Il Regno di Federico II

da F. Morghen, L’unità monarchica nell’Italia meridionale, in Nuove questioni di storia medievale, Milano 1977.

Illustrazione dal «Liber ad honorem Augusti», di Pietro da Eboli, fol. 142r. Marcovaldo di Anweiler, siniscalco del Sacro Romano Impero e reggente del Regno di Sicilia.

Illustrazione dal Liber ad honorem Augusti, di Pietro da Eboli, fol. 142r. Marcovaldo di Anweiler, siniscalco del Sacro Romano Impero e reggente del Regno di Sicilia.

I dieci anni che intercorsero dalla morte di Costanza (1198) alla assunzione al trono di Federico II, segnarono uno dei periodi più tristi della storia del Regno. Il papa, per mezzo dei suoi legati, i capitani tedeschi […] e la nobiltà di origine normanna, si contesero il potere in una lotta estenuante e disordinata, alleandosi a volta a volta l’uno contro l’altro, pur di impedire il prevalere di una parte. Innocenzo III con Gualtieri di Palear, contro Marcovaldo di Anweiler; Gualtieri di Palear e Marcovaldo contro il papa e il suo nuovo campione, Gualtieri di Brienne; il papa e Gualtieri di Palear contro Guglielmo Capparone, che, morto Marcovaldo nel 1202, era rimasto unico custode del re giovinetto, Federico; di nuovo il papa con Dipoldo di Wohburg, divenuto campione della Chiesa, dopo la morte di Guarltieri di Brienne, contro Gualtieri di Palear. In questo lungo periodo di disordine le forze del Regno furono in parte logorate e disperse: le proprietà della corona, sulle quali si basava specialmente la potenza dei re normanni, erano state dilapidate e devastate da nobili indigeni e forestieri, il commercio rovinato, la produzione ridotta, la flotta grandemente diminuita d’efficienza, l’erario vuotato. Pisani e Genovesi si contendevano con le armi il possesso di Siracusa e dei maggiori porti del Regno. Quando nel 1208, Federico, dichiarato maggiorenne a quattordici anni e sposato dal tutore Innocenzo III a Costanza d’Aragona, salì sul trono dei suoi avi materni, si trovò in mezzo a un vasto campo ingombro di macerie. Occorreva ricostruire tutto da capo.
A quest’opera di ricostruzione Federico II si dedicò con la tenacia del suo temperamento e l’originalità del suo genio, mettendo a frutto le tristi esperienze che lo avevano rapidamente maturato nella sua prima giovinezza. Dapprima egli si mantenne fedele al papa, suo tutore, fino ad essere addirittura denominato «re dei preti». Ciò gli valse l’acquisto del Regno di Germania (1216), poiché Innocenzo III lo contrappose a Ottone di Brunswick quando questi mostrò di non voler mantenere gli impegni assunti verso la Chiesa. Scomparso il grande Innocenzo, dal debole Onorio III Federico ottenne la corona imperiale (1220) e la concessione di conservare, vita natural durante, quell’unione dell’Impero con il Regno di Sicilia che era stata considerata dai pontefici come il maggiore pericolo che potesse minacciare l’esistenza dello Stato della Chiesa. Da allora egli incominciò a svolgere una politica decisamente indipendente e a perseguire quei sogni di predominio sul Papato e sull’Italia che sembravano profondamente connaturati con la tradizione dell’Impero e il destino degli Hohenstaufen. Erede di Federico Barbarossa e di Ruggero II, egli si ispirò in Germania e nel Regno di Sicilia a due indirizzi politici diametralmente opposti.

Illustrazione dal «Liber ad honorem Augusti», di Pietro da Eboli. Dipoldo di Wohburg, conte di Acerra.

Illustrazione dal Liber ad honorem Augusti, di Pietro da Eboli. Dipoldo di Wohburg, conte di Acerra.

Nel Regno di Germania, al quale egli si sentiva profondamente estraneo, fece larghe concessioni ai principi a danno della corona, e accelerò notevolmente quel processo di trasformazione dello stato germanico in una confederazione di grandi principati, alleati, più che soggetti, al re, che si era già iniziato al tempo di Federico I. Il Regno di Sicilia fu invece al sommo dei suoi pensieri e delle sue cure. Egli si sentiva profondamente legato a quell’ambiente siciliano dove tre civiltà si erano incontrate senza fondersi e dove le suggestioni del Vicino Oriente e le tradizioni gloriose dei Normanni esercitava un innegabile fascino sul suo temperamento sensuale e sulla spregiudicata raffinatezza del suo ingegno, e davano concretezza al profondo senso che egli aveva del proprio valore e della propria autorità.
Nel Regno di Sicilia, al contrario di quanto egli aveva fatto in Germania, restaurò, quindi, con mano inflessibile, l’autorità regia. Licenziò il troppo potente ministro Gualtieri di Palear; con l’editto De resignandis privilegiis ordinò una revisione accurata di tutti i titoli di possesso e di concessioni feudali, per recuperare i beni della corona dilapidati dal consiglio di reggenza durante la sua minorità; abrogò molti privilegi e abbatté castelli della nobiltà, riottosa a curvarsi dinanzi al re; sconfisse e punì i baroni ribelli, abolì le autonomie cittadine, disperse gli ultimi nuclei della resistenza araba e trapiantò i Saraceni vinti, in numero di circa 20000, a Lucera in Puglia, facendo di essi una colonia agricola da cui gli Svevi trassero un esercito fedelissimo, che fu uno dei più efficaci strumenti della loro potenza. Ma l’idea imperiale esercitò sullo spirito di Federico II un fascino non meno potente di quello delle tradizioni normanne. L’Impero che egli aspirava a restaurare in tutta la sua potenza era però un impero mediterraneo che avrebbe dovuto avere il suo centro nel Regno di Sicilia e il dominio su tutta l’Italia. Risorgeva così per lui, come necessità ineluttabile, il dovere di attuare il programma politico per cui Federico Barbarossa si era battuto per circa un trentennio, in una sanguinosa quanto sterile lotta, contro il Papato e i Comuni. Né la coscienza che egli aveva di sé e della propria potenza, gli fece valutare adeguatamente le forze avverse che si accingeva a combattere, né gli fece forse avvertire quel contrasto insanabile, che l’empirico senso politico dei Normanni aveva sempre avvertito, tra gli interessi del Regno di Sicilia e una politica di ostilità verso il Papato e di influenza in Italia.

Sigillo dell'imperatore Federico II, re di Sicilia e di Gerusalemme (1250). Conservato a Parigi.

Sigillo dell’imperatore Federico II, re di Sicilia e di Gerusalemme (1250). Conservato a Parigi.

Il primo urto con le forze nemiche avvenne negli anni 1226 e 1227 quando, alla dieta di Cremona, convocata dall’imperatore per riaffermare i suoi diritti, i Comuni dell’alta Italia opposero il rinnovamento della Lega, e, succeduto ad Onorio l’energico Gregorio IX, questi impose a Federico II di mantenere l’impegno della crociata preso all’atto della sua incoronazione e, di fronte alle sue tergiversazioni e all’accordo pacifico che egli concluse con il Sultano, lo scomunicò e invase il territorio del Regno. Federico poté facilmente sconfiggere l’esercito papale e Gregorio IX dovette piegarsi alla pace di San Germano (1230); ma la lotta era ormai scoppiata in tutta la sua violenza, e l’accordo raggiunto non era che un armistizio. Di lì a poco la guerra si riaccese e Federico II si illuse di aver spezzato per sempre al potenza dei Comuni a Cortenuova (1237) e di aver tolto per sempre la possibilità di nuocere al Papato con la vittoria navale dell’isola del Giglio (1241) nella quale prese prigionieri i prelati convocati a Roma da Gregorio IX. Innocenzo IV, succeduto a Gregorio, convocò di nuovo il concilio a Lione (1244) e rinnovò in esso la scomunica contro Federico, deponendolo dall’Impero, mentre le vittorie riportate dai Parmensi (1248) e dai Bolognesi (1249) sugli eserciti imperiali segnarono il tracollo della politica italiana di Federico II, che morì di lì a poco (1250), lasciando il Regno sconvolto dalla guerra, impoverito, esausto.
Ma se Federico II sacrificò in parte la floridezza economica dello stato del Mezzogiorno per continuare le tradizioni della politica italiana degli imperatori tedeschi, e si allontanò dagli indirizzi della saggia politica estera dei Normanni, ponendo in profondo contrasto gli interessi della dinastia e quelli del Regno, è innegabile che lo stato unitario dell’Italia meridionale, creato dai Normanni, ebbe dal genio di Federico II quell’assetto interno che rimaste inalterato fino quasi al periodo spagnolo, e fu poi esaltato, come primo esempio nel Medioevo, di civile e ordinata amministrazione di governo illuminato e moderno.
Le costituzioni di Melfi del 1231 si possono considerare, a buon diritto, le tavole di fondazione dello stato creato da Federico II. Egli non aveva una concezione dello stato che traesse origine da presupposti dottrinari: la facilità con cui a volta a volta, per ragioni polemiche e d’opportunità, invocava a giustificare l’autorità del sovrano o gli ideali teocratici dell’Impero medioevale, o il diritto romano e la tradizione imperiale dei Cesari, o le esigenze spirituali del movimento riformatore pauperistico mostra la sua indifferenza di fronte a tutte le questioni di principio. In pratica, egli ammirava i sovrani orientali che raccoglievano nelle loro mani tutti i poteri dello Stato, politico, religioso, giudiziario, militare e che non avevano a che fare con i preti. La base su cui poggiava per lui tutto l’ordinamento dello Stato era, infatti, il principio dell’assolutismo imperiale romano della decadenza, quando l’imperatore assunse anche un carattere divino: «quiquid principi placuit, vigorem habet legis». Il volere del sovrano era per lui la prima fonte del diritto, l’imperatore la stessa «lex animata in terra», e al sovrano competeva ogni potere, legislativo, esecutivo, giudiziario. Di fronte a tale potere non avevano naturalmente più valore né i privilegi feudali né le autonomie cittadine e tutto il governo dello Stato si raccoglieva nelle mani del re, coadiuvato dalla Magna Curia dei principali ufficiali del Regno, primi fra tutti il Maestro Giustiziere e il Maestro Camerario, ai quali faceva capo il complesso dell’organizzazione burocratica provinciale dei giustizieri, dei baiuli, dei camerari, degli iudices. Per la necessità di uno Stato così fortemente accentrato Federico II aveva necessariamente bisogno di poter disporre di un esercito proprio e di larghissime risorse finanziarie. Da ciò le cure che egli dedicò all’organizzazione del suo esercito di Saraceni e alla flotta, per la quale creò nuovi porti e cantieri e istituì una specie di leva di mare nei comuni della Sicilia e dell’Italia meridionale. Da ciò i provvedimenti con i quali favorì e protesse la produzione (appunto, per avere un maggior gettito di imposte) e organizzò il sistema tributario. La preoccupazione di trarre dai suoi sudditi le somme sempre maggiori che gli occorrevano per la sua dispendiosissima politica italiana e per l’organizzazione della vasta burocrazia da lui creata fu, infatti, il movente principale di tutta la politica economica di Federico II, e questo solo basterebbe a differenziare il grande imperatore dai sovrani dell’assolutismo illuminato e a mettere in evidenza il carattere prevalentemente patrimoniale dello Stato da lui creato. Ma con un sistema monopolistico esercitato sui maggiori prodotti del Regno, quali, ad esempio, il grano, a esclusivo vantaggio del sovrano, e con un fiscalismo, che dovette divenire sempre più oppressivo in ragione del crescere del suo bisogno di denaro, Federico II distrusse in gran parte i benefici frutti dei suoi provvedimenti in favore della produzione e pose per primo le condizioni di quella profonda crisi economica che travagliò il Regno sino dal periodo angioino e si andò poi sempre più aggravando sotto la dominazione spagnola.

«Cronica Nuova» di Giovanni Villani. Codice Chigi L VIII 296, fol. 85r (XIII sec.). La battaglia dell'isola del Giglio (1241). Roma, Biblioteca Apostolica Vaticana

«Cronica Nuova» di Giovanni Villani. Codice Chigi L VIII 296, fol. 85r (XIII sec.). La battaglia dell’isola del Giglio (1241). Roma, Biblioteca Apostolica Vaticana

Federico II, per le necessità di uno stato burocratico qual era quello che aveva creato, si preoccupò anche di formare una classe dirigente di funzionari fedeli e capaci. A questo scopo fondò lo Studio di Napoli e si circondò di uomini colti ed esperti specialmente di diritto. Ma anche questo suo disegno fallì. Il contrasto profondo che la sua politica imperiale aveva originato fra gli interessi del Regno e quelli del sovrano finì per scavare un profondo abisso tra Federico II e il suo popolo, sicché, nel colmo della lotta contro il Papato e i Comuni, egli fu abbandonato anche dai suoi più fedeli. Quando morì, il regno di Sicilia e di Puglia che era stato la «pupilla dei suoi occhi», cadde in una nuova gravissima crisi.

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Le leggi di Federico

di S. Bartoloni, in Enciclopedia Treccani.

Castello di Melfi. Luogo in cui Federico II emanò le Costituzioni melfitane, 1230-31. Foto di M. Perillo.

Castello di Melfi. Luogo in cui Federico II emanò le Costituzioni melfitane, 1230-31. Foto di M. Perillo.

Come la figura di Federico II anche le Constitutiones Melphitanae sono state variamente valutate. Se ne può parlare, seguendo l’interpretazione che ha avuto Ernest Kantorowicz tra i suoi principali esponenti, come delle leggi del primo stato moderno d’Europa o come di una normativa giuridica che «non segna l’avvento di un nuovo Giustiniano […], manca dell’ampio respiro e dell’organicità onnicomprensiva dei testi romani» e che, «priva di profonda originalità», è sostanzialmente «una combinazione ben dosata di fonti romane, canoniche e feudali», come sostiene David Abulafia, il quale volle, non a caso, ha intitolato una sua monografia Frederick II. A medieval emperor, Torino 1990.
È certo comunque che le Constitutiones sono il primo grande codice del Medioevo. Se ne rileva generalmente l’importanza anche come tappa di un processo di centralizzazione che, al contempo affermando il principio dell’uguaglianza di tutti davanti alla legge, privava i signori feudali di molti dei loro privilegi. Tale processo era stato avviato, al momento della costituzione del Regno, da Ruggero II d’Altavilla, che nel 1140 con le Assisae regum regni Siciliae – le Assise di Arano – aveva tentato di coordinare i vari corpi di leggi che coesistevano nell’Italia meridionale. Pure re Ruggero aveva dotato il Regno di una rete di funzionari che dovevano garantirgli il controllo del territorio e cospicui introiti fiscali.
Come è noto, fu solo l’incoronazione a imperatore, avvenuta a Roma, al suo ritorno dalla Germania, nel 1220, che Federico II poté iniziare a governare nel regno di Sicilia, di fatto sottoposto a trenta anni di anarchia. Lasciata Roma tre giorni dopo l’incoronazione e prima ancora di imbarcarsi per Palermo, egli fece sosta a Capua, la prima città importante del Regno che si incontrava scendendo da Nord. Vi convocò una Dieta e promulgò un editto nel quale già comparivano i principi fondamentali sui quali si sarebbe basata la riorganizzazione del Regno nei decenni successivi. Nei venti capitoli dell’editto si stabiliva che la giustizia sarebbe ritornata nelle mani dei giudici regi, si ripristinavano le tasse vigenti all’epoca della morte di Costanza d’Altavilla, si limitavano le autonomie municipali e si colpivano i nobili che avevano usurpato i poteri del sovrano.
Nel decennio successivo l’imperatore fu impegnato su più fronti: combatté contro i feudatari meridionali, si oppose ai comuni che avevano riorganizzato la Lega lombarda, compì la spedizione a Gerusalemme e stipulò l’accordo con il sultano d’Egitto, eventi che vengono ricordati come la sesta Crociata, e si scontrò con Gregorio IX.
La pace di Ceprano (28 agosto 1230) pose temporaneamente fine ai contrasti tra il Papa e l’Imperatore, che poté così riprendere l‘energica opera di riorganizzazione del Regno già avviata a Capua. Tassello essenziale di questa operazione fu rivedere il sistema legale vigente, nel quale erano stratificate leggi bizantine, longobarde, musulmane e normanne.
Il lavoro di redazione del testo fu portato avanti per nove mesi da un gruppo di giuristi coordinato dall’arcivescovo Giacomo di Capua; la tradizione tuttavia finì per attribuire l’intero merito dell’opera al funzionario Pier della Vigna. Promulgate nel 1231 le Costituzioni di Menfi, versione definitiva che incorporava diverse aggiunte al Liber Augustalis o Constitutiones Regni Siciliae, acquisirono immediata fama tra i contemporanei, che ne colsero l’importanza, e suscitarono la disapprovazione del Papa.
Suddivise in tre libri, le Constitutiones si aprivano con una prefazione, che Federico volle fosse a lui stesso attribuita ma che probabilmente si deve a Pier della Vigna. Vi veniva esaminata la natura del potere dei principi, creati da Dio per dirimere le controversie sorte tra gli uomini – quindi per amministrare la giustizia e difendere la pace – e per difendere la Chiesa, che non operava una mediazione tra Dio e il sovrano ma che a quest’ultimo si affiancava. L’affermare questo concetto aveva naturalmente una valenza molto importante se si tengono presenti sia il fatto che i Normanni nel 1130 avevano conquistato la Sicilia in virtù della investitura papale – e di conseguenza i sovrani di Sicilia risultavano vassalli del Papa – sia i contrasti che nel decennio precedente avevano opposto Federico ai pontefici, in particolare a Gregorio IX che era arrivato a scomunicarlo. Se, come affermato nella prefazione, non è subordinato al pontefice il sovrano, gladius Christi, questi interviene di sua iniziativa a difendere la Chiesa; non stupisce quindi il fatto che le prime leggi delle Constitutiones trattano della eresia: il sovrano, portatore di un potere che era considerato di natura sacra, la avrebbe combattuta. Giova ricordare che anche la ribellione al potere imperiale veniva equiparata alla eresia.
I 255 articoli che costituivano il Liber Augustalis delineavano le caratteristiche di uno stato se non assolutistico senza dubbio centralizzato e introducevano principi che possono essere percepiti come attuali; se ne rileveranno qui sinteticamente alcuni.
Tutti sarebbero stati considerati uguali davanti alla legge, e anche gli ebrei e i saraceni del regno avrebbero potuto, se vittime di ingiustizia, intentare causa. A vedove e orfani sarebbe stato garantito il patrocinio legale.
Soltanto al sovrano spettava il controllo sulla giustizia penale; di eredità normanna, perché già presente nelle Assise di Ruggero, il concetto era già stato ribadito undici anni prima a Capua. Come le guerre private anche le vendette personali erano proibite. Se un tempo chi fosse stato aggredito poteva invocare a defensa il nome del signore di cui era vassallo, ora chiunque avrebbe potuto considerarsi tutelato pronunciando a voce alta il nome dell’Imperatore e l’aggressore, se non si fosse ritirato, sarebbe stato giudicato da un tribunale per la sua colpa.

Miniatura dal «De arte venandi cum avibus», ms. dal Pal. lat. 1071 (fine XIII sec.). Federico II e il suo falcone. Roma, Biblioteca Vaticana.

Miniatura dal «De arte venandi cum avibus», ms. dal Pal. lat. 1071 (fine XIII sec.). Federico II e il suo falcone. Roma, Biblioteca Vaticana.

Avrebbero esercitato la giustizia per conto del sovrano dei “giustizieri” in carica per un anno. Per garantire la loro imparzialità si stabiliva che tali funzionari non avrebbero potuto operare in un territorio nel quale erano nati o nel quale loro stessi o i loro figli possedessero delle terre.
Al sovrano spettava il controllo sulla amministrazione militare; per realizzarlo Federico II volle la costituzione di un esercito di mercenari che sarebbe stato sotto il suo diretto controllo e la creazione di una rete di fortezze imperiali; si sottraeva così la difesa dello stato all’arbitrio dei vassalli che avevano sino ad allora avuto il compito di intervenire con uomini e mezzi in caso di necessità. Ogni forma di autonomia delle città fu soppressa.
Il territorio del Regno venne diviso in nove province; il nome e la conformazione di tali province sarebbero rimasti sostanzialmente immutati fino al 1861; pure lo stesso sarebbe rimasto il confine del Regno, che andava dal Tronto a Terracina e che costituiva, a metà dell’Ottocento, la più antica frontiera europea.

Guelfi e ghibellini a Firenze

di G. Pampaloni, Guelfi e ghibellini, in Enciclopedia dantesca 3 (1970), pp. 301-307.

2405_06_guelfi_ghibellini A Firenze, come in altre città italiane, nei primi decenni del Duecento esistevano le ragioni di fondo che stavano portando nell’Italia settentrionale alla formazione di partes, nell’ambito della lotta fra Papato e Impero. Più ancora che nella presunta contesa tra Buondelmonti e Amidei del 1216, che fu chiamata in causa, sin dalla fine del Duecento, quale origine della divisione tra guelfi e ghibellini, il fatto che le parti si formarono in questa fase è testimoniato dai nomi stessi, che fanno riferimento alla contesa, nella successione a Enrico VI, tra la casa di Baviera (Welfen), rappresentata da Ottone IV, e quella di Svevia (originaria del castello di Waiblingen), a cui apparteneva Federico II. A Firenze, come appunto avvenne altrove, le contese locali trovarono una nuova ragione di scontro in questa lotta. Ma rispetto ad altre città, la società fiorentina presentava tuttavia alcune peculiarità: una pressoché totale assenza di famiglie originariamente dotate di diritti signorili nel ceto dirigente del comune, una milizia consistente, in cui alcuni elementi riuscivano ad acquisire tali diritti per via matrimoniale, ma soprattutto, in virtù del grande sviluppo economico, ad accumulare terre sulla base del prestito di danaro alle chiese e ai signori. Dunque una parte dei cavalieri (milites) era cointeressata nella difesa, a proprio vantaggio, dei diritti vescovili. All’interno di questo ceto esisteva, come ovunque, un pulviscolo di conflitti, che aveva dato luogo, nell’ultimo quarto del XIII secolo, a una “guerra civile” per il controllo del consolato, cioè del comune, tra gruppi opposti facenti capo agli Uberti e ai Fifanti. La possibilità che i conflitti privati si traducessero in schieramenti vasti e tendenzialmente polarizzati si era manifestata anche in seguito, come suggerisce la rottura del fidanzamento tra Buondelmonti e Amidei che, nel 1216, scatenò uno scontro di vaste proporzioni tra le due consorterie, coinvolgendo gli Uberti e altre famiglie. Anche qui, tuttavia, fu l’intervento di Federico II a scatenare la formazione di schieramenti destinati a durare. Quando l’imperatore fu incoronato, nel 1220, il comune di Firenze era impegnato in una disputa con il proprio vescovo attestata sin dal 1218, quando Firenze aveva privato dell’eredità un chierico di S. Gimignano sostenendo che ai chierici non spettasse il godimento dei diritti ereditari. Inoltre Firenze, alleata con Lucca, anch’essa in vertenza con il vescovo e con il papa, era in guerra, per motivi di confine, con Pisa (che aveva cercato e ottenuto l’appoggio di Federico II), alleata di Siena e Poggibonsi. Per queste ragioni quando l’imperatore, in seguito all’incoronazione, aveva elargito concessioni ai suoi fedeli, Firenze era stata gravemente penalizzata e aveva assistito al rilascio di diplomi a tutti i suoi rivali del territorio. fig11 Ciononostante, nel 1222, l’alleanza fiorentino-lucchese aveva riportato un’importante vittoria a Casteldelbosco. La conduzione della lunga guerra, per quanto coronata da successi come questo, portò tuttavia, con ogni probabilità, al formarsi di un’opposizione interna da parte di un popolus cittadino che proprio in questi anni cominciava a manifestarsi sul piano politico, riuscendo a far entrare i priori delle Arti nel governo e promuovendo, forse con una parte della milizia, operazioni di revisione delle spese pubbliche. La stipulazione di una nuova alleanza nel 1228 tra Pisa, Siena, Poggibonsi e Pistoia in funzione antifiorentina fece proseguire il conflitto tra Firenze e le altre città toscane, concentrandolo sulla Val di Chiana e Montepulciano. Sia il Papato sia l’Impero tentarono la pacificazione con vari mezzi nel corso dei primi anni Trenta. Il legato imperiale Geboardo di Arnstein fallì una mediazione e poi bandì Montepulciano, governata da un podestà fiorentino, Ranieri Zingani dei Buondelmonti. Gregorio IX, approfittando della morte del vescovo fiorentino, insediò un suo fedele, Ardingo, a cui fece emanare costituzioni contro gli eretici. Nel 1232 Firenze, che continuava a rifiutarsi di venire a patti con Siena, fu interdetta e subì il bando imperiale.
Su questo punto venne ad aprirsi un nuovo conflitto tra il vescovo e i milites che all’interno del comune intendevano proseguire la guerra. Tale conflitto però non coinvolgeva altri aspetti della politica episcopale. I tentativi di recupero patrimoniale e giurisdizionale del nuovo presule suscitavano semmai un’opposizione più forte nei ceti non militari, meno legati all’episcopio e più interessati a estendere il controllo pubblico sui beni della Chiesa cittadina, nel quadro di un progetto di espansione del potere comunale visibile nella riforma della tassazione del contado, nel recupero dei diritti dei signori inurbati e nei tentativi avanzati nel 1232 e 1233 di tassazione della Chiesa cittadina. Solo nel 1236, dopo che Lucca, colpita dal papa con la privazione della diocesi, non fu più in grado di sostenere Firenze, il vescovo fiorentino riuscì a imporre la pace con Siena. Tale pace, con ogni probabilità, fu accolta con favore dal “popolo”. Fu allora che il conflitto tra le diverse componenti della società si manifestò pienamente. Nello stesso anno il podestà, Guglielmo Venti, sostenuto dal “popolo”, attirò contro di sé l’odio dei milites e fu cacciato per aver appoggiato le richieste di indipendenza dal controllo vescovile del borgo di S. Casciano in Val di Pesa. La vertenza fu composta dal podestà che gli succedette, chiamato da una magistratura straordinaria, probabilmente di ispirazione popolare, i capitanei, e dal vescovo: il parmigiano Bernardo Orlando Rossi. Costui impose a S. Casciano di pagare al vescovo ciò che gli era dovuto, ma per la prima volta ottenne da parte di questo un formale omaggio. Mentre peggioravano le relazioni tra Papato e Impero, nel 1237 a questo conflitto sociale, che faticosamente era stato composto, si sovrappose una divisione interna alla milizia. La politica vescovile di recupero del controllo del capitolo cattedrale, con ogni probabilità, scontentò alcuni cavalieri. La chiamata di un podestà milanese, Rubaconte da Mandello, fu favorita dal papa in funzione antimperiale. Ma il nuovo magistrato si fece promotore di una politica di difesa dei diritti del comune, anche in contrasto con il vescovo (che lo accusò di eresia), e trovò quindi il consenso del “popolo”. In tal modo i vari conflitti interni che si erano manifestati (quello tra vescovo e comune, quello tra “popolo” e milites, quello tra diverse consorterie di milites) si collegarono con gli schieramenti dell’Italia settentrionale. Quando Federico II, forte della vittoria di Cortenuova, chiese l’invio di truppe per combattere nel Nord, nella milizia scoppiarono disordini tra Giandonati e Fifanti che si estesero all’intera città portando alla cacciata di Rubaconte. L’ingresso del nuovo podestà, il romano filoimperiale Angelo Malabranca, riaprì i disordini che erano stati temporaneamente sedati e li spostò in campagna, dove i cavalieri fiorentini antimperiali, per la prima volta definiti da una fonte coeva «guelfi», furono sconfitti, ma poterono rientrare in città grazie a una mediazione del vescovo.

«Cronica Nuova» di Giovanni Villani. Codice Chigi L VIII 296, fol. 85r (XIII sec.). Federico II entra a Cremona con il Carroccio (1237). Roma, Biblioteca Apostolica Vaticana.

Cronica Nuova di Giovanni Villani. Codice Chigi L VIII 296, fol. 85r (XIII sec.). Federico II entra a Cremona con il Carroccio (1237). Roma, Biblioteca Apostolica Vaticana.

L’insediamento, nel 1240, del nuovo capitano imperiale in Toscana, Pandolfo di Fasanella, aprì una nuova fase caratterizzata da una maggiore richiesta, soprattutto fiscale e militare, dell’Impero; questa pressione negli anni successivi fece confluire sul fronte antimperiale tutti coloro che sentivano i disagi del nuovo governo. Nel 1241 vi fu un nuovo scontro: i Giandonati, guelfi, assaltarono le case degli Amidei in cui era ospitato il podestà federiciano, ma furono sconfitti. L’anno successivo gli Adimari, guelfi, presero la torre dei Buonfanti, ma anche in questo caso il vescovo riuscì a pacificare le parti in lotta.
L’elezione di Innocenzo IV fece registrare anche a Firenze un salto qualitativo dell’intervento pontificio. Da un lato, il nuovo papa agì sul piano degli uomini di governo: riuscì a far chiamare podestà che, pur provenienti dal circuito imperiale, erano in stretto contatto con lui, come i parmigiani Rossi, e a imporre un proprio candidato nel capitolo cittadino, membro della famiglia signorile dei conti Guidi. Dall’altro, promosse una serrata propaganda antimperiale. Favorì l’arrivo del predicatore Pietro da Verona, che trovò un terreno fertile nei movimenti religiosi che andavano diffondendosi nella società fiorentina, soprattutto nel “popolo”, già sensibile al culto mariano e alle pratiche penitenziali sostenute da Mendicanti, Serviti, Penitenti, e infine istituì un tribunale dell’inquisizione.
Nella nuova soggezione imperiale, che in seguito all’arrivo di Federico d’Antiochia, figlio dell’imperatore, andava facendosi sempre più stretta, l’inquisizione non fu vista più solo come un’illegittima intromissione nella giurisdizione comunale tesa a tutelare la libertas Ecclesiæ, ma anche come uno strumento per colpire i seguaci dello scomunicato imperatore, a cui si doveva ormai l’imposizione del giuramento di fedeltà, la sottrazione dei diritti sul contado, affidati ai vicari, e un carico fiscale sempre più insostenibile.
In questa cornice maturò il consenso attorno alla parte guelfa da parte di un “popolo”che nei momenti di maggiore autonomia dall’Impero si era tenuto sostanzialmente estraneo ai conflitti di fazione. Alla fine del 1247, in conseguenza della necessità di truppe da impiegare nell’assedio di Parma, la richiesta di nuovi contingenti aprì nuovamente gli scontri. Nel febbraio dell’anno successivo i guelfi abbandonarono la città ritirandosi a Montevarchi e a Capraia, sotto il controllo di signori filopapali. Sotto il comando dei capitani Ranieri Zingani dei Buondelmonti e Rodolfo di Capraia, subirono l’attacco dei ghibellini guidati da Federico d’Antiochia. Ebbero una prima vittoria, ma in seguito furono sconfitti. Alcuni di loro furono deportati nel Regno di Sicilia. Nel 1250 riuscirono a riorganizzarsi nel territorio dei conti Guidi, mentre il popolo in città riusciva a cacciare i rappresentanti imperiali e a istituire un regime, il cosiddetto “primo popolo” con cui si chiuse il periodo della soggezione all’Impero e che, l’anno successivo, provvide a richiamare gli esuli.
Nella seconda metà del Duecento e in buona parte del secolo successivo i termini fiorentini guelfi e ghibellini vennero a indicare le parti favorevoli al Papato e all’Impero in tutte le città comunali italiane. Le ragioni di un simile successo risiedono nell’egemonia regionale e sovraregionale che Firenze acquisì con l’estinzione della casa di Svevia e con l’avvento degli Angioini alla corona di Sicilia. Ma tale successo non sarebbe comprensibile pienamente se non si considerasse il fatto che Firenze aveva condiviso con le altre città comunali gli elementi fondamentali che avevano condotto alla formazione delle parti.

«Cronica Nuova» di Giovanni Villani. Codice Chigi L VIII 296, fol. 85r (XIII sec.). La Battaglia di Montaperti (1260). Roma, Biblioteca Apostolica Vaticana.

Cronica Nuova di Giovanni Villani. Codice Chigi L VIII 296, fol. 85r (XIII sec.). La Battaglia di Montaperti (1260). Roma, Biblioteca Apostolica Vaticana.

Il canto VI del Purgatorio è il luogo in cui Dante esprime la sua digressione politica, così come fa nel canto corrispondente dell’Inferno e del Paradiso. Dopo aver incontrato Sordello da Goito, poeta mantovano, che si abbraccia Virgilio, il Sommo Poeta inneggia al famoso compianto sulla condizione dell’Italia, nei vv. 76-78: l’abbraccio fra Sordello e Virgilio, è per Dante esemplare in quanto vede l’amore fra concittadini, anche se in realtà nell’Italia del suo tempo non era proprio così a causa delle divisioni interne, delle partes, e delle lotte fra i guelfi e i ghibellini, se non addirittura fra guelfi “bianchi” e guelfi “neri”. Al v. 83, l’espressione «e l’un l’altro si rode» ricorda indubbiamente l’immagine infernale del Conte Ugolino che “rode” la testa del nemico (l’uno guelfo e l’altro ghibellino, non a caso!). Dante percepisce la cosa come molto profonda: la composizione della cantica del Purgatorio è infatti posteriore al 1307, quindi durante l’esilio, avvenuto a seguito delle lotte fra le fazioni fiorentine. Al v.97, Dante maledice Alberto I d’Asburgo, l’imperatore, il quale dovrebbe governare saldamente l’Italia (la sua azione sarebbe provvidenziale, in quanto dirimerebbe e pacificherebbe le contese), anziché occuparsi soltanto della parte tedesca dell’Impero. In seguito gli chiede di venire in Italia e accorgersi della situazione critica in cui versa e dell’instabilità politica vigente. Dante si rivela una sorta di “restauratore” che vorrebbe l’Impero, in cui i feudatari sono sottomessi e fedeli alla figura imperiale; piuttosto non vede di buon occhio quella parte della cittadinanza detta “populus”, cioè i nascenti borghesi (mercanti, banchieri). Al v.127, il Poeta si rivolge a Firenze, ed ironicamente dice che la sua digressione non la considera (infatti le ha già inveito contro nel VI dell’Inferno): molti hanno buonsenso («han giustizia in cuore») ma sono tardi a prendere in mano il potere, perché han paura di peggiorare la situazione; invece il popolino sa sempre cosa fare, ma ovviamente si auto-esclude dall’esercizio politico; molte persone rifiutano di governare, invece il popolo appare sollecito a farlo. Al v.139, si compara, esaltandole, Atene e Sparta (antichi – perciò autorevoli – esempi di civiltà e democrazia) con Firenze, la quale è in grado di creare provvedimenti tanto «sottili» (tanto finemente scritti) il cui vigore non ha una solida durata.
La chiusa del canto si conclude con una similitudine, che compara Firenze ad una persona malata che sul letto non sa da che parte girarsi (alludendo alla divisione bipartitica).

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Bibliografia:

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