimensione etica piuttosto che profetica, nasce da una certezza ritrovata nella propria coscienza, non dalla fede in una missione assegnatagli dall’alto. Più di un motivo del poema è qui tuttavia preannunciato: la figura magnanima dell’exul immeritus, l’universalizzazione dell’esperienza personale come catarsi e autenticazione del proprio destino, il confronto drammatico della storia con un ideale di giustizia che, solo, può dare un significato al dramma degli uomini; tuttavia la tristezza dell’esilio si risolve in un’ansiosa ricerca di pace, non ancora nell’anelito radicale e combattivo a una palingenesi del mondo. Fra la denuncia della violazione della giustizia in terra e la fede nel suo trionfo nell’eternità, manca ancora il senso del dramma della riconquista, l’utopia come strumento di trasformazione del reale.

A parte alcuni motivi stilnovistici (l’attacco, ad es., che il Carducci confrontò con l’altro Due donne in cima de la mente mia, Rime LXXXVI; il richiamo alla signoria d’Amore, ecc.), la canzone ha una sua matura originalità espressiva. Il Contini ha attirato l’attenzione sulla «semplicità ed evidenza nuove della sintassi» e sullo «spogliamento dello stile, fatto ignudo nelle più vive articolazioni»; il Foster e il Boyde sulla collocazione espressiva delle parole, sulla marcata tendenza alla simmetria e al parallelismo, sulle sententiae o quasi-sententiae dei vv. 76, 80, 84, 90, 106-107.

In effetti, la sententia è un elemento portante della struttura di questa canzone imperniata sulla volontà di proclamazione decisa di un messaggio come norma dell’essere e dell’agire, riscattata dall’oscura pena di una vita stroncata e dall’attuale miseria del mondo; esprime uno scatto risoluto dell’intelletto e del cuore, l’agonistico approdo a una verità da riconoscere e da diffondere, e al tempo stesso conferisce a questa verità un carattere irreversibile, che la sofferta testimonianza individuale conduce a un più alto livello di tensione e di verifica, rafforzandone, ma non determinandone, la superiore oggettività. Allo stesso modo la descrizione insistita dell’atteggiarsi di Drittura, soprattutto nella seconda stanza, e l’evocazione emblematica dello spazio edenico e della nascita delle altre due donne nella terza, mentre invitano ad approfondire, con la nettezza e precisione del disegno, la pregnanza intellettuale delle significazioni nascoste sotto la figura, conferiscono alla rappresentazione un carattere di esemplarità fuori dei nessi spazio-temporali e del movimento potenzialmente fuorviante dell’emozione, risolvendo la sintassi delle immagini in una sorta di schema liturgico.

A questo effetto cospira potentemente il contesto metrico-sintattico, definito (si vedano, ad es., le stanze prima e quarta) su misure precise (4 + 4 + 4 + 3 + 3), con sostanziale reciproco accordo, ove si escluda la sfasatura prodotta dal prolungarsi della fronte, per dir così, sintattica, fino ad accogliere in sé il primo quartetto di versi della sirma. Ne deriva una scansione ferma e rigorosa del discorso su blocchi fortemente marcati dalle pause, che costituisce essa stessa una figura di fondo: quella dell’affermarsi progressivo e irrevocabile di una fede che subordina a sé i confusi movimenti umani (la tristezza dall’esule, la ricerca stanca di pace), fondendo verità e giustizia, sofferenza e riscatto in un paradigma spirituale unitario.

 

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Bibliografia e fonti:

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Bianchi e neri

di G. Pampaloni, s.v. Bianchi e neri, in Enciclopedia dantesca.

“Bianchi” e “Neri” erano gli appellativi delle due fazioni, o partiti, in cui si divise la Parte guelfa fiorentina, verso la fine del sec. XIII, e in cui si identificano gli ideali, gli interessi economico-sociali e l’azione politica dei Cerchi e dei Donati. La divisione della Parte guelfa è già un fatto compiuto all’indomani della zuffa di Calendimaggio del 1300, quando Ricoverino de’ Cerchi fu ferito in una mischia con una brigata di giovani Donateschi in piazza S. Trinita. Per il Villani (VIII 39) «come la morte di messer Buondelmonte il Vecchio fu cominciamento di Parte guelfa e ghibellina, così questo fu il cominciamento di grande rovina di Parte guelfa e della nostra città». Naturalmente l’antagonismo fra i due partiti aveva radici complesse e lontane nel tempo, né è possibile comprendere appieno gli avvenimenti del 1300 e 1301, cioè la conclusione, se non diamo uno sguardo retrospettivo alle cause che li avevano generati.

 

Ms Chigiano L VIII 296 (XIII sec.). Giovanni Villani, Cronaca. Uccisione di Buondelmonte.

 

Com’è noto, l’istituzione del governo delle arti (1282) aveva segnato il trionfo del Popolo grasso, anche se a questo non era seguita l’esclusione dall’esercizio del potere degli appartenenti al gruppo nobiliare magnatizio, anche perché – e pure questo è conosciuto – nella vita di tutti i giorni fra i due mondi non c’era quell’antagonismo che il Salvemini aveva fatto intravedere e che poi sarebbe stato la causa motrice degli avvenimenti fiorentini dell’ultimo quarto del Duecento. La proclamazione degli Ordinamenti di giustizia del 1293 segna il trionfo delle frange più popolari del mondo politico cittadino: il gruppo magnatizio, tutt’altro che compatto, vien così colpito da una legislazione di carattere eccezionale, vessatoria, e messo in condizione di netta inferiorità essendo rimasto escluso dalla vita politica cittadina. Com’era logico che avvenisse, il carattere vessatorio degli Ordinamenti di giustizia genera nei grandi malcontento e stato di tensione, acuiti dal fatto che la forza effettiva delle armi risiedeva proprio in loro: «Noi – diranno-in un momento di esplosione d’ira percuotendo i consoli delle arti – siamo quelli che demo la sconfitta in Campaldino, e voi ci avete rimossi degli ufici e onori della nostra città» (Compagni, I 21).

Pittore anonimo, Madonna della Misericordia. Affresco, metà XIV sec. Firenze, Loggia del Bigallo

Si arriva così al temperamento degli Ordinamenti stessi del luglio 1295, con il quale si ridà ai grandi la possibilità di partecipare alla vita politica mediante l’iscrizione a un’arte, sia pure non esercitandola in continuità (continue artem non exercentes): la legge, ricorrendo a una finzione giuridica, riconosce una situazione di fatto in evoluzione e certo in parte già diversa da quella del 1293, anche se la massa dei grandi non può, o non vuole, iscriversi, sia pure nominalmente, a un’arte e quindi per loro perdura lo stato d’inferiorità politica introdotto due anni prima.

Esclusi dalle vere fonti del potere, Priorato e altri organi della costituzione, i magnati rimangono padroni dell’Ufficio della Parte guelfa, organo nato col trionfo dei guelfi e destinato a tutelarne gli interessi e la fortuna: perciò ufficio di rilevante importanza, anche politica; ed è qui che si manifestano, dopo il 1295, i primi dissensi pubblici nel gruppo dei grandi, ed è di qui che prende le mosse la gara politica fra i Cerchi e i Donati, destinata in breve volgere di tempo a trasformarsi in lotta aperta tra due partiti politici, che prenderanno poi il nome di Bianchi e di Neri.

Il veleno «che e’ fiorentini avean nel cuore» (Pieri, Cronica 61), pubblicamente manifestatosi nella Parte guelfa, era alimentato dall’inimicizia sempre più aperta e violenta fra i Cerchi e i Donati, famiglie d’origine diversa ma alla fine del Duecento socialmente appartenenti entrambi all’ambiente magnatizio. La gara di «grandigia» aveva avuto inizialmente un carattere privato e aveva investito solamente le due casate e i consorti più stretti, ma ben presto tutto l’ambiente dominante della città viene a esserne coinvolto e da contesa privata essa si trasforma in lotta politica: è l’eterna dinamica dei governi oligarchici e lo stesso quadro d’irrequietezza e di lotta è offerto dai comuni che si trovano in condizioni politiche, economiche e sociali simili a quelle fiorentine.

Lo stato di tregua politica, concentrando l’attenzione dei magnati sugli avvenimenti interni del comune, alimenta la gara fra loro: «per soperchio tranquillo, il quale naturalmente genera superbia e novità» (Villani VIII 1).

Tutte le fonti sono d’accordo nel testimoniare che la tensione cittadina ha origine nella rivalità dei Cerchi e dei Donati, i quali pian piano, partendo quasi dal nulla, si trovano invischiati nella gara (il «riottare» del Villani, VII 56) di «grandigia» e di supremazia politica, che sentimenti d’invidia e di superbia (ma più che ai Cerchi, questi sentimenti sembrano adattarsi a meraviglia a Corso Donati e agli amici di lui) alimentano potentemente fino a incendiare gran parte della città. Dalla piazza, dalla vita di tutti i giorni, la rivalità dei due gruppi passa nella Parte guelfa, roccaforte dei magnati e unico centro di potere rimasto loro in mano dopo l’emanazione degli Ordinamenti di giustizia: l’odio cresce di giorno in giorno e nelle riunioni della Parte stessa i Cerchi abbandonano i Donati e il partito dei grandi e cominciano ad «accostarsi a’ popolani e reggenti» (Compagni, I 20); si arriva così (1297) alla spaccatura pubblica e definitiva del gruppo magnatizio fiorentino.

Se alla fine del Duecento i Cerchi e i Donati appartengono allo stesso gruppo sociale (e difatti tutte e due le casate sono contenute negli elenchi di magnati degli Ordinamenti di giustizia del 1293 e 1295 e presso a poco la stessa è la forza umana delle medesime, 67 gli uomini dei Cerchi nel 1293 e 66 nel 1295, 71 e 70 quelle dei Donati; cfr. G. SALVEMINI, Magnati e popolani in Firenze dal 1280 al 1298, Firenze 1899, 375-376), ben diversa è invece l’origine e diverse sono anche l’attività e la potenza economica degli stessi: queste condizioni di fatto influenzeranno in maniera determinante la formazione, la composizione sociale e il comportamento dei due partiti, cose queste che avranno poi conseguenze tutt’altro che trascurabili negli avvenimenti successivi.

Torre dei Cerchi. Firenze

I Cerchi sono i tipici rappresentanti della gente nuova del contado che i subiti guadagni han portato alla rapidissima scalata della società cittadina: gente «veniticcia» e passata da poche generazioni sulle rive dell’Arno dalla natia Acone, in Val di Sieve (Pd XVI 65), aveva trovato in città l’ambiente economico ideale per la propria attività e in breve volgere di anni era riuscita a raccogliere ricchezze così vaste da essere considerata al tempo di Dante come la rappresentante tipica della plutocrazia fiorentina.

L’origine popolare, la lunga pratica degli affari, la rete d’interessi intessuta anche con vasti ambienti del mondo piccolo artigiano, condizionano la condotta e l’atteggiamento politico degli stessi: pur appartenendo socialmente ai grandi (ma, si noti bene, sono detti grandi per accidente, non di sangue), i Cerchi tengono un contegno «umano» nei confronti del popolo, e come obbiettivo politico interno, piuttosto che alla totale eliminazione degli Ordinamenti di giustizia, mirano alla correzione degli stessi; sinceramente guelfi, ma possibilisti, cercano un compromesso e la convivenza col popolo, con il quale non disdegnerebbero di dividere il potere. Da qui la maggiore propensione per i Cerchieschi dell’ambiente popolare cittadino e sempre da qui la marcata predilezione del ghibellinismo fuoruscito verso questo partito: e questa voce propagata ad arte e soffiata a piene gote dagli avversari, e non convenientemente controbattuta dagli interessati, sarà poi uno dei motivi base dell’inimicizia pontificia e della loro rovina.

Stemma della famiglia Cerchi. Ricostruzione. Firenze, Casa di Dante.

Il capo della casata, Vieri, incarna come meglio non si potrebbe la famiglia e il partito: abile nel commercio, egli porta nella vita politica quella tendenza in lui chiaramente rintracciabile anche negli affari e naturalmente portata verso il compromesso, fidando in quella medicina che è il tempo; ma al momento delle decisioni e delle scelte le qualità negative del capo si faranno sentire in maniera deleteria nel partito che, eccettuato un piccolo gruppo di cui fa parte il poeta, adotterà una linea incerta e traballante, anche quando sarebbe stato necessario «arrotar l’armi»; e allora dovrà soccombere.

Opposti in tutto i Donati: nobili d’antico stampo e forse addirittura appartenenti al mondo feudale, si erano inurbati per la crescente fortuna del comune; e questo esser fatti cittadini per forza lasciò in loro un profondo disprezzo per il popolo, di cui mai si sentirono parte. Lontani dalle attività economiche, alla fine del Duecento i Donati abbondano, più che di ricchezze, di superbia e tracotanza. Corso, il capo della famiglia e poi anche del partito, è la personificazione vivente di quest’ambiente di guelfi intransigenti, propugnatore di un «reggimento» fatto a sua immagine e somiglianza e avversario accanito della partecipazione al governo degli elementi popolari. Che il Donati fosse un gran spregiatore del popolo, che tenesse pose gonfie di superbia e aspirasse a divenire signore della città, tutte le fonti concordemente l’affermano: si può aggiungere anche che quasi certamente egli nutrì un’invidia profonda per la ricchezza dei Cerchi, mentre lui, cavaliere d’antica prosapia, non nuotava nell’abbondanza. Ma si deve pur dire che Corso era largamente fornito di tutte le qualità personali di cui difettavano gli avversari, Vieri de’ Cerchi specialmente; fu uomo deciso e d’azione, pronto a ogni intrigo e a ogni menzogna per il raggiungimento dei fini personali e del partito; in conclusione, fu l’uomo che le particolari circostanze del momento richiedevano, e così i Neri da lui capeggiati trionfarono.

Seconda Torre di Corso Donati (scorcio). Firenze.

La discordia fiorentina, lo ripetiamo, ha origine dalla gara di «grandigia» di queste due famiglie: nata da piccoli principi e da avvenimenti d’importanza limitata (acquisto del palazzo dei conti Guidi da parte dei Cerchi, morte della prima moglie di Corso, una Cerchi, per sospetto avvelenamento del marito, e nuove nozze del Donati con una Ubertini da Gaville) «adagio adagio ingrossando tutti trascinò seco, anche i religiosi, anche le donne» (I. DEL LUNGO, I Bianchi e i Neri, p. 123): da contesa privata si trasforma rapidamente in ardente lotta politica e porta gli animi dei cittadini a un punto tale di passione da mettere in forse finanche la libertà del comune.

Dopo il 1295 la discordia dei grandi ha superato l’ambito familiare e si delineano abbastanza chiaramente i gruppi destinati a dar vita ai due partiti: da un lato i Cerchi, magnati ma guelfi possibilisti, con larghe aperture verso le forze popolari, a cui son legati da una fitta rete di interessi, e propensi alla conservazione degli Ordinamenti di giustizia; dall’altro i Donati, guelfi intransigenti e fierissimi nemici degli Ordinamenti stessi, che coagulano intorno a sé famiglie di magnati, mentre l’ambiente popolare in gran parte è cerchiesco. Le riunioni della Parte mettono in piazza il dissidio.

In un’atmosfera tesa e sempre più avvelenata si passa, quasi senza accorgersene, ad azioni violente; il gruppo magnatizio fiorentino è ormai irrimediabilmente diviso. A cavallo del Trecento le condizioni della città e lo stato d’animo dei cittadini sono potentemente espresse da Ciacco: «La tua città … è piena / d’invidia sì che già trabocca il sacco» (If VI 49-50).

Il Calendimaggio del 1300 in piazza S. Trinita si festeggiava in allegria l’avvento della primavera: assistevano alle danze delle fanciulle, giovani armati dei due partiti. Ma Firenze era ormai avvelenata: dagli scherni si venne alle parole e poi alle spade, Ricoverino de’ Cerchi ebbe mozzo il naso; «Il quale colpo fu la distruzione della nostra città» dirà il Compagni (I 22); e lo stesso accorato concetto, abbiamo visto, espresse il Villani.

L’incidente occorso al giovane Cerchi contribuì in maniera decisiva all’inasprimento dei rapporti fra i due gruppi e alla formazione di due partiti: in questo senso le affermazioni dei cronisti rispondono perfettamente alla verità; ma noi oggi possiamo anche aggiungere che il vero profondo motivo della lotta era la conquista del potere, e anche l’episodio di S. Trinita rientrava in quella dinamica ed era uno degli ultimi anelli della catena che doveva portare rapidamente alla supremazia di Parte nera.

Ms Chigiano L VIII 296, f. 39r (XIII sec.). Giovanni Villani, Cronaca. «Come la città di Firenze si partì e si sconciò per le dette parti bianca e nera».

La zuffa del Calendimaggio era la testimonianza eloquente di una tensione interna giunta ormai al parossismo: elementi esterni attizzeranno il fuoco del dissidio cittadino. Firenze si intromette nelle lotte interne di Pistoia, esiliando sulle rive dell’Arno i capi delle fazioni di questa città: i Cancellieri bianchi e i Cancellieri neri, che trovano protezione e ospitalità presso gli esponenti dei due partiti fiorentini, i quali assumono ora (primavera del 1300) la loro definitiva denominazione: guelfi bianchi i Cerchieschi e guelfi neri i Donateschi. Abilmente manovrata dai Donati, minacciosa si profila intanto l’ingerenza di Bonifacio VIII nelle cose di Firenze (vedi la condanna del 24 aprile dei tre Fiorentini del banco Spini di Roma accusati di intelligenze col papa in danno del comune), sicché di balzo la discordia fiorentina assume toni e dimensioni internazionali.

Con la primavera-estate del 1300 si delinea chiara la tendenza di fondo dei due partiti, ormai su posizioni inconciliabili: i Donateschi, che sul piano interno si sentono più deboli degli avversari, con fine azione politica riescono a tirare definitivamente al loro fianco Bonifacio viii propagando ad arte la diceria del ghibellinismo dei Bianchi e, in sostanza, accettando una politica di asservimento verso la curia; i Cerchieschi, invece, pur dichiarandosi strenui difensori della fiorentina libertas, tengono un atteggiamento indeciso e contraddittorio, al quale sono naturalmente portati sia per la difesa degli interessi commerciali, vistosissimi a Roma, nel reame di Napoli e in Francia, e sia anche per la personalità di Vieri, capo riconosciuto del partito. Solo un piccolo gruppo di essi, non influenzato da interessi mercantili, vuole una chiara linea di condotta e chiede che si affronti il pontefice, a viso aperto: fra questi, e certo in posizione di primo piano, Dante. In tale contesto si spiegano perfettamente gli avvenimenti fiorentini della primavera-estate del 1300: di fronte a una larvata supremazia bianca (è il periodo del priorato di Dante, sotto il quale la signoria, imparziale, mandò in esilio le persone più in vista dei due partiti: fra i Bianchi Guido Cavalcanti, per il noto episodio di violenza del 23 giugno), pericolosa pei Donati ma in realtà inconcludente, Bonifacio VIII, su richiesta e in favore di Parte donatesca (Villani, VIII 40), si intromette apertamente nelle discordie fiorentine: si spiega così l’invito, rifiutato, rivolto a Vieri de’ Cerchi di recarsi a Roma e l’invio a Firenze come paciere del Cardinale d’Acquasparta, episodi entrambi finiti nel nulla (giugno-luglio 1300). In questa occasione i Bianchi danno una prima dimostrazione d’indecisione e d’incongruenza: si oppongono ai desideri del pontefice, ma rifiutano una politica netta e decisa nei confronti di lui; e le conseguenze di questo atteggiamento pendolare si faranno sentire molto presto.

Pietro Cavallini. La Vergine col bambino, fra S. Matteo e S. Francesco, con Matteo D'Aquasparta. Affresco, inizi XIV sec. dalla Tomba di Matteo D'Acquasparta. Roma, Chiesa di Aracoeli.

Il fallimento del tentativo di inserirsi positivamente nelle cose fiorentine spinge Bonifacio VIII alla ricerca di soluzioni radicali, mentre i Neri, abilissimi e spregiudicati, stillano goccia a goccia il veleno del sospetto nell’animo del pontefice diffondendo la voce del ghibellinismo cerchiesco. Da parte loro i Bianchi con una condotta sbagliata e tortuosa fan di tutto per avallare le suggestioni dei Neri: ne è la prova la loro ambiguità nei confronti dei fuorusciti ghibellini, cosa questa che irrita al massimo l’animo di papa Caetani, che avvia allora il problema fiorentino verso la soluzione globale inserendolo in un disegno politico di vaste proporzioni. Matura così l’intervento di Carlo di Valois (trattative condotte nel periodo autunno 1300 – primavera 1301), il cui accordo col pontefice vien di pubblico dominio nel maggio del 1301: accordo stipulato in funzione anti-fiorentina, o meglio contro la Parte bianca che aveva il governo del comune, anche se ufficialmente la venuta del Valois si metteva in relazione con la questione siciliana. I Bianchi, quindi, hanno netta la percezione del pericolo, e sono indotti a prendere misure precauzionali: rientra in questo quadro la cacciata dei Neri da Pistoia (ne furono materialmente autori i rettori fiorentini Cantino Cavalcanti e Andrea Gherardini, maggio 1301). Ma fu il solito inconcludente fuoco di paglia, perché i Bianchi non metteranno a profitto il vantaggio, anche militare, che dava loro l’affermazione pistoiese.

Nello scorcio della primavera del 1301 la posizione interna dei Neri è molto vacillante: per fortuna va loro in aiuto la costante indecisione degli avversari (salvo, come s’è detto, una piccola parte di essi, tra i quali Dante, la quale patrocina misure energiche dal momento che le differenze erano arrivate al punto di rottura e che nessun compromesso era più possibile), mentre i Donateschi cercano di guadagnar tempo con ogni mezzo; si spiega così il noto convegno di S. Trinita (1301, metà giugno circa) che, sotto la falsa apparenza della pacificazione, ebbe appunto lo scopo di passar senza danni quei mesi cruciali. I Bianchi, è vero, si accorsero del tranello, ma invece di assumere una volta per tutte un atteggiamento deciso, si fermarono titubanti a mezza strada condannando all’esilio soltanto alcuni caporioni donateschi, fra cui messer Simone di Iacopo de’ Bardi, marito di Beatrice.

«… e la parte selvaggia / caccerà l’altra con molta offensione» (If VI 65-66) dirà Dante a proposito di questi esili; ma in realtà la misura fu lieve e non certo commisurata al momento, che imponeva decisioni drastiche e radicali. Le condizioni politiche generali (inizio estate 1301) e, aggiungiamo, il buon senso, comandavano l’adozione di una politica coraggiosa nei confronti degli avversari e del papato, ormai in stretto e chiaro connubio fra di loro: la paura degli interessi e la personalità di Vieri, rivelatasi sempre più impari all’altezza dei compiti, furono fra le cause più appariscenti della condotta pendolare dei Cerchieschi; partito di femminucce li dirà Bonifacio VIII, e mai definizione calzerà più a pennello di quella nel definire la condotta dei Bianchi. Siamo ormai alla conclusione e la cronologia dei fatti illustra con chiarezza lo svolgimento e la connessione dei medesimi.

Giotto di Bondone (attribuito), Bonifacio VIII indice il Giubileo. Frammento di Affresco, 1300. Roma, San Giovanni in Laterano.

Arrivato infatti alla corte pontificia ai primi di settembre (sembra il 3), il giorno 5 Carlo di Valois riceve ufficialmente dal papa l’incarico di paciere di Firenze: evidentemente ogni aspetto politico del problema era stato sviscerato e concordato in precedenza. Poco dopo la metà del mese – si pensa il 19-20 – il Valese lascia la corte pontificia e si avvia verso la Toscana, ma invece di seguire la via più breve, la Romea, si dirige verso la val Tiberina, avendo l’avvertenza di convocare per il 4 ottobre successivo a città della Pieve i rettori dei comuni amici della Toscana. Qui si trovava anche Corso Donati, col quale Carlo di Valois e i rettori dovevano tradurre in termini militari l’accordo politico col papa: questo il senso della deviazione del Valese, altrimenti incomprensibile.

I Fiorentini, nel frattempo, cercano di correre ai ripari: e poiché non hanno il coraggio di una ferma opposizione militare, tentano di arrivare a una soluzione politica inviando un’ambasceria al pontefice, della quale, com’è noto, Dante fu la figura più importante. Ma anche in quest’occasione i Bianchi fanno mostra della loro indecisione (deliberazione dell’invio, alla metà di settembre circa, e partenza effettiva della stessa nell’ottobre inoltrato), pur dovendosi ammettere che un atteggiamento opposto ormai non avrebbe potuto recare un apprezzabile risultato, dal momento che il piano militare destinato a rovesciare la Parte bianca era scattato con la partenza del Valese.

Accolta bene nella forma, l’ambasceria (Dante, Ruggerino de’ Minerbetti e il Corazza da Signa) non ottiene nulla nella sostanza, e due oratori, pare su consiglio del pontefice stesso, rientrarono subito (fine di ottobre) in sede, mentre Dante, certo non a caso, è trattenuto presso la curia. L’apparente benevolenza di Bonifacio aveva però uno scopo ben preciso: guadagnar tempo; ma non appena giunge a Roma la notizia dell’ingresso del Valese a Firenze, il contegno del papa subisce un brusco cambiamento: «lasciò le lusinghe e usò le minacce» dirà il Compagni (II 11), e questo, se aggiunto ai già numerosi motivi di risentimento che Dante aveva contro il pontefice, riesce a farne comprendere l’accanimento contro «quel d’Alagna» (Pd XXX 148).

La Parte bianca era ormai alla fine: il primo di novembre Carlo di Valois entrava in Firenze senza incontrare una vera opposizione, mentre Corso Donati lo seguiva subito dopo; il giorno 7 cade il Priorato bianco e al suo posto si insedia la signoria nera e Cante de’ Gabrielli da Gubbio, venuto al seguito del Valese, è il nuovo podestà. Il rivolgimento politico priva Dante della carica d’ambasciatore, ed egli allora, come pare, è costretto a lasciar Roma. A Firenze i Bianchi si sentono franare il terreno sotto i piedi: dopo una breve parentesi di calma apparente (ma è il tempo in cui Dante istruisce i processi) cominciano a fioccare le sentenze; la prima è del 18 gennaio 1302 e nella seconda del 27 successivo è compreso anche l’Alighieri.

Arnolfo di Cambio, Statua di Carlo I d'Angiò (1227).

Le sentenze avvicinano automaticamente i guelfi bianchi e i ghibellini, ma è unione forzata e innaturale, dalla quale nascerà poi la leggenda di un Dante ghibellino. Si arriva così al convegno di Gargonza, avvenuto probabilmente nel periodo fra il 27 gennaio e il 10 marzo, nel quale si pongono le basi per un’alleanza militare vera e propria fra la universitas partis alborum e i ghibellini. Firenze nera risponde con le condanne a morte del 10 marzo, ma la coalizione militare dei fuorusciti mette a mal partito la città (caduta di Figline, poi di Piantravigne, ecc.). In favore dei Neri si muove di nuovo Bonifacio VIII, il quale con falsi allettamenti stacca Arezzo dall’alleanza degli esuli, che così si vedono costretti a spostare la lotta contro Firenze da sud a est avvicinandosi agli Ubaldini, i potenti feudatari ghibellini dell’Appennino tosco-emiliano, ai quali vengono concesse da parte degli esuli le note assicurazioni del convegno di S. Godenzo (8 giugno 1302), cui partecipa anche Dante.

La guerra divampa ora nel Mugello, dove gli Ubaldini commettono saccheggi e ruberie d’ogni sorta (estate-autunno 1302): nella lotta Dante occupa un posto di rilievo, e proprio in questo periodo cadrebbero la sua andata alla corte di Scarpetta Ordelaffi a Forlì, e a Verona presso Bartolomeo della Scala. Ma poi, forse in connessione con la condotta della guerra, cominciano i contrasti fra Dante e la compagnia malvagia e scempia, che la disfatta di Pulicciano (primavera 1303) rende ancora più acuti: si arriva così alla rottura, e il poeta si sente minacciato finanche nella persona, per cui abbandona gli amici di ieri, dando inizio al suo duro peregrinare.

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«Così nel mio parlar voglio esser aspro»

di V. Pernicone, Così nel mio parlar voglio esser aspro, in Enciclopedia Dantesca 2 (1970), pp. 233-234.

 

Così nel mio parlar voglio esser aspro

com’è ne li atti questa bella petra,

la quale ognora impetra

maggior durezza e più natura cruda,

e veste sua persona d’un dïaspro

tal che per lui, o perch’ella s’arretra,

non esce di faretra

saetta che già mai la colga ignuda;

ed ella ancide, e non val ch’om si chiuda

né si dilunghi da’ colpi mortali,

che, com’avesser ali,

giungono altrui e spezzan ciascun’arme:

sì ch’io non so da lei né posso atarme.

 

Non trovo scudo ch’ella non mi spezzi

né loco che dal suo viso m’asconda:

ché, come fior di fronda,

così de la mia mente tien la cima.

Cotanto del mio mal par che si prezzi

quanto legno di mar che non lieva onda;

e ‘l peso che m’affonda

è tal che non potrebbe adequar rima.

Ahi angosciosa e dispietata lima

che sordamente la mia vita scemi,

perché non ti ritemi

sì di rodermi il core a scorza a scorza

com’io di dire altrui chi ti dà forza?

 

Ché più mi triema il cor qualora io penso

di lei in parte ov’altri li occhi induca,

per teme non traluca

lo mio penser di fuor sì che si scopra,

ch’io non fo de la morte, che ogni senso

co li denti d’Amor già mi manduca:

ciò è che ‘l pensier bruca

la lor vertù, sì che n’allenta l’opra.

E’ m’ha percosso in terra, e stammi sopra

con quella spada ond’elli ancise Dido,

Amore, a cui io grido

merzé chiamando, e umilmente il priego:

ed el d’ogni merzé par messo al niego.

 

Egli alza ad ora ad or la mano, e sfida

la debole vita mia, esto perverso,

che disteso a riverso

mi tiene in terra d’ogni guizzo stanco:

allor mi surgon ne la mente strida;

e ‘l sangue, ch’è per le vene disperso,

fuggendo corre verso

lo cor, che ‘l chiama; ond’io rimango bianco.

Elli mi fiede sotto il braccio manco

sì forte che ‘l dolor nel cor rimbalza;

allor dico: «S’elli alza

un’altra volta, Morte m’avrà chiuso

prima che ‘l colpo sia disceso giuso».

 

Così vedess’io lui fender per mezzo

lo core a la crudele che ‘l mio squatra;

poi non mi sarebb’atra

la morte, ov’io per sua bellezza corro:

ché tanto dà nel sol quanto nel rezzo

questa scherana micidiale e latra.

Omè, perché non latra

per me, com’io per lei, nel caldo borro?

Ché tosto griderei: «Io vi soccorro»;

e fare’l volentier, sì come quelli

che ne’ biondi capelli

ch’Amor per consumarmi increspa e dora

metterei mano, e piacere’le allora.

 

S’io avessi le belle trecce prese,

che fatte son per me scudiscio e ferza,

pigliandole anzi terza,

con esse passerei vespero e squille:

e non sarei pietoso né cortese,

anzi farei com’orso quando scherza;

e se Amor me ne sferza,

io mi vendicherei di più di mille.

Ancor ne li occhi, ond’escon le faville

che m’infiammano il cor, ch’io porto anciso,

guarderei presso e fiso,

per vendicar lo fuggir che mi face;

e poi le renderei con amor pace.

 

Canzon, vattene dritto a quella donna

che m’ha ferito il core e che m’invola

quello ond’io ho più gola,

e dàlle per lo cor d’una saetta:

ché bell’onor s’acquista in far vendetta.

Biblioteca Medicea Laurenziana. Ms. Martelli 12 (fine XIII-prima metà XIV sec. ca.), fol. 26ra-b (fasc.4); pagina di Dante Alighieri (n.1265-m.1321), «Così nel mio parlar voglio esser aspro»; con iniziale Maiuscola arabescata su sei righe.

Biblioteca Medicea Laurenziana. Ms. Martelli 12 (fine XIII-prima metà XIV sec. ca.), fol. 26ra-b (fasc.4); pagina di Dante Alighieri (n.1265-m.1321), «Così nel mio parlar voglio esser aspro»; con iniziale Maiuscola arabescata su sei righe.

 

Questa canzone (Rime CIII), che appartiene certamente al gruppo delle «Rime per la donna-pietra», è costituita di 6 stanze di 13 versi ciascuna (10 endecasillabi e 3 settenari) e di un congedo regolare di 5 versi, che riprende la struttura metrica della sirima. La stanza è divisa in fronte con due piedi di 4 versi ciascuno, e sirima di 5 versi. La disposizione dei versi e delle rime segue lo schema ABbC, ABbC CDdEE. Fra le rime petrose è la sola in cui non siano usate parole-rima.

Fra i codici di più antica tradizione manoscritta che contengono Così nel mio parlar, indichiamo: il codice Martelli, il Chigiano L VIII 305, il Magliabechiano VI 143, il Veronese 445, e i due autografi del Boccaccio (Chigiano L V 176, Toledano 104 6), dove è al primo posto nella serie di 15 canzoni che si chiude con Amor, da che convien, mentre le altre petrose sono raggruppate in appendice all’edizione veneziana di Pietro Cremonese della Commedia (1491) insieme con le altre 14 canzoni della tradizione Boccaccio, che qui corrono dal n. 3 al n. 17. Nell’edizione Giuntina del 1527 è nel libro III della sezione dantesca, al primo posto della serie di 9 «canzoni amorose e morali», mentre le altre tre petrose occupano gli ultimi tre posti. Nell’edizione del 1921 il Barbi la collocò col n. CIII al quarto e ultimo posto del libro IV, che contiene soltanto le «Rime per la donna-pietra». Per un breve accenno alle questioni riguardanti il numero, l’ordine, la cronologia (con ogni probabilità, prima dell’esilio, intorno al 1296-98), la donna (reale, immaginaria, allegorica) delle rime petrose, si veda quanto si è detto per la sestina Al poco giorno. Per quanto riguarda la cronologia della canzone Così nel mio parlar in particolare, è opportuno segnalare che il Pézard ha proposto di considerarla la prima e non l’ultima delle rime petrose, le quali «ne sont peut-être ni du même temps, ni écrites pour la même dame» (p. 192).

La dichiarazione di poetica che irrompe senza preamboli all’inizio della prima stanza per promettere che il linguaggio della canzone sarà aspro, come sono aspri gli atti della donna amata, sembra presupporre nel poeta la coscienza di esperienze poetiche precedenti nelle quali l’atteggiamento più o meno ostile della donna non aveva impedito un linguaggio da dolci rime. Così era stato per la donna fera e disdegnosa della ballata Voi che savete, per la donna dura e orgogliosa della ballata Perché ti vedi e del sonetto Chi guarderà, per quella che «non s’innamora, / ma scassi come donna a cui non cale / de l’amorosa mente» della canzone Io sento sì d’Amor (vv. 67-69). Anche le altre rime petrose (se sono anteriori, come noi pensiamo, a Così nel mio parlar), che pure fanno largo spazio all’insensibilità, crudeltà e freddezza della donna pietra, non si può dire che siano largamente caratterizzate da un linguaggio aspro. Il fatto nuovo in Così nel mio parlar è che il poeta non è più disposto a ma cerarsi nei suoi martiri in attesa che Amore, da lui invocato e pregato, si muova a pietà e renda innamorata e pietosa l’acerba donna. Pur non rinnegando il suo amore, egli dimostrerà in questa canzone che non è solo capace di sospiri, ma di sdegno, d’istinti violenti, d’insofferenza verso Amore, di ritorsioni contro la donna. Chi sa? Forse è questa la via per farsi amare. Gli aspri sentimenti del poeta, che in questo caso s’accordano con gli aspri atti della donna, richiedono l’asprezza del linguaggio, e Dante, che è in un momento di larga apertura della sua esperienza poetica ai risultati stilistici della poesia di Arnaut Daniel, trova felicemente la sua maniera dello stile aspro che, fra le rime petrose, è caratteristico soprattutto di questa canzone. Il realismo in basso stile dei sonetti della tenzone con Forese Donati, fa il suo ingresso, autorizzato dall’esempio di Arnaut, nell’alto stile della canzone. L’urgenza passionale stimola il poeta a porsi non più come elegiaco patito della crudeltà della donna e fedele vassallo osservante delle leggi della corte d’Amore, ma antagonista, personaggio comprimario di due protagonisti: la donna e Amore.

La «bella petra» domina per tutta la prima stanza, ma l’ultimo verso («sì ch’io non so da lei né posso atarme») preannunzia la parte preminente che il poeta avrà nella stanza successiva, che è parte di un antagonista ancora in sordina, che riconosce la forza dell’avversario e il proprio stato d’inferiorità per la mancanza di difesa contro i colpi mortali della donna («e ‘l peso che m’affonda / è tal che non potrebbe adeguar rim»a, vv. 20-21); ma già con la svolta della sirima egli comincia a reagire protestando contro il tormento amoroso («Ahi angosciosa e dispietata lima / che sordamente la mia vita scemi, / perché non ti ritemi / sì di rodermi il core a scorza a scorza… ?», vv. 22 ss.) e vanterà nella prima parte della terza stanza i propri meriti d’innamorato disposto ad affrontare sofferenze mortali per non svelare il segreto sulla donna amata. Di tale sofferenza mortale è causa Amore, l’altro protagonista che campeggia fino a tutta la quarta stanza. Anche nei confronti di Amore il poeta riconosce la straordinaria potenza dell’avversario e la propria debolezza e impossibilità di difesa, ma protesta chiamandolo «perverso» («che abisso dall’altra petrosa, Amor, tu vedi ben», dove ai vv. 49-50 di Amore si dice con devota ammirazione: «Vertù che se’ prima che tempo, / prima che moto o che sensibil luce!»), e se indugia nel presentarsi prostrato «in terra d’ogni guizzo stanco» (v. 43), sbiancato per l’accorrere del sangue verso il cuore, è per accusare implicitamente la ferocia e l’ingiustizia di Amore. Ed ecco nelle ultime due stanze la parte dell’antagonista che si pone contro Amore e contro la donna, immaginando prima che gli possa toccare in sorte di assistere a un intervento feroce di Amore contro la donna, la scherana micidiale e latra, che dovrebbe latrare nel caldo borro, invocando aiuto. Per soccorrerla egli metterebbe mano nei suoi capelli biondi e si divertirebbe senza pietà con quelle trecce che per lui son fatte «scudiscio e ferza», vendicandosi di tutte le offese ricevute. Poi le renderebbe «con amor pace. Il vinto da Amore e dalla donna «bella petra» si è trasformato, per virtù d’immaginazione esaltata dalla passione esasperata, in un trionfatore, con Amore ligio ai suoi desideri, con la donna ritrosa e ribelle ridotta in suo dominio. Nel congedo il poeta ritorna alla realtà, ma non senza coltivare la speranza che la canzone, andando «dritto a quella donna» che gli ha ferito il cuore, possa darle «per lo cor d’una saetta», così come aveva desiderato di poter vedere Amore «fender per mezzo / lo core a la crudele» (vv. 53-54).

Dante nel De vulgari Eloquentia (II XIII, 12) non ha esitato a giudicare negativamente l’uso eccessivo nella stanza della canzone della risonanza della medesima rima e dell’inutile doppio senso delle parole-rima, come gli era avvenuto di fare nella doppia sestina Amor, tu vedi ben (v.).

Subito dopo, Dante dice che la terza cosa da evitare è la rithimorum asperitas, l’«asprezza delle rime», a meno che non sia frammista a soavità (lenitati); infatti, per mescolanza di rime dolci e aspre, l’alta poesia acquista splendore (ipsa tragoedia nitescit). Non c’è dubbio che nella canzone Così nel mio parlar, come del resto lascia prevedere l’inizio della canzone stessa, non c’è mescolanza di rime dolci e aspre, non solo, ma nel complesso dei vocaboli in essa usati predominano di gran lunga quelli di suono aspro, che Dante voleva che fossero esclusi dal volgare illustre (II VII, 5). Che nel De vulgari Eloquentia, senza che la canzone sia nominata, ci sia un’implicita condanna di Così nel mio parlar («per lo meno in quanto ispirazione e forma esulano dallo stile tragico», Marigo), è opinione, oltre che del Marigo, di altri critici più recenti, ma è lecito dubitarne.

 

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Bibliografia:

 

  1. Momigliano, La prima delle canzoni pietrose, in «Bull. d. Soc. dant. it.» XV (1908), pp. 119 ss.
  2. Alighieri, Rime, in G. Contini (a cura di), Torino 1970 [=1939], pp. 165 ss.
  3. Alighieri, Rime, in D. Mattalia (a cura di), Torino, 1943, pp. 139 ss.
  4. Bosco, Il nuovo stile della poesia dugentesca, in Medioevo e Rinascimento. Studi in onore di B. Nardi, Firenze 1955, 90, pp. 99 ss. (ora in Dante vicino, Caltanissetta-Roma 1966, pp. 29 ss.).
  5. Marti, Sulla genesi del realismo dantesco, in «Giorn. stor.» CXXXVII (1960), pp. 497 ss. (poi in Realismo dantesco, Milano-Napoli 1961, pp. 1-32).
  6. Fenzi, Le Rime per la donna Pietra, in Miscellanea di studi danteschi, Genova 1966, pp. 229 ss.
  7. Foster – P. Boyde (eds.), Dante’s Lyric Poetry, Oxford 1967, pp. 273 ss.

Il ronzino del vescovo. Una fonte notarile

di A. Barbero, in Prima lezione di metodo storico, a cura di S. Luzzatto, Roma-Bari 2010, pp. 13-31.

 

 

  1. Gli atti della causa

 

Vescovo con pianeta. Miniatura dal Sacramentario di Warmondo (X sec.). Ivrea, Biblioteca Capitolare.

Vescovo con pianeta. Miniatura dal Sacramentario di Warmondo (X sec.). Ivrea, Biblioteca Capitolare.

Nel 1211 il vescovo di Ivrea è in lite con un suo dipendente, Bongiovanni d’Albiano, per le prestazioni a cui quest’ultimo è obbligato in cambio delle terre che tiene in feudo della Chiesa. Gli atti della causa sono contenuti in quattro pergamene, tre originali e una copia non autentica di poco più tarda, e si conservano nell’Archivio vescovile di Ivrea. Nell’anno 1900 lo storico piemontese Ferdinando Gabotto li pubblicò in un volume che contiene tutte le carte di quell’archivio fino al 1313, data della soggezione di Ivrea ai Savoia: è forte dunque la tentazione di studiare la vicenda servendosi dell’edizione a stampa, ciò che permetterebbe di lavorare in biblioteca anziché in archivio, di leggere i testi con facilità, e di fotocopiarli per esaminarli comodamente a casa propria. Ma quando si devono sottoporre pochi documenti a un’analisi ravvicinata, frase per frase e parola per parola, è bene non accontentarsi delle edizioni, e andare in archivio a vedere gli originali, magari portandosi dietro la fotocopia per un raffronto puntuale.

Il nostro lavoro comincia dunque nell’archivio della Chiesa d’Ivrea, dove gli atti sono conservati per la buona ragione che il vescovo vinse la causa. Se l’avesse perduta, soltanto Bongiovanni e i suoi eredi avrebbero avuto interesse a conservare la documentazione, che quasi certamente sarebbe andata persa nell’immenso naufragio degli archivi privati anteriori al Due-Trecento. Infatti la grande maggioranza delle famiglie di quell’epoca si sono estinte, e il loro patrimonio documentario è andato disperso; mentre gli archivi degli enti ecclesiastici, che hanno continuato a funzionare ininterrottamente fino ad oggi, sono molto meglio conservati.

I documenti che ora abbiamo in mano sono su pergamena, perché la carta comincerà a diffondersi soltanto fra XIII e XIV secolo, e solo per le scritture più ingombranti e più effimere, come i registri fiscali. Sono scritti in latino, come quasi tutti i documenti medievali italiani, e in una grafia irta di abbreviazioni, non immediatamente leggibile a un occhio moderno: è chiaro che per analizzarli è necessario possedere alcune abilità tecniche, che del resto ogni medievista acquisisce nel corso della sua formazione. Il primo lavoro da fare è il confronto fra gli originali e il testo a stampa, da cui ricaviamo la conferma che abbiamo fatto molto bene ad andare in archivio, perché la lettura dell’editore è stata in più d’un caso frettolosa.

Per non fare che un esempio, nella trascrizione del Gabotto si menziona un certo ser Giovanni da Rondissone, e si afferma che il vescovo Gaimario aveva sequestrato vacche e buoi «domini Iohannis de Rondeçone aut Boni Iohannis», ma l’originale dice «avi», non «aut»: senza ricorrere all’originale non sapremmo mai che questo personaggio, il cui nome ricorre spesso negli atti, era il nonno del Bongiovanni protagonista del processo.

 

 

  1. Lo svolgimento della lite

 

Ora che disponiamo di una trascrizione completa e corretta dei documenti, è il momento di chiederci che storia raccontano, e quali domande possiamo porgli. È chiaro che qui non siamo di fronte ai grandi eventi della Storia con l’iniziale maiuscola, ma ad una vicenda quotidiana di gente qualunque; e proprio questo rende preziose le fonti d’archivio. È ad esse che ricorriamo per capire qualcosa del funzionamento concreto della società medievale, delle relazioni economiche, delle strutture familiari e dei rapporti di potere.

Particolarmente utili sono gli atti dei litigi, come questi che ci prepariamo ad analizzare, perché una controversia obbligava le parti a definire e argomentare le loro posizioni, e sollecitava i giudici a formulare con precisione le domande da porre ai testimoni per accertare la verità: è quasi soltanto attraverso le cause giudiziarie che impariamo come funzionavano davvero istituzioni fondamentali del mondo medievale, quale ad esempio la signoria. La causa di Ivrea ha a che fare con il diritto feudale, ma la disputa sui rapporti fra signore e vassallo investe una questione assai più generale, e cioè il modo in cui quei rapporti determinavano la stratificazione della società: in gioco – come vedremo subito – è lo status sociale di Bongiovanni, la sua pretesa d’essere un nobile e non un villano.

Il primo dei quattro atti porta la data del 30 giugno 1211, ed è, dal punto di vista formale, una notitia: riferisce lo svolgimento della lite tra il vescovo di Ivrea, Pietro, rappresentato dal suo procuratore (syndicus) Giacomo Carta, e Bongiovanni d’Albiano coi suoi fratelli, fino al momento in cui è stata pronunciata la sentenza. La causa è stata discussa sub paribus curie, dove con curia s’intende l’assemblea dei vassalli del vescovo: come vedremo, che Bongiovanni fosse un vassallo – e dunque un nobile – oppure un dipendente di condizione inferiore era per l’appunto la questione da risolvere, ma in ogni caso gli venne riconosciuto il diritto di essere giudicato, come un vassallo, dai suoi pari, nominando d’accordo col signore i “colleghi” chiamati a giudicare. Infatti i giudici sono due cavalieri, ser Boamondo del Solero e ser Oberto Raimondo, «eletti da entrambe le parti» (notiamo qui che anche se per comodità di lettura tradurremo la maggior parte delle citazioni, l’analisi è stata fatta sul testo latino: lo studioso deve interrogare il documento nella sua lingua originale per poterne apprezzare tutte le sfumature).

Procedendo nella lettura veniamo a sapere in che cosa consisteva il litigio. Il procuratore del vescovo pretendeva da Bongiovanni e dai suoi fratelli che mettessero un ronzino a disposizione del vescovo in cambio del feudo che tenevano da lui, «sostenendo che tengono un feudum de roncino». Il termine “ronzino” non aveva ancora la valenza spregiativa che ha assunto oggi, ma indicava un cavallo da soma, di scarso valore commerciale e che nessuno avrebbe potuto confondere con un costoso cavallo da guerra. Chi teneva un “feudo di ronzino” era dunque obbligato a un servizio non particolarmente onorifico nei confronti del signore: non combatteva per lui, ma si limitava a portare i bagagli, e difficilmente poteva aspirare per questo a una condizione sociale privilegiata.

Questo episodio apparentemente secondario è rivelatore della ragion d’essere della società feudale. La Chiesa d’Ivrea possedeva un esteso patrimonio fondiario; in alcuni luoghi, come ad Albiano, la maggioranza degli abitanti erano suoi dipendenti, e di conseguenza il vescovo aveva il diritto di mantenere l’ordine con la forza in quella zona e farsi obbedire dalla popolazione. Gli abitanti delle campagne erano costituiti in grande maggioranza da quelli che le fonti chiamano collettivamente homines o rustici: contadini, i quali avevano dei diritti ereditari di sfruttamento della terra, ma anche dei doveri verso il signore, a cui non potevano sottrarsi unilateralmente. Per loro la soggezione all’autorità si traduceva nell’obbligo di pagare le imposte e contribuire con prestazioni di lavoro gratuite, com’era appunto, in quel caso specifico, il servizio col ronzino. Ma il vescovo aveva anche dipendenti di rango più elevato, i vassalli, che poi erano di solito cavalieri (milites). I vassalli erano i proprietari più agiati e influenti della zona, e questo è il motivo per cui il signore, bisognoso di appoggio politico e di aiuto militare, concedeva loro la terra a condizioni molto più favorevoli. Non lavoravano i campi con le proprie mani, ma ne incassavano le rendite, e il loro obbligo verso il signore, sancito dal giuramento di fedeltà e dall’omaggio vassallatico, era quello di assisterlo nelle cause giudiziarie e di combattere per lui in sella a un cavallo da guerra.

Senonché la distinzione fra le due categorie di dipendenti non era sempre così limpida, come dimostra proprio il litigio fra il vescovo Pietro e Bongiovanni d’Albiano. Le concessioni erano ereditarie e perpetue, e tale avrebbe dovuto essere anche lo status sociale dei titolari; ma l’epoca conosceva un’impetuosa crescita economica e una vigorosa mobilità sociale, per cui a distanza di qualche anno la condizione di un uomo poteva non essere più simile a quella di suo padre e di suo nonno. Se il contadino cui il signore imponeva di fornire un ronzino per portare i bagagli si arricchiva, poteva capitare che i suoi discendenti rifiutassero di continuare a prestare quel servizio, sostenendo di essere anche loro dei gentiluomini, e di non essere tenuti agli oneri che gravavano sui rustici. Quando il procuratore del vescovo fece causa a Bongiovanni e fratelli sostenendo che il loro era un feudo di ronzino, essi negarono e cercarono di provare che il loro era un feudo nobile («quod multo tempore tenuerunt feudum gentiliter»).

La domanda che a questo punto ci interessa porre al documento è: come si faceva a provarlo? Nel testo leggiamo che entrambe le parti avevano presentato atti e dichiarazioni scritte, ma poco probanti; restava la possibilità di addurre dei testimoni. La notitia non contiene i verbali degli interrogatori, limitandosi a dichiarare che il procuratore del vescovo ha provato la sua affermazione con testimoni validi («per multos testes ydoneos clericos et laycos»), mentre Bongiovanni e fratelli hanno solo tentato di provare la propria tesi, ma con testimoni «a cui non fu data fede». I giudici, dopo essersi consigliati con molti esperti di diritto, erano pronti a pronunciare la sentenza; ma a questo punto saltò fuori che Giacomo Carta non disponeva di una procura giuridicamente valida per rappresentare il vescovo («non reperiebatur legitime creatus syndicus»). Perciò i giudici chiesero al vescovo di comparire personalmente e attestare sotto giuramento che i «suoi» testimoni avevano detto la verità.

Il formalismo della procedura, che per l’epoca rappresenta un tratto moderno, si accompagna a un tratto arcaico come la persistente rilevanza data al giuramento quale elemento di prova; rilevanza tale che il vescovo Pietro anziché presentarsi preferì chiedere un rinvio per riflettere, e mentre rifletteva venne chiamato alla cattedra patriarcale di Antiochia, nel lontano regno crociato di Gerusalemme. La causa fu dunque rinviata fino all’elezione di un nuovo vescovo, Oberto; a questo punto la procedura venne riaperta, e Oberto accettò di prestare il giuramento richiesto.

Perciò i giudici – conclude il primo dei quattro atti conservati nell’Archivio vescovile di Ivrea – hanno condannato Bongiovanni a tenere un ronzino in servizio del feudo: stabilendo, implicitamente, che la sua condizione era quella d’un semplice villano, e non un nobile come sostenevano lui e i suoi fratelli.

Chiostro della Cattedrale di Ivrea (XI-XII sec.).

Chiostro della Cattedrale di Ivrea (XI-XII sec.).

 

  1. Le disposizioni dei testimoni

 

Fin qui la vicenda appare piuttosto lineare. Il problema più interessante posto da questo primo documento è quanto il formalismo della procedura, con la ricusazione del Carta, non sia in realtà un cavillo adottato dai giudici per evitare di sentenziare, e per scaricare sulla coscienza del vescovo la soluzione del caso: come sempre accade, gli atti processuali raccontano la verità a modo loro, e sarebbe ingenuo accoglierla alla lettera.

Per capire su quali elementi si erano basati i giudici passiamo alla seconda pergamena, contenente le deposizioni dei testimoni, che vennero trascritte il 29 ottobre 1211, e dunque quattro mesi dopo la sentenza, «affinché valgano per sempre come se testimoniassero a viva voce». La causa si era nel frattempo riaperta, e i giudici ritennero opportuno che le testimonianze già rese, verbalizzate dapprima in modo informale, rimanessero a disposizione in forma ufficiale. Il verbo usato dai giudici («ordinarono di auctenticare i testi prodotti da entrambe le parti») implica il conferimento di valore giuridico a un documento tramite la sottoscrizione notarile; senonché in questo caso la trascrizione a un certo punto venne interrotta, senza neppure registrare il nome del notaio, per cui tecnicamente il documento non risulta affatto auctenticus (ovvero dotato di auctoritas, nel linguaggio notarile dell’epoca).

Le deposizioni di testimoni rappresentano sempre una fonte straordinaria di informazioni per lo storico, perché ci consentono di ascoltare la viva voce della gente comune. Non senza mediazioni, s’intende: i testi parlavano in lingua volgare, cioè nel dialetto locale, e il notaio traduceva laboriosamente in latino; e quanto all’attendibilità delle deposizioni, va ribadito che i testimoni non erano convocati dal giudice, ma presentati dalle parti a sostegno della loro tesi. Nel nostro caso il verbale raccoglie le deposizioni di venti testimoni, tutti prodotti da Giacomo Carta a carico di Bongiovanni. Evidentemente la trascrizione venne interrotta prima di arrivare ai testi presentati dalla controparte, che pure erano preannunciati nell’incipit del documento.

Prima di analizzare le deposizioni è bene verificare nella documentazione coeva l’identificazione dei personaggi coinvolti: perché all’inizio del Duecento la massa dei documenti pervenuti fino a noi ha già cominciato a crescere, e ci si può aspettare che almeno i testimoni di rango sociale più elevato siano presenti in diversi altri atti. Infatti, controllando le carte dell’Archivio vescovile d’Ivrea pubblicate dal Gabotto, si riconoscono il cavaliere ser Meardo Ferrero, vassallo del vescovo d’Ivrea e di diversi signori locali della zona; il canonico ser Bonizo, uno degli esponenti più importanti del capitolo cattedrale e appartenente come ser Boamondo alla maggiore famiglia nobile di Ivrea, i del Solero; il canonico diacono Rodolfo Caudera, e il notaio Aldeprando, molto attivo a Ivrea – soprattutto per conto del vescovo – nell’ultimo quarto del XII secolo e nel primo decennio del XIII. Altri testimoni sono invece proprietari agiati di Albiano, e dunque vicini di casa di Bongiovanni: insomma, per provare le sue ragioni il procuratore è ricorso alla convocazione sia di personaggi importanti di Ivrea, autorevoli per la loro posizione sociale e legati alla Chiesa, sia di abitanti della località dov’era situato il feudo in discussione.

In tutti i casi in cui possiamo verificarlo, si trattava di persone di una certa età, attestate nella documentazione già da diversi decenni, e in grado di ricordare un passato anche abbastanza remoto. In parecchi casi i testimoni sono invitati a dichiarare la loro età; e come accade quasi sempre in quest’epoca, nessuno la sa con assoluta precisione. Interrogati su quanti anni hanno, il canonico Rodolfo Caudera risponde «che crede di averne più di 50», ser Bonizo «circa 44 o 43», il notaio Aldeprando «60 e più», Enrico di Bollengo «più di 42», Evrardo di Oggero «50 e più». Questa imprecisione, che oggi ci colpisce, era normale in un’epoca in cui il conto degli anni non era tenuto con rigore e non si usava celebrare il compleanno, né indicare nei documenti la data di nascita. Lo scopo dell’interrogatorio era di verificare a quali obblighi si erano assoggettati in passato Bongiovanni, suo padre Gribaldo e suo nonno Giovanni di Rondissone. In questa società dove la consuetudine aveva forza di legge, tutti sapevano che se determinati oneri erano stati sopportati a lungo senza protestare, non era più possibile contestarli. Uno dei testimoni, che i giudici debbono aver ritenuto ben poco interessante, lo è invece per noi, in quanto enuncia esattamente i termini della questione, anche se dichiara di non saperla decidere: «sa e vide che Giovanni di Rondissone e i suoi figli si consideravano uomini del vescovo e che cavalcavano col vescovo dove lui voleva, ma dice che non sa se sia un feudo di ronzino o di destriero, ose sia servo o libero, se non che andavano col vescovo sia a cavallo sia a piedi».

Se fossimo al posto dei giudici, potremmo essere interessati a ricostruire la personalità di ciascun testimone, per valutare l’attendibilità delle sue affermazioni. Ne verrebbero fuori interrogativi a cui non è facile rispondere: ad esempio, perché mai alla domanda rituale dei giudici, che chiedono a ciascun testimone se non ha mai avuto una condanna o un patteggiamento per furto, i due ecclesiastici rispondono scherzando? Ser Bonizo: «Rispose che non l’avrebbe detto, ma quando vorrà ricevere una penitenza dirà la verità». Rodolfo Caudera: «Rispose che non si è dato briga, ma quando erano bambini ha ammazzato gli anatroccoli» («set quando erant pueri interfecit anserotos»).

Per ricavare il massimo profitto dal documento conviene piuttosto smontare le testimonianze, e ricostruire quali risposte vennero suscitate da ciascuna domanda. Il primo punto su cui insiste l’interrogatorio è molto concreto: si tratta di stabilire se il padre di Bongiovanni, Gri-baldo, e il fratello di questi Guidotto hanno mai prestato servizio al vescovo con un ronzino. Qui, a prima vista, le testimonianze sono inoppugnabili. Più di metà dei testimoni hanno visto i due cavalcare al seguito del vescovo Gaimario con un cavallo acquistato a loro spese, e sono certi che si trattava d’una bestia da soma: era «un ronzino color asino con la criniera rasata e i bagagli caricati». (Notiamo, a margine, che tutti i termini qui tradotti in italiano suonano piuttosto oscuri a chi conosca soltanto il latino classico, e vanno controllati su un vocabolario di latino medievale: qui scopriamo ad esempio che quando i testi parlano di «runcino dosno» usano un aggettivo, dosinus, che indica appunto il colore degli asini). Un altro teste ricorda che il cavallo era costato tre lire: e anche qui è necessario fare dei raffronti con i prezzi indicati in altri documenti più o meno coevi per scoprire che si tratta d’una cifra molto bassa rispetto ai prezzi dei cavalli da guerra, i quali potevano costare diverse decine di lire.

I giudici, scrupolosi, chiedono se il servizio era prestato proprio in cambio del feudo di cui i due fratelli erano investiti, e come fanno i testimoni a saperlo. I più l’hanno sentito dire, ora dal vescovo stesso, ora «da tutti quelli del paese». Un teste aggiunge di aver sentito confessare dallo stesso Gribaldo «che teneva dal vescovo un feudo di ronzino»; il canonico Caudera ribadisce «che l’aveva sentito dire dal vescovo e loro non negavano». Feudi di quel genere erano anche chiamati feudi da scudiero (scutifer), e infatti uno dei testimoni afferma «di aver sentito dire che Gribaldo padre di Bongiovanni cavalcava col vescovo portando i bagagli da scudiero». Un altro teste, Pelagallo, aggiunge che Gaimario pretendeva lo stesso servizio già dal padre di Gribaldo, anche se dovette litigare per ottenerlo: egli «vide che il vescovo Gaimario prese (rapuit) i buoi e le vacche di ser Giovanni di Rondissone avo di Bongiovanni», a titolo di risarcimento «perché non aveva potuto avere il ronzino, e li tenne finché il detto Giovanni giurò di obbedire all’ordine del detto vescovo».

Tutto chiaro, dunque? No, perché altri testimoni si esprimono in modo più dubitativo. C’è chi ha visto Gribaldo cavalcare col vescovo Gaimario «ma non sa se lo serviva per obbligo del feudo oppure no»; chi ammette «che ogni tanto è andato con il vescovo» ma «non sa se ha fornito il ronzino o no». C’è chi afferma d’averlo visto condurre un ronzino, ma non per obbligo: Gribaldo andava col vescovo solo quando gli pareva, «quando non voleva stava a casa»; e comunque «non andava come scudiero, ma come nobile». C’è chi afferma di averlo conosciuto bene «e non vide mai che tenesse un cavallo né un ronzino né che andasse col vescovo a Roma o dall’imperatore»: precisazione quest’ultima non casuale, perché i detentori di feudi di ronzino avevano spesso come obbligo principale quello di accompagnare i vescovi in queste occasioni; e infatti il canonico ser Bonizo, quanto a lui, «crede fermamente che Gribaldo andò col vescovo a Roma col suo ronzino».

Nel loro zelo di accertare tutto l’accertabile a proposito del famoso ronzino, i giudici rischiano talvolta di spazientire i testimoni, come quel tale che «interrogato di che tipo era quel ronzino, rispose: “Come quelli che ci sono in giro” (“tales quales currunt per terram”)», per poi concludere la deposizione piuttosto bruscamente: «e dice che non sa altro: “Cosa devo dirvi di più?”». Ma a questo punto è opportuno lasciare la prima domanda posta ai testimoni e fermare l’attenzione sulla successiva, da cui i giudici speravano molto (e da cui non ricavarono invece quasi nulla). A tutti venne chiesto che cosa tenevano in feudo dal vescovo i predecessori di Bongiovanni, quando era avvenuta l’investitura, con quale procedura e in presenza dichi. Molti sapevano che si trattava di terre in Albiano, ma quasi nessuno era stato presente all’investitura o ne ricordava le circostanze; l’unico che ammette di essere stato presente «non vide che si facesse menzione d’un cavallo o d’un ronzino». Tocchiamo con mano, qui, quanto fosse insoddisfacente una procedura come quella feudale che si basava esclusivamente sull’oralità, e capiamo come mai a quella data si stesse ormai affermando l’abitudine di registrare per iscritto omaggi e investiture, senza più accontentarsi della pregnanza simbolica dei gesti.

Ma per i giudici c’era ancora un altro modo di dedurre la natura del feudo. Consisteva nel verificare se i predecessori di Bongiovanni fossero stati obbligati a subire gli oneri signorili, pagando l’imposta periodica nota come il “fodro” e prestando i servizi di trasporto e di guardia al castello (ancora noti coll’antico nome longobardo di guayta et scaraguayta), come dovevano fare tutti gli abitanti (vicini) di Albiano, ad eccezione dei detentori di feudi nobili. Fra i testimoni provenienti da Albiano, essi stessi soggetti a quegli oneri, c’è naturalmente la tendenza ad affermare che Bongiovanni deve farsene carico come tutti. Uno dichiara «che la guaita e la scaraguaita debbono essere imposti a Bongiovanni come a lui stesso e agli altri»; inoltre ha visto che Bongiovanni era obbligato a far macinare il suo grano al mulino del vescovo, e che quando c’era da pagare il fodro era tassato come tutti gli altri: ma interrogato se gliel’ha visto pagare, deve ammettere di no. Un altro teste dichiara che ha visto Bongiovanni sottoporsi a tutti i servizi di guardia e di trasporto, «e che quando si deve pagare il fodro tutti insieme al paese lui viene tassato come gli altri, ma non sa se lo dà o no». Da una testimonianza all’altra, il rifiuto di pagare il fodro si rivela come un elemento costante del conflitto fra le tre generazioni della famiglia e il vescovo; e ci rivela quanto fosse difficile per l’autorità signorile farsi rispettare dai dipendenti più insubordinati. Un teste sa che Bongiovanni fa le guardie e i trasporti, ma non ha mai visto che suo padre pagasse il fodro o la taglia; un altro ricorda che anche il nonno litigò spesso con i vescovi «e che gli chiedevano il fodro, ma non vide che lo desse». Senonché il rifiuto di pagare il fodro non era di per sé la prova che il loro fosse un feudo nobile: anche il possessore d’un feudo di ronzino poteva pretendere d’essere esentato in cambio del suo servizio. Il canonico ser Bonizo osserva che benché Gribaldo e Guidotto servissero col ronzino il vescovo, questi non li esonerava dal fodro, riscuotendolo anche da loro quando lo imponeva agli altri abitanti di Albiano; «tuttavia loro protestavano dicendo che non doveva-no dare il fodro e servire il feudo, dicendo che li gravava troppo».

Solo a questo punto i giudici passano a una domanda più diretta, chiedendo a ciascun testimone «se sa che i predecessori di Bongiovanni siano nobili e che tengano il feudo da nobili (gentiliter) e che siano capitanei», termine quest’ultimo con cui nell’Italia settentrionale si indicavano i maggiori vassalli dei vescovi. Non potevano cominciare direttamente da questa domanda? In realtà no, perché nell’Italia dell’epoca essere nobili non era una condizione giuridica precisa e indiscutibile, svincolata dalle circostanze materiali. Nell’opinione della gente – lo confermano tutti i processi di questo genere – essere nobili significava vivere da nobili, non pagare il fodro, tenere cavalli da guerra; non per nulla è su questi punti che i giudici avevano insistito all’inizio, e il fatto che ora si rassegnino a chiedere direttamente se gli interessati erano nobili significa che non hanno ricevuto risposte coerenti, e non sanno più bene come uscirne.

Alla domanda più di un testimone risponde semplicemente dichiarando la propria ignoranza («non sa se tenessero il feudo da nobili o da villani»). Altri fanno affermazioni contraddittorie: un teste dichiara di aver sentito dire «che il vescovo Gaimario impose il fodro a Gribaldo», ma ha sentito anche «che i predecessori di Bongiovanni erano nobili». Rodolfo Caudera dichiara «che ha sentito dire che erano nobili», ma pure «che quando il vescovo prendeva dagli altri uomini di Albiano prendeva anche da loro». Ser Bonizo, che ha visto Gribaldo e Guidotto servire il vescovo «a turno e spesso col loro ronzino», alla domanda se fossero nobili risponde «che li teneva pro bonis hominibuset gentilibus, ma non ha visto che fossero cavalieri (milites)». La maggior parte dei testimoni, pur affermando d’aver visto Gribaldo e Guidotto accompagnare il vescovo Gaimaro col ronzino e i bagagli, concorda «che erano boni homines et gentiles».

È soprattutto il nonno, Giovanni di Rondissone, a emergere nella memoria dei testi come nobile; del resto essi lo designano col titolo di dominus, corrispondente al volgare “ser”, e riservato ai sacerdoti e ai cavalieri. Il notaio Aldeprando non ha dubbi che costui viveva come un nobile: «vide ser Giovanni di Rondissone stare in Albiano bene e nobilmente in casa sua e dice che non vide per questo alcuna lite, tranne che il detto Giovanni una volta prestò un ronzino al vescovo Gaimario». Un ronzino venne dunque effettivamente messo a disposizione, ma in prestito, da un uomo ben lontano dall’immaginare che qualche decennio dopo i suoi nipoti sarebbero stati trascinati in giudizio per imporre loro un’analoga prestazione. In ogni caso, il punto cruciale della deposizione di Aldeprando è l’assicurazione che ser Giovanni viveva «nobilmente» (gentiliter ): in questa società in tumultuoso sviluppo, e che non aveva una memoria genealogica lunga, vivere da nobili significava esserlo davvero, e avere diritto a quelle esenzioni che ora Bongiovanni si stava battendo per difendere.

Le testimonianze sul genere di vita condotto dai predecessori di Bongiovanni vanno dunque in senso contrario a quelle sulla prestazione dei servizi di guardia e di trasporto, giacché tendono a confermare che vivevano al modo dei nobili; e in quel caso non dovevano certo tenere un umile feudo da scudieri, ma uno nobile, da vassalli. Diversi testimoni infatti, dopo aver dichiarato che gli antenati di Bongiovanni erano nobili, aggiungono «che erano vassalli», e servivano il vescovo «perché erano vassalli». L’unico cavaliere fra i testimoni, ser Meardo, ricorda d’essere stato armato cavaliere dal vescovo Gaimario, il quale gli regalò un cavallo che era appartenuto in precedenza a «ser Giovanni di Rondissone», e prosegue sostenendo di aver visto quest’ultimo «servire il vescovo come facevano lui stesso e gli altri vassalli». Alla richiesta se il servizio fosse prestato in cambio del feudo che Giovanni teneva dal vescovo, il cavaliere ribatte tranquillamente: «perché l’avrebbe servito, se non per il feudo?». Interrogato se gli antenati di Bongiovanni erano nobili, «rispose che loro erano dei più nobili del paese».

 

 

  1. L’esito della lite

 

Ma chi aveva ragione, alla fine? Il procuratore del vescovo, che voleva dimostrare la natura plebea della concessione fondiaria tenuta da Bongiovanni, o quest’ultimo, che sosteneva d’essere investito di un feudo da vassallo? Provocatoriamente, potremmo anche rispondere che questa domanda non ci interessa: un documento come questo è prezioso per quel che rivela su come la gente dell’epoca si rappresentava il mondo, non per l’esito d’una specifica lite. Tuttavia lo storico che ha maneggiato le pergamene dell’Archivio vescovile di Ivrea ed ha acquistato familiarità con i protagonisti della causa ha il diritto di formulare un’ipotesi. Prima di farlo, forniamo però ancora un dato: alla domanda se gli antenati di Bongiovanni fossero (o fossero chiamati) capitanei soltanto due testimoni rispondono affermativamente. Entrambi menzionano una circostanza specifica, l’autorità sulla chiesa locale e sul suo sacerdote: un dato che nella coscienza collettiva identificava i capitanei, giacché molto spesso costoro ricevevano in feudo dal vescovo proprio le pievi o le chiese. Uno afferma «che l’avo di Bongiovanni fu capitaneus di Rondissone» e che «le chiese dei Santi Nicola e Vincenzo erano della sua signoria e sulla sua terra»; un altro «ha sentito dire che Bongiovanni è cataneus e che ha un sacerdote sotto di sé». Nessuno afferma niente del genere a proposito di Gribaldo e Guidotto, padre e zio di Bongiovanni; i quali, per contro, sono gli unici che quasi tutti i testi hanno veduto servire il vescovo col ronzino.

Se aggiungiamo che il nonno di Bongiovanni, ser Giovanni di Rondissone, litigò a più riprese col vescovo rifiutando il servizio, e che Bongiovanni sta facendo lo stesso, mentre non risulta che Gribaldo e Guidotto l’abbiano mai fatto, si delinea abbastanza chiaramente la vicenda d’un personaggio – ser Giovanni appunto – che aveva rivendicato con forza uno status nobiliare, e agli occhi di tutti l’aveva ottenuto. I suoi figli non sono stati in grado di conservarlo fino in fondo: hanno ceduto alle pressioni del vescovo e gli hanno prestato quei servizi modesti cui a rigore forse anche il padre sarebbe stato tenuto. Ma la famiglia ha continuato a essere considerata come nobile, forse più ad Ivrea che nella stessa Albiano, dove la faccenda del fodro e dei servizi di guardia e di trasporto era ben nota ai vicini; sicché Bongiovanni ha potuto tornare a rivendicare uno status pienamente nobiliare, come il nonno.

Anche se l’ostinazione del vescovo a imporgli il servizio col ronzino lascia pensare che gli antenati della famiglia fossero davvero semplici contadini, sta di fatto che Bongiovanni andò molto vicino al successo, e che gli arbitri, scelti fra i più nobili vassalli della chiesa locale, si dimostrarono molto riluttanti a dargli torto: a riprova che l’uomo, al pari forse del padre e certo del nonno, era accettato come un nobile ad Ivrea. La causa, infatti, non finisce con la sentenza del 30 giugno 1211 e con la successiva trascrizione delle testimonianze rese in quell’occasione. La terza e penultima pergamena del nostro dossier ci conferma che il procedimento era stato riaperto, giacché il 4 maggio 1212 i giudici si pronunciarono nuovamente, e stavolta dettero ragione a Bongiovanni.

Il documento si presenta non come una ricapitolazione della causa ma come una sentenza, redatta in triplice copia (benché solo una, e non autenticata, sia giunta fino a noi). A quanto pare, era accaduto che il vescovo, vinta la causa, aveva querelato nuovamente Bongiovanni, stavolta per chiedergli i danni: dieci lire d’interesse, per non aver prestato col cavallo il servizio richiesto. La sentenza trascrive il brevissimo memoriale accusatorio del Carta in cui si sostiene che i predecessori di Bongiovanni erano stati obbligati a tenere un cavallo a servizio del vescovo d’Ivrea (ed è quanto pareva accertato con la sentenza precedente, anche se stupisce un po’ che qui non si parli più di ronzino ma genericamente di equum) e che i loro possedimenti fondiari erano un feudo concesso dalla chiesa d’Ivrea.

Questa seconda affermazione ci fa capire che la linea difensiva di Bongiovanni era significativamente cambiata. Essendo stato dimostrato che i suoi predecessori avevano effettivamente messo a disposizione il cavallo, l’uomo rilanciò sostenendo che in ogni caso la sua terra non era affatto un feudo concesso dal vescovo, e che perciò lui personalmente non gli doveva niente. Il fatto è che all’epoca la giustizia civile, soprattutto nei casi come questo in cui era affidata ad arbitri scelti dalle parti, nonostante il formalismo delle procedure era poi soprattutto faccenda di pressioni e di amicizie, il cui peso era tanto più rilevante in quanto le cause si vincevano a colpi di testimoni. Per quanto la tesi apparisse paradossale alla luce della causa precedente, Bongiovanni d’Albiano trovò dei testimoni disposti a garantire che la sua terra non dipendeva affatto dalla chiesa d’Ivrea. A questo punto gli arbitri si trovavano in grave perplessità, e infatti il prologo della sentenza riferisce che ricorsero al parere degli altri pari di curia, del consiglio comunale di Ivrea e di una commissione di esperti fatta venire da Vercelli. La soluzione fu che Bongiovanni doveva assumersi la responsabilità di sostenere la sua tesi fino in fondo, giurando che era vera e che non doveva nulla al vescovo. Bongiovanni giurò e i giudici sentenziarono che il vescovo non poteva pretendere nulla da lui.

Ma la faccenda non finì qui, perché esiste un quarto documento, conservato in originale, e anch’esso datato 4 maggio 1212. È una dichiarazione dei giudici, registrata nel palazzo episcopale davanti all’assemblea plenaria di tutti i vassalli, alla presenza del podestà di Ivrea e dello stesso vescovo «sedente pro tribunali cum canonicis suis». Ser Oberto e ser Raimondo riconoscono di aver già sentenziato in passato nella causa contro Bongiovanni, condannando lui e i suoi fratelli «a servire d’ora in poi il vescovo d’Ivrea per il feudo che tenevano dalla chiesa d’Ivrea con un ronzino, perché era un feudo di scudiero». I due giudici dichiarano «che se avevano detto qualcosa dopo, lo avevano detto salva la sentenza emessa prima e salvi i diritti della Chiesa»; come se non bastasse, ammettono che il vescovo già da tempo li aveva ammoniti a non procedere oltre nella causa, «perché il loro ufficio era finito perché era scaduto il loro triennio» – una nuova conferma del rigoroso formalismo con cui si procedeva (o si pretendeva di voler procedere) nella curia vassallatica d’Ivrea.

La dichiarazione, in sostanza, vanificava la sentenza pronunciata il giorno stesso a favore di Bongiovanni: sia perché la subordinava comunque a quella precedente, sia perché i giudici ammettevano di averla pronunciata in un momento in cui il giudizio non competeva più a loro. La difficoltà di trovare una logica in un percorso così contraddittorio non è insolita quando si cerca di ricostruire l’andamento d’una causa giudiziaria medievale; e non solo per l’incompletezza del dossier, ma perché, ancora una volta, s’indovina che verbali e sentenze omettono troppi retroscena.

La convocazione solenne dei due giudici da parte del vescovo, lo stesso giorno in cui avevano pronunciato la sentenza contro di lui – anche ammesso che i fatti abbiano davvero avuto luogo alla data dichiarata nel documento, il che non è da dare per scontato neppure con i documenti che produciamo oggi – fu un colpo di scena che spiazzò tutti, umiliando ser Oberto e ser Raimondo e costringendoli a rimangiarsi la seconda sentenza, oppure fu la via d’uscita concordata fra tutti gli interessati per uscire dal vicolo cieco in cui la causa sul ronzino era andata a finire, evitando che l’una o l’altra delle parti fosse accusata di spergiuro, e salvando la faccia di tutti? Sono domande a cui non è facile trovare una risposta nel caso specifico, ma che ci rivelano come la giustizia medievale non rispondesse alla stessa logica cui risponde la nostra. In un sistema in cui le dichiarazioni dei testimoni e il giuramento degli interessati erano spesso i soli mezzi di prova, arrivare a un accordo, anche non dichiarato, e permettere a tutte le parti in causa di uscirne con onore, poteva essere più importante che non distribuire equamente il torto e la ragione.

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NOTA BIBLIOGRAFICA

 

I documenti analizzati si conservano nell’Archivio vescovile di Ivrea, presso la Biblioteca Capitolare di Ivrea, scaffale LXXII, mazzo I, e sono pubblicati da F. Gabotto, Le carte dell’archivio vescovile di Ivrea, Tipografia Chiantore-Mascarelli, Pinerolo1900 (Biblioteca della Società Storica Subalpina, 5), docc. 59,60, 64, 65.

Per un’introduzione alla documentazione d’archivio medie-vale ci si può riferire a F. Valenti, Il documento medioevale. Nozioni di diplomatica generale e di cronologia, Ed. S.T.E.M. Mucchi, Modena 1961, e A. Pratesi, Genesi e forme del documento medievale, Quasar, Roma 19993.

Il punto storiografico sulla società feudale in Il feudalesimo nell’Alto Medioevo, Spoleto 2000 (Settimane di studio del Centro italiano di studi sull’Alto Medioevo, XLVII).

Gli studi sulla giustizia medievale hanno conosciuto grandi progressi negli ultimi anni; per un confronto segnaliamo C. Wickham, Legge, pratiche e conflitti. Tribunali e risoluzione delle dispute nella Toscana del XII secolo, Viella, Roma 2000; M. Vallerani, La giustizia pubblica medievale, il Mulino, Bologna 2005.

Un esempio memorabile di utilizzazione delle testimonianze processuali è E. Le Roy Ladurie, Montaillou, village occitan de 1294 à 1324, Gallimard, Paris 1975; trad. it. Storia di un paese: Montaillou. Un villaggio occitanico durante l’Inquisizione (1294-1324), Rizzoli, Milano 1977.