La «prosa latina del grande secolo dell’Umanesimo»

di E. Garin (cur.), Introduzione Prosatori Latini del Quattrocento (La Letteratura italiana. Storia e testi, vol. 13), Milano-Napoli 1952, pp. ix-xix.

BNCF, Conv. Soppr. J.VI.10, c. 144r (1426). Pagina della raccolta 'Opere' di Tertulliano imprestata da Giordano Orsini a Niccolò Niccoli.

BNCF, Conv. Soppr. J.VI.10, c. 144r (1426). Pagina della raccolta Opere di Tertulliano imprestata da Giordano Orsini a Niccolò Niccoli.

I

L’insidia implicita nel concetto stesso di genere letterario ha non di rado contribuito a falsare la prospettiva necessaria a ben collocare la produzione in prosa latina del grande secolo dell’Umanesimo. Età in cui vennero predominando preoccupazioni critiche, in cui tutta l’attività spirituale era impegnata a costruire una respublica terrena, degna pienamente dell’uomo nobile[1], il Quattrocento trovò la sua espressione più alta in opere di contenuto in largo senso moralistico e di tono retorico, in cui non solo si consegnava un modo nuovo di concepire la vita, ma si difendeva e si giustificava polemicamente un atteggiamento originale in ogni suo tratto. Per questo chi voglia andar cercando le pagine esemplari dell’epoca, le più profondamente espressive, dovrà rivolgersi, non già a testi per tradizione considerati monumenti letterari, ma alle opere in cui veramente si manifestò tutto l’impegno umano della nuova civiltà. Così, mentre chi prenda a scorrere novelle umanistiche non potrà non uscir deluso da talune, più che imitazioni, traduzioni, o meglio raffazzonamenti, di modelli boccacceschi, quali troviamo, tanto per esemplificare, in un Bartolomeo Fazio, pagine di insospettata bellezza, capaci di colpire ogni più raffinata sensibilità, ci si fanno incontro nei trattati e nei dialoghi di Poggio Bracciolini, e perfino nelle opere di un filosofo di professione, dall’andamento talora scolasticizzante, qual è Marsilio Ficino.

E proprio il Ficino della Theologia platonicapresentando gli uomini travagliati dalla malinconia della vita e desiderosi che tutto sia un sogno («forsitan non sunt uera quae nunc nobis apparent, forsitan in praesentia somniamus»)[2], definisce nei suoi particolari espressivi un tema di larghissima risonanza in tutta la letteratura europea. Sempre il Ficino, nel Liber de Solepur parafrasando talora l’orazione famosa dell’imperatore Giuliano, fissa i momenti di quella «lalda del sole» che, attraverso Leonardo da Vinci, arriva fino all’inno ispirato di Campanella. Leonardo rimanda esplicitamente all’apertura del terzo libro degli Inni naturali del Marullo; ma chi veramente, ancora una volta, in una prosa di grandissimo impegno, ci offre tutti i temi di quella solenne preghiera di ringraziamento alla fonte di ogni vita e di ogni luce, è proprio Ficino. Del quale è la non dimenticabile raffigurazione di una tenebra totale, ove è spento ogni astro, che fascia lungamente i viventi, finché di colpo il cielo si apre per mostrare colui che è sola forma visibile del Dio verace. E ficiniana è l’opposizione del carcere oscuro e della luce di vita, della tenebra di morte e dei germi rinnovellati dalla luce e dal calore solare, in cui si articolerà il metro barbaro di Campanella.

Ma per rimanere agli scritti di un medesimo autore, Leon Battista Alberti, non grande imitatore del Boccaccio, raggiunge invece la sua piena efficacia quando costruisce i suoi dialoghi, e sa essere perfettamente originale pur intessendoli di reminiscenze classiche. Perfino la tanto celebrata Historia de Eurialo et Lucretia di Enea Silvio perde tutto il suo colore innanzi alle pagine dei Commentarii[3]; e sono più facili a dimenticarsi i casi di Lucrezia che non le stanze delle antiche regine divenute nidi di serpi, o le porpore dei magistrati romani rievocate fra l’edera che copre le pietre rose dal tempo, o i topi che corrono la notte nei sotterranei di un convento e il papa che caccia sdegnato i monaci negligenti. Per non dire di quella feroce presentazione dei cardinali, fissati in ritratti nitidissimi con rapide linee mentre per complottare trasferiscono nelle latrine la solennità del conclave.

Poggio consegna a trattati di morale narrazioni scintillanti di arguzia, spesso molto più facete di tutte le sue FacezieI mari di Grecia percorsi sognando di Ulisse, il fasto delle corti d’Oriente, le belve africane, i fiumi immensi, «et per Nilum horrifici illi anguigeni crocodili», si alternano a discussioni erudite sulle iscrizioni delle Piramidi nelle lettere agli amici e nel taccuino di viaggio di quel bizzarro e geniale archeologo che fu Ciriaco de’ Pizzicolli d’Ancona. E forse il grande Poliziano ha scritto le sue pagine più belle nella prolusione al corso sugli Analitici primi d’Aristotele e nella lettera all’Antiquario sulla morte del Magnifico Lorenzo. Lettere dialoghi e trattati, orazioni e note autobiografiche, sono i monumenti più alti della letteratura del Quattrocento, e tanto più efficaci quanto meno l’autore si chiude nelle forme tradizionali, quanto più si impegna nel problema concreto che lo preoccupa[4], o si accende di passione politica nel discorso e nell’invettiva, o si dimentica nella confessione e nella lettera.

Poliziano, che della produzione letteraria del suo tempo fu il critico più accorto e consapevole, e che ha dichiarato con grande precisione i suoi princìpi dottrinali nella prefazione ai Miscellanea, nella lettera al Cortese e, soprattutto, nella grande prolusione a Stazio e Quintiliano, ha visto molto bene come all’umanesimo fossero intrinseche particolari maniere espressive. Proprio nelle prime lezioni del suo corso sulle Selve di Stazio, con la cura minuta che gli era propria, si sofferma a dissertare abbastanza a lungo intorno a due forme letterarie tipiche, l’epistola e il dialogo[5], accennando insieme al genere oratorio, da cui gli altri due si distaccano pur non senza svelare un’intima parentela. L’epistola – egli dice – è il colloquio con gli assenti, siano essi lontani da noi nello spazio oppure nel tempo: e vi sono due specie di lettere, scherzose le une, gravi e dottrinali le altre («altera ociosa, graiis et seiera altera»)[6]. Ma l’epistola deve essere sempre breve e concisa, semplice, con semplici espressioni, ricca di brio, di affettuosità, di motti, di proverbi («multa prouerbia, ut quae communia sunt atque ipsi multitudini accommodata»). Né la lettera deve prendere un tono troppo sentenzioso e ammonitorio, altrimenti non si ha più una lettera ma una elaborata orazione («iam non epistolam, sed artificium oratorium»). L’epistola è come la battuta singola, e che rimane quasi sospesa, di un dialogo («uelut pars altera dialogi»), anche se deve essere formalmente più curata del dialogo, che per essere schietto deve imitare il discorso improvvisato, mentre l’epistola è per sua natura discorso meditato e scritto. In tal modo un carteggio viene ad essere un dialogo compiuto e vario; e non va dimenticato come proprio il curioso epistolario del Poliziano ci offra un esempio caratteristico di simili colloqui.

Non a caso, con la sua grande sensibilità critica, il Poliziano batteva proprio su queste forme: ad esse infatti si può ricondurre quasi tutta la più significativa produzione latina in prosa del Quattrocento, poiché anche il diario, il taccuino di viaggio, si configura di continuo come lettera ad un amico. Così, per ricordare ancora l’Itinerarium di Ciriaco d’Ancona, noi vi troviamo riportati di peso i temi e le espressioni medesime delle epistole[7].

È stato detto, ma non del tutto giustamente, che «l’Umanesimo fu una rivoluzione formale»[8]; in verità la profonda novità formale aderiva esattamente a una rivoluzione sostanziale che facendo centro nella «conversazione civile», nella «vita civile», poneva il colloquio come forma espressiva esemplare[9]. E se la lettera deve essere considerata uelut pars altera dialogi, l’attenzione si polarizza sul dialogo: ed in forma di dialogo e in genere il trattato, di argomento morale o politico o filosofico in senso lato, che rispecchia la vita di una umana respublica e traduce perfettamente questa collaborazione volta a formare uomini «nobili e liberi», che costituisce l’essenza stessa della humanitas rinascimentale. La quale celebrandosi nella società umana tende a persuadere, a far culminare ogni incontro in una trasformazione degli altri attraverso una riforma interiore raggiunta per mezzo della politia litteraria[10]. Limiti e prolungamenti del colloquio ci appaiono da un lato la notazione autobiografica, dall’altro il pubblico discorso, l’orazione, che attraverso la polemica arriva all’invettiva. I cancellieri fiorentini, Salutati e Bruni, ci offrono esempi insignì di questo intrinsecarsi di letteratura e politica, di questa prosa che dell’efficacia e potenza espressiva si fa un’arma più valida delle schiere combattenti. La lode famosa di Pio II alla saggezza di Firenze, e ai suoi dotti cancellieri le cui epistole spaventavano Gian Galeazzo Visconti più di corazzate truppe di cavalleria, non e che la proclamazione del valore di una propaganda fatta su un piano superiore di cultura in una società educata ad accogliere e a rispettare la superiorità della cultura. L’incontro di politica e cultura a Firenze e a Venezia ritrova la valutazione della «retorica» di un Poliziano e di un Barbaro, e giova a definire un’epoca che cercava i suoi titoli di nobiltà al di fuori dei diritti del sangue. La «virtù», che non è certamente un bene ereditato, è sempre intelligenza, humanitas, e cioè consapevolezza e cultura.

Anche quando, nelle discussioni non infrequenti sull’argomento, si riconosce il valore della «milizia», s’intende una sottile dottrina, ove il valore personale del capo e intessuto di sapienza. Federigo da Montefeltro – e poco ci importa se il ritratto sia fedele – e profondamente addottrinato, e sa che i poeti descrivendo le battaglie possono divenire anch’essi maestri dell’arte della guerra. Alfonso il Magnanimo reca seco al campo una piccola biblioteca, e pensa sempre a poeti e a filosofi, e sa che la parola bene adoprata, ossia veramente espressiva, e più potente di ogni esercito.

Il suo motto, racconta Vespasiano da Bisticci, era che «un re non letterato, è un asino coronato». Il che non significa, si badi, che ser Coluccio fosse un vuoto retore, o Alfonso un re da sermone, ma che la cultura era, essa, viva ed efficace e umana, e perfetta espressione di una società capace d’accoglierla.

L’uomo che nel linguaggio celebra veramente se stesso («l’uomo si manifesta uomo essenzialmente nella parola»)[11], come si costituisce in pienezza definendosi attraverso la cultura (le litterae che formano la humanitas), così raggiunge ogni sua efficacia mondana mediante la parola persuasiva, mediante la «retorica» intesa nel suo significato profondo di medicina dell’anima, signora delle passioni, educatrice vera dell’uomo, costruttrice e distruttrice delle città. Tutto è, veramente, nel Quattrocento «retorica», sol che si ricordi che, d’altra parte, «retorica» è umanità, ossia spiritualità, consapevolezza, ragione, discorso di uomini; perché, veramente, il secolo dell’Umanesimo è il Quattrocento, in cui tutto fu inteso sub specie humanitatis, humanitas fu umano colloquio, ossia tutto il regno delle Muse figlie di Mnemosine – che è il più vero e il più bello dei miti.

Con semplicità francescana frate Bernardino da Siena, che vedeva in ser Coluccio un maestro e in Leonardo Bruni un amico, scriveva cristianamente le medesime cose: «non aresti tu gran piacere se tu vedessi o udissi predicare Gesù Cristo, san Paulo, santo Gregorio, santo Geronimo o santo Ambruogio? Orsù va, leggi i loro libri, qual più ti piace… e parlerai con loro, ed eglino parleranno teco; udiranno te e tu udirai loro». E, come dice altrove, le lettere ti faranno «signore». Il grande Valla parlerà di un sacramentum; il modesto Bartolomeo della Fonte dirà di un diuinum numen: quel «nume» che dà agli uomini «nozze e tribunali ed are»[12]. Per questo le litterae sono una cosa terribilmente seria, e la responsabilità di un termine bene usato è gravissima, e non v’è posto per l’ozio. Per questo la poesia in senso vichiano è da cercarsi là dove si traducono e si consegnano i discorsi essenziali per la vita dell’uomo.

Biblioteca Apostolica Vaticana. Vat. lat. 1941 foll. 36v-37r. Pagine dalla 'Roma instaurata' di Flavio Biondo relative alla descrizione delle Terme di Diocleziano

Biblioteca Apostolica Vaticana. Vat. lat. 1941 foll. 36v-37r. Pagine dalla Roma instaurata di Flavio Biondo relative alla descrizione delle Terme di Diocleziano.

II

Per tal modo quella «poesia» che talora è lontana dai versi e dalle novelle, è presente ed altissima nella pagina di un filosofo o nell’appassionata invettiva di un politico. La dolcezza del dire (dulcedo et sonoritas uerborum), la luce della forma (lux orationis), che si invoca per ogni espressione di vera umanità, vuoi far «poesia» di ogni umano discorso; e nel momento in cui riesce a tanto toglie ogni privilegiato dominio alle «lettere oziose». Perfino un oscuro erudito come Giovanni Cassi d’Arezzo sa dirci che in tal modo nell’eloquenza si unificano tutte le umane attività, e tutto in essa si umanizza davvero, e non perché, come taluno ha fantasticato, si celebri solo il letterato ozioso, ma al contrario perché l’uomo è presente in ogni momento dell’agire: perché, faccia egli il matematico, il medico, il soldato o il sacerdote, sempre e innanzitutto è uomo, e il suo sigillo umano imprime ad ogni sua opera umanamente esprimendola, ossia rivestendola della lux orationis[13].

Di qui l’importanza centrale che vengono ad assumere le trattazioni sulla lingua, sulla sua storia, sulla eleganza[14], ove la discussione grammaticale si trasforma di continuo in discorso finissimo di estetica: e quel trapassare dal vocabolario, e magari dal repertorio ortografico – basti pensare al Perotto o al Tortelli – nell’analisi critica e nella dissertazione storica. Mentre, contemporaneamente, la storia, che intende farsi vivo specchio della «vita civile», è per eccellenza eloquente discorso, ossia prosa politica e trattato pedagogico-morale. Bellissima cosa è infatti – come afferma Leonardo Bruni – raccontare l’origine prima e il progresso della propria città, e conoscere le imprese dei popoli liberi (est enim decorum cum propriae gentis originem et progressus, tum liberorum populorum… res gestas cognoscere)[15]. E Paolo Cortesi, in quel felice dialogo De hominibus doctis (1490), che è una vera e propria storia critica della letteratura del secolo XV, appunto discorrendo delle storie del Bruni, batte su questo incontro della verità con l’eleganza, che è tutt’uno con quell’armonia di sapienza ed eloquenza che Benedetto Accolti celebrò quale dote precipua dei Fiorentini e dei Veneziani del suo tempo nel dialogo De praestantia uirorum sui aeui.

Per la stessa ragione per cui tutto sembrava divenir dialogo tutto anche è libro di storia; e storia è, ancora, colloquio con le età antiche, con i grandi spiriti del passato. Il Bruni nell’introduzione ai Commentarii confessa che la grande letteratura classica fa sì che i tempi lontani ci siano più vicini e più noti dei tempi nostri (mihi quidem Ciceronis Demosthenisque tempora multo magis nota uidentur quam illa quae fuerunt iam annis sexaginta), e dichiara che è compito della storia immettere nella nostra vita e nel nostro colloquio il passato, farlo vivo con noi (quasi picturam quandam … uiuentem adhuc spirantemque). Matteo Palmieri innanzi alla vita di Niccolò Acciaiuoli ci insegna che la storia è una specie di immortalità terrena di quanto in noi è, appunto, vita mondana; la storia è culto e salvezza di quella parte mortale che le lettere redimono da morte dilatando la società umana oltre i limiti del tempo e salvandola dall’oblio e dal destino[16].

Biblioteca Apostolica Vaticana. Cod. Urb. lat. 224 foll. 1v-2r. Indice e frontespizio del 'De varietate Fortunae' di Poggio Bracciolini.

Biblioteca Apostolica Vaticana. Cod. Urb. lat. 224 foll. 1v-2r. Indice e frontespizio del De varietate Fortunae di Poggio Bracciolini.

III

Si aprono qui, tuttavia, a proposito della prosa latina, due questioni fra loro strettamente connesse e che sembrano in qualche modo, già nella loro impostazione, venir contrastando con quei caratteri stessi che si sono voluti definire: come, infatti, parlare della «umanità n di una produzione che si serviva di una lingua che nessuno ormai usava e che, dunque, già nel mezzo espressivo poneva come suo canone l’imitazione; in che modo una letteratura mimetica, ricalcata su modelli «ciceroniani», poteva oltrepassare i limiti della erudizione? Ma i due gravi problemi, del latino umanistico e della imitazione classica, già tanto dibattuti, hanno oramai offerto anche l’avvio a una soluzione.

Quanto infatti si abbietta intorno all’uso del latino, in luogo del volgare, e ad una presunta frattura che si opererebbe rispetto alla tradizione trecentesca, deve essere corretto con l’osservazione che i generi di prosa a cui ci riferiamo – orazioni, trattati, epistole politiche, dialoghi dottrinali – avevano sempre fatto uso del latino. Non è quindi esatto dire che da un presunto uso del volgare si torna al latino; è vero invece che al latino medievale definito barbarico, e cioè goto o parigino, si oppone un altro latino che si determina e si definisce rispetto ai modelli classici. Il quale latino, che si dichiara – come dice esplicitamente il Platina – integrato da tutta la più feconda tradizione postciceroniana, ivi compresi i Padri della Chiesa, intende rivendicare i diritti di una lingua nazionale romana contro l’universalità di un gergo scolastico (lo stile parigino), ed innanzi tutto nel campo di una produzione costantemente espressa in latino. Giustamente il De Sanctis sottolineava la frase del Valla che proclama lingua nostra il latino vero, che si contrappone al latino gotico dell’uso medievale. La quale «nostra lingua romana» degli umanisti, che si precisa con caratteri propri così rispetto al latino classico come a quello barbaro, va vista per quello che essa veramente è, anche rispetto al volgare: «un nuovo latino, in cui la complessità antica cede il posto alla scioltezza moderna». Il latino degli umanisti, lingua veramente viva che aderisce in pieno a una cultura affermatasi attraverso una consapevolezza critica che si collocava chiaramente nel tempo definendo i propri rapporti così col mondo antico come con il Medioevo; il latino dei grandi umanisti, lungi dal rappresentare una battuta d’arresto o un momento di involuzione, si colloca nella storia stessa del volgare. «Il latino insegnava al volgare l’eleganza la misura la forza e l’eloquenza, e il volgare imprimeva negli scritti latini degli umanisti le leggi del suo andamento piano, della sua sintassi sciolta, dei suoi trapassi intuitivi, della sua eloquenza interiore»[17].  Fra il latino, in cui si rispecchia pienamente tutto un atteggiamento culturale, e il volgare v’è una collaborazione che del resto si traduce quasi materialmente nel fatto che gli autori spesso scrivono l’opera loro in latino e in italiano. Non sempre si è posto mente al fatto che dal Manetti al Ficino gli stessi trattatisti, siano pur filosofi, stendono anche in volgare le loro meditazioni[18]. E come il loro latino è davvero una lingua loro, così il volgare che adoperano non è per nulla oppresso da una imitazione artificiosa di modelli classici.

Giungiamo così a quello che forse è il punto più delicato ad intendersi dell’atteggiamento di questi quattrocentisti: l’imitazione degli antichi. Che la posizione assunta dagli umanisti rispetto agli autori classici sia alimentata da una preoccupazione storica e critica; che essi siano dei filologi desiderosi innanzitutto di comprendere gli autori del passato nelle loro reali dimensioni e nella loro situazione concreta: è cosa ormai in complesso pacifica. Ora già questo definisce il senso di quella imitazione, che indica un atteggiamento molto caratteristico. L’Accolti dichiarerà nettamente la parità di valore fra i nuovi autori e i classici. Poliziano nella polemica col Cortesi, che è un testo capitale, confuterà tutte le istanze del ciceronianismo, e proclamerà il valore di un’intera tradizione afferrata nel suo sviluppo, rivendicando il senso di tutto il periodo più tardo della letteratura romana («neque autem statim deterius dixerimus quod diuersum sit»). Ma dirà soprattutto l’enorme distanza fra una poesia che fiorisce come libera creazione su una cultura meditata e fatta proprio sangue, e l’imitazione pedestre – illa poetas facit, haec simias[19].

L’Umanesimo fu in questa singolare «imitazione-creazione», come l’ha chiamata il Russo[20]: umanità fatta consapevole attraverso il rapporto stabilito con gli altri uomini nell’operoso sforzo di raggiungere una sempre più alta forma di vita. Di qui, appunto, il particolare carattere delle sue più felici espressioni letterarie.

 

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Note:

 

[1] «L’omo nato nobile e in città libera» – come dirà Alessandro Piccolomini.

[2] Ficino, Opera, Basileae, per Henricum Petri, 1576, vol. I, pp. 315-17 (Thel. plat., XIV, 7).

[3] «La novella era un genere troppo definito, troppo condizionato nelle sue linee essenziali da una tradizione ormai più che secolare, perché il Piccolomini potesse eluderne il colorito e gli schemi» (G. Paparelli, Enea Silvio Piccolomini, Bari, Laterza, 1950, p. 94).

[4] In una compilazione erudita come i Dies geniales di Alessandro d’Alessandro la discussione filologica si inserisce con eleganza fra il «ritratto» e il «ricordo» senza togliere a questi alcuna grazia, così che la discussione di un testo classico si colloca nella descrizione di un compleanno del Pontano o di una cena di Ermolao Barbaro, o fa seguito a una lezione romana del Filelfo (cfr. B. Croce, Varietà di storia letteraria e civile, II, Bari, Laterza, 1949, pp. 26-33).

[5] A proposito del dialogo e dell’epistola come forme caratteristiche dell’Umanesimo è da vedere quanto dice W. Rüegg, Cicero und der Humanismus, Formale Untersuchungen über Petrarca und Erasmus, Zurich, Rhein-Verlag, 1946, pp. 25-65, anche se a proposito della sua tendenza a ricondurre tutto a Cicerone è da tener presente la nota che Croce stese appunto sull’opera del Rüegg (Mommsen e Cicerone, in Varietà cit., pp. 1-12).

[6] Il commento del Poliziano è nel ms. Magliab. VII, 973 (Bibl. Naz. Firenze). Il testo in questione è a c. 4v-5v («est ergo proprie epistola, id quod ex Ciceronis… uerbis colligimus, scriptionis genus quo certiores facimus absentes si quid est quod aut ipsorum aut nostra interesse arbitremur. Eiusque tamen et aliae sunt species atque multiplices, sed duae praecipuae… altera ociosa, grauis et seuera altera. Atqui neque omnis materia epistolis accommodata est… Breuem autem concisamque esse oportet simplicis ipsius rei expositionem, eamque simplicibus uerbis. Multas epistolae inesse conuenit festiuitates, amoris significationes, multa prouerbia, ut quae communia sunt atque ipsi multitudini accommodata. Qui uero sententias uenatur quique adhortationibus utitur nimiis, iam non epistolam, sed artificium oratorium… Epistola uelut pars altera dialogi… maiore quadam concinnatione epistola indiget quam dialogus… imitatur enim hic extemporaliter loquentem… at epistola scribitur»).

[7] Itinerarium: «ego quidem interea magno uisendi or bis studio, ut ea quae iamdiu mihi maximae curae fuere antiquarum rerum monumenta undique terris diffusa uestigare perficiam…» ; «Hinc ego rei nostrae gratia et magno utique et innato uisendi orbis desiderio…» ; Epist. Boruele Grimaldo (ms. Targioni 49, Bibl. Naz. Firenze): «cum et a teneris annis summus ille uisendi orbis amor innatus esset…». Del resto tutta l’opera di Ciriaco è una serie di variazioni di questo appassionato motivo: summus ille uisendi orbis amor, antiquarum rerum monumenta uestigare, quae in dies longi temporis labe… collabuntur… litteris mandare. La sete di conoscere il mondo, il bisogno di vincere spazio e tempo, di riconquistare ogni più lontano frammento d ‘umanità e di sottrarlo alla morte, e insieme questo senso concreto del passato trovano in lui una espressione singolare. Nella medesima epistola a Leonardo Bruni abbiamo insieme notizia di un’iscrizione inviata da Atene (ex me nuper Athenis…) e della difesa di Cesare contro il Bracciolini spedita dall’Epiro (ex Epyro hisce nuper diebus…).

[8] Cosi, appunto, il Rüegg, op. cit., p. 26 («der Humanismus ist eine formale, nicht eine dogmatische Revolution»).

[9] C’è appena bisogno di ricordare che si tratta dei titoli delle opere di Matteo Palmieri e del Guazzo.

[10] È ancora il titolo di un’opera significativa, quella di A. Decembrio in cui di rispecchia la scuola del Guarino.

[11] Così F. Flora, Umanesimo, «Letterature moderne», I, 1950, pp. 20-21.

[12] Ecco – secondo il Fonzio – quello che ottiene la parola: «fidem inter se homines colere, matrimonia inire, seque in una moenia cogere uiribus eloquentiae compulit».

[13] «Quasi unum in corpus conuenerunt scientiae omnes, et rursus temporibus nostris… eloquentiae studiis studia sapientiae coniuncta sunt» (da una lettera del Cassi al Tortelli, contenuta nel Vat. lat. 3908 e pubblicata nel 1904 da G.F. Gamurrini, Arezzo e l’Umanesimo, Arezzo, Tip. Cristelli, 1904, p. 87, miscellanea in onore del Petrarca dell’Accademia Petrarca).

[14] A proposito delle eleganze del Valla scriverà il Cortesi, De hominibus doctis, ed. G.C. Galletti, Florentiae, Giovanni Mazzoni, 1847, p. 229: «conabatur Valla uim uerborum exprimere et quasi uias…ad structuram orationis».

[15] Così nel De studiis et litteris (in H. Baron, Leonardo Bruni Aretino humanistisch-philosophische Schriften, Leipzig, 1928, p. 13). Una giusta valutazione dell’opera storica del Bruni presenta B.L. Ullman, Leonardo Bruni and humanistic historiography, «Medievalia et Humanistica» 4 (1946), pp. 44-61 (e, per quanto si è sopra osservato su retorica, politica e storia, son da vedere i tre saggi di H. Baron, Das Erwachen des historischen Denkens im Humanismus des Quattrocento, «Hist. Zeitschrift», vol. 147, 1933; di N. Rubinstein, The Beginnings of Political Thought in Florence: A Study in Mediaeval Historiography, «Journal Warburg Inst.», v, I, 1942; di D. Cantimori, Rhetoric and Politics in Italian Humanism, «Journ. Warburg Inst.», 1, 1937).

[16] «Corpoream uero partem non omnino negligendam ducunt, sed tamquam suam in terra recolendam, ideoque desiderant illam obliuioni et fato praeripere…».

[17] Così nella prefazione alle Vite, che riportiamo per intero. Rilievi utili in proposito ha il Sabbadini sia nella Storia del ciceronianismo (Torino, Loescher, 1886), come nel Metodo degli umanisti (Firenze, Le Monnier, 1920).

[18] R. Spongano, Un capitolo di storia della nostra prosa d’arte (La prosa letteraria del Quattrocento), Firenze, Sansoni, 1941, p. 3, p. 10 ecc.

[19] E così sono spesso notevoli le versioni di scrittori celebri come latinisti: l’Aurispa che traduce Buonaccorso da Montemagno, Donato Acciaiuoli che volgarizza il Bruni, e così via.

[20] È interessante ritrovare, distesi e volgarizzati, i concetti di un Valla e di un Poliziano negli scrittori francesi del ‘500. Per esempio Joachim du Bellay, scrivendo a metà del sec. XVI, dopo aver tratto dal Valla il concetto che Roma fu grande per la lingua imposta all’Europa non meno che per l’impero («la gioire du peuple Romain n’est moindre- comme a dit quelqu’un- en l’amplification de son langaige que de ses limites»), eccolo riprendere Poliziano: «immitant les meilleurs aucteurs …, se transformant en eux, les devorant, et apres les avoir bien digerez, les convertissant en sang et nouriture». Solo così l’imitazione è giovevole allo scrittore; «autrement son immitation ressembleroit celle du singe». Cfr. B. Weinberg, Critical prefaces of the French Renaissance, Northwestern University Press, Evanston, Illinois,1950, pp. 17 sgg. cfr. L. Russo, Problemi di metodo critico, Bari, Laterza, 19502, pp. 126 sgg.

La novella del cuore mangiato

di G. Boccaccio, Decameron, a cura di V. Branca, Milano 19923 [=1980], pp. 657-664, IV 9

[1] Messer Guiglielmo Rossiglione dà a mangiare alla moglie sua il cuore di messer Guiglielmo Guardastagno ucciso da lui e amato da lei; il che ella sappiendo, poi si gitta da una alta finestra in terra e muore e col suo amante è sepellita[1].

BNF, Bibliothèque de l’Arsenal, Ms 5070. Maître de Guillebert de Mets, miniatura dal Decameron (XIV sec.), IV 9 – Guiglielmo Rossiglione offre il cuore di Guiglielmo Guardastagno alla moglie.

BnF, Bibliothèque de l’Arsenal, ms. 5070. Maître de Guillebert de Mets, miniatura dal Decameron (XIV sec.), IV 9 – Guiglielmo Rossiglione offre il cuore di Guiglielmo Guardastagno alla moglie.

 

[2] Essendo la novella di Neifile finita, non senza aver gran compassion messa in tutte le sue compagne, il re, il qual non intendeva di guastare il privilegio di Dioneo, non essendovi altri a dire, incominciò.

[3] –Èmmisi parata dinanzi[2], pietose donne, una novella alla qual, poi che così degl’infortunati casi d’amore vi duole, vi converrà non meno di compassione avere che alla passata, per ciò che da più furono[3] coloro a’ quali ciò che io dirò avvenne e con più fiero accidente che quegli de’ quali è parlato.

[4] Dovete adunque sapere che, secondo che raccontano i provenzali, in Provenza furon già due nobili cavalieri, de’ quali ciascuno e castella e vassalli aveva sotto di sé, e aveva l’uno nome messer Guiglielmo Rossiglione e l’altro messer Guiglielmo Gardastagno[4]. [5] E perciò che l’uno e l’altro era prod’uomo[5] molto nell’arme, s’armavano[6] assai e in costume avean d’andar sempre ad ogni torniamento o giostra[7] o altro fatto d’arme insieme e vestiti d’una assisa[8]. [6] E come che ciascun dimorasse in un suo castello e fosse l’un dall’altro lontano ben diece miglia, pur avvenne che, avendo messer Guiglielmo Rossiglione una bellissima e vaga donna per moglie[9], messer Guiglielmo Guardastagno fuor di misura, non ostante l’amistà e la compagnia[10] che era tra loro, s’innamorò di lei e tanto, or con uno atto e or con uno altro fece[11], che la donna se n’accorse; [7] e conoscendolo per valorosissimo cavaliere[12], le piacque, e cominciò a porre amore a lui, in tanto che[13] niuna cosa più che lui disiderava o amava, né altro attendeva che da lui esser richiesta[14]: il che non guari stette che avvenne, e insieme furono e una volta e altra, amandosi forte.

[8] E men discretamente[15] insieme usando, avvenne che il marito se n’accorse e forte ne sdegnò, in tanto che il grande amore che al Guardastagno portava in mortale odio convertì; ma meglio il seppe tener nascoso che i due amanti non avevano saputo tenere il loro amore, e seco diliberò del tutto[16] d’ucciderlo. [9] Per che, essendo il Rossiglione in questa disposizione, sopravenne che un gran torneamento si bandì in Francia[17]; il che il Rossiglione incontanente significò al Guardastagno e mandogli a dire che, se a lui piacesse, da lui venisse e insieme diliberrebbono[18] se andar vi volessono e come. Il Guardastagno lietissimo rispose che senza fallo il dì seguente andrebbe a cenar con lui.

[10] Il Rossiglione, udendo questo, pensò il tempo esser venuto di poterlo uccidere; e armatosi il dì seguente con alcuno suo famigliare montò a cavallo e forse un miglio fuori del suo castello in un bosco si ripose in aguato, donde[19] doveva il Guardastagno passare. [11] E avendolo per un buono spazio atteso, venir lo vide disarmato con due famigliari appresso disarmati[20], sì come colui che di niente da lui si guardava; e come in quella parte il vide giunto dove voleva, fellone e pieno di maltalento[21] con una lancia sopra mano[22] gli uscì addosso gridando: «Traditor, tu se’ morto»[23], e il così dire e il dargli di questa lancia per lo petto fu una cosa.

[12] Il Guardastagno, senza potere alcuna difesa fare o pur dire una parola, passato di quella lancia, cadde e poco appresso morì. I suoi famigliari, senza aver conosciuto chi ciò fatto s’avesse, voltate le teste de’ cavalli[24], quanto più poterono si fuggirono verso il castello del lor signore. [13] Il Rossiglione, smontato, con un coltello il petto del Guardastagno aprì e colle proprie mani il cuor gli trasse[25], e quel fatto avviluppare in un pennoncello[26] di lancia, comandò ad un de’ suoi famigliari che nel portasse; e avendo a ciascun comandato che niun fosse tanto ardito, che di questo facesse parola, rimontò a cavallo, ed essendo già notte al suo castello se ne tornò.

[14] La donna, che udito aveva il Guardastagno dovervi esser la sera a cena e con disidero grandissimo l’aspettava, non vedendol venire si maravigliò forte e al marito disse: «E come è così, messere, che il Guardastagno non è venuto?».

[15] A cui il marito disse: «Donna, io ho avuto da lui[27] che egli non ci può essere di qui domane[28]», di che la donna un poco turbatetta rimase.

[16] Il Rossiglione, smontato, si fece chiamare il cuoco e gli disse: «Prenderai quel cuor di cinghiare[29] e fa’ che tu ne facci una vivandetta la migliore e la più dilettevole a mangiar che tu sai; e quando a tavola sarò, me la manda in una scodella d’argento». Il cuoco, presolo e postavi tutta l’arte e tutta la sollecitudine sua, minuzzatolo e messevi di buone spezie assai, ne fece uno manicaretto troppo[30] buono.

[17] Messer Guiglielmo, quando tempo fu, con la sua donna si mise a tavola. La vivanda[31] venne, ma egli per lo malificio da lui commesso, nel pensiero impedito[32], poco mangiò.  Il cuoco gli mandò il manicaretto, il quale egli fece porre davanti alla donna, sé mostrando quella sera svogliato, e lodogliele molto. La donna, che svogliata non era, ne cominciò a mangiare e parvele buono; per la qual cosa ella il mangiò tutto.

[18] Come il cavaliere ebbe veduto che la donna tutto l’ebbe mangiato, disse: «Donna, chente[33] v’è paruta questa vivanda?».

[19] La donna rispose: «Monsignore, in buona fé ella m’è piaciuta molto».

[20] «Se m’aiti Idio[34]», disse il cavaliere «io il vi credo, né me ne maraviglio se morto v’è piaciuto ciò che vivo più che altra cosa vi piacque».

[21] La donna, udito questo, alquanto stette[35]; poi disse: «Come? che cosa è questa che voi m’avete fatta mangiare?».

[22] Il cavalier rispose: «Quello che voi avete mangiato è stato veramente il cuore di messer Guiglielmo Guardastagno, il qual voi come disleal[36] femina tanto amavate; e sappiate di certo ch’egli è stato desso, per ciò che io con queste mani gliele strappai, poco avanti che io tornassi, del petto».

[23] La donna, udendo questo di colui cui ella più che altra cosa amava[37], se dolorosa fu non è da dimandare[38]; e dopo al quanto disse: «Voi faceste quello che disleale e malvagio cavalier dee fare; ché se io, non isforzandomi egli, l’avea del mio amor fatto signore e voi in questo oltraggiato, non egli ma io ne doveva la pena portare[39]. Ma unque a Dio non piaccia[40] che sopra a così nobil vivanda, come è stata quella del cuore d’un così valoroso e così cortese cavaliere come messer Guiglielmo Guardastagno fu, mai altra vivanda vada[41]!».

[24] E levata in piè, per una finestra la quale dietro a lei era, indietro senza altra diliberazione[42] si lasciò cadere.  La finestra era molto alta da terra, per che, come la donna cadde, non solamente morì, ma quasi tutta si disfece[43]. Messer Guiglielmo, vedendo questo, stordì forte[44] e parvegli aver mal fatto; e temendo egli de’ paesani e del conte di Proenza[45], fatti sellare i cavalli, andò via.

[25] La mattina seguente fu saputo per tutta la contrata[46] come questa cosa era stata: per che da quegli del castello di messer Guiglielmo Guardastagno e da quegli ancora del castello della donna con grandissimo dolore e pianto furono i due corpi ricolti[47] e nella chiesa del castello medesimo della donna in una medesima sepoltura fur posti, e sopr’essa scritti versi significanti[48] chi fosser quegli che dentro sepolti v’erano e il modo e la cagione della lor morte[49].

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BnF ms. Français 12473 f. 89v, Chansonnier provençal [K], metà XIII sec. Guilhem de Cabestanh a cavallo (dettaglio).

BnF ms. Français 12473 f. 89v, Chansonnier provençal [K], metà XIII sec. Guilhem de Cabestanh a cavallo (dettaglio).

Note:

[1] Nonostante che anche il tema di questa novella – il cuore dell’amante fatto mangiare dal marito alla moglie colpevole che si uccide disperata – sia stato fatto risalire al solito Oriente (cfr. W.A. Clouston, Popular Tales and Fictions: Their Migrations and Transformations, London 1887, II, p. 191, e F.J. Furnivall – E. Brock – W.A. Clouston (eds.), Originals and Analogues of Some of Chaucer’s Canterbury Tales, London 1887, p. 79), la sua origine celtica è più che probabile. Già nel Tristan di Thomas, Isotta canta un Lai Guiron che ha lo stesso tragico argomento (cfr. G. Paris, Le roman du Châtelain de Couci, Rom 31 [1879], pp. 343-373; H. Hauvette, La 39e nouvelle du Décaméron et la légende du « Cœur mangé », Rom 41 [1912], pp. 184-205). Ma più probabilmente il Boccaccio – come egli stesso indica (§ 4, «secondo che raccontano i provenzali») – ebbe suggestioni dirette da quanto la letteratura occitanica narrava del trovatore Guillem de Cabestaing, del suo amore per Saurimonda (o Margherita, o Trichina), moglie del suo signore Raimon de Castel-Rossillon, della vendetta di quest’ultimo e della misera fine dei due amanti. Non è possibile però determinare quale redazione egli abbia potuto conoscere fra quelle giunte a noi (per notizie sul Cabestaing, si vd. A. Langfors, Le chansons de Guillem de Cabestaing, Paris 1924 e Id., Le troubadour Guilhem de Cabestanh, AnnMidi 26 [1914], pp. 189-225). Le quattro redazioni della vita del Cabestaing sono pubblicate criticamente ne Le biografie trovadoriche, testi provenzali dei secc. XIII e XIV, a cura di G. Favati, Bologna 1961, pp. 197 ss. (e cfr. pp. 36, 82): quelle che offrono spunti e particolari più affini alla novella del Boccaccio sono contenutisticamente la redazione A (pp. 197 s.) e per i ritmi narrativi la D (pp. 203 ss.: dal codice 4142 della Laurenziana di Firenze, scritto verso il 1310). Cfr. anche B. Panvini, Le biografie provenzali. Valore e attendibilità, Firenze 1952, pp. 77 ss. Il tema pietoso ebbe invero enorme fortuna nella letteratura medievale: ancora in Francia nel lai d’Ignauré (cfr. A. Duval, Jehan Renax ou Renault, HLF 18 [1835], pp. 773-779, in part. p. 773; G. Paris, Jakemon Sakesep, auteur du Roman du Chastelain de Couci, HLF 28 [1881], pp. 352-390, in part. p. 383), in Inghilterra nel Knight of Curtesey, in Germania nel Das Herz di Konrad von Würtzburg (cfr. F.H. von der Hagen, Gesammtabenteuer: Hundert altdeutsche Erzählungen: Ritter- und Pfaffen-Mären, Stadt- und Dorfgeschichten, Schwänke, Wundersagen und Legenden, 3 Bd., Tübingen 1850, 9: si vd. specialmente par. 16 e vv. 411 ss. e par 23 e vv. 492 ss.), nella letteratura ecclesiastica nei Sermones parati, in Spagna nella storia della marchesa d’Astorga (G. Paris, op. cit.), in Italia nel Novellino con singolare deformazione (LXII). Il Boccaccio del resto – che vedeva ancora sopravvivenza del feroce uso nella sua società (De casibus, IX 26) – si mostrò particolarmente sensibile al tragico tema, riflesso anche dalla IV 1, dalla V 8 e dal sogno di re Felice (Filocolo, II 3): forse anche per la simbologia amorosa del cuore mangiato ancora insistente nella letteratura a lui immediatamente anteriore e più cara (per es. nella Vita Nuova, III; cfr. A. D’Ancona, Scritti danteschi, Firenze 1913, pp. 275 ss.) e per la predilezione che il Petrarca ebbe per la leggenda (Tr. Cupidinis, III 53-54: «… e quel Guglielmo | Che per cantar ha ‘l fior de’ suoi dì scemo»; cfr. anche in generale J.E. Matzke, The Legend of the Eaten Heart, MLN 26 [1911], pp. 1-8). Per la popolarità e l’antropologia religiosa del tema e del simbolo cfr. Thompson e Rotunda, Q 478.1; J.G. Frazer, The Golden Bough, VI 1. Si aggiunga però almeno una presenza classica: per la parte finale, e specialmente per il tragico banchetto, il Boccaccio ebbe probabilmente presente anche il Tieste (vv. 976 ss.; 999 ss.; 1021 ss.; 1030 ss.; 1050 ss.) di quel Seneca che è grande e entusiasmante scoperta di pochi anni prima (cfr. G. Almansi, L’estetica dell’osceno, Torino 1974, pp. 172 ss. e Id., The Writer as Liar, London 1975, pp. 144 ss.).

[2] Ovvero mi è venuta in mente (con personificazione della novella, cfr. II 2, 3 n.).

[3] Furono di più alta condizione sociale. Si noti tutta la costruzione insolita: il seguente «quegli» deve nello stesso tempo significare quegli e a quegli (cfr. Mussafia, p. 477).

[4] Come si è già accennato, le biografie provenzali parlano non di Guiglielmo ma di Raimondo di Castel Rossiglione (cfr. III 9), di cui Guiglielmo di Cabestaing (Cabestahn nei Pirenei orientali, non lontano da Roussillon) sarebbe stato non amico, ma vassallo. Il primo è un personaggio storico, che morì attorno al 1209. Il secondo – forse identificabile con uno dei «cavalleros de Cathaluña» che furono alla famosa battaglia di Las Navas di Tolosa nel 1212 – ci ha trasmesso nove poesie (due dedicate a un Raimondo); ma «nous ignorerons probablement toujours la raison pour la quelle le conte du coeur mangé a été rattaché au nom du doux poète d’amour» (Langfors).

[5] Alla provenzale, prodom (cfr. II 8, 72 n.).

[6] Uscivano armati di tutto punto: riflessivo assoluto come al 10 e pure nelle Esposizioni V litt. 121: «[Achille] turbato s’armò, e vinto e ucciso Ettore…» (e Compagni, II 11). Per quest’uso cfr. anche Annotazioni, p. 169.

[7] Per la differenza fra questo armeggiare singolo o a gruppi cfr. II 8, 69 n.

[8] Di una stessa divisa, forse proprio per dare rilievo a questa fraternità – ignota alle fonti provenzali e così atta a render più tragica e pietosa tutta la storia – il Boccaccio volle identici i nomi e la condizione sociale dei due protagonisti.

[9] Cfr. III 8, 5. Secondo la storia, Saurimonda di Pietralata, già vedova di Ermengaldo di Vernet, sposata nel 1197: dopo la morte di Raimondo sposò in terze nozze, nel 1210, Ademaro di Mosset; viveva ancora nel 1221. È detta dalle biografie provenzali «joves e gaia e gentils e bella» (A), «le plus bella dompna c’om saubes eri aqel temps e la mais presiada de totz pretz e de toutas valors e de tota cortesia» (D). Anche Raimondo era già vedovo nel 1197.

[10] L’amicizia e la consuetudine, o la familiarità, oppure ancora la fratellanza d’armi, con significato militare e cavalleresco (Zingarelli).

[11] Il Boccaccio tace delle canzoni, che, secondo la biografia provenzale, Guglielmo scrisse per la sua donna; anzi tace qualunque riferimento alla sua qualità di trovatore (forse perché vuole mantenere la novella – come ha dichiarato Filostrato – in un ambiente altamente aristocratico?).

[12] «Mout… prezatz d’armas e de cortesia e de servir» (A).

[13] A tal punto che… (cfr. 8).

[14] Col senso particolare che aveva nel linguaggio amoroso: cfr. VII 7, 33 «non si vergognò di richiedermi che io dovessi a’ suoi piaceri acconsentirmi»; e cfr. anche Pieraccio Tedaldi, Del tutto alla ricisa, vv. 5-6.

[15] Con scarsa prudenza, quasi una formula in situazioni simili (II 6, 36; IV 5, 6; VII 8, 6 ecc.).

[16] In ogni modo.

[17] «Il Boccaccio intenderà il regno di Francia quale era al tempo suo; pei suoi personaggi si sarebbe inteso invece la regione del Nord» (Zingarelli).

[18] Delibererebbero (cfr. I 1, 14 n.).

[19] In un luogo da dove. Per il topos del bosco cfr. II 6, 15 n.

[20] Aggettivo su cui il Boccaccio insiste.

[21] Inferocito e pieno di rancore (cfr. III 2, 23 n.: «pieno d’ira e di maltalento»; VII 8, 18 n.: «adirato e di mal talento»).

[22] «Impugnata come uno stocco e alzata più su della spalla, per colpire dall’alto» (Massera); cfr. Orlando Furioso XIX 13.

[23] Il grido accompagna il colpo mortale. È naturale ricordare la Vita Nuova XXIII 4: «m’apparvero certi visi diversi e orribili a vedere, li quali mi diceano ‘Tu se’ morto’»; cfr. anche VII 6, 27.

[24] Più efficace di «voltati i cavalli»; cfr. IX 4, 19: «voltata la testa del pallafreno».

[25] Una sequenza di tre settenari, variamente accentati, e di un endecasillabo stridente campeggia al centro della scena cruenta.

[26] Banderuola, attaccata alla punta della lancia.

[27] Mi ha mandato a dire (cfr. X 4, 7 n.; Amorosa Visione XXXIII 18; Annotazioni, p. 185).

[28] Fino a domani (con facile ellissi di a).

[29] «Cinghiale» è una forma consueta nel Boccaccio (cfr. per es. Teseida I 38 e VII 119).

[30] Molto (cfr. Intr. 82 n.).

[31] I cibi (lett. ciò che si mangia).

[32] Preoccupato nella coscienza per l’azione malvagia (lat. maleficium) da lui commessa. Cfr. VII 8, 20.

[33] Come.

[34] Così Dio m’aiuti (cfr. II 9, 52 e Inf. XX 19).

[35] Rimase sospesa (cfr. Inf. XIII 45: «stetti come l’uom che teme»).

[36] Sleale; è un termine usato spesso per le donne infedeli.

[37] Cfr. Amorosa Visione XXIII 59-60: «I’ son colei che più che altra t’amo | E che più ch’altra cosa ti disia»; cfr. anche IV 6, 22 n.

[38] Solita formula (cfr. II 10, 14 n.).

[39] Posizione già teorizzata da Tedaldo (III 7, 31 ss.).

[40] Ma mai non piaccia a Dio che… Deprecazione usuale (cfr. II 8, 21 n.).

[41] «Seigner, ben m’avetz dat si bon manjar, que ja mais non maniarai d’autre»: così nella Vida (A); e nel lai: «que a nul jour mes ne mangeray | N’autre mosel ne metteray | Deseure si gentil viande». Due settenari aprono e chiudono questa disperata esitazione.

[42] Senza pensarci oltre.

[43] Si sfracellò (cfr. Inf. XXII 63).

[44] Rimase profondamente turbato (cfr. III 1, 38: «tutta stordì»).

[45] Secondo le narrazioni provenzali, il re Alfonso d’Aragona, che avrebbe punito il colpevole (Alfonso però morì nel 1196 prima del matrimonio del Rossiglione con Saurimonda).

[46] Forma corrente accanto alla più comune «contrada» (cfr. Comedia XLV 37; C. Davanzati, Rime, Bologna 1965, X 39, LVI II).

[47] Sempre lo stesso verbo affettuoso (cfr. IV 6, 28 n.).

[48] Che facevano sapere…: «fetz … metre en un monumen denan l’uis de la gleisa, e fetz desseignar de sobre ‘l monumen cum ill erant estat mort» (A).

[49] La solita conclusione per cui si vd. anche IV 1, 62 n.