Ritratto di Dante

di P.G. Ricci (a cura di), G. Boccaccio, Trattatello in laude di Dante, parr. 68-79, in G. Boccaccio, Tutte le opere, a cura di V. Branca, vol. III, Milano 1974 (testo).

di G. Ferroni et alii, Storia e testi della letteratura italiana. La crisi del mondo comunale (1300-1380), Città di Castello 2012, pp. 790-792 (introd. e note).

 

Nel seguente brano, tratto dalla seconda redazione del Trattatello, più breve e concisa della precedente, Boccaccio traccia un rapido ritratto fisico e morale dell’Alighieri, che, secondo il modello classico della biografia degli «uomini illustri», segue la narrazione dettagliata della vita del protagonista. Dopo un divertente aneddoto su una battuta di una donna veronese che collega l’aspetto fisico di Dante al suo essere reduce dal viaggio in Inferno, dell’Alighieri si mette in risalto soprattutto la moderazione, l’ironia e la riservatezza, riconoscendo per suo unico eccesso il desiderio di gloria poetica […].

Luca Signorelli, Dante (dettaglio). Affresco, 1499-1502. Orvieto, Duomo, Cappella di s. Brizio.

Luca Signorelli, “Tratt(dettaglio). Affresco, 1499-1502. Orvieto, Duomo, Cappella di s. Brizio.

[68] Fu il nostro poeta di mediocre statura, ed ebbe il volto lungo, e il naso aquilino, le mascelle grandi, e il labro di sotto proteso tanto, che alquanto quel di sopra avanzava; nelle spalle alquanto curvo, e gli occhi anzi grossi che piccoli, e il color bruno, e i capelli e la barba crespi e neri, e sempre malinconico e pensoso. [69] Per la qual cosa avvenne un giorno in Verona[1] (essendo già divulgata per tutto la fama delle sue opere, ed esso conosciuto da molti e uomini e donne) che, passando egli davanti ad una porta, dove più donne sedevano, una di quelle pianamente[2], non però tanto che bene da lui e da chi con lui era non fosse udita, disse a l’altre: «Donne, vedete colui che va ne l’inferno, e torna quando gli piace, e qua su reca novelle di coloro che là giù sono!». Alla quale semplicemente una dell’altre rispose: «In verità egli dee così essere: non vedi tu come egli ha la barba crespa e il color bruno per lo caldo e per lo fummo[3] che è là giù?». Di che Dante, perché da pura credenza venir lo sentia[4], sorridendo passò avanti.

[70] Li suoi vestimenti sempre onestissimi furono, e l’abito conveniente alla maturità, e il suo andare grave e mansueto, e ne’ domestici costumi e ne’ pubblici mirabilmente fu composto e civile.

[71] Nel cibo e nel poto[5] fu modestissimo. Né fu alcuno più vigilante di lui e negli studii e in qualunque altra sollecitudine il pugnesse[6].

[72] Rade volte, se non domandato, parlava, quantunque eloquentissimo fosse.

[73] Sommamente si dilettò in suoni e in canti nella sua giovinezza, e, per vaghezza di quegli, quasi di tutti i cantori e sonatori famosi suoi contemporanei fu dimestico[7].

[75] Quanto ferventemente esso fosse da amor passionato[8], assai è dimostrato di sopra.

[75] Solitario fu molto e di pochi dimestico. E negli studii, quel tempo che lor poteva concedere, fu assiduo molto.

[76] Fu ancora Dante di maravigliosa capacità e di memoria fermissima, come più volte nelle disputazioni in Parigi[9] e altrove mostrò.

[77] Fu similmente d’intelletto perspicacissimo e di sublime ingegno e, secondo che[10] le sue opere dimostrano, furono le sue invenzioni mirabili e pellegrine[11] assai.

[78] Vaghissimo fu e d’onore e di pompa, per avventura più che non s’appartiene a savio uomo[12]. Ma qual vita è tanto umile, che dalla dolcezza della gloria non sia tocca[13]? Questa vaghezza[14] credo che cagion gli fosse d’amare sopra ogni altro studio la poesia, acciò che per lei al pomposo e inusitato onore della coronazion pervenisse[15]. [79] Il quale senza fallo[16], sì come degno, ne avrebbe ricevuto, se fermato nell’animo non avesse di quello non prendere in altra parte, che nella sua patria e sopra il fonte nel quale il battesimo avea ricevuto[17]; ma dallo esilio impedito e dalla morte prevenuto, nol fece. […]

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Note:

 

[1] Dove Dante fu alla corte di Cangrande della Scala per gran parte degli anni Dieci.

[2] A voce bassa.

[3] Il fumo.

[4] Poiché capiva che tali parole provenivano da vera e propria convinzione.

[5] Bere.

[6] Con qualunque altro impegno a cura lo pungesse, lo occupasse.

[7] Cioè «amico»: questo particolare è ricavato dalle opere stesse di Dante (si ricordi l’episodio dell’incontro con il musicista Casella nel canto II del Purgatorio).

[8] Infiammato dall’amore.

[9] Nel narrare le vicende della vita di Dante, Boccaccio aveva dato la notizia (non confermata da nessuna attestazione e oggi considerata inattendibile) di un suo viaggio negli anni dell’esilio a Parigi, dove avrebbe partecipato alle dispute della filosofia scolastica («già vicino alla sua vecchiezza, non gli parve grave l’andarne a Parigi, dove, non dopo molta dimora, con tanta gloria di sé, disputando, più volte mostrò l’altezza del suo ingegno, che ancora narrando se ne maravigliano gli uditori»).

[10] Come.

[11] Straordinarie.

[12] Di lustro, per caso più di quanto si convenga a un uomo moderato.

[13] Toccata.

[14] Il desiderio di onore di cui sopra.

[15] «In modo che per la poesia giungesse all’onore sfarzoso e raro di essere incoronato» (Dante aveva fatto allusione al suo desiderio di essere incoronato poeta in Firenze all’inizio del canto XXV del Paradiso).

[16] Senz’altro.

[17] «Se non avesse stabilito di non ricevere quello (cioè l’onore dell’incoronazione poetica) in altro luogo che in Firenze e sul fonte dove aveva ricevuto il battesimo»: si riferisce proprio ai termini di Paradiso XXV 8-9 («e in sul fonte / del mio battesmo prenderò ‘l cappello», dove cappello è francesismo, da chapel, «ghirlanda, corona»).

Chi fue il poeta Dante Allighieri di Firenze

di G. Villani, Chi fue il poeta Dante Allighieri di Firenze, in Nuova cronica, X, cxxxvi (a cura di G. Porta), Parma 1991 (testo); G. Ferroni et alii, Storia e testi della letteratura italiana. La crisi del mondo comunale (1300-1380), Città di Castello 2012, pp. 374-376 (commento e note).

Giotto di Bondone, Il Giudizio Universale: (dettaglio) Dante Alighieri. Affresco, 1334-1337. Assisi, Basilica inferiore, Cappella della Maddalena.

Giotto di Bondone, Il Giudizio Universale: (dettaglio) Dante Alighieri. Affresco, 1334-1337. Assisi, Basilica inferiore, Cappella della Maddalena.

Il capitolo CXXXVI del libro X dell’opera del Villani è un ritratto della personalità e dell’opera di Dante Alighieri e dà avvio al recupero del grande poeta, morto in esilio, da parte della cultura fiorentina. Quasi in forma di necrologio, Villani ricostruisce la vita del poeta partendo dalle notizie relative alla sua scomparsa e alla sua sepoltura a Ravenna. L’autore analizza le ragioni politiche dell’esilio e descrive l’uomo come «grande letterato quasi in ogni scienza», «sommo poeta e filosafo», «nobilissimo dicitore», dotato di uno stile «pulito e bello» mai visto prima nella lingua italiana. Il cronista elenca quindi le opere di Dante, soffermandosi sulla Commedia dove, più che in altri testi, il poeta ha saputo usare un linguaggio aspro e pungente, e conclude il suo breve profilo con alcune note sul carattere sdegnoso e altero del poeta. Si tratta del più antico profilo biografico dantesco: e, nonostante alcune inesattezze, attesta il primo riconoscimento, sia pure tra reticenze di parte (Villani era guelfo nero), della grandezza di Dante, conosciuto direttamente – pare – dal cronista.

 

 

Nel detto anno MCCCXXI, del mese di luglio[1], morì Dante Allighieri di Firenze ne la città di Ravenna in Romagna, essendo tornato d’ambasceria da Vinegia in servigio de’ signori da Polenta[2], con cui dimorava; e in Ravenna dinanzi a la porta de la chiesa maggiore[3] fue sepellito a grande onore in abito di poeta e di grande filosafo. Morì in esilio del Comune di Firenze in età circa LVI anni. Questo Dante fue onorevole e antico cittadino di Firenze di porta San Piero[4], e nostro vicino; e ‘l suo esilio di Firenze fu per cagione, che quando messer Carlo di Valos de la casa di Francia venne in Firenze l’anno MCCCI, e caccionne la parte bianca, come adietro ne’ tempi è fatta menzione, il detto Dante era de’ maggiori governatori de la nostra città e di quella parte, bene che fosse Guelfo; e però sanza altra colpa co la detta parte bianca fue cacciato e sbandito di[5] Firenze, e andossene a lo Studio a Bologna, e poi a Parigi[6], e in più parti del mondo. Questi fue grande letterato[7] quasi in ogni scienza, tutto fosse laico; fue sommo poeta e filosafo, e rettorico perfetto tanto in dittare[8], versificare, come in aringa[9] parlare, nobilissimo dicitore, in rima sommo, col più pulito[10] e bello stile che mai fosse in nostra lingua infino al suo tempo e più innanzi. Fece in sua giovanezza i·libro de la Vita nova d’amore[11]; e poi quando fue in esilio fece da XX canzoni morali e d’amore molto eccellenti[12], e in tra·ll’altre fece tre nobili pistole[13]; l’una mandò al reggimento di Firenze dogliendosi del suo esilio sanza colpa; l’altra mandò a lo ‘mperadore Arrigo quand’era a l’assedio di Brescia, riprendendolo della sua stanza[14], quasi profetezzando; la terza a’ cardinali italiani, quand’era la vacazione[15] dopo la morte di papa Chimento[16], acciò che s’accordassono a eleggere papa italiano; tutte in latino con alto dittato, e con eccellenti sentenzie e autoritadi, le quali furono molto commendate[17] da’ savi intenditori. E fece la Commedia, ove in pulita rima, e con grandi e sottili questioni morali, naturali, strolaghe[18], filosofiche, e teologhe[19], con belle e nuove figure, comparazioni, e poetrie[20], compuose e trattò in cento capitoli, overo canti, dell’essere e istato del ninferno[21], purgatorio, e paradiso così altamente come dire se ne possa, sì come per lo detto suo trattato si può vedere e intendere, chi è di sottile intelletto. Bene si dilettò in quella Commedia di garrire e sclamare[22] a guisa di poeta, forse in parte più che non si convenia; ma forse il suo esilio gliele fece. Fece ancora la Monarchia[23], ove trattò de l’oficio degli ‘mperadori. Questo Dante per lo suo savere fue alquanto presuntuoso e schifo e isdegnoso[24], e quasi a guisa di filosafo mal grazioso[25] non bene sapea conversare co’ laici; ma per l’altre sue virtudi e scienza e valore di tanto cittadino ne pare che si convenga di dargli perpetua memoria in questa nostra cronica, con tutto che[26] per le sue nobili opere lasciateci in iscritture facciamo di lui vero testimonio e onorabile fama a la nostra cittade.

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Note:

[1] In realtà Dante morì in settembre tra il 13 e il 14, come si ricava dall’epitaffio che compose Giovanni del Virgilio (Theologus Dantes), riferito dal Boccaccio nel Trattatello in laude di Dante, 68-85.

[2] Tornato da un’ambasciata a Venezia per conto di Guido Novello da Polenta.

[3] Si tratta della chiesa di s. Francesco.

[4] Dante apparteneva alla piccola nobiltà cittadina guelfa e nacque nel quartiere di San Martino del Vescovo, nel sestiere di Porta San Pietro.

[5] Il 27 gennaio 1302 il podestà Cante Gabrielli da Gubbio lo condannava all’esclusione da ogni carica e al confino per due anni, ingiungendogli di pagare entro tre giorni una multa di 5.000 fiorini. Dante, non essendosi presentato alle autorità, fu condannato a morte in contumacia con sentenza del 10 marzo 1302.

[6] Del viaggio di Dante a Parigi parlano vari scrittori del Trecento. La critica moderna ha in genere considerato la notizia puramente leggendaria; ma la considera credibile G. Petrocchi, proponendo anche una data possibile, tra il 1309 e il 1310.

[7] Dotto.

[8] Comporre.

[9] Arringa.

[10] Raffinato.

[11] Compose la Vita nova negli anni giovanili, tra il 1292 e il 1293.

[12] Cioè le canzoni morali e allegoriche del primo periodo dell’esilio, tra le quali v’è il componimento Tre donne intorno al cor mi son venute.

[13] «Solo la seconda e la terza delle epistole qui menzionate ci sono pervenute. La prima sarà da identificarsi con quella nota anche al Bruni (Popule mi, quid feci tibi?, cominciava). Quanto alla seconda, l’indugio che lamentava il poeta era quello dell’imperatore davanti a Milano» (Porta).

[14] Indugio.

[15] La sede vacante.

[16] Clemente V, al secolo Bertrand de Got, morto nel 1314. La lettera rivolta ai cardinali italiani, invitati ad eleggere un pontefice italiano, mirava a ristabilire la sede papale a Roma. Proprio Clemente V, già arcivescovo di Bordeaux, aveva infatti trasferito la sede pontificia ad Avignone.

[17] Lodate, apprezzate.

[18] Astrologiche.

[19] Teologiche.

[20] Figure poetiche.

[21] Inferno.

[22] Parlare con tono aspro e vivace.

[23] Il trattato politico latino, dove Dante afferma la necessità dell’impero universale.

[24] Altero e sdegnoso.

[25] Poco amabile.

[26] Dal momento che.