Lucca nel Duecento

di A. Poloni, in S.M. Pagano – P. Piatti (a cura di), Il patrimonio documentario della Chiesa di Lucca: prospettive di ricerca: atti del Convegno internazionale di studi, Lucca, Archivio arcivescovile, 14-15 novembre 2008, SISMEL Edizioni del Galluzzo, 2010, pp. 131-156.
Le immagini araldiche delle famiglie lucchesi sono tratte dal sito www.heraldrysinstitute.com

 

Respublica Lucensis.

Respublica Lucensis.

[…]
1. Una società in trasformazione: Lucca nei primi decenni del Duecento.

A Lucca nella prima metà del Duecento le istituzioni religiose potevano agire da canali di mobilità sociale in due modi. Il primo consisteva nell’accesso diretto di membri di famiglie in ascesa nel clero cittadino, nel capitolo della cattedrale e nei capitoli delle altre collegiate, nei monasteri urbani ed extraurbani. Il secondo consisteva invece nell’ingresso di tali famiglie nelle ramificate clientele di questi stessi enti religiosi.
Il primo aspetto solleva interrogativi ai quali è molto difficile rispondere. Raffaele Savigni ha sottolineato che per gran parte del XIII secolo è praticamente impossibile condurre uno studio prosopografico sistematico sulla composizione delle comunità monastiche lucchesi, soprattutto a causa dell’abitudine a non riportare il cognome di monaci e monache negli atti notarili. Poco di più si può dire, per gran parte del Duecento, sui vertici della chiesa cittadina, che a Lucca erano costituiti, oltre che dal vescovo, dal capitolo della cattedrale e dalle cosiddette chiese sedales, anch’esse officiate da comunità di canonici – S. Frediano, S. Reparata, S. Michele in Foro, S. Maria Forisportam, S. Pietro Maggiore, S. Donato – , le quali costituivano i cardini dell’organizzazione ecclesiastica cittadina. Sembra comunque che fino agli ultimi decenni del secolo la Chiesa lucchese mantenesse una notevole autonomia rispetto alle dinamiche di formazione, ricompensazione e trasformazione dei gruppi dirigenti comunali, che rimanesse cioè poco permeabile ai progetti di potere delle famiglie che dominavano la politica cittadina.
È vero infatti che dalla fine del XII secolo i vertici della Chiesa cittadina si aprirono ai membri di alcuni lignaggi dell’aristocrazia signorile del territorio e anche della militia urbana che proprio allora si stava definendo come ceto dotato di una propria fisionomia sociale e di una forte identità di gruppo. È anche vero però che fino agli ultimi decenni del Duecento non ci fu, da parte delle famiglie eminenti, alcuna corsa all’accaparramento delle cariche ecclesiastiche, e che queste ultime non furono utilizzate strumentalmente per ratificare un’egemonia ottenuta con altri mezzi, in particolare attraverso la lotta politica. Nei primi decenni del XIII secolo le istituzioni ecclesiastiche cittadine godevano di un’autonoma autorevolezza morale e culturale che, semmai, poteva aggiungere prestigio alle – più che derivare prestigio dalle – famiglie dei livelli più elevati della società comunale che riuscissero a stringere legami con esse. Alle stesse conclusioni sembrano del resto giungere gli studi relativi ad altre realtà cittadine, per esempio il recente lavoro di Michele Pellegrini su Siena (Chiesa e città. Uomini, comunità e istituzioni nella società senese del XII e del XIII secolo, Roma 2004).

Chiesa di San Frediano, Lucca. Particolare del mosaico bizantino sulla facciata (XI sec. ca.).

Chiesa di San Frediano, Lucca. Particolare del mosaico bizantino sulla facciata (XI sec. ca.).

[…] È sufficiente concludere che nella prima metà del Duecento l’ingresso nei capitoli della cattedrale e delle collegiate, e probabilmente anche nelle comunità monastiche, non era alla portata degli “uomini nuovi” che cominciavano il loro percorso di affermazione nella società cittadina, e che, dunque, da questo punto di vista, le istituzioni religiose non fungevano da canali di mobilità sociale. Può darsi invece che l’accesso al clero delle cappelle – le quali, proprio […] dall’inizio del XIII secolo, stavano acquisendo un’importanza sempre maggiore nell’organizzazione ecclesiastica cittadina – fosse più aperto a Lucchesi di estrazione sociale non particolarmente elevata. Questo problema, tuttavia, non è stato oggetto di indagini specifiche, e del resto la documentazione disponibile probabilmente non le consentirebbe […].
Del tutto diverso è il discorso relativo alla seconda strada attraverso la quale le istituzioni religiose potevano funzionare da canali di mobilità sociale, ovvero l’ingresso delle famiglie di origine recente nelle clientele del capitolo della cattedrale, delle chiese sedales e dei monasteri urbani ed extraurbani. L’appartenenza di un individuo o di una famiglia alla rete clientelare facente capo a un ente religioso è segnalata nelle fonti documentarie da una serie di indicatori. Il più importante è la concessione di terre, da parte dell’ente al gruppo familiare in questione, attraverso contratti di livello o di feudo, o più raramente di tenimentum. Un altro indicatore può essere considerato la frequente presenza di uno o più membri di una famiglia tra i testimoni convocati in occasione di atti conclusi dall’ente, o, in caso di legami particolarmente stretti, l’impegno diretto di una persona al servizio dell’ente stesso, nella veste di notaio, procuratore, rappresentante, o addirittura advocatus.

Stemma dei Carincioni.

Stemma dei Carincioni.

Nel XII secolo l’integrazione nelle reti clientelari del capitolo, delle principali chiese cittadine e dei monasteri era fondamentale tanto per rafforzare e consolidare la posizione di famiglie già affermate, quanto come vero e proprio canale di mobilità sociale, per sostenere cioè l’ascesa di gruppi familiari provenienti da livelli sociali inferiori. Questa considerazione non è vera soltanto per la città, ma anche per le campagne intorno ad essa, come dimostrano le ricostruzioni prosopografiche proposte da Chris Wickham nel suo libro sulle Sei miglia lucchesi (Roma 1995).
Qualcosa cambiò tuttavia tra la fine del XII secolo e i primi decenni del XIII. Nell’ambito di una ricerca di recente pubblicazione, ho ricostruito i percorsi di affermazione sociale di un certo numero di famiglie che compaiono nelle fonti lucchesi a partire dall’ultimo ventennio del XII secolo: […] alcune di queste famiglie – comunque la minoranza – continuarono a perseguire anche nella prima metà del Duecento l’integrazione nelle strutture clientelari dei principali enti religiosi e a coltivare relazioni con essi. Si tratta di gruppi familiari come i Volpelli, i Guidiccioni, gli Incalocchiati, i Guerci e non molti altri.
Altre famiglie tuttavia – a quanto sembra, anzi, la maggioranza delle famiglie di origine recente –, più o meno dall’inizio del Duecento, cessarono di coltivare relazioni con le principali istituzioni religiose cittadine e, in pratica, uscirono dalle loro reti clientelari. Si tratta di gruppi familiari destinati ad avere un ruolo di primo piano nella vita politica della seconda metà del secolo: Onesti, Martini, Carincioni, Terizendi – questi ultimi un ramo dei Carincioni – , Peri, Rapondi, Fornari, Sartori e molte altre. Tra gli ultimi anni del XII secolo e i primi del XIII un numero crescente di “uomini nuovi” smise di puntare, per il miglioramento della propria posizione sociale, sull’integrazione nelle clientele dei più importanti enti ecclesiastici e monastici cittadini, e anche dei più influenti lignaggi della militia, per concentrarsi invece sul rafforzamento delle relazioni orizzontali. Molte famiglie cioè che avevano a disposizione risorse umane ed economiche per intraprendere percorsi di ascesa sociale cominciarono a impiegare queste risorse non per favorire il proprio ingresso nelle strutture clientelari dei potenti laici ed ecclesiastici, ma per consolidare, allargare e rendere più efficaci le reti di solidarietà e cooperazione orizzontale.

Stemma dei Volpelli.

Stemma dei Volpelli.

L’esistenza di vincoli di solidarietà derivanti dalla convivenza in una vicinia, dalla frequentazione di una cappella, dall’abitudine a prestare servizio militare in una stessa unità operativa di pedites non è un fenomeno duecentesco, così come non può essere considerata una novità l’esistenza di veri e propri spazi d’azione collettiva. Si pensi per esempio alla partecipazione attiva dei vicini alla vita della propria chiesa rionale, attestata fin dal XII secolo, o alla proliferazione delle confraternite. Tra gli ultimissimi anni del XII secolo e i primi del XIII, tuttavia, alcuni Lucchesi, con una scelta veramente di rottura rispetto al passato, decisero per la prima volta di puntare su questa trama ampia ma fragile di relazioni per conquistarsi un posto di rilievo nella società cittadina.
È difficile esagerare la portata di quella che può essere considerata una vera e propria reinvenzione di queste reti di cooperazione, una ridefinizione totale del loro significato e delle loro finalità. Questo processo ebbe il suo momento principale nell’istituzione delle societates peditum, avvenuta a Lucca, secondo il cronista Tolomeo, nel 1197. Le società imposero una forma più compiutamente organizzata e una struttura gerarchica ai fluidi coordinamenti orizzontali di vicinia, trasformandoli in quadri di mobilitazione militare e strumenti di pressione politica.
Nei primissimi anni del Duecento le società dei peditum si confederarono nella cosiddetta “società della concordia dei pedites”, la prima organizzazione di Popolo lucchese. Possiamo dire quindi che la variazione delle strategie di affermazione sociale che si riscontra negli anni a cavallo tra XII e XIII secolo spinse famiglie come gli Onesti, i Martini, i Peri, i Carincioni, i Rapondi, i Sartori a porsi a capo del movimento di Popolo che proprio allora faceva la sua comparsa sulla scena politica cittadina. O, per meglio dire, tale variazione portò quelle famiglie ad assumersi l’iniziativa e la responsabilità di convogliare il malcontento diffuso presso ampi strati della cittadinanza in forme più strutturare di azione politica e militare.

Stemma degli Onesti.

Stemma degli Onesti.

La scelta di investire sulle relazioni orizzontali non si rifletteva però soltanto nell’appoggio al nascente movimento popolare. All’inizio del XIII secolo le famiglie di cui ci stiamo occupando tendevano a ricercare alleanze matrimoniali quasi esclusivamente all’interno del proprio ambiente sociale. Per fare soltanto qualche esempio, Bonagiunta di Fornario, figlio dell’eponimo dei Fornari, sposò Teodora, figlia di Guido Martini, l’iniziatore delle fortune dei Martini; Benetto di Onesto, figlio del capostipite degli Onesti, sposò Benvenuta figlia di Rapondo, capostipite dei Rapondi. Queste tendenze endogamiche rappresentano probabilmente la prova che queste famiglie stavano sviluppando una forte identità sociale di gruppo, ulteriormente rafforzata dalla co-residenza. Le due opzioni strategiche che abbiamo individuato sembrerebbero davvero alternative. Nessuno, a quanto pare, le praticò contemporaneamente: i Lucchesi che scommisero sul successo del Popolo non coltivarono le relazioni con gli ambienti ecclesiastici, mentre quelli che preferirono l’integrazione nelle clientele di chiese e monasteri non fecero carriera nelle organizzazioni popolari. La ragione è del resto facilmente intuibile: i primi due decenni del Duecento furono caratterizzati a Lucca da una forte tensione interna, da una vera e propria guerra aperta tra milites e Popolo, che conobbe episodi clamorosi come l’abbandono della città da parte dei nobili per ben due volte, nel 1203 e nel 1214. In questa fase le più potenti istituzioni religiose, il capitolo della cattedrale, le chiese collegiate, i grandi monasteri si schierarono a fianco dell’aristocrazia cittadina e rurale. In un contesto così conflittuale le scelte personali avevano conseguenze pesanti che potevano condizionare il futuro di chi le compiva e della sua famiglia.
Per dare maggiore concretezza a quanto fin qui detto, possiamo mettere a confronto i percorsi sociali di due famiglie che fecero scelte opposte: i Martini, che puntarono su quella che potremmo definire l’“opzione orizzontale”, cioè sul Popolo, e i Volpelli, che scommisero invece sull’“opzione verticale”, cioè sull’inserimento nelle clientele dei potenti.
I Martini discendevano probabilmente da un Guido del fu Martino che nel 1184 insieme al fratello ricevette in concessione libellario nomine dalla chiesa di S. Reparata un appezzamento non lontano dalla città di Lucca, «ubi dicitur via mediana». L’atto del 1184 si poneva al di fuori di una logica strettamente economica. Il canone che Guido e il fratello erano tenuti a versare annualmente non solo era molto basso (4 soldi), ma oltretutto era in denaro, circostanza eccezionale nella lucchesìa della fine del XII secolo, quando la forte inflazione aveva ulteriormente accelerato la tendenza, rilevabile fin dall’inizio del secolo, a convertire i canoni in denaro in rendite in natura. La concessione era probabilmente uno strumento per attirare due medi proprietari terrieri all’interno del sistema di relazioni che faceva capo all’importante ente ecclesiastico cittadino.

Stemma dei Martini.

Stemma dei Martini.

Negli ultimi decenni del XII secolo, dunque, i Martini avevano intrapreso un percorso di affermazione sociale del tutto tradizionale, che passava attraverso l’integrazione nelle clientele dei principali enti religiosi. Dall’inizio del Duecento, tuttavia, questo percorso fu totalmente abbandonato. Bonaccorso, probabilmente figlio di Guido, fu tra i protagonisti del movimento popolare, che nel primo ventennio del Duecento, grazie all’appoggio interessato della potente famiglia dei da Porcari, pareva destinato a sicuro successo. Quella stagione si chiuse nel 1219 con l’arbitrato del legato apostolico Ugolino da Ostia, che tentava di ripristinare lo status quo antecedente allo scoppio delle ostilità tra milites e populares. Tuttavia gli equilibri di potere erano ormai irreversibilmente mutati, e nel primo consiglio generale attestato dopo il 1219, quello del 1224, compaiono numerosi esponenti di famiglie in ascesa estranee al gruppo dirigente consolare, tra i quali Arrigo, fratello di Bonaccorso, e suo figlio Guido, che portava il nome del nonno.
Guido era destinato a una carriera politica folgorante, che coronò con un successo forse perfino inaspettato le ambizioni del padre e dello zio. Il figlio di Arrigo fu infatti console maggiore – la più alta carica cittadina – per due anni di seguito, nel 1236 e nel 1237. È probabile tuttavia che questo exploit fosse legato ancora alla scelta dei Martini di puntare sul Popolo. Dall’inizio degli anni ’30, infatti, si assistette a una ripresa dell’iniziativa popolare, che sfruttava un momento di indebolimento del gruppo dirigente cittadino causato da un grave conflitto con il Papato, e che culminò con una decisa affermazione del Popolo proprio negli anni 1236-1237. Sul lungo periodo la scelta, che i Martini perseguirono con tenacia e coerenza, di puntare sul Popolo si rivelò vincente. Essi furono infatti una delle famiglie più in vista dell’Anzianato che governò la città dal 1255 ai primi anni ’90.
Una strategia del tutto diversa perseguirono invece i Volpelli. Nei primi decenni del Duecento questa famiglia era strettamente legata al monastero di San Ponziano, tanto che uno dei suoi membri, Albertino di Graziano, agiva in veste di advocatus. I Volpelli erano ben inseriti negli ambienti ecclesiastici fin dall’inizio del secolo: nel 1219 Rolandino Volpelli, su sollecitazione del vescovo lucchese, donò al legato apostolico Ugolino da Ostia – che, come si è accennato, si trovata in città per intervenire nello scontro armato tra milites e pedites che durava, con poche interruzioni, ormai da due decenni – un terreno boscoso (silva) nella località di Gattaiola, sul quale sarebbe sorto il monastero femminile di Santa Maria. Sempre nella prima metà del secolo Guidone Volpelli si fece frate de ordine fratrum minorum.
La famiglia era inoltre vicina ai de Podio, un gruppo familiare aristocratico con basi signorili in Versilia e una posizione politica di primo piano nel Comune lucchese fin dagli ultimi decenni del XII secolo. Nel 1239 Gerarduccio Volpelli dispose che alla sua morte Labro e gli altri suoi figli fossero affidati «in tutela cura et mundio» al fratello, al suocero Morettino de Fondora e a Tegrimo de Podio.

Stemma dei Ricciardi.

Stemma dei Ricciardi.

Dall’inizio del secolo i Volpelli erano legati alla famiglia del tintore Ricciardo; quest’ultimo fu il fondatore, insieme al fratello, di una delle compagnie commerciali più importanti d’Europa, che fornì i propri servizi finanziari al Papato, agli Angiò e al re d’Inghilterra (Edoardo I Plantageneto). Fin dalla sua costituzione, forse negli anni ’30, i Volpelli rappresentarono insieme ai Ricciardi, ai Rosciompelli e ai Guidiccioni l’asse portante della società. La prima attestazione della proiezione internazionale della compagnia riguarda la presenza di un suo agente a Roma nel 1241. Mi sembra probabile che i contatti dei Volpelli con le alte sfere ecclesiastiche abbiano avuto un ruolo nell’introdurre la societas Ricciardorum nella cerchia dei prelati che ruotava intorno alla corte pontificia.
Non sorprende quindi constatare che nei primi decenni del Duecento i Volpelli non si impegnarono attivamente nello schieramento popolare. Tale disinteresse si spiega probabilmente proprio con la posizione raggiunta all’interno delle reti di relazioni che facevano capo ai più influenti enti religiosi lucchesi e a una potente stirpe nobiliare, che fornivano alla famiglia una base più che solida per il miglioramento della propria posizione sociale.

Come si è visto, dunque, tra la fine del XII e l’inizio del XIII secolo molte famiglie lucchesi in ascesa sperimentarono una nuova strategia di affermazione, che si allontanava dai modelli tradizionali di azione sociale, incentrati sull’inserimento nelle reti clientelari dei potenti laici ed ecclesiastici. È necessario a questo punto chiedersi quali furono i fattori che favorirono, proprio in quel momento, l’apertura di un canale di mobilità sociale sostanzialmente nuovo.
Una delle possibili spiegazioni è semplicemente che le vecchie strategie funzionassero sempre meno. Il modello “clientelare” tradizionale, infatti, era finalizzato all’integrazione nella militia, il gruppo sociale che nel XII secolo e ancora nei primi decenni del XIII dominava la vita politica, economica e culturale della città. L’accesso a questo gruppo, tuttavia, diventava sempre più difficile. A partire più o meno dal 1170-1180, infatti, la militia acquistò una fisionomia sociale sempre più definita e selettiva, un’identità sociale sempre più connotata ed esclusiva, e cominciò a chiudersi agli apporti dall’esterno. Questo processo di irrigidimento del ceto eminente cittadino è stato messo in luce da vari studiosi, anche se le sue cause rimangono ancora in buona parte oscure. In questa sede, in ogni caso, interessano soprattutto i suoi effetti. Il ripiegamento elitario della militia rese sempre più incerto l’esito delle strategie tradizionali di affermazione sociale, e spinse molti “uomini nuovi” a cercare strade alternative.
Non bisognava tuttavia trascurare, per spiegare i fenomeni in atto tra XII e XIII secolo, l’importanza del fattore numerico. La scelta di puntare sul rafforzamento delle relazioni orizzontali acquista un senso soltanto se il numero delle persone impegnate in un percorso di ascesa sociale era talmente alto da rendere le nuove strutture organizzative davvero efficaci. L’unione, infatti, come si suol dire, la forza, ma deve essere l’unione di un congruo numero di individui. La creazione e la promozione delle società dei pedites, la conquista del consenso degli strati più deboli della cittadinanza, del resto, erano tutti impegni che richiedevano un forte investimento di risorse umane ed economiche. I costi dell’operazione diventano sostenibili soltanto se potevano essere ripartiti tra un alto numero di partecipanti.

Manoscritto miniato raffigurante Castruccio Castracani a cavallo. Ms. 1661, f.82. Biblioteca Statale di Lucca.

Manoscritto miniato raffigurante Castruccio Castracani a cavallo. Ms. 1661, f.82. Biblioteca Statale di Lucca.

Siamo di fronte a un punto cruciale. Quello che era in corso tra la fine del XII e l’inizio del XIII secolo non era un normale processo di mobilità sociale individuale, magari molto intensa. Si era invece formato un ingorgo senza precedenti di persone e di famiglie che premevano sulla barriera che le separava dai livelli più alti della società cittadina. Si trattava, cioè, di una forma collettiva di corrente ascendente di mobilità sociale. Le cause di questa spinta ascendente di gruppo sono forse da individuare in un’accelerazione dei normali ritmi di mobilità sociale, legata alla crescita demografica ed economica che interessava in quella fase le campagne e le città italiane. Ma la vera domanda a cui bisogna tentare di rispondere è perché questa mobilità non poté essere progressivamente assorbita attraverso i canali tradizionali senza provocare la formazione di un ampio gruppo di individui che spingevano per entrare nel ceto eminente cittadino, o addirittura per prendere il suo posto. Una spiegazione di quello che stava accadendo all’inizio del Duecento va cercata ancora una volta nella chiusura della militia. Questo fenomeno determinò infatti una vera e propria ostruzione dei normali canali di circolazione sociale che avevano funzionato per molto tempo, e impedì che la pressione si allentasse disperdendosi in correnti regolari e controllate, benché intense, di ascesa sociale.

Chiesa dei SS. Giovanni e Reparata, Lucca. Navata centrale.

Chiesa dei SS. Giovanni e Reparata, Lucca. Navata centrale.

2.Una città in espansione: Lucca negli anni ’60 e ’70 del Duecento.

Una seconda ondata di mobilità sociale caratterizzò a Lucca gli anni compresi più o meno tra il 1255 e il 1275. In questa fase, come nel periodo a cavallo tra XII e XIII secolo, un grande numero di “uomini nuovi” riuscì a migliorare significativamente la propria posizione sociale e a raggiungere i livelli più alti della società urbana. Tra le famiglie che emersero in questo ventennio possiamo ricordare almeno i Fiadoni, i Melanesi, i Sandoni, i Moriconi, i Margatti, gli Asquini, gli Arnaldi.
La città, tuttavia, era profondamente cambiata rispetto all’inizio del secolo. Nei primi decenni del Duecento Lucca aveva vissuto la “sua” rivoluzione commerciale. Il decollo dell’industria serica e del commercio internazionale era stato frutto dell’iniziativa di molte di quelle stesse famiglie in ascesa che, come abbiamo visto, si erano divise tra l’“opzione verticale” e l’“opzione orizzontale”. Al boom economico si era accompagnata una rivoluzione politica. Il Popolo, dopo un primo effimero exploit negli anni ’30, si era definitivamente imposto al vertice delle istituzioni comunali alla fine degli anni ’50: Lucca era diventata un Comune di Popolo. Queste importanti trasformazioni non poterono che incidere
Se dovessimo cercare un principio unificante alla base delle pur diverse strategie di affermazione sociale dei Lucchesi alla fine del XII secolo e all’inizio del XIII potremmo individuarlo nella massima diversificazione, cioè nell’esplorazione simultanea di vari canali di mobilità sociale. Molte delle famiglie delle quali abbiamo parlato nelle pagine precedenti si impegnarono attivamente nell’avventura popolare, allo stesso tempo però non trascurarono di tentare un cursus honorum più tradizionale partendo dal servizio nelle curie giudiziarie cittadine, che a Lucca non richiedeva una specifica preparazione giuridica; si buttarono nel nuovo affare della seta, ma non abbandonarono le speculazioni sulle terre e sulle rendite; investirono risorse per avviare loro membri alle professioni di esperto di diritto e di notaio.
I tanti gruppi familiari che vediamo emergere tra la metà degli anni ’50 e la metà degli anni ’70 del Duecento, invece, accantonarono il principio della massima diversificazione. Essi non sembrano perseguire né l’inserimento nelle strutture clientelari di enti religiosi e casate aristocratiche né la creazione o il rafforzamento di nuove reti di solidarietà orizzontale. Appaiono poco interessanti alla vita politica, al di là del normale coinvolgimento nei consigli e nelle altre attività di aggregazione politica che il Comune di Popolo richiedeva a tutti coloro che godevano dei pieni diritti di cittadinanza. Non sembrano puntare con convinzione sull’istruzione dei loro rampolli – con la sola rilevante eccezione dell’apprendistato mercantile – avviandoli agli studi per la carriera di giudice o di notaio, non paiono neppure molto interessati a costruirsi un patrimonio fondiario nel contado. La maggior parte delle famiglie che emersero nel ventennio in questione investirono tutte le loro risorse umane ed economiche nel solo commercio internazionale.

Stemma dei Fiadoni.

Stemma dei Fiadoni.

Fu il commercio internazionale, a Lucca strettamente legato all’industria serica, l’unico canale di mobilità attraverso il quale passò l’ascesa di tanti “uomini nuovi” che si conquistarono un posto al sole tra il 1255 e il 1275, tra i quali possiamo annoverare Jacobo e Salliente Melanesi, Omodeo Fiadoni, i figli di Arrigo Moriconi, Margatto Margatti e i suoi figli, i figli di Arrigo Sandoni, Burnetto Asquini e tanti altri. La forte mobilità sociale di questi anni, infatti, fu innescata da un nuovo ciclo espansivo, da una vera e propria “seconda rivoluzione commerciale”, che fu legata a una serie di mutamenti degli equilibri politici ed economici internazionali sui quali non è questa la sede per soffermarsi.
In ambito economico, la diversificazione nasce dall’incertezza sull’esito degli investimenti, dal tentativo di minimizzare il rischio. La diversificazione che dominava gli investimenti di risorse umane ed economiche dei Lucchesi all’inizio del XIII secolo era una conseguenza dell’alto grado di incertezza che essi percepivano in un mondo soggetto a cambiamenti che apparivano ancora in gran parte imprevedibili. Molti “uomini nuovi” puntarono con decisione sul Popolo, ma, come si è detto, l’esito dell’avventura popolare appariva, nei primi decenni del Duecento, tutt’altro che scontato. Allo stesso modo, molti di essi intuirono la potenzialità di sviluppo dell’industria serica, ma la crescita del settore era appena all’inizio, e nessuno poteva sapere dove avrebbe portato. L’incertezza che dominava questa società in trasformazione è provata dal fatto che non tutte le famiglie in ascesa inserirono nel loro “portafoglio” di investimenti sociali entrambe le nuove possibilità che si delineavano all’orizzonte, l’ingresso nel fronte popolare e l’impegno nella manifattura serica. Numerose famiglie nuove preferirono continuare a perseguire l’inserimento nelle clientele dei potenti, invece che puntare sul rafforzamento delle reti orizzontali e di solidarietà vicinale, cioè sul Popolo. Molte di esse in questa fase mantennero un atteggiamento prudente nei confronti dell’esperienza del commercio internazionale.
L’abbandono della diversificazione da parte degli individui e delle famiglie che si affermarono tra il 1255 e il 1275 fu probabilmente legato al netto calo dell’incertezza. L’affare della seta appariva ormai un’opportunità del tutto sicura, il rischio sembrava sempre più basso, la crescita pareva durare per sempre. A più di mezzo secolo dalla prima rivoluzione commerciale, che aveva cambiato in profondità il volto della società cittadina, e in un momento di ulteriore forte espansione, il commercio era ormai in grado di sostenere da solo di desiderio di affermazione sociale degli uomini più dotati di ambizione e di capacità di iniziativa. Il commercio internazionale, legato strettamente all’industria serica, era diventato di gran lunga il più importante canale di mobilità sociale nella città di Lucca, cosa che non era stato affatto nella prima fase di cambiamento all’inizio del secolo.
Un altro elemento fondamentale da tenere presente è che quella in corso nei decenni centrali del Duecento rimase, a quanto sembra, un’intensa corrente di mobilità sociale individuale, non si trasformò ma in una corrente ascendente di gruppo come quella di inizio secolo. Numerosi individui provenienti da strati inferiori si integrarono nell’élite popolare, collocata ormai stabilmente ai vertici della politica e dell’economia lucchesi, senza dare vita a un raggruppamento separato lanciato nel tentativo di scalzarla dalle sue posizioni. La forte accelerazione della mobilità, insomma, non provocò, com’era accaduto nei primi anni del Duecento, l’esplosione di aspre tensioni sociali e di una sostanziale riconfigurazione della stratificazione sociale. Il mancato effetto destabilizzante delle trasformazioni degli anni ’60 e ’70 è probabilmente legato al buon funzionamento dei canali di ascesa sociale. Da una parte la forte crescita dell’industria e del commercio, che appariva ormai inarrestabile, apriva a tutti i Lucchesi abili e ambiziosi, anche a quelli dotati di scarse risorse economiche e relazionali, ampi spazi di affermazione economica e di successo sociale. Dall’altra, le istituzioni di Popolo, che governavano ormai il Comune, garantivano a tutti i nuovi arrivati un livello di partecipazione politica – per ora – soddisfacente.
In questa fase il canale di ascesa sociale rappresentato dall’ingresso di clientele delle principali istituzioni religiose cittadine rimaste del tutto inattivo. Come si è detto, il commercio internazionale pareva spalancare grandi opportunità per tutti i Lucchesi dotati di iniziativa, e nessuna famiglia in ascesa decideva di disperdere energie e risorse economiche nel perseguimento di una strategia della quale non si comprendevano più i vantaggi.

Chiesa di San Michele in Foro, Lucca. Dettaglio- Statua del Santo, sulla facciata.

Chiesa di San Michele in Foro, Lucca. Dettaglio- Statua del Santo, sulla facciata.

3.Una città in conflitto: Lucca a cavallo tra Due e Trecento.

L’ultimo periodo di intenso cambiamento che prenderemo in considerazione è quello dei due decenni a cavallo tra Due e Trecento. A partire dagli anni ’90 del Duecento si aprì per l’élite popolare una fase di profonda crisi. Tale crisi fu certo in qualche modo in relazione con la contrazione economica che la città sperimentò in questa fase, ma non può esserne considerata un effetto diretto. La crisi economica non caratterizzò l’interno ventennio in questione, e si manifestò anzi con particolare virulenza soltanto negli anni 1305-1308, quando l’implosione dell’élite popolare si era ormai consumata e aveva portato a conseguenze irreversibili. Una delle cause principali di questo fenomeno può probabilmente essere ricercata nell’imperfetta integrazione nel gruppo dirigente popolare delle tante famiglie alle quali pure, tra la metà degli anni ’50 e la metà degli anni ’70 del Duecento, il buon funzionamento dei canali di ascesa aveva consentito di raggiungere il livello più alto della società cittadina. Non mancano infatti segnali, a partire soprattutto dalla fine degli anni ’60, di un irrigidimento dei vertici politici del Comune di Popolo, che può avere ingenerato nel tempo una crescente insoddisfazione nelle famiglie di più recente affermazione. Tali famiglie si fecero interpreti e portavoce di una protesta che probabilmente aveva larga eco presso vasti strati del mondo popolare, e che premeva per un modo diverso di interpretare e di vivere la tradizione del Popolo lucchese.
Qualunque ne fossero le ragioni, all’interno del Popolo si delinearono due diversi schieramenti che andarono costruendo la propria identità tra la metà degli anni ’80 del Duecento e i primi anni del Trecento. Il primo schieramento, che solo all’inizio del XIV secolo acquisì il nome di “parte bianca” (o guelfi bianchi), era guidato dalle famiglie che si erano affermate tra la fine del XII e l’inizio del XIII secolo, e che avevano dominato l’Anzianato, la massima magistratura popolare, fin dalla sua introduzione negli anni ’50 del Duecento: Martini, Onesti, Carincioni, Rapondi, Peri, Sartori. All’interno di questa parte politica un ruolo di vera e propria leadership era esercitato dai Mordecastelli, un gruppo familiare che aveva raggiunto un posto al sole soltanto negli anni ’50 del Duecento, ma che, grazie a legami particolarmente stretti con alcune casate aristocratiche, era riuscito in poco tempo a integrarsi ai vertici dell’élite politica popolare. A capo del secondo schieramento, che dall’inizio del Trecento prese il nome di “parte nera” (o guelfi neri), c’erano invece le famiglie che si erano affermate grazie alla seconda rivoluzione commerciale del ventennio 1255-1275: Fiadoni, Sandoni, Margatti, Dati, Melanesi, Moriconi, Araldi, Asquini, Gracci, Tegrimi. Ad esse si aggiungevano gruppi familiari, come i Rosciompelli, i Volpelli, i Guerci e gli Incalocchiati, che avevano raggiunto una posizione sociale di rilievo già nei primi anni del Duecento, ma erano rimasti sostanzialmente esclusi dal gruppo dirigente popolare perché a quel tempo avevano preferito l’“opzione verticale”, e avevano scelto di non investire nel movimento di Popolo.

Stemma dei Moriconi.

Stemma dei Moriconi.

Quella che era in corso negli anni a cavallo tra Due e Trecento, tuttavia, non era semplicemente la definizione di due fazioni politiche in conflitto. I due gruppi svilupparono identità non solo politiche, ma anche sociali fortemente contrapposte. Uno di essi – la parte bianca – accelerò la fusione con quanto rimaneva della militia, adottandone i modelli di comportamento e il sistema di valori. In questo schieramento erano infatti confluite alcune delle più potenti e prepotenti famiglie aristocratiche cittadine: gli Avvocati, gli Antelminelli, i de Podio, i del Bosco, i Berretani da Barga. L’altro raggruppamento – la parte nera – , al contrario, accentuò l’ideologia egalitaria e anti-nobiliare che aveva fatto parte del patrimonio culturale del Popolo, e tentò di elaborare un modello alternativo di eminenza sociale.
I leader di questo schieramento si fecero infatti promotori di un vero e proprio rilancio delle società delle armi, o società del Popolo, le associazioni eredi delle società dei pedites di inizio Duecento, che nella seconda metà del secolo avevano perso gran parte dell’originaria centralità ed erano state spinte ai margini della vita politica cittadina. All’inizio degli anni ’90 a capo di queste organizzazioni fu posto un nuovo organismo collegiale, i Priori delle società. Fin dal primo momento questa istituzione fu dominata dalle famiglie che si riconoscevano nella parte nera. I Priori entrarono subito in conflitto con l’Anzianato, che fino a quel momento aveva rappresentato il vertice delle istituzioni popolari lucchesi, e che era invece controllato dalle famiglie della parte bianca. I Priori combatterono la loro battaglia proprio sul piano della cultura politica popolare, affermando, attraverso una vasta e capillare azione di propaganda, l’idea che solo le società delle armi e i loro Priori erano depositari della più vera e genuina tradizione popolare, mentre gli Anziani avevano tradito il loro ambito sociale di riferimento compromettendosi con la nobiltà e abbandonandosi a una deriva oligarchica e autoreferenziale.

Stemma degli Antelminelli.

Stemma degli Antelminelli.

All’inizio del Trecento la parte bianca offre un esempio drammatico di mobilità sociale discendente collettiva: non solo essa perse la propria posizione al vertice della politica e della società cittadine, ma molti dei suoi affiliati furono addirittura costretti ad abbandonare fisicamente Lucca. Gli esuli, com’è noto, ripararono a Pisa. Rimasta sola a capo del Comune, la parte nera instaurò un regime di Popolo radicale, il cui culmine ideologico fu rappresentato dalla redazione degli Statuti del 1308, nei quali fu inserita una lista di casati magnatizi che, oltre ad essere esclusi da qualsiasi carica politica, erano soggetti a gravi discriminazioni giuridiche. Tra i magnati comparivano non soltanto tutti i maggiori lignaggi della militia cittadina, ma anche quelle famiglie, come gli Onesti, i Martini, i Peri, i Carincioni, i Sartori, i Fornari, i Mordecastelli, che in realtà avevano una fisionomia sociale e politica pienamente popolare, ma che, come si è visto, militavano nella parte sconfitta.
Dal nostro punto di vista, in ogni caso, l’aspetto più interessante è che il terremoto politico della fine del Duecento fu accompagnato dal prepotente ritorno delle istituzioni religiose come canali di circolazione sociale. In questa fase, inoltre, al centro delle strategie delle famiglie che avevano conquistato il potere non c’era tanto l’ingresso nelle clientele del capitolo della cattedrale, delle chiese più importanti e dei monasteri, quanto piuttosto l’occupazione diretta delle principali cariche ecclesiastiche. In questo senso, dunque, la nuova centralità degli enti religiosi segnava una forte rottura rispetto al passato, quando, come si è detto, era soprattutto attraverso le loro reti clientelari che tali enti riuscivano a indirizzare i percorsi di ascesa sociale, mantenendo però nel contempo una notevole autonomia e un sostanziale distacco rispetto ai processi di ricambio politico e di riconfigurazione delle élites.
Dopo l’espulsione della parte bianca, le famiglie che guidavano la parte nera lanciarono un vero e proprio assalto alle principali istituzioni ecclesiastiche, a partire da quella che, insieme al vescovo, rappresentava il vertice della Chiesa cittadina: il capitolo della cattedrale. Negli ultimi mesi del 1301 Bonifacio VIII, che aveva visto con molto favore gli eventi di Lucca, ordinò, probabilmente su sollecitazione dei leader dello schieramento vittorioso, che sei canonici della cattedrale fossero privati dei loro benefici. I canonici rimossi erano Guglielmo degli Antelminelli, Giovanni Ubaldi degli Antelminelli, Tommasino de Loppa, Ugolino del fu dominus Rocchigiano Ranieri, Michele Mangialmacchi e Bongiorno Fralmi, tutti membri di famiglie di primo piano della parte bianca. Le loro prebende furono poi assegnate dal papa a nuovi titolari: Enrico figlio di Adiuto Rosciompelli, Parentuccio di dominus Bonifacio da Porcari, Opezuccio figlio di dominus Bindo Simonetti, Rosso di Puccio Faitinelli, Lamberto di Ugolino Gracci, Tegrimo figlio del giudice Nicolao Tegrimi. Per quanto riguarda quest’ultimo, tuttavia, i canonici dichiararono di non poterlo accogliere perché con i cinque nuovi insediati si raggiungeva già il nucleo stabilito di sedici prebende.

Giotto di Bondone, Bonifacio VIII indice il Giubileo. Frammento di Affresco, 1300. Roma, San Giovanni in Laterano.

Giotto di Bondone, Bonifacio VIII indice il Giubileo. Frammento di Affresco, 1300. Roma, San Giovanni in Laterano.

Parentuccio da Porcari e Opezuccio Simonetti appartenevano a casate aristocratiche che avevano appoggiato la parte nera. Enrico Rosciompelli, Lamberto Gracci e Tegrimo Tegrimi provenivano invece da alcune delle famiglie popolari più impegnate nello schieramento fin dal suo ingresso sulla scena politica lucchese.
Il capitolo della cattedrale era rimasto per tutto il Duecento una roccaforte aristocratica. A quanto sembra nessuna delle famiglie dell’élite dirigente popolare era riuscita, prima del 1301, a farsi ammettere in quello che era davvero un circolo esclusivo. Per i Rosciompelli, i Gracci e i Tegrimi, dunque, questo onore acquistava un significato particolare. Si trattava di famiglie di origine recente, che emergono nella documentazione lucchese nei decenni centrali del Duecento, prive quindi di una memoria familiare di un qualche spessore. L’accesso al capitolo era una straordinaria fonte di prestigio, capace di ribadire e di legittimare agli occhi dei concittadini la forte influenza esercitata da queste famiglie all’interno del nuovo gruppo di potere che si era definito tra gli anni ’90 del Duecento e i primi anni del Trecento.
Non sappiamo quando Enrico Rosciompelli e Tegrimo Tegrimi fossero stati avviati alla carriera ecclesiastica. L’unico per il quale disponiamo di qualche notizia è Lamberto Gracci, che compare come clericus in un atto del novembre del 1295 rogato nella chiesa di San Cristoforo. Possiamo forse ipotizzare che per queste famiglie la scelta di puntare anche sulle istituzioni ecclesiastiche per favorire il proprio radicamento ai vertici della società cittadina abbia coinciso con l’intensificazione della militanza politica negli anni ’90 del Duecento.
La strategia di controllo e di penetrazione nelle strutture di potere della Chiesa cittadina fu probabilmente più ampia di quanto le poche fonti a nostra disposizione ci consentano di vedere. Una pergamena priva di data, ma certamente posteriore al 1284 e forse anteriore alla fine del 1302, ci informa che Alamanno, già defunto al momento della stesura del documento, nipote ex frate del notaio Enrico Guerci, era stato canonico della chiesa collegiata di S. Reparata, un altro ente ecclesiastico di primaria importanza. Tra i chierici rimossi da Bonifacio VIII nel 1301 c’era anche Francesco Gonnella degli Antelminelli, canonico di Santa Reparata; è possibile che Alamanno Guerci avesse preso il suo posto. La famiglia del notaio Enrico, probabilmente imparentata con i Fiadoni, aveva svolto fin dagli anni ’90 un ruolo non secondario all’interno della parte nera.
Nel maggio del 1303, alla morte di Sarduccio da Fucecchio, rettore e amministratore dell’ospedale di Fucecchio, le monache del monastero di Santa Maria in Gattaiola, dal quale l’ospedale dipendeva, conferirono l’incarico a Guglielmo figlio di dominus Opizo del fu Guglielmo degli Opizi. Gli Opizi erano la famiglia aristocratica che più si era spesa a favore della parte nera. Le monache intendevano probabilmente in questo modo porsi sotto l’ala protettrice del nuovo regime.
L’aspetto più interessante è che fenomeni in tutto simili erano in atto anche negli altri grandi Comuni di Popolo toscani. Quasi impressionante, per esempio, è l’analogia degli avvenimenti lucchesi con quanto, proprio negli stessi anni, stava accadendo a Pisa. Dopo la caduta del regime di Ugolino della Gherardesca e Nino Visconti, nel 1288, la città marittima conobbe un rivolgimento politico non meno radicale di quello che poco prima avrebbe interessato Lucca. Le famiglie del gruppo dirigente del Primo Popolo, che aveva governato la città a partire dagli anni ’50 del Duecento, furono emarginate dal potere. Il profondo e assai rapido ricambio politico spinse al vertice delle istituzioni cittadine famiglie di origine piuttosto recente, con una fisionomia sociale per molti versi simile a quella dei Rosciompelli, dei Volpelli, dei Tegrimi, dei Fidoni, dei Gracci, dei Margatti, degli Arnaldi, degli Asquini e via dicendo: Bonconti, da Fauglia, Sampante, Fagioli, Cinquina, Gatti, Scacceri, Gambacorta, Alliata, Rau, dell’Agnello ed altre. Negli anni a cavallo tra Due e Trecento quattro di questi gruppi familiari – Bonconti, Sampante, da Fauglia e Fagioli – formarono quasi una élite nell’élite, concentrando poteri decisionali davvero notevoli.

Stemma del casato della Gherardesca

Stemma del casato della Gherardesca

Anche a Pisa a partire dalla seconda metà degli anni ’90 del Duecento le principali posizioni all’interno della Chiesa cittadina divennero improvvisamente molto allettanti per le più influenti famiglie di Popolo giunte al potere dopo il 1288. Particolarmente interessante è, anche nel caso pisano, la corsa ai seggi del capitolo della cattedrale. Nel 1295 Gherardo Fagioli, uno dei popolari più potenti della città, ottenne da Bonifacio VIII l’assegnazione di una prebenda canonicale per il figlio Guido. Guido Fagioli fu il primo popolare a penetrare nell’esclusiva cerchia dei canonici della cattedrale: fino a quel momento i membri del capitolo di origine pisana provenivano senza eccezioni dalla nobiltà cittadina. Più clamoroso fu il caso di Ugolino, nipote ex frate di Banduccio Bonconti, in quel momento leader indiscusso del Popolo pisano. Ugolino fu avviato alla carriera ecclesiastica, portata avanti sotto la stretta supervisione del padre Francesco e dello zio, i quali ne ponderarono con attenzione ogni singolo passo. Nel 1305 infine Ugolino riuscì a entrare nel capitolo, attraverso una manovra non proprio trasparente. Il Bonconti ebbe la meglio su un altro pretendente che poteva vantare una provvisione di Bonifacio VIII. Nel luglio del 1305 Banduccio e Francesco promisero ai canonici 5000 fiorini d’oro se il loro rampollo avesse ottenuto la prebenda. Ugolino fu naturalmente accolto nel capitolo, nonostante l’opposizione dell’arciprete Jacopo Gualandi e di altri canonici. Anche Ranieri Sampante, un altro popolare particolarmente influente, nutrì l’ambizione di inserire il figlio Gualterotto tra i canonici della cattedrale, e infatti ottenne per lui una provvisione apostolica. Tuttavia nel 1303 alla sua candidatura fu preferita quella di Bondo di Ranieri di Alberto Rossi, membro comunque di una famiglia di artigiani e di mercanti.
Qualcosa di analogo dovette accadere anche a Siena dopo l’affermazione del regime popolare dei Nove nel 1287. William Bowsky ha notato che negli anni successivi si scatenò un vero e proprio accaparramento delle più importanti cariche ecclesiastiche, a partire ancora una volta dal capitolo della cattedrale, da parte sia delle più influenti famiglie che si esprimevano nell’istituzione dei Nove, sia, soprattutto, delle potenti casate magnatizie che appoggiavano il nuovo regime popolare.
A partire più o meno dagli ultimi decenni del Duecento in molte altre realtà, anche a sviluppo signorile, «i seggi più insigni e lucrosi della Chiesa cittadina – per usare le parole di Mauro Ronzani – vennero sempre più considerati alla stregua di strumenti vuoi di affermazione, vuoi di “resistenza”: un processo non del tutto nuovo, ma la cui brusca accelerazione era tale da pregiudicare seriamente il funzionamento delle istituzioni»; commentando proprio la situazione lucchese lo studioso osserva la «ormai comune equiparazione dei seggi e delle dignità ecclesiastiche alle cariche secolari».
Per quanto riguarda i Comuni di Popolo, si possono fare alcune ipotesi sulle ragioni di questo fenomeno. Per prima cosa, si può notare un evidente mutamento dello “stile di governo” e delle forme di gestione del potere dei gruppi dirigenti nei decenni a cavallo tra Due e Trecento rispetto alle fasi più precoci del dominio del Popolo, negli anni ’50, ’60, ’70 del XIII secolo. L’élite popolare estese rapidamente il proprio controllo non solo su tutte le istituzioni comunali, ma anche su ogni altra organizzazione e associazione fino a quel momento non sottoposta alla vigilanza della politica, su ogni singolo spazio di vita associata. Questa esigenza di sorveglianza e di disciplinamento nasceva soprattutto dalla necessità di governare la complessità e l’instabilità della società cittadina. Come si è detto, famiglie come i Rosciompelli, i Volpelli, i Fiandoni, i Margatti, i Tegrimi a Lucca o i Bonconti, i da Fauglia, i Sampante, i Cinquina, i Rau a Pisa avevano conquistato il potere in seguito a dure lotte politiche e feroci scontri fazionari, che certamente avevano lasciato focolai di dissenso e correnti di malcontento presso ampi settori della cittadinanza. A questo si aggiunga che i cittadini erano fortemente politicizzati. I Comuni di Popolo rappresentavano senza dubbio il livello più alto di “democrazia” raggiunto dalle compagini politiche medievali. Gran parte dei maschi adulti della città dotati di una minima base economica erano a vario titolo e a vari livelli coinvolti nella vita politica. Né i gruppi dirigenti popolari si potevano permettere limiti alla partecipazione. Come abbiamo visto nel caso di Lucca, le famiglie che presero il timone della città alla fine del Duecento avevano conquistato il consenso che aveva permesso loro di liberarsi dagli avversari attraverso una decisa radicalizzazione delle tematiche e del linguaggio politico del Popolo, che erano incentrati proprio sulla partecipazione e sulla lotta ai privilegi e alle violenze dei potenti.
L’incontro tra le frustrazioni di casate magnatizie e vecchie famiglie di Popolo escluse dal potere e i malumori di una popolazione cittadina dalla forte consapevolezza politica poteva dar luogo a una miscela esplosiva. Da qui la necessità di sottoporre a stretta sorveglianza politica ogni centro di incontro, ogni forma di espressione, ogni luogo di confronto, ogni spazio associativo che potesse prestarsi a dare forma organizzata al dissenso. È chiaro che in un certo contesto come questo il controllo delle principali istituzioni religiose, per l’influenza politica, economica e anche morale che erano in grado di esercitare a tutti i livelli della società cittadina, assumeva un’impotenza centrale.
Per tornare al caso lucchese, tuttavia, un’altra spiegazione – non alternativa, ma completamente alla precedente – alle vicende che segnarono la città tra la fine del Duecento e l’inizio del Trecento, compresa la rinnovata centralità strategica delle istituzioni religiose, è da ricercare in un nuovo mutamento dei modelli di azione sociale. Un ruolo non secondario in questi sviluppi ebbe infatti il ritorno alle diversificazioni delle opportunità. Anche le famiglie più recenti, emerse a partire dagli anni ’50 del Duecento, che avevano utilizzato un solo canale di mobilità sociale, il commercio internazionale – Fiadoni, Melanesi, Moriconi, Sandoni, Margatti, Asquini, ecc. – , dagli anni ’80 elaborarono strategie di conservazione della posizione acquisita più complesse e articolate. Per cominciare, come si è detto, iniziarono a dimostrare un interesse nuovo per la politica ad alti livelli, e questo nuovo apprezzamento uno degli elementi che contribuiscono a spiegare glia avvenimenti politici di questi anni: molte di queste famiglie, come si è detto, videro nella disponibilità a raccogliere il malcontento di ampi segmenti del Popolo uno strumento per conquistare un ruolo politico di maggior peso. Più in generale, esse presero a impiegare una quantità crescente di risorse e di energie per la creazione e il rafforzamento di reti relazionali, tanto orizzontali quanto verticali, verso l’alto – cioè con alcune casate aristocratiche – e verso il basso. Fu di questi gruppi familiari, come si è detto, l’iniziativa di una vera e propria rifondazione delle società di Popolo. Anche i protagonisti della seconda rivoluzione commerciale cominciarono inoltre ad apprezzare i vantaggi di avviare i figli alle professioni giuridiche e notarili. Emerse infine in questa fase un nuovo canale di mobilità sociale, che era stato scarsamente praticato anche dalle famiglie in ascesa dell’inizio del Duecento: le carriere ecclesiastiche.
Le scelte a favore della diversificazione erano legate al ritorno dell’incertezza. Le difficoltà economiche che divennero sempre più evidenti a partire dall’inizio degli anni ’90 del Duecento, a causa di un contesto internazionale sfavorevole, colpirono pesantemente la sfiducia dei Lucchesi nelle possibilità di crescita del settore sul quale si fondava la loro fortuna, l’industria serica. I mercati davano segni di saturazione, l’ondata espansiva si andava evidentemente esaurendo, i fallimenti delle grandi compagnie, non solo lucchesi, coinvolgevano disastrosamente operatori di tutti i livelli. Il commercio internazionale non appariva più in grado da solo di sostenere una robusta mobilità sociale, ma soprattutto non appariva più sufficiente a garantire le famiglie che avevano già completato la loro scalata sociale contro i rischi della mobilità discendente. Più il gruppo familiare si espandeva più doveva trovare nuove fonti di benessere economico e di prestigio sociale, e il commercio internazionale sembrava sempre meno capace di assicurare l’uno e l’altro a famiglie in crescita numerica.
L’incertezza economica si coniugava poi a una fase di incertezza politica. Dalla metà del Duecento si era aperta una fase di pax popolare, che si era protratta per diversi decenni, e aveva consentito una totale ristrutturazione delle istituzioni comunali e degli strumenti di potere. Alla fine del secolo, tuttavia, questa lunga parentesi di stabilità si era bruscamente chiusa, e la città era piombata in uno stato di tensione politica e di fibrillazione anche peggiore di quello dell’inizio del Duecento. Le famiglie della parte nera avevano preso il potere grazie a questa rottura, e non potevano non essere consapevoli della fragilità e della precarietà della loro posizione. Con la parte bianca che tramava dalla nemica Pisa, esse sapevano che la loro situazione poteva cambiare da un momento all’altro. L’appartenenza all’élite politica, in altre parole, non era più, come era stata in precedenza, una garanzia di preminenza e un’assicurazione contro i rischi di un tracollo economico e sociale. Da qui la necessità, per le famiglie di più o meno recente affermazione, di ancorare la loro posizione a molteplici appigli, di piantare radici molto profonde in tutti i campi e i settori della vita cittadina, dalle società delle armi alla prestigiosa cerchia degli esperti di diritto, dalle Arti alle istituzioni ecclesiastiche cittadine. Queste ultime, anzi, anche grazie ai legami che consentivano di stringere al di fuori delle mura della città, fino alla corte papale, apparivano un sostegno particolarmente solido e in grado di portare consistenti vantaggi non soltanto politici, ma anche economici.

Arnolfo di Cambio, Statua di papa Bonifacio VIII (1298 ca.). Firenze, Museo dell'Opera del Duomo.

Arnolfo di Cambio, Statua di papa Bonifacio VIII (1298 ca.). Firenze, Museo dell’Opera del Duomo.

4.Conclusioni.

Nelle pagine precedenti si è cercato di proporre qualche spunto di riflessione sull’evoluzione dei fenomeni di mobilità sociale nella Lucca del Duecento, partendo dall’analisi di uno specifico canale di circolazione sociale, le istituzioni religiose. Ne è emerso che una maggiore attenzione ai processi di mobilità sociale aiuta certamente a chiarire molte delle trasformazioni in atto nel XIII secolo, dalla crescita economica ai primi segnali di contrazione, dall’allargamento della partecipazione politica agli squilibri da esso generati, dall’ascesa di masse di “uomini nuovi” ai tentativi di chiusura oligarchica. Ma l’espetto più interessante è forse un altro. Lo studio della mobilità sociale non consente soltanto uno sguardo “oggettivo” sui mutamenti in atto della società lucchese, ma permette soprattutto di calarsi in una prospettiva “soggettiva”. Tale indagine offre cioè diversi squarci sulla percezione che di tali mutamenti avevano coloro che ne erano protagonisti, su come i Lucchesi vissuti in diversi momenti del Duecento pensavano il proprio tempo, su quali possibilità vi intravedevano, quali difficoltà vi intuivano, come si rappresentavano il proprio presente, il proprio futuro, le proprie opportunità.
Nel corso della trattazione, infatti, si è fatto più volte ricorso al concetto di “incertezza”, che rimanda all’ambito della percezione soggettiva, più che a quello della realtà oggettiva. Si è visto che dall’incertezza fiduciosa dell’inizio del Duecento, che portava le famiglie in ascesa a diversificare le proprie opportunità, sperimentando però anche nuove strade, innovando, cimentandosi in nuove avventure, si passò alla sicurezza ottimista dei decenni centrali, anni di boom economico, che convinse le nuove famiglie a concentrare tutte le proprie energie nel commercio internazionale, e infine all’incertezza pessimista di fine secolo, che determinò un ritorno alla diversificazione, venata però dal forte timore di perdere ciò che era stato conquistato e da un’inquietudine ansiosa che si riflette bene nella corsa all’accaparramento delle cariche ecclesiastiche. In conclusione, possiamo dire che indagini approfondite dei processi di mobilità sociale che caratterizzarono i diversi contesti geografici e politici nei secoli centrali del Medioevo potrebbero dare un contributo importante a quello studio della percezione e della rappresentazione del sociale che sembra oggi al centro dell’interesse della più avanzata storiografia internazionale.

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Giotto di Bondone, San Francesco rinuncia alle vesti. Assisi, Basilica Superiore.

Giotto di Bondone, San Francesco rinuncia alle vesti. Assisi, Basilica Superiore.

Il titolo Cantico di frate Sole (Canticum fratris Solis) è attestato dalla più antica vita di san Francesco, attribuita al suo discepolo frate Leone, la Legenda antiqua o Speculum perfectionis, che racconta che esso sarebbe stato composto dal santo due anni prima della morte, nella chiesetta di San Damiano, nel 1225, presso Assisi, dopo una notte di sofferenze e di patimenti, al termine della quale Francesco avrebbe avuto una visione di Dio che gli prometteva la beatitudine eterna: la Legenda motiva il titolo con il proposito di mostrare che «sol est pulchrior aliis creaturis, et magis potest assimilari Deo» (“il sole è più bello di tutte le altre creature e più di tutte può assimilarsi a Dio”). Sia questo titolo sia l’altro con cui questo primo testo della tradizione poetica italiana è stato presto designato (Laudes creaturarum o Cantico delle creature) mostrano il suo legame con varie espressioni della poesia religiosa, e in particolare con la poesia della Bibbia, specie con i salmi dedicati alle lodi (laudes) di Dio, dove variamente è ripetuto l’imperativo Laudate (essi erano molto usati nella liturgia della Chiesa). Notevole la consonanza (indicata già da uno dei primi biografi di san Francesco, Tommaso da Celano) con il Cantico dei tre giovani alla fornace contenuto nel Libro di Daniele (3, 51-89), basato su versetti a coppia di lodi a Dio, il primo introdotto dall’imperativo Benedicite e indirizzato volta per volta alle diverse forme del creato, il secondo costituito dalla ripetizione costante di una stessa formula di lode (per esempio: «Benedicite, sol et luna, Domino,/laudate et superexaltate eum in saecula./Benedicite, stellae caeli, Domino,/laudate et superexaltate eum in saecula./Benedicite, omnis imber et ros, Domino,/laudate et superexaltate eum in saecula…»). D’altra parte san Francesco aveva già composto varie preghiere in latino, proprio sul modello dei cantici biblici, tra cui la Exhortatio ad laudem Dei e le Laudes ad omnes horas dicendae, basate proprio sulla ripetizione di formule come laudate, laudemus ecc.
Il manoscritto riconosciuto come il più antico è conservato nella Biblioteca comunale di Assisi (con il numero 338): esso ha una forma linguistica umbra, ma di tipo moderato (come mostra l’oscillazione tra le desinenze più arcaiche di tipo umbro in –u e quelle più «toscane» in –o, esplicitata tra il v.8, «Et ellu è bellu», e il v.19, «ed ello è bello») con la presenza di molte forme colte latineggianti. Il testo che presentiamo si basa sul manoscritto di Assisi: ma alcuni studiosi pensano che quest’ultimo non rappresenti la forma originaria del Cantico, ma una sua trascrizione in zona umbra, e preferiscono dare al testo una forma linguistica più vicina al toscano. I vari editori discordano anche sul raggruppamento dei versetti in lasse diverse e sulla punteggiatura: e in passato qualcuno ha anche tentato di ridurre i versetti stessi a misure metriche regolari. Ma appare evidente che non si tratta di versi regolari, ma di versetti prosastici, sul modello del latino biblico dei salmi, quasi uguali tra loro per estensione, messi in rapporto dal forte effetto di ripetizione, da alcune rime e soprattutto da molte assonanze, con delle cadenze in chiusura di frase che sono quelle tipiche del cursus musicale (come mostra il manoscritto di Assisi, che nella parte iniziale è disposto in modo da dar spazio alle note musicali).
La composizione, oscillando fra la preghiera ed il canto di lode, si presenta con una sua originalità e coerenza che non viene intaccata da certe ipotesi (prive però di ogni fondamento) che fanno riferimento ad una sua stesura in più tempi: secondo questa ipotesi i versi del perdono (vv.23-24) e quelli della morte (vv.27-31) sarebbero aggiunte più tarde (e gli ultimi sarebbero stati composti dal santo poco prima della morte).

Altissimu, onnipotente bon Signore,
tue so’ le laude, la gloria e l’honore et onne benedictione.

Ad te solo, Altissimo, se konfano,
et nullu homo ène dignu te mentovare.

Laudato sie, mi’ Signore, cum tucte le tue creature,
spetialmente messor lo frate sole,
lo qual’è iorno, et allumini noi per lui.
Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore:
de te, Altissimo, porta significatione.

Laudato si’, mi’ Signore, per sora luna e le stelle:
in celu l’ài formate clarite et pretiose et belle.

Laudato si’, mi’ Signore, per frate vento
et per aere et nubilo et sereno et onne tempo,
per lo quale a le tue creature dài sustentamento.

Laudato si’, mi’ Signore, per sor’acqua.
la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta.

Laudato si’, mi’ Signore, per frate focu,
per lo quale ennallumini la nocte:
ed ello è bello et iocundo et robustoso et forte.

Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre terra,
la quale ne sustenta et governa,
et produce diversi fructi con coloriti flori et herba.

Laudato si’, mi’ Signore, per quelli ke perdonano per lo tuo amore
et sostengo infirmitate et tribulatione.

Beati quelli ke ‘l sosterrano in pace,
ka da te, Altissimo, sirano incoronati.

Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra morte corporale,
da la quale nullu homo vivente pò skappare:
guai a•cquelli ke morrano ne le peccata mortali;

beati quelli ke trovarà ne le tue sanctissime voluntati,
ka la morte secunda no ‘l farrà male.

Laudate et benedicte mi’ Signore et rengratiate
e serviateli cum grande humilitate.

Riproduzione dal Codice 338, f.f. 33r - 34r, sec. XIII. Assisi, Biblioteca del Sacro Convento di San Francesco.

Riproduzione dal Codice 338, f.f. 33r – 34r, sec. XIII. Assisi, Biblioteca del Sacro Convento di San Francesco.

Si tratta, nel complesso, di un invito ad innalzare una lode a Dio, attraverso le sue creature. Si comincia con una dichiarazione di umiltà: nessun uomo è degno di nominare il nome di Dio e quindi neanche di lodarlo. Quindi si avvia la serie dei gloria a Dio: ma per l’interpretazione del tema della lode (e quindi di tutto il componimento) è essenziale la spiegazione della preposizione per, che introduce i nomi delle creature che accompagnano la lode di Dio («Laudato si’, mi’ Signore, per …», salvo la prima volta, al v. 5, «Laudato sie, mi’Signore, cum tucte le tue creature»). Queste le interpretazioni principali: per con valore causale (lodato a causa delle creature, in ragione delle loro qualità), per con valore strumentale (lodato dall’uomo per mezzo delle creature), per con valore d’agente (lodato dalle creature), per con valore mediale (attraverso le creature).
Secondo G. Pozzi il Cantico si inserisce in una vera e propria «teologia della lode», per cui, come dichiarano appunto i versi iniziali, solo di Dio sono le stessi lodi, solo Dio è nello stesso tempo destinatario e autore della lode: il creato e l’uomo stesso non sono altro che il tramite, la via attraverso la quale la lode percorre l’universo, partendo da Dio e tornando a Dio. Ciò spiegherebbe tra l’altro l’uso della forma passiva (Laudato si’), che fa del Signore allo stesso tempo il soggetto che riceve la lode e l’agente della lode stessa: e condurrebbe in definitiva a dare a per un valore strumentale (la lode di Dio si afferma per mezzo delle creature) o mediale (essa si svolge attraverso le creature). Molto precisa e ordinata è l’elencazione delle diverse creature che partecipano alla lode divina; prima il firmamento, sole, luna e stelle; poi quattro elementi dell’antica filosofia, aria, acqua, fuoco, terra; quindi gli uomini che in nome di Dio sono capaci di perdonare e sanno soffrire con pazienza; e infine la morte del corpo, da non temere, mentre va temuta solo quella dell’anima, frutto del peccato mortale e ingresso nella dannazione eterna. L’insieme mostrerebbe, secondo Pozzi, una sottile disposizione numerica: «3 elementi celesti, 4 sublunari, 2 antropologici», che, sommati, danno luogo al numero 9, a cui la cultura medievale attribuisce un valore essenziale, collegandolo tra l’altro alla Trinità (risultato di 3×3). La conclusione è segnata dal tema dell’umiltà, essenziale in tutta l’azione e la predicazione di san Francesco.
Dominato da una forte carica emotiva, il linguaggio intenso e «umile» del Cantico evoca l’intera creazione per rendere testimonianza dell’infinita misericordia di Dio; tutta la bellezza del creato e anche ciò che può apparire male (la morte) sono strumenti di realizzazione dell’infinito Amore, verso cui Francesco mostra la sua gratitudine: ma la carica emotiva si regge su una sapiente scelta delle immagini e degli aggettivi, che accompagnano i nomi delle diverse creature. La scelta del volgare dà voce ad un rapporto più diretto, «umile» e fraterno (si noti l’uso dei termini frate e sora) con le forme della natura: e, secondo alcuni critici, si lega anche ad un esplicito obiettivo polemico, quello di esaltare la bontà del creato e di ricordare la minaccia della dannazione eterna contro le posizioni di quegli eretici (in primo luogo i Catari), che affermavano la natura «cattiva» e diabolica del mondo fisico e la bontà della sola realtà spirituale e oltremondana (negando tra l’altro l’esistenza dell’inferno) e la resurrezione dei corpi.

San Francesco «cataro»? Anzi era il contrario

di F. Cardini, San Francesco «cataro»? Anzi era il contrario, in Avvenire, 2010.

Che Francesco fosse vicino al catarismo, o simpatizzasse per i catari, o fosse addirittura cataro egli stesso, sono temi che ogni tanto riemergono in una letteratura che – senz’ombra di disprezzo – non solo non è specialistica (vale a dire non ha alcun con¬notato di specializzazione scientifica relativa ai temi che affronta), ma che in genere parte da una tesi: quella del «mistero», della «parola perduta», o semplicemente dell’«inganno» messo in atto dalla Chiesa per appropriarsi di qualcuno o di qualcosa. Che poi tale letteratura possa annoverare tra i suoi esempi anche casi di libri ben scritti, frutto della fatica e dell’impegno di persone appassionate e dotate di buon livello di cultura generale, è abbastanza raro: ma può capitare.

Cimabue (attribuito), San Francesco. Tempera su tavola, 1280. Assisi, Museo della Porziuncola presso la basilica di Santa Maria degli Angeli.

Cimabue (attribuito), San Francesco. Tempera su tavola, 1280. Assisi, Museo della Porziuncola presso la basilica di Santa Maria degli Angeli.

Solo che non aggiunge nulla al fatto che si tratta di voci scientificamente irrilevanti.
Davanti a un libro di storia di un personaggio del primo Duecento importante sotto il profilo religioso, chi si trova tra le mani un nuovo libro deve anzitutto controllare se l’autore conosce tre cose: le fonti specifiche dell’argomento, la letteratura scientifica relativa, il contesto storico in cui collocare personaggio e vicenda di cui si parla. Tali competenze non risultano dall’esame de L’albero del Bene, recente libro di Giuseppe A. Spadaro che azzarda nel sottotitolo addirittura la definizione di «san Francesco teologo cataro». In realtà, al di là dell’impostazione esoterica della presentazione del cristianesimo, si tratta di un elenco di rilievi estrapolati senza ordine alcuno dalle fonti e dalla bibliografia francescane e riordinate arbitrariamente in modo da consentire all’autore dell’escamotage di rispondere affermativamente alla questione se Francesco fosse cataro o se la sua dottrina avesse punti di contatto con quella catara (il che, palesemente, non è la stessa cosa). Il tutto alla luce d’una conoscenza erudita piuttosto generica e schematica del catarismo e di pochissimi dati su Francesco, la sua personalità, il suo tempo, il contesto storico nel quale egli si mosse. Oggi sappiamo bene – e su ciò v’è un’ampia concordia degli specialisti – che il catarismo fu il complesso risultato dell’incontro tra movimenti religiosi a carattere evangelico e sette cristiane d’origine balcanica (i «bogomili»), a loro volta eredi di una tradizione che attraverso il paulicianesimo anatomico si riallacciava al manicheismo. I predicatori catari, che verso la metà del XII secolo ebbero un grande successo in un’ampia area tra Provenza, Renania, Lombardia e Toscana, si presentavano come buoni cristiani che proponevano una riforma morale della Chiesa che giungesse a rifondare la pura comunità delle origini.
Il catarismo corrispondeva però a una setta iniziatica, fondamentalmente basata su due livelli: al primo, quello dei «credenti », s’insegnava la «pura dottrina cristiana» soprattutto attraverso il Vangelo di Giovanni; al secondo, quello dei «perfetti», si riceveva una sorta di rito di iniziazione, il consolamentum (un «battesimo spirituale»). Gli eretici «consolati» o «perfetti» erano obbligati a mostrarsi in pubblico austeramente vestiti di nero, a non assumere cibi carnei o derivanti dall’accoppiamento animale (uova, latte, eccetera) e – quando lo ritenevano opportuno – si suicidavano lasciandosi morire di fame («endura»). Data la durezza della dottrina nella sua fase più alta, la maggior parte dei «credenti» riceveva il consolamentum solo in punto di morte. La teologia catara, che ci è nota attraverso testi recentemente ripubblicati anche in Italia dal filologo Francesco Zambon, sosteneva che l’universo assiste a una lotta eterna tra Bene e Male, che Dio è sostanza spirituale purissima dal quale emanano il Cristo e gli angeli, che la materia è totale dominio del Male ed è stata creata da un Demiurgo corrotto che si può identificare con il satana dei cristiani. L’uomo, in cui Spirito e Materia coabitano, deve liberare in sé il primo dalla seconda. Questa dottrina, di evidente origine manichea, ha difatti rapporti strettissimi con il mazdaismo persiano e con lo stesso buddhismo, ma non ha nulla a che vedere con il cristianesimo. D’altronde, dal momento che i catari avevano conquistato la Provenza, fu necessaria per sradicarli una vera e propria crociata (la «crociata degli albigesi», 1209-44), che fu episodio d’inaudita violenza. Francesco visse appunto in questo periodo e fu pellegrino a Santiago de Compostela proprio negli anni in cui la crociata era in atto, attraversandone i luoghi. Non ci dice nulla di ciò. Egli non era certo un cataro «perfetto», in quanto sappiamo che mangiava tutto quel che gli veniva posto dinanzi, come recita anche la sua regola. Poteva essere cataro «credente», o simpatizzante per i catari? No, in quanto sappiamo che tratto comune al catarismo era l’avversione al sacerdozio e alla Chiesa «corrotta»: Francesco, al contrario, raccomanda di rispettare i preti anche quando si sa che sono peccatori.
Tutta la sua predicazione è imperniata su temi che appaiono anche di propaganda anti-catara: non che lo facesse espressamente, ma quello era il suo tempo e quelli gli interlocutori che doveva contrastare. Il Cantico delle creature è un vero e proprio manifesto anti-cataro, in cui la potenza e la misericordia di Dio si manifestano nel creato e tutte le creature tendono a Dio: se per Francesco è insensata l’accusa di «panteismo», ancora più lo è il sospetto di «catarismo». Da dove risulta che Francesco ritenesse il creato un male e vedesse in Satana il creatore dell’universo? Parimenti ridicole le altre argomentazioni. «Disprezzo del corpo», detto «frate asino»? Siamo nella più semplice tradizione mistico-ascetica cristiana, e del resto Francesco disprezzava tanto poco il suo corpo che il suo ultimo pensiero, in punto di morte, fu di mangiare dei dolci… Preferenza per la preghiera del Pater? Ma è la preghiera più comune di tutti i cristiani. Predilezione per la vita eremitica e la tradizione itinerante: siamo nella più assoluta ortodossia! Scelta di non farsi sacerdote? Un atto di umiltà, che in ogni modo non gl’impedì di essere diacono, quindi inserito nella gerarchia ecclesiastica. Assoluto rifiuto della ricchezza? Siamo ancora nella tradizione ascetico-mistica cristiana, con il fatto nuovo che Francesco non impedì mai a chi non appartenesse al suo ordine di arricchirsi e non parlò mai della ricchezza come di un male assoluto. E così via. I punti di contatto, se ci sono, sono tra catarismo e cristianesimo, non tra catarismo e Francesco.
Anche per l’immagine «serafica» del Cristo delle stimmate, portata come prova di adesione alla dottrina catara per cui Cristo era in realtà un angelo, anzitutto le fonti presentano l’episodio in vario modo e in secondo luogo il rapporto tra il Cristo e le forme angeliche ha una lunga tradizione nell’angelologia cristiana. E quanto all’uso francescano dei vangeli apocrifi, come nell’episodio del presepio di Greccio, l’iconografia cristiana del medioevo è largamente ispirata agli apocrifi, mentre sono semmai proprio i catari che usano il solo Vangelo di Giovanni. Ultimi e decisivi punti. Primo: l’autore ignora quasi tutti gli scritti di Francesco, escluso il Cantico, e in particolare le sue preghiere e i piccoli trattati che rispettano la più rigorosa ortodossia latina. Secondo: Francesco non ha mai disobbedito alla Chiesa; e questo è il suo tratto decisamente e definitivamente anti-cataro. Non basta insomma conoscere qualche elemento di teologia e di filosofia per affrontare un tema come quello proposto da questo libro, l’assunto del quale è improponibile. Si tratta di un lavoro senza fondamento scientifico e senza valore. Il santo d’Assisi chiamava il corpo «frate asino», ma solo per ascesi: il Cantico delle Creature è infatti un manifesto d’amore per la natura e per la materia, che i manichei odiavano.

La vita religiosa a Firenze nel Duecento

di B. Beuys, La nascita del libero Comune. Né col Papa né con l’Imperatore in Firenze nel Medioevo. Vita urbana e passioni politiche (1250-1530), Milano 2000, pp. 31-34.

[…] Allorché, nell’ottobre 1226, Francesco giaceva moribondo sulla fredda terra della sua amata chiesa della
Porziúncola, il suo sogno di una comunità povera e felice era svanito, il suo lavoro di una vita praticamente fallito. Francesco intese costruire una comunità di fratelli, e ognuno di essi avrebbe dovuto percorrere quelle terre predicando, vestendo di solo saio, senza beni di sorta – in denaro o in istruzione – e disprezzato come, prima di lui, Gesù e i suoi apostoli. Non voleva regole, né fondare conventi, tuttavia alla fine si piegò alla madre Chiesa. Frate Francesco diede infine l’assenso a una regola che contrastava con i suoi obiettivi iniziali, e fu testimone forzato dell’affermarsi di case religiose e di strutture conventuali, vide nascere un nuovo ordine religioso composto da uomini svincolati dalla sua cerchia.
Neppure i contemporanei del Fondatore s’accorsero che egli mirava ad altro. I frati mendicanti di Francesco apparvero loro un miracolo, un pegno di tempi buoni e promettenti. Sfuggì loro che proprio la gloria del mondo avrebbe presto distrutto l’ideale dei frati mendicanti. Il Duecento, secolo colmo di guerre, avido e mercantesco, bevve il messaggio dei nuovi frati come un assetato l’acqua: dovunque ci sarebbe stata pace, solidarietà con i più poveri e i più deboli. Non ci sarebbero più stati padroni e signori, solo amici e amiche in Cristo: nel mondo e nella Chiesa.

Chiesa detta 'Porziúncola' (vista dall'abside). Pietra, IV secolo. Assisi, Santa Maria degli Angeli.

Chiesa detta ‘Porziúncola’ (vista dall’abside). Pietra, IV secolo. Assisi, Santa Maria degli Angeli.

Quando Francesco morì, Domenico di Guzmán, di nobiltà terriera spagnola e fondatore di un ordine religioso, era morto da cinque anni. Radicali al pari dell’uomo di Assisi, Domenico aveva predicato ai suoi discepoli la povertà e una vita esemplare soprattutto per ridare credibilità alla Chiesa. Contrariamente a Francesco, Domenico aveva fondato espressamente un ordine che con profonda dottrina e argomenti convincenti dissuadesse dall’errore degli eretici che per la prima volta avevano scosso il solido edificio della Chiesa.
Firenze era un rifugio sicuro per gli eretici. I Catari, i «Puri», che si erano diffusi nel Mezzogiorno della Francia, avevano qui una sede episcopale clandestina e vivevano tranquilli in città, dove avevano conquistato alcuni cittadini influenti. La scomunica del vescovo cattolico aveva poco effetto poiché i Fiorentini non si curavano troppo della sua autorità, che d’altronde egli non imponeva con eccessiva severità. Finché nel 1232 intervenne il Papa. I frati di Domenico, innalzato in gran fretta all’onore degli altari nel 1234, presero in veste di inquisitori a dar la caccia agli eretici, come i cani alla selvaggina.

Miniatura dal Ms. Cotton Nero E II Pt 2, f. 20 verso, delle «Grandes Chroniques de France» (1415). L'espusione degli Albigesi (Catari) da Carcassonne nel 1209. London, British Library.

Miniatura dal Ms. Cotton Nero E II Pt 2, f. 20 verso, delle «Grandes Chroniques de France» (1415). L’espusione degli Albigesi (Catari) da Carcassonne nel 1209. London, British Library.

Nel 1244 tocca a Firenze. Arriva sull’Arno il temuto cacciatore di eretici Pietro da Verona, un domenicano, che insieme con il confratello fiorentino Ruggero de Calcagni istruisce – in piena guerra intestina tra guelfi e ghibellini – un processo dopo l’altro, e i giudici ecclesiastici affidano i rei confessi al braccio della giurisdizione secolare. In quegli anni confusi che precedono la prima Repubblica fiorentina la giurisdizione secolare è filo-imperiale e quindi anti-papale. Ma i Domenicani non hanno scrupolo, al mattino, di patteggiare con gli imperiali ai danni degli eretici per poi, al pomeriggio, azzuffarsi a sangue con quelli sulle barricate. Quando due anni dopo Pietro lascia Firenze i pochi eretici sopravvissuti sono ridotti alla clandestinità e non si riprenderanno più, e i cittadini useranno le loro energie per altre battaglie. Dopo la vittoria del governo popolare nel 1250 gli eretici non hanno più storia e i frati mendicanti in semplice saio diventano una presenza familiare in città, anche se Santa Croce e Santa Maria Novella, le rispettive chiesette dei Francescani e dei Domenicani, si trovano fuori le mura del tempo. In Firenze devono essere allargati gli spazi pubblici perché possano contenere la moltitudine che accorre alle prediche dei frati mendicanti. Il nuovo ideale di povertà acquista grande favore, sicché in poco tempo sorgono una mezza dozzina di comunità religiose di mendicanti che la società cittadina accoglie senza distinzione come ospiti benvenuti.

Beato Angelico, San Pietro da Verona Martire. Tempera su legno, 1340-1345. London, Hampton Court Palace.

Beato Angelico, San Pietro da Verona Martire. Tempera su legno, 1340-1345. London, Hampton Court Palace.

Firenze è fiera dell’ordine mendicante locale dei Serviti o Servi di Maria, che hanno eretto il loro convento nel Cafaggio, una zona a nord-est del Duomo e del Battistero. La storia di questo singolare ordine fiorentino si inizia con sette laici, altrettanti mercanti danarosi che in quegli agitati anni ’40 d’un tratto ai beni terreni antepongono quelli celesti e fondano una comunità monacale per appoggiare la lotta della Chiesa romana contro gli eretici. Nel 1251 i Serviti son in grado di posare accanto al loro convento la prima pietra di una chiesa dedicata alla Santissima Annunziata. Nel medesimo anno gli eremiti Agostiniani che avevano un monastero nel contado si trasferiscono in un terreno urbano sulla sponda meridionale dell’Arno donato loro da un ricco cittadino. Qui esistono ancora le tracce della chiesa e del monastero di Santo Spirito distrutti da un incendio.
I nuovi ordini esercitano una grande attrattiva e suscitano fiducia perché non pretendono di imporre a tutti il loro rigoroso ideale, anzi dimostrano stima per le attività profane dei cittadini. A chi non se la sente di abbandonare tutto per servire unicamente a Dio i frati mendicanti offrono la possibilità, fin’allora impensabile, di partecipare attivamente alla vita spirituale e nel contempo di impegnarsi altruisticamente per il bene del Comune. Le prime due importanti confraternite fiorentine risalgono al 1244 e sono opera di Pietro da Verona, il quale le ideò come sostegno laico ai capi spirituali impegnati nella lotta contro i nemici della Chiesa romana. L’una – detta confraternita della Fede – si scioglie logicamente quando circa due anni dopo gli eretici vengono debellati. L’altra – la Compagnia maggiore della Vergine Maria – si sdoppia. Ne nasce la confraternita di Santa Maria del Bigallo, dalla quale cresce la celebre confraternita della Misericordia con il suo palazzo a sud del Battistero, un palazzo in cui parla tanta tradizione. Ancor oggi per i Fiorentini costituisce un punto d’onore impegnare il tempo libero nell’assistenza ai malati e ai moribondi: lo vuole la loro adesione alla Misericordia. Nella seconda di queste più antiche confraternite – la compagnia delle Laudi di Santa Maria Novella – si riconoscono ancora gli stretti legami con il convento dei Domenicani.

Pedro Berreguete, San Domenico presiede un Auto-da-fé. Olio su tavola, 1495 ca. Madrid, Museo del Prado.

Pedro Berreguete, San Domenico presiede un Auto-da-fé. Olio su tavola, 1495 ca. Madrid, Museo del Prado.

Le due confraternite sono esempi di un’istituzione che – sotto la guida dei Domenicani e dei Francescani – ha sempre attirato gran numero di uomini delle cerchie dominanti della città. Le confraternite sono organizzate sul modello del governo cittadino: un microcosmo con priori, capitani, consiglieri, tesorieri, stemmi e processioni propri. Ogni confraternita ha i suoi santi particolari e la propria chiesa che è luogo di ritrovo quotidiano. Ma i partecipanti non sono mute presenze al sacrificio della messa, separate dal sacerdote da un’altra transenna; si stringono intorno all’altare come semplice popolo della Chiesa e con reale partecipazione. La compagnia delle Laudi esprime nel nome la caratteristica che contraddistingue anche le altre confraternite: nelle devozioni in comune vengono cantate le laudi, antichissimi inni in onore della Vergine Maria e di tutti i Santi, canti liturgici fin’allora riservati al clero e che ora, grazie alla partecipazione dei laici, ancor prima della fine del Duecento vengo trascritti in volgare.
Le pratiche devozionali comuni in giorni fissi sono soltanto una delle attività delle confraternite. Infatti ai loro membri non è chiesto di pensare esclusivamente all’aldilà, essi devono meritarselo qui sulla terra con le buone opere. L’attrattiva di tali unioni sta appunto in questo, nell’offrire ai loro membri una comunità in cui essi svolgono un’attività al di fuori degli ambienti di chiesa e della cerchia familiare. È un crescendo di iniziative pubbliche, soprattutto sociali. una confraternita si prende cura dei malati o assiste i condannati a morte; un’altra soccorre i concittadini poveri o provvede a seppellire i morti. Sono tante le cose da fare in un Comune che non conosce altra rete sociale al di fuori della famiglia e dell’amore per il prossimo in ambito ecclesiale. Quando muore un membro della confraternita i confratelli lo avvolgono nel loro stendardo e lo accompagnano alla tomba al lume di fiaccole e ceri. E le preghiere della comunità ne mantengono viva la memoria molto oltre la sua morte.
Gli statuti della confraternita chiedevano una vita devota e regolata: proibivano i giochi a carte e ai dadi, la regolare frequentazione delle taverne, gli amori segreti, e chiedevano l’obbedienza ai pastori d’anime. Comandamento supremo era il rifuggire dalle discordie con i vicini e dalle zuffe cruente per le strade. L’adesione alle confraternite era motivo per cui un numero sempre crescente di cittadini si ritrovasse regolarmente alle messe per la pace. Le virtù religiose e gli ideali della nuova comunità cittadina s’intrecciavano con naturalezza. Più concrete, più tangibili delle comunità dei frati mendicanti, le confraternite divennero il modello per una città lacerata da discordie e odi. Esse crearono un’identità sociale su una base religiosa. Dimostrarono che fratellanza,, pace e concordia non sono un’utopia astratta, ma possono rappresentare un’alternativa stimolante e praticabile.
Il fascino dell’utopia è tanto più forte quanto più ampio è il solco che separa dalla realtà. Oppure si tratta di una lettura troppo ottimistica dei motivi che agitano, sollecitano e cambiano gli uomini? Le immagini speculari di una vita diversa e migliore non sono forse semplicemente parte di ogni quotidianità, una contraddizione scontata, testimoni liberatori di una società troppo umana?

Miniatura dal «Le Miroir Historial (Vol. IV)» (1400-1410). Papa Innocenzo IV invia frati domenicani e francescani a convertire i Tartari. Paris, Bibliothèque nationale de France.

Miniatura dal «Le Miroir Historial (Vol. IV)» (1400-1410). Papa Innocenzo IV invia frati domenicani e francescani a convertire i Tartari. Paris, Bibliothèque nationale de France.