La morte di Cola di Rienzo (Anon. rom. Cronica, cap. xxvii)

di P. Trifone, Roma e il Lazio. Vol. 2: Antologia di testi commentati, Torino 1992, pp. 114-120.

Tor Crescenzia (detta Casa di Cola di Rienzo). Roma, via di Ponte Rotto.

Tor Crescenzia (detta Casa di Cola di Rienzo). Roma, via di Ponte Rotto.

L’anonimo autore della Cronica fu studente all’Università di Bologna: «lo demorava nella citate de Bologna allo Studio e imprenneva lo quarto della Fisica»[1].

Questo dato, che costituisce una delle pochissime certezze della sua biografìa viene in genere inteso nel senso che egli era studente del quarto anno di medicina. Sanfilippo ha rilevato peraltro una dissonanza tra la condizione di studente in medicina e la nobiltà di sangue, attribuita all’Anonimo sulla scorta di un vago richiamo autobiografico alla propria ientilezza, in un brano lacunoso del Prologo: «Dunqua io, lo quale … mea ientilezza»[2]. Sanfilippo solleva la questione dell’«incompatibilità sociale tra l’essere nobile e l’essere medico», che secondo lo studioso potrebbe risolversi tenendo presente che a Roma come a Firenze, a Bologna e in tutta l’Italia comunale l’appellativo di gentiluomini non si riferiva più esclusivamente ai nobili ma designava anche i membri del «ceto urbano emergente». Va detto tuttavia che esiste anche una diversa interpretazione del passo della Cronica citato all’inizio: «Lo scrittore vuol dire invece che studiava il quarto libro della Fisica aristotelica, uno dei libri di testo fondamentali della facoltà di artes, come subito vide il Muratori, che pubblicò l’opera con il titolo di Historiae Romanae Fragmenta»[3].

Qualunque sia l’effettivo status sociale e professionale dell’Anonimo – nobile, mercante, medico, umanista o altro – bisogna ammettere che il profilo che si adatta meglio alla sua cultura e alla sua ideologia è quello di un intellettuale «laico» vicino alla borghesia municipale, di cui racconta le aspirazioni frustrate e a cui del resto esplicitamente si rivolge, fondendo memoria personale, storiografia politica ed esercizio letterario[4].

La perentoria scelta in favore del dialetto cittadino conferma e marca i contorni di questo profilo. Sarebbe un errore pensare che l’adozione dell’idioma nativo fosse una strada assolutamente ovvia o obbligata, nella seconda metà del Trecento, per uno scrivente di sicura preparazione e di acuta sensibilità linguistica come l’Anonimo, cui l’importante esperienza bolognese doveva aver dischiuso fra l’altro un ampio orizzonte di pratiche comunicative. Anzi, sulla base dei dati ora esposti, e considerando ad esempio le incoerenze linguistiche di una lettera scritta nel 1385 da un giovane di Subiaco che studiava legge proprio a Bologna, può sorgere semmai il sospetto che nell’originale perduto della Cronica le forme letterarie si alternassero a quelle dialettali con frequenza maggiore che nell’edizione critica rigorosamente neo-lachmanniana di Porta[5].

«L’opera ène granne e bella», dichiara l’Anonimo stesso con autocoscienza di artista all’inizio della narrazione. Il suo senso drammatico dello stile lo fa propendere per una prosa asciutta e nervosa, in apparenza elementare e antiretorica, in realtà complessamente e sapientemente strutturata[6].

La tecnica compositiva della Cronica si caratterizza per la netta prevalenza della paratassi, attuata però con un’insolita varietà di soluzioni, che nell’insieme rivelano una personalità di scrittore tutt’altro che ingenua, educata certamente dalla consuetudine con i testi classici[7].

Al periodare ampio di tipo boccacciano l’Anonimo preferisce l’annotazione essenziale, mirante ad imporsi con la forza dell’evidenza. L’incisività delle frasi brevi, che tendono ad allinearsi in sequenze asindetiche, si accorda bene a un intenso e mobile realismo descrittivo, «con alcuni tratti propri dello stile epico, inarcato talora nei modi di vigorose immagini popolaresche»[8].

Le pagine celebratissime sulle ultime ore di Cola sono, in questo senso, esemplari. Basti pensare a quel dettaglio sul corpo sfigurato del tribuno, uno dei picchi espressionistici dell’intera Cronica: «Tanta era la soa grassezza, che pareva uno esmesurato bufalo overo vacca a maciello». E ancora: «Le mazza de fòra grasse», ‘le budella di fuori grasse’, con il ricorso al vocabolo «basso» mazza e alla frase senza verbo per rendere con la massima tensione e icasticità l’atroce scena. Il distacco critico nei confronti di Cola si accompagna a un percepibile senso di angoscia per il definitivo fallimento di una causa che pure non viene mai sbandierata: la restaurazione di una Roma «civile» e repubblicana.

Per un quadro dei principali aspetti linguistici della Cronica si rinvia alla I Parte, cap. I, § 6. Qui si ricorderanno soltanto alcuni fenomeni più frequenti, allo scopo di facilitare la lettura: dittongamento metafonetico (puopolo, intellietto); assimilazioni ND > nn, MB> mm, LD >ll (prennere, gammiere, sollati ‘prendere, gambiere, soldati’); passaggio di B a v (varva) e, dopo liquida o nasale, di S a z (perzona, penza); j in luogo di G palatale del toscano (iente, ‘gente’) e di i preconsonantica (aitre, uitime, ‘altre, ultime’); perfetti in –ao, –eo, –io (troncao, deo, vestio, ‘troncò, diede, vestì’); possessivi sia, tio, ‘suo, tuo’, analogici su mio. Si segue il testo dell’edizione critica di Porta[9]; il commento si è giovato anche del glossario presente in Porta[10] e delle annotazioni di Serianni[11].

Federico Faruffini, Cola di Rienzo contempla le rovine di Roma. Olio su tela, 1855. Pavia, collezione privata.

Federico Faruffini, Cola di Rienzo contempla le rovine di Roma. Olio su tela, 1855. Pavia, collezione privata.

Ora voglio contare[12] la morte dello tribuno. Aveva lo tribuno fatta una gabella[13] de vino e de aitre cose. Puseli nome ‘sussidio’. Coize[14] sei denari per soma[15] de vino. Coglievase la moita moneta. Romani se llo comportavano per avere stato[16]. Anco stregneva lo sale per più moneta avere[17]. Anco stregneva soa vita e soa famiglia[18] in le spese. Onne cosa penza per sollati[19]. Repente[20] prese[21] uno citatino de Roma nobile assai, perzona sufficiente, saputa[22]: nome avea Pannalfuccio de Guido[23]. Omo virtuoso, assai desiderava la signoria dello puopolo[24]. E sì lli troncao[25] la testa senza misericordia e cascione[26] alcuna. Della cui morte tutta Roma fu turbata. Staievano[27] Romani como pecorella. Queti non osavano favellare. Così temevano questo tribuno como demonio. In loco consilii obtinebat omnem suam voluntatem, nullo consiliatore contradicente. Ipso instanti ridens plangebat et emittens lacrimas et suspiria ridebat, tanta inerat ei varietas et mobilitas voluntatis[28]. Ora lacrimava, ora sgavazzava[29]. Puoi se deo a prennere la iente[30]. Prenneva questo e quello, revennevali[31]. Lo mormuorito[32] quetamente per Roma sonava. Perciò a fortezza de sì sollao[33] cinquanta pedoni romani per ciasche rione, priesti ad onne stanno[34]. Le pache non li dava. Prometteva onne dìe[35]. Tenevali in spene[36]. Promettevali abunnanzia de grano e cose assai. Novissime[37] cassao Liccardo[38] della capitania e fece aitri capitanii. Questa fu la soa sconfittura. Allora lassao Liccardo lo predare e llo sollicito guerriare[39], mormorannose debitamente[40] de sì ingrato omo. Era dello mese de settiembro[41], a dìi otto. Staieva Cola de Rienzi la dimane in sio lietto. Avease lavata la faccia de grieco[42]. Subitamente veo[43] voce gridanno: «Viva lo puopolo, viva lo puopolo». A questa voce la iente traie[44] per le strade de·llà e de cà. La voce ingrossava, la iente cresceva. Nelle capocroce[45] de mercato accapitao[46] iente armata che veniva da Santo Agnilo e da Ripa e iente che veniva da Colonna e da Treio[47]. Como se ionzero insiemmori[48], così mutata voce dissero: «Mora lo traditore Cola de Rienzi, mora!» Ora se fionga[49] la ioventute senza rascione, quelli proprio che scritti[50] aveva in sio[51] sussidio. Non fuoro[52] tutti li rioni, salvo[53] quelli li quali ditti soco[54]. Curzero allo palazzo de Campituoglio. Allora se aionze[55] lo moito puopolo, uomini e femine e zitielli[56]. Iettavano prete[57]; faco[58] strepito e romore; intorniano lo palazzo da onne lato, dereto e denanti[59], dicenno: «Mora lo traditore che hao[60] fatta la gabella, mora!» Terribile ène[61] loro furore. A queste cose lo tribuno reparo non fece. Non sonao la campana, non se guarnìo[62] de iente. Anco da prima diceva: «Essi dico[63]: “Viva lo puopolo”, e anco noi lo dicemo. Noi per aizare[64] lo puopolo qui simo[65]. Miei scritti sollati so’[66]. La lettera dello papa della mea confirmazione venuta ène. Non resta se non piubicarla[67] in Consiglio». Quanno a l’uitimo vidde che·lla voce terminava a male, dubitao forte[68]; specialemente ché esso fu abannonato da onne perzona vivente che in Campituoglio staieva. Iudici, notari, fanti e onne perzona aveva procacciato de campare la pelle. Solo esso con tre perzone remase, fra li quali fu Locciolo Pellicciaro, sio parente[69]. Quanno vidde lo tribuno puro[70] lo tumuito dello puopolo crescere, viddese abannonato e non proveduto[71], forte se dubitava[72]. Demannava[73] alli tre que[74] era da fare. Volenno remediare, fecese voglia e disse: «Non irao[75] così, per la fede mea». Allora se armao guarnitamente de tutte arme a muodo de cavalieri, la varvuta in testa, corazza e falle e gammiere[76]. Prese lo confallone dello puopolo e solo se affece[77] alli balconi della sala de sopra maiure[78]. Destenneva la mano, faceva semmiante[79] che tacessino, ca[80] voleva favellare. Sine dubio[81] che se lo avessino scoitato[82] li àbbera rotti[83] e mutati de opinione, l’opera era svaragliata[84]. Ma Romani non lo volevano odire. Facevano como li puorci[85]. Iettavano prete, valestravano[86]. Curro[87] con fuoco per ardere la porta. Tante fuoro le valestrate e·lli verruti[88], che alli balconi non potéo durare[89]. Uno verruto li coize[90] la mano. Allora prese questo confallone e stenneva lo sannato[91] da ambedoi[92] le mano. Mostrava le lettere dello auro[93], l’arme[94] delli citatini de Roma, quasi venissi[95] a dicere: «Parlare non me lassate. Ecco che io so’ citatino e popularo como voi. Amo voi, e se occidete me, occidete voi che romani site[96]». Non vaize[97] questi muodi tenere. Peio fao[98] la iente senza intellietto. «Mora lo traditore!» chiama[99]. Non potenno più sostenere[100], penzao per aitra via campare. Dubitavase de remanere su nella sala de sopra, perché anco stava presone[101] missore[102] Bettrone de Narba, a chi fatta aveva tanta iniuria[103]. Dubitava che non lo occidessi con soie mano[104]. Conosceva e vedeva che responneva allo puopolo. Penzao partirse dalla sala de sopra e delongarese[105] da missore Bettrone per cascione de più securitate. Allora abbe[106] tovaglie de tavola e legaose in centa[107] e fecese despozzare ioso[108] nello scopierto denanti alla presone. Nella presone erano li presonieri; vedevano tutto. Tolle li chiavi e tenneli a sé. Delli presonieri dubitava. De sopra nella sala remase Locciolo Pellicciaro, lo quale a quanno a quanno se affaceva alli balconi e faceva atti con mano, con vocca allo puopolo e diceva: «Essolo che vene ioso dereto[109]», e issino[110] dereto allo palazzo, ca dereto veniva. Puoi se volvea[111] allo tribuno, confortavalo e diceva che non dubitassi. Puoi tornava allo puopolo facenno li simili cenni: «Essolo dereto, essolo ioso dereto». Davali la via e l’ordine. Locciolo lo occise. Locciolo Pellicciaro confuse[112] la libertate dello puopolo, lo quale mai non trovao capo. Solo per quello omo poteva trovare libertate. Solo Locciolo se·llo avessi confortato, de fermo non moriva[113]; ché fu arza la sala, lo ponte della scala cadde a poca d’ora. Ad esso non poteva alcuno venire. Lo dìe cresceva[114]. Li rioni della Regola e li aitri forano venuti[115], lo puopolo cresciuto, le voluntate mutate per la diverzitate[116]. Onne omo fora tornato a casa, overo granne vattaglia stata fora. Ma Locciolo li tolle la speranza. Lo tribuno desperato se mise a pericolo[117] della fortuna. Staienno[118] allo scopierto lo tribuno denanti alla cancellaria, ora se traieva la varvuta[119], ora se·lla metteva. Questo era che abbe[120] da vero doi[121] opinioni. La prima opinione soa[122], de volere morire ad onore armato colle arme, colla spada in mano fra lo puopolo a muodo de perzona magnifica e de imperio. E ciò demostrava quanno se metteva la varvuta e tenevase armato. La secunna opinione fu de volere campare la perzona e non morire. E questo demostrava quanno se cavava la varvuta. Queste doi voluntate commattevano nella mente soa. Venze[123] la voluntate de volere campare e vivere. Omo era como tutti li aitri, temeva dello morire. Puoi che deliverao per meglio[124] de volere vivere per qualunche via potéo[125], cercao e trovao lo muodo e·lla via, muodo vituperoso e de poco animo. Ià[126] li Romani aveano iettato fuoco nella prima porta, lena[127], uoglio e pece. La porta ardeva. Lo solaro della loia fiariava[128]. La secunna porta ardeva e cadeva lo solaro e·llo lename[129] a piezzo a piezzo. Orribile era lo strillare. Penzao lo tribuno devisato[130] passare per quello fuoco, misticarese[131] colli aitri e campare. Questa fu l’uitima soa opinione. Aitra via non trovava. Dunque se spogliao le insegne della baronia, l’arme puse iò in tutto[132]. Dolore ène de recordare. Forficaose[133] la varva e tenzese[134] la faccia de tenta nera. Era là da priesso una caselluccia[135] dove dormiva lo portanaro[136]. Entrato là, tolle uno tabarro de vile panno, fatto allo muodo pastorale campanino[137]. Quello vile tabarro vestìo[138]. Puoi se mise in capo una coitra[139] de lietto e così devisato[140] ne veo ioso[141]. Passa la porta la quale fiariava, passa le scale e·llo terrore dello solaro che cascava, passa l’uitima porta liberamente. Fuoco non lo toccao. Misticaose[142] colli aitri. Desformato desformava la favella. Favellava campanino[143] e diceva: «Suso, suso a gliu tradetore!»[144]. Se le uitime scale passava era campato. La iente aveva l’animo suso allo palazzo. Passava la uitima porta, uno se·lli affece[145] denanti e sì·llo reaffigurao[146], deoli de mano[147] e disse: «Non ire[148]. Dove vai tu?» Levaoli quello piumaccio[149] de capo, e massimamente che se pareva[150] allo splennore che daiev[151]a li vraccialetti che teneva. Erano ‘naorati[152]: non pareva opera de riballo. Allora, como fu scopierto, parzes[153]e lo tribuno manifestamente: mostrao ca esso era. Non poteva dare più la voita[154]. Nullo remedio era se non de stare alla misericordia, allo volere altruio. Preso per le vraccia, liberamente[155] fu addutto per tutte le scale senza offesa fi’ allo luoco dello lione[156], dove li aitri la sentenzia vodo[157], dove esso sentenziato aitri aveva. Là addutto, fu fatto uno silenzio. Nullo omo era ardito toccarelo. Là stette per meno de ora, la varva tonnita[158], lo voito nero como fornaro, in iuppariello[159] de seta verde, scento[160], colli musacchini[161] inaorati, colle caize de biada[162] a muodo de barone. Le vraccia teneva piecate. In esso silenzio mosse la faccia, guardao de·llà e de cà. Allora Cecco dello Viecchio impuinao mano[163] a uno stuocco e deoli[164] nello ventre. Questo fu lo primo. Immediate[165] puo’ esso secunnao[166] †lo ventre †[167] de Treio notaro e deoli la spada in capo. Allora l’uno, l’aitro e li aitri lo percuoto[168]. Chi li dao, chi li promette. Nullo motto faceva. Alla prima morìo, pena non sentìo[169]. Venne uno con una fune e annodaoli tutti doi li piedi. Dierolo[170] in terra, strascinavanollo, scortellavanollo[171]. Così lo passavano como fussi criviello[172]. Onneuno ne·sse iocava. Alla perdonanza li pareva de stare[173]. Per questa via fu strascinato fi’ a Santo Marciello[174]. Là fu appeso per li piedi a uno mignaniello[175]. Capo non aveva. Erano remase le cocce[176] per la via donne[177] era strascinato. Tante ferute aveva, pareva criviello. Non era luoco senza feruta. Le mazza de fòra[178] grasse. Grasso era orribilemente, bianco como latte insanguinato. Tanta era la soa grassezza, che pareva uno esmesurato bufalo overo vacca a maciello. Là pennéo dìi doi[179], notte una. Li zitielli li iettavano le prete. Lo terzo dìe de commannamento de Iugurta e de Sciarretta della Colonna fu strascinato allo campo dell’Austa. Là se adunaro tutti Iudiei in granne moititudine: non ne remase uno. Là fu fatto uno fuoco de cardi secchi. In quello fuoco delli cardi fu messo. Era grasso. Per la moita grassezza da sé ardeva volentieri. Staievano là li Iudiei forte affaccennati, afforosi, affociti[180]. Attizzavano li cardi perché ardessi. Così quello cuorpo fu arzo e fu redutto in polve: non ne remase cica[181]. Questa fine abbe Cola de Rienzi, lo quale se fece tribuno augusto de Roma, lo quale voize[182] essere campione de Romani.

 

 

Bibliografia

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—-                   , La «Cronica» dell’Anonimo romano: problemi di inquadramento culturale e storiografico, BISI 91 (1984), pp. 423-443.

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F.A. Ugolini, La prosa degli «Historiae Romanae Fragmenta» e della cosiddetta «Vita di Cola di Rienzo», ASRP 58 (1935), pp. 1-68.

 

[1] G. Porta (a cura di), Anonimo romano, Cronica, Milano 1979, p. 89.

[2] M. Sanfilippo, Dell’Anonimo romano e della sua ed altrui nobiltà, QM 9 (1980), pp. 124-125. Cfr. anche G. Porta, op. cit., p. 4.

[3] F. Bruni, L’italiano. Elementi di storia della lingua e della cultura, Torino 19872, pp. 378-379.

[4] Sulla compresenza nella Cronica di memorialistica e storiografia si vd. G.M. Anselmi, Il tempo della storia e quello della vita nella «Cronica» dell’Anonimo romano, SPCT 21 (1980), pp. 181-194; le dinamiche sociali e politiche nella Roma di Cola e dell’Anonimo sono ricostruite da M. Miglio, Gli ideali di pace e di giustizia in Roma a metà del Trecento: gruppi sociali e azione politica, in Id., Scritture, scrittori e storia. I. Per la storia del Trecento a Roma, Roma 1991, pp. 55-81.

[5] Anche in questa, comunque, sono presenti numerose oscillazioni tra forme di diverso registro: lo sottolinea, esemplificando, T.  De Mauro, Il romanesco ieri e oggi, Roma 1989, p. XXIV n. 15. Si tenga conto del fatto che la Cronica ha una tradizione testuale assai tarda, non anteriore al XVI secolo.

[6] Si vd. F.A. Ugolini, La prosa degli «Historiae Romanae Fragmenta» e della cosiddetta «Vita di Cola di Rienzo», ASRP 58 (1935), pp. 1-66; M. Pozzi, Appunti sulla «Cronica» di Anonimo romano, GSLI 99 (1982), pp. 481-504; M. Dardano, L’articolazione e il confine della frase nella «Cronica» di Anonimo Romano, in F. Albano Leoni et alii (a cura di), Italia linguistica: idee, storia, strutture, Bologna 1983, pp. 203-222; P. Trifone, Aspetti dello stile nominale nella «Cronica» trecentesca di Anonimo Romano, SLI 12 (1986), pp. 217-239.

[7] Sulle fonti culturali dell’Anonimo cfr. L. Felici, La «Vita di Cola di Rienzo» nella tradizione cronachistica romana, StudRom 25 (1977), pp. 325-345, M. Miglio, Et rerum facta est pulcherrima Roma, in Id., Scritture, scrittori e storia. I. Per la storia del Trecento a Roma, Roma 1991, pp. 11-53 e G.M. Anselmi, La «Cronica» dell’Anonimo romano: problemi di inquadramento culturale e storiografico, BISI 91 (1984), pp. 423-443, che pongono in risalto rispettivamente i rapporti con la tradizione cronachistica cittadina, con quella classica e con quella emiliano-veneta; si vedano anche G. Tanturli, La Cronica di Anonimo romano, Paragone» 31 (1980), pp. 84-93 e V. De Caprio, Roma e Italia centrale nel Duecento e nel Trecento, in A. Asor Rosa (a cura di), Letteratura italiana. Storia e geografia, vol. I, L’età medievale, Torino 1987, pp. 499-505.

[8] F. Bruni, Dalle Origini al Trecento, in Storia della civiltà letteraria italiana, diretta da G. Bàrberi Squarotti, vol. I, 2 tomi, Torino 1990, p. 678.

[9] G. Porta (a cura di), op. cit., pp. 258-265.

[10] Id. (a cura di), Anonimo romano, Cronica, Milano 1981 (con ampio glossario).

[11] L. Serianni, Per una storia del romanesco. Testi letterari e documentari dal IX al XIX secolo, dispense ciclostilate del corso di Storia della lingua italiana, Roma 1981-1982, pp. 25-47.

[12] contare: raccontare.

[13] gabella: dazio.

[14] coize: raccolse, percepì.

[15] soma: misura di capacità.

[16] Romani. .. stato: i Romani sopportavano pur di mantenere un governo ordinato.

[17] stregneva lo sale: Cola limitava anche l’importazione del sale per non gravare di spese l’erario.

[18] soa famiglia: la sua servitù.

[19] sollati: soldati.

[20] repente: lat., “all’improvviso”.

[21] prese: fece arrestare.

[22] sufficiente, saputa: capace ed esperta.

[23] Pannalfuccio de Guido: Pandolfuccio di Guido dei Franchi, che era stato ambasciatore di Cola a Firenze nel 1347.

[24] desiderava la signoria dello puopolo: era di ideali “democratici”.

[25] E sì lli troncao: Ebbene, gli troncò.

[26] cascione: cagione, motivo.

[27] Staievano: stavano, erano. Staio per ‘sto’ (e quindi staievano per ‘stavano’, staienno per ‘stando’ ecc.) si spiega con l’influsso di aio ‘ho’ (lat. habeo).

[28] In loco consilii … mobilitas voluntatis: lat., “nel luogo del consiglio, Cola imponeva ogni sua volontà, senza che nessun consigliere lo contraddicesse. Nello stesso momento ridendo piangeva, lacrimando e sospirando rideva, tanta era l’incostanza e la mobilità del suo animo”.

[29] sgavazzava: gozzovigliava.

[30] Puoi … iente: poi cominciò (si diede) a far arrestare la gente.

[31] revennevali: li rilasciava in cambio di denaro.

[32] mormuorito: mormorio; con suffisso –ito sul modello dei participi finito, partito ecc. Il dittongamento irregolare della seconda o atona sarà dovuto a un «iper-romaneschismo» (estensione indebita dell’esito metafonetico), cioè a un comprensibile incidente del copista tardo della Cronica.

[33] a fortezza de sì sollao: assoldò per difesa personale.

[34] priesti ad onne stanno: pronti a ogni assalto.

[35] onne dìe: ogni giorno.

[36] spene: speranza.

[37] Novissime: lat., “infine, da ultimo”.

[38] cassao Liccardo: destituì Riccardo Imprendente degli Anniballi.

[39] lassao.,. guerriare: cessò di fare bottino e di impegnarsi a fondo nelle azioni belliche.

[40] mormorannose debitamente: lamentandosi giustamente.

[41] settiembro: settembre; ma in realtà la rivolta scoppiò il giorno 8 ottobre del 1354.

[42] Staieva … grieco: la mattina Cola di Rienzo restava nel suo letto, perché si era lavata la faccia … con vino greco (fulminante allusione all’ubriachezza di Cola). Una diversa lettura del passo è stata proposta da Clemente Merlo: «Avease lavata la faccia de grieco [ = ‘da nord-est’]».

[43] veo: viene.

[44] traie: accorre.

[45] Nelle capocrace: nel crocicchio.

[46] accapitao: arrivò.

[47] Santo Agnilo… Treio: i rioni Sant’Angelo, Ripa, Colonna e Trevi (Treio < lat. trivium) erano ostili a Cola.

[48] se ionzero insiemmori: si congiunsero insieme. In insiemmori, dal lat. in simul, è notevole il rotacismo della l intervocalica, fenomeno abbastanza raro nell’area centromeridionale, ma non eccezionale per quanto riguarda appunto la sillaba finale dei proparossitoni (cfr. G. Rohlfs, Grammatica storica della lingua italiana e dei suoi dialetti, Torino 1966-1969, vol. I, p. 227).

[49] se fionga: si fionda, si avventa. Alla base del verbo fiongare c’è un lat. volg. *flun(di)care, da *flunda, “fionda”.

[50] scritti: iscritti.

[51] sia: suo.

[52] fuoro: furono.

[53] salvo: ma soltanto.

[54] soco: sono.

[55] se aionze: si aggiunse.

[56] zitielli: fanciulli.

[57] prete: pietre, forma metatetica assai comune nell’area.

[58] faco: fanno.

[59] dereto e denanti: dietro e davanti.

[60] hao: ha.

[61] ène: è, con epitesi di –ne.

[62] non se guarnìo: non si protesse militarmente.

[63] dico: dicono.

[64] aizare: innalzare, elevare la condizione.

[65] simo: siamo.

[66] Miei scritti sollati so’: coloro che ho arruolato sono veri soldati.

[67] piubicarla: pubblicarla; da un lat. volg. *plubicum, variante metatetica di publicum.

[68] dubitao forte: si preoccupò molto, temette per la propria vita.

[69] Locciolo Pellicciaro, sio parente: «Le umili origini di Cola risaltano anche da questi parenti che prendevano il nome dalla loro modesta professione» (G. Porta, op. cit., Milano 1981, p. 258). In un altro luogo della Cronica viene menzionato Ianni Varvieri, zio del tribuno.

[70] puro: pure, ancora di più.

[71] non proveduto: privo di difesa, inerme.

[72] se dubitava: si preoccupava.

[73] demannava: domandava.

[74] que: che. Accanto alla forma prevalente che, nella Cronica compaiono anche que e ca, entrambe diffuse (la seconda ancor più della prima) nell’area centromeridionale.

[75] irao: andrà.

[76] varvuta … gammiere: l’elmo in testa, la corazza, le falde per la protezione dei fianchi, le gambiere.

[77] se affece: si affacciò.

[78] maiure: maggiore.

[79] faceva semmiante: faceva segno.

[80] ca: che, perché (cfr. sopra, n. 74).

[81] Sine dubio: lat., “senza dubbio”.

[82] scoitato: ascoltato.

[83] li àbbera rotti: li avrebbe sopraffatti; àbbera è un tipico condizionale dal piuccheperfetto indicativo latino.

[84] svaragliata: sbaragliata.

[85] como li puorci: come bestie.

[86] valestravano: tiravano con le balestre.

[87] Curro: corrono.

[88] verruti: dardi.

[89] non potéo durare: non poté restare.

[90] li coize: gli colpì.

[91] lo sannato: lo zendado, la seta, cioè il gonfalone stesso.

[92] ambedoi: ambedue.

[93] le lettere dello auro: le lettere d’oro (S.P.Q.R.). Secondo un uso caratteristico della lingua antica, studiato da Bruno Migliorini, il complemento di materia è costruito con l’articolo dopo un sostantivo che a sua volta ha l’articolo.

[94] arme: insegna.

[95] venissi: venisse. La terza persona del congiuntivo imperfetto in –i, dovuta all’influenza della seconda, si è conservata a lungo nel romanesco (compare spesso anche nel Belli).

[96] site: siete.

[97] vaize: valse.

[98] Peio fao: fa peggio.

[99] chiama: esclama.

[100] sostenere: resistere.

[101] presone: prigioniero.

[102] missore: messere.

[103] Bettrone … iniuria: Brettone di Narbona era stato fatto incarcerare da Cola, dimentico dei favori ricevuti, con l’accusa di complicità in una congiura, ma in realtà allo scopo di ottenere denaro dalla sua ricca famiglia.

[104] Dubitava… mano: temeva che lo uccidesse con le sue stesse mani. Il tipo le mano è un resto del plur. manus della IV declinazione latina, che si mantiene nel romanesco odierno.

[105] delongarese: allontanarsi.

[106] abbe: prese.

[107] legaose in centa: si legò alla cintola.

[108] despozzare ioso: calare giù; despozzare è un derivato di pozzo.

[109] Essolo… dereto: eccolo che viene giù da dietro. Gli avverbi di luogo ecco, esso, elio, diffusi ancora oggi nell’Italia mediana ma non più a Roma, corrispondono ai toscani qui, costì (lontano da chi parla e vicino a chi ascolta), .

[110] issino: andassero. Si noti il passaggio alquanto brusco dal discorso diretto all’indiretto.

[111] Puoi se volvea: poi si rivolgeva.

[112] confuse: distrusse.

[113] Solo Locciolo … non moriva: se Locciolo lo avesse aiutato, certamente Cola non sarebbe morto.

[114] Lo dìe cresceva: il giorno passava.

[115] Li rioni … forano venuti: sarebbe arrivata gente dei rioni favorevoli a Cola; forano è un condizionale dal piuccheperfetto indicativo latino, come già àbbera ‘avrebbe’ e subito sotto fora ‘sarebbe’.

[116] la diverzitate: la diversità, le differenze.

[117] a pericolo: in balìa.

[118] Staienno: stando.

[119] se traieva la varvuta: si toglieva l’elmo.

[120] che abbe: perché ebbe.

[121] doi: due.

[122] La prima opinione soa: sottinteso ‘era’ (frase nominale).

[123] Venze: vinse.

[124] deliverao per meglio: pensò per il meglio, decise che fosse più giusto.

[125] potéo: poté.

[126] : già.

[127] lena: legna; con passaggio di GN a n caratteristico del romanesco arcaico.

[128] Lo solaro … fiariava: l’impiantito della loggia bruciava (fiariare deriva da un lat. volg. *flagriare, per il class. flagrare ‘ardere’).

[129] lename: legname.

[130] devisato: travestito.

[131] misticarese: mescolarsi (dura fino al romanesco moderno la forma connessa misticanza ‘insalata mista’).

[132] puse iò in tutto: mise giù, depose del tutto.

[133] Forficaose: si tagliò; da forfice, variante antica e dialettale di forbice, forma quest’ultima che deve la sua b a dissimilazione consonantica (lat. forfex, –icis).

[134] tenzese: si tinse.

[135] caselluccia: celletta.

[136] portanaro: portinaio.

[137] campanino: della Campagna, che corrispondeva grosso modo all’attuale Ciociaria; non si confonda la Campagna, provincia meridionale dello Stato della Chiesa, con la Campania.

[138] vestìo: vestì.

[139] coitra: coltre, coperta.

[140] devisato: travestito.

[141] veo ioso: viene giù.

[142] Misticaose: si mescolò.

[143] Desformato … campanino: camuffato da pastore del Lazio meridionale, Cola mascherava anche la sua parlata, imitando l’idioma tipico di quell’area.

[144] Suso … tradetore: sopra, sopra al traditore! La forma più caratterizzante in senso «ciociaresco» è costituita dall’articolo gliu, con palatalizzazione della l e conservazione della -u latina; il dialetto di Roma ha invece lo.

[145] se·lli affece: gli si fece, gli si parò.

[146] reaffigurao: riconobbe.

[147] deoli de mano: lo afferrò.

[148] Non ire: fermati.

[149] piumaccio: la coperta che Cola si era messa sul capo.

[150] se pareva: era riconoscibile.

[151] daieva: dava (si noti l’accordo del verbo sing. con il soggetto plur. li vraccialetttì; daio ‘do’, al pari di staio ‘sto’, è forma rifatta su aio ‘ho’.

[152] ‘naorati: dorati (lat. inaurati).

[153] parzese: apparve, si rivelò.

[154] dare … la voita: voltarsi, fuggire.

[155] liberamente: senza catene o altri vincoli.

[156] fi’ allo luoco dello lione: fino al luogo del leone; nel punto della piazza del Campidoglio in cui si eseguivano le condanne c’era la statua di un leone, simbolo della potenza di Roma.

[157] vodo: odono, con prostesi di v davanti a parola cominciante con una vocale velare; cfr. vuno, vunici ‘undici’ nel Lazio meridionale (G. Rohlfs, op. cit., I., p. 340).

[158] la varva tonnita: la barba tagliata (lat. tondere ‘radere’)

[159] iuppariello: giubbetta.

[160] scento: discinto.

[161] musacchini: spallacci (parte dell’armatura che proteggeva gli omeri).

[162] caize de biada: calze di stoffa azzurra; biavo e biada ‘azzurro’ sono voci antiche risalenti, attraverso il provenzale, al francese blao.

[163] impuinao mano: impugnò, pose mano.

[164] deoli: gli diede, lo colpì.

[165] Immediate: lat., ‘immediatamente’.

[166] puo’ esso secunnao: dopo di lui seguì (fu secondo).

[167] † lo ventre †: le croci (in termini filologici cruces desperationis) segnalano un guasto del testo che l’editore non è riuscito a sanare neppure congetturalmente.

[168] percuoto: percuotono.

[169] morìo… sentìo: morì … sentì.

[170] Dierolo: lo gettarono.

[171] scortellavanollo: lo prendevano a coltellate.

[172] Lo passavano… criviello: lo crivellavano di colpi.

[173] Alla perdonanza … stare: solitamente si legge li in luogo di e s’interpreta: “pareva loro di stare a guadagnarsi l’indulgenza”; ma forse alla perdonanza vale “a una processione affollata come nelle perdonanze”, con riferimento alla gran quantità di persone che s’accaniscono contro Cola.

[174] Santo Marciello: la chiesa di San Marcello al Corso. «I luoghi percorsi nell’ultimo viaggio di Cola sono naturalmente quelli dove si esercitava il potere dei Colonna, gli artefici della sua rovina: San Marcello di fronte alle dimore Colonnesi e il campo dell’Augusta, antica sede del Mausoleo di Augusto dove sorgeva una loro fortezza» (G. Porta, op. cit., p. 723).

[175] mignaniello: balcone; mignano è voce centromeridionale (lat. maenianum).

[176] cocce: ossa del cranio.

[177] donne: donde, dalla quale.

[178] Le mazza de fòra: le budella di fuori. Si noti la costruzione senza verbo.

[179] pennéo dìi doi: restò appeso due giorni.

[180] afforosi, affociti: secondo Ugolini (Per la storia del dialetto di Roma nel Cinquecento. I Romani alla Minerva, un’improbabile «Madonna Jacovella» e un pronostico di un conclavista, CDU 3 [1983], p. 62) afforasi è una forma parallela al francese affreux e di identico significato (‘terribili, ripugnanti’), mentre affocitivale ‘indaffarati, affannati’ (dal lat. volg. affulcire, su cui cfr. REW, 267a).

[181] cica: niente; voce di origine infantile diffusa nell’area mediana

[182] voize: volle; dalla forma analogica volse, rifatta sul modello dei perfetti sigmatici (come rise, arse ec.), si passa a volze e quindi a voize (nel romanesco moderno vorze).

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Il Regno di Federico II

da F. Morghen, L’unità monarchica nell’Italia meridionale, in Nuove questioni di storia medievale, Milano 1977.

Illustrazione dal «Liber ad honorem Augusti», di Pietro da Eboli, fol. 142r. Marcovaldo di Anweiler, siniscalco del Sacro Romano Impero e reggente del Regno di Sicilia.

Illustrazione dal Liber ad honorem Augusti, di Pietro da Eboli, fol. 142r. Marcovaldo di Anweiler, siniscalco del Sacro Romano Impero e reggente del Regno di Sicilia.

I dieci anni che intercorsero dalla morte di Costanza (1198) alla assunzione al trono di Federico II, segnarono uno dei periodi più tristi della storia del Regno. Il papa, per mezzo dei suoi legati, i capitani tedeschi […] e la nobiltà di origine normanna, si contesero il potere in una lotta estenuante e disordinata, alleandosi a volta a volta l’uno contro l’altro, pur di impedire il prevalere di una parte. Innocenzo III con Gualtieri di Palear, contro Marcovaldo di Anweiler; Gualtieri di Palear e Marcovaldo contro il papa e il suo nuovo campione, Gualtieri di Brienne; il papa e Gualtieri di Palear contro Guglielmo Capparone, che, morto Marcovaldo nel 1202, era rimasto unico custode del re giovinetto, Federico; di nuovo il papa con Dipoldo di Wohburg, divenuto campione della Chiesa, dopo la morte di Guarltieri di Brienne, contro Gualtieri di Palear. In questo lungo periodo di disordine le forze del Regno furono in parte logorate e disperse: le proprietà della corona, sulle quali si basava specialmente la potenza dei re normanni, erano state dilapidate e devastate da nobili indigeni e forestieri, il commercio rovinato, la produzione ridotta, la flotta grandemente diminuita d’efficienza, l’erario vuotato. Pisani e Genovesi si contendevano con le armi il possesso di Siracusa e dei maggiori porti del Regno. Quando nel 1208, Federico, dichiarato maggiorenne a quattordici anni e sposato dal tutore Innocenzo III a Costanza d’Aragona, salì sul trono dei suoi avi materni, si trovò in mezzo a un vasto campo ingombro di macerie. Occorreva ricostruire tutto da capo.
A quest’opera di ricostruzione Federico II si dedicò con la tenacia del suo temperamento e l’originalità del suo genio, mettendo a frutto le tristi esperienze che lo avevano rapidamente maturato nella sua prima giovinezza. Dapprima egli si mantenne fedele al papa, suo tutore, fino ad essere addirittura denominato «re dei preti». Ciò gli valse l’acquisto del Regno di Germania (1216), poiché Innocenzo III lo contrappose a Ottone di Brunswick quando questi mostrò di non voler mantenere gli impegni assunti verso la Chiesa. Scomparso il grande Innocenzo, dal debole Onorio III Federico ottenne la corona imperiale (1220) e la concessione di conservare, vita natural durante, quell’unione dell’Impero con il Regno di Sicilia che era stata considerata dai pontefici come il maggiore pericolo che potesse minacciare l’esistenza dello Stato della Chiesa. Da allora egli incominciò a svolgere una politica decisamente indipendente e a perseguire quei sogni di predominio sul Papato e sull’Italia che sembravano profondamente connaturati con la tradizione dell’Impero e il destino degli Hohenstaufen. Erede di Federico Barbarossa e di Ruggero II, egli si ispirò in Germania e nel Regno di Sicilia a due indirizzi politici diametralmente opposti.

Illustrazione dal «Liber ad honorem Augusti», di Pietro da Eboli. Dipoldo di Wohburg, conte di Acerra.

Illustrazione dal Liber ad honorem Augusti, di Pietro da Eboli. Dipoldo di Wohburg, conte di Acerra.

Nel Regno di Germania, al quale egli si sentiva profondamente estraneo, fece larghe concessioni ai principi a danno della corona, e accelerò notevolmente quel processo di trasformazione dello stato germanico in una confederazione di grandi principati, alleati, più che soggetti, al re, che si era già iniziato al tempo di Federico I. Il Regno di Sicilia fu invece al sommo dei suoi pensieri e delle sue cure. Egli si sentiva profondamente legato a quell’ambiente siciliano dove tre civiltà si erano incontrate senza fondersi e dove le suggestioni del Vicino Oriente e le tradizioni gloriose dei Normanni esercitava un innegabile fascino sul suo temperamento sensuale e sulla spregiudicata raffinatezza del suo ingegno, e davano concretezza al profondo senso che egli aveva del proprio valore e della propria autorità.
Nel Regno di Sicilia, al contrario di quanto egli aveva fatto in Germania, restaurò, quindi, con mano inflessibile, l’autorità regia. Licenziò il troppo potente ministro Gualtieri di Palear; con l’editto De resignandis privilegiis ordinò una revisione accurata di tutti i titoli di possesso e di concessioni feudali, per recuperare i beni della corona dilapidati dal consiglio di reggenza durante la sua minorità; abrogò molti privilegi e abbatté castelli della nobiltà, riottosa a curvarsi dinanzi al re; sconfisse e punì i baroni ribelli, abolì le autonomie cittadine, disperse gli ultimi nuclei della resistenza araba e trapiantò i Saraceni vinti, in numero di circa 20000, a Lucera in Puglia, facendo di essi una colonia agricola da cui gli Svevi trassero un esercito fedelissimo, che fu uno dei più efficaci strumenti della loro potenza. Ma l’idea imperiale esercitò sullo spirito di Federico II un fascino non meno potente di quello delle tradizioni normanne. L’Impero che egli aspirava a restaurare in tutta la sua potenza era però un impero mediterraneo che avrebbe dovuto avere il suo centro nel Regno di Sicilia e il dominio su tutta l’Italia. Risorgeva così per lui, come necessità ineluttabile, il dovere di attuare il programma politico per cui Federico Barbarossa si era battuto per circa un trentennio, in una sanguinosa quanto sterile lotta, contro il Papato e i Comuni. Né la coscienza che egli aveva di sé e della propria potenza, gli fece valutare adeguatamente le forze avverse che si accingeva a combattere, né gli fece forse avvertire quel contrasto insanabile, che l’empirico senso politico dei Normanni aveva sempre avvertito, tra gli interessi del Regno di Sicilia e una politica di ostilità verso il Papato e di influenza in Italia.

Sigillo dell'imperatore Federico II, re di Sicilia e di Gerusalemme (1250). Conservato a Parigi.

Sigillo dell’imperatore Federico II, re di Sicilia e di Gerusalemme (1250). Conservato a Parigi.

Il primo urto con le forze nemiche avvenne negli anni 1226 e 1227 quando, alla dieta di Cremona, convocata dall’imperatore per riaffermare i suoi diritti, i Comuni dell’alta Italia opposero il rinnovamento della Lega, e, succeduto ad Onorio l’energico Gregorio IX, questi impose a Federico II di mantenere l’impegno della crociata preso all’atto della sua incoronazione e, di fronte alle sue tergiversazioni e all’accordo pacifico che egli concluse con il Sultano, lo scomunicò e invase il territorio del Regno. Federico poté facilmente sconfiggere l’esercito papale e Gregorio IX dovette piegarsi alla pace di San Germano (1230); ma la lotta era ormai scoppiata in tutta la sua violenza, e l’accordo raggiunto non era che un armistizio. Di lì a poco la guerra si riaccese e Federico II si illuse di aver spezzato per sempre al potenza dei Comuni a Cortenuova (1237) e di aver tolto per sempre la possibilità di nuocere al Papato con la vittoria navale dell’isola del Giglio (1241) nella quale prese prigionieri i prelati convocati a Roma da Gregorio IX. Innocenzo IV, succeduto a Gregorio, convocò di nuovo il concilio a Lione (1244) e rinnovò in esso la scomunica contro Federico, deponendolo dall’Impero, mentre le vittorie riportate dai Parmensi (1248) e dai Bolognesi (1249) sugli eserciti imperiali segnarono il tracollo della politica italiana di Federico II, che morì di lì a poco (1250), lasciando il Regno sconvolto dalla guerra, impoverito, esausto.
Ma se Federico II sacrificò in parte la floridezza economica dello stato del Mezzogiorno per continuare le tradizioni della politica italiana degli imperatori tedeschi, e si allontanò dagli indirizzi della saggia politica estera dei Normanni, ponendo in profondo contrasto gli interessi della dinastia e quelli del Regno, è innegabile che lo stato unitario dell’Italia meridionale, creato dai Normanni, ebbe dal genio di Federico II quell’assetto interno che rimaste inalterato fino quasi al periodo spagnolo, e fu poi esaltato, come primo esempio nel Medioevo, di civile e ordinata amministrazione di governo illuminato e moderno.
Le costituzioni di Melfi del 1231 si possono considerare, a buon diritto, le tavole di fondazione dello stato creato da Federico II. Egli non aveva una concezione dello stato che traesse origine da presupposti dottrinari: la facilità con cui a volta a volta, per ragioni polemiche e d’opportunità, invocava a giustificare l’autorità del sovrano o gli ideali teocratici dell’Impero medioevale, o il diritto romano e la tradizione imperiale dei Cesari, o le esigenze spirituali del movimento riformatore pauperistico mostra la sua indifferenza di fronte a tutte le questioni di principio. In pratica, egli ammirava i sovrani orientali che raccoglievano nelle loro mani tutti i poteri dello Stato, politico, religioso, giudiziario, militare e che non avevano a che fare con i preti. La base su cui poggiava per lui tutto l’ordinamento dello Stato era, infatti, il principio dell’assolutismo imperiale romano della decadenza, quando l’imperatore assunse anche un carattere divino: «quiquid principi placuit, vigorem habet legis». Il volere del sovrano era per lui la prima fonte del diritto, l’imperatore la stessa «lex animata in terra», e al sovrano competeva ogni potere, legislativo, esecutivo, giudiziario. Di fronte a tale potere non avevano naturalmente più valore né i privilegi feudali né le autonomie cittadine e tutto il governo dello Stato si raccoglieva nelle mani del re, coadiuvato dalla Magna Curia dei principali ufficiali del Regno, primi fra tutti il Maestro Giustiziere e il Maestro Camerario, ai quali faceva capo il complesso dell’organizzazione burocratica provinciale dei giustizieri, dei baiuli, dei camerari, degli iudices. Per la necessità di uno Stato così fortemente accentrato Federico II aveva necessariamente bisogno di poter disporre di un esercito proprio e di larghissime risorse finanziarie. Da ciò le cure che egli dedicò all’organizzazione del suo esercito di Saraceni e alla flotta, per la quale creò nuovi porti e cantieri e istituì una specie di leva di mare nei comuni della Sicilia e dell’Italia meridionale. Da ciò i provvedimenti con i quali favorì e protesse la produzione (appunto, per avere un maggior gettito di imposte) e organizzò il sistema tributario. La preoccupazione di trarre dai suoi sudditi le somme sempre maggiori che gli occorrevano per la sua dispendiosissima politica italiana e per l’organizzazione della vasta burocrazia da lui creata fu, infatti, il movente principale di tutta la politica economica di Federico II, e questo solo basterebbe a differenziare il grande imperatore dai sovrani dell’assolutismo illuminato e a mettere in evidenza il carattere prevalentemente patrimoniale dello Stato da lui creato. Ma con un sistema monopolistico esercitato sui maggiori prodotti del Regno, quali, ad esempio, il grano, a esclusivo vantaggio del sovrano, e con un fiscalismo, che dovette divenire sempre più oppressivo in ragione del crescere del suo bisogno di denaro, Federico II distrusse in gran parte i benefici frutti dei suoi provvedimenti in favore della produzione e pose per primo le condizioni di quella profonda crisi economica che travagliò il Regno sino dal periodo angioino e si andò poi sempre più aggravando sotto la dominazione spagnola.

«Cronica Nuova» di Giovanni Villani. Codice Chigi L VIII 296, fol. 85r (XIII sec.). La battaglia dell'isola del Giglio (1241). Roma, Biblioteca Apostolica Vaticana

«Cronica Nuova» di Giovanni Villani. Codice Chigi L VIII 296, fol. 85r (XIII sec.). La battaglia dell’isola del Giglio (1241). Roma, Biblioteca Apostolica Vaticana

Federico II, per le necessità di uno stato burocratico qual era quello che aveva creato, si preoccupò anche di formare una classe dirigente di funzionari fedeli e capaci. A questo scopo fondò lo Studio di Napoli e si circondò di uomini colti ed esperti specialmente di diritto. Ma anche questo suo disegno fallì. Il contrasto profondo che la sua politica imperiale aveva originato fra gli interessi del Regno e quelli del sovrano finì per scavare un profondo abisso tra Federico II e il suo popolo, sicché, nel colmo della lotta contro il Papato e i Comuni, egli fu abbandonato anche dai suoi più fedeli. Quando morì, il regno di Sicilia e di Puglia che era stato la «pupilla dei suoi occhi», cadde in una nuova gravissima crisi.