Chi fue il poeta Dante Allighieri di Firenze

di G. Villani, Chi fue il poeta Dante Allighieri di Firenze, in Nuova cronica, X, cxxxvi (a cura di G. Porta), Parma 1991 (testo); G. Ferroni et alii, Storia e testi della letteratura italiana. La crisi del mondo comunale (1300-1380), Città di Castello 2012, pp. 374-376 (commento e note).

Giotto di Bondone, Il Giudizio Universale: (dettaglio) Dante Alighieri. Affresco, 1334-1337. Assisi, Basilica inferiore, Cappella della Maddalena.

Giotto di Bondone, Il Giudizio Universale: (dettaglio) Dante Alighieri. Affresco, 1334-1337. Assisi, Basilica inferiore, Cappella della Maddalena.

Il capitolo CXXXVI del libro X dell’opera del Villani è un ritratto della personalità e dell’opera di Dante Alighieri e dà avvio al recupero del grande poeta, morto in esilio, da parte della cultura fiorentina. Quasi in forma di necrologio, Villani ricostruisce la vita del poeta partendo dalle notizie relative alla sua scomparsa e alla sua sepoltura a Ravenna. L’autore analizza le ragioni politiche dell’esilio e descrive l’uomo come «grande letterato quasi in ogni scienza», «sommo poeta e filosafo», «nobilissimo dicitore», dotato di uno stile «pulito e bello» mai visto prima nella lingua italiana. Il cronista elenca quindi le opere di Dante, soffermandosi sulla Commedia dove, più che in altri testi, il poeta ha saputo usare un linguaggio aspro e pungente, e conclude il suo breve profilo con alcune note sul carattere sdegnoso e altero del poeta. Si tratta del più antico profilo biografico dantesco: e, nonostante alcune inesattezze, attesta il primo riconoscimento, sia pure tra reticenze di parte (Villani era guelfo nero), della grandezza di Dante, conosciuto direttamente – pare – dal cronista.

 

 

Nel detto anno MCCCXXI, del mese di luglio[1], morì Dante Allighieri di Firenze ne la città di Ravenna in Romagna, essendo tornato d’ambasceria da Vinegia in servigio de’ signori da Polenta[2], con cui dimorava; e in Ravenna dinanzi a la porta de la chiesa maggiore[3] fue sepellito a grande onore in abito di poeta e di grande filosafo. Morì in esilio del Comune di Firenze in età circa LVI anni. Questo Dante fue onorevole e antico cittadino di Firenze di porta San Piero[4], e nostro vicino; e ‘l suo esilio di Firenze fu per cagione, che quando messer Carlo di Valos de la casa di Francia venne in Firenze l’anno MCCCI, e caccionne la parte bianca, come adietro ne’ tempi è fatta menzione, il detto Dante era de’ maggiori governatori de la nostra città e di quella parte, bene che fosse Guelfo; e però sanza altra colpa co la detta parte bianca fue cacciato e sbandito di[5] Firenze, e andossene a lo Studio a Bologna, e poi a Parigi[6], e in più parti del mondo. Questi fue grande letterato[7] quasi in ogni scienza, tutto fosse laico; fue sommo poeta e filosafo, e rettorico perfetto tanto in dittare[8], versificare, come in aringa[9] parlare, nobilissimo dicitore, in rima sommo, col più pulito[10] e bello stile che mai fosse in nostra lingua infino al suo tempo e più innanzi. Fece in sua giovanezza i·libro de la Vita nova d’amore[11]; e poi quando fue in esilio fece da XX canzoni morali e d’amore molto eccellenti[12], e in tra·ll’altre fece tre nobili pistole[13]; l’una mandò al reggimento di Firenze dogliendosi del suo esilio sanza colpa; l’altra mandò a lo ‘mperadore Arrigo quand’era a l’assedio di Brescia, riprendendolo della sua stanza[14], quasi profetezzando; la terza a’ cardinali italiani, quand’era la vacazione[15] dopo la morte di papa Chimento[16], acciò che s’accordassono a eleggere papa italiano; tutte in latino con alto dittato, e con eccellenti sentenzie e autoritadi, le quali furono molto commendate[17] da’ savi intenditori. E fece la Commedia, ove in pulita rima, e con grandi e sottili questioni morali, naturali, strolaghe[18], filosofiche, e teologhe[19], con belle e nuove figure, comparazioni, e poetrie[20], compuose e trattò in cento capitoli, overo canti, dell’essere e istato del ninferno[21], purgatorio, e paradiso così altamente come dire se ne possa, sì come per lo detto suo trattato si può vedere e intendere, chi è di sottile intelletto. Bene si dilettò in quella Commedia di garrire e sclamare[22] a guisa di poeta, forse in parte più che non si convenia; ma forse il suo esilio gliele fece. Fece ancora la Monarchia[23], ove trattò de l’oficio degli ‘mperadori. Questo Dante per lo suo savere fue alquanto presuntuoso e schifo e isdegnoso[24], e quasi a guisa di filosafo mal grazioso[25] non bene sapea conversare co’ laici; ma per l’altre sue virtudi e scienza e valore di tanto cittadino ne pare che si convenga di dargli perpetua memoria in questa nostra cronica, con tutto che[26] per le sue nobili opere lasciateci in iscritture facciamo di lui vero testimonio e onorabile fama a la nostra cittade.

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Note:

[1] In realtà Dante morì in settembre tra il 13 e il 14, come si ricava dall’epitaffio che compose Giovanni del Virgilio (Theologus Dantes), riferito dal Boccaccio nel Trattatello in laude di Dante, 68-85.

[2] Tornato da un’ambasciata a Venezia per conto di Guido Novello da Polenta.

[3] Si tratta della chiesa di s. Francesco.

[4] Dante apparteneva alla piccola nobiltà cittadina guelfa e nacque nel quartiere di San Martino del Vescovo, nel sestiere di Porta San Pietro.

[5] Il 27 gennaio 1302 il podestà Cante Gabrielli da Gubbio lo condannava all’esclusione da ogni carica e al confino per due anni, ingiungendogli di pagare entro tre giorni una multa di 5.000 fiorini. Dante, non essendosi presentato alle autorità, fu condannato a morte in contumacia con sentenza del 10 marzo 1302.

[6] Del viaggio di Dante a Parigi parlano vari scrittori del Trecento. La critica moderna ha in genere considerato la notizia puramente leggendaria; ma la considera credibile G. Petrocchi, proponendo anche una data possibile, tra il 1309 e il 1310.

[7] Dotto.

[8] Comporre.

[9] Arringa.

[10] Raffinato.

[11] Compose la Vita nova negli anni giovanili, tra il 1292 e il 1293.

[12] Cioè le canzoni morali e allegoriche del primo periodo dell’esilio, tra le quali v’è il componimento Tre donne intorno al cor mi son venute.

[13] «Solo la seconda e la terza delle epistole qui menzionate ci sono pervenute. La prima sarà da identificarsi con quella nota anche al Bruni (Popule mi, quid feci tibi?, cominciava). Quanto alla seconda, l’indugio che lamentava il poeta era quello dell’imperatore davanti a Milano» (Porta).

[14] Indugio.

[15] La sede vacante.

[16] Clemente V, al secolo Bertrand de Got, morto nel 1314. La lettera rivolta ai cardinali italiani, invitati ad eleggere un pontefice italiano, mirava a ristabilire la sede papale a Roma. Proprio Clemente V, già arcivescovo di Bordeaux, aveva infatti trasferito la sede pontificia ad Avignone.

[17] Lodate, apprezzate.

[18] Astrologiche.

[19] Teologiche.

[20] Figure poetiche.

[21] Inferno.

[22] Parlare con tono aspro e vivace.

[23] Il trattato politico latino, dove Dante afferma la necessità dell’impero universale.

[24] Altero e sdegnoso.

[25] Poco amabile.

[26] Dal momento che.

Il conflitto delle interpretazioni: il Ser Ciappelletto di Branca e quello di Muscetta

Quel linguaggio stravolto e quasi antifrastico della prima novella punta però a una coerenza espressiva anche su un altro piano. Perché una delle prospettive in cui si situa l’empia impresa di Ciappelletto è, fin dal ritratto iniziale, proprio quella dello stravolgimento morale e umano. […] Ma lo stravolgimento, oltre che in Ciappelletto, è nella sua inesorabile vicenda. Il falsario e l’ingannatore a tutti i costi (e fino all’ora e alla prova definitive) è alla fine ingannato e tradito dai suoi stessi gesti perché precipita in un fallimento totale e irrimediabile, «nelle mani del diavolo in perdizione». L’empio e il bestemmiatore, che anche negli estremi suoi momenti aveva voluto sfidare Dio con un sacrilegio e beffare un suo candido e «santo» ministro, suscita invece col suo stesso sacrilegio una vasta ondata di entusiasmo religioso, gradita a Dio e da Dio sollecitatrice di grazie e di miracoli. […]

Certo l’interesse del Boccaccio per questo rovesciamento non è tanto religioso o morale, quanto piuttosto artistico. Anzi agisce in lui probabilmente una sollecitazione soprattutto di natura e di tradizione letteraria e mediolatina e proverbiale: cioè il topos – insistente proprio allora nella cultura – del «mondo alla rovescia». Attraverso quelle stravolte vicende la presentazione di quel topos culmina qui nel paradosso del più grande furfante proclamato santo e venerato per i miracoli fatti, suo malgrado, da Dio.

[…] Esempio estremo, quello di Ciappelletto: che piuttosto di mettere in pericolo il dominio dei banchieri italiani in Borgogna, piuttosto di ribellarsi alla «ragion di mercatura» sceglie di perdersi per l’eternità con piena coscienza della sua dannazione. È questa la «ragione» che induce lui, credente (e non scettico, come è stato detto) alla confessione sacrilega in punto di morte: è questo il motivo dell’ammirazione dei fratelli usurai per la sua empietà inaudita, alla Capaneo, per la sua forza sovrumana o meglio disumana («Che uomo è costui, il quale né vecchiezza né infermità né paura di morte alla qual si vede vicino, né ancora di Dio, dinanzi al giudicio del quale di qui a picciola ora s’aspetta di dovere essere, dalla sua malvagità l’hanno potuto rimuovere?»). E allora anche il famoso bieco ritratto di Ciappelletto, che apre la novella con le sue linee fosche e senza sfumature, con le sue enumerazioni cupe e taglienti, appare non indugio oratorio o pezzo di bravura ma premessa coerente e necessaria alla enorme, calcolata empietà che è al centro del racconto; e che è preannunciata nel brivido delle parole che concludono il sinistro profilo con l’eco dell’orrore evangelico per Giuda («Bonum erat ei si non esset natus homo ille»). […]

Perché al centro dell’atteggiamento in cui il Boccaccio scopre e contempla la smisurata forza della «ragion di mercatura» sta un’esitazione, che soltanto qualche volta (come nelle figure di Musciatto e di Ser Ciappelletto) si colora di tinte oscure e di biasimo. È un’esitazione, uno sgomento, fatto insieme di stupore e di orrore, che può richiamare quello di Dante – sia pure di passaggio sottolineato dal Boccaccio (Esposizioni V 1, 177 ss.) – di fronte a certi peccatori, come Paolo e Francesca, e alla forza delle passioni e delle suggestioni che li condussero alla dannazione («Quand’io intesi quell’anime offense…»). Sembra che il Boccaccio, proprio mentre innalza questa nuova epopea, avverta anche i limiti o meglio gli aspetti disumani di questa potente e prepotente civiltà[1].

BNF, Bibliothèque de l’Arsenal, Ms 5070, f. 12v. Maître de Guillebert de Mets, miniatura dal ‘Decameron’ (XIV sec.), I 1 – Il peccatore Ser Ciappelletto.

BNF, Bibliothèque de l’Arsenal, Ms 5070, f. 12v. Maître de Guillebert de Mets, miniatura dal Decameron (XIV sec.), I 1 – Il peccatore Ser Ciappelletto.

L’inopportuna canonizzazione e gli opinabili miracoli non voluti certo da Ser Ciappelletto, inquadrano un exemplum il cui contenuto non è certo dantesco. La cupiditas, proprio perché è divenuta «ragione di mercatura» (Branca), diviene la legge di un mondo estetico e morale considerato nella sua logica autonoma, dove la religione ha una dimensione di carattere sociale, fa parte del «convenevole»: il ben morire è non meno importante del ben vivere. Al centro della memoria mistificante e carnevalesca di Ser Ciappelletto si colloca la sua autobiografia leggendaria che contraffà tutta la sua reale esistenza. […] Non per nulla, a coronamento dell’orazione canonizzante, il vecchio frate celebra la sua «lealtà e purità», cioè le sue qualità di pio e onesto mercante, che aveva risposto in maniera esemplare alla sua domanda se avesse peccato di avarizia, «desiderando più che il convenevole». Proprio su questo borghese san Ciappelletto e i suoi miracoli si esercita l’ironia immanente nello stile della novella, che lascia l’addentellato alle considerazioni degli ascoltanti, per cui oltre che esser «risa» è anche «commendata». Altra è la religione del mondo del «convenevole», altra è quella che lo scrittore proietta nel novellatore, che è di là dai «mezzani» di santità e di là dalle permutazioni che regolano le vicende delle merci e del denaro. Dio «come cosa impermutabile» è un valore eterno che conta più delle umane «oppinioni» sul futuro delle anime, la cui salvezza o dannazione non può dipendere da quanto i religiosi, anche se venerabili, possono aver «conceputo» in conferire canonizzazioni estemporanee (che erano frequenti prima della protesta luterana e della regolamentazione tridentina). […] Se il narratore si diverte e ci diverte è perché tutto si risolve con un lieto fine «convenevole» per tutti: Ser Musciatto recupera i suoi crediti, i due usurai non ci rimettono neppure le spese del funerale, il santo frate beneficia il suo «luogo» che da convento diviene santuario, i fedeli ci rimediano reliquie e miracoli, e Ser Ciappelletto se non s’è conquistato il paradiso per grazia di Dio, non si è certo perduto l’inferno per cui tanto aveva operato. Il novellatore ne può ricavare un lieto exemplum alla rovescia, e senza nulla presumere sulla salvezza o sulla dannazione, è intanto grato a Dio se «in questa compagnia così lieta» tutti saranno «sani e salvi servati» dalla peste e dalla morte. Questa religiosità non vuole essere né cinica né bigotta. È una morale borghese, spregiudicata, serena[2].

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[1] cit. V. Branca, Boccaccio medievale e nuovi studi sul Decameron, Firenze 1990, pp. 97-100; 158-159: secondo Branca, Ser Ciappelletto sarebbe un esempio negativo di irreligiosità posto a bella posta all’inizio del Decameron, nell’ambito di una prospettiva «ascensionale» che infatti si concluderebbe, nell’ultima novella dell’ultima giornata, con l’opposta esaltazione dei valori cristiani in Griselda (la protagonista di X 10). Non mancherebbero, nel racconto, giudizi di critica e di condanna nei confronti del suo protagonista e, più in generale, delle leggi spietate della mercatura che egli difenderebbe sino all’ultimo. Questo giudizio critico spingerebbe Boccaccio ad avvicinare Ciappelletto alla figura di Giuda, proprio come, nell’ultima giornata, Griselda verrebbe accostata a Maria. Insomma, la vicenda di Ciappelletto avrebbe il valore di una sorta di exemplum dantesco.

[2] Secondo (cit.) C. Muscetta, Boccaccio, Roma-Bari 1992, pp. 181-182, la beffa finale più che un atto di empietà vuole essere rovesciamento ironico di una religione ridotta a fatto convenzionale e dell’ipocrisia implicita nella figura del mercante devoto (quasi una contraddizione in termini). Lungi dall’avere il valore polemico di una denuncia di empietà, la vicenda di Ser Ciappelletto avrebbe quello di un «lieto exemplum alla rovescia» all’interno di una morale borghese ormai serenamente spregiudicata.

La novella di Ciappelletto

di G. Boccaccio, Decameron, a cura di V. Branca, Milano 19923 [=1980], pp. 55-81 (testo e note)

introd. di G. Ferroni et alii, Storia e testi della letteratura italiana: la crisi del mondo comunale (1300-1380), Città di Castello 20128 [=2002], pp. 611-628 (introd.)

 

La prima novella del Decameron (il cui contenuto viene sintetizzato, come accade per tutte le novelle del Decameron, nella rubrica iniziale) viene narrata da Panfilo. Essa è preceduta da un ampio preambolo (il racconto vero e proprio inizia solo dal paragrafo 7), che afferma la necessità di iniziale ogni cosa dal nome di Dio. È a causa di tale bisogno che il «novellare» prende avvio da una delle «cose» di Dio, cioè dal tema della santità, dal riferimento ai santi come mediatori tra Dio e gli uomini: mediatori perché, memori della loro esperienza di vita sulla terra, sono gli interlocutori degli uomini allorché questi indirizzano le loro richiese a Dio. Ma tale collegamento della novella al nome di Dio (e quindi l’inserzione di tutto il narrare appena iniziato nel piano dell’ordine del mondo, al cui vertice è appunto Dio) si svolge in modo paradossale, con un vero e proprio rovesciamento. La prima novella vuole infatti mostrare che, nel loro rivolgersi ai santi, gli uomini possono ingannarsi, fino al punto di credere che sia santo qualcuno che invece è dannato: dopo aver precisato che ciò non intacca la validità della preghiera fatta in buona fede, Panfilo racconta l’incredibile vicenda di ser Ciappelletto, un notaio vizioso e corrotto, che si confessa sul letto di morte a un frate, al quale fa credere con finta contrizione di penitente, spinta fino alla parodia, di essere un sant’uomo, un perfetto cristiano. Egli intende così tener nascosta la sua fama di furfante e proteggere dal biasimo e, quindi, dalla rovina economica due usurai fiorentini che lo ospitano in terra di Borgogna. E la sua falsa confessione fa sì che egli venga ritenuto addirittura santo: sepolto in un convento, è venerato da tutta la popolazione, che si rivolge a lui per vedere esauditi i suoi voti.

La novella introduce il lettore in un mondo governato dalla logica dell’inganno e dell’impostura: la finzione e la recitazione, l’uso accorto delle parole e dei gesti fanno sì che l’apparenza rovesci la realtà, che chi nella sua vita ha sempre operato il male possa far credere di aver sempre esercitato il bene. Le intenzioni morali del narratore (ribadite anche nella conclusione) mirano a sottolineare il problematico rapporto tra i disegni di Dio e le azioni degli uomini, e a mettere in evidenza il trionfo della imperscrutabilità divina sull’inconsapevolezza umana. Ma nel racconto balzano in piena evidenza la negatività della figura del notaio, modello estremo e quasi diabolico di furfante, e il gusto perverso che egli prova, anche in punto di morte, nell’esercitare la sua furfanteria ai danni del confessore, facendosi credere il contrario di ciò che è: egli è come un sinistro artista della finzione, che davanti alla morte mette in atto il suo supremo inganno, quasi con una disinvolta provocazione a Dio (provocazione che si prolunga dopo la sua morte, nella fama della sua santità, nel culto suscitato dalla sua memoria).

La beffa di Ciappelletto, l’impegno e il divertimento che egli mette nella sua recitazione davanti al frate (di cui vengono a essere spettatori gli usurai fiorentini che spiano la confessione) hanno qualcosa di eccessivo (e si pensa ad altri personaggi letterari che sfidano la trascendenza, come don Giovanni); e chiamano in causa giocosamente la morte, all’inizio di un’opera come il Decameron che vuol essere anche una liberazione dal tempo mortale della peste. Il libro è così suggellato dal nome di Dio, secondo la dichiarazione di Panfilo, ma anche da una suprema immagine del male come finzione e recitazione, della menzogna come arte e sfida; dannazione e santità, male e bene mostrano beffardamente il loro misterioso rapporto, il loro intreccio. Ci viene mostrato che è sempre possibile scambiarli e confonderli sotto il segno dell’apparenza.

Una prima parte della novella (paragrafi 7-29) contiene l’antefatto della beffa, presentando il personaggio del protagonista, legato all’attività dei mercanti italiani in Francia e in Borgogna (segnata da vari contrasti con le popolazioni locali); su questo sfondo (descritto in modo molto circostanziato), la malattia di Ciappelletto suscita la preoccupazione dei suoi ospiti e la decisione del malato di confessarsi. Al paragrafo 30 entra in scena «un frate antico di santa e buona vita» e ha inizio il corpo centrale e più ampio della novella (paragrafi 30-80), che si svolge per lo più in forma dialogica (tra Ciappelletto e il frate), con un fortissimo ritmo teatrale (e i mercanti che ospitano Ciappelletto fungono proprio da spettatori, assistendo di nascosto alla scena). Le menzogne di Ciappelletto sono sostenute dai suoi gesti e dai suoi atti; il suo calcolato capovolgimento di ogni verità si svolge con un ritmo rapido e vivace, con notevoli effetti di comico (e dà «gran voglia di ridere» ai due usurai che beneficano dell’azione di Ciappelletto). La parte finale (paragrafo 81-fine) è dedicata agli effetti che seguono alla morte del beffatore, ritenuto santo per ciò che ne racconta il confessore beffato: la beffa così «diabolica» finisce per incrementare, nonostante la malvagità delle sue premesse, lo stesso sentimento religioso delle persone e, così, suo malgrado, a corroborare la moralità di cui essa è estrema infrazione. Si ha insomma alla fine un secondo livello di ironia: è come se il rovesciamento del sacro operato da Ciappelletto venisse capovolto a sua volta dagli effetti della sua santificazione, che esalta il valore delle pratiche religiose; la verità divina è mantenuta nonostante, anzi in virtù della falsità umana. In fondo, nella sua fama postuma il furfante è come condannato a passare per santo.

 

BAV, Ms Pal. Lat. 1989, f. 11r. Miniatura raffigurante la vicenda di Ser Ciappelletto, in Decameron I, 1.

BAV, Ms Pal. Lat. 1989, f. 11r. Miniatura raffigurante la vicenda di Ser Ciappelletto, in Decameron I, 1.

[1] Ser Cepparello con una falsa confessione inganna uno santo frate, e muorsi; ed essendo stato un pessimo uomo in vita, è morto reputato per santo e chiamato san Ciappelletto[1].

 

[2] – Convenevole cosa è[2], carissime donne, che ciascheduna cosa la quale l’uomo fa, dallo ammirabile e santo nome di Colui il quale di tutte fu facitore le dea principio. Per che, dovendo io al nostro novellare, sì come primo, dare cominciamento, intendo da una delle sue maravigliose cose incominciare, acciò che, quella udita, la nostra speranza in lui, sì come in cosa impermutabile[3], si fermi e sempre sia da noi il suo nome lodato. [3] Manifesta cosa è che, sì come le cose temporali tutte sono transitorie e mortali, così in sé e fuor di sé esser[4] piene di noia e d’angoscia e di fatica e ad infiniti pericoli soggiacere; alle quali senza niuno fallo né potremmo noi, che viviamo mescolati in esse e che siamo parte d’esse, durare né ripararci[5], se spezial grazia di Dio forza e avvedimento non ci prestasse. [4] La quale a noi e in noi non è da credere che per alcuno nostro merito discenda, ma dalla sua propia benignità mossa e da prieghi di coloro impetrata che, sì come noi siamo, furon mortali, e bene i suoi piaceri[6] mentre furono in vita seguendo, ora con lui etterni sono divenuti e beati. Alli quali noi medesimi, sì come a procuratori informati per esperienza della nostra fragilità, forse non audaci di porgere i prieghi nostri nel cospetto di tanto giudice[7], delle cose le quali a noi reputiamo opportune gli[8] porgiamo. [5] E ancora più in Lui, verso noi di pietosa liberalità pieno discerniamo[9], che, non potendo l’acume dell’occhio mortale nel segreto della divina mente trapassare in alcun modo[10], avvien forse tal volta che, da oppinione[11] ingannati, tale dinanzi alla sua maestà facciamo procuratore, che da quella con etterno essilio è scacciato. E nondimeno Esso, al quale niuna cosa è occulta[12], più alla purità del pregator riguardando che alla sua ignoranza o allo essilio del pregato[13], così come se quegli fosse nel suo conspetto beato, esaudisce coloro che ’l priegano[14]. [6] Il che manifestamente potrà apparire nella novella la quale di raccontare intendo; manifestamente dico, non il giudicio di Dio, ma quel degli uomini seguitando.

[7] Ragionasi[15] adunque che essendo Musciatto Franzesi[16] di ricchissimo e gran mercatante in Francia cavalier divenuto e dovendone in Toscana venire con messer Carlo Senzaterra, fratello del re di Francia, da papa Bonifazio addomandato e al venir promosso[17], sentendo[18] egli gli fatti suoi, sì come le più volte son quegli de’ mercatanti, molto intralciati in qua e in là e non potersi di leggiere né subitamente stralciare[19], pensò quegli commettere[20] a più persone; e a tutti trovò modo; fuor solamente in dubbio gli rimase cui lasciar potesse sofficiente a[21] riscuoter suoi crediti fatti a più borgognoni. [8] E la cagion del dubbio era il sentire li borgognoni uomini riottosi e di mala condizione e misleali[22]; e a lui non andava per la memoria chi tanto malvagio uom fosse, in cui egli potesse alcuna fidanza[23] avere che opporre alla loro malvagità si potesse. [9] E sopra questa essaminazione[24] pensando lungamente stato, gli venne a memoria un ser Cepparello da Prato, il qual molto alla sua casa in Parigi si riparava[25]. Il quale, per ciò che piccolo di persona era e molto assettatuzzo[26], non sappiendo li franceschi che si volesse dir[27] Cepparello, credendo che “cappello”, cioè “ghirlanda”[28], secondo il loro volgare, a dir venisse, per ciò che piccolo era come dicemmo, non Ciappello, ma Ciappelletto il chiamavano; e per Ciappelletto era conosciuto per tutto, là dove pochi per ser Cepparello il conoscieno.

[10] Era questo Ciappelletto di questa vita: egli, essendo notaio[29], avea grandissima vergogna quando uno de’ suoi strumenti (come che pochi ne facesse) fosse altro che falso trovato; de’ quali tanti avrebbe fatti di quanti fosse stato richiesto, e quelli più volentieri in dono che alcun altro grandemente salariato[30]. [11] Testimonianze false con sommo diletto diceva, richiesto e non richiesto; e dandosi a que’ tempi in Francia a’ saramenti[31] grandissima fede, non curandosi fargli falsi, tante quistioni malvagiamente vincea a quante a giurare di dire il vero sopra la sua fede era chiamato. [12] Aveva oltre modo piacere, e forte vi studiava[32], in commettere[33] tra amici e parenti e qualunque altra persona mali e inimicizie e scandali, de’ quali quanto maggiori mali vedeva seguire tanto più d’allegrezza prendea. [13] Invitato ad un omicidio o a qualunque altra rea cosa, senza negarlo mai, volenterosamente v’andava; e più volte a fedire e ad uccidere uomini colle propie mani si trovò volentieri. Bestemmiatore di Dio e de’ santi era grandissimo; e per ogni piccola cosa, sì come colui che più che alcun altro era iracundo. [14] A chiesa non usava[34] giammai; e i sacramenti di quella tutti, come vil cosa, con abominevoli parole scherniva; e così in contrario le taverne e gli altri disonesti luoghi visitava volentieri e usavagli. Delle femine era così vago come sono i cani de’ bastoni[35]; del contrario più che alcun altro tristo uomo si dilettava. Imbolato avrebbe e rubato[36] con quella conscienzia che un santo uomo offerrebbe[37]. Gulosissimo e bevitore grande, tanto che alcuna volta sconciamente gli facea noia. Giuocatore e mettitor di malvagi dadi[38] era solenne[39]. [15] Perché mi distendo io in tante parole? Egli era il piggiore uomo forse che mai nascesse[40]. La cui malizia lungo tempo sostenne la potenzia e lo stato[41] di messer Musciatto, per cui molte volte e dalle private persone, alle quali assai sovente faceva ingiuria, e dalla corte[42], a cui tuttavia[43] la facea, fu riguardato[44].

[16] Venuto adunque questo ser Cepparello nell’animo a messer Musciatto, il quale ottimamente la sua vita conosceva, si pensò il detto messer Musciatto costui dovere essere tale quale la malvagità de’ borgognoni il richiedea; e perciò, fattolsi chiamare, gli disse così: [17] «Ser Ciappelletto, come tu sai, io sono per ritrarmi del tutto di qui, e avendo tra gli altri a fare co’ borgognoni, uomini pieni d’inganni, non so cui io mi possa lasciare a riscuotere il mio da loro più convenevole di te; e perciò, con ciò sia cosa che tu niente facci al presente[45], ove a questo vogli intendere, io intendo[46] di farti avere il favore della corte[47] e di donarti quella parte di ciò che tu riscoterai che convenevole sia».

[18] Ser Ciappelletto, che scioperato si vedea e male agitato delle cose del mondo[48] e lui ne vedeva andare che suo sostegno e ritegno[49] era lungamente stato, senza niuno indugio e quasi da necessità costretto si diliberò[50], e disse che volea volentieri. [19] Per che, convenutisi insieme, ricevuta ser Ciappelletto la procura e le lettere favorevoli del re, partitosi messer Musciatto, n’andò in Borgogna dove quasi niuno il conoscea; e quivi, fuor di sua natura[51], benignamente e mansuetamente cominciò a voler riscuotere e fare quello per che andato v’era, quasi si riserbasse l’adirarsi al da sezzo[52].

[20] E così faccendo, riparandosi in casa di due fratelli fiorentini, li quali quivi ad usura prestavano e lui per amor di messer Musciatto onoravano molto, avvenne che egli infermò. Al quale i due fratelli fecero prestamente venire medici e fanti che il servissero e ogni cosa opportuna alla sua santà[53] racquistare. [21] Ma ogni aiuto era nullo[54], per ciò che ’l buono uomo, il quale già era vecchio e disordinatamente vivuto, secondo che i medici dicevano, andava di giorno in giorno di male in peggio, come colui ch’aveva il male della morte; di che li due fratelli si dolevan forte.

[22] E un giorno, assai vicini della camera nella quale ser Ciappelletto giaceva infermo, seco medesimi cominciarono a ragionare: [23] «Che farem noi – diceva l’uno all’altro – di costui? Noi abbiamo de’ fatti suoi pessimo partito alle mani[55]: per ciò che il mandarlo fuori di casa nostra così infermo ne sarebbe gran biasimo e segno manifesto di poco senno, veggendo la gente che noi l’avessimo ricevuto prima, e poi fatto servire e medicare così sollecitamente, e ora, senza potere egli aver fatta cosa alcuna che dispiacer ci debbia[56], così subitamente di casa nostra e infermo a morte vederlo mandar fuori[57]. [24] D’altra parte, egli è stato sì malvagio uomo che egli non si vorrà confessare né prendere alcuno sagramento della Chiesa; e, morendo senza confessione, niuna chiesa vorrà il suo corpo ricevere, anzi sarà gittato a’ fossi a guisa d’un cane[58]. [25] E, se egli si pur confessa[59], i peccati suoi son tanti e sì orribili[60] che il simigliante n’avverrà[61], per ciò che frate né prete ci sarà che ’l voglia né possa assolvere; per che, non assoluto, anche sarà gittato a’ fossi. [26] E se questo avviene, il popolo di questa terra, il quale sì per lo mestier nostro, il quale loro pare iniquissimo e tutto ’l giorno ne dicon male, e sì per la volontà che hanno di rubarci, veggendo ciò, si leverà a romore[62] e griderà: “Questi lombardi cani[63], li quali a chiesa non sono voluti ricevere, non ci si voglion[64] più sostenere[65]”; e correrannoci alle case e per avventura non solamente l’avere ci ruberanno, ma forse ci torranno oltre a ciò le persone[66]; di che noi in ogni guisa stiam male, se costui muore».

[27] Ser Ciappelletto, il quale, come dicemmo, presso giacea là dove costoro così ragionavano, avendo l’udire sottile, sì come le più volte veggiamo avere gl’infermi, udì ciò che costoro di lui dicevano; li quali egli si fece chiamare, e disse loro: «Io non voglio che voi di niuna cosa di me dubitiate[67] né abbiate paura di ricevere per me alcun danno. Io ho inteso ciò che di me ragionato avete e son certissimo che così n’avverrebbe come voi dite, dove così andasse la bisogna[68] come avvisate; ma ella andrà altramenti. [28] Io ho, vivendo, tante ingiurie fatte a Domenedio che, per farnegli io una ora in su la mia morte, né più né meno ne farà[69]; [29] e per ciò procacciate di farmi venire un santo e valente frate, il più[70] che aver potete, se alcun ce n’è; e lasciate fare a me, ché fermamente io acconcerò i fatti vostri e’ miei in maniera che starà bene e che dovrete esser contenti».

[30] I due fratelli, come che molta speranza non prendessono di questo, nondimeno se n’andarono ad una religione[71] di frati e domandarono alcuno santo e savio uomo che udisse la confessione d’un lombardo che in casa loro era infermo; e fu lor dato un frate antico[72] di santa e di buona vita e gran maestro in Iscrittura e molto venerabile uomo, nel quale tutti i cittadini grandissima e spezial divozione aveano, e lui menarono. [31] Il quale, giunto nella camera dove ser Ciappelletto giacea e allato postoglisi a sedere, prima benignamente il cominciò a confortare, e appresso il domandò quanto tempo era che egli altra volta confessato si fosse.

[32] Al quale ser Ciappelletto, che mai[73] confessato non s’era, rispose: «Padre mio, la mia usanza suole essere di confessarmi ogni settimana almeno una volta, senza che assai sono di quelle che io mi confesso più; è il vero che poi ch’io infermai, che son presso a otto dì, io non mi confessai, tanta è stata la noia che la infermità m’ha data».

[33] Disse allora il frate: «Figliuol mio, bene hai fatto, e così si vuol fare per innanzi[74]; e veggio che, poi[75] sì spesso ti confessi, poca fatica avrò d’udire o di domandare».

[34] Disse ser Ciappelletto: «Messer lo frate[76], non dite così; io non mi confessai mai tante volte né sì spesso, che io sempre non mi volessi confessare generalmente[77] di tutti i miei peccati che io mi ricordassi dal dì ch’i’ nacqui infino a quello che confessato mi sono; e per ciò vi priego, padre mio buono, che così puntualmente[78] d’ogni cosa mi domandiate come se mai confessato non mi fossi; [35] e non mi riguardate perch’io infermo sia, ché io amo molto meglio di dispiacere a queste mie carni che, faccendo agio loro[79], io facessi cosa che potesse essere perdizione della anima mia, la quale il mio Salvatore ricomperò col suo prezioso sangue»[80].

[36] Queste parole piacquero molto al santo uomo e parvongli argomento di bene disposta mente; e poi che a ser Ciappelletto ebbe molto commendato questa sua usanza, il cominciò a domandare se egli mai in lussuria con alcuna femina peccato avesse[81].

[37] Al qual ser Ciappelletto sospirando rispose: «Padre mio, di questa parte mi vergogno io di dirvene il vero, temendo di non peccare in vanagloria».

[38] Al quale il santo frate disse: «Di’ sicuramente[82], ché il ver dicendo né in confessione né in altro atto si peccò giammai».

[39] Disse allora ser Ciappelletto: «Poiché voi di questo mi fate sicuro, e[83] io il vi dirò: io son così vergine come io usci’ del corpo della mamma mia».

[40] «Oh benedetto sie tu[84] da Dio! – disse il frate – come bene hai fatto! e, faccendolo, hai tanto più meritato, quanto, volendo, avevi più d’arbitrio di fare il contrario che non abbiam noi e qualunque altri son quegli che sotto alcuna regola sono costretti»[85].

[41] E appresso questo il domandò se nel peccato della gola aveva a Dio dispiaciuto; al quale, sospirando forte, ser Ciappelletto rispose del sì, e molte volte; per ciò che, con ciò fosse cosa che egli, oltre alli digiuni delle quaresime[86] che nell’anno si fanno dalle divote persone, ogni settimana almeno tre dì fosse uso di digiunare in pane e in acqua, con quello diletto e con quello appetito l’acqua bevuta avea, e spezialmente quando avesse alcuna fatica durata o adorando[87] o andando in pellegrinaggio, che fanno i gran bevitori il vino; e molte volte aveva disiderato d’avere cotali insalatuzze d’erbucce[88], come le donne fanno quando vanno in villa[89], e alcuna volta gli era paruto migliore il mangiare che non pareva a lui che dovesse parere a chi digiuna per divozione, come digiunava egli[90].

[42] Al quale il frate disse: «Figliuol mio, questi peccati sono naturali e sono assai leggieri; e per ciò io non voglio che tu ne gravi più la conscienzia tua che bisogni. Ad ogni uomo addiviene, quantunque santissimo sia, il parergli dopo lungo digiuno buono il manicare[91], e dopo la fatica il bere».

[43] «Oh! – disse ser Ciappelletto – padre mio, non mi dite questo per confortarmi; ben sapete che io so che le cose che al servigio di Dio si fanno, si deono fare tutte nettamente e senza alcuna ruggine[92] d’animo; e chiunque altrimenti le fa, pecca».

[44] Il frate contentissimo disse: «E[93] io son contento che così ti cappia[94] nell’animo, e piacemi forte la tua pura e buona conscienzia in ciò[95]. Ma, dimmi: in avarizia hai tu peccato, disiderando più che il convenevole, o tenendo quello che tu tener non dovesti?».

[45] Al quale ser Ciappelletto disse: «Padre mio, io non vorrei che voi guardasti[96] perché io sia in casa di questi usurieri[97]: io non ci ho a far nulla; anzi ci era venuto per dovergli ammonire e gastigare[98] e torgli da questo abbominevole guadagno; e credo mi sarebbe venuto fatto, se Iddio non m’avesse così visitato[99]. [46] Ma voi dovete sapere che mio padre mi lasciò ricco uomo, del cui avere, come egli fu morto, diedi la maggior parte per Dio[100]; e poi, per sostentare la vita mia e per potere aiutare i poveri di Cristo, ho fatte mie piccole mercatantie[101], e in quelle ho desiderato di guadagnare, e sempre co’ poveri di Dio quello che ho guadagnato ho partito per mezzo[102], l’una metà convertendo né miei bisogni, l’altra metà dando loro; e di ciò m’ha sì bene il mio Creatore aiutato che io ho sempre di bene in meglio fatti i fatti miei.

[47] «Bene hai fatto – disse il frate – ma come ti se’ tu spesso[103] adirato?».

[48] «Oh! – disse ser Ciappelletto – cotesto vi dico io bene che io ho molto spesso fatto. E chi se ne potrebbe tenere, veggendo tutto il dì gli uomini fare le sconce cose, non servare i comandamenti di Dio, non temere i suoi giudicii[104]? [49] Egli[105] sono state assai volte il dì che io vorrei più tosto essere stato morto che vivo, veggendo i giovani andare dietro alle vanità e vedendogli giurare e spergiurare, andare alle taverne, non visitare le chiese e seguir più tosto le vie del mondo che quella di Dio»[106].

[50] Disse allora il frate: «Figliuol mio, cotesta è buona ira, né io per me te ne saprei penitenzia imporre. Ma, per alcuno caso, avrebbeti l’ira potuto inducere a fare alcuno omicidio o a dire villania a persona o a fare alcun’altra ingiuria?».

[51] A cui ser Ciappelletto rispose: «Ohimè, messere, o[107] voi mi parete uom di Dio: come dite voi coteste parole? o[108] s’io avessi avuto pure un pensieruzzo di fare qualunque s’è[109] l’una delle cose che voi dite, credete voi che io creda che Iddio m’avesse[110] tanto sostenuto? Coteste son cose da farle gli scherani[111] e i rei uomini, de’ quali qualunque ora[112] io n’ho mai veduto alcuno, sempre ho detto: “Va, che Dio ti converta”».

[52] Allora disse il frate: «Or mi di’, figliuol mio, che benedetto sia tu da Dio: hai tu mai testimonianza niuna falsa[113] detta contro alcuno o detto mal d’altrui o tolte dell’altrui cose senza piacer di colui di cui sono?».

[53] «Mai, messere, sì[114]– rispose ser Ciappelletto – che io ho detto male d’altrui; per ciò che io ebbi già un mio vicino che, al maggior torto del mondo, non faceva altro che battere la moglie, sì che io dissi una volta mal di lui alli parenti della moglie, sì gran pietà mi venne di quella cattivella[115], la quale egli, ogni volta che bevuto avea troppo, conciava come Dio vel dica[116]».

[54] Disse allora il frate: «Or bene, tu mi di’ che se’ stato mercatante: ingannasti tu mai persona così come fanno i mercatanti?».

[55] «Gnaffe[117] – disse ser Ciappelletto – messer sì; ma io non so chi egli si fu, se non che uno, avendomi recati danari che egli mi dovea dare di panno che io gli avea venduto, e io messogli in una mia cassa senza annoverare[118], ivi bene ad un mese[119] trovai ch’egli erano quattro piccioli[120] più che essere non doveano; per che, non rivedendo colui e avendogli serbati bene uno anno per rendergliele[121], io gli diedi per l’amor di Dio».

[56] Disse il frate: «Cotesta fu piccola cosa; e facesti bene a farne quello che ne facesti».

[57] E, oltre a questo, il domandò il santo frate di molte altre cose, delle quali di tutte[122] rispose a questo modo. E volendo egli già procedere all’assoluzione, disse ser Ciappelletto: «Messere, io ho ancora alcun peccato che io non v’ho detto».

[58] Il frate il domandò quale; ed egli disse: «Io mi ricordo che io feci al fante mio un sabato dopo nona spazzare la casa, e non ebbi alla santa domenica quella reverenza che io dovea»[123].

[59] «Oh! – disse il frate – figliuol mio, cotesta è leggier cosa».

[60] «Non[124] – disse ser Ciappelletto – non dite leggier cosa, ché la domenica è troppo da onorare, però che in così fatto dì risuscitò da morte a vita il nostro Signore».

[61] Disse allora il frate: «O altro hai tu fatto?».

[62] «Messer sì – rispose ser Ciappelletto – ché io, non avvedendomene, sputai una volta nella chiesa di Dio».

[63] Il frate cominciò a sorridere e disse: «Figliuol mio, cotesta non è cosa da curarsene: noi, che siamo religiosi, tutto il dì vi sputiamo».

[64] Disse allora ser Ciappelletto: «E voi fate gran villania, per ciò che niuna cosa si convien tener netta come il santo tempio, nel quale si rende sacrificio a Dio».

[65] E in brieve de’ così fatti ne gli disse molti, e ultimamente cominciò a sospirare, e appresso a piagner forte, come colui che il sapeva troppo ben fare quando volea.

[66] Disse il santo frate: «Figliuol mio, che hai tu?».

[67] Rispose ser Ciappelletto: «Ohimè, messere, ché un peccato m’è rimaso, del quale io non mi confessai mai, sì gran vergogna ho di doverlo dire; e ogni volta ch’io me ne ricordo piango come voi vedete, e parmi essere molto certo che Iddio mai non avrà misericordia di me per questo peccato».

[68] Allora il santo frate disse: «Va via[125], figliuol, che è ciò che tu dì? Se tutti i peccati che furon mai fatti da tutti gli uomini, o che si debbon fare da tutti gli uomini mentre che[126] il mondo durerà, fosser tutti in uno uom solo, ed egli ne fosse pentuto e contrito come io veggio te, si è tanta la benignità e la misericordia di Dio che, confessandogli egli[127], gliele perdonerebbe liberamente[128]; e per ciò dillo sicuramente».

[69] Disse allora ser Ciappelletto, sempre piagnendo forte: «Ohimè, padre mio, il mio è troppo gran peccato, e appena posso credere, se i vostri prieghi non ci si adoperano, che egli mi debba[129] mai da Dio esser perdonato».

[70] A cui il frate disse: «Dillo sicuramente, ché io ti prometto di pregare Iddio per te».

[71] Ser Ciappelletto pur piagnea[130] e nol dicea, e il frate pur il confortava a dire. Ma poi che ser Ciappelletto piagnendo ebbe un grandissimo pezzo tenuto il frate così sospeso, e[131] egli gittò un gran sospiro e disse: «Padre mio, poscia che voi mi promettete di pregare Iddio per me, e io il vi dirò[132]: sappiate che, quando io era piccolino, io bestemmiai[133] una volta la mamma mia». E così detto ricominciò a piagnere forte.

[72] Disse il frate: «O figliuol mio, or parti questo così grande peccato? o gli uomini bestemmiano tutto ’l giorno Iddio, e sì[134] perdona egli volentieri a chi si pente d’averlo bestemmiato; e tu non credi che egli perdoni a te questo? Non piagner, confortati, ché fermamente, se tu fossi stato un di quegli che il posero in croce, avendo la contrizione ch’io ti veggio, sì ti perdonerebbe Egli».

[73] Disse allora ser Ciappelletto: «Ohimè, padre mio, che dite voi? La mamma mia dolce[135], che mi portò in corpo nove mesi il dì e la notte e portommi in collo più di cento volte! troppo feci male a bestemmiarla e troppo è gran peccato; e se voi non pregate Iddio per me, egli non mi sarà perdonato».

[74] Veggendo il frate non essere altro restato a dire a ser Ciappelletto, gli fece l’assoluzione e diedegli la sua benedizione, avendolo per[136] santissimo uomo, sì come colui che pienamente credeva esser vero ciò che ser Ciappelletto avea detto: e chi sarebbe colui che nol credesse, veggendo uno uomo in caso[137] di morte dir così? .

[75] E poi, dopo tutto questo, gli disse: «Ser Ciappelletto, coll’aiuto di Dio voi[138] sarete tosto sano; ma se pure avvenisse che Iddio la vostra benedetta e ben disposta anima chiamasse a sé, piacevi egli[139] che ’l vostro corpo sia sepellito al nostro luogo[140]?».

[76] Al quale ser Ciappelletto rispose: «Messer sì; anzi non vorre’ io essere altrove, poscia che voi mi avete promesso di pregare Iddio per me: senza che[141] io ho avuta sempre spezial divozione al vostro Ordine. E per ciò vi priego che, come voi al vostro luogo sarete, facciate che a me vegna quel veracissimo corpo di Cristo, il qual voi la mattina sopra l’altare consecrate; per ciò che, come che io degno non ne sia, io intendo colla vostra licenzia di prenderlo, e appresso la santa e ultima unzione[142], acciò che io, se vivuto son come peccatore, almeno muoia come cristiano».

[77] Il santo uomo disse che molto gli piacea e che egli dicea bene, e farebbe che di presente[143] gli sarebbe apportato; e così fu.

[78] Li due fratelli, li quali dubitavan forte non ser Ciappelletto gl’ingannasse, s’eran posti appresso ad un tavolato, il quale la camera dove ser Ciappelletto giaceva divideva da un’altra, e ascoltando leggiermente[144] udivano e intendevano ciò che ser Ciappelletto al frate diceva; e aveano alcuna volta sì gran voglia di ridere, udendo le cose le quali egli confessava d’aver fatte, che quasi scoppiavano. [79] E fra se’ talora dicevano: «Che uomo è costui, il quale né vecchiezza né infermità né paura di morte alla qual si vede vicino, né ancora di Dio dinanzi al giudicio del quale di qui a picciola ora s’aspetta di dovere essere, dalla sua malvagità l’hanno potuto rimuovere[145], né far ch’egli così non voglia morire come egli è vivuto?». [80] Ma pur vedendo che sì aveva detto che egli sarebbe a sepoltura ricevuto in chiesa, niente del rimaso[146] si curarono.

[81] Ser Ciappelletto poco appresso si comunicò: e peggiorando senza modo, ebbe l’ultima unzione e poco passato vespro, quel dì stesso che la buona confessione fatta avea, si morì. [82] Per la qual cosa li due fratelli, ordinato di quello di lui medesimo[147] come egli fosse onorevolmente sepellito, e mandatolo a dire al luogo de’ frati, e che essi vi venissero la sera a far la vigilia[148] secondo l’usanza e la mattina per lo corpo, ogni cosa a ciò opportuna dispuosero.

[83] Il santo frate che confessato l’avea, udendo che egli era trapassato, fu insieme[149] col priore del luogo; e fatto sonare a capitolo, alli frati ragunati in quello mostrò ser Ciappelletto essere stato santo uomo, secondo che per la sua confessione conceputo[150] avea; e sperando per lui Domenedio dovere[151] molti miracoli dimostrare, persuadette loro che con grandissima reverenzia e divozione quello corpo si dovesse[152] ricevere. [84] Alla qual cosa il priore e gli altri frati creduli s’acordarono: e la sera, andati tutti là dove il corpo di ser Ciappelletto giaceva, sopr’esso fecero una grande e solenne vigilia; e la mattina, tutti vestiti co’ camici e co’ pieviali[153], con libri in mano e con le croci innanzi, cantando, andaron per questo corpo e con grandissima festa e solennità il recarono alla lor chiesa, seguendo quasi tutto il popolo della città, uomini e donne. [85] E nella chiesa postolo, il santo frate che confessato l’avea, salito in sul pergamo, di lui cominciò e della sua vita, de’ suoi digiuni, della sua virginità, della sua simplicità e innocenzia e santità maravigliose cose a predicare[154], tra l’altre cose narrando quello che ser Ciappelletto per lo suo maggior peccato piagnendo gli avea confessato, e come esso appena gli avea potuto mettere nel capo che Iddio gliele dovesse perdonare, da questo volgendosi[155] a riprendere il popolo che ascoltava, dicendo: «E voi, maledetti da Dio, per ogni fuscello di paglia che vi si volge tra’ piedi bestemmiate Iddio e la Madre, e tutta la corte di Paradiso[156]».

[86] E oltre a queste, molte altre cose disse della sua lealtà e della sua purità: e in brieve con le sue parole, alle quali era dalla gente della contrada data intera fede, sì il mise nel capo e nella divozion di tutti coloro che v’erano che, poi che fornito[157] fu l’uficio, colla maggior calca del mondo da tutti fu andato[158] a basciargli i piedi e le mani, e tutti i panni gli furono indosso stracciati, tenendosi beato chi pure un poco di quegli potesse avere[159]: e convenne che tutto il giorno così fosse tenuto, acciò che da tutti potesse essere veduto e visitato. [87] Poi, la vegnente notte, in una arca di marmo sepellito fu onorevolmente in una cappella, e a mano a mano[160] il dì seguente vi cominciarono le genti ad andare e ad accender lumi e ad adorarlo[161], e per conseguente a botarsi[162] e ad appiccarvi le imagini della cera[163] secondo la promession fatta. [88] E in tanto[164] crebbe la fama della sua santità e divozione a lui, che quasi niuno era, che in alcuna avversità fosse, che ad altro santo che a lui si botasse, e chiamaronlo e chiamano san Ciappelletto; e affermano molti miracoli Iddio aver mostrati per lui e mostrare tutto giorno[165] a chi divotamente si raccomanda a lui.

[89] Così adunque visse e morì ser Cepparello da Prato e santo[166] divenne come avete udito. Il quale negar non voglio essere possibile lui[167] essere beato nella presenza di Dio, per ciò che, come che la sua vita fosse scelerata e malvagia, egli poté in su lo stremo[168] aver sì fatta contrizione, che per avventura Iddio ebbe misericordia di lui e nel suo regno il ricevette[169]: ma, per ciò che questo n’è occulto, secondo quello che ne può apparire ragiono, e dico costui più tosto dovere essere nelle mani del diavolo in perdizione che in Paradiso[170]. [90] E se così è, grandissima si può la benignità di Dio cognoscere verso noi, la quale non al nostro errore, ma alla purità della fede riguardando, così faccendo noi nostro mezzano[171] un suo nemico, amico credendolo, ci esaudisce, come se ad uno veramente santo per mezzano della sua grazia ricorressimo[172]. [91] E per ciò, acciò che noi per la sua grazia nelle presenti avversità[173] e in questa compagnia così lieta siamo sani e salvi servati, lodando il suo nome nel quale cominciata l’abbiamo, lui in reverenza avendo, né nostri bisogni gli ci raccomandiamo, sicurissimi d’essere uditi –.

[92] E qui si tacque[174].

[1] La novella trasse probabilmente origine da narrazioni e da dicerie venute dalla Francia sulla mala vita e le male arti dei prestatori italiani; e il Boccaccio, insieme ad altre inventate o derivate suggestioni letterarie, le attribuì a un personaggio realmente esistito, che aveva trafficato in quelle terre, ed era stato in rapporto con i fratelli Franzesi, prototipi, per la storiografia fiorentina, dei loschi affaristi. Difatti un Cepparello o Ciappelletto Dietaiuti da Prato appare in documenti della fine del ‘200 come ricevitore di decime e di taglie, per conto di Filippo il Bello, re di Francia, e di Bonifacio VIII, nel contado venosino ecc. (ma non era notaio, era ammogliato e aveva figli, era ancora vivo, a Prato, nel 1304). Il suo libro di conti è uno dei più antichi documenti volgari (Testi fiorentini del Dugento e dei primi del Trecento, a cura di A. Schiaffini, Firenze 1926, pp. 244-259). «È pittoresco – nota Contini – che in un suo libro di conti relativo agli anni 1288-1290, dove sono documentati fra l’altro i suoi rapporti con Biccio e Musciatto (i loschi fratelli Franzesi) e non mancano menzioni di località borgognoni (come Mâcon), sia registrata anche una modesta elemosina» ai francescani e ai domenicani. Episodi simili alla novella erano in testi medievali: nella Vita di San Martino di Sulpizio Severo (XI: la tomba di un brigante presso Tours è venerata come quella d’un santo), nella Storia di Spagna di Juan de Mariana (con pseudomiracoli gli eretici inducevano il popolino a venerar la tomba del loro compagno Arnaldo); e in generale in tutte le frequenti raffigurazioni e satire di ipocriti, da quelle del Fiore a quelle della Divina Commedia. È tema del resto diffuso nella novellistica (Rotunda, U II6*). Cfr. C. Paoli, Documenti di Ser Ciappelletto, GSLI 5 (1885), pp. 346-360; A. Neri, Una lettera di G. Bianchini, ibid. 6 (1885), p. 305; C. Giani, Cepparello da Prato (lo pseudo Ser Ciappelletto) secondo la leggenda boccaccesca e secondo i docum. degli archivi Pratese e Vaticano, Prato 1915, e Ancora due parole su Cepparello, Prato 1916; L. Fassò, Saggi e ricerche di storia letteraria: da Dante al Manzoni, Milano 1947; V. Branca, Boccaccio medievale e nuovi studi sul Decameron, Firenze 1956, pp. 71-99.

[2] La prima novella di ogni giornata comincia sempre, contrariamente alle altre, senza azione alcuna nella «cornice», proprio perché tale azione è compresa nella introduzione alla giornata.

[3] Non soggetta a mutamenti.

[4] Per questa costruzione cfr. Intr. 41 n., I 4, 3 n. Le considerazioni sulla caducità divulgate in forma simile da testi autorevoli (per es. Ecclesiaste I 2-13; Seneca, De constantia 20, 8) erano state rese proverbiali dall’«Omnia vertuntur» (H. Walther, Proverbia sententiaeque Latinitatis Medii Aevi, Göttingen 1963, III, p. 622; e anche L. De Mauri, Flores sententiarum: raccolta di sentenze, proverbi e motti latini di uso quotidiano, in ordine per materie, con le fonti indicate, schiarimenti e la traduzione italiana, Milano 1967, p. 77).

[5] Resistere né evitarle. E nota i due cursus veloces che concludono i due membri del periodo.

[6] Le sue volontà. «Coloro» (nella riga precedente) sono i santi.

[7] Tutta la frase «forse … giudice» è apposizione di noi «medesimi».

[8] Cioè «i prieghi».

[9] E in Lui, che è pieno di pietà e di liberalità verso di noi, scorgiamo qualcosa anche di più grande, di più liberale.

[10] Par. XIII 141: «Vederli dentro al consiglio divino»; cfr. Par. VI 121-123, Purg. VIII 67-69; Esposizioni IX litt. 72: «la profondità della divina mente, la quale è tanta e sì nascosa che occhio mortale non può ad essa trapassare».

[11] Oppinione (la doppia è consueta nell’antico toscano: dal lat. med. Oppinio) è «sentenza dubbiosa, e non certa, ingannata dal parere» (Da F. Buti, comm. a Purg. XXVI 2): II 6, 54 n. e IV intr. 39 n.: «gli lascerò con la loro oppinione».

[12] Par. XXI 50: «Colui che tutto vede».

[13] Cioè al fatto che il pregato è all’Inferno: Inf. XXIII 126 e Purg. XXI 18: «ne l’etterno essilio».

[14] È un concetto che anche Dante accenna (Ep. VI: «qui divine volutati reluctatus est et sciens et volens, eidem militet nesciens atque nolens»), e che sarà ripreso ampiamente nel finale (89-91).

[15] Si narra.

[16] Musciatto di Messer Guido Franzesi, «nostro contadino», secondo il Villani, accumulò grandi ricchezze trafficando in Francia, e fu dei più ascoltati e malvagi consiglieri di Filippo il Bello, inducendolo a falsificare moneta e a razziare i mercanti italiani (Cronica VII 147 e VIII 49, 56, 63). Anche il Compagni: «cavaliere di gran malizia, picciolo della persona… corrotto» (II 4). Era già morto nel 1310 (cfr. la nota di I. Del Lungo al citato luogo del Compagni): e fu realmente in stretti rapporti d’affari con Cepparello, come testimoniano i documenti di cui alla n. 1 di p. 49. Da notizie manoscritte cui si riferiscono il Manni e il Giani, risulta che fu Podestà e Capitano del Popolo a Prato e poi Capitano della Taglia Toscana nel novembre del 1301; e che i fratelli Franzesi, prima Lombards soggetti alla taille, erano divenuti gentilshommes, receveurs, trésoriers del Re. Cfr. in gen. F. Bock, Musciatto dei Franzesi, DA 6 (1943), pp. 521-544; R. Davidsohn, Storia di Firenze, Firenze 1965, VI, pp. 625-636. «Musciatto» è soprannome da «Moscia», forma francese di «Mosca».

[17] Sollecitato, indotto. Anche questo cenno alla calata in Italia nel 1301 di Carlo di Valois è storico: è l’episodio che porterà all’esilio Dante (Purg. XX 70 ss. e Trattatello I 165 ss.). Il soprannome di Senzaterra (cui allude anche Dante, Purg. XX 76) era rimasto a Carlo, fratello di Filippo il Bello, dal tempo in cui non godeva di proprio appannaggio o dall’aver avuta solo nominalmente corona e dai suoi vani tentativi di procurarsi un regno.

[18] Conoscendo, sapendo, alla latina, come in Intr. 57: «sentono gli essecutori di quelle o morti o malati»: e cfr. II 6, 58 n.; II 8, 4 n. ecc.

[19] Sbrogliare, o forse, modernamente, liquidare.

[20] Affidare: II 7, 70 n.

[21] Idoneo, capace di.

[22] Litigiosi e di malvagia indole (morale) e sleali, falsi. «I Borgognoni avevano cattiva fama anche in Francia. Nel poemetto Tournoiement Antecrist di Huon di Mery (1234) la schiera guidata da Fellonia n’è piena, v. 701: “Felonie, qui her pitié avoit Bourgoignons a plenté”» (Zingarelli). A colorire l’ambiente sono usati due francesismi (riottosi e misleali: e cfr. riotta II 7, 42). Cfr. in generale per l’ambiente mercantile italiano in Borgogna: L. Gauthier, Les Lombards dans les Deux-Bourgognes, Paris 1907; e A. Sapori, Studi di storia economica. Secoli XIII-XIV-XV, Firenze 1955, I, pp. 100 ss.; R. Davidsohn, op. cit., VI, pp. 649 ss.

[23] Fiducia: cfr. IV 6, 40 n.

[24] Disamina, indagine: usato soprattutto per gli esami processuali, non senza ragione il vocabolo è impiegato proprio qui.

[25] Si rifugiava, albergava: cfr. II 8, 33: «nella corte del quale … molto si riparavano» e 77: «cominciò come povero uomo a ripararsi vicino alla casa di lei»; e più avanti, 20.

[26] Agghindato, di un’eleganza un po’ affettata: cfr. Vita di Sant’Antonio (C.): «Era una giovine balda e tutta piena d’arditezza, e tutta assettatuzza e atteggevole»; e Dante, Rime dubbie, VI 4. «Il Boccaccio s’impadronisce magistralmente di questo suffisso istituzionale nella poesia burlesca» (Contini): e cfr. qui 41, 51.

[27] Riflessivo corrente allora nelle interrogative o dubitative dipendenti da «non sapete» ed espressioni equivalenti: cfr. per es. I 4, 15; II 3, 16; II 5, 55; II 7, 11 e 16 e 22 e 46; III 7, 23 e 51 e 73 e 99; III 8, 38; III 9, 35; IV 2, 48 ecc.; e F. Brambilla Ageno, Il verbo nell’italiano antico: ricerche di sintassi, Milano 1964, pp. 149 ss.

[28] Il francese «chapel» aveva il suo diminutivo assai comune in «chapelet», cioè «ciappelletto» pronunziato alla toscana: e anche in italiano «cappello» s’usava per «corona, ghirlanda» (Par. XXV 9 e cfr. C. Merkel, Come vestivano gli uomini del Decamerone. Saggio di storia del costume, Roma 1898, pp. 81 ss.). Forse il Boccaccio riteneva che «Cepparello» derivasse da «ceppo», mentre con tutta probabilità non era che un diminutivo di Ciapo (Ciaperello), deformazione di Jacopo: a meno che non provenga dall’identico toponimo. A Prato esisteva ancora nel Settecento una famiglia Cepparelli. «Franceschi» era corrente per francesi: cfr. II 6, 77 n.

[29] Per questa qualifica che, come abbiamo visto, non aveva Cepparello Dietaiuti, gli è attribuito il titolo di Ser. Il termine «strumenti» sta per atti notarili.

[30] Compensato. Questa volontà gratuita di male sembra riecheggiare da un famoso topico ritratto di malvagio, Catilina, tracciato dall’ammiratissimo Sallustio: ritratto certo presente al Boccaccio in questa pagina («Huic… caedes, rapinae, discordia grata fuere… testes signatoresque falsos commodare… gratuito potius malus atque crudelis erat»: I 5 ss.).

[31]  Giuramenti: II 8, 20 n.: e cfr. Annotazioni, VII.

[32] Fortemente vi si appassionava.

[33] Introdurre, intessere: Inf. XXVII 136: «quei che scommettendo acquistan carco».

[34] Non soleva andare: I 6, 19 n.

[35] Anche di un altro sodomita, Pietro da Vinciolo, la moglie dice «se’ cosi’ vago di noi [donne] come il can delle mazze» (V 10, 55); e il Sacchetti: «vago delle femmine, come i fanciulli delle palmate» (CXII): quasi proverbio «già usato nella precedente poesia giocosa, della quale in questa pagina ritornano alcuni tratti fondamentali» (Marti). Comincia l’insistenza iterativa, di evidente valore allusivo-deprecativo per Cepparello, su «cane» (14, 25, 26).

[36] Il primo verbo indica il portar via di furto; il secondo rapire con violenza (II 4, 8 n.).

[37] Con la quale… offrirebbe denaro in elemosina: era corrente «offerere», assoluto: 11 6, 53; Par. V 50, XIII 140. Nota una di quelle sincopi, frequenti in casi simili (per es. II 5, 34; IV 9, 9) come le metatesi (per es. «enterrai» II 5, 76). E per l’omissione della preposizione dinanzi al relativo dipendente da un sostantivo preceduto da un dimostrativo, cfr. Mussafia, pp. 517 ss.

[38] Dadi truccati, cioè era baro: cfr. Sacchetti, XLII. E cfr. Intr. III n.

[39] Ultimo di quegli aggettivi – o espressioni – usati di solito in senso positivo e qui stravolti in negativo di cui è punteggiato questo ritratto. Il quale introduce così proprio il grande tema dello «stravolgimento», che è centrale alla novella, e il suo linguaggio antifrastico che trionfano coerentemente nella conclusione (cfr. V. Branca, op. cit., pp. 94 ss.).

[40] Cfr. Mt 26, 24; Mc 14, 21: «Bonum erat et si non esset natus homo ille» (per Giuda); e cfr. IX 1, 8; Corbaccio, 384: «Perché mi vo io in più parole stendendo?».

[41] Protesse, salvaguardò la potenza e il grado, la condizione: cfr. I 1, 30 n.; II 8, 33 n.; V 2, 35: «venne … in grande e ricco stato».

[42] Polizia, giustizia.

[43] Continuamente: vd. anche I 4, 8 n.; II 2, 15 n.

[44] Fu risparmiato, gli fu usato riguardo: cfr. più avanti, 35: «E non mi riguardate perché io infermo sia»; II 1, 12 n. Questo ritratto sinistro di ser Ciappelletto ben si accorda a quelli di Biccio e Musciatto Franzesi tracciati dal Villani (loc. cit.).

[45] Non esiste attività di Cepparello per il 1301: difatti più sotto si dice scioperato (Dante, Rime LXXV 13).

[46] «Intendere» vale la prima volta badare, la seconda ho intenzione, ho in animo. È segnalata la biforcazione, la ambiguità di una stessa parola usata in due significati diversi.

[47] Corte reale: difatti più sotto si parla delle lettere favorevoli del re, cioè di lettere commendatizie. Gli affari di Musciatto in Borgogna riguardavano la riscossione di imposte. Si noti che dal libro di conti di Cepparello risulta che già era stato esattore.

[48] Disoccupato… e in non buone condizioni economiche.

[49] Protezione, difesa.

[50] Prese una deliberazione, si decise.

[51] Contrariamente alla sua indole.

[52] Da ultimo: cfr. VI 9, 2; Teseida VIII 79; Inf. VII 130.

[53] Sanità; «santà» è forma più popolare (cfr. fr. santé). «Come di norma, la preposizione che regge l’infinito (a) è fusa con l’articolo dell’oggetto anteposto» (Contini): cfr. Intr. 20 n.

[54] Mezzo, rimedio (cfr. anche II 8, 47 n.) era inutile.

[55] Cioè ci troviamo con lui (o per causa di lui) a mal/a pessimo partito.

[56] Forma corrente, accanto a debba, nel toscano del Duecento e Trecento e nel Decameron stesso (per es. II 8, 13 e 9, 39; IX 5, 4; X 10, 35; G. Rohlfs, Grammatica storica della lingua italiana e dei suoi dialetti, 3 voll., Torino 1966-69, col. 556).

[57] Anacoluto. Era da aspettarsi «lo mandiam fuori», (dipendendo da «veggendo la gente che noi»; invece il Boccaccio torna col pensiero al costrutto «il mandarlo fuori», oppure coordina col gerundio procedente «veggendo».

[58] G. Villani, Cronica VI 62: «feciono … il corpo… gittare a’ fossi». Nei fossati che cingevano le mura della città si gettavano i cadaveri dei suicidi, degli eretici, degli scomunicati (IV 6, 26) e anche degli usurai (Thompson, P 435; V 22).

[59] Iperbato col pronome atono, comunissimo in quell’età (cfr. per es. Vita Nuova XL 4: «io li pur farei piangere»).

[60] Purg. III 121: «Orribil furon li peccati miei», dichiara Manfredi, che infatti non ebbe sepoltura in terra consacrata.

[61] Ci accadrà la stessa cosa.

[62] Tumulto: cfr. II 5, 77 e n.

[63] Lombardi erano chiamati in Francia tutti gli Italiani della parte settentrionale della penisola, Toscana inclusa (Purg. XVI 125-126): e ‘lombardo’ era sinonimo di prestatore e usuraio, cui si accompagnava spesso il dispregiativo di ‘chien’. Ancor oggi a Parigi esiste una rue des Lombards e a Londa una Lombard Street. Cfr. A. Segre, Manuale di storia del commercio, Torino 1923, I: dalle origini alla Rivoluzione francese, pp. 215 ss.; A. Sapori, op. cit., pp. 107, 180 ss., 688, 866 ss., 1051 ss.

[64] Non si lasciano nemmeno entrare (o non si vogliono ricevere) in chiesa, «non ci (cioè qui) si devano …» con costruzione personale: uso non comune ma ripetuto nel Boccaccio: cfr. per es. V 10, 45: «elle si vorrebbero uccidere, elle si vorrebbon vive vive metter nel fuoco»; Amorosa Visione I 67 ss.: «Più mirabil cosa | Veder vuoi prima che giunghi lassuso»; cfr. Mussafia, pp. 447 ss., 473; A. Segre, op. cit.

[65] Tollerare: cfr. Proemio, II n.

[66] La vita: cfr. II 5, 60 n.

[67] Di nulla temiate a causa mia: cfr. Intr. 55 e n.

[68] La faccenda: II 7, 90 n.; e Inf. XXIII 140: «Mal contava la bisogna».

[69] Non ne farà maggior caso, non ne terrà neppur conto, cioè mi tratterà allo stesso modo. Altri interpreta impersonalmente non sarà nulla, non farà nulla. E cfr. Par. XXX 121: «Presso e lontano, lì, né pon né leva».

[70] Sottinteso: santo e valente.

[71] Convento; Sacchetti, CI: «andando… fuori di Todi a una religione di frati».

[72] Vecchio e austero. L’aggettivo conferisce grave dignità a questo frate che sarà vittima delle fandonie di Ciappelletto.

[73] L’inverosimile iperbole è armonica alla vituperatio che modula tutta la presentazione di Ciappelletto.

[74] Si deve fare d’ora in poi.

[75] Poiché, secondo l’uso comune nel Duecento e Trecento.

[76] L’articolo lo era corrente dopo la r. e nota il messere e il voi di rispetto usato a ragion veduta da Ciappelletto contro il figliuolo e il tu paterno del frate. Ma cfr. 75; e in generale S. Zini, Il «tu» e il «voi» nel Decameron, LN 3 (1941), pp. 121-127.

[77] Cioè fare quella che la Chiesa chiama la confessione generale. Giordano da Pisa, Quaresimale fiorentino, XX 26: «l’omo è tenuto di confessarsi generalmente di tutti i peccati…».

[78] Punto per punto, minutamente. Da Buti, Commento, intr.: «come apparirà quando si esporrà la lettera puntualmente» (punctualmente, latino scolastico).

[79] Avendo riguardo al loro comodo, indulgendo loro.

[80] È la traduzione di un versetto del Te Deum: «quos pretioso sanguine redemisti [tu, Christe]».

[81] «Deh, di femine non era e’ ghiotto troppo». (M.). Incomincia la confessione che con ordine si svolge prima ai peccati di incontinenza (accidia, lussuria, gola, avarizia, ira: trascurate superbia e invidia come meno facili alla qualità del confessato), poi a quelli di malizia.

[82] Anche Beatrice per togliere timore a Dante: «Di’, di’ sicuramente» (Par. V 122-123).

[83] Ecco che io: uso paraipotattico frequente nel Boccaccio: vd. anche II 9, 32 n.; III 5, 23 n.; V 10, 32: «Essendo noi già posti a tavola, Ercolano e la moglie e io, e noi sentimmo presso di noi starnutire»; cfr. V 8, 37 n.; VII 7, 20.

[84] Formula amata dal Boccaccio per la sua solennità: si vd. Amorosa Visione VI 4; Filocolo IV 130, 4; e anche qui 52.

[85] Da alcuna regola monastica, religiosa, sono retti e moderati. Qualunque era usato correntemente col plurale (qui riferito ai religiosi).

[86] Evidentemente qui non si allude solo alla Quaresima propriamente detta, cioè al digiuno di 46 giorni in preparazione alla Pasqua; ma ai vari periodi di digiuno, di lunghezza diversa, osservati dai fedeli o per prescrizione della Chiesa (per es. nell’Avvento e nelle Tempora) o per devozioni particolari. Quest’uso generico di «quaresima» è frequente: cfr. S. Sigoli, Viaggio al monte Sinai, a cura di C. Angelini, Firenze 1944, p. 189: «i Saracini fanno l’anno una quaresima… e basta 30 dì e tutto il dì stanno che non mangiano e non beono»; F. Belcari, Vita del beato Giovanni Colombini da Siena, Verona 1817, p. 224: «Essendo andato il Bianco a Nanni da Terranuova a fare la quaresima dello Spirito Santo…».

[87] Pregando, facendo le divozioni; vedi più innanzi, 87: «cominciarono le genti… a adorarlo»; e Sacchetti, CXCVIII: «uno Juccio… che adorava». E per l’uso frequente nel Decameron di gerundi in coordinazione cfr. S. Skerlj, Syntaxe du participe présent et du gérondif en vieil italien, Paris 1926, pp. 748 ss.

[88] I diminutivi hanno sempre nel Boccaccio un valore affettivo: e questa novella ne è punteggiata fin dal principio. E cfr. anche 9 n.

[89] In campagna, come a VIII 6, 40.

[90] La ripetizione di «parere» (tre volte) e di «digiunare» è una di quelle sottigliezze linguistiche cui il Boccaccio ricorre spesso per esprimere situazioni interiori (qui la untuosa complicatezza dell’ipocrita; e vd. altri esempi simili più sotto). Cfr. 51 e n.

[91] Mangiare: la forma arcaica, debole («manducare» livellato in «manucare», o «manicare») viva ancor oggi in «manicaretto», è usata dal Boccaccio promiscuamente a quella più comune – di origine francese – «mangiare»; si vd. a questo proposito, per es. I 10, 17; II 5, 82 n.; VIII 7, 128; IX 7, 10.

[92] Macchia: «indica molto bene ciò che toglie splendore all’anima che opera in servizio di Dio» (Momigliano): è termine del linguaggio pio.

[93] Enfatico, quasi etiam: usato di frequente dal Boccaccio (per es. VII 2, 21; X 10, 44).

[94] Ti stia nell’animo, cioè che tu la pensi così: cfr. I 10, 12 n.; VI 6, 5: «secondo che nell’animo gli capea»; VI 9, 8: «sapeva onorare cui nell’animo gli capeva»; Purg. XXI 81.

[95] «Conscientia bona e (separatamente) pura sono sintagmi paolini» (Contini).

[96] Steste in guardia, sospettaste (per la eccezionale ma corrente terminazione in -i, cfr. G. Rohlfs, op. cit., col. 560).

[97] Gallicismo frequente: cfr. per es. Inf. XI 109.

[98] Biasimare, rimproverare: cfr. II 4, 11 n. «Dovergli» è qui pleonastico, col valore di con l’intenzione di/allo scopo di (come a II 2, 20; III 7, 80; III 9, 57; VII 8, 14; VIII 7, 64 e I 5, 12; II 8, 63; III 3, 20; V 7, 17; VI 10, 31; X 2, 25). Cfr. F. Brambilla Ageno, op. cit., p. 447.

[99] È termine proprio al linguaggio devoto per indicare che le tribolazioni sono una grazia di Dio, come mezzo di perfezionamento morale: cfr. B. Giamboni, Introduzione alla virtù, Firenze 1810, p. 14: «dee pensare l’uomo che Dio l’ami, quando di tribolazioni da Dio è visitato»; Job VII 18; Ps. XVI 3. Il singolare costrutto passivo non è unico (si vd. anche III 6, 38; V 5, 29).

[100] Per amor di Dio, cioè in elemosine, in carità: cfr. II 8, 77 n.; IV intr. 15: «data ogni sua cosa per Dio».

[101] Negozi, affari: per la forma cfr. Intr. 42 n.

[102] Diviso a metà, come san Martino il suo mantello, e non riservando alle elemosine solo il dieci per cento, come si faceva ordinariamente. Anche la frase seguente è pietisticamente allusiva all’evangelico «date e vi sarà dato».

[103] Quanto spesso, quante volte ti sei.

[104] Punizioni, castighi. È l’ira lodata nelle Esposizioni, VIII litt. 48 ss.

[105] «Soggetto grammaticale del verbo preposto, qui neutro (invariabile) nonostante l’accordo del participio (incontro mentale di egli è stato e sono state)» (Contini).

[106] Altra frase proprio del linguaggio di devozione.

[107] Uso fiorentino, popolare dell’o esclamativo: qui quasi eppure.

[108] Altro uso toscano di o per introdurre l’interrogazione dubitativa (cfr. più avanti 61; VII 3, 14 n.).

[109] Per simili forme stereotipate di riflessivo di «essere», con si ridondante, cfr. III 7, 47 e F. Brambilla Ageno, op. cit., p. 152.

[110] Avrebbe: l’imperfetto congiuntivo invece del condizionale era d’uso in proposizioni dipendenti potenziali o condizionali. Si vd. VI concl. 12. Si noti il bisticcio su «credere» spesso usato dal Boccaccio (per es. II 9, 14 e17; III 6, 20; VI 5, 14 e 15; VIII 7, 97 e 105) e già dantesco (Inf. XIII 25).

[111] Malandrini, facinorosi, assassini.

[112] Ogni volta che.

[113] Anche qui ritorna la formula consacrata nel Decalogo.

[114] Signorsì, senza dubbio. «Mai», in unione a «sì» o «no», funge da raffozativo: cfr. III 3, 36 n.: «Mai si’ che io le conosco»; IX 8, 20: «Rispose Biondello: Mai no; perché me ne domandi tu?»; e cfr. III 3, 24 n.

[115] Disgraziata, infelice, poveretta: aggettivo usatissimo dal Boccaccio (cfr. passim II 5, IV 7, V 7, VIII 7 ecc. e Filostrato, VIII 14).

[116] Come solo Dio vi potrebbe dire, cioè come solo Dio sa; cfr. Par. III 108.

[117] In fede mia («mia fé»): antica interiezione toscana su cui E.G. Parodi, Lingua e letteratura, a cura di G. Folena, Venezia 1957, p. 603; e G. Rohlfs, op. cit., col. 281.

[118] Contare: VI concl. 27 n.; sottinteso «-gli», come prima di «messigli avendo».

[119] Dopo un mese buono: cfr. E. De Felice, op. cit., pp. 267 ss.

[120] Secondo l’uso monetario carolingio la lira – che era moneta immaginaria, di conto – era divisa in venti soldi, il soldo in dodici denari (o piccoli, o ancora piccioli). Nel 1252, quando a Firenze si coniò il fiorino (su una faccia il giglio fiorentino, sull’altra San Giovanni), lira e fiorino stavano alla pari: ma poco dopo ebbe inizio la svalutazione della moneta spicciola, dei piccioli: sicché per un fiorino nel 1300 occorrevano soldi 46 ½, nel 1318 soldi 68, e così via. Cfr. per tutto A. Sapori, op. cit., pp. 316 ss.; C.M. Cipolla, Moneta e civiltà mediterranea, Venezia 1957, pp. 40 ss.

[121] Corrente «gliele» indeclinabile, composto dal dativo maschile gli e dell’indeclinabile le (in fiorentino moderno gliene): usato spesso anche isolato dal Boccaccio (cfr. per es. più avanti, 68)

[122] Di tutte le quali («di tutte» è apposizione di «delle quali»).

[123] Poiché la celebrazione della festa e quindi il riposto festivo cominciavano dal vespro del sabato (cfr. II concl. 5 ss; M. Barbi, Il sabato inglese dell’antichità, Pan 3 (1935), Ciappelletto spinge il suo zelo fino allo scrupolo di aver fatto lavorare il suo servo nell’ora immediatamente precedente il vespro (cioè la «nona»: cfr. Intr. 102 n.): in un’ora cioè che considerava già sacra per la vicinanza alla festività.

[124] Per il semplice «no», secondo l’uso trecentesco, vd. V 7, 25 e 30; Inf. XII 63; Par. IV 129 (o forse non reduplicato enfaticamente).

[125] Modo di disapprovare in tono bonario e confidenziale, quasi per confortare. Cfr. III 7, 93: «Va via, credi tu che io creda agli abbaiatori?».

[126] Finché: cfr. II 9, 74 n.; Inf. XXVI 80.

[127] Qualora egli li confessasse: gerundio con valore ipotetico.

[128] Volentieri, di buon grado: cfr. II 8, 35 n.; Inf. XIII 86; Purg. XI 134.

[129] In dipendenza da verba sentiendi «dovere» è, talvolta, pleonastico così scolorito da equivalere pressappoco a potere, come più avanti a 85. Cfr. F. Brambilla Ageno, op. cit., p. 433.

[130] Col solito senso di continuità (come nella stessa riga): continuava a piangere.

[131] Paraipotattico, come più sotto: cfr. Intr. 78 n. e I 1, 39 n.

[132] Cfr. 39 n.

[133] Maledissi, ingiuriai: cfr. IV concl. 14 n.

[134] Eppure.

[135] «Di valore attenuato, alla francese (dove douce mere significava “dolce mamma”, o semplicemente “mamma mia”)» (Contini): pargoleggiando.

[136] Stimandolo, ritenendolo.

[137] In punto, in pericolo.

[138] Il frate passa dal tu usato nella confessione, come da padre a figlio, al voi per rispetto a chi considera ormai «santissimo uomo». Cfr. S. Zini, op. cit.

[139] Siete contento.

[140] Convento: cioè nella chiesa o nel cimitero del nostro convento. Cfr. I 7, 13 n.: «a un suo luogo»; cfr. anche Trattatello I 87: «al luogo de’ frati minori in Ravenna».

[141] Senza dire che, senza contare che: cfr. I 2, 13 n; II 8, 70 n.

[142] L’estrema unzione è da mettere in relazione con «vegna» come secondo soggetto.

[143] Subito, senza indugio: cfr. II 7, 102; V 1, 65; VII concl. 8.

[144] Facilmente, comodamente: cfr. II 2, 33 n.; II 5, 71 n. ecc.

[145] Ciappelletto non era dunque ateo o scettico. Si noti la ripresa, frequente nel Decameron, del relativo con un dimostrativo (il quale… l’hanno).

[146] Del rimanente, del resto. Cfr. II 8, 70 n.

[147] Cioè adoperando i denari di lui stesso; cfr. VII 8, 22.

[148] La veglia funebre, cioè a cantare la notte i salmi d’uso attorno a un morto.

[149] Ebbe un colloquio, si accordò.

[150] Arguito. Desinenza del participio normale nel Decameron: cfr. III 6, 33; IV intr. 13.

[151] Un «dovere» pleonastico, con valore di accenno al futuro, dopo verbi indicanti speranza e aspettazione: cfr. F. Brambilla Ageno, op. cit., p. 436.

[152] Un altro uso di «dovere» pleonastico dopo verbi di «consigliare», «pregare»: cfr. F. Brambilla Ageno, op. cit., pp. 442 ss.

[153] Coi camici e coi piviali (esisteva la forma «camiscio» accanto a «camice»); Sacchetti, CIV: «quando uno è portato alla fossa, … molti innanzi vanno in camicio cantando».

[154] Secondo le artes predicandi, il discorso è bipartito: le virtù di Ciappelletto e i vizi degli ascoltatori.

[155] Prendendo occasione, muovendo. E si noti prima il «futuro del passato» espresso dal condizionale semplice «dovesse» secondo un uso sintattico corrente nel Trecento che escludeva il «futuro del passato» dopo i verba credendi, sentiendi: cfr. F. Brambilla Ageno, Annotazioni sintattiche sul Decameron, StB 2 (1964), pp. 217-233.

[156] Cioè i santi, come «corte del cielo» in Dante (Inf. II 125; Par. X 70).

[157] Terminato, compiuto, come in II 3, 40 n.; II 9, 30 n. ecc.

[158] Si andò, tutti andarono. Il passivo impersonale di un intransitivo (alla latina) era d’uso: cfr. infatti Inf. XXVI 84 «Dove, per lui, perduto a morir gissi».

[159] Una scelta simile è anche nella II 1. Cfr. anche Guittone d’Arezzo, Lettere, a cura di F. Meriano, Bologna 1923, VIII 15.

[160] Successivamente, subito: Intr. 73 n. E per «arca» si vd. II 5, 71; VI 9, 10 n.

[161] Pregarlo (cfr. 41 n.).

[162] Far voti per ottenere una grazia: cfr. VII 6, 16 n.

[163] Sono gli ex voto. Cfr. VII 3, 37. Per questa costruzione del complemento di materia (Par. XVI 110: «le palle de l’oro»), che nel Boccaccio e nel Decameron si alterna all’altra con preposizione semplice (cfr. anche qui, subito prima, «arca di marmo»), cfr. B. Migliorini, Saggi linguistici, Firenze 1957, pp. 156 ss.

[164] E tanto.

[165] Sempre, spesso. Cfr. II 3, 20 n.; VIII 9, 4.

[166] «Qui, con la forma solenne della chiusa delle sacre leggende, riappare il suo nome col soprannome della terra» (Zingarelli). A parte che, naturalmente, il nome di Ciapparello non appare in alcun elenco di santi, va ricordato che nel Trecento la canonizzazione non era ancora riservata alla Curia pontificia, né richiedeva il rigoroso processo d’oggi.

[167] Questo pronome è pleonastico, ma giova all’evidenza: cfr. Mussafia, pp. 452-453; e 79.

[168] In punto di morte.

[169] Cfr. Purg. III 121 ss., V 100 ss.

[170] Così più che alle figure di Manfredi e di Bonconte (evocate nella nota precedente) quella di Ciapparello si assimila a quella dannata di Guido da Montefeltro (Inf. XIX).

[171] Intercessore, intermediario (cfr. I 6, 9 n.).

[172] Come abbiamo già rilevato, nel finale è ripreso il concetto accennato a par. 4-5 nn. ed è sviluppato il mea dello ‘stravolgimento’ (15 n.). L’empio e il bestemmiatore, che anche negli estremi suoi momenti aveva voluto sfidare Dio con un sacrilegio e beffare un suo candido e «santo» ministro, suscita invece col suo stesso sacrilegio una vasta ondata di entusiasmo religioso, gradita a Dio e da Dio sollecitatrice di grazie e di miracoli. Tra il falsario apparentemente vincitore e Dio e i suoi devoti apparentemente ingannati, sono in definitiva questi ultimi ad ottenere successo e vittoria, mentre egli è punito per aver voluto ingannare (nell’ep. IV di Dante prima del passo citato a par. 5: «… ut inde digna supplicia impius declinare arbitratur, inde in ea gravius precipitaretur»).

[173] Cioè durante la peste.

[174] È l’unico caso in tutto il Decameron in cui alla fine della novella riappaia, in qualche modo, il narratore. A proposito del tema della novella, si tengano presenti le polemiche del tempo contro coloro che veneravano i defunti prima dell’autorizzazione della Chiesa (cfr. per es.: Salimbene, Cronaca, pp. 733 s., 864 ss.; Sacchetti, Lettere, pp. 101 ss.).

Dante, Tre donne intorno al cor mi son venute (Rime CIV)

di M. Pazzaglia, s.v. Tre donne intorno al cor mi son venute, in Enciclopedia Dantesca (1970).

Tre donne intorno al cor mi son venute,

e seggonsi di fore;

ché dentro siede Amore,

lo quale è in segnoria de la mia vita.

Tanto son belle e di tanta vertute,

che ’l possente segnore,

dico quel ch’è nel core,

a pena del parlar di lor s’aita.

Ciascuna per dolente e sbigottita,

come persona discacciata e stanca,

cui tutta gente manca

a cui vertute né belta non vale.

Tempo fu già nel quale,

secondo il lor parlar, furon dilette;

or sono a tutti in ira ed in non cale.

Queste così solette

venute son come a casa d’amico;

ché sanno ben che dentro è quel ch’io dico.

Dolesi l’una con parole molto,

e ’n su la man si posa

come succisa rosa:

il nudo braccio, di dolor colonna,

sente l’oraggio che cade dal volto;

l’altra man tiene ascosa

la faccia lagrimosa:

discinta e scalza, e sol di sé par donna.

Come Amor prima per la rotta gonna

la vide in parte che il tacere è bello,

egli, pietoso e fello,

di lei e del dolor fece dimanda.

«Oh di pochi vivanda»,

rispose in voce con sospiri mista,

«nostra natura qui a te ci manda:

io, che son la più trista,

son suora a la tua madre, e son Drittura;

povera, vedi, a panni ed a cintura».

Poi che fatta si fu palese e conta,

doglia e vergogna prese

lo mio segnore, e chiese

chi fosser l’altre due ch’eran con lei.

E questa, ch’era sì di piacer pronta,

tosto che lui intese,

più nel dolor s’accese,

dicendo: «A te non duol de li occhi miei?».

Poi cominciò: «Sì come saper dei,

di fonte nasce il Nilo picciol fiume

quivi dove ’l gran lume

toglie a la terra del vinco la fronda:

sovra la vergin onda

generai io costei che m’è da lato

e che s’asciuga con la treccia bionda.

Questo mio bel portato,

mirando sé ne la chiara fontana,

generò questa che m’è più lontana».

Fenno i sospiri Amore un poco tardo;

e poi con gli occhi molli,

che prima furon folli,

salutò le germane sconsolate.

E poi che prese l’uno e l’altro dardo,

disse: «Drizzate i colli:

ecco l’armi ch’io volli;

per non usar, vedete, son turbate.

Larghezza e Temperanza e l’altre nate

del nostro sangue mendicando vanno.

Però, se questo è danno,

piangano gli occhi e dolgasi la bocca

de li uomini a cui tocca,

che sono a’ raggi di cotal ciel giunti;

non noi, che semo de l’etterna rocca:

ché, se noi siamo or punti,

noi pur saremo, e pur tornerà gente

che questo dardo farà star lucente».

E io, che ascolto nel parlar divino

consolarsi e dolersi

così alti dispersi,

l’essilio che m’è dato, onor mi tegno:

ché, se giudizio o forza di destino

vuol pur che il mondo versi

i bianchi fiori in persi,

cader co’ buoni è pur di lode degno.

E se non che de li occhi miei ’l bel segno

per lontananza m’è tolto dal viso,

che m’have in foco miso,

lieve mi conterei ciò che m’è grave.

Ma questo foco m’have

già consumato sì l’ossa e la polpa,

che Morte al petto m’ha posto la chiave.

Onde, s’io ebbi colpa,

più lune ha volto il sol poi che fu spenta,

se colpa muore perché l’uom si penta.

Canzone, a’ panni tuoi non ponga uom mano,

per veder quel che bella donna chiude:

bastin le parti nude;

lo dolce pome a tutta gente niega,

per cui ciascun man piega.

Ma s’elli avvien che tu alcun mai truovi

amico di virtù, ed e’ ti priega,

fatti di color novi,

poi li ti mostra; e ’l fior, ch’è bel di fori,

fa disiar ne li amorosi cori.

Canzone, uccella con le bianche penne;

canzone, caccia con li neri veltri,

che fuggir mi convenne,

ma far mi poterian di pace dono.

Però nol fan che non san quel che sono:

camera di perdon savio uom non serra,

ché ’l perdonare è bel vincer di guerra.

 

Marcel Rieder, Dante e le amiche di Beatrice. Olio su tela, 1895.

 

Tre donne intorno al cor mi son venute è una canzone (Rime CIV) di 5 stanze di 18 versi (AbbC; AbbC:C, DdEeFEf, GG), con due congedi, il primo uguale alla sirma, il secondo su schema AXaBBCC. È notevole la frequenza dei settenari (7 versi su 18 per ogni stanza), che rendono più insistente il gioco delle rime e da un lato danno rilievo alla gravitas dell’endecasillabo, secondo la norma stabilita in VE II V 3, dall’altro conferiscono una tonalità “elegiaca” (cfr. XII 6). Come osservò il Carducci, i versi sono suddivisi; in ogni stanza in tre quartetti (primo e secondo piede, primo terzo della sirma) e due terzetti (gli altri due terzi della sirma): «i quartetti nella lor mole s’inquadrano di due endecasillabi, uno iniziale e uno finale, spazieggiano con due eptasillabi; la stanza dopo i quartetti degrada in due ternari, dipendente il primo da rime anteriori, legato il secondo da rime intermedie, e finienti in un distico endecasillabo solennemente accoppiato con rima nuova».

La lirica non è citata da Dante in alcuna sua opera, ma sarebbe stata probabilmente commentata nel penultimo trattato del Convivio, dedicato, secondo l’intenzione dell’autore, alla trattazione della giustizia (cfr. Cv I XII 12 e IV XXVII 11, cui il Pernicone aggiunge II I 4, dove Dante si propone di giustificare, sempre nel penultimo trattato, l’uso poetico dell’allegoria).

La canzone si trova in codici autorevoli del sec. XIV, quali il Chigiano L VIII 305, il Magliabechiano VI 143, i due autografi del Boccaccio (Chigiano L V 176 e Toledano 104 6), nei quali è al terzultimo posto nella serie di 15 canzoni che si diffusero in molti manoscritti posteriori col medesimo ordine. Fu pubblicata in appendice all’edizione della Commedia di Pietro Cremonese (Venezia 1491) e nella Giuntina del 1527, e collocata dal Barbi, nell’edizione 1921, fra le «Rime varie del tempo dell’esilio».

La canzone è effettivamente situata in un tempo e in uno spazio di esilio che sollecitano una verifica fra dolorosa e appassionata dei supremi archetipi sui quali si commisura e si giustifica un’esistenza. Intorno al cuore del poeta, immerso, «in un mondo diserto d’ogne vertute», in una solitudine di pena e, insieme, di agonistica fedeltà agl’ideali più alti, a cominciare da quello di Amore (da intendere qui come l’amore specificamente umano per la verità e la virtù), sono venute tre donne belle e raminghe, avvilite dalla noncuranza e dallo spregio attuale degli uomini (prima stanza). La prima di esse, lacera e piangente, interrogata da Amore sulla sua identità e sulle ragioni della sua angoscia, dopo essersi detta sua consanguinea, rivela il proprio nome: Drittura. Secondo l’interpretazione di Pietro, essa simboleggia lo «ius divinum et naturale», e cioè la Giustizia, come diretto riflesso della divinità nell’ordine della natura, nell’intima struttura dell’essere (stanza seconda). Interrogata ancora da Amore sull’identità delle altre due donne, rivela che una di esse è stata da lei generata per partenogenesi «sovra la vergin onda» (v. 49) della sorgente del Nilo, cioè nel Paradiso terrestre; questa a sua volta, mirando nella stessa sorgente, ha generato la terza donna (terza stanza). E poiché la sorgente del Nilo è quella stessa dei quattro fiumi dell’Eden, che simboleggiano la divina sapienza, non solo Drittura, ma anche le altre due donne, che sono, sempre secondo Pietro, la Giustizia umana («ius gentium sive humanum») e la legge positiva come norma esemplare di vita sociale e civile, appaiono come un’emanazione di essa, in quanto la divina sapienza si riflette nella mente umana che ne diviene compartecipe attraverso il retto pensare e operare.

L’identificazione della giustizia con la struttura profonda del reale, la fede nella sua immutabile pienezza ontologica di là da ogni sterile ripudio degli uomini, portano, nella quarta stanza, alla profezia di un immancabile riscatto del mondo. Amore conforta le tre sconsolate con la certezza del comune futuro trionfo: il danno, cioè l’attuale miseria, riguarda soltanto gli uomini che vivono ora in una così sventurata congiunzione astrale, non lui stesso e le tre donne, che sono «de l’etterna rocca» (v. 69). Ritornerà la giustizia nel mondo, e con essa l’amore. A questo punto, s’accampa in primo piano (quinta stanza) la figura del poeta: «E io, che ascolto nel parlar divino / consolarsi e dolersi / così alti dispersi, / l’essilio che m’è dato, onor mi tegno» (vv. 73-76). È vero che la sirma insiste sull’angoscia dell’esule, sulla disperata nostalgia della patria e culmina in un’accorata richiesta di pace; ma si ha tuttavia in questi versi il preannuncio del rovesciamento della propria sconfitta esistenziale su un piano di eroica testimonianza morale che ispirerà alcune grandi pagine della Commedia.

Il primo congedo si limita all’enunciazione di un’estetica pedagogico-allegorica, simile a quella definita nel finale di Voi che ‘ntendendo: con la stessa distinzione fra la bellezza esterna o letteraria della canzone e «lo dolce pome» (v. 94), ossia la verità intima e nascosta destinata ai pochi «amorosi cori» (v. 100), capaci d’intendere il messaggio e di esserne pienamente compenetrati. Il secondo è una dignitosa richiesta di pace ai Neri di Firenze, nella quale Dante si proclama superiore alle fazioni, in stretto accordo con la professione di fedele della giustizia che è in tutta la lirica.

Le maggiori difficoltà esegetiche riguardano l’identità delle tre donne e gli accenni politici e autobiografici, sia quelli dei vv. 88-90 («Onde, s’io ebbi colpa, / più lune ha volto il sol poi che fu spenta, / se colpa muore perché l’uom si penta»), sia quelli del secondo congedo.

Per il primo punto, l’interpretazione che si è proposta risale all’indicazione specifica di Pietro nel commento a If VI 73, su cui richiamò l’attenzione la Casari, seguita poi dal Carducci e dal Gaspary e via via dalla maggior parte degl’interpreti fino ai più recenti (Barbi, Casella, Contini, Mattalia, Foster e Boyde, Pernicone). Non hanno trovato favore altre interpretazioni: l’identificazione delle tre donne con le virtù teologali, proposta da un antico commento segnalato dal Barbi (Magliabechiano VII 1152, fine sec. XIV), o con Virtù, Larghezza e Temperanza (Zingarelli).

Quanto alla «colpa» del v. 88, va ricordata la discussione fra il Cosmo, che l’individuava nel fatto che il poeta avesse portato le armi contro la patria, e il Barbi, che, d’accordo col Gaspary e col Carducci, vi scorgeva piuttosto un riconoscimento, da parte di Dante, dell’esilio come punizione e, insieme, espiazione dei propri peccati.

Un’ultima questione riguarda il secondo congedo, che non è in tutti i manoscritti e potrebbe benissimo essere stato aggiunto in epoca successiva. Per il Carducci e il Del Lungo esso risalirebbe, con tutta la canzone, ai primissimi tempi dell’esilio, forse al 1302; il Contini accetta questa data per la canzone, ma non esclude che il congedo possa essere posteriore, richiamandosi all’uso, ad esempio, di Peire Cardenal; il Pernicone, dopo aver rilevato le somiglianze fra esso e l’epistola scritta da Dante al cardinale Niccolò da Prato a nome dei fuorusciti Bianchi nella primavera del 1304, pensa, col Nardi, che possa essere stato aggiunto alla canzone verso la fine di quell’anno, dopo la sconfitta della Lastra; a questa data l’assegnano, con tutta la canzone, il Foster e il Boyde.

La canzone appare, comunque sia, pervasa dalla volontà di un messaggio che trascenda l’occasione contingente, e in tal senso risponde a un’intima necessità strutturale l’indeterminatezza delle allusioni sia politiche sia personali. L’io del poeta si accampa risoluto al centro del quadro solo quando la sua sofferenza e la sua fede sono state inserite in un contesto di valori universali dal dialogo precedente dei due «alti dispersi» (v. 75), Amore e Drittura, e il suo esilio è in tal modo divenuto “figura” spontanea di un esilio immanente da sempre alla condizione dell’uomo nella storia.

In questa prospettiva attinge una piena giustificazione poetica l’uso dell’allegoria, non mai condotto da Dante prima d’ora a una così intensa concentrazione espressiva e drammatica, a un così intenso realismo psicologico e figurativo. Le personificazioni allegoriche definiscono, con la loro dinamica gestuale e icastica, un intimo pathos intellettuale e morale; il loro movimento dialogico riflette lo svolgersi di una verità nella coscienza del poeta, dal momento in cui si presenta come ritrovata certezza dell’intelletto e del cuore in un’attualità di degradazione angosciosa, a quello in cui si tramuta in scelta e vocazione esistenziale: dall’illuminazione, cioè, alla partecipazione, dal conoscere a un riconoscersi. I gesti e le parole con cui progressivamente si definiscono Amore, Drittura e le altre donne appaiono così mimesi effettiva di azione interiore, personale e al tempo stesso paradigmatica: la comunione di solitudine e di pena fra Dante e gli esuli divini, la fede invitta, ritrovata proprio nel cuore della disperazione, divengono il modello iniziale di un processo di riscatto individuale e collettivo, nel tempo e per l’eternità.

È stato giustamente osservato che l’aspetto negativo (la corruzione presente del mondo) appare qui più come dolore che come sdegno (si ricordi, in proposito, il vago determinismo astrale dei vv. 65-68, che verrà contraddetto vigorosamente da Marco Lombardo in Pg XVIII) e che quello positivo si fonda su una visione filosofica piuttosto che teologica, a differenza di quanto avverrà nella Commedia. Si può aggiungere che la testimonianza del poeta si definisce in una dimensione etica piuttosto che profetica, nasce da una certezza ritrovata nella propria coscienza, non dalla fede in una missione assegnatagli dall’alto. Più di un motivo del poema è qui tuttavia preannunciato: la figura magnanima dell’exul immeritus, l’universalizzazione dell’esperienza personale come catarsi e autenticazione del proprio destino, il confronto drammatico della storia con un ideale di giustizia che, solo, può dare un significato al dramma degli uomini; tuttavia la tristezza dell’esilio si risolve in un’ansiosa ricerca di pace, non ancora nell’anelito radicale e combattivo a una palingenesi del mondo. Fra la denuncia della violazione della giustizia in terra e la fede nel suo trionfo nell’eternità, manca ancora il senso del dramma della riconquista, l’utopia come strumento di trasformazione del reale.

A parte alcuni motivi stilnovistici (l’attacco, ad es., che il Carducci confrontò con l’altro Due donne in cima de la mente mia, Rime LXXXVI; il richiamo alla signoria d’Amore, ecc.), la canzone ha una sua matura originalità espressiva. Il Contini ha attirato l’attenzione sulla «semplicità ed evidenza nuove della sintassi» e sullo «spogliamento dello stile, fatto ignudo nelle più vive articolazioni»; il Foster e il Boyde sulla collocazione espressiva delle parole, sulla marcata tendenza alla simmetria e al parallelismo, sulle sententiae o quasi-sententiae dei vv. 76, 80, 84, 90, 106-107.

In effetti, la sententia è un elemento portante della struttura di questa canzone imperniata sulla volontà di proclamazione decisa di un messaggio come norma dell’essere e dell’agire, riscattata dall’oscura pena di una vita stroncata e dall’attuale miseria del mondo; esprime uno scatto risoluto dell’intelletto e del cuore, l’agonistico approdo a una verità da riconoscere e da diffondere, e al tempo stesso conferisce a questa verità un carattere irreversibile, che la sofferta testimonianza individuale conduce a un più alto livello di tensione e di verifica, rafforzandone, ma non determinandone, la superiore oggettività. Allo stesso modo la descrizione insistita dell’atteggiarsi di Drittura, soprattutto nella seconda stanza, e l’evocazione emblematica dello spazio edenico e della nascita delle altre due donne nella terza, mentre invitano ad approfondire, con la nettezza e precisione del disegno, la pregnanza intellettuale delle significazioni nascoste sotto la figura, conferiscono alla rappresentazione un carattere di esemplarità fuori dei nessi spazio-temporali e del movimento potenzialmente fuorviante dell’emozione, risolvendo la sintassi delle immagini in una sorta di schema liturgico.

A questo effetto cospira potentemente il contesto metrico-sintattico, definito (si vedano, ad es., le stanze prima e quarta) su misure precise (4 + 4 + 4 + 3 + 3), con sostanziale reciproco accordo, ove si escluda la sfasatura prodotta dal prolungarsi della fronte, per dir così, sintattica, fino ad accogliere in sé il primo quartetto di versi della sirma. Ne deriva una scansione ferma e rigorosa del discorso su blocchi fortemente marcati dalle pause, che costituisce essa stessa una figura di fondo: quella dell’affermarsi progressivo e irrevocabile di una fede che subordina a sé i confusi movimenti umani (la tristezza dall’esule, la ricerca stanca di pace), fondendo verità e giustizia, sofferenza e riscatto in un paradigma spirituale unitario.

 

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Bibliografia e fonti:

F. De Sanctis, Saggio critico sul Petrarca, a c. di N. Gallo, Torino 1964, pp. 76-79; T. Mamiani, Una canzone di Dante Alighieri, “Tre donne…”, Firenze 1896; C. Casari, Appunti per l’esegesi di una canzone di Dante, “Tre donne…”, Giorn. d. VIII (1900), pp. 266-284; C. De Lollis, Quel di Lemosì, in Scritti in onore di E. Monaci, Roma 1901, pp. 353-359; G. Carducci, La canzone di Dante “Tre donne”, in Opere, X, Bologna 1936, pp. 207-251; F. Torraca, La canzone “Tre donne”, in Nuovi studi danteschi nel VI centenario della morte di Dante, Napoli 1921; G. Zonta, La lirica di Dante, Giorn. stor. suppl. 19-21, Torino 1921, pp. 185-192; T. Labande-Jeanroy, La chanson de Dante “Tre donne”, Études Italiennes VII (1928), pp. 193-215; Zingarelli, s.v. Dante, pp. 476-484; U. Cosmo, “S’io ebbi colpa” (canzone “Tre donne”, v. 88), La Cultura n.s., XII (1933), pp. 652-657 (cfr. anche ivi, X [1931], pp. 956-975); M. Barbi, Per l’interpretazione della canzone “Tre donne…”, Studi d. XVII (1933), pp. 97-103; XX (1937), pp. 117-125 (rist. in Problemi II, pp. 267-276; e cfr. anche, per il Magliabechiano VII 1152, Bull. n.s., II [1894-95]); D. Alighieri, Rime, a cura di G.F. Contini, Torino 1939, pp. 174-179; D. Alighieri, Rime, a cura di D. Mattalia, Torino 1943, pp. 169-182; M. Casella, Interpretazioni III: “Tre donne…”, Studi d. XXX (1951), pp. 5-22; M. Apollonio, Dante, Milano 1954, pp. 442-448; K. Foster, Dante’s Canzone “Tre donne”, Italian Studies IX (1954), pp. 56-68 (cfr. anche Recent Work on Dante’s “Rime”, Le Parole e le Idee IV 4 [1962], p. 267); F. Maggini, Introduzione a Barbi-Maggini, Rime, pp. XXIX-XXXI; N. Sapegno, Le Rime di Dante, corso accademico 1956-57, Roma 1957; B. Nardi, Dal “Convivio” alla “Commedia”, ibid. 1960, p. 20; H.S. Vere-Hodge, The Odes of Dante, Oxford 1963, p. 211; D. Alighieri, Oeuvres complètes, a cura di A. Pézard, Parigi 1965, pp. 205-212; Dante’s Lyric Poetry, a cura di K. Foster e P. Boyde, II, Oxford 1967, pp. 280-293; C. Singleton, Viaggio a Beatrice, Bologna 1968 (cfr. il cap. Virgo ovvero la Giustizia, pp. 209 ss.); M. Barbi – V. Pernicone, Rime della maturità e dell’esilio, Firenze 1969, pp. 581-600; D. De Robertis, Il libro della “Vita nuova”, Firenze 1970², pp. 278-279; P. Boyde, Dante’s Style in his Lyric Poetry, Cambridge 1971, pp. 147-151, 260-261, 294-295, e passim.

La Lingua della Commedia

di L. Rossi, in Enciclopedia Treccani.

La Commedia dà al volgare fiorentino la legittimazione per diventare la lingua letteraria degli italiani, il primo nucleo di aggregazione di una nazione che sarebbe nata politicamente solo molti secoli più tardi. Dante lascia nell’italiano una traccia profonda: il Poeta ha saputo mostrare che la nuova lingua possiede ormai potenza e duttilità espressiva, ampiezza e precisione terminologica non inferiori al latino.

Affresco dal Palazzo dei Giudici, Firenze. Ritratto di Dante Alighieri.

Affresco dal Palazzo dei Giudici, Firenze. Ritratto di Dante Alighieri.

La nascita dell’italiano – inteso come la lingua di tutti gli usi civili, letterari e culturali di una nazione – non va vista come un fatto naturale e scontato, con il senno del poi.
L’Italia medievale era divisa politicamente e assai variegata sotto il profilo linguistico. Nella “selva” dei diversi volgari, pochi avevano una qualche forma di prestigio culturale, nessuno − prima della Commedia − la forza per imporsi sugli altri.
Nella letteratura il volgare aveva dato buona prova di sé con la Scuola poetica siciliana e con gli Stilnovisti. Si trattava di una lingua molto raffinata, ma adatta a un solo genere letterario, quello della poesia profana d’amore, e destinata a un circolo di intenditori, colto quanto si vuole, ma numericamente ristretto. Ma neanche nella letteratura il volgare poteva dirsi una lingua condivisa: in Italia godevano ancora di notevole importanza il provenzale e l’antico francese, lingue cui si erano rivolti per le loro opere il fiorentino Brunetto Latini, il mantovano Sordello, il veneziano Marco Polo, e molti altri. Incontrastata lingua della cultura (della filosofia, della scienza, del diritto ecc.) rimaneva poi il latino, forte anche del vantaggio di essere una lingua cosmopolita praticata dai dotti di tutto l’Occidente.
Ebbene, in un quadro tanto eterogeneo Dante sa vedere, profeticamente, ciò che nessun altro aveva visto: la possibilità stessa di un unitario spazio letterario italiano. Ma proprio in mancanza di un centro politico (quell’aula, cioè la corte imperiale, la cui assenza è lamentata nel De vulgari eloquentia), toccava alla letteratura dare un fulcro e una legittimazione al nuovo volgare, attraverso un’opera – la Commedia – che per ambizione di disegno e altezza di magistero artistico si proponeva come una nuova Eneide, cristiana e volgare. E sarà la fama del poema, attestata già mentre Dante era in vita, ad assicurare al volgare fiorentino il prestigio necessario per travalicare i confini della Toscana e raggiungere ampi strati sociali, non solo quelli di più alta cultura.
La formula di Dante padre della lingua italiana può forse suonare retorica, ma mantiene una sua validità e persino una sua utilità.

Con il capolavoro dantesco il volgare accantona quindi ogni complesso di inferiorità verso il blasonatissimo latino: non a caso Dante viene accolto “sesto tra cotanto senno” nel consesso dei poeti classici (Inf., IV 102). Anche gli interlocutori e i modelli della Commedia non sono certo i gracili precedenti medievali, ma i grandi autori classici conosciuti da Dante e – nientemeno – la Bibbia.
La rima è la sede in cui la creatività poetica e linguistica dantesca raggiunge le punte di più ardita tensione espressiva. La tessitura ritmica tocca le sonorità più dissonanti in alcuni canti, concentrati nella seconda metà dell’Inferno e talvolta definiti ‘comici’ dalla moderna critica dantesca. Caratteristica in queste rime è l’asprezza, cioè l’abbondanza di nessi consonantici inconsueti e difficili (-azzi, -icchi, -isma, -ozza, -uffa ecc.), che fa da contrappunto a situazioni ‘basse’, tipicamente la beffa e l’alterco. Dante applica infatti la teoria della convenientia – cioè della corrispondenza tra argomento e stile –, già enunciata nel De vulgari eloquentia. Le orripilanti mutilazioni degli scismatici trovano così degna eco nella durezza delle rime, oltre che nella stessa semantica delle parole in rima: «E un ch’avea l’una e l’altra man mozza, | levando i moncherin per l’aura fosca, | sì che ‘l sangue facea la faccia sozza, | gridò: […]» (Inf., XXVIII 103-106).
L’apertura a referenti compromessi con la corporeità è in effetti l’altro elemento caratteristico dei canti comici. Troviamo perciò cul – per giunta nell’atto di far trombetta –, cuticagna, epa «ventre», merda, minugia «intestini», puttana, scabbia, tigna, trangugia ecc.; ma anche nel Paradiso compaiono la rogna da grattar nella profezia di Cacciaguida, e addirittura cloaca e puzza nell’invettiva di san Pietro contro la degenerazione della Chiesa.
A un opposto polo espressivo si situa la ricerca di una musicalità piana e dolce, spesso accompagnata da inserti stilnovistici, nel Purgatorio (specie nei canti finali) e in singoli canti dell’Inferno, come il II, in cui si parla di Lucia, Beatrice e Maria (per es. «Donna è gentil nel ciel»). A volte sembra quasi che Dante voglia ricreare il canto struggente che le anime elevano a Dio: «”Te lucis ante” sì devotamente | le uscìo di bocca e con sì dolci note, | che fece me a me uscir di mente» (Purg., VIII 13-15).
Molti sono, perciò, i colori della tavolozza dantesca (non a caso si è parlato di plurilinguismo dantesco); anzi, più in generale, non c’è soggetto che non possa essere materia di poesia nella Commedia: l’abiezione del peccato, le sottili disquisizioni dottrinarie, l’esperienza dell’estasi mistica.
L’arricchimento lessicale che consegue al volgare è enorme. Ben rappresentati sono i più svariati settori tecnici, che Dante mostra di padroneggiare mirabilmente. Abbiamo parole di medicina e anatomia (come idropesì «idropisia», gonna «membrana dell’occhio», nuca «colonna vertebrale»), di astronomia (come cenìt «zenit», emisperio, epiciclo), della scolastica medievale (come forma sustanzial), della marineria (come il venezianismo arzanà «darsena»), ecc. Ma il valore tecnico può essersi talvolta appannato nel tempo. Per esempio, perso e sanguigno, nelle parole pronunciate da Francesca da Rimini, sono in realtà due termini tratti dal mondo della tessitura (indicavano due particolari colori di stoffe, scuro e cupo il primo, rosso sangue il secondo).
I numerosissimi latinismi hanno spesso funzione di citazione: umile Italia e sacra fame dell’oro risentono di Virgilio, mentre da Lucano sono tratti i nomi dei serpenti nel canto XXIV dell’Inferno (chelidri, iaculi, faree, cencri, anfisibena). Più spesso, Dante utilizza il latinismo per innalzare e nobilitare il tono del canto. Così, in due punti cruciali del Paradiso abbiamo fleto ‘pianto’ e cacume ‘vetta’ nei canti di Cacciaguida, mentre il Mar Rosso diventa lito rubro nel canto di Giustiniano (forse il canto che ne contiene di più e di più marcati).
Un’ulteriore prova di creatività linguistica è offerta da Dante nei numerosi neologismi di sua invenzione. Tra questi, vanno menzionati almeno i numerosi verbi formati col prefisso in-, che intendono esprimere fin nella loro eccezionalità linguistica quella della visione paradisiaca (per es. indiarsi «addentrarsi nella visione di Dio», insemprarsi «durare per sempre», inmillarsi «moltiplicarsi in più migliaia») ecc.
La compagine linguistica della Commedia è saldamente fiorentina, mentre nel De vulgari eloquentia Dante aveva condannato come troppo anguste culturalmente le varie parlate municipali, e anche il toscano. Tuttavia, episodicamente si possono trovare anche forme non fiorentine, come issa ‘ora’ per caratterizzare la parlata del lucchese Bonagiunta (equivalente al lombardo istra attribuito al mantovano Virgilio) o addirittura inserti di diverse lingue: il provenzale nel canto di Arnaut Daniel e il latino. Di solito però le forme diverse ma di significato equivalente hanno una spiegazione stilistica, come – in una scala da un minore a un maggiore grado di nobilitazione – l’indigeno vecchio (Caronte), il galloromanzo veglio (Catone) e il latinismo sene (san Bernardo).

È lo stesso atteggiamento di curiosità linguistica di Dante a favorire la varietà lessicale che dal poema si riverserà all’italiano. Innumerevoli sono le parole attestate in Dante per la prima volta o che comunque entrano nel circuito della lingua grazie all’autorevolezza della Commedia. Oltre alle terminologie tecniche cui s’è fatto cenno, vanno menzionati alcuni latinismi che attenueranno nel tempo la connotazione di solennità e di rarità con cui li usa Dante. Tale è la sorte di eccellente, egregio, illustre, magnificare, profano, puerile, e altri. Alla preferenza dantesca si deve probabilmente anche il successo di due parole oggi comunissime come facile e sorella, che si impongono rispettivamente su agevole e serocchia, più diffuse nell’antico fiorentino (ma per la promozione di sorella c’è da considerare anche la simmetria con fratello).
Diverse parole entreranno in italiano proprio in virtù del particolare uso che ne fa Dante: bolgia (in origine «bisaccia», «borsa»), contrappasso (dal latino di san Tommaso), galeotto «chi favorisce due amanti» (nel romanzo che Paolo e Francesca leggono insieme il giorno del fatidico bacio, Galeotto è il personaggio che spinge all’amore Lancillotto e Ginevra), quisquilia (Dante usa il termine nel senso di «impurità», «elemento superfluo»), tetragono, propriamente «cubo», ma passato all’italiano nel senso traslato di «resistente» che si ha in Par., XVII 23-24 («avvegna ch’io mi senta | ben tetragono ai colpi di ventura»).
Infine, c’è da considerare il settore più noto e appariscente dell’influsso dantesco sull’italiano, quello dei modi di dire tratti da memorabili versi di solito dell’Inferno, la cantica più popolare e conosciuta: «far tremare le vene e i polsi», «qui si parrà la tua nobilitate», «non mi tange», «esser tra color che son sospesi», «senza infamia e senza lode», «gran rifiuto», «occhi grifagni», «dolenti note», «cosa fatta capo ha» (ma Dante aveva scritto: «Capo ha cosa fatta»), e molti altri. Dantesco è anche bel paese ‘Italia’, espressione che deve molto però a Il Bel Paese (1875) dell’abate Antonio Stoppani, un libro sulle bellezze dell’Italia che avrà grande diffusione, anche nelle scuole.

Cantico di frate Sole

di G. Ferroni – A. Cortellessa – I. Pantani – S. Tatti, Storia e testi della letteratura italiana. Dalle origini al 1300, Milano 2002, pp.171-175.
G. Contini, Poeti del Duecento (a cura di), Milano-Napoli 1960, vol. I.

Giotto di Bondone, San Francesco rinuncia alle vesti. Assisi, Basilica Superiore.

Giotto di Bondone, San Francesco rinuncia alle vesti. Assisi, Basilica Superiore.

Il titolo Cantico di frate Sole (Canticum fratris Solis) è attestato dalla più antica vita di san Francesco, attribuita al suo discepolo frate Leone, la Legenda antiqua o Speculum perfectionis, che racconta che esso sarebbe stato composto dal santo due anni prima della morte, nella chiesetta di San Damiano, nel 1225, presso Assisi, dopo una notte di sofferenze e di patimenti, al termine della quale Francesco avrebbe avuto una visione di Dio che gli prometteva la beatitudine eterna: la Legenda motiva il titolo con il proposito di mostrare che «sol est pulchrior aliis creaturis, et magis potest assimilari Deo» (“il sole è più bello di tutte le altre creature e più di tutte può assimilarsi a Dio”). Sia questo titolo sia l’altro con cui questo primo testo della tradizione poetica italiana è stato presto designato (Laudes creaturarum o Cantico delle creature) mostrano il suo legame con varie espressioni della poesia religiosa, e in particolare con la poesia della Bibbia, specie con i salmi dedicati alle lodi (laudes) di Dio, dove variamente è ripetuto l’imperativo Laudate (essi erano molto usati nella liturgia della Chiesa). Notevole la consonanza (indicata già da uno dei primi biografi di san Francesco, Tommaso da Celano) con il Cantico dei tre giovani alla fornace contenuto nel Libro di Daniele (3, 51-89), basato su versetti a coppia di lodi a Dio, il primo introdotto dall’imperativo Benedicite e indirizzato volta per volta alle diverse forme del creato, il secondo costituito dalla ripetizione costante di una stessa formula di lode (per esempio: «Benedicite, sol et luna, Domino,/laudate et superexaltate eum in saecula./Benedicite, stellae caeli, Domino,/laudate et superexaltate eum in saecula./Benedicite, omnis imber et ros, Domino,/laudate et superexaltate eum in saecula…»). D’altra parte san Francesco aveva già composto varie preghiere in latino, proprio sul modello dei cantici biblici, tra cui la Exhortatio ad laudem Dei e le Laudes ad omnes horas dicendae, basate proprio sulla ripetizione di formule come laudate, laudemus ecc.
Il manoscritto riconosciuto come il più antico è conservato nella Biblioteca comunale di Assisi (con il numero 338): esso ha una forma linguistica umbra, ma di tipo moderato (come mostra l’oscillazione tra le desinenze più arcaiche di tipo umbro in –u e quelle più «toscane» in –o, esplicitata tra il v.8, «Et ellu è bellu», e il v.19, «ed ello è bello») con la presenza di molte forme colte latineggianti. Il testo che presentiamo si basa sul manoscritto di Assisi: ma alcuni studiosi pensano che quest’ultimo non rappresenti la forma originaria del Cantico, ma una sua trascrizione in zona umbra, e preferiscono dare al testo una forma linguistica più vicina al toscano. I vari editori discordano anche sul raggruppamento dei versetti in lasse diverse e sulla punteggiatura: e in passato qualcuno ha anche tentato di ridurre i versetti stessi a misure metriche regolari. Ma appare evidente che non si tratta di versi regolari, ma di versetti prosastici, sul modello del latino biblico dei salmi, quasi uguali tra loro per estensione, messi in rapporto dal forte effetto di ripetizione, da alcune rime e soprattutto da molte assonanze, con delle cadenze in chiusura di frase che sono quelle tipiche del cursus musicale (come mostra il manoscritto di Assisi, che nella parte iniziale è disposto in modo da dar spazio alle note musicali).
La composizione, oscillando fra la preghiera ed il canto di lode, si presenta con una sua originalità e coerenza che non viene intaccata da certe ipotesi (prive però di ogni fondamento) che fanno riferimento ad una sua stesura in più tempi: secondo questa ipotesi i versi del perdono (vv.23-24) e quelli della morte (vv.27-31) sarebbero aggiunte più tarde (e gli ultimi sarebbero stati composti dal santo poco prima della morte).

Altissimu, onnipotente bon Signore,
tue so’ le laude, la gloria e l’honore et onne benedictione.

Ad te solo, Altissimo, se konfano,
et nullu homo ène dignu te mentovare.

Laudato sie, mi’ Signore, cum tucte le tue creature,
spetialmente messor lo frate sole,
lo qual’è iorno, et allumini noi per lui.
Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore:
de te, Altissimo, porta significatione.

Laudato si’, mi’ Signore, per sora luna e le stelle:
in celu l’ài formate clarite et pretiose et belle.

Laudato si’, mi’ Signore, per frate vento
et per aere et nubilo et sereno et onne tempo,
per lo quale a le tue creature dài sustentamento.

Laudato si’, mi’ Signore, per sor’acqua.
la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta.

Laudato si’, mi’ Signore, per frate focu,
per lo quale ennallumini la nocte:
ed ello è bello et iocundo et robustoso et forte.

Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre terra,
la quale ne sustenta et governa,
et produce diversi fructi con coloriti flori et herba.

Laudato si’, mi’ Signore, per quelli ke perdonano per lo tuo amore
et sostengo infirmitate et tribulatione.

Beati quelli ke ‘l sosterrano in pace,
ka da te, Altissimo, sirano incoronati.

Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra morte corporale,
da la quale nullu homo vivente pò skappare:
guai a•cquelli ke morrano ne le peccata mortali;

beati quelli ke trovarà ne le tue sanctissime voluntati,
ka la morte secunda no ‘l farrà male.

Laudate et benedicte mi’ Signore et rengratiate
e serviateli cum grande humilitate.

Riproduzione dal Codice 338, f.f. 33r - 34r, sec. XIII. Assisi, Biblioteca del Sacro Convento di San Francesco.

Riproduzione dal Codice 338, f.f. 33r – 34r, sec. XIII. Assisi, Biblioteca del Sacro Convento di San Francesco.

Si tratta, nel complesso, di un invito ad innalzare una lode a Dio, attraverso le sue creature. Si comincia con una dichiarazione di umiltà: nessun uomo è degno di nominare il nome di Dio e quindi neanche di lodarlo. Quindi si avvia la serie dei gloria a Dio: ma per l’interpretazione del tema della lode (e quindi di tutto il componimento) è essenziale la spiegazione della preposizione per, che introduce i nomi delle creature che accompagnano la lode di Dio («Laudato si’, mi’ Signore, per …», salvo la prima volta, al v. 5, «Laudato sie, mi’Signore, cum tucte le tue creature»). Queste le interpretazioni principali: per con valore causale (lodato a causa delle creature, in ragione delle loro qualità), per con valore strumentale (lodato dall’uomo per mezzo delle creature), per con valore d’agente (lodato dalle creature), per con valore mediale (attraverso le creature).
Secondo G. Pozzi il Cantico si inserisce in una vera e propria «teologia della lode», per cui, come dichiarano appunto i versi iniziali, solo di Dio sono le stessi lodi, solo Dio è nello stesso tempo destinatario e autore della lode: il creato e l’uomo stesso non sono altro che il tramite, la via attraverso la quale la lode percorre l’universo, partendo da Dio e tornando a Dio. Ciò spiegherebbe tra l’altro l’uso della forma passiva (Laudato si’), che fa del Signore allo stesso tempo il soggetto che riceve la lode e l’agente della lode stessa: e condurrebbe in definitiva a dare a per un valore strumentale (la lode di Dio si afferma per mezzo delle creature) o mediale (essa si svolge attraverso le creature). Molto precisa e ordinata è l’elencazione delle diverse creature che partecipano alla lode divina; prima il firmamento, sole, luna e stelle; poi quattro elementi dell’antica filosofia, aria, acqua, fuoco, terra; quindi gli uomini che in nome di Dio sono capaci di perdonare e sanno soffrire con pazienza; e infine la morte del corpo, da non temere, mentre va temuta solo quella dell’anima, frutto del peccato mortale e ingresso nella dannazione eterna. L’insieme mostrerebbe, secondo Pozzi, una sottile disposizione numerica: «3 elementi celesti, 4 sublunari, 2 antropologici», che, sommati, danno luogo al numero 9, a cui la cultura medievale attribuisce un valore essenziale, collegandolo tra l’altro alla Trinità (risultato di 3×3). La conclusione è segnata dal tema dell’umiltà, essenziale in tutta l’azione e la predicazione di san Francesco.
Dominato da una forte carica emotiva, il linguaggio intenso e «umile» del Cantico evoca l’intera creazione per rendere testimonianza dell’infinita misericordia di Dio; tutta la bellezza del creato e anche ciò che può apparire male (la morte) sono strumenti di realizzazione dell’infinito Amore, verso cui Francesco mostra la sua gratitudine: ma la carica emotiva si regge su una sapiente scelta delle immagini e degli aggettivi, che accompagnano i nomi delle diverse creature. La scelta del volgare dà voce ad un rapporto più diretto, «umile» e fraterno (si noti l’uso dei termini frate e sora) con le forme della natura: e, secondo alcuni critici, si lega anche ad un esplicito obiettivo polemico, quello di esaltare la bontà del creato e di ricordare la minaccia della dannazione eterna contro le posizioni di quegli eretici (in primo luogo i Catari), che affermavano la natura «cattiva» e diabolica del mondo fisico e la bontà della sola realtà spirituale e oltremondana (negando tra l’altro l’esistenza dell’inferno) e la resurrezione dei corpi.