Chi fue il poeta Dante Allighieri di Firenze

di G. Villani, Chi fue il poeta Dante Allighieri di Firenze, in Nuova cronica, X, cxxxvi (a cura di G. Porta), Parma 1991 (testo); G. Ferroni et alii, Storia e testi della letteratura italiana. La crisi del mondo comunale (1300-1380), Città di Castello 2012, pp. 374-376 (commento e note).

Giotto di Bondone, Il Giudizio Universale: (dettaglio) Dante Alighieri. Affresco, 1334-1337. Assisi, Basilica inferiore, Cappella della Maddalena.

Giotto di Bondone, Il Giudizio Universale: (dettaglio) Dante Alighieri. Affresco, 1334-1337. Assisi, Basilica inferiore, Cappella della Maddalena.

Il capitolo CXXXVI del libro X dell’opera del Villani è un ritratto della personalità e dell’opera di Dante Alighieri e dà avvio al recupero del grande poeta, morto in esilio, da parte della cultura fiorentina. Quasi in forma di necrologio, Villani ricostruisce la vita del poeta partendo dalle notizie relative alla sua scomparsa e alla sua sepoltura a Ravenna. L’autore analizza le ragioni politiche dell’esilio e descrive l’uomo come «grande letterato quasi in ogni scienza», «sommo poeta e filosafo», «nobilissimo dicitore», dotato di uno stile «pulito e bello» mai visto prima nella lingua italiana. Il cronista elenca quindi le opere di Dante, soffermandosi sulla Commedia dove, più che in altri testi, il poeta ha saputo usare un linguaggio aspro e pungente, e conclude il suo breve profilo con alcune note sul carattere sdegnoso e altero del poeta. Si tratta del più antico profilo biografico dantesco: e, nonostante alcune inesattezze, attesta il primo riconoscimento, sia pure tra reticenze di parte (Villani era guelfo nero), della grandezza di Dante, conosciuto direttamente – pare – dal cronista.

 

 

Nel detto anno MCCCXXI, del mese di luglio[1], morì Dante Allighieri di Firenze ne la città di Ravenna in Romagna, essendo tornato d’ambasceria da Vinegia in servigio de’ signori da Polenta[2], con cui dimorava; e in Ravenna dinanzi a la porta de la chiesa maggiore[3] fue sepellito a grande onore in abito di poeta e di grande filosafo. Morì in esilio del Comune di Firenze in età circa LVI anni. Questo Dante fue onorevole e antico cittadino di Firenze di porta San Piero[4], e nostro vicino; e ‘l suo esilio di Firenze fu per cagione, che quando messer Carlo di Valos de la casa di Francia venne in Firenze l’anno MCCCI, e caccionne la parte bianca, come adietro ne’ tempi è fatta menzione, il detto Dante era de’ maggiori governatori de la nostra città e di quella parte, bene che fosse Guelfo; e però sanza altra colpa co la detta parte bianca fue cacciato e sbandito di[5] Firenze, e andossene a lo Studio a Bologna, e poi a Parigi[6], e in più parti del mondo. Questi fue grande letterato[7] quasi in ogni scienza, tutto fosse laico; fue sommo poeta e filosafo, e rettorico perfetto tanto in dittare[8], versificare, come in aringa[9] parlare, nobilissimo dicitore, in rima sommo, col più pulito[10] e bello stile che mai fosse in nostra lingua infino al suo tempo e più innanzi. Fece in sua giovanezza i·libro de la Vita nova d’amore[11]; e poi quando fue in esilio fece da XX canzoni morali e d’amore molto eccellenti[12], e in tra·ll’altre fece tre nobili pistole[13]; l’una mandò al reggimento di Firenze dogliendosi del suo esilio sanza colpa; l’altra mandò a lo ‘mperadore Arrigo quand’era a l’assedio di Brescia, riprendendolo della sua stanza[14], quasi profetezzando; la terza a’ cardinali italiani, quand’era la vacazione[15] dopo la morte di papa Chimento[16], acciò che s’accordassono a eleggere papa italiano; tutte in latino con alto dittato, e con eccellenti sentenzie e autoritadi, le quali furono molto commendate[17] da’ savi intenditori. E fece la Commedia, ove in pulita rima, e con grandi e sottili questioni morali, naturali, strolaghe[18], filosofiche, e teologhe[19], con belle e nuove figure, comparazioni, e poetrie[20], compuose e trattò in cento capitoli, overo canti, dell’essere e istato del ninferno[21], purgatorio, e paradiso così altamente come dire se ne possa, sì come per lo detto suo trattato si può vedere e intendere, chi è di sottile intelletto. Bene si dilettò in quella Commedia di garrire e sclamare[22] a guisa di poeta, forse in parte più che non si convenia; ma forse il suo esilio gliele fece. Fece ancora la Monarchia[23], ove trattò de l’oficio degli ‘mperadori. Questo Dante per lo suo savere fue alquanto presuntuoso e schifo e isdegnoso[24], e quasi a guisa di filosafo mal grazioso[25] non bene sapea conversare co’ laici; ma per l’altre sue virtudi e scienza e valore di tanto cittadino ne pare che si convenga di dargli perpetua memoria in questa nostra cronica, con tutto che[26] per le sue nobili opere lasciateci in iscritture facciamo di lui vero testimonio e onorabile fama a la nostra cittade.

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Note:

[1] In realtà Dante morì in settembre tra il 13 e il 14, come si ricava dall’epitaffio che compose Giovanni del Virgilio (Theologus Dantes), riferito dal Boccaccio nel Trattatello in laude di Dante, 68-85.

[2] Tornato da un’ambasciata a Venezia per conto di Guido Novello da Polenta.

[3] Si tratta della chiesa di s. Francesco.

[4] Dante apparteneva alla piccola nobiltà cittadina guelfa e nacque nel quartiere di San Martino del Vescovo, nel sestiere di Porta San Pietro.

[5] Il 27 gennaio 1302 il podestà Cante Gabrielli da Gubbio lo condannava all’esclusione da ogni carica e al confino per due anni, ingiungendogli di pagare entro tre giorni una multa di 5.000 fiorini. Dante, non essendosi presentato alle autorità, fu condannato a morte in contumacia con sentenza del 10 marzo 1302.

[6] Del viaggio di Dante a Parigi parlano vari scrittori del Trecento. La critica moderna ha in genere considerato la notizia puramente leggendaria; ma la considera credibile G. Petrocchi, proponendo anche una data possibile, tra il 1309 e il 1310.

[7] Dotto.

[8] Comporre.

[9] Arringa.

[10] Raffinato.

[11] Compose la Vita nova negli anni giovanili, tra il 1292 e il 1293.

[12] Cioè le canzoni morali e allegoriche del primo periodo dell’esilio, tra le quali v’è il componimento Tre donne intorno al cor mi son venute.

[13] «Solo la seconda e la terza delle epistole qui menzionate ci sono pervenute. La prima sarà da identificarsi con quella nota anche al Bruni (Popule mi, quid feci tibi?, cominciava). Quanto alla seconda, l’indugio che lamentava il poeta era quello dell’imperatore davanti a Milano» (Porta).

[14] Indugio.

[15] La sede vacante.

[16] Clemente V, al secolo Bertrand de Got, morto nel 1314. La lettera rivolta ai cardinali italiani, invitati ad eleggere un pontefice italiano, mirava a ristabilire la sede papale a Roma. Proprio Clemente V, già arcivescovo di Bordeaux, aveva infatti trasferito la sede pontificia ad Avignone.

[17] Lodate, apprezzate.

[18] Astrologiche.

[19] Teologiche.

[20] Figure poetiche.

[21] Inferno.

[22] Parlare con tono aspro e vivace.

[23] Il trattato politico latino, dove Dante afferma la necessità dell’impero universale.

[24] Altero e sdegnoso.

[25] Poco amabile.

[26] Dal momento che.

I mercenari

di D. Nicolle, Italian Medieval Armies, 1300-1500, London 1983.

Un’Europa diversa.

Simone Martini, Guidoriccio da Fogliano all'assedio di Montemassi. Affresco, 1328. Siena, Palazzo Pubblico.

Simone Martini, Guidoriccio da Fogliano all’assedio di Montemassi. Affresco, 1328. Siena, Palazzo Pubblico.

I mercenari furono un elemento caratteristico dell’Europa del XIV e del XV secolo, sebbene li si conoscesse già da tempo. Tuttavia, in Italia si sviluppò un sistema di arruolamento, retribuzione e organizzazione particolarmente sofisticato. Esso divenne noto come il sistema dei condottieri, e fu il prodotto delle peculiari condizioni politiche, economiche e sociali italiane.
Il Paese era frammentato in numerosi Stati indipendenti, molti dei quali erano più urbanizzati e maggiormente sviluppati economicamente rispetto ai territori a nord delle Alpi. Inoltre, il cosiddetto sistema feudale, che regolava il possesso della terra e i rapporti di potere, in pochi casi si era radicato in Italia, eccetto che nel profondo Sud e in alcune periferiche regioni di montagna al Nord. Le milizie cittadine, nelle quali i poveri costituivano la fanteria e i ricchi prestavano servizio come cavalleria, fino al XIV secolo erano state guidate da un’aristocrazia avente la propria base nelle città. Nel periodo compreso tra l’XI e il XIII secolo, tali forze avevano permesso ai centri urbani di dominare le campagne circostanti. Protessero anche l’Italia dalla dominazione dell’imperatore tedesco, il quale reclamava l’autorità sulla maggior parte della penisola. Frattanto le campagne fornivano le reclute ed erano punteggiate di castelli, la maggior parte dei quali dipendevano dalle città o erano di proprietà dei signori che per lo più vivevano in città.
L’importanza del soldato mercenario sorgeva col declinare in termini di efficacia delle milizie cittadine, o allorché l’aggressività politica di una città richiedeva un esercito permanente, o ancora quando le tensioni politiche creavano spaccature in seno alla milizia. Era raro che i mercenari venissero assoldati perché gli abitanti delle città, sempre più ricchi, intendevano pagare altri che assolvessero in loro vece gli impopolari obblighi militari.
Il risultato fu la nascita della figura del condottiero, il capo dei mercenari il cui nome derivava dalla condotta, ovvero il contratto tra questi e colui che lo assoldava, anche se il termine finì per indicare tutte le analoghe figure di mercenario. Che fosse un comandante o un umile soldato di truppa, il condottiero italiano del XIV secolo era un professionista scrupoloso le cui capacità non sono mai state messe in dubbio, a differenza di quanto è spesso avvenuto per quanto riguarda la sua lealtà. Nei secoli successivi, la cattiva reputazione dei condottieri, fatto piuttosto ironico, fu un prodotto delle critiche provenienti dall’Italia stessa. Il più famoso tra questi critici fu Niccolò Machiavelli, il commentatore politico del XVI secolo, che però non fu l’unico stratega da salotto a lanciare un’ingiustificata accusa del sistema dei condottieri. Per quanto un mercenario non ambisse, com’è ovvio, a una morte da eroe, era pur sempre un uomo d’affari la cui sopravvivenza dipendeva da una buona reputazione e da risultati militari soddisfacenti.
Il fatto che il sistema sia durato tanto a lungo dovrebbe far presumere un discreto successo, e sembra che la guerra nell’Italia medievale – un’area di notevoli tensioni sociali, economiche, politiche e perfino religiose – sia stata in generale non meno distruttiva che in altre parti d’Europa. Anche il venir meno del sistema dei condottieri di fronte alle invasioni straniere all’inizio del XVI secolo non fu tanto l’effetto delle sue debolezze, quanto il risultato di un cambiamento nei modelli di conduzione della guerra. Per risposta, la leadership mercenaria medievale si trasformò in qualcosa d’altro: alla fine, forse, nella classe ufficiali proveniente da quella stessa aristocrazia minore.

Donatello, Monumento equestre al Gattamelata. Bronzo, 1446-1453. Padova, Piazza del Santo.

Donatello, Monumento equestre al Gattamelata. Bronzo, 1446-1453. Padova, Piazza del Santo.

Il mercenario medievale.

I mercenari avevano giocato un ruolo fondamentale nelle guerre italiane del XII e del XIII secolo, anche se le milizie locali rimasero più importanti. La tradizione che prevedeva il servizio militare universale per i maschi di città e villaggi, imposto dai re longobardi nell’VIII secolo, fu estesa alle campagne allorché le città estesero il proprio controllo. Le milizie che ne risultavano erano organizzate attorno ai quartieri cittadini e a città subordinate, mentre il servizio prestato era di norma a carattere difensivo e di rado si prolungava per più di una settimana. Inoltre, l’orgoglio campanilistico così caratteristico in Italia faceva sì che il servizio militare venisse accettato come un dovere civico e scatenasse raramente dei risentimenti.
Dato il ruolo commerciale e militare dell’Italia durante le Crociate, e il successo degli arcieri di fanteria mussulmani provenienti dalla Sicilia, non sorprende che le tradizioni islamiche nel campo dell’arcieria si riflettessero ben presto nelle tattiche italiane. Questo si tradusse, tuttavia, nell’entusiastica adozione della balestra da fanteria anziché nello stile orientale caratterizzato dal tiro a cavallo con archi compositi. A sua volta, ciò portò ad un aumento nel peso delle armature per la cavalleria, in scudi più grandi per la fanteria, e nel bisogno di un maggiore coordinamento tra la cavalleria e la fanteria – seguite da mercenari ben equipaggiati e validamente addestrati che si incaricavano di affrontare gran parte dei combattimenti. Per esempio, Genova e Pisa, che per tradizione avevano stretto contatti commerciali con il mondo islamico, produssero i primi balestrieri professionisti d’Europa.
Molti altri soldati di fanteria misero allora da parte la lancia corta, la spada e il piccolo scudo in cambio di una lunga picca e uno scudo di tipo ampio che poggiava sul terreno, talvolta tenuto da un militare incaricato di reggerlo. I cavalieri adottarono forme più estese di armature a piastre, armature da cavallo e cavalli di riserva, equipaggiamenti che comportavano spese e addestramento assai maggiori. Queste furono le origini della lancia, termine indicante la più piccola unità di cavalleria che, per sua natura, tendeva a essere professionale e pertanto mercenaria.
Le circostanze politiche inducevano di solito chi assoldava mercenari a preferire stranieri o uomini originari di altre parti d’Italia. In effetti, molti stranieri erano giunti in Italia con gli eserciti invasori dalla Germania imperiale o dalla Francia angioina, oppure per combattere a favore del Papa contro i suoi avversari locali. Sebbene venissero inizialmente reclutate su base individuale, le unità mercenarie divennero caratteristiche permanenti di diverse città. E alcune furono ben presto arruolate come piccoli gruppi pronti agli ordini dei propri comandanti.
Le milizie comunali continuarono a dominare in Italia settentrionale, ma anche qui le cose stavano cambiando. La ragione principale del declino delle milizie settentrionali fu la frantumazione politica in fazioni anziché l’imporsi del potere di oligarchie o di signorie aristocratiche. Nel frattempo, i mercenari erano ormai facilmente disponibili, abili ed economici. L’idea di affidarsi a elementi esterni, in teoria estranei alla politica locale, aveva già dimostrato la sua validità nella figura dei podestà, massimi magistrati assoldati da fuori, che avevano già portato la pace in diverse città italiane spaccate dalle fazioni. Talvolta, agli inizi del XIV secolo, le guardie del podestà diventarono il nucleo di una compagnia mercenaria. Al contempo simili forze permanenti occorrevano non per sorvegliare le mura cittadine, compito che rimaneva responsabilità delle milizie locali, ma per tenere sotto controllo le frontiere dei contadini circostanti o per attaccare città rivali.
Questo periodo vide analogamente alcune città affidare la propria difesa a un capo mercenario e al suo esercito già pronto. Tale personaggio veniva chiamato capitano generale, e veniva stipulata una condotta. Frattanto i cittadini del posto potevano concentrarsi sulla gestione dei loro affari o commerci, pagando tasse per il mantenimento dell’esercito dei condottieri e, fin troppo spesso, riservando le proprie energie marziali per spietate lotte politiche.

Verrocchio, Monumento equestre a Bartolomeo Colleoni. Venezia, Campo Santo dei SS. Giovanni e Paolo.

Verrocchio, Monumento equestre a Bartolomeo Colleoni. Venezia, Campo Santo dei SS. Giovanni e Paolo.

Le compagnie.

L’anno 1300 segna l’emergere dei mercenari come forza dominante nell’arte della guerra dell’Italia medievale, ma gruppi di soldati con capacità specialistiche venivano reclutati da lungo tempo in unità identificabili come tali. Questi comprendevano i cavalieri francesi e i balestrieri pisani. In questo modo si semplificavano le cose per gli addetti alle paghe, mentre l’efficienza di tali unità era accresciuta dal momento che i suoi componenti conoscevano il proprio capo e avevano esperienza delle proprie tattiche.
Il materiale documentario si concentra sui comandanti assai noti, ma le compagnie guidate dai primi condottieri rimasero di piccole dimensioni. Guglielmo della Torre, per esempio, assurse dai ranghi dei mercenari per comparire nel libro paga dei Senesi nel 1285 a capo di 114 cavalieri. Una compagnia d’inizio XIV secolo era forte di circa 800 uomini, compresi sia quelli a cavallo, sia quelli a piedi, ma era un’eccezione. Così come lo erano le enormi bande di saccheggiatori vagabondi che attiravano l’attenzione dei cronisti dell’epoca.
La natura stagionale e a breve termine delle guerre italiane rendeva incerte le prospettive di un mercenario tipico, e quando i tempi si facevano duri questi era spesso costretto a divenire un bandito per procacciarsi il pane. Molti mercenari erano stranieri e scoprirono che le loro possibilità di successo erano maggiori se si univano in bande. La maggioranza delle compagnie più grandi degli inizi del XIV secolo era, infatti, nata dalla fusione di unità più piccole raccoltesi assieme per superare un periodo di magra. Forse per questo motivo erano tanto democratiche. Il comandante in capo veniva eletto, le decisioni erano precedute da ampie consultazioni, e i consiglieri che rappresentavano la truppa partecipavano alla stipula dei contratti, mentre il bottino veniva diviso sulla base del grado e dell’anzianità di servizio.
Tra queste prime compagnie libere ci fu la Compagnia di Siena, che operò in Umbria (1322-1323), la Compagnia del Cerruglio, che operò nell’area di Lucca (1329-1330) e i Cavalieri della Colomba, che furono attivi in Lombardia e in Toscana (1334). In queste prime formazioni predominavano i cavalieri tedeschi, ma anche i Catalani giocarono un ruolo essenziale, in particolare alcuni leader come Guglielmo della Torre e Diego de Rat. La Grande Compagnia Catalana, che devastò l’Impero bizantino più o meno in questo periodo, traeva le sue origini dalle truppe catalane portate nell’Italia meridionale da re Federico d’Aragona. Il loro capo era un italiano di origine tedesca, Ruggero de Flor, definito «il padre di tutti li condottieri» da cronista fiorentino Villani. Diversi eminenti condottieri italiani avevano anche ambizioni territoriali. Castruccio Castracani, per esempio, servì molti principi prima di assumere il controllo di Lucca, sua città natale (1314-1328). Al contrario, Guidoriccio da Fogliano rimase un soldato di professione che servì fedelmente Siena (1327-1334) prima di combattere per Mastino della Scala di Verona.
Il numero dei mercenari non Italiani in Italia all’inizio del XIV secolo era considerevole: almeno 10000 cavalieri tedeschi solo tra il 1320 e il 1360. Svizzeri, Catalani, Provenzali, Fiamminghi, Castigliani, Francesi e Inglesi erano tutti presenti, mentre gli Ungheresi fecero la loro apparizione dopo il 1347. Le grandi compagnie da loro formate rappresentavano adesso contingenti militari significativi. La prima delle temute compagnie libere fu la Compagnia di San Giorgio, costituita da Lodrisio Visconti con veterani smobilitati nella vana speranza di assumere il controllo della natìa Milano nel 1339-1340.
Werner von Ürslingen, un condottiero tedesco di spicco, era un superstite di quella compagnia e fu il fondatore della più efficace Grande Compagnia due anni più tardi. Nel 1342, un’altra Grande Compagnia contava a quanto pare 3000 cavalieri più un egual numero di uomini al seguito. Circa dieci anni più tardi, a quel che sembra, era cresciuta notevolmente, e consisteva ora di 10000 combattenti, comprendenti 7000 cavalieri e 2000 balestrieri, più altri 20000 civili al seguito. La sua organizzazione era parimenti impressionante, con un commissario stabile e un sistema giudiziario interno, che includeva delle forche mobili.
La Grande Compagnia si trasferiva di città in città in cerca di denaro e offrendo in cambio protezione, o richiedendo paga in sovrappiù prima di lasciare il servizio di una città. La spietatezza di queste prime compagnie di condottieri era spaventosa. Nondimeno i loro atteggiamenti erano tipici del XIV secolo, un periodo di inquietudine, rivolte sociali e di temute epidemie di Peste Nera, la peste bubbonica che spazzò via un terzo della popolazione italiana.
Eppure anche la Grande Compagnia ebbe dei fallimenti. Nel 1342 una linea di pali appuntiti difesa dalla determinata milizia di Bologna negò alle truppe di Werner von Ürslingen il passaggio lungo la Val di Lamone per due mesi, fino a che non fu raggiunto un accordo. Nel 1358, agli ordini di Conrad von Landau, la Grande Compagnia fu messa in rotta da balestrieri e contadini coscritti della milizia di Firenze, sempre in una stretta vallata. In cerca di vendetta, l’anno seguente la Grande Compagnia fu sconfitta perfino su un terreno di propria scelta. Stavolta i vincitori consistevano in un esercito di mercenari italiani, tedeschi e ungheresi agli ordini di Pandolfo Malatesta, il primo rappresentante di questa famiglia a farsi una reputazione come mercenario. Pandolfo era anche l’esponente di una nuova tipologia, il principe mercenario che offriva i suoi servigi e la sua esperienza militare in cambio del benessere negatogli dal proprio patrimonio nella regione povera della Romagna.

Paolo Uccello, Monumento equestre a Giovanni Acuto. Affresco, 1436. Firenze, Cattedrale di S. Maria del Fiore.

Paolo Uccello, Monumento equestre a Giovanni Acuto. Affresco, 1436. Firenze, Cattedrale di S. Maria del Fiore.

Gli avventurieri inglesi.

Quando tra Inghilterra e Francia fu concordata una pace temporanea nel 1360, ponendo fine alla prima fase della Guerra dei Cent’anni, molti soldati inglesi si ritrovarono in difficoltà. Dopo aver devastato la valle del Rodano nella Francia orientale, circa 6000 di loro accettarono di porsi agli ordini di Albert Sterz, un cavaliere tedesco, e andarono a combattere per il duca di Savoia. Qui furono chiamati la Compagnia Bianca, e anche se gli Italiani si riferivano a loro come agli “Inglesi”, comprendevano Tedeschi, Francesi, Scozzesi e Gallesi. Si dice che il nome di Compagnia Bianca rispecchiasse la gran quantità di armature a piastre da loro indossate, che non venivano celate dagli abiti com’era in voga in Italia.
Il vistoso successo di questa compagnia dipese dalla sua disciplina superiore, anche se tutt’altro che perfetta, oltre che dalle tattiche apprese durante la Guerra dei Cent’anni, nonché dalla sua nota ferocia.
Gli uomini d’arme della Compagnia Bianca erano suddivisi in lance di due soldati, un caporale e il suo scudiero, anche se non era necessario che il primo fosse fatto cavaliere, oltre a un ragazzo, o valletto. Per quanto combattessero anche a cavallo, i componenti della Compagnia Bianca confondevano i loro avversari con tattiche di fanteria nelle quali i due uomini d’arme tenevano un’unica pesante lancia a mo’ di picca. Potevano perfino passare all’offensiva a piedi avanzando a ranghi serrati, mentre i paggi recavano i loro cavalli in caso di un inseguimento o di una ritirata improvvisa. Cinque lance formavano una posta, cinque poste formavano una bandiera.
Un’innovazione ancor più devastante per l’arte della guerra italiana fu l’arco lungo. Quest’ultimo non aveva la portata degli archi compositi e delle balestre, ma combinava la celerità di tiro dei primi con la potenza delle seconde. Gli archi lungi si potevano anche trovare in Italia, ma tendevano a essere utilizzati per andare a caccia più che per la guerra. Nondimeno, i rapidi sviluppi nel settore delle balestre, che richiedevano minore addestramento e minore forza, la crescente diffusione delle armi da fuoco portatili, e l’influenza delle nuove e più potenti tipologie turche di arco composito, resero gli archi lunghi della Compagnia Bianca un fenomeno effimero nel panorama bellico italiano.

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