La morte di Cola di Rienzo (Anon. rom. Cronica, cap. xxvii)

di P. Trifone, Roma e il Lazio. Vol. 2: Antologia di testi commentati, Torino 1992, pp. 114-120.

Tor Crescenzia (detta Casa di Cola di Rienzo). Roma, via di Ponte Rotto.

Tor Crescenzia (detta Casa di Cola di Rienzo). Roma, via di Ponte Rotto.

L’anonimo autore della Cronica fu studente all’Università di Bologna: «lo demorava nella citate de Bologna allo Studio e imprenneva lo quarto della Fisica»[1].

Questo dato, che costituisce una delle pochissime certezze della sua biografìa viene in genere inteso nel senso che egli era studente del quarto anno di medicina. Sanfilippo ha rilevato peraltro una dissonanza tra la condizione di studente in medicina e la nobiltà di sangue, attribuita all’Anonimo sulla scorta di un vago richiamo autobiografico alla propria ientilezza, in un brano lacunoso del Prologo: «Dunqua io, lo quale … mea ientilezza»[2]. Sanfilippo solleva la questione dell’«incompatibilità sociale tra l’essere nobile e l’essere medico», che secondo lo studioso potrebbe risolversi tenendo presente che a Roma come a Firenze, a Bologna e in tutta l’Italia comunale l’appellativo di gentiluomini non si riferiva più esclusivamente ai nobili ma designava anche i membri del «ceto urbano emergente». Va detto tuttavia che esiste anche una diversa interpretazione del passo della Cronica citato all’inizio: «Lo scrittore vuol dire invece che studiava il quarto libro della Fisica aristotelica, uno dei libri di testo fondamentali della facoltà di artes, come subito vide il Muratori, che pubblicò l’opera con il titolo di Historiae Romanae Fragmenta»[3].

Qualunque sia l’effettivo status sociale e professionale dell’Anonimo – nobile, mercante, medico, umanista o altro – bisogna ammettere che il profilo che si adatta meglio alla sua cultura e alla sua ideologia è quello di un intellettuale «laico» vicino alla borghesia municipale, di cui racconta le aspirazioni frustrate e a cui del resto esplicitamente si rivolge, fondendo memoria personale, storiografia politica ed esercizio letterario[4].

La perentoria scelta in favore del dialetto cittadino conferma e marca i contorni di questo profilo. Sarebbe un errore pensare che l’adozione dell’idioma nativo fosse una strada assolutamente ovvia o obbligata, nella seconda metà del Trecento, per uno scrivente di sicura preparazione e di acuta sensibilità linguistica come l’Anonimo, cui l’importante esperienza bolognese doveva aver dischiuso fra l’altro un ampio orizzonte di pratiche comunicative. Anzi, sulla base dei dati ora esposti, e considerando ad esempio le incoerenze linguistiche di una lettera scritta nel 1385 da un giovane di Subiaco che studiava legge proprio a Bologna, può sorgere semmai il sospetto che nell’originale perduto della Cronica le forme letterarie si alternassero a quelle dialettali con frequenza maggiore che nell’edizione critica rigorosamente neo-lachmanniana di Porta[5].

«L’opera ène granne e bella», dichiara l’Anonimo stesso con autocoscienza di artista all’inizio della narrazione. Il suo senso drammatico dello stile lo fa propendere per una prosa asciutta e nervosa, in apparenza elementare e antiretorica, in realtà complessamente e sapientemente strutturata[6].

La tecnica compositiva della Cronica si caratterizza per la netta prevalenza della paratassi, attuata però con un’insolita varietà di soluzioni, che nell’insieme rivelano una personalità di scrittore tutt’altro che ingenua, educata certamente dalla consuetudine con i testi classici[7].

Al periodare ampio di tipo boccacciano l’Anonimo preferisce l’annotazione essenziale, mirante ad imporsi con la forza dell’evidenza. L’incisività delle frasi brevi, che tendono ad allinearsi in sequenze asindetiche, si accorda bene a un intenso e mobile realismo descrittivo, «con alcuni tratti propri dello stile epico, inarcato talora nei modi di vigorose immagini popolaresche»[8].

Le pagine celebratissime sulle ultime ore di Cola sono, in questo senso, esemplari. Basti pensare a quel dettaglio sul corpo sfigurato del tribuno, uno dei picchi espressionistici dell’intera Cronica: «Tanta era la soa grassezza, che pareva uno esmesurato bufalo overo vacca a maciello». E ancora: «Le mazza de fòra grasse», ‘le budella di fuori grasse’, con il ricorso al vocabolo «basso» mazza e alla frase senza verbo per rendere con la massima tensione e icasticità l’atroce scena. Il distacco critico nei confronti di Cola si accompagna a un percepibile senso di angoscia per il definitivo fallimento di una causa che pure non viene mai sbandierata: la restaurazione di una Roma «civile» e repubblicana.

Per un quadro dei principali aspetti linguistici della Cronica si rinvia alla I Parte, cap. I, § 6. Qui si ricorderanno soltanto alcuni fenomeni più frequenti, allo scopo di facilitare la lettura: dittongamento metafonetico (puopolo, intellietto); assimilazioni ND > nn, MB> mm, LD >ll (prennere, gammiere, sollati ‘prendere, gambiere, soldati’); passaggio di B a v (varva) e, dopo liquida o nasale, di S a z (perzona, penza); j in luogo di G palatale del toscano (iente, ‘gente’) e di i preconsonantica (aitre, uitime, ‘altre, ultime’); perfetti in –ao, –eo, –io (troncao, deo, vestio, ‘troncò, diede, vestì’); possessivi sia, tio, ‘suo, tuo’, analogici su mio. Si segue il testo dell’edizione critica di Porta[9]; il commento si è giovato anche del glossario presente in Porta[10] e delle annotazioni di Serianni[11].

Federico Faruffini, Cola di Rienzo contempla le rovine di Roma. Olio su tela, 1855. Pavia, collezione privata.

Federico Faruffini, Cola di Rienzo contempla le rovine di Roma. Olio su tela, 1855. Pavia, collezione privata.

Ora voglio contare[12] la morte dello tribuno. Aveva lo tribuno fatta una gabella[13] de vino e de aitre cose. Puseli nome ‘sussidio’. Coize[14] sei denari per soma[15] de vino. Coglievase la moita moneta. Romani se llo comportavano per avere stato[16]. Anco stregneva lo sale per più moneta avere[17]. Anco stregneva soa vita e soa famiglia[18] in le spese. Onne cosa penza per sollati[19]. Repente[20] prese[21] uno citatino de Roma nobile assai, perzona sufficiente, saputa[22]: nome avea Pannalfuccio de Guido[23]. Omo virtuoso, assai desiderava la signoria dello puopolo[24]. E sì lli troncao[25] la testa senza misericordia e cascione[26] alcuna. Della cui morte tutta Roma fu turbata. Staievano[27] Romani como pecorella. Queti non osavano favellare. Così temevano questo tribuno como demonio. In loco consilii obtinebat omnem suam voluntatem, nullo consiliatore contradicente. Ipso instanti ridens plangebat et emittens lacrimas et suspiria ridebat, tanta inerat ei varietas et mobilitas voluntatis[28]. Ora lacrimava, ora sgavazzava[29]. Puoi se deo a prennere la iente[30]. Prenneva questo e quello, revennevali[31]. Lo mormuorito[32] quetamente per Roma sonava. Perciò a fortezza de sì sollao[33] cinquanta pedoni romani per ciasche rione, priesti ad onne stanno[34]. Le pache non li dava. Prometteva onne dìe[35]. Tenevali in spene[36]. Promettevali abunnanzia de grano e cose assai. Novissime[37] cassao Liccardo[38] della capitania e fece aitri capitanii. Questa fu la soa sconfittura. Allora lassao Liccardo lo predare e llo sollicito guerriare[39], mormorannose debitamente[40] de sì ingrato omo. Era dello mese de settiembro[41], a dìi otto. Staieva Cola de Rienzi la dimane in sio lietto. Avease lavata la faccia de grieco[42]. Subitamente veo[43] voce gridanno: «Viva lo puopolo, viva lo puopolo». A questa voce la iente traie[44] per le strade de·llà e de cà. La voce ingrossava, la iente cresceva. Nelle capocroce[45] de mercato accapitao[46] iente armata che veniva da Santo Agnilo e da Ripa e iente che veniva da Colonna e da Treio[47]. Como se ionzero insiemmori[48], così mutata voce dissero: «Mora lo traditore Cola de Rienzi, mora!» Ora se fionga[49] la ioventute senza rascione, quelli proprio che scritti[50] aveva in sio[51] sussidio. Non fuoro[52] tutti li rioni, salvo[53] quelli li quali ditti soco[54]. Curzero allo palazzo de Campituoglio. Allora se aionze[55] lo moito puopolo, uomini e femine e zitielli[56]. Iettavano prete[57]; faco[58] strepito e romore; intorniano lo palazzo da onne lato, dereto e denanti[59], dicenno: «Mora lo traditore che hao[60] fatta la gabella, mora!» Terribile ène[61] loro furore. A queste cose lo tribuno reparo non fece. Non sonao la campana, non se guarnìo[62] de iente. Anco da prima diceva: «Essi dico[63]: “Viva lo puopolo”, e anco noi lo dicemo. Noi per aizare[64] lo puopolo qui simo[65]. Miei scritti sollati so’[66]. La lettera dello papa della mea confirmazione venuta ène. Non resta se non piubicarla[67] in Consiglio». Quanno a l’uitimo vidde che·lla voce terminava a male, dubitao forte[68]; specialemente ché esso fu abannonato da onne perzona vivente che in Campituoglio staieva. Iudici, notari, fanti e onne perzona aveva procacciato de campare la pelle. Solo esso con tre perzone remase, fra li quali fu Locciolo Pellicciaro, sio parente[69]. Quanno vidde lo tribuno puro[70] lo tumuito dello puopolo crescere, viddese abannonato e non proveduto[71], forte se dubitava[72]. Demannava[73] alli tre que[74] era da fare. Volenno remediare, fecese voglia e disse: «Non irao[75] così, per la fede mea». Allora se armao guarnitamente de tutte arme a muodo de cavalieri, la varvuta in testa, corazza e falle e gammiere[76]. Prese lo confallone dello puopolo e solo se affece[77] alli balconi della sala de sopra maiure[78]. Destenneva la mano, faceva semmiante[79] che tacessino, ca[80] voleva favellare. Sine dubio[81] che se lo avessino scoitato[82] li àbbera rotti[83] e mutati de opinione, l’opera era svaragliata[84]. Ma Romani non lo volevano odire. Facevano como li puorci[85]. Iettavano prete, valestravano[86]. Curro[87] con fuoco per ardere la porta. Tante fuoro le valestrate e·lli verruti[88], che alli balconi non potéo durare[89]. Uno verruto li coize[90] la mano. Allora prese questo confallone e stenneva lo sannato[91] da ambedoi[92] le mano. Mostrava le lettere dello auro[93], l’arme[94] delli citatini de Roma, quasi venissi[95] a dicere: «Parlare non me lassate. Ecco che io so’ citatino e popularo como voi. Amo voi, e se occidete me, occidete voi che romani site[96]». Non vaize[97] questi muodi tenere. Peio fao[98] la iente senza intellietto. «Mora lo traditore!» chiama[99]. Non potenno più sostenere[100], penzao per aitra via campare. Dubitavase de remanere su nella sala de sopra, perché anco stava presone[101] missore[102] Bettrone de Narba, a chi fatta aveva tanta iniuria[103]. Dubitava che non lo occidessi con soie mano[104]. Conosceva e vedeva che responneva allo puopolo. Penzao partirse dalla sala de sopra e delongarese[105] da missore Bettrone per cascione de più securitate. Allora abbe[106] tovaglie de tavola e legaose in centa[107] e fecese despozzare ioso[108] nello scopierto denanti alla presone. Nella presone erano li presonieri; vedevano tutto. Tolle li chiavi e tenneli a sé. Delli presonieri dubitava. De sopra nella sala remase Locciolo Pellicciaro, lo quale a quanno a quanno se affaceva alli balconi e faceva atti con mano, con vocca allo puopolo e diceva: «Essolo che vene ioso dereto[109]», e issino[110] dereto allo palazzo, ca dereto veniva. Puoi se volvea[111] allo tribuno, confortavalo e diceva che non dubitassi. Puoi tornava allo puopolo facenno li simili cenni: «Essolo dereto, essolo ioso dereto». Davali la via e l’ordine. Locciolo lo occise. Locciolo Pellicciaro confuse[112] la libertate dello puopolo, lo quale mai non trovao capo. Solo per quello omo poteva trovare libertate. Solo Locciolo se·llo avessi confortato, de fermo non moriva[113]; ché fu arza la sala, lo ponte della scala cadde a poca d’ora. Ad esso non poteva alcuno venire. Lo dìe cresceva[114]. Li rioni della Regola e li aitri forano venuti[115], lo puopolo cresciuto, le voluntate mutate per la diverzitate[116]. Onne omo fora tornato a casa, overo granne vattaglia stata fora. Ma Locciolo li tolle la speranza. Lo tribuno desperato se mise a pericolo[117] della fortuna. Staienno[118] allo scopierto lo tribuno denanti alla cancellaria, ora se traieva la varvuta[119], ora se·lla metteva. Questo era che abbe[120] da vero doi[121] opinioni. La prima opinione soa[122], de volere morire ad onore armato colle arme, colla spada in mano fra lo puopolo a muodo de perzona magnifica e de imperio. E ciò demostrava quanno se metteva la varvuta e tenevase armato. La secunna opinione fu de volere campare la perzona e non morire. E questo demostrava quanno se cavava la varvuta. Queste doi voluntate commattevano nella mente soa. Venze[123] la voluntate de volere campare e vivere. Omo era como tutti li aitri, temeva dello morire. Puoi che deliverao per meglio[124] de volere vivere per qualunche via potéo[125], cercao e trovao lo muodo e·lla via, muodo vituperoso e de poco animo. Ià[126] li Romani aveano iettato fuoco nella prima porta, lena[127], uoglio e pece. La porta ardeva. Lo solaro della loia fiariava[128]. La secunna porta ardeva e cadeva lo solaro e·llo lename[129] a piezzo a piezzo. Orribile era lo strillare. Penzao lo tribuno devisato[130] passare per quello fuoco, misticarese[131] colli aitri e campare. Questa fu l’uitima soa opinione. Aitra via non trovava. Dunque se spogliao le insegne della baronia, l’arme puse iò in tutto[132]. Dolore ène de recordare. Forficaose[133] la varva e tenzese[134] la faccia de tenta nera. Era là da priesso una caselluccia[135] dove dormiva lo portanaro[136]. Entrato là, tolle uno tabarro de vile panno, fatto allo muodo pastorale campanino[137]. Quello vile tabarro vestìo[138]. Puoi se mise in capo una coitra[139] de lietto e così devisato[140] ne veo ioso[141]. Passa la porta la quale fiariava, passa le scale e·llo terrore dello solaro che cascava, passa l’uitima porta liberamente. Fuoco non lo toccao. Misticaose[142] colli aitri. Desformato desformava la favella. Favellava campanino[143] e diceva: «Suso, suso a gliu tradetore!»[144]. Se le uitime scale passava era campato. La iente aveva l’animo suso allo palazzo. Passava la uitima porta, uno se·lli affece[145] denanti e sì·llo reaffigurao[146], deoli de mano[147] e disse: «Non ire[148]. Dove vai tu?» Levaoli quello piumaccio[149] de capo, e massimamente che se pareva[150] allo splennore che daiev[151]a li vraccialetti che teneva. Erano ‘naorati[152]: non pareva opera de riballo. Allora, como fu scopierto, parzes[153]e lo tribuno manifestamente: mostrao ca esso era. Non poteva dare più la voita[154]. Nullo remedio era se non de stare alla misericordia, allo volere altruio. Preso per le vraccia, liberamente[155] fu addutto per tutte le scale senza offesa fi’ allo luoco dello lione[156], dove li aitri la sentenzia vodo[157], dove esso sentenziato aitri aveva. Là addutto, fu fatto uno silenzio. Nullo omo era ardito toccarelo. Là stette per meno de ora, la varva tonnita[158], lo voito nero como fornaro, in iuppariello[159] de seta verde, scento[160], colli musacchini[161] inaorati, colle caize de biada[162] a muodo de barone. Le vraccia teneva piecate. In esso silenzio mosse la faccia, guardao de·llà e de cà. Allora Cecco dello Viecchio impuinao mano[163] a uno stuocco e deoli[164] nello ventre. Questo fu lo primo. Immediate[165] puo’ esso secunnao[166] †lo ventre †[167] de Treio notaro e deoli la spada in capo. Allora l’uno, l’aitro e li aitri lo percuoto[168]. Chi li dao, chi li promette. Nullo motto faceva. Alla prima morìo, pena non sentìo[169]. Venne uno con una fune e annodaoli tutti doi li piedi. Dierolo[170] in terra, strascinavanollo, scortellavanollo[171]. Così lo passavano como fussi criviello[172]. Onneuno ne·sse iocava. Alla perdonanza li pareva de stare[173]. Per questa via fu strascinato fi’ a Santo Marciello[174]. Là fu appeso per li piedi a uno mignaniello[175]. Capo non aveva. Erano remase le cocce[176] per la via donne[177] era strascinato. Tante ferute aveva, pareva criviello. Non era luoco senza feruta. Le mazza de fòra[178] grasse. Grasso era orribilemente, bianco como latte insanguinato. Tanta era la soa grassezza, che pareva uno esmesurato bufalo overo vacca a maciello. Là pennéo dìi doi[179], notte una. Li zitielli li iettavano le prete. Lo terzo dìe de commannamento de Iugurta e de Sciarretta della Colonna fu strascinato allo campo dell’Austa. Là se adunaro tutti Iudiei in granne moititudine: non ne remase uno. Là fu fatto uno fuoco de cardi secchi. In quello fuoco delli cardi fu messo. Era grasso. Per la moita grassezza da sé ardeva volentieri. Staievano là li Iudiei forte affaccennati, afforosi, affociti[180]. Attizzavano li cardi perché ardessi. Così quello cuorpo fu arzo e fu redutto in polve: non ne remase cica[181]. Questa fine abbe Cola de Rienzi, lo quale se fece tribuno augusto de Roma, lo quale voize[182] essere campione de Romani.

 

 

Bibliografia

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—-                   , La «Cronica» dell’Anonimo romano: problemi di inquadramento culturale e storiografico, BISI 91 (1984), pp. 423-443.

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F.A. Ugolini, La prosa degli «Historiae Romanae Fragmenta» e della cosiddetta «Vita di Cola di Rienzo», ASRP 58 (1935), pp. 1-68.

 

[1] G. Porta (a cura di), Anonimo romano, Cronica, Milano 1979, p. 89.

[2] M. Sanfilippo, Dell’Anonimo romano e della sua ed altrui nobiltà, QM 9 (1980), pp. 124-125. Cfr. anche G. Porta, op. cit., p. 4.

[3] F. Bruni, L’italiano. Elementi di storia della lingua e della cultura, Torino 19872, pp. 378-379.

[4] Sulla compresenza nella Cronica di memorialistica e storiografia si vd. G.M. Anselmi, Il tempo della storia e quello della vita nella «Cronica» dell’Anonimo romano, SPCT 21 (1980), pp. 181-194; le dinamiche sociali e politiche nella Roma di Cola e dell’Anonimo sono ricostruite da M. Miglio, Gli ideali di pace e di giustizia in Roma a metà del Trecento: gruppi sociali e azione politica, in Id., Scritture, scrittori e storia. I. Per la storia del Trecento a Roma, Roma 1991, pp. 55-81.

[5] Anche in questa, comunque, sono presenti numerose oscillazioni tra forme di diverso registro: lo sottolinea, esemplificando, T.  De Mauro, Il romanesco ieri e oggi, Roma 1989, p. XXIV n. 15. Si tenga conto del fatto che la Cronica ha una tradizione testuale assai tarda, non anteriore al XVI secolo.

[6] Si vd. F.A. Ugolini, La prosa degli «Historiae Romanae Fragmenta» e della cosiddetta «Vita di Cola di Rienzo», ASRP 58 (1935), pp. 1-66; M. Pozzi, Appunti sulla «Cronica» di Anonimo romano, GSLI 99 (1982), pp. 481-504; M. Dardano, L’articolazione e il confine della frase nella «Cronica» di Anonimo Romano, in F. Albano Leoni et alii (a cura di), Italia linguistica: idee, storia, strutture, Bologna 1983, pp. 203-222; P. Trifone, Aspetti dello stile nominale nella «Cronica» trecentesca di Anonimo Romano, SLI 12 (1986), pp. 217-239.

[7] Sulle fonti culturali dell’Anonimo cfr. L. Felici, La «Vita di Cola di Rienzo» nella tradizione cronachistica romana, StudRom 25 (1977), pp. 325-345, M. Miglio, Et rerum facta est pulcherrima Roma, in Id., Scritture, scrittori e storia. I. Per la storia del Trecento a Roma, Roma 1991, pp. 11-53 e G.M. Anselmi, La «Cronica» dell’Anonimo romano: problemi di inquadramento culturale e storiografico, BISI 91 (1984), pp. 423-443, che pongono in risalto rispettivamente i rapporti con la tradizione cronachistica cittadina, con quella classica e con quella emiliano-veneta; si vedano anche G. Tanturli, La Cronica di Anonimo romano, Paragone» 31 (1980), pp. 84-93 e V. De Caprio, Roma e Italia centrale nel Duecento e nel Trecento, in A. Asor Rosa (a cura di), Letteratura italiana. Storia e geografia, vol. I, L’età medievale, Torino 1987, pp. 499-505.

[8] F. Bruni, Dalle Origini al Trecento, in Storia della civiltà letteraria italiana, diretta da G. Bàrberi Squarotti, vol. I, 2 tomi, Torino 1990, p. 678.

[9] G. Porta (a cura di), op. cit., pp. 258-265.

[10] Id. (a cura di), Anonimo romano, Cronica, Milano 1981 (con ampio glossario).

[11] L. Serianni, Per una storia del romanesco. Testi letterari e documentari dal IX al XIX secolo, dispense ciclostilate del corso di Storia della lingua italiana, Roma 1981-1982, pp. 25-47.

[12] contare: raccontare.

[13] gabella: dazio.

[14] coize: raccolse, percepì.

[15] soma: misura di capacità.

[16] Romani. .. stato: i Romani sopportavano pur di mantenere un governo ordinato.

[17] stregneva lo sale: Cola limitava anche l’importazione del sale per non gravare di spese l’erario.

[18] soa famiglia: la sua servitù.

[19] sollati: soldati.

[20] repente: lat., “all’improvviso”.

[21] prese: fece arrestare.

[22] sufficiente, saputa: capace ed esperta.

[23] Pannalfuccio de Guido: Pandolfuccio di Guido dei Franchi, che era stato ambasciatore di Cola a Firenze nel 1347.

[24] desiderava la signoria dello puopolo: era di ideali “democratici”.

[25] E sì lli troncao: Ebbene, gli troncò.

[26] cascione: cagione, motivo.

[27] Staievano: stavano, erano. Staio per ‘sto’ (e quindi staievano per ‘stavano’, staienno per ‘stando’ ecc.) si spiega con l’influsso di aio ‘ho’ (lat. habeo).

[28] In loco consilii … mobilitas voluntatis: lat., “nel luogo del consiglio, Cola imponeva ogni sua volontà, senza che nessun consigliere lo contraddicesse. Nello stesso momento ridendo piangeva, lacrimando e sospirando rideva, tanta era l’incostanza e la mobilità del suo animo”.

[29] sgavazzava: gozzovigliava.

[30] Puoi … iente: poi cominciò (si diede) a far arrestare la gente.

[31] revennevali: li rilasciava in cambio di denaro.

[32] mormuorito: mormorio; con suffisso –ito sul modello dei participi finito, partito ecc. Il dittongamento irregolare della seconda o atona sarà dovuto a un «iper-romaneschismo» (estensione indebita dell’esito metafonetico), cioè a un comprensibile incidente del copista tardo della Cronica.

[33] a fortezza de sì sollao: assoldò per difesa personale.

[34] priesti ad onne stanno: pronti a ogni assalto.

[35] onne dìe: ogni giorno.

[36] spene: speranza.

[37] Novissime: lat., “infine, da ultimo”.

[38] cassao Liccardo: destituì Riccardo Imprendente degli Anniballi.

[39] lassao.,. guerriare: cessò di fare bottino e di impegnarsi a fondo nelle azioni belliche.

[40] mormorannose debitamente: lamentandosi giustamente.

[41] settiembro: settembre; ma in realtà la rivolta scoppiò il giorno 8 ottobre del 1354.

[42] Staieva … grieco: la mattina Cola di Rienzo restava nel suo letto, perché si era lavata la faccia … con vino greco (fulminante allusione all’ubriachezza di Cola). Una diversa lettura del passo è stata proposta da Clemente Merlo: «Avease lavata la faccia de grieco [ = ‘da nord-est’]».

[43] veo: viene.

[44] traie: accorre.

[45] Nelle capocrace: nel crocicchio.

[46] accapitao: arrivò.

[47] Santo Agnilo… Treio: i rioni Sant’Angelo, Ripa, Colonna e Trevi (Treio < lat. trivium) erano ostili a Cola.

[48] se ionzero insiemmori: si congiunsero insieme. In insiemmori, dal lat. in simul, è notevole il rotacismo della l intervocalica, fenomeno abbastanza raro nell’area centromeridionale, ma non eccezionale per quanto riguarda appunto la sillaba finale dei proparossitoni (cfr. G. Rohlfs, Grammatica storica della lingua italiana e dei suoi dialetti, Torino 1966-1969, vol. I, p. 227).

[49] se fionga: si fionda, si avventa. Alla base del verbo fiongare c’è un lat. volg. *flun(di)care, da *flunda, “fionda”.

[50] scritti: iscritti.

[51] sia: suo.

[52] fuoro: furono.

[53] salvo: ma soltanto.

[54] soco: sono.

[55] se aionze: si aggiunse.

[56] zitielli: fanciulli.

[57] prete: pietre, forma metatetica assai comune nell’area.

[58] faco: fanno.

[59] dereto e denanti: dietro e davanti.

[60] hao: ha.

[61] ène: è, con epitesi di –ne.

[62] non se guarnìo: non si protesse militarmente.

[63] dico: dicono.

[64] aizare: innalzare, elevare la condizione.

[65] simo: siamo.

[66] Miei scritti sollati so’: coloro che ho arruolato sono veri soldati.

[67] piubicarla: pubblicarla; da un lat. volg. *plubicum, variante metatetica di publicum.

[68] dubitao forte: si preoccupò molto, temette per la propria vita.

[69] Locciolo Pellicciaro, sio parente: «Le umili origini di Cola risaltano anche da questi parenti che prendevano il nome dalla loro modesta professione» (G. Porta, op. cit., Milano 1981, p. 258). In un altro luogo della Cronica viene menzionato Ianni Varvieri, zio del tribuno.

[70] puro: pure, ancora di più.

[71] non proveduto: privo di difesa, inerme.

[72] se dubitava: si preoccupava.

[73] demannava: domandava.

[74] que: che. Accanto alla forma prevalente che, nella Cronica compaiono anche que e ca, entrambe diffuse (la seconda ancor più della prima) nell’area centromeridionale.

[75] irao: andrà.

[76] varvuta … gammiere: l’elmo in testa, la corazza, le falde per la protezione dei fianchi, le gambiere.

[77] se affece: si affacciò.

[78] maiure: maggiore.

[79] faceva semmiante: faceva segno.

[80] ca: che, perché (cfr. sopra, n. 74).

[81] Sine dubio: lat., “senza dubbio”.

[82] scoitato: ascoltato.

[83] li àbbera rotti: li avrebbe sopraffatti; àbbera è un tipico condizionale dal piuccheperfetto indicativo latino.

[84] svaragliata: sbaragliata.

[85] como li puorci: come bestie.

[86] valestravano: tiravano con le balestre.

[87] Curro: corrono.

[88] verruti: dardi.

[89] non potéo durare: non poté restare.

[90] li coize: gli colpì.

[91] lo sannato: lo zendado, la seta, cioè il gonfalone stesso.

[92] ambedoi: ambedue.

[93] le lettere dello auro: le lettere d’oro (S.P.Q.R.). Secondo un uso caratteristico della lingua antica, studiato da Bruno Migliorini, il complemento di materia è costruito con l’articolo dopo un sostantivo che a sua volta ha l’articolo.

[94] arme: insegna.

[95] venissi: venisse. La terza persona del congiuntivo imperfetto in –i, dovuta all’influenza della seconda, si è conservata a lungo nel romanesco (compare spesso anche nel Belli).

[96] site: siete.

[97] vaize: valse.

[98] Peio fao: fa peggio.

[99] chiama: esclama.

[100] sostenere: resistere.

[101] presone: prigioniero.

[102] missore: messere.

[103] Bettrone … iniuria: Brettone di Narbona era stato fatto incarcerare da Cola, dimentico dei favori ricevuti, con l’accusa di complicità in una congiura, ma in realtà allo scopo di ottenere denaro dalla sua ricca famiglia.

[104] Dubitava… mano: temeva che lo uccidesse con le sue stesse mani. Il tipo le mano è un resto del plur. manus della IV declinazione latina, che si mantiene nel romanesco odierno.

[105] delongarese: allontanarsi.

[106] abbe: prese.

[107] legaose in centa: si legò alla cintola.

[108] despozzare ioso: calare giù; despozzare è un derivato di pozzo.

[109] Essolo… dereto: eccolo che viene giù da dietro. Gli avverbi di luogo ecco, esso, elio, diffusi ancora oggi nell’Italia mediana ma non più a Roma, corrispondono ai toscani qui, costì (lontano da chi parla e vicino a chi ascolta), .

[110] issino: andassero. Si noti il passaggio alquanto brusco dal discorso diretto all’indiretto.

[111] Puoi se volvea: poi si rivolgeva.

[112] confuse: distrusse.

[113] Solo Locciolo … non moriva: se Locciolo lo avesse aiutato, certamente Cola non sarebbe morto.

[114] Lo dìe cresceva: il giorno passava.

[115] Li rioni … forano venuti: sarebbe arrivata gente dei rioni favorevoli a Cola; forano è un condizionale dal piuccheperfetto indicativo latino, come già àbbera ‘avrebbe’ e subito sotto fora ‘sarebbe’.

[116] la diverzitate: la diversità, le differenze.

[117] a pericolo: in balìa.

[118] Staienno: stando.

[119] se traieva la varvuta: si toglieva l’elmo.

[120] che abbe: perché ebbe.

[121] doi: due.

[122] La prima opinione soa: sottinteso ‘era’ (frase nominale).

[123] Venze: vinse.

[124] deliverao per meglio: pensò per il meglio, decise che fosse più giusto.

[125] potéo: poté.

[126] : già.

[127] lena: legna; con passaggio di GN a n caratteristico del romanesco arcaico.

[128] Lo solaro … fiariava: l’impiantito della loggia bruciava (fiariare deriva da un lat. volg. *flagriare, per il class. flagrare ‘ardere’).

[129] lename: legname.

[130] devisato: travestito.

[131] misticarese: mescolarsi (dura fino al romanesco moderno la forma connessa misticanza ‘insalata mista’).

[132] puse iò in tutto: mise giù, depose del tutto.

[133] Forficaose: si tagliò; da forfice, variante antica e dialettale di forbice, forma quest’ultima che deve la sua b a dissimilazione consonantica (lat. forfex, –icis).

[134] tenzese: si tinse.

[135] caselluccia: celletta.

[136] portanaro: portinaio.

[137] campanino: della Campagna, che corrispondeva grosso modo all’attuale Ciociaria; non si confonda la Campagna, provincia meridionale dello Stato della Chiesa, con la Campania.

[138] vestìo: vestì.

[139] coitra: coltre, coperta.

[140] devisato: travestito.

[141] veo ioso: viene giù.

[142] Misticaose: si mescolò.

[143] Desformato … campanino: camuffato da pastore del Lazio meridionale, Cola mascherava anche la sua parlata, imitando l’idioma tipico di quell’area.

[144] Suso … tradetore: sopra, sopra al traditore! La forma più caratterizzante in senso «ciociaresco» è costituita dall’articolo gliu, con palatalizzazione della l e conservazione della -u latina; il dialetto di Roma ha invece lo.

[145] se·lli affece: gli si fece, gli si parò.

[146] reaffigurao: riconobbe.

[147] deoli de mano: lo afferrò.

[148] Non ire: fermati.

[149] piumaccio: la coperta che Cola si era messa sul capo.

[150] se pareva: era riconoscibile.

[151] daieva: dava (si noti l’accordo del verbo sing. con il soggetto plur. li vraccialetttì; daio ‘do’, al pari di staio ‘sto’, è forma rifatta su aio ‘ho’.

[152] ‘naorati: dorati (lat. inaurati).

[153] parzese: apparve, si rivelò.

[154] dare … la voita: voltarsi, fuggire.

[155] liberamente: senza catene o altri vincoli.

[156] fi’ allo luoco dello lione: fino al luogo del leone; nel punto della piazza del Campidoglio in cui si eseguivano le condanne c’era la statua di un leone, simbolo della potenza di Roma.

[157] vodo: odono, con prostesi di v davanti a parola cominciante con una vocale velare; cfr. vuno, vunici ‘undici’ nel Lazio meridionale (G. Rohlfs, op. cit., I., p. 340).

[158] la varva tonnita: la barba tagliata (lat. tondere ‘radere’)

[159] iuppariello: giubbetta.

[160] scento: discinto.

[161] musacchini: spallacci (parte dell’armatura che proteggeva gli omeri).

[162] caize de biada: calze di stoffa azzurra; biavo e biada ‘azzurro’ sono voci antiche risalenti, attraverso il provenzale, al francese blao.

[163] impuinao mano: impugnò, pose mano.

[164] deoli: gli diede, lo colpì.

[165] Immediate: lat., ‘immediatamente’.

[166] puo’ esso secunnao: dopo di lui seguì (fu secondo).

[167] † lo ventre †: le croci (in termini filologici cruces desperationis) segnalano un guasto del testo che l’editore non è riuscito a sanare neppure congetturalmente.

[168] percuoto: percuotono.

[169] morìo… sentìo: morì … sentì.

[170] Dierolo: lo gettarono.

[171] scortellavanollo: lo prendevano a coltellate.

[172] Lo passavano… criviello: lo crivellavano di colpi.

[173] Alla perdonanza … stare: solitamente si legge li in luogo di e s’interpreta: “pareva loro di stare a guadagnarsi l’indulgenza”; ma forse alla perdonanza vale “a una processione affollata come nelle perdonanze”, con riferimento alla gran quantità di persone che s’accaniscono contro Cola.

[174] Santo Marciello: la chiesa di San Marcello al Corso. «I luoghi percorsi nell’ultimo viaggio di Cola sono naturalmente quelli dove si esercitava il potere dei Colonna, gli artefici della sua rovina: San Marcello di fronte alle dimore Colonnesi e il campo dell’Augusta, antica sede del Mausoleo di Augusto dove sorgeva una loro fortezza» (G. Porta, op. cit., p. 723).

[175] mignaniello: balcone; mignano è voce centromeridionale (lat. maenianum).

[176] cocce: ossa del cranio.

[177] donne: donde, dalla quale.

[178] Le mazza de fòra: le budella di fuori. Si noti la costruzione senza verbo.

[179] pennéo dìi doi: restò appeso due giorni.

[180] afforosi, affociti: secondo Ugolini (Per la storia del dialetto di Roma nel Cinquecento. I Romani alla Minerva, un’improbabile «Madonna Jacovella» e un pronostico di un conclavista, CDU 3 [1983], p. 62) afforasi è una forma parallela al francese affreux e di identico significato (‘terribili, ripugnanti’), mentre affocitivale ‘indaffarati, affannati’ (dal lat. volg. affulcire, su cui cfr. REW, 267a).

[181] cica: niente; voce di origine infantile diffusa nell’area mediana

[182] voize: volle; dalla forma analogica volse, rifatta sul modello dei perfetti sigmatici (come rise, arse ec.), si passa a volze e quindi a voize (nel romanesco moderno vorze).

Bianchi e neri

di G. Pampaloni, s.v. Bianchi e neri, in Enciclopedia dantesca.

“Bianchi” e “Neri” erano gli appellativi delle due fazioni, o partiti, in cui si divise la Parte guelfa fiorentina, verso la fine del sec. XIII, e in cui si identificano gli ideali, gli interessi economico-sociali e l’azione politica dei Cerchi e dei Donati. La divisione della Parte guelfa è già un fatto compiuto all’indomani della zuffa di Calendimaggio del 1300, quando Ricoverino de’ Cerchi fu ferito in una mischia con una brigata di giovani Donateschi in piazza S. Trinita. Per il Villani (VIII 39) «come la morte di messer Buondelmonte il Vecchio fu cominciamento di Parte guelfa e ghibellina, così questo fu il cominciamento di grande rovina di Parte guelfa e della nostra città». Naturalmente l’antagonismo fra i due partiti aveva radici complesse e lontane nel tempo, né è possibile comprendere appieno gli avvenimenti del 1300 e 1301, cioè la conclusione, se non diamo uno sguardo retrospettivo alle cause che li avevano generati.

 

Ms Chigiano L VIII 296 (XIII sec.). Giovanni Villani, Cronaca. Uccisione di Buondelmonte.

 

Com’è noto, l’istituzione del governo delle arti (1282) aveva segnato il trionfo del Popolo grasso, anche se a questo non era seguita l’esclusione dall’esercizio del potere degli appartenenti al gruppo nobiliare magnatizio, anche perché – e pure questo è conosciuto – nella vita di tutti i giorni fra i due mondi non c’era quell’antagonismo che il Salvemini aveva fatto intravedere e che poi sarebbe stato la causa motrice degli avvenimenti fiorentini dell’ultimo quarto del Duecento. La proclamazione degli Ordinamenti di giustizia del 1293 segna il trionfo delle frange più popolari del mondo politico cittadino: il gruppo magnatizio, tutt’altro che compatto, vien così colpito da una legislazione di carattere eccezionale, vessatoria, e messo in condizione di netta inferiorità essendo rimasto escluso dalla vita politica cittadina. Com’era logico che avvenisse, il carattere vessatorio degli Ordinamenti di giustizia genera nei grandi malcontento e stato di tensione, acuiti dal fatto che la forza effettiva delle armi risiedeva proprio in loro: «Noi – diranno-in un momento di esplosione d’ira percuotendo i consoli delle arti – siamo quelli che demo la sconfitta in Campaldino, e voi ci avete rimossi degli ufici e onori della nostra città» (Compagni, I 21).

Pittore anonimo, Madonna della Misericordia. Affresco, metà XIV sec. Firenze, Loggia del Bigallo

Si arriva così al temperamento degli Ordinamenti stessi del luglio 1295, con il quale si ridà ai grandi la possibilità di partecipare alla vita politica mediante l’iscrizione a un’arte, sia pure non esercitandola in continuità (continue artem non exercentes): la legge, ricorrendo a una finzione giuridica, riconosce una situazione di fatto in evoluzione e certo in parte già diversa da quella del 1293, anche se la massa dei grandi non può, o non vuole, iscriversi, sia pure nominalmente, a un’arte e quindi per loro perdura lo stato d’inferiorità politica introdotto due anni prima.

Esclusi dalle vere fonti del potere, Priorato e altri organi della costituzione, i magnati rimangono padroni dell’Ufficio della Parte guelfa, organo nato col trionfo dei guelfi e destinato a tutelarne gli interessi e la fortuna: perciò ufficio di rilevante importanza, anche politica; ed è qui che si manifestano, dopo il 1295, i primi dissensi pubblici nel gruppo dei grandi, ed è di qui che prende le mosse la gara politica fra i Cerchi e i Donati, destinata in breve volgere di tempo a trasformarsi in lotta aperta tra due partiti politici, che prenderanno poi il nome di Bianchi e di Neri.

Il veleno «che e’ fiorentini avean nel cuore» (Pieri, Cronica 61), pubblicamente manifestatosi nella Parte guelfa, era alimentato dall’inimicizia sempre più aperta e violenta fra i Cerchi e i Donati, famiglie d’origine diversa ma alla fine del Duecento socialmente appartenenti entrambi all’ambiente magnatizio. La gara di «grandigia» aveva avuto inizialmente un carattere privato e aveva investito solamente le due casate e i consorti più stretti, ma ben presto tutto l’ambiente dominante della città viene a esserne coinvolto e da contesa privata essa si trasforma in lotta politica: è l’eterna dinamica dei governi oligarchici e lo stesso quadro d’irrequietezza e di lotta è offerto dai comuni che si trovano in condizioni politiche, economiche e sociali simili a quelle fiorentine.

Lo stato di tregua politica, concentrando l’attenzione dei magnati sugli avvenimenti interni del comune, alimenta la gara fra loro: «per soperchio tranquillo, il quale naturalmente genera superbia e novità» (Villani VIII 1).

Tutte le fonti sono d’accordo nel testimoniare che la tensione cittadina ha origine nella rivalità dei Cerchi e dei Donati, i quali pian piano, partendo quasi dal nulla, si trovano invischiati nella gara (il «riottare» del Villani, VII 56) di «grandigia» e di supremazia politica, che sentimenti d’invidia e di superbia (ma più che ai Cerchi, questi sentimenti sembrano adattarsi a meraviglia a Corso Donati e agli amici di lui) alimentano potentemente fino a incendiare gran parte della città. Dalla piazza, dalla vita di tutti i giorni, la rivalità dei due gruppi passa nella Parte guelfa, roccaforte dei magnati e unico centro di potere rimasto loro in mano dopo l’emanazione degli Ordinamenti di giustizia: l’odio cresce di giorno in giorno e nelle riunioni della Parte stessa i Cerchi abbandonano i Donati e il partito dei grandi e cominciano ad «accostarsi a’ popolani e reggenti» (Compagni, I 20); si arriva così (1297) alla spaccatura pubblica e definitiva del gruppo magnatizio fiorentino.

Se alla fine del Duecento i Cerchi e i Donati appartengono allo stesso gruppo sociale (e difatti tutte e due le casate sono contenute negli elenchi di magnati degli Ordinamenti di giustizia del 1293 e 1295 e presso a poco la stessa è la forza umana delle medesime, 67 gli uomini dei Cerchi nel 1293 e 66 nel 1295, 71 e 70 quelle dei Donati; cfr. G. SALVEMINI, Magnati e popolani in Firenze dal 1280 al 1298, Firenze 1899, 375-376), ben diversa è invece l’origine e diverse sono anche l’attività e la potenza economica degli stessi: queste condizioni di fatto influenzeranno in maniera determinante la formazione, la composizione sociale e il comportamento dei due partiti, cose queste che avranno poi conseguenze tutt’altro che trascurabili negli avvenimenti successivi.

Torre dei Cerchi. Firenze

I Cerchi sono i tipici rappresentanti della gente nuova del contado che i subiti guadagni han portato alla rapidissima scalata della società cittadina: gente «veniticcia» e passata da poche generazioni sulle rive dell’Arno dalla natia Acone, in Val di Sieve (Pd XVI 65), aveva trovato in città l’ambiente economico ideale per la propria attività e in breve volgere di anni era riuscita a raccogliere ricchezze così vaste da essere considerata al tempo di Dante come la rappresentante tipica della plutocrazia fiorentina.

L’origine popolare, la lunga pratica degli affari, la rete d’interessi intessuta anche con vasti ambienti del mondo piccolo artigiano, condizionano la condotta e l’atteggiamento politico degli stessi: pur appartenendo socialmente ai grandi (ma, si noti bene, sono detti grandi per accidente, non di sangue), i Cerchi tengono un contegno «umano» nei confronti del popolo, e come obbiettivo politico interno, piuttosto che alla totale eliminazione degli Ordinamenti di giustizia, mirano alla correzione degli stessi; sinceramente guelfi, ma possibilisti, cercano un compromesso e la convivenza col popolo, con il quale non disdegnerebbero di dividere il potere. Da qui la maggiore propensione per i Cerchieschi dell’ambiente popolare cittadino e sempre da qui la marcata predilezione del ghibellinismo fuoruscito verso questo partito: e questa voce propagata ad arte e soffiata a piene gote dagli avversari, e non convenientemente controbattuta dagli interessati, sarà poi uno dei motivi base dell’inimicizia pontificia e della loro rovina.

Stemma della famiglia Cerchi. Ricostruzione. Firenze, Casa di Dante.

Il capo della casata, Vieri, incarna come meglio non si potrebbe la famiglia e il partito: abile nel commercio, egli porta nella vita politica quella tendenza in lui chiaramente rintracciabile anche negli affari e naturalmente portata verso il compromesso, fidando in quella medicina che è il tempo; ma al momento delle decisioni e delle scelte le qualità negative del capo si faranno sentire in maniera deleteria nel partito che, eccettuato un piccolo gruppo di cui fa parte il poeta, adotterà una linea incerta e traballante, anche quando sarebbe stato necessario «arrotar l’armi»; e allora dovrà soccombere.

Opposti in tutto i Donati: nobili d’antico stampo e forse addirittura appartenenti al mondo feudale, si erano inurbati per la crescente fortuna del comune; e questo esser fatti cittadini per forza lasciò in loro un profondo disprezzo per il popolo, di cui mai si sentirono parte. Lontani dalle attività economiche, alla fine del Duecento i Donati abbondano, più che di ricchezze, di superbia e tracotanza. Corso, il capo della famiglia e poi anche del partito, è la personificazione vivente di quest’ambiente di guelfi intransigenti, propugnatore di un «reggimento» fatto a sua immagine e somiglianza e avversario accanito della partecipazione al governo degli elementi popolari. Che il Donati fosse un gran spregiatore del popolo, che tenesse pose gonfie di superbia e aspirasse a divenire signore della città, tutte le fonti concordemente l’affermano: si può aggiungere anche che quasi certamente egli nutrì un’invidia profonda per la ricchezza dei Cerchi, mentre lui, cavaliere d’antica prosapia, non nuotava nell’abbondanza. Ma si deve pur dire che Corso era largamente fornito di tutte le qualità personali di cui difettavano gli avversari, Vieri de’ Cerchi specialmente; fu uomo deciso e d’azione, pronto a ogni intrigo e a ogni menzogna per il raggiungimento dei fini personali e del partito; in conclusione, fu l’uomo che le particolari circostanze del momento richiedevano, e così i Neri da lui capeggiati trionfarono.

Seconda Torre di Corso Donati (scorcio). Firenze.

La discordia fiorentina, lo ripetiamo, ha origine dalla gara di «grandigia» di queste due famiglie: nata da piccoli principi e da avvenimenti d’importanza limitata (acquisto del palazzo dei conti Guidi da parte dei Cerchi, morte della prima moglie di Corso, una Cerchi, per sospetto avvelenamento del marito, e nuove nozze del Donati con una Ubertini da Gaville) «adagio adagio ingrossando tutti trascinò seco, anche i religiosi, anche le donne» (I. DEL LUNGO, I Bianchi e i Neri, p. 123): da contesa privata si trasforma rapidamente in ardente lotta politica e porta gli animi dei cittadini a un punto tale di passione da mettere in forse finanche la libertà del comune.

Dopo il 1295 la discordia dei grandi ha superato l’ambito familiare e si delineano abbastanza chiaramente i gruppi destinati a dar vita ai due partiti: da un lato i Cerchi, magnati ma guelfi possibilisti, con larghe aperture verso le forze popolari, a cui son legati da una fitta rete di interessi, e propensi alla conservazione degli Ordinamenti di giustizia; dall’altro i Donati, guelfi intransigenti e fierissimi nemici degli Ordinamenti stessi, che coagulano intorno a sé famiglie di magnati, mentre l’ambiente popolare in gran parte è cerchiesco. Le riunioni della Parte mettono in piazza il dissidio.

In un’atmosfera tesa e sempre più avvelenata si passa, quasi senza accorgersene, ad azioni violente; il gruppo magnatizio fiorentino è ormai irrimediabilmente diviso. A cavallo del Trecento le condizioni della città e lo stato d’animo dei cittadini sono potentemente espresse da Ciacco: «La tua città … è piena / d’invidia sì che già trabocca il sacco» (If VI 49-50).

Il Calendimaggio del 1300 in piazza S. Trinita si festeggiava in allegria l’avvento della primavera: assistevano alle danze delle fanciulle, giovani armati dei due partiti. Ma Firenze era ormai avvelenata: dagli scherni si venne alle parole e poi alle spade, Ricoverino de’ Cerchi ebbe mozzo il naso; «Il quale colpo fu la distruzione della nostra città» dirà il Compagni (I 22); e lo stesso accorato concetto, abbiamo visto, espresse il Villani.

L’incidente occorso al giovane Cerchi contribuì in maniera decisiva all’inasprimento dei rapporti fra i due gruppi e alla formazione di due partiti: in questo senso le affermazioni dei cronisti rispondono perfettamente alla verità; ma noi oggi possiamo anche aggiungere che il vero profondo motivo della lotta era la conquista del potere, e anche l’episodio di S. Trinita rientrava in quella dinamica ed era uno degli ultimi anelli della catena che doveva portare rapidamente alla supremazia di Parte nera.

Ms Chigiano L VIII 296, f. 39r (XIII sec.). Giovanni Villani, Cronaca. «Come la città di Firenze si partì e si sconciò per le dette parti bianca e nera».

La zuffa del Calendimaggio era la testimonianza eloquente di una tensione interna giunta ormai al parossismo: elementi esterni attizzeranno il fuoco del dissidio cittadino. Firenze si intromette nelle lotte interne di Pistoia, esiliando sulle rive dell’Arno i capi delle fazioni di questa città: i Cancellieri bianchi e i Cancellieri neri, che trovano protezione e ospitalità presso gli esponenti dei due partiti fiorentini, i quali assumono ora (primavera del 1300) la loro definitiva denominazione: guelfi bianchi i Cerchieschi e guelfi neri i Donateschi. Abilmente manovrata dai Donati, minacciosa si profila intanto l’ingerenza di Bonifacio VIII nelle cose di Firenze (vedi la condanna del 24 aprile dei tre Fiorentini del banco Spini di Roma accusati di intelligenze col papa in danno del comune), sicché di balzo la discordia fiorentina assume toni e dimensioni internazionali.

Con la primavera-estate del 1300 si delinea chiara la tendenza di fondo dei due partiti, ormai su posizioni inconciliabili: i Donateschi, che sul piano interno si sentono più deboli degli avversari, con fine azione politica riescono a tirare definitivamente al loro fianco Bonifacio viii propagando ad arte la diceria del ghibellinismo dei Bianchi e, in sostanza, accettando una politica di asservimento verso la curia; i Cerchieschi, invece, pur dichiarandosi strenui difensori della fiorentina libertas, tengono un atteggiamento indeciso e contraddittorio, al quale sono naturalmente portati sia per la difesa degli interessi commerciali, vistosissimi a Roma, nel reame di Napoli e in Francia, e sia anche per la personalità di Vieri, capo riconosciuto del partito. Solo un piccolo gruppo di essi, non influenzato da interessi mercantili, vuole una chiara linea di condotta e chiede che si affronti il pontefice, a viso aperto: fra questi, e certo in posizione di primo piano, Dante. In tale contesto si spiegano perfettamente gli avvenimenti fiorentini della primavera-estate del 1300: di fronte a una larvata supremazia bianca (è il periodo del priorato di Dante, sotto il quale la signoria, imparziale, mandò in esilio le persone più in vista dei due partiti: fra i Bianchi Guido Cavalcanti, per il noto episodio di violenza del 23 giugno), pericolosa pei Donati ma in realtà inconcludente, Bonifacio VIII, su richiesta e in favore di Parte donatesca (Villani, VIII 40), si intromette apertamente nelle discordie fiorentine: si spiega così l’invito, rifiutato, rivolto a Vieri de’ Cerchi di recarsi a Roma e l’invio a Firenze come paciere del Cardinale d’Acquasparta, episodi entrambi finiti nel nulla (giugno-luglio 1300). In questa occasione i Bianchi danno una prima dimostrazione d’indecisione e d’incongruenza: si oppongono ai desideri del pontefice, ma rifiutano una politica netta e decisa nei confronti di lui; e le conseguenze di questo atteggiamento pendolare si faranno sentire molto presto.

Pietro Cavallini. La Vergine col bambino, fra S. Matteo e S. Francesco, con Matteo D'Aquasparta. Affresco, inizi XIV sec. dalla Tomba di Matteo D'Acquasparta. Roma, Chiesa di Aracoeli.

Il fallimento del tentativo di inserirsi positivamente nelle cose fiorentine spinge Bonifacio VIII alla ricerca di soluzioni radicali, mentre i Neri, abilissimi e spregiudicati, stillano goccia a goccia il veleno del sospetto nell’animo del pontefice diffondendo la voce del ghibellinismo cerchiesco. Da parte loro i Bianchi con una condotta sbagliata e tortuosa fan di tutto per avallare le suggestioni dei Neri: ne è la prova la loro ambiguità nei confronti dei fuorusciti ghibellini, cosa questa che irrita al massimo l’animo di papa Caetani, che avvia allora il problema fiorentino verso la soluzione globale inserendolo in un disegno politico di vaste proporzioni. Matura così l’intervento di Carlo di Valois (trattative condotte nel periodo autunno 1300 – primavera 1301), il cui accordo col pontefice vien di pubblico dominio nel maggio del 1301: accordo stipulato in funzione anti-fiorentina, o meglio contro la Parte bianca che aveva il governo del comune, anche se ufficialmente la venuta del Valois si metteva in relazione con la questione siciliana. I Bianchi, quindi, hanno netta la percezione del pericolo, e sono indotti a prendere misure precauzionali: rientra in questo quadro la cacciata dei Neri da Pistoia (ne furono materialmente autori i rettori fiorentini Cantino Cavalcanti e Andrea Gherardini, maggio 1301). Ma fu il solito inconcludente fuoco di paglia, perché i Bianchi non metteranno a profitto il vantaggio, anche militare, che dava loro l’affermazione pistoiese.

Nello scorcio della primavera del 1301 la posizione interna dei Neri è molto vacillante: per fortuna va loro in aiuto la costante indecisione degli avversari (salvo, come s’è detto, una piccola parte di essi, tra i quali Dante, la quale patrocina misure energiche dal momento che le differenze erano arrivate al punto di rottura e che nessun compromesso era più possibile), mentre i Donateschi cercano di guadagnar tempo con ogni mezzo; si spiega così il noto convegno di S. Trinita (1301, metà giugno circa) che, sotto la falsa apparenza della pacificazione, ebbe appunto lo scopo di passar senza danni quei mesi cruciali. I Bianchi, è vero, si accorsero del tranello, ma invece di assumere una volta per tutte un atteggiamento deciso, si fermarono titubanti a mezza strada condannando all’esilio soltanto alcuni caporioni donateschi, fra cui messer Simone di Iacopo de’ Bardi, marito di Beatrice.

«… e la parte selvaggia / caccerà l’altra con molta offensione» (If VI 65-66) dirà Dante a proposito di questi esili; ma in realtà la misura fu lieve e non certo commisurata al momento, che imponeva decisioni drastiche e radicali. Le condizioni politiche generali (inizio estate 1301) e, aggiungiamo, il buon senso, comandavano l’adozione di una politica coraggiosa nei confronti degli avversari e del papato, ormai in stretto e chiaro connubio fra di loro: la paura degli interessi e la personalità di Vieri, rivelatasi sempre più impari all’altezza dei compiti, furono fra le cause più appariscenti della condotta pendolare dei Cerchieschi; partito di femminucce li dirà Bonifacio VIII, e mai definizione calzerà più a pennello di quella nel definire la condotta dei Bianchi. Siamo ormai alla conclusione e la cronologia dei fatti illustra con chiarezza lo svolgimento e la connessione dei medesimi.

Giotto di Bondone (attribuito), Bonifacio VIII indice il Giubileo. Frammento di Affresco, 1300. Roma, San Giovanni in Laterano.

Arrivato infatti alla corte pontificia ai primi di settembre (sembra il 3), il giorno 5 Carlo di Valois riceve ufficialmente dal papa l’incarico di paciere di Firenze: evidentemente ogni aspetto politico del problema era stato sviscerato e concordato in precedenza. Poco dopo la metà del mese – si pensa il 19-20 – il Valese lascia la corte pontificia e si avvia verso la Toscana, ma invece di seguire la via più breve, la Romea, si dirige verso la val Tiberina, avendo l’avvertenza di convocare per il 4 ottobre successivo a città della Pieve i rettori dei comuni amici della Toscana. Qui si trovava anche Corso Donati, col quale Carlo di Valois e i rettori dovevano tradurre in termini militari l’accordo politico col papa: questo il senso della deviazione del Valese, altrimenti incomprensibile.

I Fiorentini, nel frattempo, cercano di correre ai ripari: e poiché non hanno il coraggio di una ferma opposizione militare, tentano di arrivare a una soluzione politica inviando un’ambasceria al pontefice, della quale, com’è noto, Dante fu la figura più importante. Ma anche in quest’occasione i Bianchi fanno mostra della loro indecisione (deliberazione dell’invio, alla metà di settembre circa, e partenza effettiva della stessa nell’ottobre inoltrato), pur dovendosi ammettere che un atteggiamento opposto ormai non avrebbe potuto recare un apprezzabile risultato, dal momento che il piano militare destinato a rovesciare la Parte bianca era scattato con la partenza del Valese.

Accolta bene nella forma, l’ambasceria (Dante, Ruggerino de’ Minerbetti e il Corazza da Signa) non ottiene nulla nella sostanza, e due oratori, pare su consiglio del pontefice stesso, rientrarono subito (fine di ottobre) in sede, mentre Dante, certo non a caso, è trattenuto presso la curia. L’apparente benevolenza di Bonifacio aveva però uno scopo ben preciso: guadagnar tempo; ma non appena giunge a Roma la notizia dell’ingresso del Valese a Firenze, il contegno del papa subisce un brusco cambiamento: «lasciò le lusinghe e usò le minacce» dirà il Compagni (II 11), e questo, se aggiunto ai già numerosi motivi di risentimento che Dante aveva contro il pontefice, riesce a farne comprendere l’accanimento contro «quel d’Alagna» (Pd XXX 148).

La Parte bianca era ormai alla fine: il primo di novembre Carlo di Valois entrava in Firenze senza incontrare una vera opposizione, mentre Corso Donati lo seguiva subito dopo; il giorno 7 cade il Priorato bianco e al suo posto si insedia la signoria nera e Cante de’ Gabrielli da Gubbio, venuto al seguito del Valese, è il nuovo podestà. Il rivolgimento politico priva Dante della carica d’ambasciatore, ed egli allora, come pare, è costretto a lasciar Roma. A Firenze i Bianchi si sentono franare il terreno sotto i piedi: dopo una breve parentesi di calma apparente (ma è il tempo in cui Dante istruisce i processi) cominciano a fioccare le sentenze; la prima è del 18 gennaio 1302 e nella seconda del 27 successivo è compreso anche l’Alighieri.

Arnolfo di Cambio, Statua di Carlo I d'Angiò (1227).

Le sentenze avvicinano automaticamente i guelfi bianchi e i ghibellini, ma è unione forzata e innaturale, dalla quale nascerà poi la leggenda di un Dante ghibellino. Si arriva così al convegno di Gargonza, avvenuto probabilmente nel periodo fra il 27 gennaio e il 10 marzo, nel quale si pongono le basi per un’alleanza militare vera e propria fra la universitas partis alborum e i ghibellini. Firenze nera risponde con le condanne a morte del 10 marzo, ma la coalizione militare dei fuorusciti mette a mal partito la città (caduta di Figline, poi di Piantravigne, ecc.). In favore dei Neri si muove di nuovo Bonifacio VIII, il quale con falsi allettamenti stacca Arezzo dall’alleanza degli esuli, che così si vedono costretti a spostare la lotta contro Firenze da sud a est avvicinandosi agli Ubaldini, i potenti feudatari ghibellini dell’Appennino tosco-emiliano, ai quali vengono concesse da parte degli esuli le note assicurazioni del convegno di S. Godenzo (8 giugno 1302), cui partecipa anche Dante.

La guerra divampa ora nel Mugello, dove gli Ubaldini commettono saccheggi e ruberie d’ogni sorta (estate-autunno 1302): nella lotta Dante occupa un posto di rilievo, e proprio in questo periodo cadrebbero la sua andata alla corte di Scarpetta Ordelaffi a Forlì, e a Verona presso Bartolomeo della Scala. Ma poi, forse in connessione con la condotta della guerra, cominciano i contrasti fra Dante e la compagnia malvagia e scempia, che la disfatta di Pulicciano (primavera 1303) rende ancora più acuti: si arriva così alla rottura, e il poeta si sente minacciato finanche nella persona, per cui abbandona gli amici di ieri, dando inizio al suo duro peregrinare.

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S. DELLA TOSA, Annali, in Cronichette antiche di vari scrittori del buon secolo della lingua toscana, a c. di D.M. Manni, Firenze 1733, p. 157; P. PIERI, Cronaca delle cose d’Italia dall’anno 1080 fino all’anno 1300, a c. di A.F. ADAMI, Roma 1755, pp. 57, 61, 67; G. VILLANI, Cronica VII 56; VIII 1, 12, 38-40, 45, 49; Dino Compagni e la sua Cronica, a c. di I. DEL LUNGO, Firenze 1879, p. 84 e passim; M. DI COPPO STEFANI, Cronica, a c. di N. RODOLICO, in «Iter. Ital. Script.» XXX, I, rub. 217; I. DEL LUNGO, I Bianchi e i Neri – Pagine di storia fiorentina da Bonifacio viii ad Arrigo vii per la vita di Dante, Milano 19112, pp. 116-119, 123-125, 127-129, 136, 144, 150, 152-153, 161, 163-164, 254; P. VILLARI, I primi due secoli della storia di Firenze, s.d., III ediz., p. 440 passim; G. MASI, Sull’origine dei Bianchi e dei Neri, Firenze 1927, pp. 6, 8, 12, 17, 29; ID., Il nome delle fazioni de’ Bianchi e de’ Neri, Aquila 1927; L. SALVATORELLI, L’Italia comunale dal secolo XI alla metà del secolo XIV, Milano 1940, 734-737; A. PANELLA, Storia di Firenze, Firenze 1949, pp. 76-83; PIATTOLI, Codice 90, 91, 92; DAVIDSOHN, Storia II II, Firenze 1957, pp. 700, 708; III, ibid. 1960, p. 182 passim; IV I 1962, p. 196 passim; IV II, 1965, p. 29 e passim; IV III, 1965, p. 12 e passim; E. SESTAN, Dante e Firenze, in «Arch. Stor. It.» CXIII (1965), pp. 159, 162-163; G. PAMPALONI, I primi anni dell’esilio di Dante, in Conferenze aretine, Arezzo 1966, pp. 134-137.

Il Regno dei Goti in Italia

di C. Azzara, in ibid., L’Italia dei barbari, Bologna 2002, pp. 43-91.

La regalità di Teoderico

Il regno instaurato in Italia dal goto Teoderico dopo la sua vittoria su Odoacre rappresentò un’esperienza complessa, costituzionalmente inedita per la penisola (ma non per l’Occidente già romano nel suo insieme), in cui gli aspetti innovativi si innestarono su moduli tradizionali; l’esito fu contraddistinto da un elevato tasso di sperimentazione politica, che rende tale realtà difficilmente inquadrabile secondo schemi preordinati e facili classificazioni.

Mappa dell'Europa occidentale nel 534.

Mappa dell’Europa occidentale nel 534.

Nel considerare i fondamenti politici e istituzionali, le forme d’espressione e di rappresentazione, nonché la stessa formula teorica del regno goto in Italia, la moderna critica ha di regola fatto ricorso, per indicare l’aspetto connotante del potere di Teoderico e dei suoi successori, a termini e concetti quali «ambiguità», «duplicità», «ambivalenza», e altri afferenti ai medesimi campi semantici. Questi corrispondono bene a una vicenda contraddistinta da una spiccata eterogeneità di elementi, in relazione a un potere monarchico che affondava le proprie radici nella tradizione di una stirpe barbarica e nella legittimazione da essa derivante, che si espresse però in un territorio già appartenuto all’Impero romano d’Occidente (anzi, nella culla di questo), su gruppi etnici diversi e mantenuti giustapposti e distinti, in un rapporto mai pienamente chiarito con l’Impero di Costantinopoli (di subordinazione ideale, ma di fatto anche di emulazione) e facendo infine ricorso, per definire se stesso, a stilemi «ideologici» di natura differente. Prospettive variegate circa la fisionomia della regalità ostrogota in Italia sono del resto riscontrabili già nelle testimonianze più antiche, basti pensare alle interpretazioni offerte dai principali autori coevi, dall’Anonimo Valesiano a Cassiodoro, da Ennodio a Giordane. Una sostanziale indeterminatezza contraddistingue la regalità teodericiana sin dal momento stesso dell’ingresso dell’Amalo nella penisola e dal primo consolidarsi del suo potere sulla stessa. Quando venne inviato da Zenone a rovesciare il regime di Odoacre, Teoderico univa alla sovranità di carattere militare, di stirpe, ereditata dal padre, i titoli di patricius e di magister militum praesentialis, che gli erano stati concessi dall’imperatore con il consolato e con la cittadinanza romana. È da rammentare che il Goto aveva soggiornato a lungo a Costantinopoli da giovane, potendo così acquisire familiarità, oltre che con la corte imperiale, con le diverse espressioni della civiltà romana, che del resto i Goti da tempo frequentavano in misura superiore ad altre stirpi barbariche. Dopo la vittoria su Odoacre nel 493, come già ricordato, Teoderico si era fatto proclamare rex a Ravenna dal suo exercitus, che nella prospettiva dei Romani era un esercito di foederati. Per governare oltre agli Ostrogoti immigrati con lui anche i Romani, largamente maggioritari per numero nel suo nuovo regno, l’Amalo doveva tuttavia ottenere la legittimazione imperiale, per cui richiese a Costantinopoli la vestis regia, che ricevette nel 498. Una simile legittimazione figurava necessaria in quanto il regno goto era pur sempre, de iure, una pars dell’Impero, unico e indivisibile, sulla quale il monarca barbaro era chiamato a governare per delega imperiale, secondo un modello condiviso da diversi regni sorti in Occidente dopo il 476.

Assedio di Verona.  Bassorilievo tratto dall'Arco di Costantino (312 ca.). Fra l'epoca costantiniana e quella di Odoacre nelle armate imperiali il numero dei coscritti barbari era aumentato notevolmente.

Assedio di Verona.
Bassorilievo tratto dall’Arco di Costantino (312 ca.). Fra l’epoca costantiniana e quella di Odoacre nelle armate imperiali il numero dei coscritti barbari era aumentato notevolmente.

Il titolo che consentì a Teoderico di muovere legittimamente contro Odoacre e la stessa valenza della carica di rex conseguita nel 493 sono oggetto delle congetture più disparate, senza che sia possibile giungere ad una soluzione certa. In riferimento al primo punto, ad esempio, si è potuto ipotizzare la creazione ad hoc di un onore di magister militum per Italiam, di cui peraltro non vi è traccia nelle fonti, sia immaginare uno specifico valore, modellato su misura per la circostanza e per la persona, della dignità di patricius, con il senso di «rappresentante dell’imperatore». La proclamazione a rex, d’altro canto, è stata interpretata ora come un «colpo di Stato», segno della volontà di autonomia dall’Impero, ora, in modo più sfumato, come una «mossa ambigua», mirata forse a sollecitare un pronunciamento chiaro di Costantinopoli dopo l’uscita di scena di Odoacre. Si è anche pensato che a Ravenna Teoderico fosse stato proclamato dai suoi thiudans, titolo goto di forte valenza costituzionale, traducibile con il latino rex, mentre in precedenza egli sarebbe stato soltanto un reiks, vale a dire un notabile, un grande della sua stirpe: l’Anonimo Valesiano rende infatti reiks con dux, che nel lessico tardoromano individuava semplicemente un capo militare. Se resta insolubile il problema dell’esatta calibratura di titoli il cui significato preciso continua a sfuggire, non si può non notare come il fatto stesso di aver condotto i Goti alla vittoria militare sul nemico, al termine di una grande impresa che aveva coinvolto l’intera gens, dandole una nuova patria, forniva una giustificazione al governo in Italia di Teoderico, anche se ciò non presupponeva affatto una contrapposizione nei confronti dell’Impero, una rivendicazione di indipendenza dallo stesso; al contrario, tutto ciò contribuiva, per la sua parte, a ribadire una forma di simbolica correlazione subordinata del re barbaro vittorioso all’imperator invictus, l’augusto sempre invitto e invincibile, come di un figlio rispetto al proprio padre. Il rapporto veniva insomma espresso, nel quadro di una gerarchia ideale, come costituito al contempo da dipendenza e da compartecipazione a un medesimo sistema di valori e di prerogative.

Ms. lat. Fuld. 186ff. (ante 1176 ca.). Pagina miniata raffigurante Teodorico il Grande dalle Gesta Theodorici Regis.

Ms. lat. Fuld. 186 ff. (ante 1176 ca.). Pagina miniata raffigurante Teodorico il Grande dalle Gesta Theodorici Regis.

Nella formula adottata dal regno teodericiano rientrava incontestata la subordinazione dell’imperatore, al quale era riconosciuta senza incertezze una preminenza, quantomeno onorifica. Contestualmente trovava peraltro spazio un malcelato sforzo di emulazione nei confronti della stessa carica imperiale, in virtù della pretesa di un rapporto speciale, dal quale discendeva un sentimento di superiorità del re Amalo su tutti gli altri sovrani barbari. Questo appare sintetizzato con efficacia nel testo di una lettera ben nota, databile attorno al 508 e scritta per conto di Teoderico dal suo ministro romano Cassiodoro, con destinatario l’imperatore Anastasio[1]. In essa, il regno dell’ostrogoto era presentato come un’imitazione dell’unico Impero, al cui eccelso esempio dovevano rifarsi indistintamente tutti i regnanti, ma tanto più chi, come Teoderico, era tenuto ad esercitare autorità di governo anche su sudditi romani. Proprio la perfetta rispondenza a un simile modello, favorita dalla compartecipazione a un comune sistema di valori, ereditato dalla tradizione di Roma, giustificava la superiorità del regno teodericiano su quello di tutti gli altri re di stirpe, nella consapevolezza che «regnum nostrum imitatio vestra est, forma boni propositi, unici exemplar imperii: qui quantum vos sequimur, tantum gentes alias anteimus». Insomma, presentandosi come filius del pater imperiale, Teodorico pretendeva di rifletterne la luce, elevandosi di conseguenza su tutti gli altri monarchi. Nell’esercitare in Italia un potere che non si configurava in termini etnici, ma che si estendeva in pari modo sui Goti e sui Romani residenti nella Penisola (e per questo motivo nella titolatura ufficiale si preferì la formula romanizzante di Flavius Theodericus rex a quella di rex Gothorum), l’Amalo, pur senza mai assumerne il titolo, finì per svolgere di fatto funzioni proprie di un imperatore, di un princeps Romanus che rivendicava un rapporto di continuità diretta con gli imperatori romani d’Occidente del passato, considerandosi emulo di costoro. L’interpretazione di Teoderico quale «imperatore senza titolo» risulta corrente nella moderna storiografia e appare suffragata da specifici comportamenti da lui adottati che sono tipici della sovranità romana, carichi di un forte impatto «propagandistico» sul ceto senatorio e sulle masse italiche, dall’allestimento dei giochi nel circo in occasione di un soggiorno nell’Urbe all’ostentata cura dell’edilizia urbana e dei resti monumentali della classicità, fino all’impiego della porpora. Configurata in simili termini, la sovranità di Teoderico presenta un indubbio carattere di complessità, per le molte e diverse componenti che concorrevano alla sua definizione e che appaiono intrecciate tra loro in un modo tale da risultare difficilmente isolabili: sull’originaria connotazione etnica del rex gentis, che fondava il proprio predominio politico sulle armi dei Goti, si erano stratificate, infatti, varie attribuzioni tipiche del principato romano, opportunamente e accuratamente amplificate da un’abile propaganda. Ne risultava un modello della regalità peculiarmente connotato e privo di una definizione costituzionale troppo rigida, segnato – per l’appunto – da un’«ambiguità» alimentata, probabilmente, anche dal desiderio di lasciare in sostanza imprecisato il rapporto con l’imperatore, nei cui riguardi ci si proponeva, al di là del riconoscimento formale di una superiore potestà di quello, come concorrenti di fatto. Ma tale carattere polivalente del potere del re degli Ostrogoti, indeterminato se non addirittura contraddittorio sul piano teorico e costituzionale, deve essere spiegato, piuttosto che con l’ipotesi di una condotta scaltra e «opportunistica», che sembra adagiarsi nello stereotipo romano del barbaro, con l’assoluta singolarità della contingenza storica in cui cadde l’esperienza del Regnum Gothorum in Italia; in un frangente, cioè, in cui fortissimo appare il carattere di sperimentazione di nuove forme di inquadramento politico delle popolazioni occidentali e più intensa la ricerca di diversi assetti istituzionali. A queste realtà senza precedenti risultava difficoltosa l’applicazione di modelli, formule di legittimità e persino di terminologia tradizionali (e lo stesso lessico appare incapace di definire con esattezza i nuovi equilibri, come se si trovasse «in ritardo» sulle loro manifestazioni); ogni formulazione teorica e ogni ordinamento politico del tempo non potevano non tradire un’inevitabile natura empirica, procedendo per approssimazioni e senza necessariamente prefigurare sbocchi bene individuati.

Lo stanziamento dei Goti in Italia e le forme dell’insediamento

Fibula ornitomorfa ostrogota. Oro e cloisonné, V sec. dal Tesoro di Domagnano (Italia settentrionale). British Museum.

Fibula ornitomorfa ostrogota. Oro e cloisonné, V sec. dal Tesoro di Domagnano (Italia settentrionale). British Museum.

Per i Goti l’Italia fu l’ultima tappa di una plurisecolare catena di spostamenti, non facile da ricostruire. Secondo una tradizione raccolta e fissata proprio nell’Italia del VI secolo da Cassiodoro (nel suo lavoro perduto De origine actibusque Getarum) e da Giordane (nell’opera dallo stesso titolo, conservata, che molto trae proprio da Cassiodoro), la remota origine della stirpe dei Goti sarebbe da rintracciarsi nell’isola di Scanzia (in un ambito, cioè, presumibilmente scandinavo). In seguito, in un’epoca imprecisabile, la tribù avrebbe soggiornato sul Baltico, mentre nel I secolo autori romani come Plinio e Tacito individuavano i Goti nella Germania nordorientale, anche se tali fonti sovrappongono e confondono spesso stirpi diverse; in realtà tutti questi differenti stanziamenti restano di fatto indimostrabili, mancando oltretutto sicuri riscontri archeologici. Tra il II e il III secolo i Goti si sarebbero spinti in direzione della steppa pontica, collocandosi sul lato nordoccidentale del Mar Nero; a questa data la loro dominazione si estendeva tra i Carpazi, il Don, la Vistola e il mare d’Azov, avendo come asse centrale la valle inferiore del Dnepr. In un simile bacino essi convivevano con altre, eterogenee, tribù, compresi gli antenati degli Slavi, e subirono una pesantissima influenza culturale da parte dei popoli delle steppe, modificando in modo significativo il proprio costume. I Goti divennero infatti cavalieri seminomadi, dai tratti marcatamente orientali, tanto è vero che gli osservatori greci e romani del tempo erano portati a confonderli con stirpi iraniche, come gli Sciti e gli Avari. È notevole come una stirpe che è stata percepita e presentata dalla cultura moderna, soprattutto ottocentesca e primonovecentesca, come «tipicamente» germanica (e anzi come una sorta di popolo «campione» di presunti valori «germanici») fosse invece ricondotta dagli antichi nel novero delle etnie orientali; ciò ben sottolinea al contempo la fortissima contaminazione culturale – ora riconosciuta dalla storiografia – delle stirpi tardoantiche e altomedievali e, di conseguenza, l’improponibilità delle rigide classificazioni, del tutto convenzionali, cui si è stati per lungo tempo abituati (e dalle quali si fatica ad emanciparsi). Alla famiglia delle gentes germaniche i Goti possono essere ricondotti solo sulla scorta della lingua che essi parlavano e che era di ceppo germanico. A differenza di quanto accade per gli altri idiomi dei barbari, il goto ci è conservato in modo integrale, grazie alla traduzione che in tale lingua venne fatta della Bibbia, per iniziativa del vescovo Ulfila, verso la metà del IV secolo. Al III secolo sembra risalire la bipartizione della gens dei Goti in due gruppi, denominati dapprima Tervingi e Greutingi, e poi Visigoti e Ostrogoti, senza che per questo venisse meno un sentimento di appartenenza comune e l’unità di lingua. L’episodio, riferito da Giordane, viene messo in dubbio, almeno nei termini in cui è riportato, da diversi studiosi, che pensano piuttosto a una razionalizzazione a posteriori, nelle fonti, della differente distribuzione dei Goti all’epoca della migrazione verso Occidente, con quelli che vennero denominati Visigoti, diretti in Gallia e poi in Spagna, e gli Ostrogoti, indirizzati verso l’area balcanica e, infine, in Italia.

Illustrazione ricostruttiva della divisa di un guerriero visigoto (V-VI sec.), di A. Gagelmann.

Illustrazione ricostruttiva della divisa di un guerriero visigoto (V-VI sec.), di A. Gagelmann.

L’exercitus ostrogoto che Teoderico guidò in Italia doveva essere composto da circa venti-venticinquemila guerrieri, per un totale di cento-centoventicinquemila individui (compresi, cioè, coloro che non combattevano: le donne, i minori), in massima parte (ma non in via esclusiva) di stirpe gota. Nell’insieme si trattava di una quantità relativamente modesta e di certo largamente minoritaria rispetto alla copia dei Romani, con cui i Goti si trovarono a convivere, anche se l’impatto dei nuovi immigrati deve essere calcolato in proporzione non tanto alla massa degli abitanti della penisola, quanto, piuttosto, al ceto dei possessores, cioè al ceto dirigente romano, al quale essi si affiancarono per rango e funzioni. Gli Ostrogoti si insediarono sul territorio italico in ragione del criterio dell’hospitalitas, vale a dire dell’acquartieramento militare, tradizionalmente applicato dall’Impero ai propri foederati barbari: per il servizio prestato, essi avevano diritto a un terzo delle terre della penisola, secondo una distribuzione del cui svolgimento fu incaricato il prefetto del pretorio Liberio, che operò con l’aiuto di una rete di delegatores, i quali, eseguiti i calcoli e le opportune ripartizioni, rilasciavano ai beneficiati regolari titoli di possesso, denominati pittacia. Nei casi in cui l’insediamento dei Goti sulle terre loro assegnate secondo l’istituto della tertia non aveva luogo, i proprietari romani pagavano al destinatario goto un fitto per quel terzo reso comunque disponibile, anche se non occupato effettivamente. Secondo una chiave di lettura che si è fatta strada in tempi relativamente recenti, soprattutto in seguito agli studi di Walter Goffart, e che è tuttora fonte di discussione, nel caso dell’acquartieramento in Italia dell’exercitus dell’ostrogoto Teoderico non si sarebbe avuta una reale cessione di un terzo delle terre ai barbari federati, ma piuttosto la concessione a costoro di una quota dell’imposta fondiaria, già versata dai possessores allo Stato romano, corrispondente al terzo teoricamente alienabile per l’hospitalitas. Ciò spiegherebbe, secondo i sostenitori di tale interpretazione, l’assenza nelle fonti del tempo di qualsivoglia lamentela, da parte degli espropriati, che non avrebbero, dunque, dovuto subire una perdita di proprietà, né un aggravio fiscale aggiuntivo, ma che avrebbero semplicemente corrisposto a un diverso percettore il terzo di un’imposta che essi pagavano in ogni caso. La soluzione sarebbe stata vantaggiosa pure per i Goti, i quali avrebbero beneficiato di un provento sicuro senza accollarsi l’onere del versamento dell’imposta fondiaria, cui sarebbero stati tenuti se fossero diventati possessori effettivi di un terzo delle terre italiane. In assenza di argomenti decisivi, che permettano di sciogliere il nodo circa l’autentica configurazione della tertia concessa agli Ostrogoti in Italia, le diverse ipotesi rimangono aperte al vaglio critico; resta un punto fermo che l’insediamento goto nella penisola non si svolse affatto in forme violente e arbitrarie, ma seguì i consolidati e ordinari meccanismi dell’hospitalitas, da tempo familiari sia al mondo romano sia alle stirpi barbare.

Un capo militare goto. Ricostruzione di A. McBride.

Un capo militare goto. Ricostruzione di A. McBride.

Il regno di Teoderico, centrato sull’Italia con la Sicilia, comprendeva pure le due province retiche e quelle noriche, la Pannonia Savia e la Dalmazia; dopo il 505 il monarca goto acquisì il controllo dell’intera Pannonia e, dal 508, cadde in suo potere anche la Provenza. Un’accorta politica diplomatica gli permise inoltre di esercitare un sufficiente grado di autorità – almeno a tratti – perfino su regioni esterne al suo regno, dal Danubio fino ai Pirenei, con particolare riguardo per il regno dei Visigoti, sulla cui massima carica giunse a detenere per un certo periodo un forte ascendente. Lo stanziamento effettivo degli Ostrogoti non si verificò, peraltro, in modo ovunque omogeneo; nella stessa penisola italiana rimasero sostanzialmente estranee alla presenza gota le regioni meridionali, salvo alcuni presidi circoscritti. La testimonianza che proviene dalle fonti letterarie non indica alcun numero apprezzabile di Goti in province quali l’Apulia o la Calabria e, in genere, non è possibile riscontrare l’esistenza di loro insediamenti di una qualche entità a sud della linea Roma-Pescara, se si fa eccezione solo per alcune guarnigioni (non particolarmente nutrite) collocate a tutela di alcuni centri di primario rilievo strategico: Cuma, Napoli, Benevento, Acerenza, Rossano, Siracusa, Palermo. Le città meridionali sede di guarnigione, come quelle elencate, erano dotate di strutture difensive, mentre le altre non avevano fortificazioni. Contingenti di Goti maggiormente numerosi, rispetto al sud, si trovavano nell’Italia centrale, specie in ambito appenninico, nelle odierne regioni dell’Umbria e delle Marche, ma anche più su, lungo la fascia costiera adriatica di particolare rilievo strategico, ma anche di insediamenti estesi. Importante risulta esser stata la presenza gota ad Osimo, che fungeva da porta d’accesso a Ravenna; tale ruolo appare esaltato in chiave strategica, tra l’altro, nelle vicende della guerra tra l’Impero e gli Ostrogoti, scoppiata nel 535 e che, dopo diciotto anni di combattimenti, pose fine al regno di questi ultimi. Un nucleo ostrogoto era sicuramente presente a Rimini e altri sono riscontrabili soprattutto nell’area compresa tra Ascoli Piceno e Ancona. Le zone di massimo popolamento degli Ostrogoti erano però quelle dell’Italia settentrionale, nella pianura del Po e lungo la fascia prealpina compresa tra Brescia e Belluno. L’odierna Lombardia ospitava centri di assoluto rilievo, come Milano e Ticinum-Pavia, nella quale risiedeva il monarca ed era custodita una parte del tesoro regio. Lo stesso re Teoderico aveva ubicato la propria residenza, oltre che a Pavia, a Ravenna, in passato sede imperiale, mentre un’altra città alla quale era legata la sua figura fu Verona (dove egli aveva riportato la prima e determinante vittoria su Odoacre, come sottolineato dal panegirista Ennodio[2]), al punto che nelle leggende fiorite intorno alla sua memoria il re goto divenne – come si dirà – Diderik von Bern, cioè «Teoderico di Verona». Le tre città regie (Pavia, Ravenna e Verona) erano accuratamente collegate fra loro da un sistema viario che faceva perno sul nodo di Ostiglia; per il rifornimento della mensa del re a Ravenna continuava a funzionare anche un vecchio itinerario via mare, che portava le derrate dall’Istria, dapprima lungo la costa altoadriatica e quindi attraverso le lagune che si susseguivano tra Altino e Ravenna.

Fibula ostrogota. Bronzo, VI sec. Cleveland Museum of Art

Fibula ostrogota. Bronzo, VI sec. Cleveland Museum of Art

In generale i Goti privilegiarono città già significative in età romano-imperiale, con minimi aggiustamenti, che potevano dipendere da fenomeni di riassetto degli equilibri territoriali complessivi. Per esempio nel vitale scacchiere nordorientale crebbe l’importanza di un centro come Treviso, non così rilevante in epoca anteriore, che invece acquistò nel regno goto una centralità legata alla sua collocazione di peculiare interesse militare, nel cuore della Venetia e sulla direttrice che conduceva verso il Friuli, e quindi verso il cruciale confine orientale. Treviso (come anche Cividale, Aquileia, Concordia, Trento, Tortona, Pavia, Ravenna) ospitò un horreum, cioè un granaio pubblico, al quale si ricorse tra l’altro per soccorrere le popolazioni colpite dalla carestia negli anni 535-536. La presenza in una città di magazzini pubblici implicava come necessaria conseguenza la dislocazione di guarnigioni e l’esistenza di opere fortificate per la protezione degli stessi, incrementando in tal modo la consistenza delle infrastrutture e della densità demografica del medesimo centro. La continuità sostanziale del sistema produttivo e della rete stradale della tarda romanità non richiese alcuna ricollocazione dei centri urbani di epoca gota: le città che primeggiavano nel basso Impero continuarono dunque ad eccellere (a cominciare da Ravenna), mentre fenomeni di parziale declino – peraltro sempre difficili da apprezzare compiutamente – che sono stati attribuiti al regno goto, sembrano doversi intendere, invece, come avviati in epoca anteriore. Anche sotto il profilo strategico-militare, del resto, i Goti non fecero certo registrare alcuna trasformazione di sostanza, perpetuando il generale orientamento verso nord, con le sue conseguenze sulla trama urbana, che era già in vigore da tempo. Non si deve dimenticare, inoltre, che nel meridione la presenza gota fu scarsissima, e che quindi non ebbe modo di incidere sui vecchi equilibri. La testimonianza delle fonti scritte, in primo luogo (ma non esclusivamente) Cassiodoro, insiste sugli interventi edificatori che Teoderico avrebbe compiuto nelle città, a cominciare da quelle in cui risiedeva, per restaurare gli antichi edifici in rovina, consolidare le difese, procedere a nuove costruzioni. Gli esempi al riguardo sono molteplici. A Ravenna, vengono attribuiti a Teoderico, tra gli altri interventi, l’erezione di una cappella palatina, il restauro della basilica Herculis, il ripristino dell’acquedotto, che alimentava anche i bagni pubblici. A Verona, oltre al potenziamento delle strutture difensive e al ripristino, anche qui, dell’acquedotto, è segnalata la costruzione di un palazzo collegato alle mura da un lungo portico e di nuovi impianti termali. Con una lettera poi raccolta nelle Variae[3], il re incaricò l’architetto Aloiosus di restaurare l’intero centro termale di Abano, splendido in epoca romano-imperiale e al tempo presente ridotto in uno stato di deplorevole abbandono, con palazzi vetusti e trascurati, sterpaglie che invadevano strade e piazze, gli impianti delle terme inutilizzabili per la prolungata carenza di manutenzione.

Maestro di S. Apollinare Nuovo. Mosaico raffigurante il Palatium di Teoderico il Grande. 526 ca. Cappella di S. Apollinare Nuovo, Ravenna.

Maestro di S. Apollinare Nuovo. Mosaico raffigurante il Palatium di Teoderico il Grande. 526 ca. Cappella di S. Apollinare Nuovo, Ravenna.

L’attività edilizia del re riguardava principalmente edifici pubblici, civili ed ecclesiastici, concentrati nelle città più importanti, oltre alle strutture difensive, urbane e non; occasionalmente sono testimoniate pure iniziative riguardanti costruzioni private, come quella di Matasunta e del suo sposo Vitige, che, nel 536, fecero innalzare a Ravenna una residenza in cui abitare. Alla luce delle attuali conoscenze, rimane assai difficile stabilire la portata reale degli interventi edificatori attribuiti a Teoderico. Pur nella difformità delle posizioni critiche, è stato ampiamente e convincentemente fatto notare come le fonti scritte siano condizionate, in merito, da palesi intenti propagandistici, che sollevano dubbi sull’autenticità delle loro informazioni. L’insistenza di autori come Cassiodoro, Ennodio, lo stesso Anonimo Valesiano, sullo zelo edilizio di Teoderico (Cassiodoro giungeva a dire che con il re goto si erano erette città, castelli, palazzi che superavano per bellezza quelli del passato), intendeva far rientrare la figura del monarca goto nel modello ideale del princeps romano, del quale l’evergetismo costituiva uno dei tratti salienti; in tale prospettiva, nel costruire e nel restaurare, Teodorico si uniformava alla condotta degli imperatori e dimostrava ai Romani il proprio rispetto per il patrimonio di monumenti che egli aveva ereditato e di cui voleva essere garante. Insomma le iniziative dichiarate da simili testimonianze sembrano rispondere più a intenti di ostentazione di un ruolo che a realizzazioni effettive, anche se bisogna riscontrare ogni singola attestazione con la controprova archeologica, laddove disponibile. L’identificazione del settentrione quale luogo privilegiato dell’insediamento ostrogoto in Italia trova conferma nelle testimonianze letterarie, come per il passo di Agazia di Mirina che, nel riferire della conclusione della guerra tra i Goti e l’Impero (535-553), narra il rientro alle proprie basi dei Goti sopravvissuti alla sconfitta finale, incassata dal loro ultimo re Teia ai monti Lattari, precisando come «quelli che prima vivevano al di qua del Po fecero ritorno in Tuscia e Liguria […] mentre quelli da oltre il Po attraversarono il fiume e si dispersero verso la Venetia e verso i centri e le città di quella regione, dove avevano vissuto in precedenza[4]». Proprio alcuni particolari legati allo svolgimento del conflitto ribadiscono la peculiare dislocazione del popolamento goto. Allo scoppio delle ostilità il generale imperiale Belisario decise di sferrare l’attacco da sud, sbarcando in Sicilia e risalendo con facilità, in pochi mesi, il Mezzogiorno continentale fino a Napoli, proprio perché il nemico era tutto concentrato nel settentrione (e presidiava piuttosto il confine nordorientale, aspettandosi un’avanzata da Oriente); quando invece nel 540, dopo i primi cinque anni di combattimenti, si ricercò un accordo di pace (che non resse), venne proposto che agli Ostrogoti fosse lasciata l’Italia transpadana, dove erano ammassati, e all’Impero fosse restituito il resto della penisola.

Ricostruzione dell'Edificio IV (una fornace) del Parco Archeologico Monte Barro (Lc). Illustrazione di A. Monteverdi.

Ricostruzione dell’Edificio IV (una fornace) del Parco Archeologico Monte Barro (Lc). Illustrazione di A. Monteverdi.

Le indicazioni che provengono dalle testimonianze scritte circa la distribuzione dei Goti in Italia trovano una conferma di massima nei riscontri archeologici, concentrati nelle regioni padane, in Romagna, nelle Marche, mentre risultano pressoché assenti nel Mezzogiorno continentale e in Sicilia, lungo la fascia tirrenica e anche nel nord-ovest. Il carattere probatorio di tali incroci di documentazione deve pur sempre tener conto della disorganicità della ricerca archeologica sul territorio; tuttavia, è possibile ricostruire una mappa degli insediamenti ostrogoti sufficientemente corretta. Il motivo di una diffusione tanto parziale della gens Gothorum sul suolo della penisola è senz’altro da individuarsi nel numero esiguo dei suoi componenti e quindi nell’ineludibile necessità per costoro di concentrarsi nelle zone di maggior rilievo strategico, piuttosto che rimanere inutilmente dispersi su aree più vaste (che sarebbero rimaste incontrollabili). Per questo si preferì ridurre al minimo la propria presenza nel centro-sud, per coagularsi piuttosto nella pianura Padana e a ridosso della catena alpina, la quale costituiva il limes rispetto alle stirpi che potevano a loro volta far irruzione in Italia, forse con un orientamento privilegiato in direzione nord-est (che potrebbe spiegare il più intenso popolamento della dorsale adriatica rispetto a quella tirrenica), cioè verso quel valico orientale da cui i Goti stessi erano entrati e che da secoli ormai costituiva il corridoio più favorevole per quanti volevano penetrare nella penisola. Da notare, peraltro, che il confine nordorientale fu consolidato con l’acquisizione del successivo controllo della Dalmazia e della Pannonia e che, da quel momento in poi, l’attenzione sembrò spostarsi piuttosto sui settori centrale e occidentale, dove si doveva far fronte alla minaccia rappresentata da stirpi come quelle dei Burgundi, degli Alamanni e, in particolare, dei Franchi. Buona era la presenza gota anche nella fascia appenninica, a controllo delle vie verso il Meridione e del canale di collegamento fra Ravenna e Roma. La salvaguardia del confine alpino rappresentò dunque uno dei principali motivi di polarizzazione della presenza gota nella penisola italiana e ricalcò, nell’opzione strategica generale che postulava, il modello difensivo romano, tutto orientato a nord. Nell’area alpina gli Ostrogoti ereditarono l’impianto difensivo fortificato della romanità, quel Tractus Italiae circa Alpes, destinato a durare anche nelle epoche successive. Teoderico sembra aver potenziato specialmente la trama dei castelli che si collocavano al margine meridionale delle zone alpine, insistendo forse – come s’è detto – soprattutto sullo scacchiere centro-occidentale da una certa data in avanti. Per la gran parte di questi castra e castella si disponevano in corrispondenza delle clausurae alpine, vale a dire degli sbarramenti che erano collocati ai valichi per presidiare le vie d’accesso alla penisola. Le clausurae, già presenti nel tardo Impero e testimoniate ancora in età longobarda e oltre, in aggiunta al ruolo di prima barriera contro eventuali attacchi in forze dei nemici, fungevano pure da elemento di controllo alla frontiera per tutti gli stranieri che si recavano nella penisola, allo scopo di verificare – come ben documentano le posteriori leggi longobarde, ma anche una lettera di Cassiodoro[5] – che non si trattasse di fuorilegge, di spie, o magari di servi fuggitivi. Come già nel tardo Impero, molte fortezze servivano a dare ricetto, in caso di attacco nemico, alle popolazioni distribuite sul territorio circostante, che abitavano in insediamenti rurali aperti e indifesi; le incursioni, infatti, erano spesso mirate a razziare esseri umani, da tenere poi o da vendere come schiavi. Così, ad esempio, in anni compresi tra il 507 e il 511, Teoderico esortava i Goti e i Romani residenti in insediamenti sparsi attorno al castello di Verruca (da individuarsi, probabilmente, con la località di Fragsburg, presso Merano) a riparare entro la fortificazione, per prevenire possibili, imminenti, pericoli. L’erezione di simili strutture protettive in età gota potrebbe essere stata iniziativa anche di privati proprietari, desiderosi di tutelare la loro manodopera, secondo un costume diffuso oltralpe (dove la capacità difensiva pubblica era precocemente venuta meno) sin dal IV secolo. In casi come quello documentato da una direttiva di Teoderico rivolta ai possessores di Feltre e a quelli di Trento, verso il 523-526, è testimoniata l’azione congiunta dell’autorità regia e delle comunità locali: nella circostanza, infatti, il monarca sollecitava i proprietari della zona a procedere concordemente alla realizzazione di una nuova civitas, probabilmente in Valsugana, cioè lungo una direttrice allora esposta alla latente minaccia franca.

Castrum tardoantico. Parco Archeologico di Castelseprio e Torba (Va)

Castrum tardoantico. Parco Archeologico di Castelseprio e Torba (Va)

Teodorico valorizzò, pertanto, l’eredità tardoromana, consolidando le clausurae alpine i castelli allo sbocco delle valli e le antiche città fortificate che sorgevano sulle principali vie che dalle Alpi scendevano alla pianura, come Cividale, Trento, Ivrea, Susa. Rimane tuttavia impossibile stabilire concretamente, alla luce delle attuali conoscenze e in assenza di puntuali riscontri archeologici, quale sia stato il reale grado d’intervento dell’Amalo, cui le fonti scritte attribuiscono propagandisticamente non solo il restauro delle vecchie strutture ma anche la costruzione di nuovi centri fortificati. Come per gli interventi nelle città di pianura sopra ricordate, anche in questo caso le realizzazioni concrete venivano deformate da un’enfasi esaltatrice, che si preoccupava di rinviare Teoderico ai modelli degli imperatori romani, costruttori e difensori; il mascheramento retorico della realtà del regno goto sotto il velo di un’idealizzazione romaneggiante si ricava bene dall’encomio di Cassiodoro per la funzione assolta dai castelli voluti da Teoderico, e da un’intera regione come la Raetia, quali barriere contro le «ferae  et agrestissimae gentes» che premevano al di là delle Alpi[6]; quasi si trattasse di una riproposizione dell’antico limes della romanità. L’entità reale degli interventi teodericiani in questo campo non emerge, dunque, con sufficiente chiarezza dalle ricerche archeologiche condotte negli ultimi decenni, e non si offre quindi l’opportunità di verificare con i dati materiali le impressioni provenienti dai testi scritti. Attività di scavo in relazione a centri fortificati sono state svolte (o si vanno svolgendo) soprattutto nella Lombardia settentrionale (Monte Barro), nella zona del Garda (Gaino e Sirmione), in Friuli, nella Val Belluna, in Piemonte (dove sono stati rintracciati degli abitati fortificati, come Montefallonio e S. Stefano Belbo). Per tutti questi esempi resta in genere assai problematica una corretta datazione: le strutture sono di norma anteriori all’età gota e non è agevole stabilire quale rapporto originale tale epoca vi abbia apportato. Anche le città maggiori erano in genere munite, almeno a nord, di opere difensive; sovente mancavano mura vere e proprie, ma vi erano ridotti fortificati, collocati nella parte più alta del centro, che potevano proporsi come nuclei di resistenza estrema nel caso la città bassa fosse invasa. Tali ridotti si trovavano nelle città che risultano sprovviste all’epoca di cinta muraria, da Tortona ad Asti, da Trento ad Adria, da Padova ad Ancona; ma anche in quelle che le mura le avevano, come Verona, Brescia, Bergamo. Probabili rafforzamenti della cinta muraria in epoca gota, confermati dall’evidenza archeologica, avvennero, oltre che nelle citate Verona, Brescia e Bergamo, almeno anche a Como, Bologna, Aquileia e Altino, sebbene la datazione delle strutture resti pur sempre incerta. La ricordata postazione militare sul Monte Barro, all’estremità meridionale del lago Lario, costituisce l’unico insediamento ostrogoto significativo fino ad oggi ritrovato. Scavi condotti tra il 1986 e il 1997 hanno portato alla luce un complesso fortificato esteso per almeno sei ettari, cinto da una muraglia difesa da tre torri, con un grande edificio residenziale e altre strutture di complemento. L’insediamento, datato alla prima metà del secolo VI, sembra potersi interpretare come un impianto teso a fornire rifugio, in caso di emergenza, alle popolazioni della pianura sottostante, piuttosto che come la sede permanente di un contingente militare numeroso. Per il resto i reperti archeologici trovati in Italia e attribuibili ai Goti provengono quasi esclusivamente da tombe o da tesori.

Fibula ostrogota con svastica. Oro e vetro, VI sec.

Fibula ostrogota con svastica. Oro e vetro, VI sec.

Va tenuto presente che risulta difficile classificare cronologicamente ed etnicamente le varie presenze barbariche in Italia sulla base dei corredi funerari. Prima di Odoacre non c’era nella penisola una presenza significativa di barbari, tranne i gruppi che militavano nell’esercito romano; con il vincitore di Romolo «Augustolo» si coagulò un nucleo barbarico composto per lo più da Sciri, Rugi ed Eruli. Non è tuttavia possibile discernere archeologicamente il seguito di Odoacre da coloro che immigrarono con Teoderico, sia per la cronologia assai ravvicinata delle due migrazioni sia per l’indistinguibilità dei rispettivi corredi. È invece naturalmente possibile separare i singoli barbari, sepolti con il corredo, dai Romani, che non seguivano tale uso. In generale fattori quali la scarsa distinguibilità dei manufatti goti rispetto a quelli di altre stirpi presenti in Italia in periodi vicini, la prassi presto adottata dai Goti di non seppellire più con il corredo, confondendosi così con i Romani, la difficoltà di datare con sicurezza gli edifici loro attribuiti, tenendo anche conto del fatto che il peridio goto della storia italiana durò appena sessant’anni, rendono problematica l’esistenza stessa di un’archeologica «gota» per la penisola. I corredi goti antichi sono ascrivibili alla tipologia delle stirpi germano-orientali, alla cui categoria i Goti sono rinviabili. Si trattava di culture pesantemente influenzate dai popoli delle steppe e diverse perciò dalle gentes germaniche occidentali, quali ad esempio i Franchi. Il costume femminile tipico delle stirpi germano-orientali (tra cui dunque i Goti) prevedeva la presenza di una coppia di fibule sulle spalle, per fissare al vestito un mantello, e di una grande fibbia alla cintura. Tale costume, formatosi già intorno alla fine del IV secolo, venne mantenuto in tutte le regioni in cui i Goti si diffusero, tra il V e il VII secolo, e si ritrova anche presso i Visigoti della penisola iberica; esso distingueva le donne gote da quelle delle stirpi occidentali. Le fibule e la fibbia da cintura erano decorate e talora impreziosite da pietre; le donne gote portavano anche orecchini e bracciali. Nel corredo funebre goto mancavano altri oggetti d’uso quotidiano, come pettini o recipienti per cibi e bevande, che erano presenti invece in altre culture barbariche. Il noto tesoro scoperto casualmente nel 1893 a Domagnano, nella Repubblica di San Marino, composto di ventidue pezzi tra oreficeria e suppellettili, e considerato uno dei più importanti ritrovamenti archeologici dell’Italia gota, offre l’esempio di un corredo di lusso, che contraddistingueva un individuo di sesso femminile di alto lignaggio. L’esatta interpretazione del tesoro resta difficoltosa, per il mistero che circonda le vicende del ritrovamento e i successivi itinerari dei reperti, a lungo trattati da antiquari e commercianti poco sensibili al dato scientifico; si ritiene comunque assai probabile la provenienza dei pezzi conservati da un unico ritrovamento isolato, databile al V o forse agli inizi del VI secolo. Gli accessori, tutti in oro, comprendono due tipiche fibule a forma di aquila, una fibula ad ape, due spilli per l’acconciatura (per reggere una cuffia o un velo), una parure composta da un largo pettorale, da una coppia di pendenti e da un anello, più una borsa con applicazioni in oro cloisonné e un astuccio per coltello con la punta in oro. Sia l’impiego della cuffia, o del velo, sia la particolare decorazione dei gioielli rinviano palesemente a usi e stili del mondo mediterraneo, sottolineando un forte grado di acculturazione.

Spagenhelme ostrogoto. Ferro e cuoio, VI secolo, da Ravenna.

Spangenhelm ostrogoto. Ferro e cuoio, VI secolo, da Ravenna.

Il corredo maschile goto tipico, invece, si era fissato sin dal I secolo; piuttosto povero, esso era composto da fibbie da cintura e da fibule (tra cui quelle caratteristiche ad aquila), mentre era privo di armi, che sono invece presenti nelle sepolture di altre stirpi (per l’Italia si pensi ai Longobardi). Le armi gote che sono giunte a noi, come l’elmo «a fasce» (Spangenhelm) di Montepagano (Teramo), o quello di Torricella Peligna (Chieti), non sono state dunque ritrovate in tombe, bensì in tesori. La rarefazione dei siti archeologici dei Goti in Italia, rispetto a quelli presenti al di fuori della penisola e databili fra il I e il IV secolo, è conseguenza del fatto che almeno dalla fine del IV secolo, e poi durante tutto il V, mutarono gli usi funebri della stirpe: solo pochi individui, appartenenti ai ceti più elevati, continuarono a trovare sepoltura in tombe isolate, o raggruppate in piccole necropoli a parte, con l’abito e gli accessori, anche se senza il corredo di stoviglie, pettini e altri utensili. Gli individui meno eminenti vennero invece sepolti separatamente e senza corredo, divenendo perciò indistinguibili per l’archeologo. Questa tendenza appare già ben consolidata al momento dell’arrivo in Italia e fu ulteriormente esasperata dalle disposizioni di Teoderico, databili agli anni 507-511 e interpretabili come la probabile sanzione normativa di meccanismi già da tempo in atto; con tali leggi, si vietava l’uso di qualsiasi corredo funebre, condannandolo quale retaggio di credenze pagane circa l’aldilà (che necessita di oggetti di uso quotidiano, in quanto percepita come prosecuzione della vita terrena). Gli usi funerari goti venivano così definitivamente uniformati a quelli della popolazione romana, come ribadito pure dall’invito di Teoderico a ornare, piuttosto, le sepolture con mausolei, alla moda dei Romani.

Fibula ostrogota a forma di aquila. Oro e gemme, fine V sec. d.C. Germanisches Nationalmuseum, Nürnberg.

Fibula ostrogota a forma di aquila. Oro e gemme, fine V sec. d.C. Germanisches Nationalmuseum, Nürnberg.

Le tombe gote presenti in Italia divennero, pertanto, non identificabili; la loro stessa ubicazione non sembra rispondere ad alcun criterio specifico, trovandosi esse, indifferentemente, in gruppi autonomi o all’interno di un cimitero romano e, in questo secondo caso, un poco discoste dalle altre sepolture o anche frammiste a quelle diverse tombe identificate come gote sono state ritrovate in cimiteri romani suburbani, oltre che in porzioni abbandonate di edifici: per esempio nella grande necropoli paleocristiana extra moenia di porta Vercellina, a Milano, è stata scoperta una sepoltura femminile contenente una fibula ad aquila, quindi interpretata come gota. In assenza di corredi etnici o di dislocazioni particolari, le sepolture di Goti possono essere ricercate attraverso altri indicatori, come le iscrizioni funerarie, che riportino nomi goti: è questo il caso, soprattutto, di sepolture ubicate in rilevanti centri urbani (Milano, Pavia, Ravenna, Roma), contrassegnate da nomi di membri della classe dirigente gota: il comes Tzita, il vir sublimissimus Seda, tale Viliaris, nipote del magister militum Trasaric, o Agate, figlia del comes Gattila. L’onomastica va comunque sfruttata con cautela, in quanto un nome, da solo, non identifica con assoluta certezza l’origine etnica di chi lo portava: con la convivenza di scambi di nomi divennero fenomeno tutt’altro che raro. Allo stesso modo, non si deve escludere in via di principio che gli stessi Romani potessero all’occasione adottare elementi culturali dei barbari, percepiti come distintivi di un ceto dominante; questa considerazione potrebbe adattarsi a ritrovamenti come quello, per restare a un caso citato, di Porta Vercellina, inducendo a chiedersi se la presenza di una sola fibula «etnica» in una tomba, collocata in un contesto romano, debba essere per forza un elemento sufficiente a individuare come gota la sua portatrice, senza porsi per niente il dubbio che si potesse anche trattare di una donna romana, che aveva adottato un modulo ornamentale proprio di un’élite sociale.

Gli ordinamenti del «regnum Gothorum»

Il regno di Teoderico sostanzialmente conservò inalterata l’impalcatura burocratica e amministrativa di tradizione romana, giustapponendo ad essa un organigramma goto, che si riservò in via esclusiva la competenza militare. D’altra parte l’alternativa che si pose agli Ostrogoti all’atto del loro ingresso in Italia era quella tra il venire a patti con il ceto politico romano, l’aristocrazia senatoria, oppure il produrre una rottura traumatica e un’eversione radicale degli ordinamenti vigenti attraverso la distruzione fisica di tale ceto, secondo l’esempio fornito in Africa dai Vandali, autori di persecuzioni su vasta scala dei possessores romani e della Chiesa cattolica, nonché di confische sistematiche dei loro beni (così come nella stessa Italia avrebbero fatto più tardi i Longobardi). I Goti, che si erano portati nella penisola non per iniziativa autonoma ma su delega dell’imperatore, optarono per la soluzione già adottata da Odoacre, vale a dire per una convivenza tra l’elemento barbaro di nuova immigrazione, che si proponeva come detentore esclusivo della forza militare, e i quadri eminenti della società romano-italica, nelle cui mani erano concentrati il potere politico-amministrativo e quello economico. La convivenza tra Romani e Goti si poneva, peraltro, in termini di coesistenza sullo stesso territorio di due organismi mantenuti distinti, nelle funzioni (rispettivamente, civili e militari), nel diritto (ius imperiale per gli uni, consuetudini nazionali per gli altri), nel credo religioso, che costituiva un fondamentale elemento d’identità (cattolici i Romani, ariani i barbari), senza alcuno sforzo apprezzabile di assimilazione e di fusione reciproca. Per questo si è potuto parlare di «dualismo», di «bipolarismo», a proposito dei modi di espressione politico-istituzionale (ma anche sociale e culturale) di tale convivenza tra due popoli che restarono separati, anche se indotti alla collaborazione. Soprattutto in raffronto al caso vandalo in Africa, o alla futura soluzione longobarda in Italia, l’età teodericiana ha quindi potuto essere letta come caratterizzata da una sostanziale continuità con gli assetti antichi, come il tratto finale di un’esperienza anteriore, una sua evoluzione, anziché come l’inizio di un ordine radicalmente nuovo. Tale impressione, condivisibile nel suo complesso, non deve però indurre ad accettare supinamente l’immagine di una continuità indistinta e generalizzata tra l’Italia tardoimperiale e quella teodericiana, che avvenga per pura «inerzia»; sembra opportuno parlare piuttosto di «mutamenti nella continuità», della ricerca cioè di nuovi equilibri e di nuove soluzioni all’interno di un quadro di riferimento tradizionale e di valori consolidati.

La corte del re germanico. Illustrazione di A. McBride

La corte del re germanico. Illustrazione di A. McBride

Il voler inserire il regno di Teoderico nel solco di una continuità sostanziale con la tradizione antica ha generalmente portato a sottolineare tutti gli aspetti di più evidente analogia con l’assetto politico-amministrativo tardoromano. Sono stati così rimarcati, accanto all’ossequio dimostrato dal re ostrogoto per il Senato e al mantenimento della struttura burocratico-amministrativa romana (cui si aggiunsero ufficiali goti con proprie mansioni specifiche), anche la continuità nel campo fiscale e giuridico e persino in settori particolarissimi e connessi con le prerogative di un princeps romano, quali quello dell’impegno per la cura del cursus publicus, dell’impulso dato all’agricoltura, dell’attività edilizia pubblica, direttamente promossa dal monarca. La particolare insistenza con cui le fonti coeve, spesso di carattere apertamente encomiastico (dall’esplicito Panegirico di Ennodio, alle stesse Variae di Cassiodoro), riportano gli interventi di Teoderico in questi ambiti induce a ritenere di trovarsi di fronte, in buona sostanza, a una deliberata ripresa e sottolineatura da parte della stessa corte ostrogota e dei suoi canali di propaganda di connotazioni peculiari della sovranità tardoromana, cioè all’assunzione e alla proiezione a opera del medesimo regime teodericiano di modelli della regalità (implicanti precise funzioni e comportamenti del sovrano) capaci di suscitare echi a lui favorevoli presso la popolazione romana e il suo ceto dirigente. Di una simile ricerca di consenso offre un buon esempio la condotta dell’Amalo in occasione della sua visita a Roma nell’anno 500, dopo che lo stesso monarca aveva assecondato le richieste dei romano-cattolici di farsi arbitro nella contesa fra il papa Simmaco e l’antipapa Lorenzo, promuovendo la convocazione di un sinodo che sanasse la frattura. Dopo l’esito del concilio, favorevole a Simmaco (sebbene la polemica fosse destinata a riaccendersi un paio di anni più tardi), Teoderico fu accolto trionfalmente nella città di Pietro dal papa, dai senatori e dal popolo. Nella circostanza, egli si preoccupò di recarsi in Senato, promettendo di conservare intatto quanto gli imperatori romani del passato aveva costruito, come informa puntualmente l’Anonimo Valesiano[7]; presa quindi residenza nel palazzo imperiale, il monarca barbaro celebrò un trionfo di un mese, offrendo ai Romani spettacoli circensi, stabilendo elargizioni annue di cibo ai poveri e stanziando delle somme, tratte dal gettito fiscale, per il restauro dello stesso palazzo imperiale e per il rafforzamento delle mura cittadine. Riassetti anche significativi, pur nella continuità di fondo rispetto al passato tardoimperiale, si possono riscontrare nell’ordinamento delle province. Queste furono sempre affidate a consolari romani e a governatori di rango inferiore, ma essi vennero affiancati da Goti, allo stesso modo in cui, nel governo centrale, vicino al re operavano assieme a romani come Cassiodoro anche ufficiali goti. Il monarca era infatti assistito non solo da funzionari civili romani, ma anche da una «casa» barbarica, composta dai cosiddetti maiores domus regiae. Nelle province, accanto al governatore civile, la cui corte amministrava la giustizia della popolazione romana, agivano comites goti, con funzioni precipuamente militari, non disgiunte da compiti giudiziari. In quanto foederati, ai Goti era riconosciuta la facoltà di conservare le loro consuetudini nazionali a titolo di ius singulare, ma essi avevano contestualmente l’obbligo di garantire alla popolazione romana la facoltà di vivere secondo il diritto imperiale. Teoderico mantenne perciò l’impegno di far osservare lo ius romano; gli editti che emanò per i Romani del suo regno restarono entro i limiti dei poteri di un magistrato imperiale (quale egli figurava in quanto magister militum praesentialis), cui spettava il compito di dare esecuzione alle leggi imperiali e di farle osservare. Gli Ostrogoti continuavano a regolarsi in virtù delle antiche consuetudini nazionali orali, le cosiddette bilagines. A lungo gli studiosi hanno ritenuto che nel regno teodericiano vi fosse anche un codice scritto di diritto goto, il cosiddetto Edictum Theodorici regis, che, invece, viene ora dai più attribuito ad un altro monarca, omonimo dell’Amalo, il re dei Visigoti di Tolosa Teodorico II. L’Edictum Theodorici regis sarebbe pertanto da datarsi al 460-461 e, prodotto in tutt’altro contesto, naturalmente non avrebbe avuto vigore in Italia.

Teoderico (in nome di Anastasio I). Solidus, Roma 493-526. Au 4,15gr – Recto: Vittoria alata stante, verso sinistra con lunga croce.

Teoderico (in nome di Anastasio I). Solidus, Roma 493-526. Au 4,15gr – Recto: Vittoria alata stante, verso sinistra con lunga croce.

Così come erano due, nel regno ostrogoto d’Italia, i sistemi normativi, due erano pure le giurisdizioni: lo iudex romano e il comes goto. Le liti tra Goti e Romani venivano sottoposte al comes, coadiuvato per l’occasione da un Romano esperto del proprio diritto. In questo modo Teodorico rovesciava la norma imperiale, secondo la quale il cittadino romano in lite con un militare (tali erano infatti tecnicamente gli Ostrogoti nella penisola) doveva essere giudicato sempre da un giudice civile assistito da un comes (cioè da un comandante militare). Un Goto era sempre giudicato, invece, da un suo connazionale. Dopo la fine del regno ostrogoto, l’imperatore Giustiniano interverrà per annullare tale disposizione teodericiana, riconducendo i cives sotto la giurisdizione civile. Casi di violazione dell’equilibrio giuridico sono testimoniati in modo sporadico dalle fonti, soprattutto dopo la morte di Teoderico. Cassiodoro ricorda, ad esempio, come durante il regno del giovanissimo Atalarico, sottoposto alla tutela della madre Amalasunta, il comes Gothorum di Siracusa, oltre a rendersi protagonista di diverse vessazioni soprattutto nella riscossione dei tributi, avesse preteso di giudicare impropriamente le liti tra Romani[8]. Un altro re, Baduila, meglio noto come Totila nelle fonti imperiali e nella moderna storiografia, violò apertamente il diritto ufficiale negli anni della guerra, proclamando la liberazione degli schiavi di padroni romani che accettassero di combattere a fianco dei Goti e rendendo legittimi i matrimoni tra individui liberi e schiavi. Tutti questi provvedimenti furono dichiarati nulli da Giustiniano con la Pragmatica sanctio de reformanda Italia del 554, che ripristinò la situazione anteriore agli stravolgimenti operati da Totila. Notevole appare, da ultimo, un ulteriore fenomeno giuridico, riscontrabile nella testimonianza dello stesso Cassiodoro: quello di un progressivo allontanamento della prassi dal diritto ufficiale, soprattutto in sfere quali quella dei reati sessuali o quella della dipendenza servile. Sebbene il re goto si facesse dunque garante del diritto ufficiale, era la prassi che tendeva spontaneamente a discostarsi da quello, per una spinta «spontanea» in atto da tempo, mentre le autorità stesse, in più di un caso, trascuravano di applicarlo correttamente. I sopraccitati comites goti possono essere suddivisi, in linea di massima, in almeno tre livelli (anche se non si devono immaginare piramidi gerarchiche troppo rigide). Al più alto grado si collocavano i comites provinciarum, presenti solo in alcune province, con compiti vari, prevalentemente di polizia, per il mantenimento dell’ordine pubblico. A costoro facevano seguito per dignità i comites civitatum, posti a capo delle guarnigioni cittadine, oltre che gravati di funzioni amministrative e giudiziarie; e, infine, vi erano i comites Gothorum per singulas civitates, con mansioni prevalentemente giudiziarie. Nei rapporti con le istituzioni provinciali il re si avvaleva non solo di ufficiali romani (i comitiaci), ma anche dei saiones, i «seguaci» del sovrano in senso barbarico del termine, che operavano in qualità di suoi messaggeri e agenti personali: comitiaci e saiones venivano in sostanza a svolgere funzioni che nel tardo Impero erano state proprie degli agentes in rebus. In genere i saiones avevano però anche significativi doveri militari: curavano, ad esempio, la leva e i rifornimenti delle truppe. La bipartizione tra magistrature civili e magistrature militari si definiva su base etnica, coerentemente con il carattere di esercito federato applicato alla gens Gothorum stanziata nella penisola.

Mosaico raffigurante un dominus. IV-VI sec. ca. Villa del Casale (Piazza Armerina).

Mosaico raffigurante un dominus. IV-VI sec. ca. Villa del Casale (Piazza Armerina).

Durante il tardo Impero una linea di tendenza piuttosto netta, almeno in Occidente, era stata quella di un progressivo sviluppo del particolarismo provinciale, a fronte dell’indebolirsi del centro politico, con una scelta sempre più frequente dei funzionari all’interno dei ceti eminenti locali e con una spinta all’isolamento economico delle singole province. Con Teoderico, pur partendo da tale situazione, ci fu il tentativo di correggerla, aumentando il peso dell’intervento regio negli ambiti locali: i funzionari centrali erano messi in condizione di intervenire nella vita delle province con ampia discrezionalità, ancorché in modo legittimo, mentre la stessa carica di rector delle singole province, pur venendo definita in termini tradizionali, conobbe un funzionamento irregolare, anche con un’occasionale ampliamento della sfera di competenza territoriale, che poteva trascendere i confini della provincia per coprire un’area più estesa, a giudizio del governo centrale. Veniva inoltre acquistando un ruolo sempre più rilevante nella vita provinciale il cancellarius, ennesimo caso di funzionario nominato dal centro, dotato di poteri assai ampi. Nel regno ostrogoto d’Italia, dunque, a fronte di una continuità dell’ordinamento amministrativo e dell’organizzazione provinciale, che ci fu anche se appare talora volutamente ostentata e amplificata, vennero quindi a realizzarsi, per vie come quelle descritte, trasformazioni di fatto destinate a mutare in modo tutt’altro che secondario il funzionamento interno delle province stesse, il tenore dei loro rapporti con l’autorità centrale e quindi, in definitiva, gli assetti generali del regno.

Società ed economia

L’insediamento della gens degli Ostrogoti in Italia e la conseguente introduzione di un nuovo regime politico non sembra abbia inciso in modo apprezzabile sui meccanismi della società e dell’economia rurali e sugli assetti della proprietà. Il modello produttivo di quest’epoca fece registrare una sostanziale continuità rispetto agli assetti del tardo Impero, proseguendo nello sviluppo di fenomeni già ben avviati: il decentramento della produzione, la preferenza per la gestione fondiaria indiretta, che divenne prevalente, l’accentramento della rendita nelle mani dei possessores. Tali dinamiche acuirono la subordinazione dei contadini, con gradi di sfruttamento che aumentavano quanto più nutrito era il numero degli intermediari fra il proprietario e i lavoratori. La larga maggioranza della popolazione rurale coltivava terra non propria, in qualità di affittuaria; persisteva anche l’impiego di schiavi, i quali, alla luce di recenti stime quantitative (che restano comunque sempre assai precarie), dovevano essere più numerosi di quanto tradizionalmente non si credesse, aggirandosi forse attorno a una percentuale del 15% sul totale dei lavoratori della campagna. Le fonti, se documentano abbastanza bene le aziende di maggiori dimensioni, coltivate da affittuari o da schiavi mantenuti dal proprietario, lasciano invece più in ombra il ceto dei contadini proprietari, dei quali sfuggono pertanto l’esatta fisionomia e la quantità complessiva. La struttura dei latifondi, di cui c’è buona testimonianza, prevedeva una suddivisione degli stessi in massae, amministrate da actores, e lavorate, per l’appunto, da contadini dipendenti.

Giuseppe presiede al controllo del grano. Placca d’avorio, 552, dal Trono dell’arcivescovo Massimiano, Ravenna.

Giuseppe presiede al controllo del grano. Placca d’avorio, 552, dal Trono dell’arcivescovo Massimiano, Ravenna.

La stratificazione dei rustici, secondo criteri sociali ed economici, risulta esser stata molto accentuata, al di là dell’immediata distinzione giuridica tra gli individui che godevano dello status di libero e quelli che invece ne erano esclusi. Sul piano giuridico, contadini liberi e schiavi rimanevano ovviamente ben separati, ma dal punto di vista della percezione del loro ruolo sociale ed economico una simile differenziazione si affievoliva; una fortunata formula del noto giurista Ulpiano, «servus quasi colonus est», portava ad intendere che il lavoro fornito da un colono e quello prestato da un servo fossero in buona sostanza identici dal punto di vista del padrone, con la conseguenza che le due figure tendevano a sovrapporsi. Inoltre una quantità crescente di liberi era spinta a decadere nello status servile, dal momento che l’estrema indigenza di molti contadini li costringeva a vendere come schiavi i propri figli per sopravvivere, oppure a dare se stessi in servitù a un qualche padrone, che assicurasse loro il soddisfacimento dei bisogni primari e li soccorresse nelle emergenze. Meno frequente risultava un passaggio di condizione in senso opposto, con l’affrancamento di soggetti schiavi. Questo poteva verificarsi per istanze individuali, piuttosto che per meccanismi strutturali della società e dell’economia, nei casi, cioè, di ascesa di singoli individui non liberi particolarmente intraprendenti, ovvero per scelte dei padroni condizionate dalla morale cristiana (un servo affrancato costituiva un’offerta a Dio e poteva essere impegnato a pregare per l’anima dell’ex padrone); oppure, ancora, per interventi delle autorità ecclesiastiche, spalleggiate dall’autorità pubblica, come nella manomissione di schiavi cristiani sottratti a padroni ebrei. Si trattava comunque di esiti difficili da raggiungere e, oltretutto, non necessariamente desiderabili, poiché la tutela padronale insita nella condizione servile poteva addirittura essere preferita a una libertà esposta alla miseria.

Codex Vaticanus lat. 3225 – Vergilius Vaticanus, f. 7v (400 ca.). Scena di vita agreste.

Codex Vaticanus lat. 3225, noto anche come Vergilius Vaticanus, f. 7v (400 ca.). Scena di vita agreste.

Come negli usi tardoimperiali, lo sfruttamento dei lavoratori rurali era massimo ed eventuali elementi di moderazione in tale sfruttamento potevano scaturire non tanto da scrupoli umanitari, quanto da una percezione del tutto empirica che vi era un limite invalicabile di sopportazione della fatica. Insomma si capiva che era meglio non gravare di lavoro oltre una certa soglia un contadino, perché altrimenti questo si ammalava, o magari moriva, arrecando un danno economico al proprietario. L’estrema fragilità dei ceti rurali risultava drammaticamente evidente in occasione di calamità, quali le carestie. Nel modello economico tardoromano, perpetuato nell’Italia gota, era fisiologica la sottrazione ai contadini dell’eventuale surplus di produzione, negando così la possibilità a costoro di costituirsi delle riserve per fronteggiare la crisi. A fronte di una produzione agricola che rimaneva sempre fluttuante, la domanda dello Stato, e delle città, era inelastica: la fiscalità prescindeva dalle variazioni della produzione agricola e in occasione delle crisi alimentari si aggiungevano interventi speculativi e tentativi di espansione della grande proprietà a danno dei più deboli ed esposti. Gli episodi di carestia sono ripetutamente attestati: particolarmente severa fu, per esempio, la penuria alimentare che colpì l’Italia settentrionale negli anni trenta del VI secolo, costringendo le autorità a prendere misure di emergenza, con il ricorso ai granai pubblici per sfamare le popolazioni colpite. La stessa percezione culturale dei rustici da parte dei ceti proprietari, cittadini e colti, era contraddistinta da una connotazione fortemente spregiativa nei riguardi dei primi (peraltro non nuova, e destinata a ulteriori evoluzioni), che ben si evince dalle principali fonti del tempo, le quali ovviamente riflettevano il pensiero delle élite dominanti. In autori quali Ennodio o Cassiodoro il rusticus appare raffigurato come un individuo non soltanto rozzo e ignorante, ma anche ostile verso le persone per bene, nei riguardi delle quali, con biasimevole impudenza, egli si dimostra minaccioso e aggressivo, giungendo, in taluni casi, perfino all’attacco fisico, magari in banda organizzata. Le mura delle città erano perciò salutate come un provvidenziale elemento di cesura tra il mondo della civilitas urbana e la violenta grossolanità dei lavoratori dei campi, così come si auspicava che pure i costumi di vita – persino la dieta alimentare – di contadini e cittadini non avessero giammai modo di confondersi. Nel ceto dei proprietari, accanto alle grandi famiglie romane, si inserirono anche Goti, che adottarono i modelli di gestione fondiaria propri dell’aristocrazia romana. Le acquisizioni di terre da parte degli Ostrogoti (fatto salvo quanto s’è detto sulla tertia) avevano luogo tramite acquisti privati, magari non senza l’occasionale ricorso a forme di pressione violenta (almeno in taluni casi). Procopio ricorda come Teodato, figlio della sorella del re Teoderico, Amalafrida, e destinato a divenire egli stesso re (oltre che assassino della regina Amalasunta, che aveva sposato), malgrado fosse divenuto «padrone della maggior parte delle terre di Toscana», cionondimeno «si dava un gran da fare per strappare con la forza anche il resto ai legittimi proprietari», dal momento che per lui «avere un vicino era una disgrazia»[9]. Il goto Teodato era dunque uno dei principali latifondisti del regno, e il suo non doveva essere un caso isolato; naturalmente sulle terre detenute in proprietà anche i possessores ostrogoti pagavano l’imposta. Ampie assegnazioni di terre furono poi garantite a beneficio della famiglia reale e dalla chiesa ariana, ma questi appezzamenti erano tratti dal demanio e non sottratti a privati proprietari. Che il trasferimento di proprietà dai Romani ai Goti si fosse verificato in forme complessivamente ordinate e legittime si ricava anche dal fatto che, nel momento in cui procedette al riordino dell’Italia reintegrata nell’Impero, nel 554, Giustiniano non fu costretto ad adottare misure drastiche (con l’eccezione di ciò che riguardava gli atti compiuti da Totila), a differenza di quanto dovette invece fare nell’Africa strappata ai Vandali.

Mosaico raffigurante il Trionfo di Nettuno sulla quadriga. Dettaglio - La raccolta dei frutti. Da Chebba (Sfax), III secolo d.C. Musée du Bardo.

Mosaico raffigurante il Trionfo di Nettuno sulla quadriga. Dettaglio – La raccolta dei frutti. Da Chebba (Sfax), III secolo d.C. Musée du Bardo.

L’equilibrio economico complessivo tra i possessores romani e i nuovi proprietari goti, sostanzialmente mantenutosi per tutto il regno di Teoderico (ma, com’è verosimile, non senza graduali alterazioni), potrebbe forse essersi spezzato in modo definitivo e irreparabile negli anni immediatamente successivi, a causa dell’incapacità, sul lungo periodo, di un sistema che restava strutturalmente debole (anche se poteva apparire congiuntamente florido) di sostenere i costi sempre più onerosi dell’apparato goto e della politica regia. La propaganda alimentata dal regime teodericiano, tanto ben modulata nello stile della miglior retorica classica da un Ennodio o da un Cassiodoro, fu tesa a proporre e diffondere l’immagine del regno dell’Amalo come un’epoca di felicitas: un’età non solo di concordia e pace, ma anche di prosperità per l’economia. Fatte salve le intenzionali esagerazioni delle fonti, si deve tener presente che con il re goto si ebbe un significativo mutamento rispetto agli equilibri del tardoimpero: nel mondo romano vi era una forte polarizzazione tra le aree che pagavano tributo (come la penisola Iberica o l’Africa) e le aree consumatrici (quelle che ospitavano il grosso dell’esercito, come la regione renano-danubiana, o quella che dovevano sostentare il comitatus imperiale, come l’Italia). L’Italia ostrogota sembra essersi invece proposta come una provincia che, al medesimo tempo, versava i tributi e consumava: lo stesso esercito goto, stanziato nella penisola, reinvestiva qui i suoi proventi, dando stimolo alla produzione manifatturiera e ai commerci. Insomma finché l’equilibrio si mantenne, ossia fintanto che i costi della macchina politico-militare ostrogota non si fecero eccessivi per le risorse italiane, si può pensare a una congiuntura accolta in modo positivo dalle parti in causa. La sostanziale continuità in campo economico e produttivo fatta registrare dal periodo goto rispetto all’età anteriore appare confermata anche dalle fonti materiali, che mostrano, a loro volta, il perdurare degli assetti antichi, individuando un momento di parziale trasformazione, semmai, in precedenza, cioè attorno all’inizio del V secolo: si tratta, peraltro, di fenomeni complessi e in buona parte ancora sfuggenti. In alcuni casi il dato archeologico rischia addirittura, se non viene ben interpretato e confrontato con altri riscontri, di offrire prospettive ingannevoli (ma la stessa avvertenza vale, beninteso, per la testimonianza scritta): per esempio l’archeologia mostra un declino edilizio delle ville, nel corso del V secolo, che sfocia nel tendenziale superamento di un simile modello abitativo alla fine del VI secolo (fatte salve le specificità regionali). A tale apparente decadenza delle strutture materiali, che va comunque letta in tutta la sua complessa articolazione (si tratta, cioè, non di mera rovina generalizzata, ma piuttosto di ristrutturazioni, suddivisioni, abbandono selettivo di alcuni settori), non corrisponde alcuna crisi parallela dei ceti proprietari, né alcuno stravolgimento dei moduli produttivi, per cui bisogna immaginare, semmai, processi di ricollocazione dei centri gestionali e amministrativi nelle campagne, che sono ancora tutti da approfondire. Poco probandi anche le notizie sui villaggi, dal momento che gli esempi conosciuti sono troppo scarsi per suggerire indicazioni generali (tali casi lascerebbero intendere una tendenza alla contrazione dell’abitato, dal V secolo). Possibili spie archeologiche di una crisi della trama insediativa di tradizione romana, dal secolo V, quali l’apparente declino delle ville o il restringimento dei villaggi, sono poi contrastate da indicatori di segno opposto, come il proliferare di luoghi di culto, anche in ambito rurale, che insistono sovente su strutture preesistenti, a ribadire una continuità dei bacini insediativi e una persistente disponibilità di capitali da investire in simili realizzazioni. Insomma le testimonianze archeologiche e quelle scritte, da sole potenzialmente ingannevoli, si possono compensare e «correggere» nel reciproco incrocio, lasciando emergere un quadro, per l’Italia rurale d’età gota, di sostanziale tenuta rispetto agli ultimi tempi dell’Impero d’Occidente, facendo spostare semmai in avanti eventuali cesure e lasciando intendere, comunque, come i processi di trasformazione si siano dipanati su tempi molto lunghi. Tali conclusioni sembrano corroborate anche da ulteriori specialismi, quali la zooarcheologia, che nello studiare i resti degli animali d’allevamento indica il permanere, ancora nel VI secolo, degli antichi usi zootecnici e del tradizionale equilibrio fra il pascolo e il coltivo.

La parabola politica del regno

La cooperazione fra Teoderico e il ceto dirigente romano nell’opera di governo dell’Italia comportò anche lo svolgersi di un rapporto diretto tra il re goto, ariano, e la Chiesa cattolica. Come detto, la diversità di confessione religiosa venne mantenuta quale tratto di identità etnica dell’exercitus barbaro stanziato nella penisola e di distinzione rispetto alla maggioritaria popolazione autoctona. La Chiesa ariana aveva i propri edifici di culto, il proprio clero, le sue proprietà; nei medesimi centri urbani in cui Goti e Romani coabitavano, coesistevano le chiese ariane per i primi e quelle cattoliche (ben più numerose), rivolte ai secondi. A Ravenna, per esempio, vi era una grande cattedrale urbana con un battistero, oltre a una cappella palatina, consacrata al medesimo culto. Pur nel rispetto di una simile separatezza, Teoderico fu chiamato a intervenire in questioni, anche assai rilevanti, che concernevano i cattolici, in quanto dovere connaturato alla responsabilità di governo di sudditi romani che gli era stata affidata; allo stesso tempo ricercò il sostegno delle élite ecclesiastiche cattoliche, perché ciò poteva costituire un ulteriore elemento di legittimazione dalla sua carica agli occhi dei Romani. Dal suo canto la Chiesa doveva vedere nel monarca Amalo non solo un motivo di stabilità istituzionale comunque vantaggiosa in generale, ma anche, data la sua appartenenza a un’altra confessione cristiana, una garanzia di non ingerenza nel delicato ambito della definizione del dogma: a differenza di quanto invece aveva dimostrato di voler fare l’imperatore di Costantinopoli, sin dall’emanazione dell’Henotikon con Zenone nel 482, per congelare il dibattito anti-monofisita in termini risultati sgraditi a Roma.

Battistero degli Ariani (VI sec.). Ravenna.

Battistero degli Ariani (VI sec.). Ravenna.

Sin dai primi anni di regno è attestato un cordiale rapporto di Teoderico con il papa Gelasio I, di cui restano alcune lettere al monarca ostrogoto e una a sua madre, Ereleuva, nelle quali il pontefice, chiedendo agli interlocutori piccoli favori (come il sostegno di ecclesiastici incaricati di sbrigare affari urgenti), si dichiarava certo della benevolenza di Teoderico per la Chiesa cattolica e per la sede petrina, in quanto erede di tutte le prerogative degli imperatori romani d’Occidente e attento custode delle leggi da loro emanate, anche in materia religiosa[10]. Un coinvolgimento ben più impegnativo di Teoderico nelle vicende della Chiesa di Roma si ebbe in occasione del cosiddetto scisma laurenziano, allorquando, alla morte di papa Anastasio II, nel 498, vennero eletti contemporaneamente, in veste di suoi successori, il diacono Simmaco e l’arciprete Lorenzo, sostenuti da opposte fazioni dell’aristocrazia romana. Per sciogliere il nodo le parti chiamarono in causa il re, il quale, in conformità con le norme ecclesiastiche, rinviò il giudizio a un concilio, indicando che si doveva riconoscere come papa colui che fosse stato ordinato per primo, ovvero chi potesse contare sulla maggioranza dei consensi. Solo la testimonianza della fonte che rispecchia il pensiero dei partigiani di Lorenzo, il quale uscì sconfitto, vale a dire il cosiddetto Frammento laurenziano contenuto nel Liber Pontificalis, biasima la condotta dell’Amalo, accusato di essersi lasciato corrompere dai simmachiani. In realtà Teoderico mantenne nella circostanza un contegno di assoluta correttezza costituzionale, assai opportuno anche sotto il profilo politico, dal momento che gli permise di conservare una posizione equilibrata al cospetto dell’Impero e delle élite romano-cattoliche: trascinato in una vicenda delicatissima, in cui, in quanto re barbaro e ariano, rischiava facilmente di apparire un intruso e un prevaricatore, egli si comportò nel pieno rispetto del diritto, eseguendo quanto ci si sarebbe aspettati da un princeps romano. I padri, riuniti nel sinodo che, nel marzo del 499, rimosso Lorenzo, poterono così acclamare Teoderico nel nome di Cristo, mentre l’anno seguente il Goto fu accolto trionfalmente a Roma dal papa e dal Senato, durante una visita – già ricordata – tutta intrisa di simbolismo imperiale. La contesa tra Simmaco e Lorenzo non si esaurì con il pronunciamento del 499, poiché presto i laurenziani ebbero modo di accusare il pontefice di irregolarità liturgiche nella datazione della Pasqua e, contestualmente, di tenere una condotta scandalosa. Nuovamente il re fu sollecitato ad intervenire: rifiutandosi Simmaco di rispondere a una convocazione a Ravenna, Teoderico inviò a Roma, considerata a quel punto sede vacante, un visitator, il vescovo di Altino, Pietro, uniformandosi a quanto già fatto, ad esempio, dall’imperatore Onorio nel 418-419, all’epoca del contrasto fra Bonifacio I e l’antipapa Eulalio. Un intervento tanto risoluto fu suggerito al monarca, supremo responsabile dell’ordine pubblico in Italia, dalla preoccupazione che potessero scoppiare dei tumulti tra le due fazioni in campo; peraltro egli si astenne ancora una volta dal formulare giudizi di merito, di natura dottrinale o disciplinare, rimettendo ogni decisione a un apposito concilio, convocato nel 502. A questo, nel sollecitare una pronta risoluzione del caso, Teoderico dichiarava apertamente di essere stato costretto alle azioni che aveva intrapreso per il dovere di reintegrare la pax, l’unitas e la tranquillitas della Chiesa, di fronte alla drammatica confusio in cui essa versava, in ossequio alla tradizione degli imperatori romani cristiani e allo stesso dettato evangelico, investendo il concilio di quei compiti che non rientravano nelle legittime competenze del monarca.

Mosaico raffigurante papa Simmaco (484-514) trionfante su Lorenzo. Sant'Agnese fuori le Mura, Roma

Mosaico raffigurante papa Simmaco (484-514) trionfante su Lorenzo. Sant’Agnese fuori le Mura, Roma

Solo nel 506 la complessa questione fu risolta in via definitiva a favore di Simmaco, che il Senato reintegrò nelle sue chiese e proprietà su precisa richiesta del re. Teoderico si sforzò, dunque, in tutta la lunga vicenda, di mantenersi super partes, consolidando la propria delicata posizione con la forza del diritto, scrupolosamente osservato, e legittimandosi agli occhi dei sudditi romani con una condotta che rispondeva alle loro attese, in qualità di «facente funzione» dell’imperatore. Appaiono meno facilmente dimostrabili, invece, calcoli politici da parte sua, pure intravisti da alcuni studiosi, legati a una pretesa polarizzazione degli schieramenti a favore dei due candidati al soglio papale (filo-costantinopolitani i partigiani di Lorenzo, su posizioni più «occidentali» i simmachiani), su cui Teoderico avrebbe giocato, nella sua complessa dialettica con Costantinopoli. L’equilibrio politico che per la maggior parte del regno di Teoderico si era conservato, tra i Goti e i Romani all’interno del regno e tra il regno e l’Impero sul piano internazionale, si incrinò drammaticamente a partire dal decennio 520-530, aprendo la strada a un processo che portò rapidamente alla guerra e alla fine dell’esperienza politica ostrogota nella penisola, oltre che alla scomparsa degli Ostrogoti in quanto gruppo etnico con una propria specifica identità. I fattori che condussero a un simile esito furono molteplici: al fondo vi era senza dubbio il nodo della mancata fusione tra Goti e Romani, con il mantenimento di una società bipartita, in cui alla forzata cooperazione si accompagnava pur sempre una sostanziale estraneità, se non un latente antagonismo. Gli Ostrogoti, ragionando nei termini classici di un esercito di foederati, si erano affiancati alla popolazione italica senza volersi mischiare a questa, svolgendo prerogative loro esclusive (quelle militari) e serbando la propria identità di gruppo; i Romani avevano accettato i Goti in quanto situazione ineludibile in quel frangente, cercando di trarre i vantaggi (di stabilità politica, istituzionale, militare) che dalla loro presenza poteva derivare, ma senza percepirli  come una scelta né ottimale né irreversibile. L’iniziale collaborazione si era probabilmente trasformata ben presto in competizione, con il ceto dirigente romano che si vedeva incalzato dai Goti sia nelle responsabilità amministrative (malgrado la teorica suddivisione dei compiti, le sovrapposizioni di fatto, o anche gli espliciti arbitrii, non mancavano certo), sia nel controllo della ricchezza, mano a mano che i notabili goti andavano acquisendo proprietà e il potere su uomini e cose che da quelle discendeva. Per quanto sia impossibile scrivere la Storia sulla scorta delle ipotesi, si può anche pensare che simili difficoltà avrebbero potuto essere superate con il tempo, portando alla lunga ad una fusione tra barbari e Romani, e quindi alla nascita di una nuova società e di un nuovo assetto istituzionale, come accadde, in momenti diversi, in Gallia con i Franchi o in Spagna, con i Visigoti, oltre che con gli stessi Longobardi in Italia. Invece, ogni possibile processo di integrazione venne stroncato dal volgere del quadro politico internazionale, in seguito alla determinazione dell’imperatore Giustiniano, salito al potere nel 527, di procedere al recupero dei territori occidentali detenuti da re barbari (l’Africa vandala, la Spagna visigota, l’Italia ostrogota), per ripristinare l’unità dell’Impero. Il disegno giustinianeo, ispirato da una chiara visione politico-ideologica e reso possibile anche dalle capacità di investire in Occidente risorse umane e finanziarie, in genere immobilizzate sul fronte persiano, fornì alle élite italiche una validissima sponda cui appoggiarsi per superare la necessità della presenza ostrogota nella penisola, intravedendo la chance del reintegro di un governo imperiale diretto. Va tenuto pure presente che, nel medesimo momento, la speranza di Teoderico di crearsi una forte base d’appoggio presso gli altri capi barbari occidentali, attraverso un’accorta politica di alleanze perseguita anche con matrimoni mirati, per raccogliere attorno a sé una solidarietà e un concreto sostegno militare che irrobustissero la sua posizione, fu spezzata dal rapido e prepotente emergere del re franco Clodoveo, il quale, negli ultimi anni del V secolo, riuscì a conquistare quasi tutta la Gallia (in buona parte a danno dei Visigoti, alleati di Teoderico), guadagnandosi l’appoggio delle aristocrazie galloromane anche in virtù della sua conversione al cattolicesimo. La nascita di un forte regno franco, in cui barbari e galloromani andavano rapidamente avvicinandosi, nel segno di una fede religiosa e di un sistema di valori condivisi, e alleato con l’Impero, fece saltare la pretesa di leadership occidentale del re ostrogoto, indebolendolo anche di fronte alle nuove mire giustinianee.

Il cosiddetto Avorio Barberini (prima metà del VI secolo). Raffigurazione a rilievo (al centro) di un imperatore romano vittorioso. Musée du Louvre. Secondo alcuni si tratterebbe di Anastasio I; secondo altri di Giustiniano I.

Il cosiddetto Avorio Barberini (prima metà del VI secolo). Raffigurazione a rilievo (al centro) di un imperatore romano vittorioso. Musée du Louvre. Secondo alcuni si tratterebbe di Anastasio I; secondo altri di Giustiniano I.

La crisi era precipitata in conseguenza dell’avvio di una persecuzione da parte di Giustino (518-527), il predecessore di Giustiniano, degli ariani residenti nelle regioni dell’Impero; a costoro venivano sottratte coattivamente le chiese, le quali erano consegnate ai cattolici, per essere da loro riconsacrate e riutilizzate. L’azione assunta da Giustino rientrava in un quadro di ricerca dell’uniformità religiosa, proseguita e anzi intensificata dal suo successore e tesa a porre termine a una lunga stagione di controversie teologiche (principalmente, intorno alla natura di Cristo) e dottrinali, oltre che corrispondente a una più generale pretesa di uniformità culturale e «ideologica» della res publica. L’unità e l’univocità della fede si identificavano, infatti, con l’unicità dell’Impero e del suo reggente, e, quindi, ogni forma di dissenso religioso finiva con il coincidere con il dissenso politico contro la potestà imperiale. Dopo gli ariani, con Giustiniano furono duramente perseguitati i seguaci di altre espressioni ereticali del Cristianesimo e i fedeli di religioni diverse, dai montanisti ai samaritani, dagli Ebrei ai pagani (molti dei quali si potevano ancora rintracciare tra i ceti più elevati e colti della società imperiale, come per i professori della scuola neoplatonica di Atene, che fu allora chiusa con la forza). Le misure intraprese contro i non cattolici andavano alla chiusura dei loro luoghi di culto all’espulsioni dalle funzioni pubbliche da molte professioni, dalla limitazione dei diritti giuridici alle confische patrimoniali, fino al carcere e alla pena di morte. Teoderico rispose alle iniziative orientali con analoghi provvedimenti a danno dei cattolici, molte delle cui chiese in Italia vennero chiuse, espropriate o distrutte. In questo modo, il re si faceva garante della causa ariana, suscitando il favore della componente gota del suo regno, alla quale egli era ora indotto ad appoggiarsi in modo più esplicito, e tendenzialmente esclusivo, a fronte di una palese crisi del legame con i Romani. In una tale frattura sfociavano tutte le contraddizioni irrisolte dalla forza coesistenza nella penisola di Romani e barbari, mai condotti a una reale fusione, e le diffidenze derivanti dalle nuove opzioni politiche possibili. I Goti erano evidentemente allarmati per il riavvicinamento in atto fra l’imperatore e le élite romane, sempre più fiduciose in una disponibilità del princeps a un intervento diretto in Italia, alla luce delle rinnovate mire sull’Occidente da costui manifestate, e avvertivano, perciò, l’impossibilità di proseguire nella collaborazione politica con quelle. Romani eminenti, come il filosofo Severino Boezio e suo suocero Simmaco, già valenti collaboratori del regime teodericiano (il primo era stato console e magister officiorum), furono accusati di tradimento, per collusione con quello che ormai si percepiva e indicava come un nemico, vale a dire l’Impero, e vennero condannati a morte. Boezio scrisse la sua opera più celebre, la Consolatio philosophiae, in carcere, dove era stato gettato per aver preso le difese del Senato e di Albino, vittima di accuse ingiuste, nell’anno 524, lo stesso del suo assassinio.

Mosaico della cupola del Battistero degli Ariani (VI sec.). Ravenna.

Mosaico della cupola del Battistero degli Ariani (VI sec.). Ravenna.

Per convincere Giustino ad arrestare la persecuzione degli ariani, in uno scenario quale quello sopra descritto, nel quale erano saltati tutti gli equilibri politici e istituzionali fra Goti e Romani, Teoderico costrinse a recarsi in missione per suo conto a Costantinopoli lo stesso papa Giovanni I, paradossalmente chiamato a farsi portavoce e scudo degli eretici. L’episodio, che viene tramandato da fonti sostanzialmente avverse ai Goti, come la biografia del pontefice riportata nel Liber Pontificalis, è stato diversamente interpretato dalla critica moderna quale atto di deliberata umiliazione del papa ad opera di Teoderico, nella sua aperta sfida ai romano-cattolici del regno; oppure, al contrario, come un tratto di continuità nel rapporto di cooperazione, consueto e sperimentato, fra il re e il vescovo di Roma, il quale, soprattutto a partire dal pontificato di Ormisda (514-523), si sarebbe offerto in veste di canale privilegiato delle relazioni tra Ravenna e Costantinopoli, facendosi preferire allo stesso Senato, la cui fedeltà appariva, in quei frangenti, meno certa. Che i contatti fra Teoderico e l’Impero, circa le cruciali questioni religiose, non prive di riflessi più ampiamente politici, si svolgessero per il tramite dei pontefici, sembra confermato da notizie quali quelle, sempre desunte dal Liber Pontificalis, che si riferiscono alle missioni a Costantinopoli dei vescovi di Pavia, Ennodio, e di Capua, Germano, tese a sanare lo scisma acaciano e decise, secondo la fonte, da papa Ormisda in accordo con Teoderico[11]. Se ancora negli anni di Ormisda poteva funzionare un equilibrio politico-istituzionale che vedeva svolgersi attraverso la naturale mediazione pontificia il dialogo fra l’Impero e il re dei Goti d’Italia, specie in materia religiosa, la vicenda di Giovanni I appare costituire, invece, un momento di drammatica e irreversibile rottura di tale equilibrio; questa è almeno l’interpretazione della vicenda che risulta codificata nella testimonianza delle fonti papali, ma anche nell’Anonimo Valesiano, e che si fissò, dunque, come memoria «ufficiale» dell’evento per i Romani, sancendo la definitiva condanna di Teoderico, ora respinto nella dimensione, quasi uno stereotipo, del re barbaro, eretico e persecutore. Giunto a Costantinopoli con un seguito di prelati e di senatori, Giovanni sarebbe stato accolto con il massimo onore dall’imperatore, che lo ricevette con rispetto e devozione, inchinandosi davanti a lui, tanto da indurre l’estensore della biografia del pontefice nel Liber Pontificalis a rievocare l’atteggiamento di Costantino I per papa Silvestro, vale a dire lo stereotipo, l’idealizzazione, del rapporto fra l’imperatore cristiano e il vescovo di Roma[12]. Con toni volutamente opposti viene dipinto, nel medesimo testo, il ritorno in Italia del papa: Teoderico, convinto del tradimento di Giovanni che da Giustino aveva ottenuto la cessazione delle persecuzioni contro gli ariani ma non la facoltà di ritornare all’arianesimo per chi nel frattempo era stato costretto ad abbracciare l’ortodossia, e ricavandone la conferma della nuova sintonia che i ceti dirigenti romani del regno andavano instaurando con il princeps, a minaccia per i Goti, lo gettò in carcere, sottoponendolo a violenze fisiche e morali che lo portarono presto alla morte per stenti, nel maggio del 526.

August Vogel, Il vescovo Ulfila. Marmo, 1894.

August Vogel, Il vescovo Ulfila. Marmo, 1894.

La violenza compiuta contro il papa Giovanni I si accompagnava agli assassinii di Simmaco e di Boezio, alle accuse di tradimento mosse al ceto senatorio e alle confische delle chiese cattoliche nel rendere evidente una secca svolta della politica teodericiana, maturata nel tratto finale del suo regno, che, come s’è detto, era frutto del fallimento di un assetto dell’equilibrio sempre precario, all’interno e sul piano internazionale, messo infine in crisi dall’evolvere della situazione generale; e che venne invece dipinta nelle testimonianze coeve, come si vedrà anche più sotto, nei termini di una sorta di crisi improvvisa di follia, o perfino di possessione diabolica, di un re che fino ad allora aveva mantenuto un comportamento accettabile dal punto di vista dei Romani. Teoderico non sopravvisse a lungo alle sue vittime, morendo egli stesso nel corso dell’anno 526. A succedergli fu chiamato il nipote Atalarico, che però era ancora un bambino, costringendo la madre Amalasunta (da tempo rimasta vedova) ad assumere la reggenza in suo nome. Dopo la prematura scomparsa dello stesso Atalarico, nel 534, Amalasunta associò al trono, sposandolo, il cugino Teodato, uno dei più insigni e ricchi esponenti dell’aristocrazia gota. Non più giovane, Teodato s’era sino a quel momento distinto soprattutto per la propria abilità negli affari, dotandosi, come s’è visto, di vastissime proprietà in Tuscia; in grado di parlare latino e dirozzato nella filosofia platonica, ma poco esperto delle cose di guerra, dimostrava una fisionomia più prossima a quella di un aristocratico romano che non a quella di un guerriero di stirpe gota. L’aristocrazia gota si trovò, allora, di fronte a un bivio: cercare di ricucire il rapporto con i Romani e con l’Impero, superando la crisi emersa negli ultimi anni del regno di Teoderico, oppure completare lo strappo, esasperando la tensione, perseguendo il predominio sui Romani del regno e sfidando militarmente l’Impero, di cui, forse, si dubitava della capacità effettiva di intervenire in armi in Italia in modo massiccio. Secondo quanto si apprende dalle fonti, Amalasunta avrebbe preferito il primo indirizzo e si sarebbe fatta perciò scrupolo di contrastare ogni prevaricazione a danno dei Romani, fino a risarcire gli eredi di Simmaco e Boezio, mantenendo aperto il dialogo con il ceto senatorio. Teodato, invece, al di là di un atteggiamento ambiguo nel momento della salita al trono, si dimostrò in sintonia con la parte dell’aristocrazia di stirpe che caldeggiava lo scontro, esaltando i valori tradizionali goti, motivo di identità dell’exercitus Gothorum quale gruppo separato e dominante, e verosimilmente allettata dalla prospettiva di rapidi arricchimenti attraverso più facili appropriazioni e confische di beni.

Ms. Hunter 374, V 1, 11, f. 4r (1384-1385). Pagina manoscritta e miniata dal De Consolatione Philosophiae cum Commento di Boezio.

Ms. Hunter 374, V 1, 11, f. 4r (1384-1385). Pagina manoscritta e miniata dal De Consolatione Philosophiae cum Commento di Boezio.

L’alternativa politica sembrava esprimersi, dunque, in un’alternativa anche culturale: di ciò è evocatore (fatte salve le deformazioni dovute alla stilizzazione letteraria e alla prospettiva tutta imperiale dell’autore) il resoconto che offre Procopio circa il contrasto che si verificò per l’educazione del piccolo Atalarico[13]. La madre, aspirando a rendere il figlio un emulo dei principes romani, lo affidò a tre vecchi pedagoghi goti che dovevano istruirlo nelle lettere, mentre gli aristocratici di corte volevano per lui un’educazione tradizionale di stirpe, che trascurasse l’apprendimento delle scienze umane, per essere piuttosto rivolta all’esercizio fisico e all’addestramento militare. Procopio dipinge secondo stereotipi romani la contrapposizione, opponendo la raffinatezza dell’istruzione ricercata da Amalasunta alla rozzezza barbara del modello goto, che spinse Atalarico ad abbandonare i libri e i saggi maestri per vivere selvaggiamente con suoi coetanei, tra bevute smodate, commerci carnali con donne e giochi violenti, fino a morirne. L’episodio, pur nelle sue convenzioni, rende comunque l’idea dello scontro in atto all’interno del ceto dirigente ostrogoto, con la parte che si riconosceva in Amalasunta messa ben presto in minoranza. La regina, vieppiù isolata, cercò dapprima di indebolire il partito avverso spedendo lontano dalla corte alcuni suoi esponenti di punta, con incarichi di vario genere; quindi, per irrobustire il potere regio, si risolse a sposare Teodato, che forse pensava (erroneamente, come risultò dai fatti) vicino alle proprie posizioni. Soprattutto, però, ella si era preoccupata di richiedere, ottenendola, la protezione di Giustiniano, preparandosi anche a una fuga a Costantinopoli, in caso di necessità. L’esplicitarsi del legame tra la figlia di Teoderico e l’imperatore, insieme alla palese inconciliabilità di posizioni politiche ormai radicalizzate, alimentate anche da moduli ideologico-culturali antitetici, precipitò gli eventi: nel 535 Teodato depose la consorte, facendola relegare prigioniera in un’isola del lago di Bolsena, dove ella, poco dopo, venne fatta strangolare. L’omicidio offrì a Giustiniano, in forza della protezione che egli aveva accordato alla regina gota a lui commendatasi, il motivo formale per muovere guerra al regno ostrogoto, allestendo, in quello stesso anno, una spedizione agli ordini del comandante Belisario (che aveva già condotto con successo la campagna contro i Vandali in Africa), diretta a rovesciare la dominazione barbara in Italia e a reintegrare la penisola nell’Impero.

La guerra

Mausoleo di Teoderico il Grande. Pietra d'Istria, 520 ca. Ravenna.

Mausoleo di Teoderico il Grande. Pietra d’Istria, 520 ca. Ravenna.

La consapevolezza che l’esercito ostrogoto era ammassato nelle regioni centro-settentrionali della penisola italiana convinse l’Impero a sferrare l’attacco contro l’Italia muovendo da sud. Nel mese di giugno del 535 circa diecimila soldati, guidati direttamente da Belisario, sbarcarono in Sicilia e conquistarono rapidamente l’isola, mentre un altro esercito imperiale, condotto dal magister militum Mundo, occupava la Dalmazia. L’irresolutezza del re goto Teodato, sorpreso dal precipitare degli eventi, convinse Belisario a insistere nell’offensiva, attraversando lo stretto di Messina e proseguendo senza ostacolo fino a Napoli; quest’ultima città, che ospitava un presidio goto, oppose invece una strenua resistenza e fu presa solo dopo un assedio, cui seguì un duro saccheggio, primo episodio delle ripetute violenze che le popolazioni dell’Italia dovettero subire nel corso del lunghissimo conflitto per mano di entrambi i contendenti. Teodato fu accusato dai suoi di non aver saputo contrastare con efficacia il nemico, e venne perciò assassinato e sostituito con Vitige. Fu a Roma che, nel corso del 537, si svolse uno dei fatti d’arme più significativi della guerra. La città, presa senza fatica dagli imperiali dopo che i Goti l’avevano evacuata, fu sottoposta a un infruttuoso, prolungato, assedio ad opera di Vitige; mentre il grosso delle forze ostrogote restava impegnato attorno all’Urbe, gli imperiali si spinsero nelle Marche, in Romagna, in Emilia, espugnando numerose piazzeforti, e riuscirono temporaneamente ad occupare anche Milano, presto riconquistata, però, dai Goti, che la devastarono per punizione, accusando i milanesi di essere in combutta con i nemici. Nel maggio del 540 Belisario riuscì ad entrare a Ravenna, dopo trattative che avevano previsto una spartizione della penisola italiana tra l’Impero (cui sarebbe dovuta andare tutta la porzione a sud del Po) e gli Ostrogoti (che sarebbero rimasti nelle regioni a nord del fiume). Vitige fu condotto, con molti aristocratici della sua stirpe, a Costantinopoli, mentre Belisario si spostava a combattere sul fronte persiano.

Maestro si S. Vitale in Ravenna. Mosaico raffigurante il generale Belisario (dettaglio), 547. Basilica di S. Vitale, Ravenna.

Maestro si S. Vitale in Ravenna. Mosaico raffigurante il generale Belisario (dettaglio), 547. Basilica di S. Vitale, Ravenna.

Il conflitto si era solo apparentemente così risolto. Le difficoltà sopravvenute nell’esercito imperiale, per l’inadeguatezza del comando e l’irregolarità della paga, e il malcontento degli Italici verso l’esosità del fisco fecero intravedere ai Goti i margini per una riscossa politica e militare, che si concretizzò, dopo i brevi regni di Ildibado e di Erarico, nell’elezione a re di Totila, già comandante del presidio di Treviso, nel 541. Totila innanzitutto riorganizzò le sue truppe, irrobustendo la propria flotta (in precedenza pressoché inesistente) e adottando una strategia che evitava di impegnarsi in lunghi e faticosi assedi delle città, per ottenerne piuttosto la resa attraverso trattative; nei centri in tal modo conquistati si abbatteva la cinta muraria, per scongiurare l’eventualità che i nemici potessero in futuro tornare a servirsene. Inoltre egli colpì sul piano economico la grande aristocrazia romana, fedele all’Impero, espropriandola dei suoi latifondi (il fisco regio si fece percettore non solo delle imposte ordinarie, ma anche delle rendite) ed affrancando gli schiavi, che vennero convinti, in cambio della libertà, a combattere a fianco dei Goti. In breve volgere di tempo Totila trascinò i suoi a ripetuti successi, che gli consentirono di spostare il fronte nel Mezzogiorno, procedendo alla presa di importanti città, quali Benevento o Napoli. Per qualche mese, tra la fine del 546 e la primavera del 547, i Goti rioccuparono pure Roma, teatro in seguito di contese dall’esito alterno, nel mentre la popolazione era ridotta ai minimi termini, per numero e per condizioni di vita. Solo nel 550, dopo che i Goti erano sbarcati in Sicilia, l’imperatore Giustiniano si decise a produrre il massimo sforzo per risolvere la guerra in Italia, laddove in precedenza le risorse erano state impegnate prevalentemente sul fronte persiano. Allontanato definitivamente dal teatro italiano Belisario, il comando dell’esercito imperiale fu affidato al praepositus sacri cubiculi e sacellarius Narsete, privo di grande esperienza militare, ma abile politico; al suo fianco il generale Giovanni detto il Sanguinario, provato combattente. L’esercito guidato da Narsete, forte di trentamila uomini, in gran parte ausiliari barbari, ben equipaggiato e finanziato, mosse dalla Dalmazia nella primavera del 552 ed entrò in Italia attraverso il suo confine nordorientale, scendendo lungo l’arco altoadriatico, per puntare allo scontro risolutore con il grosso delle truppe nemiche, che erano concentrate nelle regioni centrali della penisola. La battaglia decisiva avvenne in località Busta Gallorum, presso Gualdo Tadino (Taginae), dove i Goti furono sbaragliati e lo stesso Totila cadde ucciso; il suo successore, Teia, cercò un’estrema riscossa, portandosi da Pavia ai monti Lattari (Mons Lactarius), ma fu a sua volta battuto; con la sua morte l’esercito goto si dissolse, i superstiti ripararono disordinatamente nelle proprie sedi di provenienza e il regno ostrogoto in Italia ebbe la propria conclusione. I Goti sopravvissuti «scomparvero» tra le fila della popolazione della penisola, confondendosi del tutto con essa e quindi perdendo da quel momento, anche agli occhi dello studioso moderno, ogni connotazione identitaria di gruppo a sé stante.

Gli Ostrogoti attaccano il Mausoleo di Adriano, difeso da Romani e Bizantini, 537 d.C. Illustrazione di A. McBride.

Gli Ostrogoti attaccano il Mausoleo di Adriano, difeso da Romani e Bizantini, 537 d.C. Illustrazione di A. McBride.

Il 13 agosto del 554 Giustiniano, emanando il testo di legge noto come Prammatica Sanzione, poté sancire il reintegro formale dell’Italia nell’Impero, annullando, tra l’altro, tutti i provvedimenti adottati da Totila contro la proprietà. Fatti d’arme proseguirono nella penisola almeno fino al 561, sia per la disperata resistenza di qualche ultima piazzaforte gota (come Brescia o Verona) sia per la permanenza nella penisola di bande di altre stirpi, che erano intervenute nel conflitto come truppe mercenarie, ma che avevano finito con l’approfittare del disordine complessivo per condurre razzie a proprio esclusivo vantaggio. Già attorno al 539 guerrieri franchi, guidati dal loro re Teodeberto, avevano scorrazzato per l’Emilia e per la Liguria, saccheggiando anche Genova, ed erano infine stati debellati più dalla carenza di viveri e dall’esplodere di un’epidemia che dal contrasto di qualcuno. Teodeberto cercò anche di rivendicare, infruttuosamente, di fronte all’imperatore, un proprio diritto a governare l’Italia del nord, per averla sottratta ai Goti e come ricompensa per il suo intervento militare a favore della causa imperiale. Nell’estate del 553, gruppi di Franchi e di Alamanni, alla cui testa erano due fratelli, Butilino e Leutari, percorsero la penisola fino allo stretto di Messina, depredando tutto ciò che capitava loro a tiro, prima che le truppe imperiali riuscissero a sconfiggerli (Volturnus) e un’epidemia falcidiasse i superstiti, riparati nella loro roccaforte di Ceneda, nella Venetia. Alla restaurazione del potere imperiale sull’Italia si accompagnava la pretesa di ripristinare lo status quo politico, amministrativo, sociale, economico, anteriore all’esperienza teodericiana; ma la penisola usciva da un ventennio di guerra stravolta in modo irreparabile, tanto che il conflitto tra gli Ostrogoti e l’Impero, con tutte le sue implicazioni e conseguenze, può in qualche misura essere assunto come un significativo momento di cesura tra gli assetti dell’Italia tardoromana e quelli che il paese doveva conoscere nell’età medievale. La Prammatica Sanzione aveva annullato gli espropri e le manomissioni di schiavi di cui era stato artefice Totila, rendendo all’aristocrazia senatoria la propria ricchezza e il proprio predominio sociale; tuttavia, questo ceto risultava decimato dal lungo conflitto e molti dei suoi beni erano comunque spogliati e in rovina. Narsete, investito di ampi poteri per la ricostruzione, si sforzò di restaurare le città, fece erigere nuovi castelli per meglio proteggere il confine alpino, riordinò i comandi militari, ristabilì l’antico ordinamento amministrativo, anche se ora furono amputate all’Italia la Sicilia (posta alle dirette dipendenze di Costantinopoli), la Sardegna e la Corsica (entrambe assegnate all’Africa) e la Dalmazia (attribuita all’Illirico). Malgrado simili interventi, l’aspetto complessivo del paese restava miserevole rispetto a un passato non troppo remoto: la popolazione era drasticamente ridotta (anche se calcoli precisi rimangono impossibili), esposta a carestie ed epidemie, e vaste regioni erano interamente disabitate. I campi coltivati erano di conseguenza arretrati di fronte all’incolto, con l’estendersi di boschi e acquitrini, che modificavano profondamente il paesaggio modellato nei secoli dell’Impero romano per opera dell’uomo, alterando le condizioni generali di vita. Molte delle grandi strade romane caddero in disuso, per lo svuotamento dei territori che attraversavano; nei centri urbani, la scarsità dei residenti comportò una ridefinizione degli spazi, con cambi d’utilizzo per interi quartieri, non più necessari a fini abitativi, e perciò reimpiegati, volta per volta, come serbatoi di materiali da costruzione, tratti degli antichi edifici in rovina, o magari come discariche, come aree di attività manifatturiere, o, ancora, come spazi destinati alla coltivazione o all’allevamento. Accanto alle trasformazioni degli aspetti materiali (poco documentabili dall’archeologia, per l’eccessiva ristrettezza dell’arco cronologico in questione), si registrarono anche profondi mutamenti nelle istituzioni. Ogni concreta autonomia amministrativa della penisola rispetto a Costantinopoli venne di fatto annullata: la carica di prefetto del pretorio, che era sempre stata di un Romano, fu ora riservata a un funzionario orientale, così come di provenienza orientale furono molti burocrati. Tale tendenziale estromissione degli Italici dai gradi più rilevanti dell’amministrazione concorse con altri eterogenei fattori, quali l’onerosa fiscalità o, più in generale, la crescente divaricazione culturale tra le antiche parti occidentale e orientale dell’Impero romano, a far sentire la restaurazione giustinianea da parte degli abitanti dell’Italia più come l’imposizione di un governo esterno, se non palesemente «straniero», che come l’effettiva rinascita di una perduta unità politica «romana». Un simile scollamento di intenti, e di sentimenti, unito allo stato di debolezza sociale, economica e militare in cui versava la penisola, lasciò campo aperto all’invasione longobarda, che ebbe luogo appena quindici anni più tardi.

La memoria di Teoderico

Teodorico (in mone di Giustino). Quarto di siliqua, Roma 518-525. Ar. 0,73gr. – Dritto, D.N.IVSTINVS.AVG. Testa diademata di Giustino I.

Teodorico (in mone di Giustino). Quarto di siliqua, Roma 518-525. Ar. 0,73gr. – Dritto, D.N.IVSTINVS.AVG. Testa diademata di Giustino I.

Se nel suo complesso l’esperienza del regnum Gothorum, durata un sessantennio, non ha lasciato una traccia particolarmente incisiva nella memoria storica dell’Italia, né negli assetti sociali, economici, istituzionali di questa, ben altra fortuna ha conosciuto, non solo nella penisola, la figura individuale del re Teoderico. Costui ha infatti perpetuato un ricordo di sé che è durato nel tempo e che ancora non si è del tutto spento, almeno nella forza suggestiva del nome; tuttavia il Teoderico tramandato ha poco a che fare con il personaggio storico, dal momento che è il frutto di pesanti deformazioni e trasfigurazioni, siano esse d’intento polemico oppure di semplice elaborazione letteraria. Per un verso Teoderico appare presente nella tradizione delle ballate danesi, svedesi e norvegesi, giunte fino a noi per lo più in manoscritti del XVI secolo, e nelle saghe svedesi e norvegesi, redatte soprattutto a partire dal XIII secolo, sulla base di materiali anteriori. Non è immediato percepire come la fama di un re divenuto famoso in Italia, tra V e VI secolo, abbia potuto giungere a radicarsi nell’estremo nord del continente europeo, a tale distanza di tempo. È plausibile che racconto su Teoderico, di aperta esaltazione della sua figura, si siano diffusi dall’Italia nelle regioni immediatamente oltre le Alpi all’indomani della caduta del regno ostrogoto, mediante i Goti superstiti trasferitisi in nuovi paesi o i diversi canali di parentela e amicizia fra le aristocrazie gote e quelle di altre stirpi barbare. Dalle regioni transalpine, nel corso dei secoli, i canti su Teoderico, continuamente rielaborati, sarebbero risaliti, grazie a cantori itineranti, fino alle corti scandinave, dove avrebbero trovato una codificazione scritta. Nelle ballate e saghe nordiche Teoderico diventa Diderik af Bern, «Teodorico di Verona», signore di quella città cui, come si è visto, già gli autori antichi lo avevano strettamente associato, perché lì aveva ottenuto il successo decisivo su Odoacre che gli aveva assicurato il governo sull’Italia. Nei diversi testi Diderik è reso protagonista di vicende mirabolanti, di pura fantasia, in cui si mischiano differenti narrazioni e personaggi letterari. In una famiglia di ballate, egli guida una spedizione contro il paese di Birtingsland (forse la Bretagna di Artù?) e si batte con il re Isak, che è difeso da un gigante, Risker, contro il quale Diderik impiega il proprio campione Vidrik Verlandsson, identificabile con il Wittrich, o Witke, di varie saghe tedesche. In un altro racconto Diderik combatte addirittura a fianco di un leone contro un drago, che piega in virtù di uno stratagemma; invece in un ultimo canto egli invade lo Jutland del ribelle Holger, che rifiuta di sottomettersi al suo potere, finendo però, questa volta, con l’essere sconfitto rovinosamente, visto che il suo esercito viene interamente distrutto.

Codex Pal. germ. 359, f. 1v (1420 ca.). Duello fra Diderik e Sigfrid dal Rosengarten zu Worms.

Codex Pal. germ. 359, f. 1v (1420 ca.). Duello fra Diderik e Sigfrid dal Rosengarten zu Worms.

In un caso come quello rappresentato da quest’ultima ballata, molto tarda, sembra evidente la trasposizione in un’epoca immaginaria e pregna di echi letterari di vicende contemporanee, dal momento che la lotta di Holger (una figura tratta dal ciclo di Carlo Magno) pare proprio simboleggiare le guerre dinastiche della Danimarca del XVI secolo; Diderik è qui ridotto a emblema del re straniero e oppressore, senza alcuna correlazione superstite non solo con la figura storica del re ostrogoto, ma nemmeno con la sua trasfigurazione eroica, propria delle saghe anteriori. In opere precedenti, pur senza poter negare la fondamentale rielaborazione letteraria avvenuta, alcuni critici vedono invece il permanere di tracce di vicende storiche reali legate al vero Teoderico: se così, si dovrebbe allora pensare che i cantari più risalenti abbiano tramandato imprese autentiche dell’Amalo, e che solo in seguito esse siano state trasformate poeticamente, contaminandosi con altre tradizioni. In tale prospettiva, ad esempio, la spedizione in Birtingsland sarebbe il calco della spedizione condotta da Teoderico in Asia Minore nel 484, su ordine dell’imperatore Zenone, per stroncare l’insurrezione dell’Isauria; lo scontro finale con Isak rappresenterebbe la battaglia di Cherreos, che vide Teoderico assediare il rivoltoso Illus e Verina, suocera dello stesso Zenone. Nella ballata, Verina potrebbe essere rappresentata da una strega, presente nella narrazione. Alla rivolta di costei contro il potere imperiale legittimo potrebbe riferirsi allegoricamente anche la storia della lotta tra il drago e il leone, partecipe Diderik/Teoderico, visto che Verina era vedova dell’imperatore Leone e aveva cercato di condurre al trono l’usurpatore Basilisco («il drago», in lingua greca), contro il legittimo erede Zenone. Allo stesso tempo, però, non si può omettere di segnalare come la lotta con il drago/serpente sia una costante in contesti culturali diversissimi, dai gveda indiani all’Avestā persiano, fino alle saghe germaniche di Beowulf o di Sigfrid e alla Bibbia. Anche prescindendo dalla plausibilità di simili derivazioni e richiami, che restano ben difficili da dimostrare, rimane la constatazione di quanto poco abbia a che fare, nel complesso, Diderik con Teoderico. Uno stravolgimento, anche se di natura totalmente diversa, della figura dell’Amalo si riscontra pure nella tradizione generatasi in seno all’ambiente romano-cattolico, dove Teoderico e gli altri re degli Ostrogoti divennero una sorta di emblema del re barbaro eretico e persecutore, nemico della cattolicità e dei valori romani. Nelle fonti di origine pontificia, in particolare nel Liber Pontificalis, l’intera epoca dei Goti in Italia viene bollata come un periodo di arbitrio e di persecuzione, anche se è in particolare Totila, il più pericoloso eversore della proprietà e del diritto agli occhi del ceto senatorio, ad attirare i maggiori strali. Totila diventa l’espressione migliore della crudeltà e dell’empietà barbariche, il tyrannus che spregia il diritto e al quale i Dialoghi di papa Gregorio Magno attribuiscono, a posteriori (l’opera venne redatta tra il 593 e il 594), svariati episodi di soprusi contro la proprietà della Chiesa e la vita degli ecclesiastici, da lui umiliati, torturati, assassinati. Connotazione fortemente negativa assume anche la figura di Teodato, non solo perché omicida di Amalasunta, ma anche per aver voluto nel 536 come papa, Silverio, sgradito a Costantinopoli.

Codice Chigi L VIII 296, f. 36r (XIII sec.). Giovanni Villani, Cronica Nuova. Totila distrugge le mura di Firenze.

Codice Chigi L VIII 296, f. 36r (XIII sec.). Giovanni Villani, Cronica Nuova. Totila distrugge le mura di Firenze.

Il giudizio su Teoderico resta meno netto, rispetto alla condanna irrimediabile e perpetua che si poté pronunciare su Totila. In fondo ciò che non tornava nel bilancio sull’Amalo era, come detto, lo scarto tra una prima parte della sua attività di governo sostanzialmente accettabile dai Romani e dalla Chiesa (come durante lo scisma laurenziano) e una «svolta» successiva, di segno ostile; colpiva soprattutto l’apparente repentinità di tale mutamento, tanto che l’Anonimo Valesiano poteva ben fare riferimento alla possessione diabolica per spiegare le «improvvise» misure contro i cattolici assunte da Teoderico, a cominciare dalla distruzione di una chiesa a Verona, ma anche dalla protezione accordata agli Ebrei. Il racconto che in modo più efficace fissò per i posteri l’immagine di Teoderico dal punto di vista della Chiesa, suggellandone la memoria, è però il noto brano contenuto nei Dialoghi di Gregorio Magno, altrimenti, come s’è visto, accaniti soprattutto contro Totila. Nella narrazione gregoriana, si riferisce la testimonianza, che lo stesso papa dichiarava di aver ricevuto da tale Giuliano, secundus defensor della Chiesa di Roma, circa la visione profetica avuta, molti anni prima, da un santo eremita nell’isola di Lipari; a questi, proprio nell’istante in cui il re goto moriva a molti chilometri di distanza, Teoderico era apparso scalzo e poveramente vestito, con le mani legate e scortato dalle sue vittime Simmaco e papa Giovanni I, per essere infine gettato dentro il cratere di un vulcano, dove lo attendeva il fuoco eterno[14]. Tale immagine, d’immediato impatto visivo nella sua drammatica plasticità, sintetizzò al meglio il bilancio ultimo stilato dai ceti dirigenti romani e cattolici (di cui Gregorio Magno era ottimo esponente) sull’esperienza teodericiana, consegnando in via definitiva il barbaro persecutore della Chiesa e del Senato al biasimo perpetuo di quanti continuano a riconoscersi nei valori della tradizione romano-imperiale.

Note all’articolo

[1] Magni Aurelii Cassiodori Variarum libri XII, ed. A.J. Fridh, Turnholti 1973 (Corpus Christianorum, Series Latina, 96), I, 1 (d’ora in avanti, Cass. Variae). [2] Magni Felicis Ennodi Panegyricus dictus clementissimo regi Theoderico, in Eiusd. Opera omnia, ed. W. Hartel, Vindobonae 1882 (ristampa anastatica New York-London 1968) (Corpus Scriptorum Ecclesiasticorum Latinorum, 6), pp. 262-286, alle pp. 271-272: rivolgendosi a Teoderico, gli indica come «tua» la città di Verona, perché fortunato teatro di successo su Odoacre. [3] Cass. Variae, II, 39. [4] Agathiae Myrinaei Historiarum libri quinque, ed. R. Keydell, I-II, Berolini 1967 (Corpus Fontium Historiae Byzantinae, 2), I, 1, 6. [5] Cass. Variae, II, 19. [6] Cass. Variae, VII, 4. [7] Fragmenta historica ab Henrico et Hadriano Valesio primum edita (Anonymus Valesianus), ed. R. Cessi, in Rerum Italicarum Scriptores, nuova edizione, XXIV/4, Città di Castello 1912-1913, 17 (d’ora in avanti, Anonymus Valesianus). [8] Cass. Variae, IX, 14. [9] Procopii Caesariensis De bello Gothico, in Eiusd. Opera omnia, II edd. J. Haury – G. Wirth, Lipsiae 1963 (Bibliotheca Scriptorum Graecorum et Romanorum Teubneriana), I, 3 (d’ora in avanti, Proc. Bell. Goth.). [10] Epistolae Theodericianae variae, ed. T. Mommsen, in Monumenta Germaniae Historica, Auctores antiquissimi, XII, Berolini 1894, pp. 387-392: 1, 3, 6 (a Teoderico); 4, 5 (a Ereleuva). [11] Le Liber Pontificalis, a cura di L. Duchesne, I, Paris 1955, pp. 269-270. [12] Ivi, p. 276. Si veda anche Anonymus Valesianus, pp. 20-21. [13] Proc. Bell. Goth. I, 2. [14] Grégoire le Grand, Dialogues, ed. A. De Vogué, Paris 1980, IV, 31.

La genesi del ceto medio

di A. Poloni, Potere al popolo. Conflitti sociali e lotte politiche nell’Italia comunale del Duecento, Milano-Torino 2010, pp. 9-20.

Venti di rivolta

Tra il 1199 e il 1200 la vita di Reggio Emilia fu improvvisamente sconvolta da una sollevazione popolare. I nobili definirono sprezzantemente gli insorti “Mazzaperlini”, “Ammazzapidocchi”, un’allusione, non proprio velata, alla bassa estrazione sociale della maggior parte di loro. Sempre nel 1200 il popolo di Brescia con un colpo di mano elesse un nuovo podestà. Nello stesso anno a Padova i popolari privarono i nobili dei poteri che esercitavano a vario titolo nelle campagne attorno alla città. Nel 1203 il popolo di Lucca, guidato da Ingherrame da Porcari, esponente di un’importante famiglia signorile del territorio lucchese, si ribellò ai nobili e li affrontò in diversi scontri militari fuori dalle mura cittadine. Anche il popolo di Milano si sollevò contro i nobili in quello stesso 1203. Nel 1206 a Vicenza i popolani, esasperati dalle lotte tra le fazioni aristocratiche, che impedivano il regolare funzionamento delle istituzioni cittadine, irruppero nel palazzo del Comune e nominarono podestà il milanese Guglielmo da Pusterla, che già altrove si era dimostrato sensibile alle istanze del populus. Sempre nel 1206 a Bergamo la potente famiglia dei Suardi tentò di impedire al podestà di convocare un’assemblea di cittadini nella chiesa di Santa Maria Maggiore; questo sopruso provocò la violenta reazione del popolo.
Negli stessi anni e in quelli immediatamente successivi in molte altre città dell’Italia centro-settentrionale si registrano avvenimenti simili. Ma qual è questo “popolo” che irrompe sulla scena comunale all’inizio del Duecento? Chi sono i populares, i popolari? Per ora è sufficiente dire che con il termine “popolo” le fonti duecentesche non indicano genericamente la popolazione cittadina, l’insieme degli abitanti della città, ma fanno riferimento a un movimento politico organizzato, i cui affiliati prendono appunto il nome di “popolari”. Si tratta di un movimento della forza trascinante, capace di coinvolgere migliaia di persone di ogni estrazione sociale in clamorose azioni di protesta.
Il popolo era un movimento di opposizione, e i suoi nemici, i suoi bersagli polemici, erano i potenti, i privilegiati, che nel linguaggio dell’epoca venivano chiamati nobiles, “nobili” o, più comunemente, milites, “cavalieri”. Il vertice della società cittadina era infatti occupato da un numero variabile di famiglie – da alcune decine nelle città più piccole ad alcune centinaia in quelle più grandi – che consideravano come proprio tratto distintivo la possibilità e la capacità di combattere a cavallo. Dall’inizio del Duecento il termine milites venne utilizzato sempre più spesso per indicare l’aristocrazia cittadina nel suo complesso in opposizione ai populares. In effetti l’immagine del cavaliere si prestava bene a riassumere la superiorità prima di tutto economica, ma anche sociale e politica di questo ceto rispetto al resto della società. Il combattimento a cavallo richiedeva innanzitutto notevoli risorse economiche: acquistare una lancia, una spada, un pugnale, un’armatura, ma soprattutto comprare e mantenere uno o, meglio, più cavalli non era certo alla portata di tutti. I cavalieri, inoltre, erano il corpo d’élite militare, un forte impatto scenografico capace di rappresentare visivamente il prestigio, la potenza, l’alterigia della classe alla quale appartenevano. Questa aristocrazia militare controllava le istituzioni e occupava praticamente tutte le cariche politiche del Comune.
L’improvvisa capacità di iniziativa dimostrata dal popolo all’inizio del Duecento diede inizio a decenni di lotte, di accordi precari, di tensioni controllate a fatica, di rivolte violente e di infiniti dibattiti nelle grandi sale dei palazzi comunali. Non che la vita che prima di allora si svolgeva all’ombra delle mura cittadine si possa definire pacifica, almeno non nel senso che attribuiamo oggi a questo aggettivo. I milites avevano costruito la loro identità di gruppo sulla guerra, sull’abilità nel combattimento, ed era inevitabile che l’ideologia e il linguaggio che facevano da sfondo alla loro preminenza influenzassero il loro comportamento anche in tempo di pace. Uno sgarbo, un’offesa, un qualunque atto che potesse essere interpretato come una mancanza di rispetto dava luogo a conflitti che dilagavano rapidamente, coinvolgevano prima nuclei familiari, poi lignaggi interi e infine gruppi di famiglie alleate tra loro. Le inimicizie familiari si tramandavano di padre in figlio e riesplodevano periodicamente in faide, guerricciole, agguati. I conflitti non rimanevano relegati nel privato – ammesso che per il XII secolo si possa davvero parlare di una sfera privata separata da quella pubblica. Le guerre tra famiglie e tra gruppi di famiglie si intrecciavano e si sovrapponevano alla lotta per il potere, gli odi personali irrompevano immancabilmente nelle assemblee dove si decideva la politica cittadina.
Anche prima della repentina comparsa del popolo, dunque, la vita nelle città non scorreva certo tranquilla; possiamo dire anzi che il conflitto e lo scontro, verbale e fisico, erano connaturati all’esistenza stessa del Comune, non costituivano l’eccezione, il momento di trasgressione, ma piuttosto una regola con la quale a lungo si convisse senza troppi problemi. Il conflitto, inoltre, non rimaneva confinato all’interno del ceto dei milites. I lignaggi aristocratici disponevano di un’ampia rete di alleati, amici, supporters e clienti che affondava in tutti gli strati della società e che comprendeva – oltre a un numero variabile di pari in grado – ricchi mercanti che a volte, magari in cambio di prestiti o sovvenzioni, si erano visti concedere l’onore di un matrimonio con una fanciulla blasonata, piccoli proprietari terrieri e artigiani bisognosi di protezione, contadini dipendenti che lavoravano sulle terre dei milites. La società comunale era, a tutti i livelli, una società turbolenta e per molti versi violenta.
Ciò non significa che l’ingresso del popolo sulla scena pubblica abbia semplicemente aggiunto un ulteriore elemento di complicazione a un quadro già di per sé piuttosto mosso. Il nuovo protagonismo del popolo rappresentò, all’inizio del Duecento, un fenomeno del tutto inedito. Per la prima volta a prendere autonomamente l’iniziativa di dar vita a un movimento di opposizione furono i gruppi sociali esclusi dal potere, estranei alla cerchia privilegiata dei milites, coloro che, se pure in passato avevano preso parte alla vita politica del Comune, lo avevano fatto in modo del tutto marginale e subordinato alle esigenze dei potenti.
Certo in molti casi, soprattutto in questa prima fase, il popolo si scelse una guida militare e carismatica all’interno dello stesso ceto dei milites o tra gli esponenti più irrequieti delle grandi famiglie di signori rurali che proprio a cavallo tra il XII e il XIII secolo stavano scegliendo in gran numero di abbandonare i castelli e le fortezze sparsi per le campagne per godersi gli agi della vita di città. È innegabile che i nobili che accettavano di appoggiare le rivendicazioni popolari fossero spesso mossi da un calcolo politico, e che intendessero giocare questa nuova carta nell’ambito della tradizionale competizione tra famiglie aristocratiche.
Tutto ciò non cambia però nella sostanza i termini della questione. Fino a quel momento i mercanti, i bottegai, gli artigiani, i piccoli proprietari terrieri avevano preso parte al conflitto, che era allo stesso tempo economico, sociale e politico, soltanto all’interno dei seguiti armati e delle reti clientelari che facevano capo alle famiglie aristocratiche. Dall’inizio del Duecento essi tentarono di conquistarsi uno spazio nella vita pubblica puntando non più sulle relazioni verticali con i potenti, ma sulla solidarietà orizzontale che li legava agli altri esclusi, a tutti coloro che, al di là delle differenze, spesso notevoli, di status e di condizione economica, erano accomunati dal fatto di essere dei non milites. Di essere cioè dei pedites, gente che combatte a piedi, un’altra etichetta che i nuovi protagonisti scelsero spesso per sé in aggiunta a quella di populares, o al posto di essa.
Il conflitto tra milites e populus ha inoltre una natura e un contenuto profondamente diversi dalle lotte tra i lignaggi aristocratici. Certo, il popolo desiderava una maggiore partecipazione alla vita politica del Comune e, bisogna ammetterlo, era anche animato da una certa ostilità di classe nei confronti dei milites. Ma la vera novità è che il popolo, a differenza delle fazioni nobiliari che da sempre si scontravano per le strade della città, aveva, come vedremo, qualcosa di molto simile a un programma politico. Esso non intendeva semplicemente prendere parte all’accaparramento delle cariche comunali, alla spartizione delle risorse economiche legate al controllo delle istituzioni – anche se questo aspetto non era certo assente – ma intendeva affermare una sua concezione della politica, una sua precisa idea di come dovesse funzionare il Comune, di quale dovesse essere il comportamento della classe dirigente, di quale dovesse essere il rapporto tra governanti e governati.

Ambrogio Lorenzetti, Allegoria degli Effetti del Cattivo Governo in Campagna (1338-1339). Parete di sinistra della Sala dei Nove, Palazzo Pubblico, Siena.

Ambrogio Lorenzetti, Allegoria degli Effetti del Cattivo Governo in Campagna (1338-1339). Parete di sinistra della Sala dei Nove, Palazzo Pubblico, Siena.

Lotta di classe senza la classe

La lotta del popolo era quindi qualcosa di simile a una lotta di classe. Il problema è che il popolo non può in alcun modo essere considerato una classe. In effetti populus, populares, pedites erano contenitori politici molto capienti riempiti con gli oggetti più disparati. Dentro il popolo si incontravano gruppi sociali, interessi economici, sensibilità politiche profondamente diverse tra loro.
In prima linea nel populus troviamo spesso mercanti di una certa levatura. Nelle città economicamente più dinamiche – come Lucca, Siena, Firenze, Asti – si tratta anche di uomini d’affari impegnati nei traffici internazionali e in attività finanziarie di alto livello, spesso in rapporto con le principali corti europee. A un gradino inferiore, un po’ in tutte le città dell’Italia centro-settentrionale, non mancano i mercanti di medio rango, che hanno saputo conquistarsi un certo benessere grazie agli scambi a livello locale, regionale o sovraregionale e lucrando, attraverso la concessione di prestiti, in genere su pegno, sulle difficoltà economiche di monasteri, enti ecclesiastici e persino famiglie aristocratiche in decadenza.
I mercanti di alto e medio rango solo a fatica possono essere fatti rientrare nella categoria, del resto tutt’altro che ben definita, degli esclusi dalla politica. I membri più intraprendenti di questo gruppo già all’inizio del Duecento mettevano a disposizione del Comune le loro peculiari competenze nella gestione del denaro ricoprendo incarichi di carattere amministrativo e fiscale. Non è raro trovare mercanti, anche provenienti da famiglie di origine recente, nella veste di tesorieri del Comune, o responsabili della riscossione di qualche imposta.
Le famiglie benestanti avevano inoltre un’altra possibilità di avvicinarsi alle stanze del potere: avviare i loro rampolli alle professioni giuridiche. Proprio negli anni a cavallo tra il XII e il XIII secolo in tutti i Comuni si andava definendo, per andare incontro alle esigenze di una società resa sempre più complessa e stratificata dall’incremento demografico e dalla crescita economica, un sistema giudiziario articolato in una serie di tribunali (curie) con diverse competenze. C’era dunque bisogno di giudici, e in questo campo la cultura personale e la preparazione professionale erano spesso determinanti, al di là dell’origine familiare. Come in altre epoche, in sostanza, i cittadini che ne avevano le possibilità economiche puntavano anche sull’istruzione come fattore di mobilità sociale. Bisogna inoltre considerare che all’inizio del Duecento molti esperti del diritto provenivano ancora dalle fila della militia, e che dunque avere un giudice in famiglia consentiva di stringere relazioni con personaggi molto influenti. Il denaro, in pratica, permetteva ai mercanti di maggior successo di entrare in contatto con gli ambienti più esclusivi e di frequentare i luoghi dove si prendevano le decisioni che riguardavano la città.
L’attività mercantile non era comunque, tra XII e XIII secolo, l’unica strada per raggiungere una certa agiatezza e nutrire fondate ambizioni di ascesa sociale. Il XII secolo, in particolare la seconda metà, fu caratterizzato da un forte aumento della popolazione delle città comunali. All’incremento demografico che caratterizzò nello stesso periodo tutta l’Europa si aggiunse infatti il fenomeno dell’inurbamento degli abitanti delle campagne. Attratti dalle tante opportunità economiche offerte dall’ambiente urbano, piccoli e medi proprietari rurali, artigiani che lavoravano nei villaggi, ma anche contadini senza terra che non riuscivano più a sfamare la famiglia con gli appezzamenti presi in affitto si spostavano dentro le mura della città o nei borghi che si sviluppavano rapidamente a ridosso di esse. Tutta questa gente però doveva essere nutrita. Il mercato cittadino assorbiva gran parte della produzione delle campagne, ma spesso per soddisfare le necessità di una popolazione sempre più numerosa e sempre più esigente si era costretti a ricorrere all’importazione di prodotti alimentari da altre aree. Inevitabilmente si innescavano fenomeni inflazionistici: si è calcolato, per esempio, che a Lucca nel periodo compreso tra il 1160 e il 1200 i prezzi aumentarono del 150%, con un picco negli anni novanta.
I proprietari terrieri, almeno quelli che per vivere non erano costretti a coltivare direttamente la loro terra, ma la davano in affitto ai contadini, non se la passavano affatto male. I prodotti dei loro campi si vendevano molto bene. Certo l’inflazione provocava una rapida perdita di valore degli affitti percepiti in denaro, ma esisteva una soluzione. Quasi ovunque, tra il XII e il XIII secolo, i canoni in denaro vennero sostituiti da affitti in natura, che potevano essere proficuamente commercializzati sul mercato cittadino. I proprietari più intraprendenti ricontrattarono gli affitti con i contadini e imposero loro condizioni più pesanti e il versamento di una quota maggiore dei raccolti.
Insomma, all’inizio del Duecento non erano pochi i piccoli e medi proprietari residenti in città che si possono definire benestanti. La città offriva loro anche possibilità per far fruttare il denaro. Essi potevano per esempio finanziare le attività di qualche mercante, oppure investire in prestiti su pegno a chiese e monasteri in difficoltà. Spesso gli enti religiosi non riuscivano a restituire il muto e il prestatore si teneva il pegno, in genere costituito da un appezzamento di terra. In questo periodo di forte crescita economica perciò anche i medi e persino i piccoli proprietari terrieri riuscivano in alcuni casi a dare un’istruzione superiore ad almeno uno dei loro figli e a vederlo inserito nell’ambiente prestigioso dei giudici che prestavano servizio nei tribunali cittadini.
Tra il XII e il XIII secolo, in tutti i Comuni italiani erano tante le famiglie impegnate in una faticosa scalata sociale. Un esempio può essere utile per rendere un po’ meno anonima questa folla che forse non ha ancora ricevuto dagli storici tutta l’attenzione che meriterebbe. Gli Onesti furono nella seconda metà del Duecento una tra le famiglie più in vista del nuovo gruppo dirigente formatosi a Lucca dopo l’affermazione del popolo. Onesto, il capostipite eponimo della famiglia, visse nella seconda metà del XII secolo. Di lui non sappiamo praticamente nulla; negli archivi di Lucca non si è conservato un solo documento che lo riguardi direttamente. L’unica cosa che sappiamo è che ebbe cinque figli, e tutti ricevettero dal padre il sostegno economico e morale necessario per farsi strada ai livelli più alti della società cittadina. Onesto doveva quindi essere benestante: si trattava con ogni probabilità di un piccolo proprietario terriero che riuscì ad approfittare del trend economico fortemente positivo della seconda metà del XII secolo. Forse era immigrato dal contado; quello che è certo è che viveva nel Borgo di San Frediano, la parte della città esterna al “centro storico” circondato dalle mura altomedievali dove si concentravano le residenze dei milites. San Frediano, alla fine del XII secolo, era un po’ la “periferia” di Lucca, dove vivevano le famiglie di più recente immigrazione, gli artigiani e tutti gli addetti alle attività produttive, gli “uomini nuovi” che cercavano di approfittare delle opportunità offerte dallo stimolante ambiente cittadino.
Tancredo, uno dei figli di Onesto, divenne un esperto di diritto, e nelle fonti compare come causidicus. Tale qualifica indicava una formazione bolognese, al contrario del titolo di iudex, che era conseguibile attraverso una preparazione interamente locale. Questa circostanza è indicativa dell’ambiente di Onesto e delle sue notevoli possibilità economiche. Tancredo ebbe una carriera ben avviata e fin dagli anni novanta del XII secolo mise le sue competenze a disposizione dei vari tribunali cittadini. Noradino, un altro figlio di Onesto, sfruttò al meglio l’estesa rete di contatti nella quale il fratello era in grado di introdurlo e s’impegnò in politica, riuscendo in breve tempo a diventare uno dei leaders del nascente movimento popolare. Gli ultimi tre fratelli, Benetto, Gualterio e Ughetto, scelsero invece la mercatura.
Nei primissimi anni del Duecento l’economia lucchese stava cambiando volto sotto gli effetti di quel fenomeno che gli storici definiscono “rivoluzione commerciale”, paragonabile, per la portata delle trasformazioni che produsse, alla “rivoluzione industriale” che apre l’età contemporanea. Da secoli gli artigiani lucchesi si erano fatti una certa fama per la loro abilità nella lavorazione della seta. Si trattava però di una piccola produzione locale, che non era in grado di rivaleggiare con la ben più sviluppata industria serica del mondo bizantino. Dall’inizio del XIII secolo, tuttavia, la manifattura serica lucchese subì un forte sviluppo e cominciò a esportare i suoi prodotti soprattutto in Francia e, più tardi, in Inghilterra. Nel giro di pochi decenni Lucca, l’unica città del mondo occidentale specializzata nella lavorazione della seta, ottenne il monopolio di fatto della fornitura di tessuti serici alle corti reali e principesche e alle aristocrazie del nord Europa.
Benetto, Gualterio e Ughetto, i tre figli di Onesto, furono tra i Lucchesi artefici di questo fondamentale salto di qualità. Dai primissimi anni del Duecento i fratelli si dedicarono all’affare, sempre più redditizio, dell’importazione a Lucca della seta greggia che veniva utilizzata nelle botteghe cittadine per la produzione degli zendali, i leggerissimi tessuti di seta per i quali Lucca divenne presto celebre in tutta Europa. Benetto, Gualterio e Ughetto acquistavano la materia prima a Genova; fin dal XII secolo infatti i Lucchesi, che avevano un pessimo rapporto con la vicina Pisa, si servivano del porto genovese per tutte le loro esigenze di contatto con l’esterno.
Il popolo però non era composto soltanto da mercanti di successo e proprietari benestanti alla ricerca del loro posto al sole. Al di sotto di questo livello superiore c’era un ampio strato medio dai contorni indefiniti, composto da piccoli mercanti locali, bottegai e artigiani specializzati nelle diverse fasi nelle quali si articolavano le produzioni di punta delle città comunali, in particolare le manifatture tessili. Anche in questo caso si trattava spesso di famiglie non prive di ambizione, anch’esse beneficiate dal lungo ciclo economico positivo che si aprì tra la fine del XII e l’inizio del XIII secolo. Bisogna ammettere tuttavia che di questa folla di tessitori, tintori, filatori, lanaioli, commercianti di panni con la bottega nel centro cittadino sappiamo poco. Più si scende la scala sociale più le tracce documentarie si rarefanno e diventa difficile ricostruire storie personali e familiari con la ricchezza di particolari consentita, per esempio, per i figli di Onesto.
Molti dei mercanti e dei proprietari terrieri dei quali abbiamo parlato nelle pagine precedenti, infatti, hanno dato vita a famiglie che, grazie anche al successo politico legato all’affermazione del popolo alla metà del Duecento, hanno mantenuto un poso centrale nella società cittadina per decenni o addirittura per secoli. La lunga sopravvivenza di queste famiglie, molto interessate alla perpetuazione della propria memoria familiare e, più materialmente, alla custodia degli atti notarili che comprendevano i loro diritti patrimoniali ed economici – che potevano essere contestati a distanza di generazioni – , ha fortemente aumentato la chance di conservazione dei documenti che le riguardavano direttamente. È invece più raro che gli artigiani e i bottegai che componevano il livello medio del popolo riuscissero a fondare dinastie familiari della storia plurisecolare. Insieme alla memoria familiare si sono perciò dispersi anche gli atti notarili che hanno scandito le diverse fasi della loro esistenza.
Tanto più sono condannati all’anonimato i cittadini che facevano parte del livello inferiore del popolo, ovvero soprattutto gli artigiani dediti alle attività che, pur essendo indispensabili per far fronte alle esigenze di una popolazione cittadina in continua crescita, non erano legate al commercio internazionale, interregionale o almeno regionale: calzolai, fabbri, macellai, fornai, mugnai, maestri muratori e falegnami ecc. Per la verità questo gruppo non è sempre facilmente distinguibile da quello precedente. In effetti all’interno dell’ampio ed eterogeneo mondo artigiano esisteva un’estrema varietà di condizioni economiche. Non tutti i calzolai, per esempio, erano uguali; alcuni di essi, grazie alla loro particolare abilità professionale, riuscivano a farsi una clientela altolocata e giungevano a livelli di benessere che nulla avevano da invidiare a quelli dei più apprezzati tintori che operavano i tessuti destinati all’esportazione, o addirittura a quelli di molti mercanti di piccolo calibro. Sarebbe dunque forse più corretto inserire nello strato medio tutti gli artigiani che, al di là della loro specifica professione e del fatto che fossero legati o meno al commercio extra-cittadino, erano riusciti a farsi un nome e avevano raggiunto livelli di ricchezza decisamente superiori alle medie dei loro “colleghi”. Nello strato inferiore rimarrebbero dunque gli altri artigiani, che vivevano dignitosamente del loro lavoro, e i lavoranti e gli apprendisti che prestavano servizio nelle botteghe artigiane.
Del resto non ha alcuna importanza fissare partizioni precise tra i diversi livelli sociali ed economici degli appartenenti al popolo. Questo tentativo anzi, a voler ben vedere, è piuttosto insensato se si considerano le caratteristiche peculiari della realtà comunale dell’inizio del Duecento. Si trattava di una società in movimento e in trasformazione, estremamente fluida, nella quale per i cittadini più intraprendenti, qualunque fosse la loro origine, i passaggi da un livello all’altro non erano affatto impossibili, e neppure tanto rari. Ci furono anche casi di artigiani che riuscirono ad accumulare un capitale sufficiente per dedicarsi con profitto alle attività commerciali e inserirsi a pieno titolo nel ceto dei grandi mercanti, o che misero in atto una scaltra politica di acquisti fondiari e si integrarono nel gruppo dei proprietari terrieri. Quello che si è tentato di fare nelle pagine precedenti non è tanto descrivere in maniera soddisfacente le articolazioni della società comunale – ammesso che ciò sia possibile – , ma piuttosto dare un’idea, anche approssimativa, della complessità e dell’eterogeneità del raggruppamento che definiva se stesso populus.
In ogni modo una cosa deve essere chiara. Il confine inferiore del popolo era rappresentato da piccoli artigiani e lavoranti, gente comunque che viveva dignitosamente. Nel popolo non c’erano veri poveri, indigenti che non riuscivano a guadagnarsi il pane, disperati che non avevano nemmeno un tetto sopra la testa. Semplificando, potremmo dire che il popolo rappresentava la parte produttiva della città: esso raccoglieva tutti coloro che improvvisamente si erano resi conto di costituire la componente più vitale e avanzata dell’economia e della società, e che pensavano che questo fatto incontrovertibile desse loro diritto a un più ampio spazio politico.
Il popolo, in conclusione, non era una classe sociale preesistente, definita da particolari caratteristiche economiche e dotata di una precisa identità collettiva, che a un certo punto entrò in conflitto con la classe dominante dei milites. Esso era invece un’organizzazione costruita interamente ex novo a cavallo tra il XII e il XIII secolo, attraverso la scomposizione di legami sociali preesistenti e la ricomposizione di forme di solidarietà del tutto nuove, che avvicinavano gruppi sociali che in apparenza avevano ben poco in comune. Questo processo, eccezionalmente rapido, di costruzione di nuove forme di aggregazione e di identità sociale rende a mio parere questa fase una delle più importanti – o forse la più importante – della storia dei Comuni dell’Italia centro-settentrionale.
[…]

Miniatura dai 'Tacuina sanitatis' (XIV sec.), raffigurante la vendita di forniture in seta.

Miniatura dai ‘Tacuina sanitatis‘ (XIV sec.), raffigurante la vendita di forniture in seta.

La Repubblica fiorentina come modello dello Stato moderno

di B. Beuys, Firenze nel Medioevo. Vita urbana e passioni politiche (trad. it. di A. Audisio), Milano 2000, pp. 9-14.

Quando, a cavallo del Due-Trecento, Firenze si avviava a divenire metropoli, un abbondante 26% della popolazione toscana viveva entro mura cittadine. Come una calamita, la città sull’Arno attirava la popolazione del contado: nel 1200 Firenze contava circa 40000 abitanti, saliti a 110000 anime nel 1300. Soltanto le Fiandre potevano sopportare una tale concentrazione cittadina. Nel resto dell’Europa territorio e popolazione vivevano al 90% nel segno di una società agraria feudale. Oggi è esattamente l’inverso. E nel mezzo si trova quel processo di civilizzazione che è impensabile senza l’urbanizzazione, senza una cultura «della città», e che si riflette nella stessa lingua: civitas – civiltà – cittadino. Civis, «colui che appartiene a uno Stato», è ora civis urbanus, «cittadino» ovvero abitante di una città, in contrapposizione a «contadino», abitante del contado, della campagna. La cultura urbana mantiene tuttavia il carattere di cultura «civica» nel senso di appartenenza a una comunità politica.

Andrea da Firenze, Cristo con la Croce sulla via del Calvario. Affresco, 1365-68. Firenze, Chiesa di Santa Maria Novella.

Andrea da Firenze, Cristo con la Croce sulla via del Calvario. Affresco, 1365-68. Firenze, Chiesa di Santa Maria Novella.

Non c’è dubbio: partendo dall’epoca curtense il mondo europeo moderno si affermò definitivamente deviando per la via traversa dell’assolutismo. Ma fu un’era in cui la ristrettezza mentale, l’arbitrio statale e la mancanza di libertà dominavano in una misura sconosciuta ai tempi precedenti. A tal proposito si dimentica facilmente che molte radici della nostra civiltà affondano negli anni in cui le due Americhe non erano state ancora scoperte e in Europa, a dispetto di tutto il pluralismo conflittuale, i confini si potevano attraversare senza passaporto.
Le città dell’Italia settentrionale e della Toscana sono state – accanto alle Fiandre – le precorritrici della politica, dello stile di vita e della cultura civica, con Firenze, infine, in capo a tutte. Fu qui che, come in un laboratorio della modernità, gli abitanti – dopo il tramonto del mondo antico – intrapresero per la prima volta il tentativo di convivere in armonia in uno spazio ristretto e di sperimentare nuove forme di vita politica, sociale e religiosa. Il compito, in condizioni mutate e in prospettiva diversa, è rimasto lo stesso: come si può ottenere che individui di raggruppamenti diversi, con abitudini, convinzioni e obiettivi assai discordi, possono convivere liberamente in un ambiente limitato, sviluppando tuttavia con convinzione un senso di solidarietà e di comunità? Come possono combinarsi le aspirazioni dell’individuo e gli interessi della totalità, senza danno e senza costrizione? Secondo lo storico Arno Borst questo «senso civico» crea «lo spazio di libertà di una comunità che si autogoverna preponendo il massimo bene come all’interesse individuale, con il fiero sentimento di un comune radicamento nel consorzio patrio, al di là di ogni barriera, con il senso di corresponsabilità per un’esistenza di tutti degna di esseri umani».

Campanile di Giotto. Vista da Piazza San Giovanni. Firenze.

Campanile di Giotto. Vista da Piazza San Giovanni. Firenze.

Nell’Impero tedesco la «cittadinanza» e la nobiltà camminavano in due mondi separati e quelle stesse città che si erano sottratte alla tutela del loro grande proprietario ecclesiastico o laico erano costrette in continuazione a strappare a caro prezzo da lui – o dall’imperatore loro alleato – le proprie libertà sotto forma di privilegi. Il Comune sull’Arno, invece, fin dal 1250 era una repubblica di diritto autonomo. Già nel 1183, con la pace di Costanza seguita a lotte sanguinose, le città della Lega Lombarda avevano ottenuto di fatto l’indipendenza dall’imperatore Federico Barbarossa. Adesso esse approfittavano della lotta fra l’imperatore Federico II e i papi romani e del vuoto di potere seguito alla morte di Federico nel 1250 per scuotere definitivamente le catene giuridiche che le legavano all’Impero. La repubblica inaugurata a Firenze nel 1250 sarebbe durata – nonostante i rilevanti inceppamenti patiti soprattutto al tempo dei Medici – oltre 250 anni.
Ai primi del Quattrocento Leonardo Bruni, uno dei più eminenti umanisti e dal 1427 al 1444 cancelliere della Repubblica fiorentina, scriveva: «… sopra tutto con ogni diligenza si provvede che vi regni la santissima giustizia… dipoi, che ci sia la libertà, senza la quale questo popolo mai fu disposto a vivere». Parole solenni, largamente smentite dalla realtà. Nella Repubblica di Firenze comandavano i casati più ricchi ed economicamente potenti, da 60 a 70 famiglie sostenute da consorterie e «partiti» legate mani e piedi ai capi. La Parte fiorentina, non prevista da alcune leggi, fu la più importante istituzione sull’Arno. Le massime e le alte cariche politiche e amministrative, previste a breve termine, erano appannaggio di non più di 3000 Fiorentini maschi. Eppure la libertà, continuamente invocata, non era poi una parola tanto vuota in Firenze. Gli ideali repubblicani rimasero sicuramente una meta lontana, e tuttavia il loro continuo richiamo produsse i suoi effetti.

Ritratto di Leonardo Bruni.

Ritratto di Leonardo Bruni.

Quando nel 1581 Michel Montaigne visita Firenze, allora capitale dell’assolutistico Granducato di Toscana, i Fiorentini gli appaiono come l’immagine di quella «libertà perduta» che da tanto tempo è diventata il segno di un tempo perduto. Il libero Comune sull’Arno, definitivamente tramontato nel 1530, non era una democrazia come il ventesimo secolo l’intende. Nella Firenze del tardo Medioevo e del Rinascimento l’ingiustizia sociale e l’oppressione regnavano sovrane. Soltanto una minoranza godeva dei diritti civili. Della stragrande maggioranza degli abitanti di quel tempo non è rimasta traccia, o accenno alla loro vita, ai loro sentimenti. (Ma non si dimentichi che in molte parti d’Europa il diritto di voto è stato riconosciuto alle donne soltanto nei primi decenni del Novecento, che per secoli il potere è rimasto nelle mani di pochi casati patrizi e che a mercanti e corporazioni era negato il diritto di parola. E, in questi nostri anni e giorni, stanno dinanzi agli occhi di tutti lo strapotere e l’occupazione delle istituzioni da parte di fazioni e partiti).
Nonostante tali limiti, bisogna mettere in conto un fatto rilevante, senza il quale Firenze non avrebbe esercitato il suo ruolo di prototipo in Europa. In quel periodo si formò sull’Arno una società aperta e tollerante, inusitata per il mondo d’allora. Qui l’Inquisizione intervenne meno che altrove. Gli artisti forestieri erano benvenuti, quando ad esempio in Siena potevano esercitare soltanto pagando una tassa spropositata. Arnolfo di Cambio, scultore e architetto del Duomo, o Giotto di Bondone venivano di fuori, eppure godettero di alta stima e onore finché vissero e, ovviamente, furono sepolti in Duomo.

Lorenzo Ghilberti, Autoritratto - Testina in bronzo. Firenze, Battistero (porta nord).

Lorenzo Ghilberti, Autoritratto – Testina in bronzo. Firenze, Battistero (porta nord).

Coluccio Salutati e Leonardo Bruni, i cancellieri più celebri della Repubblica fiorentina, ma non nativi, frequentavano gli ambienti più alti della città e divennero il motore di nuovi sviluppi. Nessuno si sognò di tenerli a distanza come «stranii», forestieri. Quando Palla Strozzi, uno dei cittadini più abbienti di Firenze, Coluccio Salutati e Lorenzo Ghilberti s’incontravano in piazza della Signoria – la brevità del cammino favoriva i frequenti incontri in un poso o nell’altro – discutevano da esperti sul progetto di un nuovo portale di bronzo per il Battistero, che uscì appunto dalla bottega del Ghilberti. Oppure avveniva che Palla Strozzi li invitasse a casa per mostrar loro un manoscritto greco di età classica che egli aveva appena comperato.
Il frate Girolamo Savonarola era di Ferrara. Il suo successo fiorentino fra il 1494 e il 1498 non fu opera di magia nera, né fu un “infortunio sul lavoro” nella storia di Firenze. I Fiorentini, senza distinzione di ceto sociale, si entusiasmarono del priore del convento di San Marco perché egli prometteva la realizzazione di quelle utopiche aspirazioni repubblicane che, non intaccate ufficialmente sotto i Medici, erano state tuttavia rinnegate e non avevano più chi le difendesse. A partire dal 1282 le «arti» occupavano le massime cariche politiche, ma senza che sull’Arno potesse imporsi un rigido, fossilizzato governo delle corporazioni. L’appartenenza simultanea a due arti non era un fatto raro, e chi operava e vendeva al Mercato pur non appartenendo a un’arte, non aveva nulla da temere. I diversi ceti sociali non vivevano isolati come in un ghetto, bensì porta a porta. Certo, in alcune zone della città – soprattutto intorno a Santa Croce e a San Frediano – si concentrava un maggior numero di case di lavoratori che non in altre. Ma nell’insieme ricchi e poveri si distribuivano in ugual misura nei quartieri cittadini.

La virtù dei mercanti ha nome ragione, per se parecchie volte essi la contraddicono. Il consenso all’interno delle mura cittadine è la condizione indispensabile perché l’economia fiorisca e prosperino gli affari. In Firenze, già nel Duecento la nobiltà cittadina e i casati borghesi dominanti intrecciarono vincoli familiari, si collegarono negli affari, sicché avevano ottimi motivi per promuovere una medesima politica d’interessi nel governo della città. Più che altrove, a partire dal 1350, la gente nuova, i nuovi ricchi, cittadini immigrati dalla Toscana, riuscì a ottenere prestigio e cariche.
Fin dai suoi inizi la Repubblica fiorentina si richiamò al modello dell’antica epoca romana. Anche per questo motivo è importante far luce sui suoi primi anni nel Duecento. Il notaro Brunetto Latini, di stimata famiglia borghese, fu nel 1274 il primo cancelliere della Repubblica. Ritornato dall’esilio in Provenza, introdusse sull’Arno la passione per lo stile di vita franco-provenzale; e il suo Tesoretto, una miscela di scienza naturale, di storia, di morale e di politica in versi volgari, era fra le letture preferite dei mercanti e dei banchieri fiorentini (versati nelle lettere assai prima dei loro colleghi a nord delle Alpi). Al pari del suo contemporaneo Remigio de’ Girolami, domenicano, priore e lettore (“docente”) alla scuola conventuale di Santa Maria Novella, Brunetto si entusiasmò dell’antichità classica, in particolare della Stoà, e Cicerone era il suo favorito. Entrambi convinti repubblicani, insegnarono ai loro concittadini a preporre il bene comune al successo individuale. E Remigio, il frate, propose una tesi provocante e assai terrena: «Chi non è cittadino, non è neppure uomo».
Nelle città antiche il giovane cristianesimo era sopravvissuto alle migrazioni delle tribù germaniche. I suoi vescovi provenivano dalla nobiltà cittadina e salvarono per convinzione l’antico patrimonio culturale pagano trasmettendolo alla nuova epoca. Tommaso d’Aquino, compatriota e contemporaneo di Latini e di fra’ Remigio, operando una sintesi di cristianesimo e di filosofia aristotelica creò un edificio dottrinale al quale tuttora la Chiesa romana si richiama. Praticamente nessuno si scandalizzò allorché, nell’ultimo quarto del Trecento, Firenze fu testimone dei primi passi di un processo che ebbe fra i principali iniziatori e promotori Luigi Marsili, frate del convento di Santo Spirito, e Ambrogio Traversari, monaco – poi abate e intimo consigliere papale – nel monastero di Santa Maria degli Angeli. Anzi: l’ambiente colto di Firenze era fiero di quelle guide spirituali e affollava i loro circoli di discussione e i colloqui nelle anguste celle e nei tranquilli chiostri conventuali. Fu il tempo in cui sull’Arno si iniziò un movimento entrato nella storia con l’etichetta di «Umanesimo».

Cosimo Rosselli, Il miracolo del calice. Affresco, 1481-86. Dettaglio - Tre membri dell'Accademia Platonica medicea (Leon Battista Alberti, Pico della Mirandola e 'Poliziano').

Cosimo Rosselli, Il miracolo del calice. Affresco, 1481-86. Dettaglio – Tre membri dell’Accademia Platonica medicea (Leon Battista Alberti, Pico della Mirandola e ‘Poliziano’).

Questi primi umanisti fiorentini predicavano – in contrasto con i loro successori privatistici della signoria medicea – un repubblicanesimo civico impegnato che chiedeva ai membri dell’élite cittadina una vita attiva al servizio della res publica. Come Remigio de’ Girolami un secolo prima, Coluccio Salutati e Leonardo Bruni erano convinti che fosse vero uomo soltanto colui il quale – secondo gli ideali della Repubblica fiorentina – oltre che della cultura, fosse dotato delle virtù civiche. La magnificenza dell’epoca medicea e i loro celebrati successori quali Marsilio Ficino o Giovanni Pico della Mirandola hanno messo ai margini questi primi umanisti. Parte dei loro valori politici e della loro ferma fede nella capacità dell’uomo di educarsi si ritrovano poco meno di 400 anni dopo nei quadri della costituzione americana.
Non erano pochi i giorni dell’anno in cui i lavoratori o gli imprenditori della lana, i tessitori e i muratori lasciavano il lavoro per correre in strada e in piazza. Gli abitanti di Firenze avevano il genio per la festa giocosa. Poteva trattarsi di festività religiose, nelle quali la città prendeva coscienza della propria identità; in capo a tutte il 24 giugno, festa del protettore san Giovanni Battista. In quei giorni si svolgevano solenni processioni durante le quali le confraternite religiose rappresentavano episodi della Bibbia, le merci più belle venivano esposte fuori dalle botteghe, tessuti pregiati venivano stesi sopra le piazze come tende da sole, e nel tardo pomeriggio ci si dava appuntamento a eccitanti corse di cavalli – i «palii» – attraverso la città. Le case facevano da fondale a un palcoscenico pubblico sul quale ogni Fiorentino recitava la sua parte. I Subalpini amano il gioco teatrale, il dramma sotto gli occhi di tutti, più dei loro parenti del Nord. Fare bella figura è parte della loro natura: in modo affatto particolare dei Fiorentini. «Da tutte le fonti d’informazione d’epoca, dalle descrizioni, dai trattati, dalle biografie, dalle novelle e cronache traspare costantemente la grande importanza che i Fiorentini (non diversamente da quelli d’oggi) attribuivano all’apparenza, al portamento e al vestito, all’atteggiarsi, alle parole e ai gesti, quanto essi fossero attenti a tali cose e come dalla loro osservanza giudicassero la propria o altrui potenza… o impotenza» (Volker Breidecker, Florenz oder: Die Rede, die zum Auge spricht [Firenze: il parlare che si rivolge all’occhio]).
Celebrazioni religiose con il volto di dimostrazioni politiche, freddo calcolo mercatantesco e fede incrollabile nel potere delle immagini e reliquie sacre, amore della grande messinscena e profonda sfiducia negli uomini, rivendicazione della libertà cittadina e divieto agli indispensabili lanieri di unirsi in corporazione, passione per gli antichi autori pagani, rifiuto dell’autorità papale e insieme nessuna sorta di dubbio sulla Chiesa romana, fonte esclusiva di santificazione, sfrenato orgoglio di campanile e stile di vita cosmopolita, saldo radicamento nel quartiere cittadino e fiuto internazionale: anche il mondo dei Fiorentini di sei-settecento anni fa sovrabbondava di contraddizioni. […]

Lucca nel Duecento

di A. Poloni, in S.M. Pagano – P. Piatti (a cura di), Il patrimonio documentario della Chiesa di Lucca: prospettive di ricerca: atti del Convegno internazionale di studi, Lucca, Archivio arcivescovile, 14-15 novembre 2008, SISMEL Edizioni del Galluzzo, 2010, pp. 131-156.
Le immagini araldiche delle famiglie lucchesi sono tratte dal sito www.heraldrysinstitute.com

 

Respublica Lucensis.

Respublica Lucensis.

[…]
1. Una società in trasformazione: Lucca nei primi decenni del Duecento.

A Lucca nella prima metà del Duecento le istituzioni religiose potevano agire da canali di mobilità sociale in due modi. Il primo consisteva nell’accesso diretto di membri di famiglie in ascesa nel clero cittadino, nel capitolo della cattedrale e nei capitoli delle altre collegiate, nei monasteri urbani ed extraurbani. Il secondo consisteva invece nell’ingresso di tali famiglie nelle ramificate clientele di questi stessi enti religiosi.
Il primo aspetto solleva interrogativi ai quali è molto difficile rispondere. Raffaele Savigni ha sottolineato che per gran parte del XIII secolo è praticamente impossibile condurre uno studio prosopografico sistematico sulla composizione delle comunità monastiche lucchesi, soprattutto a causa dell’abitudine a non riportare il cognome di monaci e monache negli atti notarili. Poco di più si può dire, per gran parte del Duecento, sui vertici della chiesa cittadina, che a Lucca erano costituiti, oltre che dal vescovo, dal capitolo della cattedrale e dalle cosiddette chiese sedales, anch’esse officiate da comunità di canonici – S. Frediano, S. Reparata, S. Michele in Foro, S. Maria Forisportam, S. Pietro Maggiore, S. Donato – , le quali costituivano i cardini dell’organizzazione ecclesiastica cittadina. Sembra comunque che fino agli ultimi decenni del secolo la Chiesa lucchese mantenesse una notevole autonomia rispetto alle dinamiche di formazione, ricompensazione e trasformazione dei gruppi dirigenti comunali, che rimanesse cioè poco permeabile ai progetti di potere delle famiglie che dominavano la politica cittadina.
È vero infatti che dalla fine del XII secolo i vertici della Chiesa cittadina si aprirono ai membri di alcuni lignaggi dell’aristocrazia signorile del territorio e anche della militia urbana che proprio allora si stava definendo come ceto dotato di una propria fisionomia sociale e di una forte identità di gruppo. È anche vero però che fino agli ultimi decenni del Duecento non ci fu, da parte delle famiglie eminenti, alcuna corsa all’accaparramento delle cariche ecclesiastiche, e che queste ultime non furono utilizzate strumentalmente per ratificare un’egemonia ottenuta con altri mezzi, in particolare attraverso la lotta politica. Nei primi decenni del XIII secolo le istituzioni ecclesiastiche cittadine godevano di un’autonoma autorevolezza morale e culturale che, semmai, poteva aggiungere prestigio alle – più che derivare prestigio dalle – famiglie dei livelli più elevati della società comunale che riuscissero a stringere legami con esse. Alle stesse conclusioni sembrano del resto giungere gli studi relativi ad altre realtà cittadine, per esempio il recente lavoro di Michele Pellegrini su Siena (Chiesa e città. Uomini, comunità e istituzioni nella società senese del XII e del XIII secolo, Roma 2004).

Chiesa di San Frediano, Lucca. Particolare del mosaico bizantino sulla facciata (XI sec. ca.).

Chiesa di San Frediano, Lucca. Particolare del mosaico bizantino sulla facciata (XI sec. ca.).

[…] È sufficiente concludere che nella prima metà del Duecento l’ingresso nei capitoli della cattedrale e delle collegiate, e probabilmente anche nelle comunità monastiche, non era alla portata degli “uomini nuovi” che cominciavano il loro percorso di affermazione nella società cittadina, e che, dunque, da questo punto di vista, le istituzioni religiose non fungevano da canali di mobilità sociale. Può darsi invece che l’accesso al clero delle cappelle – le quali, proprio […] dall’inizio del XIII secolo, stavano acquisendo un’importanza sempre maggiore nell’organizzazione ecclesiastica cittadina – fosse più aperto a Lucchesi di estrazione sociale non particolarmente elevata. Questo problema, tuttavia, non è stato oggetto di indagini specifiche, e del resto la documentazione disponibile probabilmente non le consentirebbe […].
Del tutto diverso è il discorso relativo alla seconda strada attraverso la quale le istituzioni religiose potevano funzionare da canali di mobilità sociale, ovvero l’ingresso delle famiglie di origine recente nelle clientele del capitolo della cattedrale, delle chiese sedales e dei monasteri urbani ed extraurbani. L’appartenenza di un individuo o di una famiglia alla rete clientelare facente capo a un ente religioso è segnalata nelle fonti documentarie da una serie di indicatori. Il più importante è la concessione di terre, da parte dell’ente al gruppo familiare in questione, attraverso contratti di livello o di feudo, o più raramente di tenimentum. Un altro indicatore può essere considerato la frequente presenza di uno o più membri di una famiglia tra i testimoni convocati in occasione di atti conclusi dall’ente, o, in caso di legami particolarmente stretti, l’impegno diretto di una persona al servizio dell’ente stesso, nella veste di notaio, procuratore, rappresentante, o addirittura advocatus.

Stemma dei Carincioni.

Stemma dei Carincioni.

Nel XII secolo l’integrazione nelle reti clientelari del capitolo, delle principali chiese cittadine e dei monasteri era fondamentale tanto per rafforzare e consolidare la posizione di famiglie già affermate, quanto come vero e proprio canale di mobilità sociale, per sostenere cioè l’ascesa di gruppi familiari provenienti da livelli sociali inferiori. Questa considerazione non è vera soltanto per la città, ma anche per le campagne intorno ad essa, come dimostrano le ricostruzioni prosopografiche proposte da Chris Wickham nel suo libro sulle Sei miglia lucchesi (Roma 1995).
Qualcosa cambiò tuttavia tra la fine del XII secolo e i primi decenni del XIII. Nell’ambito di una ricerca di recente pubblicazione, ho ricostruito i percorsi di affermazione sociale di un certo numero di famiglie che compaiono nelle fonti lucchesi a partire dall’ultimo ventennio del XII secolo: […] alcune di queste famiglie – comunque la minoranza – continuarono a perseguire anche nella prima metà del Duecento l’integrazione nelle strutture clientelari dei principali enti religiosi e a coltivare relazioni con essi. Si tratta di gruppi familiari come i Volpelli, i Guidiccioni, gli Incalocchiati, i Guerci e non molti altri.
Altre famiglie tuttavia – a quanto sembra, anzi, la maggioranza delle famiglie di origine recente –, più o meno dall’inizio del Duecento, cessarono di coltivare relazioni con le principali istituzioni religiose cittadine e, in pratica, uscirono dalle loro reti clientelari. Si tratta di gruppi familiari destinati ad avere un ruolo di primo piano nella vita politica della seconda metà del secolo: Onesti, Martini, Carincioni, Terizendi – questi ultimi un ramo dei Carincioni – , Peri, Rapondi, Fornari, Sartori e molte altre. Tra gli ultimi anni del XII secolo e i primi del XIII un numero crescente di “uomini nuovi” smise di puntare, per il miglioramento della propria posizione sociale, sull’integrazione nelle clientele dei più importanti enti ecclesiastici e monastici cittadini, e anche dei più influenti lignaggi della militia, per concentrarsi invece sul rafforzamento delle relazioni orizzontali. Molte famiglie cioè che avevano a disposizione risorse umane ed economiche per intraprendere percorsi di ascesa sociale cominciarono a impiegare queste risorse non per favorire il proprio ingresso nelle strutture clientelari dei potenti laici ed ecclesiastici, ma per consolidare, allargare e rendere più efficaci le reti di solidarietà e cooperazione orizzontale.

Stemma dei Volpelli.

Stemma dei Volpelli.

L’esistenza di vincoli di solidarietà derivanti dalla convivenza in una vicinia, dalla frequentazione di una cappella, dall’abitudine a prestare servizio militare in una stessa unità operativa di pedites non è un fenomeno duecentesco, così come non può essere considerata una novità l’esistenza di veri e propri spazi d’azione collettiva. Si pensi per esempio alla partecipazione attiva dei vicini alla vita della propria chiesa rionale, attestata fin dal XII secolo, o alla proliferazione delle confraternite. Tra gli ultimissimi anni del XII secolo e i primi del XIII, tuttavia, alcuni Lucchesi, con una scelta veramente di rottura rispetto al passato, decisero per la prima volta di puntare su questa trama ampia ma fragile di relazioni per conquistarsi un posto di rilievo nella società cittadina.
È difficile esagerare la portata di quella che può essere considerata una vera e propria reinvenzione di queste reti di cooperazione, una ridefinizione totale del loro significato e delle loro finalità. Questo processo ebbe il suo momento principale nell’istituzione delle societates peditum, avvenuta a Lucca, secondo il cronista Tolomeo, nel 1197. Le società imposero una forma più compiutamente organizzata e una struttura gerarchica ai fluidi coordinamenti orizzontali di vicinia, trasformandoli in quadri di mobilitazione militare e strumenti di pressione politica.
Nei primissimi anni del Duecento le società dei peditum si confederarono nella cosiddetta “società della concordia dei pedites”, la prima organizzazione di Popolo lucchese. Possiamo dire quindi che la variazione delle strategie di affermazione sociale che si riscontra negli anni a cavallo tra XII e XIII secolo spinse famiglie come gli Onesti, i Martini, i Peri, i Carincioni, i Rapondi, i Sartori a porsi a capo del movimento di Popolo che proprio allora faceva la sua comparsa sulla scena politica cittadina. O, per meglio dire, tale variazione portò quelle famiglie ad assumersi l’iniziativa e la responsabilità di convogliare il malcontento diffuso presso ampi strati della cittadinanza in forme più strutturare di azione politica e militare.

Stemma degli Onesti.

Stemma degli Onesti.

La scelta di investire sulle relazioni orizzontali non si rifletteva però soltanto nell’appoggio al nascente movimento popolare. All’inizio del XIII secolo le famiglie di cui ci stiamo occupando tendevano a ricercare alleanze matrimoniali quasi esclusivamente all’interno del proprio ambiente sociale. Per fare soltanto qualche esempio, Bonagiunta di Fornario, figlio dell’eponimo dei Fornari, sposò Teodora, figlia di Guido Martini, l’iniziatore delle fortune dei Martini; Benetto di Onesto, figlio del capostipite degli Onesti, sposò Benvenuta figlia di Rapondo, capostipite dei Rapondi. Queste tendenze endogamiche rappresentano probabilmente la prova che queste famiglie stavano sviluppando una forte identità sociale di gruppo, ulteriormente rafforzata dalla co-residenza. Le due opzioni strategiche che abbiamo individuato sembrerebbero davvero alternative. Nessuno, a quanto pare, le praticò contemporaneamente: i Lucchesi che scommisero sul successo del Popolo non coltivarono le relazioni con gli ambienti ecclesiastici, mentre quelli che preferirono l’integrazione nelle clientele di chiese e monasteri non fecero carriera nelle organizzazioni popolari. La ragione è del resto facilmente intuibile: i primi due decenni del Duecento furono caratterizzati a Lucca da una forte tensione interna, da una vera e propria guerra aperta tra milites e Popolo, che conobbe episodi clamorosi come l’abbandono della città da parte dei nobili per ben due volte, nel 1203 e nel 1214. In questa fase le più potenti istituzioni religiose, il capitolo della cattedrale, le chiese collegiate, i grandi monasteri si schierarono a fianco dell’aristocrazia cittadina e rurale. In un contesto così conflittuale le scelte personali avevano conseguenze pesanti che potevano condizionare il futuro di chi le compiva e della sua famiglia.
Per dare maggiore concretezza a quanto fin qui detto, possiamo mettere a confronto i percorsi sociali di due famiglie che fecero scelte opposte: i Martini, che puntarono su quella che potremmo definire l’“opzione orizzontale”, cioè sul Popolo, e i Volpelli, che scommisero invece sull’“opzione verticale”, cioè sull’inserimento nelle clientele dei potenti.
I Martini discendevano probabilmente da un Guido del fu Martino che nel 1184 insieme al fratello ricevette in concessione libellario nomine dalla chiesa di S. Reparata un appezzamento non lontano dalla città di Lucca, «ubi dicitur via mediana». L’atto del 1184 si poneva al di fuori di una logica strettamente economica. Il canone che Guido e il fratello erano tenuti a versare annualmente non solo era molto basso (4 soldi), ma oltretutto era in denaro, circostanza eccezionale nella lucchesìa della fine del XII secolo, quando la forte inflazione aveva ulteriormente accelerato la tendenza, rilevabile fin dall’inizio del secolo, a convertire i canoni in denaro in rendite in natura. La concessione era probabilmente uno strumento per attirare due medi proprietari terrieri all’interno del sistema di relazioni che faceva capo all’importante ente ecclesiastico cittadino.

Stemma dei Martini.

Stemma dei Martini.

Negli ultimi decenni del XII secolo, dunque, i Martini avevano intrapreso un percorso di affermazione sociale del tutto tradizionale, che passava attraverso l’integrazione nelle clientele dei principali enti religiosi. Dall’inizio del Duecento, tuttavia, questo percorso fu totalmente abbandonato. Bonaccorso, probabilmente figlio di Guido, fu tra i protagonisti del movimento popolare, che nel primo ventennio del Duecento, grazie all’appoggio interessato della potente famiglia dei da Porcari, pareva destinato a sicuro successo. Quella stagione si chiuse nel 1219 con l’arbitrato del legato apostolico Ugolino da Ostia, che tentava di ripristinare lo status quo antecedente allo scoppio delle ostilità tra milites e populares. Tuttavia gli equilibri di potere erano ormai irreversibilmente mutati, e nel primo consiglio generale attestato dopo il 1219, quello del 1224, compaiono numerosi esponenti di famiglie in ascesa estranee al gruppo dirigente consolare, tra i quali Arrigo, fratello di Bonaccorso, e suo figlio Guido, che portava il nome del nonno.
Guido era destinato a una carriera politica folgorante, che coronò con un successo forse perfino inaspettato le ambizioni del padre e dello zio. Il figlio di Arrigo fu infatti console maggiore – la più alta carica cittadina – per due anni di seguito, nel 1236 e nel 1237. È probabile tuttavia che questo exploit fosse legato ancora alla scelta dei Martini di puntare sul Popolo. Dall’inizio degli anni ’30, infatti, si assistette a una ripresa dell’iniziativa popolare, che sfruttava un momento di indebolimento del gruppo dirigente cittadino causato da un grave conflitto con il Papato, e che culminò con una decisa affermazione del Popolo proprio negli anni 1236-1237. Sul lungo periodo la scelta, che i Martini perseguirono con tenacia e coerenza, di puntare sul Popolo si rivelò vincente. Essi furono infatti una delle famiglie più in vista dell’Anzianato che governò la città dal 1255 ai primi anni ’90.
Una strategia del tutto diversa perseguirono invece i Volpelli. Nei primi decenni del Duecento questa famiglia era strettamente legata al monastero di San Ponziano, tanto che uno dei suoi membri, Albertino di Graziano, agiva in veste di advocatus. I Volpelli erano ben inseriti negli ambienti ecclesiastici fin dall’inizio del secolo: nel 1219 Rolandino Volpelli, su sollecitazione del vescovo lucchese, donò al legato apostolico Ugolino da Ostia – che, come si è accennato, si trovata in città per intervenire nello scontro armato tra milites e pedites che durava, con poche interruzioni, ormai da due decenni – un terreno boscoso (silva) nella località di Gattaiola, sul quale sarebbe sorto il monastero femminile di Santa Maria. Sempre nella prima metà del secolo Guidone Volpelli si fece frate de ordine fratrum minorum.
La famiglia era inoltre vicina ai de Podio, un gruppo familiare aristocratico con basi signorili in Versilia e una posizione politica di primo piano nel Comune lucchese fin dagli ultimi decenni del XII secolo. Nel 1239 Gerarduccio Volpelli dispose che alla sua morte Labro e gli altri suoi figli fossero affidati «in tutela cura et mundio» al fratello, al suocero Morettino de Fondora e a Tegrimo de Podio.

Stemma dei Ricciardi.

Stemma dei Ricciardi.

Dall’inizio del secolo i Volpelli erano legati alla famiglia del tintore Ricciardo; quest’ultimo fu il fondatore, insieme al fratello, di una delle compagnie commerciali più importanti d’Europa, che fornì i propri servizi finanziari al Papato, agli Angiò e al re d’Inghilterra (Edoardo I Plantageneto). Fin dalla sua costituzione, forse negli anni ’30, i Volpelli rappresentarono insieme ai Ricciardi, ai Rosciompelli e ai Guidiccioni l’asse portante della società. La prima attestazione della proiezione internazionale della compagnia riguarda la presenza di un suo agente a Roma nel 1241. Mi sembra probabile che i contatti dei Volpelli con le alte sfere ecclesiastiche abbiano avuto un ruolo nell’introdurre la societas Ricciardorum nella cerchia dei prelati che ruotava intorno alla corte pontificia.
Non sorprende quindi constatare che nei primi decenni del Duecento i Volpelli non si impegnarono attivamente nello schieramento popolare. Tale disinteresse si spiega probabilmente proprio con la posizione raggiunta all’interno delle reti di relazioni che facevano capo ai più influenti enti religiosi lucchesi e a una potente stirpe nobiliare, che fornivano alla famiglia una base più che solida per il miglioramento della propria posizione sociale.

Come si è visto, dunque, tra la fine del XII e l’inizio del XIII secolo molte famiglie lucchesi in ascesa sperimentarono una nuova strategia di affermazione, che si allontanava dai modelli tradizionali di azione sociale, incentrati sull’inserimento nelle reti clientelari dei potenti laici ed ecclesiastici. È necessario a questo punto chiedersi quali furono i fattori che favorirono, proprio in quel momento, l’apertura di un canale di mobilità sociale sostanzialmente nuovo.
Una delle possibili spiegazioni è semplicemente che le vecchie strategie funzionassero sempre meno. Il modello “clientelare” tradizionale, infatti, era finalizzato all’integrazione nella militia, il gruppo sociale che nel XII secolo e ancora nei primi decenni del XIII dominava la vita politica, economica e culturale della città. L’accesso a questo gruppo, tuttavia, diventava sempre più difficile. A partire più o meno dal 1170-1180, infatti, la militia acquistò una fisionomia sociale sempre più definita e selettiva, un’identità sociale sempre più connotata ed esclusiva, e cominciò a chiudersi agli apporti dall’esterno. Questo processo di irrigidimento del ceto eminente cittadino è stato messo in luce da vari studiosi, anche se le sue cause rimangono ancora in buona parte oscure. In questa sede, in ogni caso, interessano soprattutto i suoi effetti. Il ripiegamento elitario della militia rese sempre più incerto l’esito delle strategie tradizionali di affermazione sociale, e spinse molti “uomini nuovi” a cercare strade alternative.
Non bisognava tuttavia trascurare, per spiegare i fenomeni in atto tra XII e XIII secolo, l’importanza del fattore numerico. La scelta di puntare sul rafforzamento delle relazioni orizzontali acquista un senso soltanto se il numero delle persone impegnate in un percorso di ascesa sociale era talmente alto da rendere le nuove strutture organizzative davvero efficaci. L’unione, infatti, come si suol dire, la forza, ma deve essere l’unione di un congruo numero di individui. La creazione e la promozione delle società dei pedites, la conquista del consenso degli strati più deboli della cittadinanza, del resto, erano tutti impegni che richiedevano un forte investimento di risorse umane ed economiche. I costi dell’operazione diventano sostenibili soltanto se potevano essere ripartiti tra un alto numero di partecipanti.

Manoscritto miniato raffigurante Castruccio Castracani a cavallo. Ms. 1661, f.82. Biblioteca Statale di Lucca.

Manoscritto miniato raffigurante Castruccio Castracani a cavallo. Ms. 1661, f.82. Biblioteca Statale di Lucca.

Siamo di fronte a un punto cruciale. Quello che era in corso tra la fine del XII e l’inizio del XIII secolo non era un normale processo di mobilità sociale individuale, magari molto intensa. Si era invece formato un ingorgo senza precedenti di persone e di famiglie che premevano sulla barriera che le separava dai livelli più alti della società cittadina. Si trattava, cioè, di una forma collettiva di corrente ascendente di mobilità sociale. Le cause di questa spinta ascendente di gruppo sono forse da individuare in un’accelerazione dei normali ritmi di mobilità sociale, legata alla crescita demografica ed economica che interessava in quella fase le campagne e le città italiane. Ma la vera domanda a cui bisogna tentare di rispondere è perché questa mobilità non poté essere progressivamente assorbita attraverso i canali tradizionali senza provocare la formazione di un ampio gruppo di individui che spingevano per entrare nel ceto eminente cittadino, o addirittura per prendere il suo posto. Una spiegazione di quello che stava accadendo all’inizio del Duecento va cercata ancora una volta nella chiusura della militia. Questo fenomeno determinò infatti una vera e propria ostruzione dei normali canali di circolazione sociale che avevano funzionato per molto tempo, e impedì che la pressione si allentasse disperdendosi in correnti regolari e controllate, benché intense, di ascesa sociale.

Chiesa dei SS. Giovanni e Reparata, Lucca. Navata centrale.

Chiesa dei SS. Giovanni e Reparata, Lucca. Navata centrale.

2.Una città in espansione: Lucca negli anni ’60 e ’70 del Duecento.

Una seconda ondata di mobilità sociale caratterizzò a Lucca gli anni compresi più o meno tra il 1255 e il 1275. In questa fase, come nel periodo a cavallo tra XII e XIII secolo, un grande numero di “uomini nuovi” riuscì a migliorare significativamente la propria posizione sociale e a raggiungere i livelli più alti della società urbana. Tra le famiglie che emersero in questo ventennio possiamo ricordare almeno i Fiadoni, i Melanesi, i Sandoni, i Moriconi, i Margatti, gli Asquini, gli Arnaldi.
La città, tuttavia, era profondamente cambiata rispetto all’inizio del secolo. Nei primi decenni del Duecento Lucca aveva vissuto la “sua” rivoluzione commerciale. Il decollo dell’industria serica e del commercio internazionale era stato frutto dell’iniziativa di molte di quelle stesse famiglie in ascesa che, come abbiamo visto, si erano divise tra l’“opzione verticale” e l’“opzione orizzontale”. Al boom economico si era accompagnata una rivoluzione politica. Il Popolo, dopo un primo effimero exploit negli anni ’30, si era definitivamente imposto al vertice delle istituzioni comunali alla fine degli anni ’50: Lucca era diventata un Comune di Popolo. Queste importanti trasformazioni non poterono che incidere
Se dovessimo cercare un principio unificante alla base delle pur diverse strategie di affermazione sociale dei Lucchesi alla fine del XII secolo e all’inizio del XIII potremmo individuarlo nella massima diversificazione, cioè nell’esplorazione simultanea di vari canali di mobilità sociale. Molte delle famiglie delle quali abbiamo parlato nelle pagine precedenti si impegnarono attivamente nell’avventura popolare, allo stesso tempo però non trascurarono di tentare un cursus honorum più tradizionale partendo dal servizio nelle curie giudiziarie cittadine, che a Lucca non richiedeva una specifica preparazione giuridica; si buttarono nel nuovo affare della seta, ma non abbandonarono le speculazioni sulle terre e sulle rendite; investirono risorse per avviare loro membri alle professioni di esperto di diritto e di notaio.
I tanti gruppi familiari che vediamo emergere tra la metà degli anni ’50 e la metà degli anni ’70 del Duecento, invece, accantonarono il principio della massima diversificazione. Essi non sembrano perseguire né l’inserimento nelle strutture clientelari di enti religiosi e casate aristocratiche né la creazione o il rafforzamento di nuove reti di solidarietà orizzontale. Appaiono poco interessanti alla vita politica, al di là del normale coinvolgimento nei consigli e nelle altre attività di aggregazione politica che il Comune di Popolo richiedeva a tutti coloro che godevano dei pieni diritti di cittadinanza. Non sembrano puntare con convinzione sull’istruzione dei loro rampolli – con la sola rilevante eccezione dell’apprendistato mercantile – avviandoli agli studi per la carriera di giudice o di notaio, non paiono neppure molto interessati a costruirsi un patrimonio fondiario nel contado. La maggior parte delle famiglie che emersero nel ventennio in questione investirono tutte le loro risorse umane ed economiche nel solo commercio internazionale.

Stemma dei Fiadoni.

Stemma dei Fiadoni.

Fu il commercio internazionale, a Lucca strettamente legato all’industria serica, l’unico canale di mobilità attraverso il quale passò l’ascesa di tanti “uomini nuovi” che si conquistarono un posto al sole tra il 1255 e il 1275, tra i quali possiamo annoverare Jacobo e Salliente Melanesi, Omodeo Fiadoni, i figli di Arrigo Moriconi, Margatto Margatti e i suoi figli, i figli di Arrigo Sandoni, Burnetto Asquini e tanti altri. La forte mobilità sociale di questi anni, infatti, fu innescata da un nuovo ciclo espansivo, da una vera e propria “seconda rivoluzione commerciale”, che fu legata a una serie di mutamenti degli equilibri politici ed economici internazionali sui quali non è questa la sede per soffermarsi.
In ambito economico, la diversificazione nasce dall’incertezza sull’esito degli investimenti, dal tentativo di minimizzare il rischio. La diversificazione che dominava gli investimenti di risorse umane ed economiche dei Lucchesi all’inizio del XIII secolo era una conseguenza dell’alto grado di incertezza che essi percepivano in un mondo soggetto a cambiamenti che apparivano ancora in gran parte imprevedibili. Molti “uomini nuovi” puntarono con decisione sul Popolo, ma, come si è detto, l’esito dell’avventura popolare appariva, nei primi decenni del Duecento, tutt’altro che scontato. Allo stesso modo, molti di essi intuirono la potenzialità di sviluppo dell’industria serica, ma la crescita del settore era appena all’inizio, e nessuno poteva sapere dove avrebbe portato. L’incertezza che dominava questa società in trasformazione è provata dal fatto che non tutte le famiglie in ascesa inserirono nel loro “portafoglio” di investimenti sociali entrambe le nuove possibilità che si delineavano all’orizzonte, l’ingresso nel fronte popolare e l’impegno nella manifattura serica. Numerose famiglie nuove preferirono continuare a perseguire l’inserimento nelle clientele dei potenti, invece che puntare sul rafforzamento delle reti orizzontali e di solidarietà vicinale, cioè sul Popolo. Molte di esse in questa fase mantennero un atteggiamento prudente nei confronti dell’esperienza del commercio internazionale.
L’abbandono della diversificazione da parte degli individui e delle famiglie che si affermarono tra il 1255 e il 1275 fu probabilmente legato al netto calo dell’incertezza. L’affare della seta appariva ormai un’opportunità del tutto sicura, il rischio sembrava sempre più basso, la crescita pareva durare per sempre. A più di mezzo secolo dalla prima rivoluzione commerciale, che aveva cambiato in profondità il volto della società cittadina, e in un momento di ulteriore forte espansione, il commercio era ormai in grado di sostenere da solo di desiderio di affermazione sociale degli uomini più dotati di ambizione e di capacità di iniziativa. Il commercio internazionale, legato strettamente all’industria serica, era diventato di gran lunga il più importante canale di mobilità sociale nella città di Lucca, cosa che non era stato affatto nella prima fase di cambiamento all’inizio del secolo.
Un altro elemento fondamentale da tenere presente è che quella in corso nei decenni centrali del Duecento rimase, a quanto sembra, un’intensa corrente di mobilità sociale individuale, non si trasformò ma in una corrente ascendente di gruppo come quella di inizio secolo. Numerosi individui provenienti da strati inferiori si integrarono nell’élite popolare, collocata ormai stabilmente ai vertici della politica e dell’economia lucchesi, senza dare vita a un raggruppamento separato lanciato nel tentativo di scalzarla dalle sue posizioni. La forte accelerazione della mobilità, insomma, non provocò, com’era accaduto nei primi anni del Duecento, l’esplosione di aspre tensioni sociali e di una sostanziale riconfigurazione della stratificazione sociale. Il mancato effetto destabilizzante delle trasformazioni degli anni ’60 e ’70 è probabilmente legato al buon funzionamento dei canali di ascesa sociale. Da una parte la forte crescita dell’industria e del commercio, che appariva ormai inarrestabile, apriva a tutti i Lucchesi abili e ambiziosi, anche a quelli dotati di scarse risorse economiche e relazionali, ampi spazi di affermazione economica e di successo sociale. Dall’altra, le istituzioni di Popolo, che governavano ormai il Comune, garantivano a tutti i nuovi arrivati un livello di partecipazione politica – per ora – soddisfacente.
In questa fase il canale di ascesa sociale rappresentato dall’ingresso di clientele delle principali istituzioni religiose cittadine rimaste del tutto inattivo. Come si è detto, il commercio internazionale pareva spalancare grandi opportunità per tutti i Lucchesi dotati di iniziativa, e nessuna famiglia in ascesa decideva di disperdere energie e risorse economiche nel perseguimento di una strategia della quale non si comprendevano più i vantaggi.

Chiesa di San Michele in Foro, Lucca. Dettaglio- Statua del Santo, sulla facciata.

Chiesa di San Michele in Foro, Lucca. Dettaglio- Statua del Santo, sulla facciata.

3.Una città in conflitto: Lucca a cavallo tra Due e Trecento.

L’ultimo periodo di intenso cambiamento che prenderemo in considerazione è quello dei due decenni a cavallo tra Due e Trecento. A partire dagli anni ’90 del Duecento si aprì per l’élite popolare una fase di profonda crisi. Tale crisi fu certo in qualche modo in relazione con la contrazione economica che la città sperimentò in questa fase, ma non può esserne considerata un effetto diretto. La crisi economica non caratterizzò l’interno ventennio in questione, e si manifestò anzi con particolare virulenza soltanto negli anni 1305-1308, quando l’implosione dell’élite popolare si era ormai consumata e aveva portato a conseguenze irreversibili. Una delle cause principali di questo fenomeno può probabilmente essere ricercata nell’imperfetta integrazione nel gruppo dirigente popolare delle tante famiglie alle quali pure, tra la metà degli anni ’50 e la metà degli anni ’70 del Duecento, il buon funzionamento dei canali di ascesa aveva consentito di raggiungere il livello più alto della società cittadina. Non mancano infatti segnali, a partire soprattutto dalla fine degli anni ’60, di un irrigidimento dei vertici politici del Comune di Popolo, che può avere ingenerato nel tempo una crescente insoddisfazione nelle famiglie di più recente affermazione. Tali famiglie si fecero interpreti e portavoce di una protesta che probabilmente aveva larga eco presso vasti strati del mondo popolare, e che premeva per un modo diverso di interpretare e di vivere la tradizione del Popolo lucchese.
Qualunque ne fossero le ragioni, all’interno del Popolo si delinearono due diversi schieramenti che andarono costruendo la propria identità tra la metà degli anni ’80 del Duecento e i primi anni del Trecento. Il primo schieramento, che solo all’inizio del XIV secolo acquisì il nome di “parte bianca” (o guelfi bianchi), era guidato dalle famiglie che si erano affermate tra la fine del XII e l’inizio del XIII secolo, e che avevano dominato l’Anzianato, la massima magistratura popolare, fin dalla sua introduzione negli anni ’50 del Duecento: Martini, Onesti, Carincioni, Rapondi, Peri, Sartori. All’interno di questa parte politica un ruolo di vera e propria leadership era esercitato dai Mordecastelli, un gruppo familiare che aveva raggiunto un posto al sole soltanto negli anni ’50 del Duecento, ma che, grazie a legami particolarmente stretti con alcune casate aristocratiche, era riuscito in poco tempo a integrarsi ai vertici dell’élite politica popolare. A capo del secondo schieramento, che dall’inizio del Trecento prese il nome di “parte nera” (o guelfi neri), c’erano invece le famiglie che si erano affermate grazie alla seconda rivoluzione commerciale del ventennio 1255-1275: Fiadoni, Sandoni, Margatti, Dati, Melanesi, Moriconi, Araldi, Asquini, Gracci, Tegrimi. Ad esse si aggiungevano gruppi familiari, come i Rosciompelli, i Volpelli, i Guerci e gli Incalocchiati, che avevano raggiunto una posizione sociale di rilievo già nei primi anni del Duecento, ma erano rimasti sostanzialmente esclusi dal gruppo dirigente popolare perché a quel tempo avevano preferito l’“opzione verticale”, e avevano scelto di non investire nel movimento di Popolo.

Stemma dei Moriconi.

Stemma dei Moriconi.

Quella che era in corso negli anni a cavallo tra Due e Trecento, tuttavia, non era semplicemente la definizione di due fazioni politiche in conflitto. I due gruppi svilupparono identità non solo politiche, ma anche sociali fortemente contrapposte. Uno di essi – la parte bianca – accelerò la fusione con quanto rimaneva della militia, adottandone i modelli di comportamento e il sistema di valori. In questo schieramento erano infatti confluite alcune delle più potenti e prepotenti famiglie aristocratiche cittadine: gli Avvocati, gli Antelminelli, i de Podio, i del Bosco, i Berretani da Barga. L’altro raggruppamento – la parte nera – , al contrario, accentuò l’ideologia egalitaria e anti-nobiliare che aveva fatto parte del patrimonio culturale del Popolo, e tentò di elaborare un modello alternativo di eminenza sociale.
I leader di questo schieramento si fecero infatti promotori di un vero e proprio rilancio delle società delle armi, o società del Popolo, le associazioni eredi delle società dei pedites di inizio Duecento, che nella seconda metà del secolo avevano perso gran parte dell’originaria centralità ed erano state spinte ai margini della vita politica cittadina. All’inizio degli anni ’90 a capo di queste organizzazioni fu posto un nuovo organismo collegiale, i Priori delle società. Fin dal primo momento questa istituzione fu dominata dalle famiglie che si riconoscevano nella parte nera. I Priori entrarono subito in conflitto con l’Anzianato, che fino a quel momento aveva rappresentato il vertice delle istituzioni popolari lucchesi, e che era invece controllato dalle famiglie della parte bianca. I Priori combatterono la loro battaglia proprio sul piano della cultura politica popolare, affermando, attraverso una vasta e capillare azione di propaganda, l’idea che solo le società delle armi e i loro Priori erano depositari della più vera e genuina tradizione popolare, mentre gli Anziani avevano tradito il loro ambito sociale di riferimento compromettendosi con la nobiltà e abbandonandosi a una deriva oligarchica e autoreferenziale.

Stemma degli Antelminelli.

Stemma degli Antelminelli.

All’inizio del Trecento la parte bianca offre un esempio drammatico di mobilità sociale discendente collettiva: non solo essa perse la propria posizione al vertice della politica e della società cittadine, ma molti dei suoi affiliati furono addirittura costretti ad abbandonare fisicamente Lucca. Gli esuli, com’è noto, ripararono a Pisa. Rimasta sola a capo del Comune, la parte nera instaurò un regime di Popolo radicale, il cui culmine ideologico fu rappresentato dalla redazione degli Statuti del 1308, nei quali fu inserita una lista di casati magnatizi che, oltre ad essere esclusi da qualsiasi carica politica, erano soggetti a gravi discriminazioni giuridiche. Tra i magnati comparivano non soltanto tutti i maggiori lignaggi della militia cittadina, ma anche quelle famiglie, come gli Onesti, i Martini, i Peri, i Carincioni, i Sartori, i Fornari, i Mordecastelli, che in realtà avevano una fisionomia sociale e politica pienamente popolare, ma che, come si è visto, militavano nella parte sconfitta.
Dal nostro punto di vista, in ogni caso, l’aspetto più interessante è che il terremoto politico della fine del Duecento fu accompagnato dal prepotente ritorno delle istituzioni religiose come canali di circolazione sociale. In questa fase, inoltre, al centro delle strategie delle famiglie che avevano conquistato il potere non c’era tanto l’ingresso nelle clientele del capitolo della cattedrale, delle chiese più importanti e dei monasteri, quanto piuttosto l’occupazione diretta delle principali cariche ecclesiastiche. In questo senso, dunque, la nuova centralità degli enti religiosi segnava una forte rottura rispetto al passato, quando, come si è detto, era soprattutto attraverso le loro reti clientelari che tali enti riuscivano a indirizzare i percorsi di ascesa sociale, mantenendo però nel contempo una notevole autonomia e un sostanziale distacco rispetto ai processi di ricambio politico e di riconfigurazione delle élites.
Dopo l’espulsione della parte bianca, le famiglie che guidavano la parte nera lanciarono un vero e proprio assalto alle principali istituzioni ecclesiastiche, a partire da quella che, insieme al vescovo, rappresentava il vertice della Chiesa cittadina: il capitolo della cattedrale. Negli ultimi mesi del 1301 Bonifacio VIII, che aveva visto con molto favore gli eventi di Lucca, ordinò, probabilmente su sollecitazione dei leader dello schieramento vittorioso, che sei canonici della cattedrale fossero privati dei loro benefici. I canonici rimossi erano Guglielmo degli Antelminelli, Giovanni Ubaldi degli Antelminelli, Tommasino de Loppa, Ugolino del fu dominus Rocchigiano Ranieri, Michele Mangialmacchi e Bongiorno Fralmi, tutti membri di famiglie di primo piano della parte bianca. Le loro prebende furono poi assegnate dal papa a nuovi titolari: Enrico figlio di Adiuto Rosciompelli, Parentuccio di dominus Bonifacio da Porcari, Opezuccio figlio di dominus Bindo Simonetti, Rosso di Puccio Faitinelli, Lamberto di Ugolino Gracci, Tegrimo figlio del giudice Nicolao Tegrimi. Per quanto riguarda quest’ultimo, tuttavia, i canonici dichiararono di non poterlo accogliere perché con i cinque nuovi insediati si raggiungeva già il nucleo stabilito di sedici prebende.

Giotto di Bondone, Bonifacio VIII indice il Giubileo. Frammento di Affresco, 1300. Roma, San Giovanni in Laterano.

Giotto di Bondone, Bonifacio VIII indice il Giubileo. Frammento di Affresco, 1300. Roma, San Giovanni in Laterano.

Parentuccio da Porcari e Opezuccio Simonetti appartenevano a casate aristocratiche che avevano appoggiato la parte nera. Enrico Rosciompelli, Lamberto Gracci e Tegrimo Tegrimi provenivano invece da alcune delle famiglie popolari più impegnate nello schieramento fin dal suo ingresso sulla scena politica lucchese.
Il capitolo della cattedrale era rimasto per tutto il Duecento una roccaforte aristocratica. A quanto sembra nessuna delle famiglie dell’élite dirigente popolare era riuscita, prima del 1301, a farsi ammettere in quello che era davvero un circolo esclusivo. Per i Rosciompelli, i Gracci e i Tegrimi, dunque, questo onore acquistava un significato particolare. Si trattava di famiglie di origine recente, che emergono nella documentazione lucchese nei decenni centrali del Duecento, prive quindi di una memoria familiare di un qualche spessore. L’accesso al capitolo era una straordinaria fonte di prestigio, capace di ribadire e di legittimare agli occhi dei concittadini la forte influenza esercitata da queste famiglie all’interno del nuovo gruppo di potere che si era definito tra gli anni ’90 del Duecento e i primi anni del Trecento.
Non sappiamo quando Enrico Rosciompelli e Tegrimo Tegrimi fossero stati avviati alla carriera ecclesiastica. L’unico per il quale disponiamo di qualche notizia è Lamberto Gracci, che compare come clericus in un atto del novembre del 1295 rogato nella chiesa di San Cristoforo. Possiamo forse ipotizzare che per queste famiglie la scelta di puntare anche sulle istituzioni ecclesiastiche per favorire il proprio radicamento ai vertici della società cittadina abbia coinciso con l’intensificazione della militanza politica negli anni ’90 del Duecento.
La strategia di controllo e di penetrazione nelle strutture di potere della Chiesa cittadina fu probabilmente più ampia di quanto le poche fonti a nostra disposizione ci consentano di vedere. Una pergamena priva di data, ma certamente posteriore al 1284 e forse anteriore alla fine del 1302, ci informa che Alamanno, già defunto al momento della stesura del documento, nipote ex frate del notaio Enrico Guerci, era stato canonico della chiesa collegiata di S. Reparata, un altro ente ecclesiastico di primaria importanza. Tra i chierici rimossi da Bonifacio VIII nel 1301 c’era anche Francesco Gonnella degli Antelminelli, canonico di Santa Reparata; è possibile che Alamanno Guerci avesse preso il suo posto. La famiglia del notaio Enrico, probabilmente imparentata con i Fiadoni, aveva svolto fin dagli anni ’90 un ruolo non secondario all’interno della parte nera.
Nel maggio del 1303, alla morte di Sarduccio da Fucecchio, rettore e amministratore dell’ospedale di Fucecchio, le monache del monastero di Santa Maria in Gattaiola, dal quale l’ospedale dipendeva, conferirono l’incarico a Guglielmo figlio di dominus Opizo del fu Guglielmo degli Opizi. Gli Opizi erano la famiglia aristocratica che più si era spesa a favore della parte nera. Le monache intendevano probabilmente in questo modo porsi sotto l’ala protettrice del nuovo regime.
L’aspetto più interessante è che fenomeni in tutto simili erano in atto anche negli altri grandi Comuni di Popolo toscani. Quasi impressionante, per esempio, è l’analogia degli avvenimenti lucchesi con quanto, proprio negli stessi anni, stava accadendo a Pisa. Dopo la caduta del regime di Ugolino della Gherardesca e Nino Visconti, nel 1288, la città marittima conobbe un rivolgimento politico non meno radicale di quello che poco prima avrebbe interessato Lucca. Le famiglie del gruppo dirigente del Primo Popolo, che aveva governato la città a partire dagli anni ’50 del Duecento, furono emarginate dal potere. Il profondo e assai rapido ricambio politico spinse al vertice delle istituzioni cittadine famiglie di origine piuttosto recente, con una fisionomia sociale per molti versi simile a quella dei Rosciompelli, dei Volpelli, dei Tegrimi, dei Fidoni, dei Gracci, dei Margatti, degli Arnaldi, degli Asquini e via dicendo: Bonconti, da Fauglia, Sampante, Fagioli, Cinquina, Gatti, Scacceri, Gambacorta, Alliata, Rau, dell’Agnello ed altre. Negli anni a cavallo tra Due e Trecento quattro di questi gruppi familiari – Bonconti, Sampante, da Fauglia e Fagioli – formarono quasi una élite nell’élite, concentrando poteri decisionali davvero notevoli.

Stemma del casato della Gherardesca

Stemma del casato della Gherardesca

Anche a Pisa a partire dalla seconda metà degli anni ’90 del Duecento le principali posizioni all’interno della Chiesa cittadina divennero improvvisamente molto allettanti per le più influenti famiglie di Popolo giunte al potere dopo il 1288. Particolarmente interessante è, anche nel caso pisano, la corsa ai seggi del capitolo della cattedrale. Nel 1295 Gherardo Fagioli, uno dei popolari più potenti della città, ottenne da Bonifacio VIII l’assegnazione di una prebenda canonicale per il figlio Guido. Guido Fagioli fu il primo popolare a penetrare nell’esclusiva cerchia dei canonici della cattedrale: fino a quel momento i membri del capitolo di origine pisana provenivano senza eccezioni dalla nobiltà cittadina. Più clamoroso fu il caso di Ugolino, nipote ex frate di Banduccio Bonconti, in quel momento leader indiscusso del Popolo pisano. Ugolino fu avviato alla carriera ecclesiastica, portata avanti sotto la stretta supervisione del padre Francesco e dello zio, i quali ne ponderarono con attenzione ogni singolo passo. Nel 1305 infine Ugolino riuscì a entrare nel capitolo, attraverso una manovra non proprio trasparente. Il Bonconti ebbe la meglio su un altro pretendente che poteva vantare una provvisione di Bonifacio VIII. Nel luglio del 1305 Banduccio e Francesco promisero ai canonici 5000 fiorini d’oro se il loro rampollo avesse ottenuto la prebenda. Ugolino fu naturalmente accolto nel capitolo, nonostante l’opposizione dell’arciprete Jacopo Gualandi e di altri canonici. Anche Ranieri Sampante, un altro popolare particolarmente influente, nutrì l’ambizione di inserire il figlio Gualterotto tra i canonici della cattedrale, e infatti ottenne per lui una provvisione apostolica. Tuttavia nel 1303 alla sua candidatura fu preferita quella di Bondo di Ranieri di Alberto Rossi, membro comunque di una famiglia di artigiani e di mercanti.
Qualcosa di analogo dovette accadere anche a Siena dopo l’affermazione del regime popolare dei Nove nel 1287. William Bowsky ha notato che negli anni successivi si scatenò un vero e proprio accaparramento delle più importanti cariche ecclesiastiche, a partire ancora una volta dal capitolo della cattedrale, da parte sia delle più influenti famiglie che si esprimevano nell’istituzione dei Nove, sia, soprattutto, delle potenti casate magnatizie che appoggiavano il nuovo regime popolare.
A partire più o meno dagli ultimi decenni del Duecento in molte altre realtà, anche a sviluppo signorile, «i seggi più insigni e lucrosi della Chiesa cittadina – per usare le parole di Mauro Ronzani – vennero sempre più considerati alla stregua di strumenti vuoi di affermazione, vuoi di “resistenza”: un processo non del tutto nuovo, ma la cui brusca accelerazione era tale da pregiudicare seriamente il funzionamento delle istituzioni»; commentando proprio la situazione lucchese lo studioso osserva la «ormai comune equiparazione dei seggi e delle dignità ecclesiastiche alle cariche secolari».
Per quanto riguarda i Comuni di Popolo, si possono fare alcune ipotesi sulle ragioni di questo fenomeno. Per prima cosa, si può notare un evidente mutamento dello “stile di governo” e delle forme di gestione del potere dei gruppi dirigenti nei decenni a cavallo tra Due e Trecento rispetto alle fasi più precoci del dominio del Popolo, negli anni ’50, ’60, ’70 del XIII secolo. L’élite popolare estese rapidamente il proprio controllo non solo su tutte le istituzioni comunali, ma anche su ogni altra organizzazione e associazione fino a quel momento non sottoposta alla vigilanza della politica, su ogni singolo spazio di vita associata. Questa esigenza di sorveglianza e di disciplinamento nasceva soprattutto dalla necessità di governare la complessità e l’instabilità della società cittadina. Come si è detto, famiglie come i Rosciompelli, i Volpelli, i Fiandoni, i Margatti, i Tegrimi a Lucca o i Bonconti, i da Fauglia, i Sampante, i Cinquina, i Rau a Pisa avevano conquistato il potere in seguito a dure lotte politiche e feroci scontri fazionari, che certamente avevano lasciato focolai di dissenso e correnti di malcontento presso ampi settori della cittadinanza. A questo si aggiunga che i cittadini erano fortemente politicizzati. I Comuni di Popolo rappresentavano senza dubbio il livello più alto di “democrazia” raggiunto dalle compagini politiche medievali. Gran parte dei maschi adulti della città dotati di una minima base economica erano a vario titolo e a vari livelli coinvolti nella vita politica. Né i gruppi dirigenti popolari si potevano permettere limiti alla partecipazione. Come abbiamo visto nel caso di Lucca, le famiglie che presero il timone della città alla fine del Duecento avevano conquistato il consenso che aveva permesso loro di liberarsi dagli avversari attraverso una decisa radicalizzazione delle tematiche e del linguaggio politico del Popolo, che erano incentrati proprio sulla partecipazione e sulla lotta ai privilegi e alle violenze dei potenti.
L’incontro tra le frustrazioni di casate magnatizie e vecchie famiglie di Popolo escluse dal potere e i malumori di una popolazione cittadina dalla forte consapevolezza politica poteva dar luogo a una miscela esplosiva. Da qui la necessità di sottoporre a stretta sorveglianza politica ogni centro di incontro, ogni forma di espressione, ogni luogo di confronto, ogni spazio associativo che potesse prestarsi a dare forma organizzata al dissenso. È chiaro che in un certo contesto come questo il controllo delle principali istituzioni religiose, per l’influenza politica, economica e anche morale che erano in grado di esercitare a tutti i livelli della società cittadina, assumeva un’impotenza centrale.
Per tornare al caso lucchese, tuttavia, un’altra spiegazione – non alternativa, ma completamente alla precedente – alle vicende che segnarono la città tra la fine del Duecento e l’inizio del Trecento, compresa la rinnovata centralità strategica delle istituzioni religiose, è da ricercare in un nuovo mutamento dei modelli di azione sociale. Un ruolo non secondario in questi sviluppi ebbe infatti il ritorno alle diversificazioni delle opportunità. Anche le famiglie più recenti, emerse a partire dagli anni ’50 del Duecento, che avevano utilizzato un solo canale di mobilità sociale, il commercio internazionale – Fiadoni, Melanesi, Moriconi, Sandoni, Margatti, Asquini, ecc. – , dagli anni ’80 elaborarono strategie di conservazione della posizione acquisita più complesse e articolate. Per cominciare, come si è detto, iniziarono a dimostrare un interesse nuovo per la politica ad alti livelli, e questo nuovo apprezzamento uno degli elementi che contribuiscono a spiegare glia avvenimenti politici di questi anni: molte di queste famiglie, come si è detto, videro nella disponibilità a raccogliere il malcontento di ampi segmenti del Popolo uno strumento per conquistare un ruolo politico di maggior peso. Più in generale, esse presero a impiegare una quantità crescente di risorse e di energie per la creazione e il rafforzamento di reti relazionali, tanto orizzontali quanto verticali, verso l’alto – cioè con alcune casate aristocratiche – e verso il basso. Fu di questi gruppi familiari, come si è detto, l’iniziativa di una vera e propria rifondazione delle società di Popolo. Anche i protagonisti della seconda rivoluzione commerciale cominciarono inoltre ad apprezzare i vantaggi di avviare i figli alle professioni giuridiche e notarili. Emerse infine in questa fase un nuovo canale di mobilità sociale, che era stato scarsamente praticato anche dalle famiglie in ascesa dell’inizio del Duecento: le carriere ecclesiastiche.
Le scelte a favore della diversificazione erano legate al ritorno dell’incertezza. Le difficoltà economiche che divennero sempre più evidenti a partire dall’inizio degli anni ’90 del Duecento, a causa di un contesto internazionale sfavorevole, colpirono pesantemente la sfiducia dei Lucchesi nelle possibilità di crescita del settore sul quale si fondava la loro fortuna, l’industria serica. I mercati davano segni di saturazione, l’ondata espansiva si andava evidentemente esaurendo, i fallimenti delle grandi compagnie, non solo lucchesi, coinvolgevano disastrosamente operatori di tutti i livelli. Il commercio internazionale non appariva più in grado da solo di sostenere una robusta mobilità sociale, ma soprattutto non appariva più sufficiente a garantire le famiglie che avevano già completato la loro scalata sociale contro i rischi della mobilità discendente. Più il gruppo familiare si espandeva più doveva trovare nuove fonti di benessere economico e di prestigio sociale, e il commercio internazionale sembrava sempre meno capace di assicurare l’uno e l’altro a famiglie in crescita numerica.
L’incertezza economica si coniugava poi a una fase di incertezza politica. Dalla metà del Duecento si era aperta una fase di pax popolare, che si era protratta per diversi decenni, e aveva consentito una totale ristrutturazione delle istituzioni comunali e degli strumenti di potere. Alla fine del secolo, tuttavia, questa lunga parentesi di stabilità si era bruscamente chiusa, e la città era piombata in uno stato di tensione politica e di fibrillazione anche peggiore di quello dell’inizio del Duecento. Le famiglie della parte nera avevano preso il potere grazie a questa rottura, e non potevano non essere consapevoli della fragilità e della precarietà della loro posizione. Con la parte bianca che tramava dalla nemica Pisa, esse sapevano che la loro situazione poteva cambiare da un momento all’altro. L’appartenenza all’élite politica, in altre parole, non era più, come era stata in precedenza, una garanzia di preminenza e un’assicurazione contro i rischi di un tracollo economico e sociale. Da qui la necessità, per le famiglie di più o meno recente affermazione, di ancorare la loro posizione a molteplici appigli, di piantare radici molto profonde in tutti i campi e i settori della vita cittadina, dalle società delle armi alla prestigiosa cerchia degli esperti di diritto, dalle Arti alle istituzioni ecclesiastiche cittadine. Queste ultime, anzi, anche grazie ai legami che consentivano di stringere al di fuori delle mura della città, fino alla corte papale, apparivano un sostegno particolarmente solido e in grado di portare consistenti vantaggi non soltanto politici, ma anche economici.

Arnolfo di Cambio, Statua di papa Bonifacio VIII (1298 ca.). Firenze, Museo dell'Opera del Duomo.

Arnolfo di Cambio, Statua di papa Bonifacio VIII (1298 ca.). Firenze, Museo dell’Opera del Duomo.

4.Conclusioni.

Nelle pagine precedenti si è cercato di proporre qualche spunto di riflessione sull’evoluzione dei fenomeni di mobilità sociale nella Lucca del Duecento, partendo dall’analisi di uno specifico canale di circolazione sociale, le istituzioni religiose. Ne è emerso che una maggiore attenzione ai processi di mobilità sociale aiuta certamente a chiarire molte delle trasformazioni in atto nel XIII secolo, dalla crescita economica ai primi segnali di contrazione, dall’allargamento della partecipazione politica agli squilibri da esso generati, dall’ascesa di masse di “uomini nuovi” ai tentativi di chiusura oligarchica. Ma l’espetto più interessante è forse un altro. Lo studio della mobilità sociale non consente soltanto uno sguardo “oggettivo” sui mutamenti in atto della società lucchese, ma permette soprattutto di calarsi in una prospettiva “soggettiva”. Tale indagine offre cioè diversi squarci sulla percezione che di tali mutamenti avevano coloro che ne erano protagonisti, su come i Lucchesi vissuti in diversi momenti del Duecento pensavano il proprio tempo, su quali possibilità vi intravedevano, quali difficoltà vi intuivano, come si rappresentavano il proprio presente, il proprio futuro, le proprie opportunità.
Nel corso della trattazione, infatti, si è fatto più volte ricorso al concetto di “incertezza”, che rimanda all’ambito della percezione soggettiva, più che a quello della realtà oggettiva. Si è visto che dall’incertezza fiduciosa dell’inizio del Duecento, che portava le famiglie in ascesa a diversificare le proprie opportunità, sperimentando però anche nuove strade, innovando, cimentandosi in nuove avventure, si passò alla sicurezza ottimista dei decenni centrali, anni di boom economico, che convinse le nuove famiglie a concentrare tutte le proprie energie nel commercio internazionale, e infine all’incertezza pessimista di fine secolo, che determinò un ritorno alla diversificazione, venata però dal forte timore di perdere ciò che era stato conquistato e da un’inquietudine ansiosa che si riflette bene nella corsa all’accaparramento delle cariche ecclesiastiche. In conclusione, possiamo dire che indagini approfondite dei processi di mobilità sociale che caratterizzarono i diversi contesti geografici e politici nei secoli centrali del Medioevo potrebbero dare un contributo importante a quello studio della percezione e della rappresentazione del sociale che sembra oggi al centro dell’interesse della più avanzata storiografia internazionale.

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WICKHAM C.J., Legge, pratiche e conflitti. Tribunali e risoluzione delle dispute nella Toscana del XII secolo, Roma, Viella, 2000, p. 87.
WICKHAM C.J., Comunità e clientele nella Toscana del XII secolo. Le origini del Comune rurale nella Piana di Lucca, Roma, Viella, 1995.

Elenco parziale delle fonti

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ASDL, Dipl. + R 78, 1208 dicembre 24.
ASLu, Dipl. S. Croce, 1237 agosto 1.
ASLu, Dipl. S. Giovanni, 1184 marzo 25.
ASLu, Dipl. S. Giustina, 1209 gennaio 8.
Le croniche di Giovanni Sercambi, lucchese, a cura di S. Bongi, 3 vol., Lucca, Tipografia Giusti, 1892.
Tholomei Lucensis Annales, a c. di B. Schmeidler, in MGH, Scriptores rerum Germanicarum, Nova series, t. VIII, Berlin, 1930, p. 90.

Guelfi e ghibellini a Firenze

di G. Pampaloni, Guelfi e ghibellini, in Enciclopedia dantesca 3 (1970), pp. 301-307.

2405_06_guelfi_ghibellini A Firenze, come in altre città italiane, nei primi decenni del Duecento esistevano le ragioni di fondo che stavano portando nell’Italia settentrionale alla formazione di partes, nell’ambito della lotta fra Papato e Impero. Più ancora che nella presunta contesa tra Buondelmonti e Amidei del 1216, che fu chiamata in causa, sin dalla fine del Duecento, quale origine della divisione tra guelfi e ghibellini, il fatto che le parti si formarono in questa fase è testimoniato dai nomi stessi, che fanno riferimento alla contesa, nella successione a Enrico VI, tra la casa di Baviera (Welfen), rappresentata da Ottone IV, e quella di Svevia (originaria del castello di Waiblingen), a cui apparteneva Federico II. A Firenze, come appunto avvenne altrove, le contese locali trovarono una nuova ragione di scontro in questa lotta. Ma rispetto ad altre città, la società fiorentina presentava tuttavia alcune peculiarità: una pressoché totale assenza di famiglie originariamente dotate di diritti signorili nel ceto dirigente del comune, una milizia consistente, in cui alcuni elementi riuscivano ad acquisire tali diritti per via matrimoniale, ma soprattutto, in virtù del grande sviluppo economico, ad accumulare terre sulla base del prestito di danaro alle chiese e ai signori. Dunque una parte dei cavalieri (milites) era cointeressata nella difesa, a proprio vantaggio, dei diritti vescovili. All’interno di questo ceto esisteva, come ovunque, un pulviscolo di conflitti, che aveva dato luogo, nell’ultimo quarto del XIII secolo, a una “guerra civile” per il controllo del consolato, cioè del comune, tra gruppi opposti facenti capo agli Uberti e ai Fifanti. La possibilità che i conflitti privati si traducessero in schieramenti vasti e tendenzialmente polarizzati si era manifestata anche in seguito, come suggerisce la rottura del fidanzamento tra Buondelmonti e Amidei che, nel 1216, scatenò uno scontro di vaste proporzioni tra le due consorterie, coinvolgendo gli Uberti e altre famiglie. Anche qui, tuttavia, fu l’intervento di Federico II a scatenare la formazione di schieramenti destinati a durare. Quando l’imperatore fu incoronato, nel 1220, il comune di Firenze era impegnato in una disputa con il proprio vescovo attestata sin dal 1218, quando Firenze aveva privato dell’eredità un chierico di S. Gimignano sostenendo che ai chierici non spettasse il godimento dei diritti ereditari. Inoltre Firenze, alleata con Lucca, anch’essa in vertenza con il vescovo e con il papa, era in guerra, per motivi di confine, con Pisa (che aveva cercato e ottenuto l’appoggio di Federico II), alleata di Siena e Poggibonsi. Per queste ragioni quando l’imperatore, in seguito all’incoronazione, aveva elargito concessioni ai suoi fedeli, Firenze era stata gravemente penalizzata e aveva assistito al rilascio di diplomi a tutti i suoi rivali del territorio. fig11 Ciononostante, nel 1222, l’alleanza fiorentino-lucchese aveva riportato un’importante vittoria a Casteldelbosco. La conduzione della lunga guerra, per quanto coronata da successi come questo, portò tuttavia, con ogni probabilità, al formarsi di un’opposizione interna da parte di un popolus cittadino che proprio in questi anni cominciava a manifestarsi sul piano politico, riuscendo a far entrare i priori delle Arti nel governo e promuovendo, forse con una parte della milizia, operazioni di revisione delle spese pubbliche. La stipulazione di una nuova alleanza nel 1228 tra Pisa, Siena, Poggibonsi e Pistoia in funzione antifiorentina fece proseguire il conflitto tra Firenze e le altre città toscane, concentrandolo sulla Val di Chiana e Montepulciano. Sia il Papato sia l’Impero tentarono la pacificazione con vari mezzi nel corso dei primi anni Trenta. Il legato imperiale Geboardo di Arnstein fallì una mediazione e poi bandì Montepulciano, governata da un podestà fiorentino, Ranieri Zingani dei Buondelmonti. Gregorio IX, approfittando della morte del vescovo fiorentino, insediò un suo fedele, Ardingo, a cui fece emanare costituzioni contro gli eretici. Nel 1232 Firenze, che continuava a rifiutarsi di venire a patti con Siena, fu interdetta e subì il bando imperiale.
Su questo punto venne ad aprirsi un nuovo conflitto tra il vescovo e i milites che all’interno del comune intendevano proseguire la guerra. Tale conflitto però non coinvolgeva altri aspetti della politica episcopale. I tentativi di recupero patrimoniale e giurisdizionale del nuovo presule suscitavano semmai un’opposizione più forte nei ceti non militari, meno legati all’episcopio e più interessati a estendere il controllo pubblico sui beni della Chiesa cittadina, nel quadro di un progetto di espansione del potere comunale visibile nella riforma della tassazione del contado, nel recupero dei diritti dei signori inurbati e nei tentativi avanzati nel 1232 e 1233 di tassazione della Chiesa cittadina. Solo nel 1236, dopo che Lucca, colpita dal papa con la privazione della diocesi, non fu più in grado di sostenere Firenze, il vescovo fiorentino riuscì a imporre la pace con Siena. Tale pace, con ogni probabilità, fu accolta con favore dal “popolo”. Fu allora che il conflitto tra le diverse componenti della società si manifestò pienamente. Nello stesso anno il podestà, Guglielmo Venti, sostenuto dal “popolo”, attirò contro di sé l’odio dei milites e fu cacciato per aver appoggiato le richieste di indipendenza dal controllo vescovile del borgo di S. Casciano in Val di Pesa. La vertenza fu composta dal podestà che gli succedette, chiamato da una magistratura straordinaria, probabilmente di ispirazione popolare, i capitanei, e dal vescovo: il parmigiano Bernardo Orlando Rossi. Costui impose a S. Casciano di pagare al vescovo ciò che gli era dovuto, ma per la prima volta ottenne da parte di questo un formale omaggio. Mentre peggioravano le relazioni tra Papato e Impero, nel 1237 a questo conflitto sociale, che faticosamente era stato composto, si sovrappose una divisione interna alla milizia. La politica vescovile di recupero del controllo del capitolo cattedrale, con ogni probabilità, scontentò alcuni cavalieri. La chiamata di un podestà milanese, Rubaconte da Mandello, fu favorita dal papa in funzione antimperiale. Ma il nuovo magistrato si fece promotore di una politica di difesa dei diritti del comune, anche in contrasto con il vescovo (che lo accusò di eresia), e trovò quindi il consenso del “popolo”. In tal modo i vari conflitti interni che si erano manifestati (quello tra vescovo e comune, quello tra “popolo” e milites, quello tra diverse consorterie di milites) si collegarono con gli schieramenti dell’Italia settentrionale. Quando Federico II, forte della vittoria di Cortenuova, chiese l’invio di truppe per combattere nel Nord, nella milizia scoppiarono disordini tra Giandonati e Fifanti che si estesero all’intera città portando alla cacciata di Rubaconte. L’ingresso del nuovo podestà, il romano filoimperiale Angelo Malabranca, riaprì i disordini che erano stati temporaneamente sedati e li spostò in campagna, dove i cavalieri fiorentini antimperiali, per la prima volta definiti da una fonte coeva «guelfi», furono sconfitti, ma poterono rientrare in città grazie a una mediazione del vescovo.

«Cronica Nuova» di Giovanni Villani. Codice Chigi L VIII 296, fol. 85r (XIII sec.). Federico II entra a Cremona con il Carroccio (1237). Roma, Biblioteca Apostolica Vaticana.

Cronica Nuova di Giovanni Villani. Codice Chigi L VIII 296, fol. 85r (XIII sec.). Federico II entra a Cremona con il Carroccio (1237). Roma, Biblioteca Apostolica Vaticana.

L’insediamento, nel 1240, del nuovo capitano imperiale in Toscana, Pandolfo di Fasanella, aprì una nuova fase caratterizzata da una maggiore richiesta, soprattutto fiscale e militare, dell’Impero; questa pressione negli anni successivi fece confluire sul fronte antimperiale tutti coloro che sentivano i disagi del nuovo governo. Nel 1241 vi fu un nuovo scontro: i Giandonati, guelfi, assaltarono le case degli Amidei in cui era ospitato il podestà federiciano, ma furono sconfitti. L’anno successivo gli Adimari, guelfi, presero la torre dei Buonfanti, ma anche in questo caso il vescovo riuscì a pacificare le parti in lotta.
L’elezione di Innocenzo IV fece registrare anche a Firenze un salto qualitativo dell’intervento pontificio. Da un lato, il nuovo papa agì sul piano degli uomini di governo: riuscì a far chiamare podestà che, pur provenienti dal circuito imperiale, erano in stretto contatto con lui, come i parmigiani Rossi, e a imporre un proprio candidato nel capitolo cittadino, membro della famiglia signorile dei conti Guidi. Dall’altro, promosse una serrata propaganda antimperiale. Favorì l’arrivo del predicatore Pietro da Verona, che trovò un terreno fertile nei movimenti religiosi che andavano diffondendosi nella società fiorentina, soprattutto nel “popolo”, già sensibile al culto mariano e alle pratiche penitenziali sostenute da Mendicanti, Serviti, Penitenti, e infine istituì un tribunale dell’inquisizione.
Nella nuova soggezione imperiale, che in seguito all’arrivo di Federico d’Antiochia, figlio dell’imperatore, andava facendosi sempre più stretta, l’inquisizione non fu vista più solo come un’illegittima intromissione nella giurisdizione comunale tesa a tutelare la libertas Ecclesiæ, ma anche come uno strumento per colpire i seguaci dello scomunicato imperatore, a cui si doveva ormai l’imposizione del giuramento di fedeltà, la sottrazione dei diritti sul contado, affidati ai vicari, e un carico fiscale sempre più insostenibile.
In questa cornice maturò il consenso attorno alla parte guelfa da parte di un “popolo”che nei momenti di maggiore autonomia dall’Impero si era tenuto sostanzialmente estraneo ai conflitti di fazione. Alla fine del 1247, in conseguenza della necessità di truppe da impiegare nell’assedio di Parma, la richiesta di nuovi contingenti aprì nuovamente gli scontri. Nel febbraio dell’anno successivo i guelfi abbandonarono la città ritirandosi a Montevarchi e a Capraia, sotto il controllo di signori filopapali. Sotto il comando dei capitani Ranieri Zingani dei Buondelmonti e Rodolfo di Capraia, subirono l’attacco dei ghibellini guidati da Federico d’Antiochia. Ebbero una prima vittoria, ma in seguito furono sconfitti. Alcuni di loro furono deportati nel Regno di Sicilia. Nel 1250 riuscirono a riorganizzarsi nel territorio dei conti Guidi, mentre il popolo in città riusciva a cacciare i rappresentanti imperiali e a istituire un regime, il cosiddetto “primo popolo” con cui si chiuse il periodo della soggezione all’Impero e che, l’anno successivo, provvide a richiamare gli esuli.
Nella seconda metà del Duecento e in buona parte del secolo successivo i termini fiorentini guelfi e ghibellini vennero a indicare le parti favorevoli al Papato e all’Impero in tutte le città comunali italiane. Le ragioni di un simile successo risiedono nell’egemonia regionale e sovraregionale che Firenze acquisì con l’estinzione della casa di Svevia e con l’avvento degli Angioini alla corona di Sicilia. Ma tale successo non sarebbe comprensibile pienamente se non si considerasse il fatto che Firenze aveva condiviso con le altre città comunali gli elementi fondamentali che avevano condotto alla formazione delle parti.

«Cronica Nuova» di Giovanni Villani. Codice Chigi L VIII 296, fol. 85r (XIII sec.). La Battaglia di Montaperti (1260). Roma, Biblioteca Apostolica Vaticana.

Cronica Nuova di Giovanni Villani. Codice Chigi L VIII 296, fol. 85r (XIII sec.). La Battaglia di Montaperti (1260). Roma, Biblioteca Apostolica Vaticana.

Il canto VI del Purgatorio è il luogo in cui Dante esprime la sua digressione politica, così come fa nel canto corrispondente dell’Inferno e del Paradiso. Dopo aver incontrato Sordello da Goito, poeta mantovano, che si abbraccia Virgilio, il Sommo Poeta inneggia al famoso compianto sulla condizione dell’Italia, nei vv. 76-78: l’abbraccio fra Sordello e Virgilio, è per Dante esemplare in quanto vede l’amore fra concittadini, anche se in realtà nell’Italia del suo tempo non era proprio così a causa delle divisioni interne, delle partes, e delle lotte fra i guelfi e i ghibellini, se non addirittura fra guelfi “bianchi” e guelfi “neri”. Al v. 83, l’espressione «e l’un l’altro si rode» ricorda indubbiamente l’immagine infernale del Conte Ugolino che “rode” la testa del nemico (l’uno guelfo e l’altro ghibellino, non a caso!). Dante percepisce la cosa come molto profonda: la composizione della cantica del Purgatorio è infatti posteriore al 1307, quindi durante l’esilio, avvenuto a seguito delle lotte fra le fazioni fiorentine. Al v.97, Dante maledice Alberto I d’Asburgo, l’imperatore, il quale dovrebbe governare saldamente l’Italia (la sua azione sarebbe provvidenziale, in quanto dirimerebbe e pacificherebbe le contese), anziché occuparsi soltanto della parte tedesca dell’Impero. In seguito gli chiede di venire in Italia e accorgersi della situazione critica in cui versa e dell’instabilità politica vigente. Dante si rivela una sorta di “restauratore” che vorrebbe l’Impero, in cui i feudatari sono sottomessi e fedeli alla figura imperiale; piuttosto non vede di buon occhio quella parte della cittadinanza detta “populus”, cioè i nascenti borghesi (mercanti, banchieri). Al v.127, il Poeta si rivolge a Firenze, ed ironicamente dice che la sua digressione non la considera (infatti le ha già inveito contro nel VI dell’Inferno): molti hanno buonsenso («han giustizia in cuore») ma sono tardi a prendere in mano il potere, perché han paura di peggiorare la situazione; invece il popolino sa sempre cosa fare, ma ovviamente si auto-esclude dall’esercizio politico; molte persone rifiutano di governare, invece il popolo appare sollecito a farlo. Al v.139, si compara, esaltandole, Atene e Sparta (antichi – perciò autorevoli – esempi di civiltà e democrazia) con Firenze, la quale è in grado di creare provvedimenti tanto «sottili» (tanto finemente scritti) il cui vigore non ha una solida durata.
La chiusa del canto si conclude con una similitudine, che compara Firenze ad una persona malata che sul letto non sa da che parte girarsi (alludendo alla divisione bipartitica).

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Bibliografia:

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