La novella del cuore mangiato

di G. Boccaccio, Decameron, a cura di V. Branca, Milano 19923 [=1980], pp. 657-664, IV 9

[1] Messer Guiglielmo Rossiglione dà a mangiare alla moglie sua il cuore di messer Guiglielmo Guardastagno ucciso da lui e amato da lei; il che ella sappiendo, poi si gitta da una alta finestra in terra e muore e col suo amante è sepellita[1].

BNF, Bibliothèque de l’Arsenal, Ms 5070. Maître de Guillebert de Mets, miniatura dal Decameron (XIV sec.), IV 9 – Guiglielmo Rossiglione offre il cuore di Guiglielmo Guardastagno alla moglie.

BnF, Bibliothèque de l’Arsenal, ms. 5070. Maître de Guillebert de Mets, miniatura dal Decameron (XIV sec.), IV 9 – Guiglielmo Rossiglione offre il cuore di Guiglielmo Guardastagno alla moglie.

 

[2] Essendo la novella di Neifile finita, non senza aver gran compassion messa in tutte le sue compagne, il re, il qual non intendeva di guastare il privilegio di Dioneo, non essendovi altri a dire, incominciò.

[3] –Èmmisi parata dinanzi[2], pietose donne, una novella alla qual, poi che così degl’infortunati casi d’amore vi duole, vi converrà non meno di compassione avere che alla passata, per ciò che da più furono[3] coloro a’ quali ciò che io dirò avvenne e con più fiero accidente che quegli de’ quali è parlato.

[4] Dovete adunque sapere che, secondo che raccontano i provenzali, in Provenza furon già due nobili cavalieri, de’ quali ciascuno e castella e vassalli aveva sotto di sé, e aveva l’uno nome messer Guiglielmo Rossiglione e l’altro messer Guiglielmo Gardastagno[4]. [5] E perciò che l’uno e l’altro era prod’uomo[5] molto nell’arme, s’armavano[6] assai e in costume avean d’andar sempre ad ogni torniamento o giostra[7] o altro fatto d’arme insieme e vestiti d’una assisa[8]. [6] E come che ciascun dimorasse in un suo castello e fosse l’un dall’altro lontano ben diece miglia, pur avvenne che, avendo messer Guiglielmo Rossiglione una bellissima e vaga donna per moglie[9], messer Guiglielmo Guardastagno fuor di misura, non ostante l’amistà e la compagnia[10] che era tra loro, s’innamorò di lei e tanto, or con uno atto e or con uno altro fece[11], che la donna se n’accorse; [7] e conoscendolo per valorosissimo cavaliere[12], le piacque, e cominciò a porre amore a lui, in tanto che[13] niuna cosa più che lui disiderava o amava, né altro attendeva che da lui esser richiesta[14]: il che non guari stette che avvenne, e insieme furono e una volta e altra, amandosi forte.

[8] E men discretamente[15] insieme usando, avvenne che il marito se n’accorse e forte ne sdegnò, in tanto che il grande amore che al Guardastagno portava in mortale odio convertì; ma meglio il seppe tener nascoso che i due amanti non avevano saputo tenere il loro amore, e seco diliberò del tutto[16] d’ucciderlo. [9] Per che, essendo il Rossiglione in questa disposizione, sopravenne che un gran torneamento si bandì in Francia[17]; il che il Rossiglione incontanente significò al Guardastagno e mandogli a dire che, se a lui piacesse, da lui venisse e insieme diliberrebbono[18] se andar vi volessono e come. Il Guardastagno lietissimo rispose che senza fallo il dì seguente andrebbe a cenar con lui.

[10] Il Rossiglione, udendo questo, pensò il tempo esser venuto di poterlo uccidere; e armatosi il dì seguente con alcuno suo famigliare montò a cavallo e forse un miglio fuori del suo castello in un bosco si ripose in aguato, donde[19] doveva il Guardastagno passare. [11] E avendolo per un buono spazio atteso, venir lo vide disarmato con due famigliari appresso disarmati[20], sì come colui che di niente da lui si guardava; e come in quella parte il vide giunto dove voleva, fellone e pieno di maltalento[21] con una lancia sopra mano[22] gli uscì addosso gridando: «Traditor, tu se’ morto»[23], e il così dire e il dargli di questa lancia per lo petto fu una cosa.

[12] Il Guardastagno, senza potere alcuna difesa fare o pur dire una parola, passato di quella lancia, cadde e poco appresso morì. I suoi famigliari, senza aver conosciuto chi ciò fatto s’avesse, voltate le teste de’ cavalli[24], quanto più poterono si fuggirono verso il castello del lor signore. [13] Il Rossiglione, smontato, con un coltello il petto del Guardastagno aprì e colle proprie mani il cuor gli trasse[25], e quel fatto avviluppare in un pennoncello[26] di lancia, comandò ad un de’ suoi famigliari che nel portasse; e avendo a ciascun comandato che niun fosse tanto ardito, che di questo facesse parola, rimontò a cavallo, ed essendo già notte al suo castello se ne tornò.

[14] La donna, che udito aveva il Guardastagno dovervi esser la sera a cena e con disidero grandissimo l’aspettava, non vedendol venire si maravigliò forte e al marito disse: «E come è così, messere, che il Guardastagno non è venuto?».

[15] A cui il marito disse: «Donna, io ho avuto da lui[27] che egli non ci può essere di qui domane[28]», di che la donna un poco turbatetta rimase.

[16] Il Rossiglione, smontato, si fece chiamare il cuoco e gli disse: «Prenderai quel cuor di cinghiare[29] e fa’ che tu ne facci una vivandetta la migliore e la più dilettevole a mangiar che tu sai; e quando a tavola sarò, me la manda in una scodella d’argento». Il cuoco, presolo e postavi tutta l’arte e tutta la sollecitudine sua, minuzzatolo e messevi di buone spezie assai, ne fece uno manicaretto troppo[30] buono.

[17] Messer Guiglielmo, quando tempo fu, con la sua donna si mise a tavola. La vivanda[31] venne, ma egli per lo malificio da lui commesso, nel pensiero impedito[32], poco mangiò.  Il cuoco gli mandò il manicaretto, il quale egli fece porre davanti alla donna, sé mostrando quella sera svogliato, e lodogliele molto. La donna, che svogliata non era, ne cominciò a mangiare e parvele buono; per la qual cosa ella il mangiò tutto.

[18] Come il cavaliere ebbe veduto che la donna tutto l’ebbe mangiato, disse: «Donna, chente[33] v’è paruta questa vivanda?».

[19] La donna rispose: «Monsignore, in buona fé ella m’è piaciuta molto».

[20] «Se m’aiti Idio[34]», disse il cavaliere «io il vi credo, né me ne maraviglio se morto v’è piaciuto ciò che vivo più che altra cosa vi piacque».

[21] La donna, udito questo, alquanto stette[35]; poi disse: «Come? che cosa è questa che voi m’avete fatta mangiare?».

[22] Il cavalier rispose: «Quello che voi avete mangiato è stato veramente il cuore di messer Guiglielmo Guardastagno, il qual voi come disleal[36] femina tanto amavate; e sappiate di certo ch’egli è stato desso, per ciò che io con queste mani gliele strappai, poco avanti che io tornassi, del petto».

[23] La donna, udendo questo di colui cui ella più che altra cosa amava[37], se dolorosa fu non è da dimandare[38]; e dopo al quanto disse: «Voi faceste quello che disleale e malvagio cavalier dee fare; ché se io, non isforzandomi egli, l’avea del mio amor fatto signore e voi in questo oltraggiato, non egli ma io ne doveva la pena portare[39]. Ma unque a Dio non piaccia[40] che sopra a così nobil vivanda, come è stata quella del cuore d’un così valoroso e così cortese cavaliere come messer Guiglielmo Guardastagno fu, mai altra vivanda vada[41]!».

[24] E levata in piè, per una finestra la quale dietro a lei era, indietro senza altra diliberazione[42] si lasciò cadere.  La finestra era molto alta da terra, per che, come la donna cadde, non solamente morì, ma quasi tutta si disfece[43]. Messer Guiglielmo, vedendo questo, stordì forte[44] e parvegli aver mal fatto; e temendo egli de’ paesani e del conte di Proenza[45], fatti sellare i cavalli, andò via.

[25] La mattina seguente fu saputo per tutta la contrata[46] come questa cosa era stata: per che da quegli del castello di messer Guiglielmo Guardastagno e da quegli ancora del castello della donna con grandissimo dolore e pianto furono i due corpi ricolti[47] e nella chiesa del castello medesimo della donna in una medesima sepoltura fur posti, e sopr’essa scritti versi significanti[48] chi fosser quegli che dentro sepolti v’erano e il modo e la cagione della lor morte[49].

****************************************************************

BnF ms. Français 12473 f. 89v, Chansonnier provençal [K], metà XIII sec. Guilhem de Cabestanh a cavallo (dettaglio).

BnF ms. Français 12473 f. 89v, Chansonnier provençal [K], metà XIII sec. Guilhem de Cabestanh a cavallo (dettaglio).

Note:

[1] Nonostante che anche il tema di questa novella – il cuore dell’amante fatto mangiare dal marito alla moglie colpevole che si uccide disperata – sia stato fatto risalire al solito Oriente (cfr. W.A. Clouston, Popular Tales and Fictions: Their Migrations and Transformations, London 1887, II, p. 191, e F.J. Furnivall – E. Brock – W.A. Clouston (eds.), Originals and Analogues of Some of Chaucer’s Canterbury Tales, London 1887, p. 79), la sua origine celtica è più che probabile. Già nel Tristan di Thomas, Isotta canta un Lai Guiron che ha lo stesso tragico argomento (cfr. G. Paris, Le roman du Châtelain de Couci, Rom 31 [1879], pp. 343-373; H. Hauvette, La 39e nouvelle du Décaméron et la légende du « Cœur mangé », Rom 41 [1912], pp. 184-205). Ma più probabilmente il Boccaccio – come egli stesso indica (§ 4, «secondo che raccontano i provenzali») – ebbe suggestioni dirette da quanto la letteratura occitanica narrava del trovatore Guillem de Cabestaing, del suo amore per Saurimonda (o Margherita, o Trichina), moglie del suo signore Raimon de Castel-Rossillon, della vendetta di quest’ultimo e della misera fine dei due amanti. Non è possibile però determinare quale redazione egli abbia potuto conoscere fra quelle giunte a noi (per notizie sul Cabestaing, si vd. A. Langfors, Le chansons de Guillem de Cabestaing, Paris 1924 e Id., Le troubadour Guilhem de Cabestanh, AnnMidi 26 [1914], pp. 189-225). Le quattro redazioni della vita del Cabestaing sono pubblicate criticamente ne Le biografie trovadoriche, testi provenzali dei secc. XIII e XIV, a cura di G. Favati, Bologna 1961, pp. 197 ss. (e cfr. pp. 36, 82): quelle che offrono spunti e particolari più affini alla novella del Boccaccio sono contenutisticamente la redazione A (pp. 197 s.) e per i ritmi narrativi la D (pp. 203 ss.: dal codice 4142 della Laurenziana di Firenze, scritto verso il 1310). Cfr. anche B. Panvini, Le biografie provenzali. Valore e attendibilità, Firenze 1952, pp. 77 ss. Il tema pietoso ebbe invero enorme fortuna nella letteratura medievale: ancora in Francia nel lai d’Ignauré (cfr. A. Duval, Jehan Renax ou Renault, HLF 18 [1835], pp. 773-779, in part. p. 773; G. Paris, Jakemon Sakesep, auteur du Roman du Chastelain de Couci, HLF 28 [1881], pp. 352-390, in part. p. 383), in Inghilterra nel Knight of Curtesey, in Germania nel Das Herz di Konrad von Würtzburg (cfr. F.H. von der Hagen, Gesammtabenteuer: Hundert altdeutsche Erzählungen: Ritter- und Pfaffen-Mären, Stadt- und Dorfgeschichten, Schwänke, Wundersagen und Legenden, 3 Bd., Tübingen 1850, 9: si vd. specialmente par. 16 e vv. 411 ss. e par 23 e vv. 492 ss.), nella letteratura ecclesiastica nei Sermones parati, in Spagna nella storia della marchesa d’Astorga (G. Paris, op. cit.), in Italia nel Novellino con singolare deformazione (LXII). Il Boccaccio del resto – che vedeva ancora sopravvivenza del feroce uso nella sua società (De casibus, IX 26) – si mostrò particolarmente sensibile al tragico tema, riflesso anche dalla IV 1, dalla V 8 e dal sogno di re Felice (Filocolo, II 3): forse anche per la simbologia amorosa del cuore mangiato ancora insistente nella letteratura a lui immediatamente anteriore e più cara (per es. nella Vita Nuova, III; cfr. A. D’Ancona, Scritti danteschi, Firenze 1913, pp. 275 ss.) e per la predilezione che il Petrarca ebbe per la leggenda (Tr. Cupidinis, III 53-54: «… e quel Guglielmo | Che per cantar ha ‘l fior de’ suoi dì scemo»; cfr. anche in generale J.E. Matzke, The Legend of the Eaten Heart, MLN 26 [1911], pp. 1-8). Per la popolarità e l’antropologia religiosa del tema e del simbolo cfr. Thompson e Rotunda, Q 478.1; J.G. Frazer, The Golden Bough, VI 1. Si aggiunga però almeno una presenza classica: per la parte finale, e specialmente per il tragico banchetto, il Boccaccio ebbe probabilmente presente anche il Tieste (vv. 976 ss.; 999 ss.; 1021 ss.; 1030 ss.; 1050 ss.) di quel Seneca che è grande e entusiasmante scoperta di pochi anni prima (cfr. G. Almansi, L’estetica dell’osceno, Torino 1974, pp. 172 ss. e Id., The Writer as Liar, London 1975, pp. 144 ss.).

[2] Ovvero mi è venuta in mente (con personificazione della novella, cfr. II 2, 3 n.).

[3] Furono di più alta condizione sociale. Si noti tutta la costruzione insolita: il seguente «quegli» deve nello stesso tempo significare quegli e a quegli (cfr. Mussafia, p. 477).

[4] Come si è già accennato, le biografie provenzali parlano non di Guiglielmo ma di Raimondo di Castel Rossiglione (cfr. III 9), di cui Guiglielmo di Cabestaing (Cabestahn nei Pirenei orientali, non lontano da Roussillon) sarebbe stato non amico, ma vassallo. Il primo è un personaggio storico, che morì attorno al 1209. Il secondo – forse identificabile con uno dei «cavalleros de Cathaluña» che furono alla famosa battaglia di Las Navas di Tolosa nel 1212 – ci ha trasmesso nove poesie (due dedicate a un Raimondo); ma «nous ignorerons probablement toujours la raison pour la quelle le conte du coeur mangé a été rattaché au nom du doux poète d’amour» (Langfors).

[5] Alla provenzale, prodom (cfr. II 8, 72 n.).

[6] Uscivano armati di tutto punto: riflessivo assoluto come al 10 e pure nelle Esposizioni V litt. 121: «[Achille] turbato s’armò, e vinto e ucciso Ettore…» (e Compagni, II 11). Per quest’uso cfr. anche Annotazioni, p. 169.

[7] Per la differenza fra questo armeggiare singolo o a gruppi cfr. II 8, 69 n.

[8] Di una stessa divisa, forse proprio per dare rilievo a questa fraternità – ignota alle fonti provenzali e così atta a render più tragica e pietosa tutta la storia – il Boccaccio volle identici i nomi e la condizione sociale dei due protagonisti.

[9] Cfr. III 8, 5. Secondo la storia, Saurimonda di Pietralata, già vedova di Ermengaldo di Vernet, sposata nel 1197: dopo la morte di Raimondo sposò in terze nozze, nel 1210, Ademaro di Mosset; viveva ancora nel 1221. È detta dalle biografie provenzali «joves e gaia e gentils e bella» (A), «le plus bella dompna c’om saubes eri aqel temps e la mais presiada de totz pretz e de toutas valors e de tota cortesia» (D). Anche Raimondo era già vedovo nel 1197.

[10] L’amicizia e la consuetudine, o la familiarità, oppure ancora la fratellanza d’armi, con significato militare e cavalleresco (Zingarelli).

[11] Il Boccaccio tace delle canzoni, che, secondo la biografia provenzale, Guglielmo scrisse per la sua donna; anzi tace qualunque riferimento alla sua qualità di trovatore (forse perché vuole mantenere la novella – come ha dichiarato Filostrato – in un ambiente altamente aristocratico?).

[12] «Mout… prezatz d’armas e de cortesia e de servir» (A).

[13] A tal punto che… (cfr. 8).

[14] Col senso particolare che aveva nel linguaggio amoroso: cfr. VII 7, 33 «non si vergognò di richiedermi che io dovessi a’ suoi piaceri acconsentirmi»; e cfr. anche Pieraccio Tedaldi, Del tutto alla ricisa, vv. 5-6.

[15] Con scarsa prudenza, quasi una formula in situazioni simili (II 6, 36; IV 5, 6; VII 8, 6 ecc.).

[16] In ogni modo.

[17] «Il Boccaccio intenderà il regno di Francia quale era al tempo suo; pei suoi personaggi si sarebbe inteso invece la regione del Nord» (Zingarelli).

[18] Delibererebbero (cfr. I 1, 14 n.).

[19] In un luogo da dove. Per il topos del bosco cfr. II 6, 15 n.

[20] Aggettivo su cui il Boccaccio insiste.

[21] Inferocito e pieno di rancore (cfr. III 2, 23 n.: «pieno d’ira e di maltalento»; VII 8, 18 n.: «adirato e di mal talento»).

[22] «Impugnata come uno stocco e alzata più su della spalla, per colpire dall’alto» (Massera); cfr. Orlando Furioso XIX 13.

[23] Il grido accompagna il colpo mortale. È naturale ricordare la Vita Nuova XXIII 4: «m’apparvero certi visi diversi e orribili a vedere, li quali mi diceano ‘Tu se’ morto’»; cfr. anche VII 6, 27.

[24] Più efficace di «voltati i cavalli»; cfr. IX 4, 19: «voltata la testa del pallafreno».

[25] Una sequenza di tre settenari, variamente accentati, e di un endecasillabo stridente campeggia al centro della scena cruenta.

[26] Banderuola, attaccata alla punta della lancia.

[27] Mi ha mandato a dire (cfr. X 4, 7 n.; Amorosa Visione XXXIII 18; Annotazioni, p. 185).

[28] Fino a domani (con facile ellissi di a).

[29] «Cinghiale» è una forma consueta nel Boccaccio (cfr. per es. Teseida I 38 e VII 119).

[30] Molto (cfr. Intr. 82 n.).

[31] I cibi (lett. ciò che si mangia).

[32] Preoccupato nella coscienza per l’azione malvagia (lat. maleficium) da lui commessa. Cfr. VII 8, 20.

[33] Come.

[34] Così Dio m’aiuti (cfr. II 9, 52 e Inf. XX 19).

[35] Rimase sospesa (cfr. Inf. XIII 45: «stetti come l’uom che teme»).

[36] Sleale; è un termine usato spesso per le donne infedeli.

[37] Cfr. Amorosa Visione XXIII 59-60: «I’ son colei che più che altra t’amo | E che più ch’altra cosa ti disia»; cfr. anche IV 6, 22 n.

[38] Solita formula (cfr. II 10, 14 n.).

[39] Posizione già teorizzata da Tedaldo (III 7, 31 ss.).

[40] Ma mai non piaccia a Dio che… Deprecazione usuale (cfr. II 8, 21 n.).

[41] «Seigner, ben m’avetz dat si bon manjar, que ja mais non maniarai d’autre»: così nella Vida (A); e nel lai: «que a nul jour mes ne mangeray | N’autre mosel ne metteray | Deseure si gentil viande». Due settenari aprono e chiudono questa disperata esitazione.

[42] Senza pensarci oltre.

[43] Si sfracellò (cfr. Inf. XXII 63).

[44] Rimase profondamente turbato (cfr. III 1, 38: «tutta stordì»).

[45] Secondo le narrazioni provenzali, il re Alfonso d’Aragona, che avrebbe punito il colpevole (Alfonso però morì nel 1196 prima del matrimonio del Rossiglione con Saurimonda).

[46] Forma corrente accanto alla più comune «contrada» (cfr. Comedia XLV 37; C. Davanzati, Rime, Bologna 1965, X 39, LVI II).

[47] Sempre lo stesso verbo affettuoso (cfr. IV 6, 28 n.).

[48] Che facevano sapere…: «fetz … metre en un monumen denan l’uis de la gleisa, e fetz desseignar de sobre ‘l monumen cum ill erant estat mort» (A).

[49] La solita conclusione per cui si vd. anche IV 1, 62 n.