Paolo Diacono

di L. Capo, s.v. PAOLO Diacono, DBI 81 (2014).

 

 

Paolo Diacono. – La vita di Paolo è nota solo per tappe essenziali, senza tempi e nessi certi: pochi dati, presenti nelle sue opere e nel suo epitaffio, scritto dall’allievo Ilderico a Cassino (ed. D. LVI, N. XXXVI), sulla cui autenticità sono stati avanzati dubbi, ma non stringenti.

Paolo nacque a Cividale tra il 720 e il 730, da una famiglia longobarda che Ilderico (vv. 9-13) e lui stesso dicono nobile: il termine nobile indica uno status fluido, legato a un prestigio familiare di lunga data e a un buon livello economico, che Paolo, nel carme Verba tui famuli (D. X, N. XI), con cui chiede a Carlo Magno la liberazione del fratello Arechi, prigioniero in Francia dopo la rivolta del duca Rotgaudo del Friuli, considera «venuto meno» (v. 21) con l’esilio e la conseguente povertà. Nella Historia Langobardorum (HL), IV 37, egli traccia la propria genealogia: Leupchis, giunto in Italia con Alboino (568/569), Lopichis, Arechi e Warnefrit, che da Teodolinda ebbe Arechi e Paolo (e una figlia). Il numero delle generazioni è forse difettoso (Cammarosano, 1993), ma la saga su Lopichis prova l’importanza e la vitalità di una tradizione orale familiare di tipo storico, portatrice di valori morali e sociali caratterizzanti.

Il periodo friulano non durò forse molto, ma in esso Paolo compì studi di rilievo: nel carme Sensi cuius (D. XII, N. XIII) ammette, pur dicendo di non ricordarne più niente, di aver appreso qualcosa di greco e di ebraico in scolis, da puerulus, e dà la traduzione latina di un carme dell’Antologia Palatina (anche se non c’è traccia nella sua opera di conoscenze letterarie greche). Questi studi infantili devono essere stati condotti a Cividale, in vista di una carriera ecclesiastica o piuttosto di attività legate ai rapporti dell’area con il mondo greco e orientale. Niente prova un legame diretto con l’allora patriarca di Aquileia, Callisto, citato senza calore in HL VI 45 e 51, e nemmeno con il duca Pemmo e il figlio Ratchis, di cui Paolo parla bene, ma non in modo che suggerisca una sua appartenenza alla loro corte.

Presto – così Ilderico – sarebbe stato accolto nel palazzo regio per esservi allevato, e lì, in un secondo tempo sarebbe stato indirizzato allo studio della sacra sophia da re Ratchis (744-749): quindi i suoi studi e la sua personale carriera non erano fin dall’inizio volti alla Chiesa. A Pavia, che conosce benissimo, e alla corte regia, dove lui stesso dice di essere stato (HL II 28), Paolo ricevette la piena formazione: qui sviluppò le due valenze che si intravedono nel poco che sappiamo della sua infanzia: la memoria longobarda e la scuola.

Firenze, BML, Plut. 65, 35, f. 34r. Ritratto di Paolo Diacono.

La corte regia era il luogo che più di ogni altro conservava e plasmava una tradizione storico-politica di gens che Paolo raccoglierà nell’HL; al tempo stesso i re avevano da subito riconosciuto l’utilità della collaborazione culturale che l’ambiente italico offriva, volgendola sia a costruire strutture di governo, sia a nutrire e manifestare una loro specifica visione politica, incentrata sulla funzione regia, espressione e guida della società, e su una consapevolezza di sé radicata nel passato longobardo. Tale impostazione aveva già prodotto una legge scritta per il Regno (l’Editto di Rotari, 643), che ne era insieme un grande frutto e un rafforzamento, e una cultura cristiana e politica, che era nella fase più creativa quando Paolo giunse a corte, verso la fine del regno di Liutprando (712-744). Egli ne fu segnato in profondità: tutta la sua opera si sviluppa su tale cultura, che aveva coniugato autocoscienza longobarda e scuola latina in una visione propositiva, in cui lo studio era strumento per dare voce e indirizzo al presente, nella sua doppia radice. È del resto ormai nota l’importanza dell’età longobarda e delle corte (soprattutto quelle di Pavia e di Benevento, ducato quasi autonomo) per la valorizzazione degli studi di matrice tardoantica, che avevano più possibili sbocchi e un significato né elitario né classicista (Scivoletto, 1965; Capo, 1990; Villa, in Paolo Diacono… 2000 e Villa 2008).

A corte Paolo fu forse indirizzato a una carriera civile, con una formazione anche giuridica: mostra di conoscere il Corpus iuris di Giustiniano (HL I 25), cita tutti gli interventi normativi dei re longobardi, ha consultato più di un ms. delle leggi. La sua preparazione teologica non pare invece profonda: nell’HL. le sue affermazioni dottrinarie sono piuttosto sfocate, e non solo nel caso difficile dello scisma dei Tre Capitoli, su cui le fonti potevano confonderlo, ma anche in quello del monotelismo (VI 4). Se questa debolezza non è da attribuire, come è possibile, a una svalutazione cosciente della dottrina, che Paolo espone (VI 4, IV 42) ma non sembra ritenere discriminante per la salvezza, la non piena consistenza della sua teologia confermerebbe quanto dice Ilderico, per il quale la sacra sophia fu solo una seconda tappa nella sua formazione.

Deve essere stato comunque presso la Chiesa pavese (non risulta un suo ritorno ad Aquileia) che Paolo divenne diacono, titolo che gli è sempre attribuito, lasciando poi questa strada per farsi monaco a Cassino (huc), secondo Ilderico, che parla di una scelta compiuta mentre la fama della sua dottrina illustrava le genti settentrionali e la gloria del secolo lo arricchiva (vv. 23-29): dunque prima della caduta del Regno (774), perché il mondo che gli rendeva onore è nel testo quello longobardo, e di Carlo e della conquista franca non c’è menzione.

La conversio è del resto anche l’ultimo avvenimento citato da Ilderico, che si concentra poi sulle virtù monastiche di Paolo, tali che, grazie ai suoi exempla – non si parla di scienza – la comunità sacra cominciò a risplendere (vv. 30-31). L’affermazione esplicita dell’epitaffio a favore di una vera vocazione non ha avuto successo negli studi, che hanno per lo più posto la monacazione di Paolo in rapporto con un evento politico: il ritiro a Cassino di Ratchis (749, o 757, quando fu costretto a rientrarvi dopo il secondo breve periodo regio, in lotta con Desiderio), oppure la caduta del Regno, semmai vedendovi un’imposizione di Carlo per un suo presunto coinvolgimento nella rivolta del 776. È possibile eliminare le datazioni al tempo di Ratchis, perché Paolo, in HL V 6 dice di aver visto (conspeximus) prima di questa la basilica di S. Giovanni a Monza amministrata da preti indegni: doveva dunque stare ancora in area pavese al tempo di Desiderio. La monacazione dopo il 774 è in non facile accordo con l’epitaffio e i dati che lo dicono in rapporto con i duchi di Benevento fin dal 763, e l’esilio imposto da Carlo si basa solo sulla lettura, non vincolante, che Karl Neff ha dato del carme Angustae vitae (D. V, N. VIII), in cui Paolo scrive a un pater, che pare avergli chiesto dei versi, che non è appropriato alla sua nuova condizione comporre carmi e inseguire le Muse, che non vogliono strettoie e chiusure: niente infatti impedisce che tali strettoie fossero proprio quello che egli allora voleva, messe da parte le Muse.

Dunque, l’indicazione dell’epitaffio resta nella sua genericità preferibile, pur se è vero che Ilderico, nella sua ottica monastica, potrebbe voler accentuare la libertà della scelta di Paolo, tacendo possibili pressioni esterne, quali che fossero; non c’è però nulla che contrasti con la sua presentazione negli scritti di Paolo, anzi la sua vocazione appare serena e costante (Costambeys, in Paolo Diacono…, 2000). Il ridotto spazio che ha Benedetto nella sua Historia Romana (HR, XVI 20 e 22)scritta prima del 774, non esclude che fosse già monaco (così Crivellucci, prefazione all’ed. 1914p. XXXV, n. 3), perché comunque il poco che dice è significativo; e le formule di umiltà con cui la dedica ad Adelperga (Paulus exiguus et supplex), le stesse che usa quando è certo monaco, se non provano che lo fosse allora, di sicuro non provano il contrario.

Il carme Angustae vitae ci dice comunque che Paolo prima di farsi monaco aveva scritto dei versi, e che qualcuno li aveva apprezzati. In realtà la sua opera poetica precedente l’incontro con Carlo è assai scarna: l’epitaffio di una giovane nipote, uno dei suoi testi migliori (D. IX, N. X), i versi sul lago di Como (D. IV, N. I), forse scritti quando si era già accostato alla sacra sophia; due carmi su s. Benedetto, poi inseriti in HL I 26 (oppure scritti proprio per l’HL, e quindi assai più tardi: Smolak, in Paolo Diacono…, 2000); infine alcuni testi prodotti per i duchi di Benevento, Arechi II e Adelperga, figlia di Desiderio, tra cui potrebbe essere anche l’epitaffio di Ansa, moglie del re (D. VIII, N. IX), forse non un vero epitaffio, ma piuttosto un elogio scritto quando la regina era in vita. I versi di Paolo giustificano l’apprezzamento dei contemporanei e dei posteri perché uniscono a una buona fattura tecnica un gusto lessicale sobrio e sicuro e una notevole limpidezza formale. Ma un giudizio solido sulla poesia di Paolo e sul suo posto nella produzione altomedievale è prematuro: si tratta infatti di uno dei campi in cui gli studi stanno dando risultati più interessanti (v. Mastandrea – Stella in Paolo Diacono…, 2000); il suo stesso corpus poetico potrebbe essere più ampio di quanto ammesso da Neff, e comprendere testi significativi come l’inno al Battista (D. LIV); i carmi alfabetici sui buoni e cattivi sacerdoti (D. LI e LII); i versi sui vescovi di Metz (D. XXV, N. V).

È possibile che siano state queste qualità di uomo di scuola e di buon versificatore a raccomandarlo alla corte di Arechi, nominato duca da Desiderio nel 758; che Arechi fosse friulano è spesso detto negli studi, ma non è dimostrabile: la successiva storiografia del sud lo considera beneventano, e Paolo, nell’epitaffio per lui, lo dice stirpe ducum regumque satus (D. XXXIII, N. XXXV, v. 7), forse collegandolo alla dinastia ducale di Grimoaldo, che era stato anche re.

La prima prova di tali rapporti è il carme sulla cronologia del mondo, datato al 763 (D. I, N. II), che si chiude con la preghiera che Dio accolga tra i beati Arechi e la moglie, stirpe nata regia, cioè figlia di re. A questo primo scritto, connesso con la storia universale, segue una vera opera storica, l’HR, dedicata sempre ad Adelperga, madre ormai di tre figli (non citati nel carme del 763), lettrice avida e interessata alla cultura, «a imitazione» del marito, «che, nella nostra età, solo quasi tra i principi, tiene la palma della sapienza» (dedica: pp. 3-4).

Munich Bayerische Staatsbibliothek, Clm 29471, 1 (IX sec.), Paolo Diacono, Homiliarius – Fragmentum.

A lei Paolo, «sempre fautore della sua istruzione (elegantia)», aveva fatto leggere il Breviarium di storia romana di Eutropio, ma la duchessa lo aveva giudicato troppo scarno e senza collegamenti con la storia sacra. Paolo dunque glielo ripresenta integrato con questi raccordi, ampliato con notizie da altre opere e proseguito, in sei libri, fino alla vittoria di Giustiniano sui Goti (553), con la promessa di portarlo al tempo presente se avesse trovato le fonti (Mortensen, in Paolo Diacono…, 2000).

L’HR ha meriti di chiarezza, equilibrio, visione storica che le hanno assicurato un notevole successo, e soprattutto nelle epoche di maggior cultura latina, come il XII e il XV secolo; ma ci guida pure alla comprensione culturale e politica dell’ambiente per cui fu scritta, perché documenta un interesse verso la storia romana senza polemica né contrapposizione: Paolo usa Orosio, che scrive «contro i pagani», e quindi anche contro la storia antica di Roma, ma lo spoglia proprio di questo carattere di contrasto; al tempo stesso modifica la prospettiva di Eutropio: aggiungendo alcune pagine di notizie preromane inquadra la stessa vicenda di Roma in una storia italiana, in cui i Longobardi si sarebbero potuti inserire con naturalezza grazie alla condivisione con gli italici del territorio e dei valori pubblici civili.

Questo atteggiamento verso la storia romana non si conserva negli ultimi scritti di Paolo prima del suo viaggio in Francia, cioè nei versi per le costruzioni di Arechi a Salerno (palazzo e chiesa): una commissione importante e realizzata in forme solenni. Il testo principale, in esametri, l’Aemula Romuleis (D. VI, N. I V1), mostra due tematiche, una positiva, che pone questi carmi in continuità con l’HR, e una negativa, che invece li differenzia: da un lato si espone, in termini affini ai testi liutprandei, il felice rapporto tra Arechi e il suo popolo, distinto dall’origine diversa, ma unito nella responsabilità e nella cura del principe, detto «gloria della gente latina e culmine dei Bardi». Dall’altro appare una contrapposizione dura e netta tra la Roma antica, con i suoi splendori pagani, frutto delle rapine compiute in tutto il mondo, e la Salerno di Arechi, edificata da un potere davvero cristiano e in modo onesto. La storia dei Longobardi radicati in Italia, cristiani e civili, si pone dunque non in continuità bensì in contrasto con quella romana, rifiutata per il paganesimo e ancor più per l’imperialismo. Questa polemica è certo in rapporto con il carattere anti-longobardo dell’ambiziosa politica dei papi e le sue conseguenze: la caduta del Regno e l’apertura dell’Italia alle mire imperialistiche di Carlo (come le stesse fonti franche sentono la dilatazione del loro Regno con i Pipinidi).

Dunque l’HR, prodotto di un contesto sereno, fu scritta entro il 774 (o il 771, quando Carlo ripudiò la sorella di Adelperga: in sostanza già una dichiarazione di guerra), tra il 766-767 e il 771-774; il carme tra 774 e 781-782, quando Paolo partì per la Francia e avviò una conoscenza di quel mondo che rese più articolate anche le sue idee sull’operato del re.

Questi dati indicano una presenza, plausibilmente continuativa, di Paolo al sud tra il 763 e il 781-782. La collaborazione con i duchi non esclude l’appartenenza a Cassino, perché non impone che egli vivesse a corte, ma solo che avesse dei rapporti con i duchi, coltivabili tramite visite occasionali o intermediari; e il numero di testi usati nell’HR potrebbe meglio spiegarsi con l’uso delle biblioteche sia dell’abbazia che della corte. Un periodo così lungo giustifica il ruolo fondamentale per Cassino che gli attribuisce l’epitaffio e sia in termini culturali gli riconoscono gli studiosi del cenobio, legando in buona misura al suo apporto e alla sua scuola il fatto che l’abbazia, ricostruita solo nella prima metà del secolo VIII su basi modeste, sia presto diventata uno dei maggiori centri della cultura monastica occidentale. La sua fama di maestro è del resto sicura: il vescovo di Napoli Stefano (766/67-799) invia chierici a studiare da lui (Paulo lęvitae) a Cassino (Gesta Episcoporum Neapolitanorum = GEN, 42, p. 425); e papa Adriano I in una lettera parla di «Paolo grammatico» (Codex Carolinus = CC, 89, p. 626, aa. 784-791).

Nel 781-782 la vita di Paolo ebbe una svolta: per ragioni non note, forse per una serie di circostanze favorevoli (l’abate era dal 778 un franco, Teudemaro; a Cassino, prima del 780, era stato per qualche tempo un cugino di Carlo, Adalardo, poi abate di Corbie, di cui Paolo fu amico; nell’aprile 781 il re era venuto in Italia, per regolare con il papa dei contenziosi territoriali, ma anche reclutare eruditi per la sua corte), Paolo decise di chiedere al re la grazia per il fratello, forse dopo un incontro di persona a Roma (Goffart, 1988, p. 341), e ottenne da Teudemaro il permesso di recarsi in Francia. Lì trovò ospitalità presso un abate – non ne fa il nome, ma ne ricorda i meriti nella lettera a Teudemaro (Pauli ep. 10) – e fece avere al re il già citato carme di supplica (Verba tui famuli), datato alla primavera 782. Il carme, poeticamente efficace, umile e dignitoso, in cui Paolo riconosce la giustizia della punizione e insieme, assumendosi – lui e tutta la famiglia – una responsabilità che non avevano, invita il re a una misericordia altrettanto giusta, ottenne il suo scopo (forse anche a favore di altri: all’abate egli parla dei «miei prigionieri», al plurale), ma con modalità e tempi non noti. La lettera a Teudemaro, del gennaio 783, mostra che la grazia non era ancora stata concessa e che Paolo, pur trattato benevolmente, si sentiva come in carcere al palazzo; ma già la presuppone lo scambio di versi con Carlo (Paule, sub umbroso Sic ego suscepi: D. XIII-XIV, N. XXI-XXII), scritto entro il 30 aprile 783, data di morte della regina Ildegarda, citata come vivente in un altro carme dello stesso momento (Cynthius occiduas: D. XVII, N. XVIII). In Francia egli fu spesso alla corte (itinerante) di Carlo, pur non vivendo al suo interno, in rapporto con i dotti che la frequentavano – in particolare con Pietro da Pisa, anche lui grammatico, maestro personale e portavoce in versi di Carlo (che cercava di imparare a leggere e scrivere il latino) – coinvolto in giochi letterari, come gli indovinelli in versi, e in un’atmosfera di entusiasmo e di convinzione di attuare una vera rinascita culturale con cui faticava a entrare in sintonia.

Wolfenbüttel, Herzog-August-Bibliothek, Cod. 45 M I 496 (XI sec.). Paolo Diacono, Historia Langobardorum, III 15-19.

Lo mostrano i primi due carmi scambiati con Pietro, cioè con Carlo (D. XI-XII, N. XII-XIII), scritti prima della grazia: Pietro esalta senza misura le capacità letterarie e la cultura di Paolo, chiedendogli di insegnare il greco ai chierici da inviare a Bisanzio con la figlia del re, promessa sposa all’imperatore. Paolo risponde con un carme (Sensi cuius) in cui, pur dicendo di capire benissimo da chi gli vengono i versi, respinge quasi con violenza le lodi, sentite come un’irrisione, proclama la propria ignoranza delle lingue, prende le distanze dai grandi autori dell’antichità cui era stato paragonato, che arriva ad assimilare a cani (perché, non cristiani, seguivano piste sbagliate), e afferma di ritenere le lettere solo un mezzo per guadagnarsi da vivere e di non avere altro da offrire al re che il suo amore. Il carme denuncia con chiarezza l’estraneità iniziale di Paolo rispetto al clima di corte, ma la gratitudine dovette aiutarlo ad abituarsi ai suoi riti e ancor più a capire qualcosa delle potenzialità della creazione politica di Carlo: di fatto Paolo, trattenuto in Francia dallo stesso favore del re, cominciò a collaborare ai suoi progetti, che erano culturali e non solo. Il cambiamento, graduale, ma chiaro, del suo giudizio sul re e la sua azione (Gandino, in Paolo Diacono e il Friuli…, 2001) significò per Paolo una pacificazione intima nei confronti della storia e una disposizione dello spirito utile per conoscere, sperimentare, imparare da un mondo diverso, così che il soggiorno in Francia finì per costituire per lui un notevole accrescimento umano e culturale, messo poi a frutto nell’HL.

Lì Paolo lesse e portò poi con sé a Cassino i Libri Historiarum (LH) di Gregorio di Tours, fondamento della sua conoscenza del VI secolo, nella rara versione integrale in dieci libri (Bourgain, 2004, p. 154); probabilmente lo stesso fece con l’Historia ecclesiastica gentis Anglorum (HEGA) di Beda, che sarà per l’HL fonte di notizie, modello compositivo e stimolo a riflettere sulle finalità della scrittura di una storia nazionale. Forse lesse anche la cronaca, di taglio politico e larghissimo orizzonte, del cosiddetto Fredegario, scritta in ambito burgundo a metà VII secolo: diversi tratti e vicende sono comuni alle due opere, ma le differenze sono troppo forti per pensare che Paolo l’avesse con sé mentre scriveva. Trovò a corte pure una copia della Naturalis Historia (NH) di Plinio il Vecchio più ampia di quella che aveva scrivendo l’HR (lì ne ricavò un solo, ma certo, passo: HR III 7, da NH VII 3, 35). Non solo Paolo nell’HL usa e cita Plinio (I 2), ma riempie con glosse tratte dalla NH il proprio ms. delle Etymologiae di Isidoro (Villa 1984). E molte note vi aggiunge dai glossari anglosassoni – in origine sussidi per la comprensione della Bibbia, diventati poi lessici bilingui a sé stanti (Lendinara, in Paolo Diacono…, 2000) – che dovette conoscere sempre a corte.

Dunque Paolo trovò in Francia testi utili per riprendere l’antico progetto di proseguire l’HR, ma anche ragioni e stimoli nuovi per ripensarlo. E in Francia fu coinvolto in una più intensa attività di scrittura, con molte richieste di lavori, in parte compiuti lì, in parte svolti o terminati dopo il suo ritorno a Cassino.

In primis gli epitaffi in versi: un genere tardoantico e cristiano, attestato in Burgundia fino alla prima metà del VII secolo e poi venuto meno in tutto l’ambito gallico; proseguito invece in Italia e anzi diventato per i re e l’aristocrazia uno strumento privilegiato di comunicazione ideologica, e per i pellegrini diretti a Roma, ormai numerosi, un oggetto di particolare interesse, come provano le loro raccolte di iscrizioni, datate a partire dall’VIII secolo (De Rubeis, in Paolo Diacono…, 2000). In Francia Paolo fu considerato lo specialista del genere. L’abate Apro di Poitiers, dove era andato a pregare, gli chiese un epitaffio per il vescovo e poeta Venanzio Fortunato, che Paolo poi copiò in HL II, 13 perché i concittadini del veneto Venanzio non ignorassero tutto de tanto viro; e soprattutto glieli chiese Carlo, per cinque donne della sua famiglia sepolte nell’oratorio di S. Arnolfo a Metz (D. XX-XXIV, N. XXIV-XXVIII), tra cui la moglie Ildegarda e due figlie molto piccole, per le quali Paolo riuscì a scrivere versi delicati. Il rapporto con il re era dunque diventato più stretto, e Carlo non solo stimava, ma sentiva vicino il suo ospite (e vero calore d’affetto mostrano i carmi che Carlo invierà a lui, o a lui e a Pietro dopo il loro rientro in Italia: D. XXXV-XXXVIII, N. XXXIII-XXXIV e XXXVIII).

Per uno degli uomini più autorevoli del Regno, Angilramno, vescovo di Metz e dal 784 capo della cappella palatina, Paolo scrisse nel 784 il Liber de episcopis Mettensibus Gesta episcoporum Mettensium, in parte modellato sul Liber Pontificalis (LP) papale, che Paolo aveva già usato nell’HR e che del resto era stato diffuso in Francia dai papi stessi, almeno da metà secolo VIII: l’interesse per il LP è in rapporto con la volontà di armonizzare la cultura ecclesiastica franca con quella romana che i Pipinidi mostrarono prestissimo, senza per questo arrivare mai a una accettazione totale e acritica, né in campo liturgico (Hen, in Paolo Diacono…, 2000), né in campo dottrinario.

Lo stesso Liber di Paolo è solo in piccola parte imitazione del modello romano, e ha forme e ragioni diverse, che riguardano l’idea di sé della Chiesa di Metz, apostolica e legata alla dinastia pipinide, e l’immagine pubblica della dinastia stessa. Di quest’ultima Paolo espone la genealogia, in cui si incontrano il piano della storia e quello della provvidenza, il tempo antichissimo e il futuro, grazie all’origine troiana e ai rapporti con la Chiesa di Metz (dati dalla figura chiave di Arnolfo, vescovo di Metz e capostipite della famiglia), e con la funzione regia, di cui i Pipinidi erano stati tutori e poi detentori benedetti da Dio. Le diverse interpretazioni proposte (Goffart, 1986; Sot, in Paolo Diacono…, 2000; Kempf, 2004) mostrano tutte l’importanza di questa operetta, di diffusione modesta (pochi testimoni, solo di ambito lorenese: Chiesa – Stella, 2005, pp. 495 s.), ma pensata per dotare Chiesa e dinastia di una lettura del passato unitaria, funzionale al presente e al futuro. Per un progetto così ambizioso Angilramno ricorse a Paolo – che doveva conoscere di persona (dal Liber Paolo risulta essere stato a Metz, forse dopo la morte di Ildegarda) – plausibilmente contando che i suoi meriti letterari e la sua estraneità all’ambiente garantissero una esecuzione fedele ed efficace; da parte sua Paolo ha sottolineato il suo ruolo di letterato inserendo nel Liber gli epitaffi che aveva composto per il re. Ma ha anche espresso un’idea propria – pur se certo non in contrasto con il committente – e cioè che Carlo, conquistando il Regno Longobardo, ne avesse rilevato pure il progetto politico: l’unificazione dell’Italia e la «responsabilità nei confronti dei Romani, incubo dei papi dell’VIII secolo» (Gandino, 2008, p. 377). In effetti nel Liber la grandezza politica di Roma è tutta al passato, e con la vittoria del 774 Carlo ha posto sotto di sé sia il Regno sia Roma; concetti riaffermati in HL, II, 16 (Roma olim totius mundi caput)e nella dedica al re dell’Epitome di Festo (Pauli ep. 11civitatis vestrae Romuleae). Sul piano politico i papi non esistono: Paolo ne ignora le pretese territoriali, non cita mai i loro interventi in ambito urbano, che sono anche un’espressione di potere e riempiono le pagine del LP (unica eccezione il lastricato dell’atrio di S. Pietro, opera di papa Dono, che ricorda a V 31, aggiungendo al LP la nota che i marmi erano candidi: plausibile indizio del fatto che almeno una volta a Roma c’è stato), e soprattutto allude ai papi che si erano impegnati a produrre la rovina del Regno Longobardo e insieme il proprio dominio temporale, denunciandoli, in maniera indiretta ma chiarissima, come non innocenti, non timorati di Dio, colpevoli di essersi «immischiati nella morte» di cristiani (HL IV 29). Dunque il Liber è per Paolo anche lo stimolo a una riflessione sulla fine del Regno e l’intervento di Carlo in Italia: diversa, ma non in tutto, rispetto a quella sottesa al carme Aemula Romuleis.

Al periodo franco possono risalire altre opere, non datate, come l’Expositio Artis Donati, plausibilmente scritta in Francia perché usa grammatiche insulari (Law, 1994), e nota da un unico ms. di Lorsch: Paolo però ne aveva un esemplare con sé, perché la utilizzerà Ilderico per la sua Ars grammatica, in cui figura anche la suddivisione dell’oratio in sette parti presente in una delle glosse paoline a Isidoro (Dell’Omo, 2004). Sembra di questi anni pure la copia, parzialmente rivista, della raccolta di cinquantaquattro lettere di Gregorio Magno, detta Collectio Pauli (P), ma non composta da lui, che ne ha solo curato una trascrizione per Adalardo di Corbie: anzi, la collezione era certo presente in ambito franco, perché Paolo invita l’amico a confrontare i passi corrotti con un esemplare migliore «se ne avrà l’occasione» (cosa che poi Adalardo farà: Dobiaš-Roždestvensky, 1930, pp. 138 s., che identifica con quello di Paolo il ms. Sankt-Peterburg, Publičnaja Biblioteka F. v. I. 7, fine secolo VIII, da Corbie; più incerta è l’autografia delle prime dodici righe della lettera e di alcune correzioni al testo: Hoffmann, 2001, pp. 17-19).

Secondo Dobiaš (1931-1933) il lavoro sarebbe stato fatto in Friuli, dove Paolo si sarebbe recato tornando dalla Francia, ma, anche se i copisti fossero dell’Italia del nord (ne dubita E.A. Lowe, Codices Latini Antiquiores, XI, Oxford 1966, p. 6 n. 1603), è più probabile che essi abbiano operato in Francia: non ha attestazioni in Italia, come non ne ha un ritorno di Paolo in Friuli. La lettera non parla di un rientro in Italia, mentre cita un viaggio l’estate precedente dalle parti di Corbie, in cui Paolo aveva sperato di vedere l’amico, e spiega il ritardo del lavoro con una malattia durata da settembre a Natale e con la povertà (pauper et cui desunt librarii): povertà non plausibile a corte, a Cassino e forse pure a Cividale, assai meno se era ospite di qualche monastero. La copia pare dunque essere stata fatta in Francia, dove Paolo deve aver trovato un codice della raccolta, che Adalardo non aveva o sperava di avere in una veste migliore se l’amico ne avesse curato l’edizione. Ma Paolo ha qui potuto fare poco, correggendo solo le sviste evidenti e segnando con una Z i passi da emendare: per apprezzare le sue qualità di editore di testi bisogna vedere piuttosto la glossa grammaticale alla Regula di Benedetto, che accompagna la copia fedele, chiesta da Carlo, del presunto autografo del santo (glossa in apparato all’ed. de Vogüé – Neufville della Regula, che conferma non suo un Commento alla Regola, basato su un testo interpolato, a lungo attribuitogli).

Ma il rapporto di Paolo con le lettere di Gregorio e le loro raccolte non si limita a questo. Nell’HL egli riprende da P un solo scritto, però importante: l’ep. V 6, da cui ricava la prova dell’innocenza di Gregorio (e della colpevolezza dei papi del proprio tempo); è verosimile che si sia copiato in Francia almeno la lunga frase che poi ha citato in HL IV 29, con differenze minime. Lo stesso deve aver fatto, evidentemente già pensando di scrivere l’HL, con tre lettere a tema longobardo (al re Agilulfo, alla regina Teodolinda, ad Arechi I di Benevento: HL IV 9 e 19), che prende da un’altra collezione, quella di duecento epistole, che ha una scarna tradizione, solo di area tedesca. Ha infine conosciuto anche la più ampia delle raccolte antiche, quella inviata da Adriano I a Carlo in data ignota, l’unica che abbia l’ep. I, 42, da cui attinge (secundum Gregorium) una glossa sul moggio (ed. Whatmough, p. 159, n. 16; Villa, 1984, p. 75). È dunque stato forte il suo interesse per gli scritti di Gregorio legati alla pratica amministrativa e alla realtà politica; ma non è su di essi che Paolo costruisce l’opera che gli dedica, la Vita Gregorii, evidentemente perché, come scrive ad Adalardo, giudica le lettere un materiale non adatto a tutti, propter aliqua, quae in eis minus idoneos latere magis quam scire convenit (Pauli ep. 12, pp. 508 s.); e infatti la Vita le usa solo in un paio di passi e si fonda invece su testi in cui non c’è niente che possa essere frainteso da un pubblico non preparato.

La Vita, che in HL III, 24 Paolo dice composta qualche anno prima, e che non può precedere (ma può seguire) il periodo franco, perché usa fonti conosciute allora, trasmette un messaggio chiaro e, pur costruita quasi per intero su scritti altrui (LH, HEGA; Gregorio Magno: Regula Pastoralis, Homiliae in Ezechielem, Dialogi, Moralia), ha una precisa personalità. Essa ebbe una buona diffusione (90 mss. censiti), accresciuta dopo che, alla fine del IX secolo, vi furono aggiunti i miracoli. Nella Vita il grande papa è tale non per i fatti che ha compiuto (e solo l’evangelizzazione degli Angli risulta qui una sua scelta), ma perché è stato fino in fondo un maestro di vita cristiana, vigilante in primo luogo su se stesso e costantemente impegnato per la salvezza spirituale dei suoi figli; perché è riuscito a passare indenne attraverso la storia, esercitando l’ecclesiasticum regimen senza farsi coinvolgere da ragioni profane; perché ha usato una cultura già straordinaria al suo tempo, per esprimere i concetti più elevati facendosi comprendere da tanti. Il testo è dunque un invito a riflettere sulle virtù di un papa che non ha cercato la gloria del mondo (e non si è immischiato nella morte di cristiani, come dirà nell’HL), ma ha la sua gloria nell’essere stato cristiano in prima persona e nell’essersi in molti modi adoperato perché lo fossero anche gli altri; ed è una dichiarazione di amore per lo studio e la scrittura, che permette che la memoria di un uomo sopravviva alla sua morte e soprattutto sopravviva l’utilità di ciò che ha pensato e scritto. Non pare da escludere per la Vita un contesto cassinese, liturgico o di scuola.

Il ritorno di Paolo avvenne non oltre l’autunno 786, quando Carlo stesso, finalmente in pace su ogni fronte – così gli Annales Regni Francorum, pp. 72 s. – partì per sistemare causas italicas e a Natale era già a Firenze: se la lettera di Adriano sul sacramentario richiesto iam pridem da Carlo tramite Paulus grammaticus (CC 89) si riferisce a lui, Paolo si recò a Roma indipendentemente dal re; e poiché sembra che nel 784 scrivesse il Liber e non fosse sulla via del ritorno, la copia per Adalardo dovrebbe essere stata fatta nel 785, in Francia, ma non a corte. Paolo non può avere avuto la licenza regia, indispensabile per partire, prima del Natale di quell’anno, che Carlo passò in Sassonia, dove è da escludere egli andasse: è probabile quindi che sia partito nella primavera 786, passando forse da Roma per il sacramentario.

Tornato a Cassino, Paolo non interruppe i rapporti con Carlo né il lavoro per lui: anzi il suo maggiore contributo agli sforzi del re per la correctio della vita religiosa fu compiuto dopo il suo rientro. Si tratta dell’Homiliarius per l’ufficio notturno, inviato da Carlo a tutte le chiese dei suoi domini (Capitularia I 30, pp. 80 s., aa. 786-800). Paolo lo accompagnò con una dedica (D. XXXIV, N. XXXII) scritta a Cassino (si dice aiutato dai meriti di s. Benedetto e dell’abate: vv. 7-9), ma l’opera deve essere stata iniziata in Francia, come suggerisce il largo uso di omelie di Beda. Carlo gli aveva chiesto non solo di correggere i lezionari precedenti dagli «infiniti errori» dovuti all’imperizia di copisti, ma di percorrere catholicorum patrum dicta e scegliere quaeque essent utilia, quasi sertum: compito che Paolo, volendo devote parere, aveva pienamente assolto. A questa fiducia del re nelle sue capacità di giudizio Paolo rispose con un lavoro personale e abbastanza innovativo.

Su propria iniziativa e plausibilmente da Cassino, Paolo inviò al re l’epitome dell’opera antiquaria di Sesto Pompeo Festo, a sua volta epitome del de Verborum significatione di Verrio Flacco (I secolo d.C.), con cui gli offriva un patrimonio di notizie riguardanti soprattutto la città di Roma, ora diventata sua.

Il dono, di scarsa utilità pratica, è forse significativo sul piano politico-culturale, perché la consapevolezza della profondità del tempo storico che stimola aveva avuto il suo peso nell’incontro tra longobardi e italici; è possibile quindi che Paolo intendesse così favorire l’assimilazione dell’orizzonte culturale italiano da parte dei franchi: un’ottica in cui anche l’HL potrebbe in parte rientrare.

Paolo tornò a Cassino in un momento politico difficile, durante la crisi dei rapporti tra Carlo e Benevento prima e dopo la morte di Arechi (26 ag. 787), e forse vi ricoprì un ruolo, come persona stimata da tutti, indirizzando il confronto verso il riconoscimento della sovranità franca da parte del duca e una sua sostanziale autonomia di governo. Di questo non ci sono prove dirette, ma nell’epitaffio per Arechi Paolo esprime chiaramente la sua vicinanza alla vedova del duca e il rimprovero alla Gallia dura che trattiene in ostaggio il figlio superstite, Grimoaldo (vv. 39-44); e Carlo in effetti lo rinviò in patria (nonostante il papa accusasse Benevento di trame con Bisanzio per rimettere sul trono l’esule Adelchi, figlio di Desiderio: CC 80, 82-84), ottenendo del resto che Grimoaldo respingesse Adelchi e le forze imperiali (788).

Da parte sua Paolo nell’HL non presenta mai il ducato come una realtà indipendente dal Regno e tratteggia i suoi rapporti con i re nel senso dell’accordo del 787: un buon grado di autonomia, entro una sovranità riconosciuta e un rispetto reciproco.

A Cassino prese infine forma l’idea dell’HL, così a lungo maturata.

Si tratta di un lavoro essenziale per la nostra conoscenza dell’età longobarda e di un testo letterario di qualità, scritto in un latino colto, ma fluido e naturale, e anche per questo letto e copiato tante volte nell’Europa latina (almeno 115 i mss. rimasti, oltre a quelli di cui abbiamo notizia tramite autori che l’hanno usato: Pohl, 1994; Pani, in Paolo Diacono…, 2000); e un’opera complessa, oggetto di molte interpretazioni, di cui non si potrà rendere pienamente conto qui, limitandoci ad alcune osservazioni.

I dati certi che abbiamo sull’HL sono pochi: fu redatta a Cassino, dove Paolo dice di star scrivendo sia nel I libro (26) che nell’ultimo (VI, 2 e 40), e dopo il soggiorno in Francia, esperienza ricordata come conclusa a I, 5 e altrove.

Il testo ebbe immediata fortuna, in particolare nell’Italia settentrionale, da cui provengono tutti i nostri più antichi mss.: un dato che ha nutrito l’ipotesi (McKitterick, in Paolo Diacono…, 2000 e 2004) che l’opera sia stata scritta nel Regno Italico, su impulso di Carlo e di Pipino re d’Italia, per facilitare la conoscenza e la comprensione reciproca di Franchi e Longobardi. L’idea ha un’utilità e un senso: è plausibile un interesse franco verso l’HL e sono reali l’attenzione di Paolo alla prospettiva carolingia e la sua accettazione del Regno Franco in Italia. Ma ciò non può portare a cancellare altre sicure ragioni del testo né le indicazioni che l’autore stesso dà sui tempi e luoghi della sua scrittura. La diffusione dell’HL al nord si spiegherà con i rapporti di Cassino con l’Italia tutta, la fama personale di Paolo e l’interesse che per una storia che riguardava in primo luogo il Regno Longobardo poteva nutrire non solo la corte franca, ma anche la popolazione del Regno. È del resto falso che l’HL non circolasse subito pure nel centro-sud, come è già stato rilevato (Chiesa, 2001; Pohl, 2010). Sebbene manchino mss. antichi, le molte e antiche attestazioni d’uso provano l’importanza dell’HL per la cultura storica dell’area e il suo irraggiamento da Cassino, da dove è certo giunta a Napoli la copia usata dai GEN agli inizi del IX secolo, e dove, nello stesso secolo, il testo è stato citato e proseguito in più forme, mentre nel X è stato modello del Chronicon Salernitanum, fonte dell’Historia miscella di Landolfo Sagace e compare in un inventario di Farfa (Chronicon Farfense, I, p. 326).

Per i tempi di scrittura, sappiamo che il I libro fu composto entro il 796, perché a I 26 Paolo sembra ignorare la fine del Regno Avaro, distrutto allora da Pipino (Pohl, 1994, p. 376); ma tale termine può non valere per tutta l’opera, che avrà preso molto tempo, né ci dice niente sul suo avvio, che non è detto seguisse subito il rientro a Cassino: quindi il contesto storico-politico in cui l’HL fu scritta non può essere meglio precisato.

Ciò rende più difficile metterla in stretto rapporto con i duchi di Benevento (Krüger, 1981; Goffart, 1988), dall’orientamento politico allora mutevole, ipotesi comunque basata sulla sopravvalutazione dello schema e della struttura del testo, che non sono gli unici elementi validi per capire le intenzioni e le ragioni di un’opera storiografica, scritto volontario e consapevole in ogni sua parte. Dubbio è anche il punto finale previsto da Paolo: l’HL manca di dedica, prologo, epilogo, è meno curata linguisticamente negli ultimi libri, non giunge alla caduta del Regno indipendente né al tempo della sua scrittura, ma solo alla morte di Liutprando (744), di cui l’ultimo capitolo (VI, 58) traccia un grande ritratto. I dati formali fanno pensare a un’opera non licenziata dall’autore (Chiesa, in Paolo Diacono e il Friuli…, 2001), pur se la veste grammaticale e ortografica poco corretta, che ha l’intero testo nei mss. più antichi, potrebbe rinviare a una sua scelta di pubblico più ampio e meno colto (Pohl, 1994, p. 390). Si può escludere che Paolo si sia fermato per non narrare la fine del Regno, troppo dolorosa e negativa (così il cassinese Erchemperto, cap. 1, e Vinay, 1978, pp. 127-129), perché su di essa aveva già espresso con molta chiarezza il suo giudizio, sia per le responsabilità longobarde (V 6), sia per quelle dei papi (IV 29). E non è prova sicura della volontà di terminare al 744 l’osservazione, più volte fatta, che la conclusione dell’ultimo libro sulla morte di Liutprando è in netto contrasto con quanto fatto fino allora da Paolo, che aveva sempre suddiviso su due libri i regni dei maggiori sovrani, usandoli come ponti tra le scansioni della storia scritta, perché il contrasto è logico, dato che Paolo riteneva che dopo Liutprando il regno avesse preso una piega degenerativa, che l’avrebbe portato alla perditio (V 6): la fine del libro sulla sua morte marca con forza questa cesura, tra un prima presentato in luce positiva, e un poi che non può più esserlo. Anche il cenno nell’ultimo capitolo a miracoli compiuti dal vescovo pavese Pietro posteriori tempore (cioè dopo il 744), che Paolo dice porrà in loco proprio, fa propendere per una prevista prosecuzione dell’HL, sia per l’imprecisione inusuale del riferimento a un’altra opera, sia per la non plausibilità intrinseca di tale opera, che sembra dovesse essere agiografica.

Chiarissima è invece l’impostazione di questa storia, molto diversa da quanto Paolo pensava scrivendo l’HR. Non si tratta più di una storia d’Italia, in cui i Longobardi, nel VI secolo, si sarebbero inseriti, ma di una storia della gens, dalle sue mitiche origini scandinave fino alla creazione e allo sviluppo del suo regno felice. Questo percorso è parte di un quadro storico vastissimo e coerente, che va oltre la necessità dei rapporti con i protagonisti (spesso assenti) ed è ricostruito attraverso fonti esterne, mentre la vicenda centrale è delineata soprattutto sulla base di fonti longobarde, in gran parte orali, che Paolo tratta con lo stesso rispetto e la stessa critica che ha per quelle scritte. Grazie a questi materiali e alla prospettiva storica con cui si pone nei loro confronti – maggior distacco verso quelli più antichi, maggior sintonia verso i più recenti – Paolo viene disegnando una storia anche culturale dei Longobardi: un risultato unico nella storiografia dei regni romano-germanici. Ciò non significa una storia autentica e oggettiva, perché è certo che essa è interpretata e rivista secondo le personali idee e convinzioni maturate da Paolo, che ricostruisce, giudica e commenta le vicende del passato. Non è però nemmeno arbitraria o legata solo alle sue personali ragioni e finalità (o a quelle dei suoi committenti), perché si dimostra coerente non solo con la cultura e l’ideologia regie, che hanno lasciato fonti dirette di cui l’HL può essere considerata l’organizzazione in un racconto storico, ma anche con i sentimenti, i valori e le pratiche sociali che a vari livelli appaiono nelle fonti a noi giunte da questo mondo. Di esso Paolo è effettivo testimone, e la sua opera si articola su un patrimonio di idee, in particolare politiche, che è longobardo e che non è affatto rinnegato né travestito alla ‘moda franca’ (la funzione prevale sulla dinastia, il rapporto della Chiesa con il potere pubblico, tipico del mondo franco, è quasi assente, il modello storiografico è longobardo: Capo, in Paolo Diacono…, 2000; del resto analoga indipendenza Paolo mostra in altre materie rilevanti: è il caso dell’iconoclastia, contro cui a VI, 49 prende una posizione netta, non in sintonia con Carlo: Heath, 2013, n. 678). Con l’HL Paolo ha dunque inteso ‘conservare’ i Longobardi, in primo luogo a loro stessi (e così l’HL è stata recepita dalla successiva tradizione longobarda), e ha reso a loro favore una testimonianza che la bella forma latina destinava a contrastare per sempre l’immagine nera tracciata dalla propaganda papale. Ma già questo ci dice che il pubblico cui pensava non era solo longobardo. Accanto e attraverso il percorso dei protagonisti, Paolo dà legittimazione storica a tutti gli altri attori (Impero bizantino compreso; esclusi i soli Saraceni, resi incompatibili dalla diversa e contrapposta religione) di questi secoli turbinosi, ma fondativi in cui si consuma il modello politico antico per far posto a organismi politici diversi, ognuno con una propria vicenda, ma tutti con una sostanziale affinità, data dalla somiglianza dei problemi di fondo affrontati: quelli della costruzione di una convivenza proficua tra genti di origini e storie diverse e di una configurazione stabile delle nuove società. L’HL. prende atto di questo grande processo e disegna una storia che è realtà e conquista di tutti (e anche per questo ha avuto un successo generale: Pohl, 1994 e Pohl, in Paolo Diacono…, 2000).

A capire ed esprimere questi caratteri comuni Paolo giungeva da più strade: la sua formazione culturale, che favoriva la molteplicità e non l’univocità perché orientata sulla curiosità verso le cose umane e su un’idea di erudizione come mezzo attivo di comprensione e comunicazione tra le genti; il suo soggiorno in ambito franco, che lo aveva portato a conoscere altre storie e altre esperienze, a comprendere l’affinità dei diversi percorsi, e quindi anche la possibilità, forse l’utilità, della loro confluenza in un unico insieme, che sapesse riconoscere e rispettare le particolarità e i risultati di ciascuna; la fede cristiana, cui tutte le gentes erano o sarebbero giunte (I, 4), che gli dava la certezza dell’unità di storia e destino del genere umano, aiutando a vedere gli elementi che uniscono come ad apprezzare ciò che distingue e non divide. A questa unità risponde anche la sua interpretazione complessiva della vicenda longobarda, esemplare del rapporto con Dio e con la storia degli uomini, che la costruiscono con le proprie mani, meritando di averla finché ascoltano Dio, meritando di perderla, quando – come i Longobardi degli ultimi tempi – permettono che la loro fede degeneri.

Paolo morì il 13 aprile o il 21 luglio (cfr. necrologi cassinesi) di uno degli ultimi anni del secolo VIII: solo convenzionale è la data del 799, scelta perché nella sua opera non c’è traccia dell’incoronazione imperiale di Carlo, avvenuta nel Natale dell’800.

 

Opere. Carmi: Pauli et Petri Diaconorum carmina, in MGHPoetae latini aevi Carolini, a cura di E. Dümmler, I, Berolini 1881, pp. 27-80; Die Gedichte des Paulus Diaconus. Kritische und erklärende Ausgabe, a cura di K. Neff, München 1908 (ed. N); Epistole: Pauli Diaconi epistolae, in MGH, Epistolae, IV, a cura di E. Dümmler, Berolini 1895, pp. 506-516. Epitome di Festo: Sexti Pompei Festi de verborum significatu quae supersunt cum Pauli epitome, a cura di W.M. Lindsay, Lipsiae 1913, pp. 1-520; Expositio Artis Donati seu Incipit Ars Donati quam Paulus Diaconus exposuit, a cura di M.F. Buffa Giolito, Genova 1990; Glossa alla RegulaLa Règle de st. Benoît, a cura di A. de Vogüé – J. Neufville, in Sources Chrétiennes, 181-186 bis, Paris 1972-77 (in apparato); Glosse a Isidoro: Scholia in Isidori Etymologias Vallicel-liana, a cura di J. Whatmough, in Archivum Latinitatis Medii Aevi, II (1925-1926), pp. 57-75, 134-16; Historia Langobardorum, a cura di L. Bethmann – G. Waitz, in MGH, Scriptores rerum Langobardicarum et Italicarum saec. VI-IX, Hannoverae 1878, pp. 12-187 (revisione, con traduzione e commento: Paolo Diacono, Storia dei Longobardi, a cura di L. Capo, Milano 1992); Historia Romana: a cura di A. Crivellucci, in Fonti per la Storia d’Italia, 51, Roma 1914; Homiliarius, a cura di J.-P. Migne, Patrologiae cursus completus, series latina, XCV, Parisiis 1861, coll. 1159-1566; Liber de episcopis Mettensibus (Gesta episcoporum Mettensium), a cura di G.H. Pertz, in MGH, Scriptores, II, Hannoverae 1829, pp. 260-268; nuova ed. a cura di D. Kempf, Paris 2013.

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Saranno qui citati solo gli studi essenziali e quelli cui ci si riferisce nel testo. Fino al 2001 un’ampia rassegna è data dalla voce Paulus Diaconus, in Repertorium Fontium Historiae Medii Aevi, VIII/4, Romae 2001, pp. 521-527; O. Dobiaš-Roždestvensky, La main de Paul Diacre sur un codex du VIIIe siècle envoyé à Adhalard, in Memorie storiche Forogiuliesi, XXV (1930), pp. 129-143; Ead., Itinéraire de Paul, fils de Warnefride en 787-788 et les premiers pas de la minuscule de Cividale en Frioul, ibid., XXVII-XXIX (1931-1933), pp. 55-72; L.J. Engels, Observations sur le vocabulaire de Paul Diacre, Nijmegen 1961; N. Scivoletto, Saeculum Gregorianum, in Giornale Italiano di Filologia, XVIII (1965), pp. 41-70; E. Sestan, La storiografia dell’Italia longobarda: Paolo Diacono, in La storiografia altomedievale, Settimane di Studio del CISAM, 17, Spoleto 1970, pp. 357-386; H. 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Ilderico di Montecassino

di M. Dell’Olmo, s.v. Ilderico di Montecassino, DBI 62 (2004).

 

Montecassino, Archivio dell’Abbazia 299, p. 103 (IX sec.), Ilderico, Ars grammatica.

 

Ilderico di Montecassino. – Osta a che si identifichi senza incertezze la figura di Ilderico il fatto che questo nome sia attribuito a più soggetti tutti apparentemente distinti l’uno dall’altro, la cui vicenda biografica si situa bensì in uno stesso ambito cronologico (sec. IX) e spaziale (area cassinese-beneventana).

Il primo di questi soggetti è l’Ilderico autore dell’epitaffio di Paolo Diacono, il cui explicit ne rivela tutta la venerazione del discepolo verso il grande maestro che, come lui, fu monaco nell’abbazia cassinese: «Hoc tibi, posco, sacer, gratum sit carmen honoris, / Hilderic en cecini quod lacrimando tuus. / Quem requiem captare tuis fac, quaeso, perennem / Sacratis precibus, semper amande pater»[1].

Il secondo fu l’Ilderico abate di Montecassino, che – secondo la Chronica di Leone Ostiense – succeduto a Deusdedit (828-834) resse il monastero per soli diciassette giorni tra l’834 e l’835: «XVI Hildericus abbas, sedit diebus XVII»[2].

Il terzo fu l’Ilderico philosophus e poeta, di cui l’autore del Chronicon Salernitanum schizza un suggestivo ritratto morale, situandolo a Benevento intorno all’870, allorché vi giunse l’imperatore Ludovico II, chiamato nel Mezzogiorno d’Italia fra gli altri dal principe beneventano Adelchi per eliminare finalmente il rischio costituito dai Saraceni capeggiati da Sawdān: «tempore quo Samnitibus Lodoguicus sepedictus preerat, triginta duobus philosofis illo in tempore Beneventum habuisse perhibetur; ex quibus illorum unus insigne, cui nomen fuit Ildericus, inter illos degebat, et non solum liberalibus disciplinis aprime imbutus, sed eciam proba virtute detitus»[3]: ne scaturisce l’immagine di un uomo di lettere la cui cultura ha qualcosa di miracoloso, dal momento che, secondo l’anonimo cronista, egli arriva perfino a dettare al notaio dell’imperatore Ludovico, che ne aveva dimenticato il tenore, una lettera di cui non sapeva nulla.

Infine, ad ampliare ulteriormente la questione dell’identità ildericiana, contribuisce la grammatica vergata in scrittura beneventana, che si conserva nel solo ms. Casin. 299 (seconda metà del sec. IX), con la seguente intitolazione, parzialmente rifilata, alla p. 2 in alto: «Ars Hilderici magistri eruditissimi viri».

Occorre perciò precisare le fonti da cui è possibile attingere dati relativi ai tratti personali eventualmente corrispondenti a ciascuno degli Ilderico sopra menzionati, chiarendone quindi l’eventuale convergenza, almeno in parte, verso una più distinta individualità, non senza subito riconoscere che a tal fine non sono di aiuto i due generici nomi di “Ildericus” e “Hildericus”, il cui obitus nel necrologio del cod. Casin. 47 (1159-73) è segnato rispettivamente al 1 e al 9 giugno[4].

L’Ilderico autore della menzionata epigrafe acrostica in memoria di Paolo Diacono è ben noto alla tradizione cassinese medievale, come dimostra Pietro Diacono, che nel tracciarne un medaglione biografico nel suo Liber illustrium virorum archisterii Casinensis (cod. Casin. 361, p. 135) scrive: «Hyldericus eiusdem Pauli diaconi auditor, de origine preceptoris sui vita, institutione, doctrina, religione, habitu lucidissimos versus composuit»; del resto l’epitaffio era già noto anche all’autore del Chronicon Salernitanum (sec. X): «super eius tumulum partim que in hoc mundo gessit, partim de eius prudenciis, quove temporibus perdurasset, sacris lictgeris exaratum invenimus»[5].

Ci si chiede se sia possibile stabilire un rapporto tra questo Ilderico discepolo di Paolo e l’altro Ilderico abate di Montecassino. Colpisce senz’altro il fatto che Pietro Diacono, sottile conoscitore dell’archivio e della biblioteca cassinesi, non accenni in alcun modo a una identificazione dell’allievo di Paolo con l’omonimo abate che governò, sia pure per pochi giorni, l’abbazia cassinese a metà del quarto decennio del sec. IX, e il cui nome per di più non compare prima del sec. XI nelle liste abbaziali di Montecassino (la più antica, del sec. X, è quella del Casin. 175), proprio per l’estrema brevità del suo governo. Lo stesso Leone Ostiense nell’autografo della Chronica (Monaco, Bayerische Staatsbibl., Clm, 4623) si limita a registrarne il solo nome e la scarna cronologia, collocandolo tra il già menzionato Deusdedit e Autperto (834/835-837), segno che anch’egli probabilmente non ne sapeva di più. Appare nondimeno significativo il fatto che Ilderico abate, il cui periodo di governo concorda pienamente con un eventuale suo discepolato giovanile alla scuola di Paolo Diacono († circa 799), ebbe come immediati successori tre monaci – Autperto, Bassacio, Bertario – tutti versati nelle lettere e per questo, in continuità l’uno con l’altro, testimoni di quanto fosse ancora vivo a Montecassino, nell’arco di oltre cinquant’anni dalla sua morte, il magistero culturale di Paolo Diacono. Sembra quindi logico supporre che Ilderico abate non sia persona diversa dall’autore stesso dell’epitaffio di Paolo, di cui eloquentemente ricorda con pari dignità i vertici di dottrina («omnia sophiae coepisti culmina sacrae») e la vocazione monastica («subdita colla dare Benedicti ad saepta beati»)[6].

Convergendo pertanto, senza gravi ostacoli né cronologici né ambientali, verso un’unica personalità sia i tratti di Ilderico discepolo di Paolo sia quelli dell’omonimo abate cassinese, la figura di Ilderico di Benevento per le stesse coordinate cronologiche, che grazie al Chronicon Salernitanum storicamente lo definiscono (primi decenni della seconda metà del sec. IX), se ne distacca nettamente, non potendo in alcun modo essere identificato, come voleva G. Tiraboschi, con un «Ilderico Monaco Casinese»[7] e resta in ogni caso, nonostante le sue caratteristiche di filosofo, poeta e vir Dei, una figura evanescente, talché, come è stato scritto, «togliamolo da questo ambiente ed è subito netto come egli non abbia un solo connotato che lo identifichi meglio»[8].

Resta ora da chiarire l’identità del «magister eruditissimus vir» autore dell’Ars grammatica serbata nel cod. Casin. 299. Testimone unico dell’Ars ildericiana, questo manoscritto, insieme con gli altri due, Parigi, Bibliothèque nationale, Fonds lat., 7530 e Roma, Biblioteca Casanatense, Mss., 1086 (metà del sec. IX), forma una triade grammaticale tutta cassinese-beneventana, caratterizzata in particolare da una convergenza nell’uso di Prisciano così netta da far ipotizzare l’esistenza di una tradizione testuale derivante da un codice priscianeo x, dalla quale avrebbero attinto sia l’anonimo compilatore della miscellanea parigina, sia Orso eletto vescovo di Benevento nell’833 circa e autore dell’Adbreviatio dell’Ars maior di Prisciano presente nel già menzionato codice Casanatense vergato, come sembra, a Benevento, sia lo stesso Ilderico autore dell’Ars grammatica cassinese[9].

Primo tra i codici grammaticali in beneventana oltre che vera e propria «synthèse cassinienne des arts libéraux»[10], il già citato ms. parigino Fonds lat. 7530, localizzabile a Montecassino in anni compresi tra il 779 e il 797 grazie al suo calendario – corredato delle depositiones degli abati cassinesi – e alle tavole pasquali, è il più vivo riflesso della scuola cassinese fondata da Paolo Diacono e perciò specchio del suo programma pedagogico oltre che espressione dei nuovi orizzonti d’interesse verso le scienze profane – poesia, grammatica, aritmetica, geometria –, aperti dallo stesso Paolo. Oltre che sul piano della pura tradizione testuale – contiene per esempio il Liber de metris di Mallio Teodoro ed è tra l’altro testimone unico del De metris Horatii di Servio –, il manoscritto si segnala soprattutto nell’ambito della didattica delle arti liberali, in special modo per la preminenza attribuita alla grammatica e alla retorica sulla dialettica. Ma c’è un altro notevole testimone degli interessi grammaticali di Paolo, il codice Roma, Biblioteca Vallicelliana, Mss., A.18 (sec. XII), le cui glosse alle Etymologiae di Isidoro (Scholia Vallicelliana), ascritte da Claudia Villa[11], e con nuovi argomenti anche da Patrizia Lendinara[12], con ampie probabilità a Paolo Diacono, rivestono un particolare significato non solo per meglio definire le conseguenze dell’insegnamento paolino nella scuola cassinese, ma anche per far più piena luce circa l’identità dell’«Hildericus magister eruditissimus vir». A testimoniare gli stretti legami tra Paolo Diacono e gli Scholia Vallicelliana è la presenza in questi ultimi di tradizioni tipicamente cassinesi, come quella del De verborum significatu di Verrio Flacco e delle relative epitomi di Pompeo Festo e Paolo Diacono[13], delle Instructiones di Eucherio e specialmente delle Fabulae di Igino, di cui il ms. Monaco, Bayerische Staatsbibl., Clm, 6437, consistente in soli cinque fogli vergati in beneventana durante l’esilio dei cassinesi a Capua nella prima metà del sec. X, è testimone unico se si eccettua l’esiguo frammento palinsesto in onciale conservato nel cod. Biblioteca apostolica Vaticana, Pal. lat. 24 (V/VI sec.). D’altra parte è emblematico che proprio Ilderico nella sua Ars grammatica mostri di aver recepito alcune concezioni, come la partizione settenaria dell’oratio, puntualmente riflesse dai soli Scholia. Del tutto innovativa rispetto alla tradizione irlandese-continentale saldamente legata al principio della suddivisione quinaria, l’attestazione settenaria rilevabile nell’Ars ildericiana non può non essere derivata dallo stesso autore degli Scholia (Paolo Diacono), come lascia inequivocabilmente supporre il parallelo fra lo stesso scoliaste vallicelliano – in ciò differente da Pietro di Pisa[14] o dal cosiddetto Donatus Ortigraphus[15] – e Ilderico: «Orationum genera.VII. sunt: est enim religata in metris, absoluta in prosa, allocutiva in epistulis, disputativa in dialogis, relativa in historiis, compta in rhetorica, clausa in dialectica»[16]; «Orationum genera quot sunt? Septem. Quae? Allocutiva in epistolis, disputativa in dialogis, compta in retorica, clausa in dialectica, profusa in historiis, stricta in metris, plana in prosa» (Ars ildericiana)[17]. Ma c’è ancora un altro elemento che svela l’ascendenza paolina dell’Ars grammatica di Ilderico, ed è l’utilizzazione non solo delle principali fonti grammaticali antiche quali Pompeo, Diomede, Donato, Servio, il già citato Prisciano, Isidoro, ma anche della stessa Ars Donati di Paolo Diacono, cui vanno aggiunte le citazioni classiche, sia pure filtrate attraverso florilegi, da Virgilio, Giovenale, Ovidio, Plauto, Lucano, Stazio.

Alle comuni tradizioni testuali più sopra indicate, che rivelano un’interdipendenza fra manoscritti quali il parigino Fonds lat. 7530, il Casanatense 1086 e il Casin. 299, corrisponde una parallela omogeneità sul livello dell’ornamentazione, come ha dimostrato Giulia Orofino sottolineando in particolare i motivi delle rosette a quattro petali oblunghi, la cui presenza nelle iniziali del Casin. rinvia al parigino; non mancano altre affinità con un altro fondamentale manoscritto prodotto a Montecassino sullo scorcio del sec. VIII (Bamberga, Staatsbibl., Patr., 61), e recante le Institutiones di Cassiodoro, le cui iniziali puntinate sul bordo trovano un chiaro riflesso nella grande P colorata a p. 2 del Casin. 299[18].

Tutto questo, se da una parte consolida la dipendenza di Ilderico autore dell’Ars grammatica dal magistero di Paolo Diacono, dall’altra conferma pure l’origine cassinese del ms. 299, di recente corroborata da Francesco Magistrale in un’ampia e dettagliata analisi paleografica del codice di Montecassino; Virginia Brown, invece, ha mostrato qualche apertura per una derivazione da Benevento[19]. Per di più non a caso il ms. 299, oltre a recare nel margine inferiore di p. 1, quale nota di possesso, l’ex libris di Montecassino dei primi anni del sec. XVI, contiene anche alle pp. finali 215 s. la trascrizione di un excerptum grammaticale derivante dall’Ars maior di Donato[20], vergato tra IX e X sec., in una beneventana e secondo una impaginazione di cui è certamente responsabile la stessa mano che ha vergato un altro frammento grammaticale del De participio ancora dall’Ars maior[21], con identica disposizione del testo, alla p. 234 del cod. Casin. 187, prodotto nello scriptorium cassinese durante la seconda metà del sec. IX: un segno evidente che almeno già nel sec. X entrambi i codici dovevano trovarsi in una stessa raccolta libraria appartenente alla comunità monastica cassinese.

Sondate le fonti disponibili, è giusto ribadire anche come non siano del tutto privi di fondamento i dubbi, pur non gravi, di Lentini che non riteneva certa l’identità del discepolo di Paolo con l’omonimo abate cassinese, riconoscendo nondimeno che «per quanto riguarda la paternità della nostra grammatica, l’Ilderico abate deve essere escluso, se fu veramente distinto dal discepolo di Paolo»; lo stesso Lentini riconosce d’altra parte che fra tutti i possibili candidati è lui che «presenta i più validi titoli per esser riconosciuto autore»[22]. Allo stato attuale, dunque, come rivela il «se» dello stesso Lentini, mancano seri argomenti per negare che l’Ilderico abate cassinese tra l’834 e l’835 sia anche l’autore dell’epitaffio di Paolo Diacono, e per ciò in conclusione non si può non ammettere la piena plausibilità della posizione critica di coloro – e noi siamo tra essi – che identificano in un unico Ilderico il discepolo di Paolo Diacono, l’autore dell’Ars grammatica che si conserva nel Casin. 299, e infine l’omonimo abate di Montecassino, nella serie abbaziale sedicesimo dopo s. Benedetto (Amelli, Neff, Manitius, Cavallo, Bloch, Magistrale).

 

 

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Note:

 

[1] K. Neff, Die Gedichte des Paulus Diaconus. Kritische und erklärende Ausgabe, München 1908, p. 156; la mano è del sec. XI, coeva ma distinta rispetto a quella che ha copiato il precedente testo dell’iscrizione commemorativa alle pp. 579 s. del codice Casin. 175 conservato nell’Archivio dell’Abbazia di Montecassino, vergato a Capua negli anni dell’abate Giovanni, tra il 914 e il 934.

[2] Chronica monasterii Casinensis, a cura di H. Hoffmann, in Mon. Germ. Hist., Scriptores, XXXIV, Hannover 1980, p. 12.

[3] Chronicon Salernitanum. A critical edition with studies on literary and historical sources and on language, a cura di U. Westerbergh, Stockholm 1956, cap. 12, p. 134.

[4] Cfr. I necrologi cassinesi, a cura di M. Inguanez, in Fonti per la storia d’Italia [Medioevo], LXXXIII, Roma 1941.

[5] Chronicon Salernitanum, op. cit., cap. 37, p. 38.

[6] K. Neff, op. cit., p. 155.

[7] Cfr. G. Tiraboschi, Storia della letteratura italiana, III, Modena 1773, pp. 181, 202.

[8] M. Oldoni, Ilderico di Benevento, in Studi medievali, s. 3, XI (1970), p. 911.

[9] A. Lentini, Ilderico e la sua “Ars grammatica”, Montecassino 1975, p. 193.

[10] L. Holtz, Le Parisinus Latinus 7530, synthèse cassinienne des arts libéraux, in Studi medievali, s. 3, XVI (1975), p. 100 n. 26.

[11] C. Villa, Uno schedario di Paolo Diacono. Festo e Grauso di Ceneda, in Italia medioevale e umanistica, XXVII (1984), pp. 56-80.

[12] P. Lendinara, Gli Scholia Vallicellianae i primi glossari anglosassoni, in Paolo Diacono. Uno scrittore fra tradizione longobarda e rinnovamento carolingio. Atti del Convegno internazionale di studi, Cividale del Friuli-Udine… 1999, a cura di P. Chiesa, Udine 2000, pp. 273-275.

[13] Cfr. Sexti Pompei Festi de verborum significatu quae supersunt cum Pauli epitome, a cura di W.M. Lindsay, Lipsiae 1913.

[14] Cfr. A. Luhtala, Excerpta da Prisciano, Diomede e Pompeo compilati da Pietro da Pisa nel codice Bruxell. II 2572, in Manuscripts and tradition of grammatical texts from antiquity to the Renaissance. Proceedings of a Conference held at Erice… 1997, as the 11th Course of the International School for the study of written records, a cura di M. De Nonno – P. De Paolis – L. Holtz, Cassino 2000., pp. 334, n. 25.

[15] Ars grammatica, a cura di J. Chittenden, Turnhout 1982.

[16] C. Villa, op. cit., p. 70.

[17] A. Lentini, op. cit., p. 44.

[18] S. Adacher, La miniatura cassinese in alcuni codici conservati nell’Archivio dell’abbazia, in Monastica, III, Scritti raccolti in memoria del XV centenario della nascita di s. Benedetto (480-1980), Montecassino 1983, pp. 190.

[19] V. Brown, “Where have all the grammars gone?” The survival of grammatical texts in Beneventan script, in Manuscripts and tradition …, op. cit., p. 398: «The presumption [according to Lowe] is that Montecassino 299 was also written there. Palaeographically speaking, however, the script, in its general appearance, seems more characteristic of Benevento», non senza aggiungere tuttavia che «this may, of course, signify nothing in terms of authorship given the constant interchange, already referred to, between these two centers».

[20] De adverbio: grammatici Latini, a cura di H. Keil, IV, 2, Lipsiae 1864, 385, 10-386, 31.

[21] ibid., 387, 17-388, 7.

[22] A. Lentini, op. cit., p. 184.

 

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Fonti e Bibliografia:

 

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I barbari in Italia, Milano 1984, pp. 638, 651; Id., Dallo scriptorium senza biblioteca alla biblioteca senza scriptorium, in Dall’eremo al cenobio. La civiltà monastica in Italia dalle origini all’età di Dante, Milano 1987, p. 361; Id., Qualche riflessione (e ripetizione) sulla cultura negli ambienti monastici di area beneventano-cassinese, in Montecassino. Dalla prima alla seconda distruzione. Momenti e aspetti di storia cassinese (secc. VI-IX). Atti del II Convegno di studi sul Medioevo meridionale, Cassino-Montecassino… 1984, a cura di F. Avagliano, Montecassino 1987, pp. 378 s., 381; C. Leonardi, La cultura cassinese al tempo di Bertarioibid., pp. 317, 322; A. Lentini, Medioevo letterario cassinese. Scritti vari, a cura di F. Avagliano, Montecassino 1988, pp. 17-19, 411-489; O. Pecere, Il ruolo del monachesimo benedettino nella trasmissione dei classici: Montecassino, in Tercer Seminario sobre el monacato. 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Manoscritti di autori classici e civiltà monastica (catal., Abbazia di Montecassino), a cura di M. Dell’Omo, Roma 1996, p. 57; Id., Ilderico, Ars grammatica, ibid., p. 162 (scheda n. 34); O. Pecere, Prima dei classici: la cultura scritta a Montecassino da s. Benedetto a Teobaldoibid., pp. 74 s.; M. Dell’Omo, Montecassino. Un’abbazia nella storia, Montecassino-Cinisello Balsamo 1999, pp. 237, 293, 319-321, 394; Id., Ilderico, Ars grammatica, in Il futuro dei Longobardi. L’Italia e la costruzione dell’Europa di Carlo Magno (catal., Brescia), a cura di C. Bertelli – G.P. Brogiolo, Ginevra-Milano 2000, pp. 159 s. (scheda n. 226); G. Cavallo, Libri e cultura nelle due Italie longobardeibid., p. 99; F. Lo Monaco, Cicerone nella tradizione culturale beneventano-cassinese tra i secoli IX e XII. Linee per un’indagine, in Ciceroniana. Riv. di studi ciceroniani, XI (2000), pp. 99-103; V. Brown, “Where have all the grammars gone?” The survival of grammatical texts in Beneventan script, in Manuscripts and tradition of grammatical texts from antiquity to the Renaissance. Proceedings of a Conference held at Erice… 1997, as the 11th Course of the International School for the study of written records, a cura di M. De Nonno – P. De Paolis – L. Holtz, Cassino 2000, pp. 397 s., 410; A. Luhtala, Excerpta da Prisciano, Diomede e Pompeo compilati da Pietro da Pisa nel codice Bruxell. II 2572, ibid., pp. 334 s., 341 n. 39; F. Magistrale, Il manoscritto della grammatica di Ilderico di Montecassino: caratteri materiali e dispositivi testualiibid., pp. 415-445; B.M. Tarquini, Spunti di riflessione sui codici grammaticali in scrittura beneventanaibid., pp. 774, 786, 788; L. Holtz, Conclusionsibid., p. 801; R. McKitterick, Paolo Diacono e i Franchi: il contesto storico e culturale, in Paolo Diacono. Uno scrittore fra tradizione longobarda e rinnovamento carolingio. Atti del Convegno internazionale di studi, Cividale del Friuli-Udine… 1999, a cura di P. Chiesa, Udine 2000, p. 16; P. Lendinara, Gli Scholia Vallicellianae i primi glossari anglosassoniibid., pp. 251-278; M. Costambeys, The monastic environment of Paul the Deaconibid., p. 130; F. Stella, La poesia di Paolo Diacono: nuovi manoscritti e attribuzioni incerteibid., p. 556; B.M. Tarquini, Un “Prisciano” conteso: ancora sui codici grammaticali in scrittura beneventana fra VIII e IX secolo, in Italia medioevale e umanistica, XLIII (2002), pp. 370 s., 375, 378.

La «prosa latina del grande secolo dell’Umanesimo»

di E. Garin (cur.), Introduzione Prosatori Latini del Quattrocento (La Letteratura italiana. Storia e testi, vol. 13), Milano-Napoli 1952, pp. ix-xix.

BNCF, Conv. Soppr. J.VI.10, c. 144r (1426). Pagina della raccolta 'Opere' di Tertulliano imprestata da Giordano Orsini a Niccolò Niccoli.

BNCF, Conv. Soppr. J.VI.10, c. 144r (1426). Pagina della raccolta Opere di Tertulliano imprestata da Giordano Orsini a Niccolò Niccoli.

I

L’insidia implicita nel concetto stesso di genere letterario ha non di rado contribuito a falsare la prospettiva necessaria a ben collocare la produzione in prosa latina del grande secolo dell’Umanesimo. Età in cui vennero predominando preoccupazioni critiche, in cui tutta l’attività spirituale era impegnata a costruire una respublica terrena, degna pienamente dell’uomo nobile[1], il Quattrocento trovò la sua espressione più alta in opere di contenuto in largo senso moralistico e di tono retorico, in cui non solo si consegnava un modo nuovo di concepire la vita, ma si difendeva e si giustificava polemicamente un atteggiamento originale in ogni suo tratto. Per questo chi voglia andar cercando le pagine esemplari dell’epoca, le più profondamente espressive, dovrà rivolgersi, non già a testi per tradizione considerati monumenti letterari, ma alle opere in cui veramente si manifestò tutto l’impegno umano della nuova civiltà. Così, mentre chi prenda a scorrere novelle umanistiche non potrà non uscir deluso da talune, più che imitazioni, traduzioni, o meglio raffazzonamenti, di modelli boccacceschi, quali troviamo, tanto per esemplificare, in un Bartolomeo Fazio, pagine di insospettata bellezza, capaci di colpire ogni più raffinata sensibilità, ci si fanno incontro nei trattati e nei dialoghi di Poggio Bracciolini, e perfino nelle opere di un filosofo di professione, dall’andamento talora scolasticizzante, qual è Marsilio Ficino.

E proprio il Ficino della Theologia platonicapresentando gli uomini travagliati dalla malinconia della vita e desiderosi che tutto sia un sogno («forsitan non sunt uera quae nunc nobis apparent, forsitan in praesentia somniamus»)[2], definisce nei suoi particolari espressivi un tema di larghissima risonanza in tutta la letteratura europea. Sempre il Ficino, nel Liber de Solepur parafrasando talora l’orazione famosa dell’imperatore Giuliano, fissa i momenti di quella «lalda del sole» che, attraverso Leonardo da Vinci, arriva fino all’inno ispirato di Campanella. Leonardo rimanda esplicitamente all’apertura del terzo libro degli Inni naturali del Marullo; ma chi veramente, ancora una volta, in una prosa di grandissimo impegno, ci offre tutti i temi di quella solenne preghiera di ringraziamento alla fonte di ogni vita e di ogni luce, è proprio Ficino. Del quale è la non dimenticabile raffigurazione di una tenebra totale, ove è spento ogni astro, che fascia lungamente i viventi, finché di colpo il cielo si apre per mostrare colui che è sola forma visibile del Dio verace. E ficiniana è l’opposizione del carcere oscuro e della luce di vita, della tenebra di morte e dei germi rinnovellati dalla luce e dal calore solare, in cui si articolerà il metro barbaro di Campanella.

Ma per rimanere agli scritti di un medesimo autore, Leon Battista Alberti, non grande imitatore del Boccaccio, raggiunge invece la sua piena efficacia quando costruisce i suoi dialoghi, e sa essere perfettamente originale pur intessendoli di reminiscenze classiche. Perfino la tanto celebrata Historia de Eurialo et Lucretia di Enea Silvio perde tutto il suo colore innanzi alle pagine dei Commentarii[3]; e sono più facili a dimenticarsi i casi di Lucrezia che non le stanze delle antiche regine divenute nidi di serpi, o le porpore dei magistrati romani rievocate fra l’edera che copre le pietre rose dal tempo, o i topi che corrono la notte nei sotterranei di un convento e il papa che caccia sdegnato i monaci negligenti. Per non dire di quella feroce presentazione dei cardinali, fissati in ritratti nitidissimi con rapide linee mentre per complottare trasferiscono nelle latrine la solennità del conclave.

Poggio consegna a trattati di morale narrazioni scintillanti di arguzia, spesso molto più facete di tutte le sue FacezieI mari di Grecia percorsi sognando di Ulisse, il fasto delle corti d’Oriente, le belve africane, i fiumi immensi, «et per Nilum horrifici illi anguigeni crocodili», si alternano a discussioni erudite sulle iscrizioni delle Piramidi nelle lettere agli amici e nel taccuino di viaggio di quel bizzarro e geniale archeologo che fu Ciriaco de’ Pizzicolli d’Ancona. E forse il grande Poliziano ha scritto le sue pagine più belle nella prolusione al corso sugli Analitici primi d’Aristotele e nella lettera all’Antiquario sulla morte del Magnifico Lorenzo. Lettere dialoghi e trattati, orazioni e note autobiografiche, sono i monumenti più alti della letteratura del Quattrocento, e tanto più efficaci quanto meno l’autore si chiude nelle forme tradizionali, quanto più si impegna nel problema concreto che lo preoccupa[4], o si accende di passione politica nel discorso e nell’invettiva, o si dimentica nella confessione e nella lettera.

Poliziano, che della produzione letteraria del suo tempo fu il critico più accorto e consapevole, e che ha dichiarato con grande precisione i suoi princìpi dottrinali nella prefazione ai Miscellanea, nella lettera al Cortese e, soprattutto, nella grande prolusione a Stazio e Quintiliano, ha visto molto bene come all’umanesimo fossero intrinseche particolari maniere espressive. Proprio nelle prime lezioni del suo corso sulle Selve di Stazio, con la cura minuta che gli era propria, si sofferma a dissertare abbastanza a lungo intorno a due forme letterarie tipiche, l’epistola e il dialogo[5], accennando insieme al genere oratorio, da cui gli altri due si distaccano pur non senza svelare un’intima parentela. L’epistola – egli dice – è il colloquio con gli assenti, siano essi lontani da noi nello spazio oppure nel tempo: e vi sono due specie di lettere, scherzose le une, gravi e dottrinali le altre («altera ociosa, graiis et seiera altera»)[6]. Ma l’epistola deve essere sempre breve e concisa, semplice, con semplici espressioni, ricca di brio, di affettuosità, di motti, di proverbi («multa prouerbia, ut quae communia sunt atque ipsi multitudini accommodata»). Né la lettera deve prendere un tono troppo sentenzioso e ammonitorio, altrimenti non si ha più una lettera ma una elaborata orazione («iam non epistolam, sed artificium oratorium»). L’epistola è come la battuta singola, e che rimane quasi sospesa, di un dialogo («uelut pars altera dialogi»), anche se deve essere formalmente più curata del dialogo, che per essere schietto deve imitare il discorso improvvisato, mentre l’epistola è per sua natura discorso meditato e scritto. In tal modo un carteggio viene ad essere un dialogo compiuto e vario; e non va dimenticato come proprio il curioso epistolario del Poliziano ci offra un esempio caratteristico di simili colloqui.

Non a caso, con la sua grande sensibilità critica, il Poliziano batteva proprio su queste forme: ad esse infatti si può ricondurre quasi tutta la più significativa produzione latina in prosa del Quattrocento, poiché anche il diario, il taccuino di viaggio, si configura di continuo come lettera ad un amico. Così, per ricordare ancora l’Itinerarium di Ciriaco d’Ancona, noi vi troviamo riportati di peso i temi e le espressioni medesime delle epistole[7].

È stato detto, ma non del tutto giustamente, che «l’Umanesimo fu una rivoluzione formale»[8]; in verità la profonda novità formale aderiva esattamente a una rivoluzione sostanziale che facendo centro nella «conversazione civile», nella «vita civile», poneva il colloquio come forma espressiva esemplare[9]. E se la lettera deve essere considerata uelut pars altera dialogi, l’attenzione si polarizza sul dialogo: ed in forma di dialogo e in genere il trattato, di argomento morale o politico o filosofico in senso lato, che rispecchia la vita di una umana respublica e traduce perfettamente questa collaborazione volta a formare uomini «nobili e liberi», che costituisce l’essenza stessa della humanitas rinascimentale. La quale celebrandosi nella società umana tende a persuadere, a far culminare ogni incontro in una trasformazione degli altri attraverso una riforma interiore raggiunta per mezzo della politia litteraria[10]. Limiti e prolungamenti del colloquio ci appaiono da un lato la notazione autobiografica, dall’altro il pubblico discorso, l’orazione, che attraverso la polemica arriva all’invettiva. I cancellieri fiorentini, Salutati e Bruni, ci offrono esempi insignì di questo intrinsecarsi di letteratura e politica, di questa prosa che dell’efficacia e potenza espressiva si fa un’arma più valida delle schiere combattenti. La lode famosa di Pio II alla saggezza di Firenze, e ai suoi dotti cancellieri le cui epistole spaventavano Gian Galeazzo Visconti più di corazzate truppe di cavalleria, non e che la proclamazione del valore di una propaganda fatta su un piano superiore di cultura in una società educata ad accogliere e a rispettare la superiorità della cultura. L’incontro di politica e cultura a Firenze e a Venezia ritrova la valutazione della «retorica» di un Poliziano e di un Barbaro, e giova a definire un’epoca che cercava i suoi titoli di nobiltà al di fuori dei diritti del sangue. La «virtù», che non è certamente un bene ereditato, è sempre intelligenza, humanitas, e cioè consapevolezza e cultura.

Anche quando, nelle discussioni non infrequenti sull’argomento, si riconosce il valore della «milizia», s’intende una sottile dottrina, ove il valore personale del capo e intessuto di sapienza. Federigo da Montefeltro – e poco ci importa se il ritratto sia fedele – e profondamente addottrinato, e sa che i poeti descrivendo le battaglie possono divenire anch’essi maestri dell’arte della guerra. Alfonso il Magnanimo reca seco al campo una piccola biblioteca, e pensa sempre a poeti e a filosofi, e sa che la parola bene adoprata, ossia veramente espressiva, e più potente di ogni esercito.

Il suo motto, racconta Vespasiano da Bisticci, era che «un re non letterato, è un asino coronato». Il che non significa, si badi, che ser Coluccio fosse un vuoto retore, o Alfonso un re da sermone, ma che la cultura era, essa, viva ed efficace e umana, e perfetta espressione di una società capace d’accoglierla.

L’uomo che nel linguaggio celebra veramente se stesso («l’uomo si manifesta uomo essenzialmente nella parola»)[11], come si costituisce in pienezza definendosi attraverso la cultura (le litterae che formano la humanitas), così raggiunge ogni sua efficacia mondana mediante la parola persuasiva, mediante la «retorica» intesa nel suo significato profondo di medicina dell’anima, signora delle passioni, educatrice vera dell’uomo, costruttrice e distruttrice delle città. Tutto è, veramente, nel Quattrocento «retorica», sol che si ricordi che, d’altra parte, «retorica» è umanità, ossia spiritualità, consapevolezza, ragione, discorso di uomini; perché, veramente, il secolo dell’Umanesimo è il Quattrocento, in cui tutto fu inteso sub specie humanitatis, humanitas fu umano colloquio, ossia tutto il regno delle Muse figlie di Mnemosine – che è il più vero e il più bello dei miti.

Con semplicità francescana frate Bernardino da Siena, che vedeva in ser Coluccio un maestro e in Leonardo Bruni un amico, scriveva cristianamente le medesime cose: «non aresti tu gran piacere se tu vedessi o udissi predicare Gesù Cristo, san Paulo, santo Gregorio, santo Geronimo o santo Ambruogio? Orsù va, leggi i loro libri, qual più ti piace… e parlerai con loro, ed eglino parleranno teco; udiranno te e tu udirai loro». E, come dice altrove, le lettere ti faranno «signore». Il grande Valla parlerà di un sacramentum; il modesto Bartolomeo della Fonte dirà di un diuinum numen: quel «nume» che dà agli uomini «nozze e tribunali ed are»[12]. Per questo le litterae sono una cosa terribilmente seria, e la responsabilità di un termine bene usato è gravissima, e non v’è posto per l’ozio. Per questo la poesia in senso vichiano è da cercarsi là dove si traducono e si consegnano i discorsi essenziali per la vita dell’uomo.

Biblioteca Apostolica Vaticana. Vat. lat. 1941 foll. 36v-37r. Pagine dalla 'Roma instaurata' di Flavio Biondo relative alla descrizione delle Terme di Diocleziano

Biblioteca Apostolica Vaticana. Vat. lat. 1941 foll. 36v-37r. Pagine dalla Roma instaurata di Flavio Biondo relative alla descrizione delle Terme di Diocleziano.

II

Per tal modo quella «poesia» che talora è lontana dai versi e dalle novelle, è presente ed altissima nella pagina di un filosofo o nell’appassionata invettiva di un politico. La dolcezza del dire (dulcedo et sonoritas uerborum), la luce della forma (lux orationis), che si invoca per ogni espressione di vera umanità, vuoi far «poesia» di ogni umano discorso; e nel momento in cui riesce a tanto toglie ogni privilegiato dominio alle «lettere oziose». Perfino un oscuro erudito come Giovanni Cassi d’Arezzo sa dirci che in tal modo nell’eloquenza si unificano tutte le umane attività, e tutto in essa si umanizza davvero, e non perché, come taluno ha fantasticato, si celebri solo il letterato ozioso, ma al contrario perché l’uomo è presente in ogni momento dell’agire: perché, faccia egli il matematico, il medico, il soldato o il sacerdote, sempre e innanzitutto è uomo, e il suo sigillo umano imprime ad ogni sua opera umanamente esprimendola, ossia rivestendola della lux orationis[13].

Di qui l’importanza centrale che vengono ad assumere le trattazioni sulla lingua, sulla sua storia, sulla eleganza[14], ove la discussione grammaticale si trasforma di continuo in discorso finissimo di estetica: e quel trapassare dal vocabolario, e magari dal repertorio ortografico – basti pensare al Perotto o al Tortelli – nell’analisi critica e nella dissertazione storica. Mentre, contemporaneamente, la storia, che intende farsi vivo specchio della «vita civile», è per eccellenza eloquente discorso, ossia prosa politica e trattato pedagogico-morale. Bellissima cosa è infatti – come afferma Leonardo Bruni – raccontare l’origine prima e il progresso della propria città, e conoscere le imprese dei popoli liberi (est enim decorum cum propriae gentis originem et progressus, tum liberorum populorum… res gestas cognoscere)[15]. E Paolo Cortesi, in quel felice dialogo De hominibus doctis (1490), che è una vera e propria storia critica della letteratura del secolo XV, appunto discorrendo delle storie del Bruni, batte su questo incontro della verità con l’eleganza, che è tutt’uno con quell’armonia di sapienza ed eloquenza che Benedetto Accolti celebrò quale dote precipua dei Fiorentini e dei Veneziani del suo tempo nel dialogo De praestantia uirorum sui aeui.

Per la stessa ragione per cui tutto sembrava divenir dialogo tutto anche è libro di storia; e storia è, ancora, colloquio con le età antiche, con i grandi spiriti del passato. Il Bruni nell’introduzione ai Commentarii confessa che la grande letteratura classica fa sì che i tempi lontani ci siano più vicini e più noti dei tempi nostri (mihi quidem Ciceronis Demosthenisque tempora multo magis nota uidentur quam illa quae fuerunt iam annis sexaginta), e dichiara che è compito della storia immettere nella nostra vita e nel nostro colloquio il passato, farlo vivo con noi (quasi picturam quandam … uiuentem adhuc spirantemque). Matteo Palmieri innanzi alla vita di Niccolò Acciaiuoli ci insegna che la storia è una specie di immortalità terrena di quanto in noi è, appunto, vita mondana; la storia è culto e salvezza di quella parte mortale che le lettere redimono da morte dilatando la società umana oltre i limiti del tempo e salvandola dall’oblio e dal destino[16].

Biblioteca Apostolica Vaticana. Cod. Urb. lat. 224 foll. 1v-2r. Indice e frontespizio del 'De varietate Fortunae' di Poggio Bracciolini.

Biblioteca Apostolica Vaticana. Cod. Urb. lat. 224 foll. 1v-2r. Indice e frontespizio del De varietate Fortunae di Poggio Bracciolini.

III

Si aprono qui, tuttavia, a proposito della prosa latina, due questioni fra loro strettamente connesse e che sembrano in qualche modo, già nella loro impostazione, venir contrastando con quei caratteri stessi che si sono voluti definire: come, infatti, parlare della «umanità n di una produzione che si serviva di una lingua che nessuno ormai usava e che, dunque, già nel mezzo espressivo poneva come suo canone l’imitazione; in che modo una letteratura mimetica, ricalcata su modelli «ciceroniani», poteva oltrepassare i limiti della erudizione? Ma i due gravi problemi, del latino umanistico e della imitazione classica, già tanto dibattuti, hanno oramai offerto anche l’avvio a una soluzione.

Quanto infatti si abbietta intorno all’uso del latino, in luogo del volgare, e ad una presunta frattura che si opererebbe rispetto alla tradizione trecentesca, deve essere corretto con l’osservazione che i generi di prosa a cui ci riferiamo – orazioni, trattati, epistole politiche, dialoghi dottrinali – avevano sempre fatto uso del latino. Non è quindi esatto dire che da un presunto uso del volgare si torna al latino; è vero invece che al latino medievale definito barbarico, e cioè goto o parigino, si oppone un altro latino che si determina e si definisce rispetto ai modelli classici. Il quale latino, che si dichiara – come dice esplicitamente il Platina – integrato da tutta la più feconda tradizione postciceroniana, ivi compresi i Padri della Chiesa, intende rivendicare i diritti di una lingua nazionale romana contro l’universalità di un gergo scolastico (lo stile parigino), ed innanzi tutto nel campo di una produzione costantemente espressa in latino. Giustamente il De Sanctis sottolineava la frase del Valla che proclama lingua nostra il latino vero, che si contrappone al latino gotico dell’uso medievale. La quale «nostra lingua romana» degli umanisti, che si precisa con caratteri propri così rispetto al latino classico come a quello barbaro, va vista per quello che essa veramente è, anche rispetto al volgare: «un nuovo latino, in cui la complessità antica cede il posto alla scioltezza moderna». Il latino degli umanisti, lingua veramente viva che aderisce in pieno a una cultura affermatasi attraverso una consapevolezza critica che si collocava chiaramente nel tempo definendo i propri rapporti così col mondo antico come con il Medioevo; il latino dei grandi umanisti, lungi dal rappresentare una battuta d’arresto o un momento di involuzione, si colloca nella storia stessa del volgare. «Il latino insegnava al volgare l’eleganza la misura la forza e l’eloquenza, e il volgare imprimeva negli scritti latini degli umanisti le leggi del suo andamento piano, della sua sintassi sciolta, dei suoi trapassi intuitivi, della sua eloquenza interiore»[17].  Fra il latino, in cui si rispecchia pienamente tutto un atteggiamento culturale, e il volgare v’è una collaborazione che del resto si traduce quasi materialmente nel fatto che gli autori spesso scrivono l’opera loro in latino e in italiano. Non sempre si è posto mente al fatto che dal Manetti al Ficino gli stessi trattatisti, siano pur filosofi, stendono anche in volgare le loro meditazioni[18]. E come il loro latino è davvero una lingua loro, così il volgare che adoperano non è per nulla oppresso da una imitazione artificiosa di modelli classici.

Giungiamo così a quello che forse è il punto più delicato ad intendersi dell’atteggiamento di questi quattrocentisti: l’imitazione degli antichi. Che la posizione assunta dagli umanisti rispetto agli autori classici sia alimentata da una preoccupazione storica e critica; che essi siano dei filologi desiderosi innanzitutto di comprendere gli autori del passato nelle loro reali dimensioni e nella loro situazione concreta: è cosa ormai in complesso pacifica. Ora già questo definisce il senso di quella imitazione, che indica un atteggiamento molto caratteristico. L’Accolti dichiarerà nettamente la parità di valore fra i nuovi autori e i classici. Poliziano nella polemica col Cortesi, che è un testo capitale, confuterà tutte le istanze del ciceronianismo, e proclamerà il valore di un’intera tradizione afferrata nel suo sviluppo, rivendicando il senso di tutto il periodo più tardo della letteratura romana («neque autem statim deterius dixerimus quod diuersum sit»). Ma dirà soprattutto l’enorme distanza fra una poesia che fiorisce come libera creazione su una cultura meditata e fatta proprio sangue, e l’imitazione pedestre – illa poetas facit, haec simias[19].

L’Umanesimo fu in questa singolare «imitazione-creazione», come l’ha chiamata il Russo[20]: umanità fatta consapevole attraverso il rapporto stabilito con gli altri uomini nell’operoso sforzo di raggiungere una sempre più alta forma di vita. Di qui, appunto, il particolare carattere delle sue più felici espressioni letterarie.

 

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Note:

 

[1] «L’omo nato nobile e in città libera» – come dirà Alessandro Piccolomini.

[2] Ficino, Opera, Basileae, per Henricum Petri, 1576, vol. I, pp. 315-17 (Thel. plat., XIV, 7).

[3] «La novella era un genere troppo definito, troppo condizionato nelle sue linee essenziali da una tradizione ormai più che secolare, perché il Piccolomini potesse eluderne il colorito e gli schemi» (G. Paparelli, Enea Silvio Piccolomini, Bari, Laterza, 1950, p. 94).

[4] In una compilazione erudita come i Dies geniales di Alessandro d’Alessandro la discussione filologica si inserisce con eleganza fra il «ritratto» e il «ricordo» senza togliere a questi alcuna grazia, così che la discussione di un testo classico si colloca nella descrizione di un compleanno del Pontano o di una cena di Ermolao Barbaro, o fa seguito a una lezione romana del Filelfo (cfr. B. Croce, Varietà di storia letteraria e civile, II, Bari, Laterza, 1949, pp. 26-33).

[5] A proposito del dialogo e dell’epistola come forme caratteristiche dell’Umanesimo è da vedere quanto dice W. Rüegg, Cicero und der Humanismus, Formale Untersuchungen über Petrarca und Erasmus, Zurich, Rhein-Verlag, 1946, pp. 25-65, anche se a proposito della sua tendenza a ricondurre tutto a Cicerone è da tener presente la nota che Croce stese appunto sull’opera del Rüegg (Mommsen e Cicerone, in Varietà cit., pp. 1-12).

[6] Il commento del Poliziano è nel ms. Magliab. VII, 973 (Bibl. Naz. Firenze). Il testo in questione è a c. 4v-5v («est ergo proprie epistola, id quod ex Ciceronis… uerbis colligimus, scriptionis genus quo certiores facimus absentes si quid est quod aut ipsorum aut nostra interesse arbitremur. Eiusque tamen et aliae sunt species atque multiplices, sed duae praecipuae… altera ociosa, grauis et seuera altera. Atqui neque omnis materia epistolis accommodata est… Breuem autem concisamque esse oportet simplicis ipsius rei expositionem, eamque simplicibus uerbis. Multas epistolae inesse conuenit festiuitates, amoris significationes, multa prouerbia, ut quae communia sunt atque ipsi multitudini accommodata. Qui uero sententias uenatur quique adhortationibus utitur nimiis, iam non epistolam, sed artificium oratorium… Epistola uelut pars altera dialogi… maiore quadam concinnatione epistola indiget quam dialogus… imitatur enim hic extemporaliter loquentem… at epistola scribitur»).

[7] Itinerarium: «ego quidem interea magno uisendi or bis studio, ut ea quae iamdiu mihi maximae curae fuere antiquarum rerum monumenta undique terris diffusa uestigare perficiam…» ; «Hinc ego rei nostrae gratia et magno utique et innato uisendi orbis desiderio…» ; Epist. Boruele Grimaldo (ms. Targioni 49, Bibl. Naz. Firenze): «cum et a teneris annis summus ille uisendi orbis amor innatus esset…». Del resto tutta l’opera di Ciriaco è una serie di variazioni di questo appassionato motivo: summus ille uisendi orbis amor, antiquarum rerum monumenta uestigare, quae in dies longi temporis labe… collabuntur… litteris mandare. La sete di conoscere il mondo, il bisogno di vincere spazio e tempo, di riconquistare ogni più lontano frammento d ‘umanità e di sottrarlo alla morte, e insieme questo senso concreto del passato trovano in lui una espressione singolare. Nella medesima epistola a Leonardo Bruni abbiamo insieme notizia di un’iscrizione inviata da Atene (ex me nuper Athenis…) e della difesa di Cesare contro il Bracciolini spedita dall’Epiro (ex Epyro hisce nuper diebus…).

[8] Cosi, appunto, il Rüegg, op. cit., p. 26 («der Humanismus ist eine formale, nicht eine dogmatische Revolution»).

[9] C’è appena bisogno di ricordare che si tratta dei titoli delle opere di Matteo Palmieri e del Guazzo.

[10] È ancora il titolo di un’opera significativa, quella di A. Decembrio in cui di rispecchia la scuola del Guarino.

[11] Così F. Flora, Umanesimo, «Letterature moderne», I, 1950, pp. 20-21.

[12] Ecco – secondo il Fonzio – quello che ottiene la parola: «fidem inter se homines colere, matrimonia inire, seque in una moenia cogere uiribus eloquentiae compulit».

[13] «Quasi unum in corpus conuenerunt scientiae omnes, et rursus temporibus nostris… eloquentiae studiis studia sapientiae coniuncta sunt» (da una lettera del Cassi al Tortelli, contenuta nel Vat. lat. 3908 e pubblicata nel 1904 da G.F. Gamurrini, Arezzo e l’Umanesimo, Arezzo, Tip. Cristelli, 1904, p. 87, miscellanea in onore del Petrarca dell’Accademia Petrarca).

[14] A proposito delle eleganze del Valla scriverà il Cortesi, De hominibus doctis, ed. G.C. Galletti, Florentiae, Giovanni Mazzoni, 1847, p. 229: «conabatur Valla uim uerborum exprimere et quasi uias…ad structuram orationis».

[15] Così nel De studiis et litteris (in H. Baron, Leonardo Bruni Aretino humanistisch-philosophische Schriften, Leipzig, 1928, p. 13). Una giusta valutazione dell’opera storica del Bruni presenta B.L. Ullman, Leonardo Bruni and humanistic historiography, «Medievalia et Humanistica» 4 (1946), pp. 44-61 (e, per quanto si è sopra osservato su retorica, politica e storia, son da vedere i tre saggi di H. Baron, Das Erwachen des historischen Denkens im Humanismus des Quattrocento, «Hist. Zeitschrift», vol. 147, 1933; di N. Rubinstein, The Beginnings of Political Thought in Florence: A Study in Mediaeval Historiography, «Journal Warburg Inst.», v, I, 1942; di D. Cantimori, Rhetoric and Politics in Italian Humanism, «Journ. Warburg Inst.», 1, 1937).

[16] «Corpoream uero partem non omnino negligendam ducunt, sed tamquam suam in terra recolendam, ideoque desiderant illam obliuioni et fato praeripere…».

[17] Così nella prefazione alle Vite, che riportiamo per intero. Rilievi utili in proposito ha il Sabbadini sia nella Storia del ciceronianismo (Torino, Loescher, 1886), come nel Metodo degli umanisti (Firenze, Le Monnier, 1920).

[18] R. Spongano, Un capitolo di storia della nostra prosa d’arte (La prosa letteraria del Quattrocento), Firenze, Sansoni, 1941, p. 3, p. 10 ecc.

[19] E così sono spesso notevoli le versioni di scrittori celebri come latinisti: l’Aurispa che traduce Buonaccorso da Montemagno, Donato Acciaiuoli che volgarizza il Bruni, e così via.

[20] È interessante ritrovare, distesi e volgarizzati, i concetti di un Valla e di un Poliziano negli scrittori francesi del ‘500. Per esempio Joachim du Bellay, scrivendo a metà del sec. XVI, dopo aver tratto dal Valla il concetto che Roma fu grande per la lingua imposta all’Europa non meno che per l’impero («la gioire du peuple Romain n’est moindre- comme a dit quelqu’un- en l’amplification de son langaige que de ses limites»), eccolo riprendere Poliziano: «immitant les meilleurs aucteurs …, se transformant en eux, les devorant, et apres les avoir bien digerez, les convertissant en sang et nouriture». Solo così l’imitazione è giovevole allo scrittore; «autrement son immitation ressembleroit celle du singe». Cfr. B. Weinberg, Critical prefaces of the French Renaissance, Northwestern University Press, Evanston, Illinois,1950, pp. 17 sgg. cfr. L. Russo, Problemi di metodo critico, Bari, Laterza, 19502, pp. 126 sgg.

Cultura e poesia dei Siciliani

di G. Folena, Cultura e poesia dei Siciliani, in Storia della Letteratura italiana (E. Cecchi – N. Sapegno dir.), vol. I, Torino 1970, pp. 273-332.

La Scuola poetica siciliana si sviluppò attorno al 1230 alla corte di Federico II di Svevia, imperatore e re di Sicilia. La produzione poetica dei letterati siciliani durò circa un trentennio e fu la prima, unitaria per stile, a esprimersi in una lingua colta derivata dalla lingua volgare.

Il presunto

Il presunto “Busto” di Federico II di Svevia, conservato al Castello di Barletta.

1.Le stratificazioni culturali e l’eredità provenzale

Alla base del primo movimento unitario e istituzionale della nostra letteratura poetica sta anzitutto una condizione politico-culturale nuova, la costituzione nell’Italia meridionale, per opera di Federico II di Svevia, di un organismo statale che ha il suo centro propulsivo in Sicilia e che pur accogliendo l’eredità politica normanna si offre come un fatto sostanzialmente nuovo sulla scena europea, tanto da presentarsi per taluni aspetti come il primo Stato moderno d’Europa. Questa situazione storica, che si ritrova all’inizio dello svolgimento della nostra lingua e letteratura poetica e rappresenta un fenomeno singolare e raro in quello svolgimento, non è solo essenziale per intendere pienamente l’origine del primo movimento letterario nostrano che si apra in un orizzonte non regionale e a un livello di alta cultura laica: fuori di essa si può ben dire, senza timore di peccare contro la storia, che tutta la nostra storia letteraria avrebbe avuto un corso differente. Per la prima volta si assiste in Italia, su un terreno ricchissimo di stratificazioni culturali, scavato da correnti molteplici, in cui confluiscono Occidente e Oriente, Settentrione europeo e civiltà araba e bizantina, alla formazione di un clima unitario, per quanto variegato, e non locale, di alta cultura, in uno spazio assai vasto, di cui riuscirebbe difficile individuare il centro, che è una corte, quella di Federico «Imperator» e in partibus «Rex Romanorum». Più che nella persona dell’imperatore questa nozione di unità si esprime impersonalmente nella corte regia, una corte alla quale si potrebbero applicare le parole che Dante (De vulg. eloq., I, XVI, 4) adoperò a definire il carattere sovraregionale del suo volgare illustre: «in qualibet redolet civitate nec cubat in ulla» [Fa sentire il suo odore in ogni comunità civile, ma non risiede interamente in nessuna]. Era una corte mobile, e l’imperatore, il terzo «vento di Soave», ben raramente stava fermo. Questo è il terreno sul quale germoglia l’esperienza dei Siciliani, legata all’universalismo della cultura e insieme a una netta coscienza di autonomia politica del regno. Per indicare questa nozione Dante si serve dei termini di aula e di curia, che definiscono ancora due qualità fondamentali del suo volgare illustre, due termini (il preciso rapporto di distinzione è tuttora discusso) i quali appaiono nel De vulgari eloquentia con un valore metastorico e trascendente, ma sono pur ricavati da una viva e concreta esperienza storica, che si richiama proprio implicitamente all’«ultimo imperatore dei Romani» (Conv., IV, III, 6) alla tradizione politico-culturale della Casa sveva e all’esperienza dei poeti della Magna curia: elementi astratti da un recente passato e proiettati in una situazione alla quale non potevano più applicarsi. Aula è per Dante la corte del «Rex Romanorum»: «aula totius regni comunis est domus et omnium regni partium gubernatrix augusta» [La corte è la sede comune di tutto il regno e la governatrice augusta di tutte le sue parti] (De vulg. eloq., I, XVIII, 2); curia è il supremo consesso del regno («excellentissima Ytalorum curia») in quanto fornisce la regola o il modello dell’agire («quia curialitas nil aliud est quam librata regula eorum que peragenda sunt» [La curialità altro non è se non un’equilibrata misura delle cose che son da farsi], De vulg. eloq., I, XVIII, 4). Magna curia era fin dall’epoca normanna l’alta corte di giustizia, l’organo principale dell’amministrazione dello Stato. E come in dante l’aula e la curia, la Magna curia dei Siciliani, si configuravano come il capo e le membra di un unico corpo, così effettivamente aulici e curiales sono i protagonisti della Scuola siciliana, personaggi di corte, funzionari dell’amministrazione regia, rappresentanti dell’imperatore: di questa élite, che comprende gli «excellentes Latinorum», fanno parte i «doctores indigene» della Sicilia e i poeti «perfulgentes» del resto dell’Italia meridionale (e poi della Toscana), quelli che secondo Dante hanno raggiunto per primi in Italia il magistero supremo dell’arte poetica.
È d’obbligo parlando dei Siciliani ricordare il debito che noi abbiamo verso i loro diretti continuatori toscani, che non solo ce ne hanno assicurato la tradizione alterandone i connotati linguistici ma hanno saputo abbozzare, nel comporre le sillogi delle loro poesie, una prospettiva storica (quale risulta, per esempio, dalla più importante di quelle sillogi, il Codice Vaticano 3793): su questa base Dante ha potuto delineare un quadro storico che nelle sue grandi linee è ancor oggi il nostro. Dante conosceva già i Siciliani press’a poco come li conosciamo noi (tutti i poeti siciliani, che egli cita, sono nel Vaticano, ed è probabile che egli avesse presente, quando scriveva il De vulgari eloquentia, una raccolta molto simile a quella vaticana, anche se con ogni probabilità non quella stessa), e in merito alla lingua di quei poeti, che è al centro dei suoi interessi, egli giudica, nel rilevarne il carattere illustre, secondo un’illusione ottica determinata dalla metamorfosi della tradizione toscana, che egli crede evidentemente rispecchiare le condizioni linguistiche originarie: ed è un’illusione carica di significati e di realtà storica, che su di essa si fonda la costituzione di una nostra tradizione di lingua poetica nel trapianto dalla Sicilia alla Toscana, quando quelle poesie, prive di elementi idiomatici irriducibili proprio perché rivolte a un’esperienza stilistica aulica, mostrano la loro capacità di adattamento, con pochi residui e senza un netto diaframma, a un ambiente linguistico diverso.

Castello di Rocca Imperiale.

Castello di Rocca Imperiale.

La Scuola dei Siciliani

La nozione del «primato» dei Siciliani, quella del carattere «illustre» del magistero stilistico di quei poeti e del fondamento etico-politico che ha reso possibile quell’esperienza, e il concetto stesso di «Scuola poetica» sono enunciati limpidamente ed energicamente da Dante per la prima volta: e si può dire che la critica storica intorno ai Siciliani ha riconquistato molte di quelle posizioni che erano state perdute con l’allontanarsi e lo sfocarsi della prospettiva, e ne ha dimostrato la verità profonda. Anche la preferenza che Dante dava nel De vulgari eloquentia alle espressioni più complesse ed elaborate, quali le grandi canzoni di Guido delle Colonne, un siciliano che se non può essere ascritto alla cosiddetta «seconda generazione» appare il più vicino alla tecnica e alla tematica poetica dei Toscani continuatori, ci sembra oggi più giustificata dal rilievo per tanto tempo accordato dai romantici e postromantici alle presunte voci popolaresche e alla maniera stilisticamente più andante e piana.
Dante sapeva anche distinguere bene, come oggi si fa raramente, fra la condizione e funzione politico-culturale propria dei principi di Casa sveva, che posero per così dire le basi di quella esperienza, e l’effettiva iniziativa poetica che da loro non dovette certo partire, anche se essi la incoraggiarono e anche se taluni parteciparono al coro: «Siquidem illustres heroes, Fredericus Cesar et bene genitus eius Manfredus, nobilitatem ac rectitudinem sue forme pandentes, donec fortuna permisit, humana secuti sunt, brutalia dedignantes; propter quod corde nobiles atque gratiarum dotati inherere tantorum principum maiestati conati sunt, ita quod eorum tempore quicquid excellentes animi Latinorum enitebantur, primitus in tantorum coronatorum aula prodibat» [In effetti gli illustri campioni, l’imperatore Federico e il ben nato suo figlio Manfredi, manifestando la nobiltà e la rettitudine della loro essenza, perseguirono ideali umani disdegnando di vivere come bruti: per questo chi era nobile di cuore e dotato d’ingegno si sforzò di adeguarsi alla maestà di siffatti principi, sicché nel tempo loro quanto i migliori fra gli Italiani cercavano di conseguire, si manifestava in primo luogo nella corte di siffatti sovrani] (De vulg. eloq., I, XII, 4). Dice qui Dante che Federico II, che egli avrà conosciuto come poeta senza dargli per questo molto peso né attribuirgli affatto un’iniziativa o una precedenza cronologica, e dopo di lui Manfredi, che si può escludere che egli conoscesse come poeta, offrirono per così dire una temperie spirituale favorevole a un alto magistero d’arte, costituirono un polo d’attrazione per i poeti. Ma Dante continua con un’affermazione che noi non potremmo più sottoscrivere in toto, anche se essa contiene una profonda verità: «et quia regale solium erat Sicilia, factum est, ut quicquid nostri predecessores vulgariter protulerunt, sicilianum vocetur; quod quidem retinemus et nos, nec posteri nostri permutare valebunt» [E poiché la sede regale era la Sicilia, è avvenuto che tutto ciò che i nostri hanno composto in volgare si chiami “siciliano”; e questo anche noi teniamo fermo, né i nostri posteri potranno cambiarlo] (cfr. De vulg. eloq., I, XII, 4). La sicilianità della nostra prima poesia, per la quale «quicquid poetantur Ytali sicilianum vocatur», risale per Dante a una ragione politico-culturale e al livello illustre di quella poesia, «eo quod perplures doctores indigenas invenimus graviter cecinisse» [Perché ciò che gli Italiani compongono in poesia è chiamato “siciliano” e perché troviamo che molti maestri originari di quel paese hanno cantato gravemente] (cfr. De vulg. eloq., I, XII, 2): egli ignora, necessariamente, quello che la critica filologica ha accertato con tanta fatica, e solo da poco con sicurezza e senza contrasti, che la lingua «aulica» e «curiale» di quei poeti ha avuto prima del suo trapianto in Toscana una base siciliana, che in questa lingua di base probabilmente locale (forse messinese) ma di natura niente affatto municipale e idiomatica hanno scritto tutti i poeti della Magna curia di qua e di là del Faro, indipendentemente dalla loro anagrafe siciliana. Dante mostra di ritenere apulo quello che è stato probabilmente il primo di quei poeti, Iacopo da Lentini (certo perché il manoscritto o i manoscritti con cui egli aveva confidenza non avranno portato l’indicazione d’origine, ma solo da dizione «Notaro Giacomo», ed egli avrà potuto confonderlo con Giacomino Pugliese, che appare in un manoscritto anche come «Giacomo»), citandone una canzone accanto a una di Rinaldo d’Aquino, senza nominarli ma certo conoscendoli di nome. Ed egli pensava che solo in virtù di raffinatezza artistica essi, i «perfulgentes», avessero toccato il supremo livello di volgare illustre, il che era vero per il carattere non idiomatico e non municipale del loro stile, della loro retorica volgare, ma per la lingua era solo il frutto del ridimensionamento toscano operato dai trascrittori, che senza troppa fatica avevano potuto «risciacquare in Arno» per la prima volta quei panni curiali, lasciando appena qualche macchia dell’origine idiomatica nell’imperfezione delle rime, accolta anche dai poeti toscani. Dante leggeva i Siciliani come li leggiamo noi, né molto si è perduto da allora, e quelle fonti toscane erano del resto copiose, rappresentavano una parte abbastanza larga della produzione originaria; sbagliava perché giudicava dall’altra sponda, da una prospettiva toscana ormai forzata, perché era dalla parte della tradizione e del movimento storico. Se egli avesse conosciuto la prima veste linguisticamente autentica di quelle rime, il suo giudizio sarebbe stato forse diverso: eppure dietro il sottile guscio fonetico siciliano egli avrebbe potuto riconoscere i lineamenti del suo volgare illustre, dietro la fenomenologia dialettale la salda compagine di una lingua poetica nel segno di una pur astratta e rarefatta universalità di cultura, nei suoi «primissima signa». Tracce vistose dell’origine locale, da un punto di vista morfologico e ritmico, egli poteva invece riconoscere nella veste pur toscaneggiante del «contrasto» di Cielo d’Alcamo, che citava come esempio di stile mediocre territorialmente caratterizzato e limitato. Proprio la relativa facilità della trasposizione e assimilazione toscana, e il fatto che una struttura linguistica pur così diversa in un’estremità d’Italia abbia potuto costituire il fondamento di una tradizione centrale nel cuore d’Italia e in un clima civile e culturale molto diverso, il veicolo di un linguaggio culturalmente unitario ed europeo, ma già italiano, e italiano in questo senso per la prima volta, tanto che dalla Sicilia alla Toscana non si operò una traduzione ma si costituì una tradizione, forniscono un carattere di storica concretezza alla stessa nozione dantesca di volgare illustre, a prima vista astratta sfuggente metastorica, oltre che al giudizio di Dante sulla poesia dei Siciliani: e costituiscono ancora per noi il significato primo dell’ingresso dei Siciliani nella nostra storia. Di qui noi abbiamo perciò necessariamente prendere le mosse ab antiquo, con Dante, per intenderne pienamente l’apporto.
Si potrebbe obiettare che questa è una prospettiva deformata ed estrinseca, che nel valutare i Siciliani dovremmo finalmente compiere lo sforzo di esaminarli iuxta propria principia, non secondo il senno del poi, sia pure questo un senno storico che neppure i posteri permutare valebunt. E questo è certo vero e desiderabile: tuttavia man mano che si procede si vede quanti elementi di verità storica siano racchiusi in quella prima storiografia in nuce dei compositori di sillogi volte a costruire una tradizione impegnata e aggiornata fino al presente, mentre nelle raccolte retrospettive post-stilnovistiche si perderà questa positiva unità e per i Siciliani, primi divenuti ultimi, si costituiranno sezioni o appendici staccate dal complesso della nostra letteratura, un corpo di primitivi, un piccolo museo antiquario. Difficilissimo fu recuperare la misura storica di questi raffinatissimi primitivi, di un’arte intellettuale e rarefatta, né ancor oggi possiamo dire di averla ritrovata pienamente. L’aiuto migliore ci viene proprio dal ricongiungerci alla più antica prospettiva storiografica, quella che la stessa tradizione manoscritta ci offre.

Manoscritto miniato tratto dalla «Nuova cronica» di Giovanni Villani, ms. Chigiano L VIII 296 (1341-1348). Federico II incontra al-Kamil Muhammad al-Malik, Sultano d'Egitto.

Manoscritto miniato tratto dalla «Nuova cronica» di Giovanni Villani, ms. Chigiano L VIII 296 (1341-1348). Federico II incontra al-Kamil Muhammad al-Malik, Sultano d’Egitto.

La poetica dei Siciliani

La condizione storico-culturale che abbiamo enunciato, quell’unità di cultura che si realizza nell’ambito di una corte, può apparire a prima vista in contrasto con il carattere di quella letteratura poetica del tutto distaccata dalle occasioni e dalle ragioni immediate della vita politica e sociale. È l’esperienza di una élite laica di funzionari, magistrati e notai, i quali coltivano la letteratura come evasione dalla realtà quotidiana, secondo le convenzioni e l’etichetta dell’amore cortese di eredità provenzale. Essi evitano ogni argomento che non sia amoroso (solo raramente, ed esclusivamente nel genere conversativo del sonetto, compare una tematica diversa, d’argomento dottrinale, morale e religioso): e c’è stato chi (V. De Bartholomaeis, Primordi della lirica d’arte in Italia, Torino 1943, p.148) ha parlato di un «desolante agnosticismo politico» dei poeti federiciani. Che questo sia il risultato di una scelta determinata o anche di una deliberata inibizione può pensare chi confronti le voci unisonanti di questi poeti con quelle dissonanti dei loro confratelli provenzali dell’Italia settentrionale, così impegnati nella polemica giornaliera, così ricchi di riferimenti concreti cronistici e spesso autobiografici: è proprio il momento in cui la musa provenzale, dopo aver cantato, oltre che amori lontani e vicini, armi e battaglie e alte passioni morali, sembra un po’ dovunque scadere al livello della cronica cortigiana, delle occasioni quotidiane e della propaganda politica. Trovatori e giullari accorrono dovunque siano corti feudali e nobili mecenati, mescolano la loro voce alle contese di cui l’Europa è piena. La musa siciliana, che ha la sua sede nella corte universale, tace di tutto questo: il grande spazio del regno meridionale, livellato e unitario, il più unitario e il meno feudale d’Europa, sembra da questo punto di vista perfettamente uniforme, limitato da una muraglia d’avorio. Da questa poesia si ricava un’immagine rarefatta di vita, appena qualche eco lontana e indeterminata della Crociata federiciana, di cui i Provenzali non si stancano di cantare e di cui cantano anche i Minnesänger dell’entourage di Federico, e qualche cenno indiretto e occasionale a luoghi e battaglie. E mancano parallelamente i toni encomiastici o satirici cari alla poesia di corte.
Di fronte alla cultura lirica provenzale, che è il loro immediato antefatto, i Siciliani operano su due piani concomitanti: sul piano dei temi compiono una decisa selezione, tenendosi stretti alla monocorde ispirazione dell’amor cortese con tutto il suo repertorio; sul piano formale assumono come base della loro troveria il volgare siciliano, modellandolo non solo esteriormente, nel lessico e nella sintassi, sulla lingua di maggior prestigio culturale, e rendendolo capace di accogliere il patrimonio concettuale dei trovatori, con un vivace apporto collaterale della rigogliosa cultura cancelleresca latina, aprendo così a un arricchimento culturale chiaramente determinato: e mostrano un parallelo orientamento aulico e astratto, col ripudio di alcuni generi più legati alla cronaca o al folklore musicale, come il sirventese da un lato, l’alba e la pastorella dall’altro, e la tendenza a uno stile assai più uniforme (anche se filoni e piani diversi sono subito visibili), a una dignitosa ma più grigia curialitas stilistica. Manca il gusto dell’impasto e della pluralità stilistica caro a molti Provenzali e poi a Guittone: anche il «discordo», puntando sulla virtuosistica varietà polimetrica, ci offre pochi esemplari siciliani che possediamo l’esperimento di armonizzazioni melodiche e tonali piuttosto che di contrappunto di stili. C’è insieme il fondamentale divorzio della poesia dalla musica, anche se nella simbiosi provenzale di poesia e musica rimane nella poesia siciliana una conseguenza spiccata: la staticità e la mancanza di dialettica interna, di svolgimento lirico, l’autonomia e spesso l’intercambiabilità delle stanze. Significativa innovazione, manca qui la «tornada», il congedo della canzone (del resto era elemento strutturale non necessario della canzone provenzale), proprio la parte più occasionale che conteneva spesso la «firma» dell’autore e l’invio, l’indirizzo al destinatario: la prima canzone siciliana a noi nota provvista di «tornada» è quella certo piuttosto tardiva (anche se non post-federiciana) di Stefano Protonotaro Pir meu cori alligrari.
La funzione di congedo e d’invio, soprattutto nelle «canzonette», è spesso rivestita dall’ultima strofa: così in Iacopo da Lentini, Meravigliosamente:

Canzonetta novella,
va canta nova cosa;
lèvati da maitino
davanti a la più bella,
fiore d’ogni amorosa,
bionda più c’auro fino:
«Lo vostro amor, ch’è caro
donatelo al Notaro
ch’è nato da Lentino».

Così nella canzone Amore, in cui disio ed ho speranza di Pier della Vigna («Mia canzonetta, porta esti complanti…», vv. 33 ss.) e nella canzonetta dello stesso Uno piasente isguardo:

Canzonetta piagente,
poi c’Amore lo comanda,
non [ne] tardare e vanne a la più fina…

Così in Enzo re («Và, canzonetta mia…») e in vari altri autori e componimenti anonimi. L’innovazione metrica più originale e significativa è il sonetto, col suo carattere più ragionativo e scolastico e la sua tematica morale e filosofica oltre che amorosa: esperienza di tono più piano ma pur sempre di stile alto, non ancora passibile di sviluppi «comici» e «realistici» quali si avranno in Toscana da Guittone in poi.
C’è nel complesso la ricerca di un decoro esteriore e la manifestazione di un gusto aulico e monotonale, dell’uniformità e dell’astrattezza, col ripudio di ogni occasione concreta e contingente; anche nei toni più lievi e giocosi delle canzonette, soprattutto di quelle in ottonari, care soprattutto ai poeti di terraferma come Rinaldo d’Aquino e Giacomino Pugliese, là dove si son voluti vedere filoni diversi di poesia, popolareschi e giullareschi, con il richiamo a passioni più immediate e quotidiane, si trova pur sempre questa rarefazione, questa polarizzazione dello stile verso l’alto, che è spesso l’astratto. Sicché anche gli elementi lessicali idiomatici sono assai scarsi, e il loro eccezionale spicco stilistico sembra confermare la regola.
Va fin d’ora avvertito che questa aulicità e astrattezza di linguaggio non costituisce di per sé un limite a questa poesia, come troppo spesso si è creduto per un tenace pregiudizio di origine romantica che trasporta tra questi intellettuali della poesia d’amore un giudizio discriminatorio, spesso rozzamente antistrofico, fra ciò che è passionale e poetico e ciò che è intellettuale, astratto e perciò impoetico. Ci sono qui, come in ogni movimento letterario, puri ripetitori, imitatori stanchi e freddi. Ma anche nelle sue espressioni migliori e più complesse, dal Notaro al giudice Guido delle Colonne, la sostanza di questa poesia è aulica, estremamente riflessa e di carattere sottilmente intellettuale.
Per citare un caso limite fra i Siciliani, il piccolo e così unitario canzoniere di Giacomino Pugliese non riceve forza da un’insorgenza passionale qua e là manifesta, quanto da una poetica del dolce e confortante rimembrare, dell’urgenza della parola-ricordo che tocca sì talora note realistiche ma acquista significato e rilievo preciso solo nel quadro intellettuale in cui è composta, nel sapiente ingranaggio drammatico dell’astratto presente e del passato ricordato e concretamente rivissuto. Altro grave pregiudizio è quello di cercare la poesia nelle immagini staccate: il paragone tipico non ha presso i Siciliani, come del resto presso i Provenzali e ancor meno che in loro, valore effettivamente funzionale di trasposizione, di metafora in senso proprio, ma è piuttosto l’allusione topica a una serie di realtà parallele, di immobili oggetti, di sostanze evocate per il loro significato pregnante, figurale. È un repertorio quasi fisso, un piccolo museo che è stato inventariato abbastanza bene dagli studiosi moderni.

Miniatura dal «Codex Manesse», fol. 124r (1305-1340). Walther von der Vogelweide nell'iconografia tradizionale - assiso su uno scoglio, meditabondo e malinconico.

Miniatura dal «Codex Manesse», fol. 124r (1305-1340). Walther von der Vogelweide nell’iconografia tradizionale – assiso su uno scoglio, meditabondo e malinconico.

Il modello provenzale

Il linguaggio e anche la tematica amorosa e le immagini di repertorio sono modellati sui Provenzali, non passivamente, ma con una dinamica di schemi formativi che permette spesso di andare oltre i modelli, per esempio nella formazione di nuove parole secondo moduli provenzali, in un sottile gioco di allusione e di richiamo esotico. Ma si badi: soprattutto per i Siciliani della prima mandata l’allusione non è quasi mai topica, non è imitazione diretta. Un diretto rapporto di dipendenza e di «traduzione» vera e propria è ben raro: ma è tutta la compagine linguistica a richiamare continuamente a un sopramondo poetico, a un distillato di luoghi e temi e parole provenzali accuratamente livellati, divenuti emblema di costume, riferimento convenzionale al prestigio letterario e sociale di quel metastrato culturale. Diverso sarà il gusto delle generazioni successive e soprattutto dei Siciliani di Toscana, assai più letterariamente allusivo e «topico», riferibile a letture ed esperienze provenzali particolari. Il che indica, con una linea di svolgimento, anche la situazione e l’importanza di quella base di partenza: la creazione di un linguaggio comune attraverso una grammaticalizzazione e un livellamento di elementi linguistici provenzali trasposti in volgare siciliano. Questo piano di linguaggio-convenzione, di linguaggio-costume rende possibile l’esperienza collettiva del movimento poetico. Il preziosismo dei grands rhétoriqueurs siciliani, da Guido delle Colonne a Stefano Protonotaro a Inghilfredi da Lucca, decisamente orientato verso il trobar clus e l’esperienza arnaldesca, costituisce uno sviluppo e un’innovazione su questa linea, e prepara le esperienze delle scuole toscane, di Bonagiunta e anche di Guittone e di Monte Andrea, introducendo una nuova storicità, una dimensione critica, contatti e scelte individuali, piuttosto che un «contratto collettivo», con la letteratura trobadorica.
Sappiamo purtroppo pochissimo delle letture provenzali e delle preferenze dei poeti siciliani: si direbbe che essi abbiano maggior confidenza con il vocabolario che con i testi di quella poesia, con l’ars poetica piuttosto che con gli auctores. Certo essi conoscono direttamente la poesia provenzale anche antica: e per l’orientamento del gusto letterario si distaccano notevolmente, fatto il debito conto delle differenze linguistiche, dai trovatori coevi dell’Italia settentrionale; si richiamano già a un «classicismo provenzale», e inclini, all’origine, piuttosto alla maniera del trobar leu sembrano man mano arricchire e impreziosire la loro tecnica poetica. Iacopo da Lentini riecheggia in una canzone il tema dell’amore lontano, ma il motivo rudeliano ha una risonanza del tutto marginale. Uno dei poeti della Magna curia, l’unico settentrionale, il genovese Percivalle Doria, scrive nelle due lingue: colpisce la differenza di gusto, diremmo di forma interna, dei due linguaggi, e la maggior aulicità e unità stilistica delle due canzoni in volgare siciliano, assai più pregevoli dei versi in provenzale.
Il vocabolario è ridotto ed essenziale (sarebbe indicativa una statistica di frequenze lessicali): sono generalmente esclusi i provenzalismi rari, dei quali si compiaceranno talora i Siculo-toscani, parole e rime «care» non sono frequenti, anche se il Notaro sa pur servirsene; molto raramente in funzione di rima cara compare il sicilianismo.
Eccezionale, e del resto piuttosto tardivo, è in quest’ambito il caso di un vero e proprio esperimento di traduzione poetica diretta, di un rapporto totale con un esemplare unico, come nella canzone di Iacopo Mostacci conservataci dal Codice Vaticano 45 e dal Codice Palatino 9, che ci piace di riferire proprio per la singolarità del caso accanto alla sua fonte, individuata da A. Gaspary (La Scuola poetica siciliana del secolo XIII, Livorno 1882, c. II, L’influsso della poesia provenzale, pp.35-38), una canzone provenzale di attribuzione plurima e incerta, che riprende a sua volta un fortunato esemplare di Rigaut de Berbezilh:

Longa sazon ai estat vas amor
humils e francs, et ai fait son coman
en tot quan puec, qu’anc per negun afan
qu’ieu en sofris, ni per nulha dolor,
de lieis amar no·n parti mon coratge,
vas cui m’era renduz de bon talen,
tro qu’ieu conuc en lieis un fol usatge
de que·m dechai, e m’a camjat mon sen!

Agut m’agra per leial servidor,
mas tan la vei adonar ab enjan,
per que s’amors no·m platz deserenan,
ni·m pot far ben qu’eiu en senta sabor;
partirai m’en, qu’aissi ven d’agradatge,
pus qu’elha·s part de bon pretz eissamen,
e vuelh alhors tener autre viatge
on restaure so que m’a fait perden.

Ben sai, si·m part de leis ni·m vir alhor,
que no l’er greu ni non s’o ten a dan,
e si cug ieu saber e valer tan
qu’aissi cum suelh enansar sa lauzor,
li sabria percassar son damnatge;
pero lais m’en endreg mon chausimen,
quar assatz fai qui del mal senhoratge
si sap partir e lounhar bonamen.

[Umile core e fino e amoroso
già fa lungia stagione c’ò portato
buonamente ad amore;
di lei avanzare adesso fui pensoso
oltra poder, e s’eo n’era afanato,
no nde sentia dolore.
Pertanto non da lei partia coragio
né mancav’ a lo fino piacimento
mentre non vidi in ella folle usagio,
lo qua’ le avea cangiato lo talento.

Ben m’averia per servidore avuto,
se non fosse di fraude adonata,
per che lo gran dolzore
e la gran gioi che m’è stata rifiuto:
ormai gioi che per lei mi fosse data
non m’averia sapore.
Però ‘nde parto tutta mia speranza,
ch’ella partì da pregio e da valore,
ché mi fa uopo avere altra ’ntendanza,
ond’ eo aquisti ciò ch’eo perdei d’amore.

Però se da lei parto e in altra inanto,
no le par grave né sape d’oltragio,
tant’è di vano affare;
ma ben credo savere e valer tanto,
poi la soglio avanzare, ca danagio
le saveria contare.
Ma non mi piace d’essa quello dire
ch’eo ne fosse tenuto misdisdicente:
c’assai val meglio chi si sa partire
da reo segnor e alungiar bonamente].

La quarta stanza del testo siciliano non ha invece corrispondenze con le due che chiudono la canzone provenzale nella redazione a noi giunta. Il confronto con l’originale è assai istruttivo nel senso indicato per gli scarti che presenta, nella diversa cornice metrica, fra la resa letterale e la suggestione puntuale di sintagmi e versi e rime, e la continua sovrapposizione di convenzioni stilistiche e moduli linguistici già radicati. Ma il caso, dicevamo, è singolare: di solito il rapporto con le fonti è libero, saltuario o contaminatorio, strumentale e contenutistico come nella canzone del Notaro Troppo son dimorato rispetto a quella di Perdigon Trop ai estat, o l’allusione letterale è limitata all’esordio, come in quello di Rinaldo d’Aquino Poi li piace c’avanzi suo valore che riprende E pueis li platz qu’eu enans sa valor di Folquet de Marselha. La poesia europea del primo Duecento ci presenta la massima espansione della lingua poetica dei trovatori in una vasta area centrale dell’Europa romana, dall’Italia settentrionale alla Catalogna: e insieme l’innesto sul ceppo provenzale di nuove tradizioni liriche nazionali alla periferia di quella zona, dai trouvères nella Francia del Nord, che rappresentano la prima filiazione, ai Minnesänger della Germania meridionale renano-danubiana (tradizioni già formate nella seconda metà del XII secolo), alla lirica galiziano-portoghese, di nascita probabilmente anteriore a quella siciliana: di queste nuove tradizioni l’ultima, la siciliana, può apparire a prima vista la più scolastica e monotona, aulica e rarefatta, la più povera di riferimenti concreti e di richiami documentabili a tradizioni diverse, la sola che dissoci la poesia dalla musica: ma è anche quella che apre un movimento di poesia più lungo e vitale, nell’impronta nuova che nella seconda metà del secolo, crollata la costruzione politica e culturale di Federico II, le viene data in Toscana. Il considerare i Siciliani come una provincia «trobadorica» nel quadro dell’Europa «cortese», il prodotto di una diaspora, per quanto giustificato e anzi necessario, può generare vari equivoci: e soprattutto far smarrire il significato dell’autonomia di questa poesia e della sua originalità. Per quanto permeata di forme e di spiriti provenzali, la poesia siciliana non sarebbe sempre facilmente traducibile in provenzale: il diaframma linguistico indica anzitutto un divario di cultura. Ci sono differenze anche sostanziali di tecnica poetica: e c’è chi per spiegarle è ricorso a postulare influssi del Minnesang tedesco, che proprio sotto Federico raggiunge la sua massima fioritura, e mostra un analogo quasi esclusivo orientamento verso i temi amorosi. Ma sono analogie, come ha benissimo rilevato I. Frank (Poésie romane et Minnesang autour de Frédéric II, in «Bollettino degli Studi filol. e ling. sicil.» III (1955), pp. 51-83), apparenti e illusorie: e tra la «excellentissima Ytalorum curia», culla dei Siciliani, e la «curia regis Alamanie», centro focale del Minnesang, non sembra esserci altro rapporto se non quello costituito dalla bifronte attività di Federico II, volta a incoraggiare nelle due nazionalità del suo impero l’esercizio dell’alta poesia in lingua nazionale.

Miniatura dal «Codex Manesse»,  (1305-1340 ca.). Heidelberg, Universitätsbibliothek.

Miniatura dal «Codex Manesse», (1305-1340 ca.). Heidelberg, Universitätsbibliothek.

Il ruolo sociale del poeta siciliano

C’è poi nei confronti dell’Occitania una differenza notevole che riguarda la figura e la posizione sociale del poeta. Si tratta di poesia destinata alla lettura individuale, non alla recitazione con accompagnamento musicale; e manca un termine tecnico che designi individualmente e come categoria sociale questi «poeti volgari» o «dicitori per rima», un termine come trobador, trouvère, Minnesänger (solo i Siculo-toscani adotteranno largamente il termine «trovatore»): il che indica un fatto significativo, l’assenza cioè di un’autonomia professionale della poesia. Si potrebbe anzi dire che la figura del poeta siciliano, colto dilettante di poesia, si contrappone a quella del contemporaneo trovatore professionista, spesso scaduto a giullare (bisogna pensare alle condizioni della giulleria occitana tra la fine del XII secolo e la prima metà del XIII: a quei giullari, avidi di onori e proni alle adulazioni, che lo avevano corteggiato prima dell’incoronazione, Federico, il Fre-de-rics, «freno dei potenti», secondo un corrente gioco etimologico provenzale – cfr. E.G. Parodi, Lingua e letteratura, Venezia 1957, pp. 388-391 –, deve aver chiuso poi piuttosto bruscamente la porta in faccia). I nostri poeti sono per lo più funzionari, burocrati: con qualche eccezione di personaggi nobili (i «messeri» Rinaldo d’Aquino e Iacopo Mostacci e Percivalle Doria, anch’egli del resto alto funzionario imperiale), le personalità più rilevanti sono alti funzionari della cancelleria imperiale, dal protonotaro e logoteta Pier della Vigna al notaro Iacopo da Lentini al giudice Guido delle Colonne: si capisce come in questo clima la discussione sulla nobiltà, le tenzoni intorno alla nobiltà di sangue e d’animo fossero attuali (si ricordi la lettera latina con cui un maestro T. poneva il quesito a Pier della Vigna e a Taddeo di Sessa, e il traballante sonetto attribuito a Federico II Misura provedenza e maturanza); e come accanto al tema della nobiltà e della virtù fosse sentito quella della fortuna, che ispira un notissimo sonetto di Enzo re.
Questo sviluppa liberamente un’auctoritas biblica (Ecclesiaste III: «Omnia tempus habent… Tempus nascendi et tempus moriendi…»), mantenendone suggestivamente l’andamento stilistico di litania, con l’allineamento anaforico di tutti i versi della fronte sulla parola tematica, il tempo dominatore di ogni vicenda umana:

Tempo vene che sale chi discende,
e tempo da parlare e da tacere,
e tempo d’ascoltare a chi imprende,
tempo di molte cose provedere;
tempo è di vengiare chi t’offende,
e tempo da minacce non temere,
e tempo d’ubbidir chi ti riprende,
tempo d’infignere di non vedere.
Però lo tegno saggio e conascente
Colui che fa suoi fatti con ragione
E co lo tempo si sa comportare;
e mettesi in piacere della gente,
che non si trovi nessuna cagione
che lo suo fatto possa biasimare.

Anche se questo sonetto, giunto assai malconcio nei manoscritti (uno dei quali, il Barberiniano, lo attribuisce a Guittone), andrà ritenuto piuttosto tardivo, la tematica morale estranea all’amore compare sia pur eccezionalmente in sonetti di pertinenza sicuramente siciliana, come in Iacopo da Lentini che sermoneggia de amicitia (Quand’om à un bon amico leiale) e de patientia (Per sofrenza si vince gran vetoria), in Rinaldo d’Aquino che disquisisce sul vantaggio del dire prudente sul tacere (Meglio vai dire ciò c’omo à ‘n talento), nel sonetto di Mazzeo di Ricco sulla necessità di conoscere le proprie debolezze e di non essere «malparlieri» (Chi conoscesse sì la sua fallando), o in quello citato attribuito a Federico, notevole anche perché offre una definizione di nobiltà diversa da quella attribuita da Dante all’Imperatore, e dopo aver asserito la supremazia del «bon senno» sulla nobiltà e detto che «della ordinata costumanza/discende gentilezza fra la gente», ammonisce convenzionalmente l’«omo ch’è saggio» che «non s’alzi troppo…, ma tuttora mantenga cortesia». Sono in complesso pallide risonanze della larga tematica provenzale del saber e della mezura come regole di comportamento.
Il clima culturale e sociale è radicalmente diverso: la struttura di questa società non è feudale, anche se la concezione dell’amore riecheggia i motivi feudali di tradizione provenzale dell’omaggio e della lealtà; è piuttosto una società cortigiana, assai più livellata: e con la minore varietà di situazioni c’è certo minore libertà d’espressione. Manca una determinazione concreta della donna, personaggio sempre presente ma sfuggente, tanto che in alcuni componimenti di tipo cosiddetto «oggettivo», lamenti o dialoghi, è spesso difficile distinguere fra le voci degli amanti. L’uso del senhal è limitatissimo, dubbio anche nei casi in cui è stato supposto. È un’esperienza assai meno legata al costume di quanto non fosse in Provenza: ma sbaglierebbe chi considerasse l’amore dei Siciliani come un’esperienza fittizia o un pretesto. È un’esperienza vissuta certo dentro una cornice convenzionale, prefabbricata. Si trattava anzitutto di un modo di entrare in un concerto universale di poesia, di gareggiare con i modelli liberamente e coscientemente elaborando. L’aderenza ai modelli trobadorici è quindi aderenza a una tematica fine e squisita, aristocratica, a un repertorio di idee, di immagini, di linguaggio e di metri che costituisce la base per una disciplina dello stile formata d’altronde anche sulla prosa e la poesia latine. Certo è che della perfezione stilistica i Siciliani fecero un ideale non inferiore a quello dell’amore cortese che essi cantavano.

Manoscritto miniato di un componimento di Bernard de Ventadour (XIII secolo). Parigi, Bibliothèque Nationale de France, ms. 854, fol. 26v.

Manoscritto miniato di un componimento di Bernard de Ventadour (XIII secolo). Parigi, Bibliothèque Nationale de France, ms. 854, fol. 26v.

Il richiamo al nucleo più puro dei Provenzali

Si è insistito spesso sulla monotonia e sull’astrattezza dei Siciliani, sulla loro mancanza di originalità nei confronti dei Provenzali. Questo non è sempre vero, in senso assoluto e soprattutto in senso storicamente relativo. Certo, la loro produzione non è qualitativamente paragonabile a quella della lirica provenzale maggiore del secolo precedente, a quella dei trovatori più grandi e originali ai quali essi spesso si rifanno implicitamente. Nel loro aulicismo, nella loro supposta impersonalità si è visto, d’altronde, talora un limite grave, di fronte alla varia ispirazione dei Provenzali contemporanei, anche di quelli dell’Italia settentrionale. Ma non va dimenticato che quei trovatori hanno lasciato ben poco di veramente vitale (se non forse nella personale ispirazione etica di Sordello): seccatasi la vena maggiore, il quadro della lirica provenzale contemporanea è folto sì e variopinto, ma assai più squallido. Sicché il richiamo monocorde dei Siciliani al nucleo più puro di quell’ispirazione lirica, all’amor cortese, ormai deviato in esperienze marginali, il loro implicito ricongiungersi alla primitiva vena di Jaufré e di Bernart, non è privo di significato storico: e sul piano dei risultati poetici le voci di Iacopo da Lentini, di Giacomino Pugliese, di Guido delle Colonne, sono, accanto a quelle diverse dei Minnesänger e dei poeti galiziani, tra le più alte dell’Europa contemporanea. La forza dei Siciliani, di questi primi «fabbri del parlar materno», raffinatissimi anche se fra loro «alquanti grossi ebbero» (ed hanno ancora) «fama di sapere dire», sta nell’esclusività e nel rigore della loro scelta. Lo dice Dante giovane (Vita nuova, XXV, 4-6), identificando la poesia con la lirica d’amore (aggiungerà poi nel De vulgari eloquentia, che rappresenta nella storia di Dante il superamento dell’esperienza stilnovistica, altri due campi d’ispirazione). E lo Stilnovo sarà un secondo richiamo alla fedeltà di quell’ispirazione, all’unità tematica e stilistica che pareva compromessa nei Siculo-toscani (i quali, parlando d’amore, avevano spesso la mente altrove). E il Petrarca opererà, infine, un terzo deciso richiamo a quella fonte prima d’ispirazione lirica.
Sulla rigogliosa vita intellettuale alla corte e dentro i limiti dello Stato di Federico II non è qui il caso d’insistere: basterà rinviare al ricco panorama tracciato da E. Kantorowicz (Friedrich der Zweite, Berlin 1928) e da A. De Stefano (La cultura alla corte di Federico II imperatore, Palermo 1938), avvertendo che forse l’iniziativa culturale dell’imperatore, «vir inquisitor et sapientie amator», è stata talora troppo accentuata, non solo per quanto si riferisce alla poesia volgare. Nella persona di Federico molte lingue e culture s’incontravano: anzitutto la tedesca, lingua paterna (e il padre era stato Minnesänger, come poi sarà il figlio Corradino, oltre che verseggiatore provenzale), e la francese normanna, lingua materna, e poi quella latina, quella greca e l’araba, oltre alla volgare italiana.
Mentre la corte non ha sede stabile, fioriscono grandi centri di cultura, in Sicilia, soprattutto Messina, fulcro e chiave del regno (e forse culla della prima poesia siciliana), e Palermo «eloquio dotata trilingui» (appunto, arabo, greco, volgare); sul continente Capua, sede di una cospicua scuola d’ars dictandi, e Napoli, sede nel 1224 dell’università di istituzione regia. Sono principalmente centri di cultura latina, giuridico-cancelleresca e storica e letteraria, ché la latinità è il fondamento unitario della cultura del regno, dall’aula del «Rex Romanorum» alle sparse membra. La scuola capuana è erede dell’ars dictandi già fiorente nel centro di Montecassino, fin da Alberigo, e nella curia romana, ma ha una sua autonomia anche rispetto alle scuole maggiori, come quella bolognese. Si verifica qui, anche se su scala più modesta, ciò che era avvenuto già nel primo grand siècle della letteratura francese, il XII: la nascita della poesia siciliana corrisponde a un deciso innalzarsi della letteratura latina, della prosa artistica come della poesia. Il latino appare capace di ricche possibilità espressive, dall’epopea sveva di Pietro da Eboli (De rebus Siculis carmen, 1195) ai toni comico-narrativi di Riccardo da Venosa (Liber de Paulino et Polla, 1230-1233) agli sfarzosi elaboratissimi dictamina di Pier della Vigna: la poesia latina affronta tutti i temi e i toni, politici, satirici, giocosi, che sono ancora preclusi a quella volgare. Basterebbe questo per togliere ogni sospetto di censure politiche o inibizioni per la poesia volgare ad affrontare altri temi che quello politicamente anodino dell’amore: la limitazione ha una ragione intrinseca nel carattere aulico, aristocratico, se si vuole dilettantesco, di quell’esperienza, una ragione anzitutto stilistica. Non va dimenticata la presenza coeva, dentro l’ambito del regno, sia pure in un’area piuttosto chiusa e appartata, di poesia greco-bizantina: la cerchia di poeti fioriti intorno al monastero di Casole, legati spesso a Federico, non estranei, pur nelle strettoie del più lambiccato manierismo bizantino, alle influenze della civiltà cortese d’Occidente. Giorgio di Gallipoli esalta in una sua poesia la restaurazione imperiale di Federico con laici spiriti ghibellini, scagliandosi contro la curia romana, con motivi non dissimili da quelli della poesia politica provenzale: anche qui temi d’attualità che si cercherebbero invano fra i Siciliani.
E c’erano poi gli strati di cultura anteriori, quello arabo e quello normanno. Di quello arabo solo pallide tracce restano nella tradizione poetica popolare siciliana, ottimamente indagate da A. Pagliaro (Riflessi di poesia araba in Sicilia, «Bollettino del Centro Studi filol. e ling. sicil.» II (1954), pp.29-38): i tentativi di riportare a tradizione araba alcune peculiarità metriche e tematiche dei Siciliani vanno oggi considerati del tutto fallaci. Si è d’altra parte insistito in passato su una possibile eredità normanna nella poesia siciliana, si è addirittura favoleggiato di una cultura letteraria volgare indigena alla corte normanna, di una fioritura poetica pre-federiciana. Si può ben dire che di questo presunto strato non esistono documentazioni e neppure tracce: e che poeti provenzali siano vissuti alla corte normanna non è provato. La tarda testimonianza di Iacopo della Lana, troppo spesso citata, non può costituire autorità storica. Si potrebbe forse supporre che esistesse autorità storica. Si potrebbe forse supporre che esistesse già in epoca normanna e in Sicilia una poesia giullaresca, aperta agli influssi francesi, e concomitante a quella fioritura clericale-giullaresca che costituisce uno strato anteriore (anche se le testimonianze più importanti sono più tarde), così radicalmente diverso da quello siciliano, e che ebbe il suo massimo centro a Cassino: ma è pura ipotesi e gli elementi lessicali francesi assai numerosi che compaiono nel contrasto di Cielo d’Alcamo si spiegano senza ricorrere all’ipotesi di una tradizione letteraria precedente. Alla corte di Federico anche la cultura d’oïl era presente e certo doveva esser favorita dalla tradizione di lingua normanna: sappiamo che il normanno era parlato a corte nei primi anni del regno di Federico, ed era la lingua materna di lui che, lettore infaticabile, conosciamo affezionato alla letteratura cortese in lingua d’oïl, ricercatore di prose di romanzi, di arturiane ambages bellissime (si potrà ricordare, per esempio, che l’imperatore richiese e ottenne nel 1240 dal «Secreto» di Messina il voluminoso manoscritto – ben cinquantaquattro quaderni – del romanzo francese di Palamedés, che era stato «Magistri Iohannis Romanzor»), nel momento della massima espansione europea della letteratura avventurosa, quando anche San Francesco non era indifferente al fascino di quella letteratura e dei suoi miti cavallereschi.
Echi di quelle letture si ritrovano nei poeti siciliani, nei molti paragoni allusivi alla materia di Bretagna (ma questi riferimenti ai cicli romanzeschi del Nord erano già un luogo comune nella lirica provenzale, a partire dagli ultimi decenni del XII secolo), come, per esempio, con più ampia affabulazione nel discordo Donna udite como attribuito a «Messer lo re Giovanni» (V 24), che dell’amore segreto per la sua donna dice:

quella c’amo più ‘n celato
che Tristano non facea
Isotta, como contato,
ancor che li fosse zia.
Lo re Marco era ‘nganato
perché [‘n] lui si confidia:
ello n’era smisurato
e Tristan se ne godeva
de lo bel viso rosato
ch’Isotta blond’avìa:
ancor che fosse peccato,
altro far non ne potea
c’a la nave li fui dato
onde ciò li dovenia.

Dove si vede che il poeta non sa rinunciare a raccontare quello che sa della fatale leggenda in tono didatticamente ingenuo e pedantesco. Così i non molti gallicismi non provenzali dei nostri lirici si spiegano senza che sia necessario ricorrere ad un’anteriore tradizione letteraria locale: alcuni sono termini usuali entrati già in epoca normanna nella lingua comune, altri potranno indicare consuetudine con una cultura che toccava certo strati più popolari di quella occitanica.

Manoscritto miniato dal «Perceval» di Chrètien de Troyes (XIII sec.). Bnf ms. 12577 fol. 74v. Il corteo del Graal. Paris, Bibliothèque nationale de France.

Manoscritto miniato dal «Perceval» di Chrètien de Troyes (XIII sec.). Bnf ms. 12577 fol. 74v. Il corteo del Graal. Paris, Bibliothèque nationale de France.

Il tema della natura

Gli interessi più vivaci di Federico e della sua cerchia erano rivolti alle scienze naturali, matematiche e fisiche, con l’incontro della scienza araba e greca, e con un vivace senso sperimentale: del naturalismo dominante nella cultura scientifica c’è chi ha voluto vedere un riflesso nei campi metaforici più fertili della poesia siciliana, che sviluppano luoghi comuni già consueti alla poesia provenzale e all’enciclopedismo medievale, ma in parte innovano. Predominano le metafore tratte dal regno animale e minerale, con immagini che in gran parte appartengono al bagaglio tradizionale dipendente dai bestiari e dai lapidari medievali, ma non sempre (e il Pagliaro ha individuato nel termine scolosmini, o xolosmini, che ricorre in Iacopo da Lentini designando una pietra preziosa, una specie di turchese, una parola d’origine orientale e di probabile provenienza araba, carica di evocazione esotica); e talune immagini, come quella dell’argento vivo, non sono dei Provenzali: altre hanno uno sviluppo larghissimo, come quelle dei fenomeni atmosferici e naturali, della luce, della calamità, e soprattutto della navigazione (la tempesta, la nave, il naufrago). È una specie di repertorio enciclopedico che ci può dare solo qualche indizio degli interessi culturali prevalenti. Ma sono immagini fisse, decorative, di repertorio: un serio tentativo di sviluppo dialettico in un ricco tessuto analogico di immagini naturali si ha solo in Guido delle Colonne (Ancor che l’aigua) che annuncia da vicino il Guinizzelli, del quale non ha però l’armatura dottrinale.
Chi consideri dunque l’orizzonte apertissimo della cultura del tempo di Federico II, senza precedenti di uguale vastità nel Medioevo per incontro e contemporaneità di esperienze diverse (ma destinate presto a fruttificare altrove, soprattutto nei campi delle scienze della natura e della politica), e poi si volga al piccolo hortus conclusus della lirica volgare, sentirà ancora più forte il divario fra quella cultura e quella poesia, ancora più esili quei fiori di giardino in questo signorile demanio.

Miniatura dal «De arte venandi cum avibus», ms. dal Pal. lat. 1071 (fine XIII sec.). Federico II e il suo falcone. Roma, Biblioteca Vaticana.

Miniatura dal «De arte venandi cum avibus», ms. dal Pal. lat. 1071 (fine XIII sec.). Federico II e il suo falcone. Roma, Biblioteca Vaticana.

2.I problemi cronologici e la concezione dell’amore

Ma quando è nata la lirica siciliana? In proposito la critica positivistica ha dato per lo più credito a una gestazione lenta, e si è valsa di ogni possibile argomento per anticipare la data di nascita. Anche Dante, il Dante della Vita nuova, è stato talora preso in parola e tirato in ballo: «Se volemo cercare in lingua d’oco e in quella di sì, noi non troviamo cose dette anzi lo presente tempo per cento e cinquanta anni»: un termine cronologico approssimativo, per quanto in difetto per la lingua d’oc, sfasato per eccesso di quasi cent’anni per quella del sì. Dante immaginava allora per le due letterature una nascita parallela: ma quali elementi aveva per giudicare? Forse non più di quelli che possediamo noi oggi. Lo dimostra d’altronde egli stesso mettendo a fuoco storicamente il problema quando nel De vulgari eloquentia vede le condizioni di quel movimento nell’alto clima culturale creato da Federico e Manfredi. Gli elementi esterni che noi abbiamo oggi a disposizione (documentazione dell’attività dei poeti), e quelli interni che si possono ricavare dalle poesie stesse, pochissimi per la povertà di riferimenti concreti, autobiografici o storici, per l’a-storicità di questa produzione, sembrano invece indicare una fioritura improvvisa e rapida, chiusa, in un giro piuttosto breve d’anni (nel corso di due generazioni, delle quali la seconda è già coeva ai Toscani, a Bonagiunta e a Guittone, che ha uno scambio poetico con il siciliano Mazzeo di Ricco).

Il cancelliere Aulico alla corte di Federico II, Re di Sicilia, presso il palazzo di Palermo dove solea ricevere letterati, artisti e studiosi siciliani.  Michael Z. Diemer (1939).

Il cancelliere Aulico alla corte di Federico II, Re di Sicilia, presso il palazzo di Palermo dove solea ricevere letterati, artisti e studiosi siciliani. Michael Z. Diemer (1939).

Il capofila dei canzonieri: Iacopo da Lentini

Qui vale in principio fuit poëta: all’inizio di questa storia deve stare certo una cospicua personalità di poeta, non un’iniziativa dell’imperatore, comunque (troppo scolorita e secondaria ci appare la produzione poetica di questo). E il poeta primo, il cui nome è capofila nei canzonieri più antichi, è con ogni probabilità il «Notaro», Iacopo da Lentini, che Dante ricorda come primo caposcuola nella Divina Commedia dopo averne taciuto il nome nel De vulgari eloquentia. Il suo particolare genio tecnico, metrico e stilistico, versatilissimo, l’inventività che si manifesta nel suo canzoniere, il più ricco che noi abbiamo per un siciliano, la frequenza di echi, di imitazioni e di riflessi evidenti della sua produzione nella produzione degli altri, sembrano chiaramente additarlo come non solo il caposcuola, ma probabilmente l’«inventore» del poetare aulico in volgare, o, se si vuole adoperare il nome di una carica della Magna curia che spetta legalmente al suo confratello Pier della Vigna, il «logoteta» della Scuola siciliana. Chi rilegga l’intera sua produzione non può aver dubbi sulle sue capacità «istituzionali»: egli è non solo il creatore del sonetto ma offre un campionario completo delle forme e dei temi della lirica siciliana, dalle canzoni alle canzonette, al discordo.
Ma della vita del Notaro sappiamo pochissimo: la sua attività pubblica nella corte come notarius e fidelis scriba è documentata da due privilegi del 1233 e da un documento del 1240 firmato «Jacobus de Lentino domini Imperatoris notarius». In una sua canzonetta Dolce coninzamento, che gli è stata recentemente negata, senza motivi validi, contro l’attestazione del Codice Vaticano 3793, l’unico che ce l’ha conservata, si è colto un accenno a un suo soggiorno in Basilicata presso la corte nel 1233.
Le sue tenzoni di sonetti con l’abate di Tivoli e con personaggi toscani come i fiorentini Maestro Francesco e Maestro Torrigiano e il senese Ugo di Massa sembrano portarci all’epoca in cui la corte soggiornò a Tivoli (1241) e in Toscana (a Grosseto, negli inverni 1244 e 1245). Quanto agli altri, si sa che Pier della Vigna era già alla corte subito dopo l’incoronazione, nel 1221 (e scompare nel 1249); Ruggieri d’Amici è attestato fra il 1238 e il 1246, quando scompare coinvolto in una congiura; Rinaldo d’Aquino, se vale l’identificazione proposta dal G. Grion (Die Vatikanische Liederhandschrift n. 3793, «Romanische Studien», Halle 1971) con il fratello del grande filosofo, è documentato come attivo negli stessi anni (il «dominus Reginaldus, vir probitatis non modice et inter maiores in curia Frederici», rapì ad Acquapendente il fratello Tommaso con l’aiuto di Pier della Vigna, nel 1243-44, collocandolo nel suo castello di San Giovanni: ed ebbe poi tragica fine come Piero e Ruggieri); messer Iacopo Mostacci è probabilmente il falconiere di Federico ricordato nel 1240; il giudice Guido delle Colonne, «Judex de Columpnis de Messana» secondo Dante, è un alto funzionario del quale ci sono noti diversi atti, taluni con sottoscrizione autografa, fra il 1243 e il 1280 (ma anche la sua attività poetica andrà presumibilmente inquadrata nell’ultimo decennio federiciano).
L’attività dei poeti della Magna curia andrà probabilmente circoscritta nel ventennio anteriore alla metà del secolo, né sembra che le ragioni portate per retrodatare l’attività di Iacopo da Lentini addirittura all’inizio del Duecento siano cogenti. È vero che in un passo famoso di una canzone del Notaro prima G.A. Cesareo e poi S. Santangelo hanno visto un accenno a un fatto storico del 1204-05, il che porterebbe la documentazione della sua attività ad un’epoca assai anteriore all’esistenza della Magna curia. È la quinta stanza della canzone La ‘namoranza disïosa:

Molt’è gran cosa ed inoiosa
chi vede ciò che più li agrata,
e via d’un passo è più dotata
che d’oltremare in Saragosa
ed in bataglia, ov’om si lanza
a spada e lanza in terra o mare…

Secondo un’ingegnosa ma probabilmente fallace congettura del Santangelo, per il poeta la breve tormentosa distanza che lo separa dalla sua donna presente è una barriera invalicabile, quel passo che lo separa da lei è più temuto e irto di pericoli della traversata compiuta da Pisani e Genovesi, scontratisi a Siracusa nel 1204 e nel 1205; e anzi l’ultimo interprete crede di poter andare oltre nella precisazione e, rincarando la tesi, punta sulla prima delle due battaglie e pensa che quell’«oltremare» possa anche riferirsi all’Oriente, visto che i Genovesi venivano proprio dalla Terrasanta. Ma riferimenti così precisi paiono fuori del gusto siciliano, astratto e tipizzante.
È vero che Iacopo da Lentini anche altrove si serve per la materia amorosa di un paragone storico (e proprio in una canzone, Ben m’è venuto prima cordoglienza, che nel Vaticano segue a quella ricordata):

E voi che sete senza percepenza,
como Florenza che d’orgoglio sente,
guardate a Pisa di gran canoscenza,
che teme ‘ntenza d’orgogliosa gente.
Sì lungiamente orgoglio m’ha in bailia,
Melan a lo carroccio par che sia…

[E voi che siete priva di discernimento, come Firenze che ha sentore d’orgoglio, guardate a Pisa piena di saggezza, che teme le pretese di gente orgogliosa. Da tanto tempo il vostro orgoglio mi opprime, che sembra Milano col suo carroccio…]

Qui l’atteggiamento orgoglioso della donna suggerisce al poeta un confronto politico, ben raro nel repertorio siciliano, col comportamento arrogante dei Comuni guelfi, Firenze e Milano, cui è contrapposta la saggia politica della ghibellina Pisa: riferimento di difficile precisazione cronologica, probabilmente anteriore alla battaglia di Cortenuova (1237), nel quale il Santangelo ha visto persuasivamente (per quanto abbia forse voluto precisare troppo) l’allusione alla situazione politica dell’estate del 1234, quando la corte imperiale fu a Rieti e poi a Montefiascone. Comunque la situazione di fatto non è retrodatabile e fra le molte proposte avanzate nessuna risale indietro di molto, per quanto il Cesareo vedesse nel «carroccio» milanese un ricordo di Legnano: la data più probabile (1234) quadra qui perfettamente con la cronologia ufficiale di Giacomo. Che La ‘namoranza disïosa abbia preceduto di trent’anni l’altra canzone Ben m’è venuto appare sommamente improbabile. Per quanto ingegnosa, la congettura del Santangelo a proposito della prima canzone resta una congettura operata su un testo assai malconcio e che si può ben interpretare in altro modo: né si può fondare su congetture tutto un edificio, quando i pochi dati certi indicano la probabilità che tutta questa produzione poetica sia nata alla corte imperiale e che l’inventore Giacomo da Lentini abbia trovato nell’ambiente raffinato e aristocratico della corte il clima favorevole per la sua iniziativa.

Busto di Pier della Vigna. Dalla Porta di Capua.

Busto di Pier della Vigna. Dalla Porta di Capua.

Le poesie di Federico II

Un altro argomento di retrodatazione, ancor meno valido, si è creduto di trovare nella duplicità di intitolazione delle poesie di Federico, ora «Rex» e ora «Imperator» nelle didascalie dei manoscritti, il che ha dato motivo anche alla chiamata sulla scena dei Siciliani del figlio illegittimo, Federico d’Antiochia, fantasma poetico oggi felicemente dissolto. Secondo il Cesareo, le poesie intitolate al re sarebbero state composte prima dell’incoronazione a imperatore (22 novembre 1220): Federico era stato eletto re di Germania nel 1212, ma poiché per tutto il periodo successivo fino all’incoronazione imperiale egli era rimasto assente dalla Sicilia, si dovrebbe supporre che esse siano anteriori alla sua partenza e anche al titolo regale e appartengono alla primissima giovinezza dello Svevo. Chi pensi alla tradizione toscana che ci ha conservate le poesie fissando le didascalie, e al fatto che il titolo di «Imperator» non ha cancellato quello di «Rex», giudicherà quale conto si possa fare di queste speculazioni, che hanno avuto purtroppo largo seguito e hanno ostacolato spesso la retta intelligenza storica di tutto questo movimento di poesia. Del resto, i versi di Federico «scarsi e mediocri, già appartenenti a una seconda ondata “popolareggiante”, postulano l’invenzione del poetare aulico in volgare italiano, iniziativa che va attribuita, entro la curia federiciana, a una personalità non minore di quella del Notaro». Proposizione che ormai dovrebbe sembrare pacifica e indicare finalmente un nuovo, deciso orientamento delle ricerche sui Siciliani, da una preistoria fabulosa a una storia spiegata della loro poesia, della quale siamo ancora agli inizi perché la concezione dogmatica della «Scuola» ha impedito di riconoscere il timbro delle singole voci, se non dov’esso era più ovvio e trito. E quell’originale e ricca tempra di poeta che fu Iacopo rimane per lo più confusa nella folla dei nomi minori e dei modesti dilettanti, posta talora in seconda linea rispetto a Rinaldo d’Aquino e a Giacomino Pugliese, voci diverse e notevoli, ma certo assai minori, quando non anche a Federico, poeticamente insignificante.
Il Contini ha supposto «che la nascita della cosiddetta Scuola siciliana si collochi proprio nel decennio in cui si trova attivo come funzionario Giacomo da Lentini (cioè fra 1230 e 1240); e che la fioritura ne sia stata intensa ma breve». Ed è certamente, allo stato attuale degli studi, la conclusione più legittima, anche se quell’indicazione cronologica non andrà naturalmente presa come un limite perentorio. Il termine iniziale si potrà forse portare un po’ più indietro di pochi anni, sempre comunque nell’ambito della corte imperiale federiciana: c’è per esempio la troppo celebre canzonetta di Rinaldo d’Aquino Giamai non mi conforto che, per quanto gli argomenti fondati sull’attualità di un tema siano sempre incerti (e il tema della Crociata era tra i più tradizionali e convenzionali), difficilmente può credersi composta dopo la Crociata del 1227-28 (anche se il De Bartholomaeis ha voluto certo precisare troppo indicando il giugno-luglio 1227, quando le navi di Federico stavano per «collare» dal porto di Brindisi). C’è poi la problematica figura di re Giovanni, identificato di solito con il suocero dell’imperatore, Giovanni di Brienne, morto nel 1234, quando aveva di parecchio superato l’ottantina: la sua attività di poeta volgare, rappresentata dal già citato Donna, audite como, conservato nel solo manoscritto Vaticano, solleva grossi dubbi per l’identificazione: soldataccio efficacemente dipinto da Salimbene nella sua Cronica, Giovanni di Brienne sarebbe stato anche poeta in lingua d’oïl, ma le canzoni francesi e la pastorella che gli attribuiva ancora il Guerrieri Crocetti non appartengono a lui, ma al quasi anonimo trouvère Jehan de Braine. Che il vecchio suocero dell’imperatore, partecipando al concerto poetico familiare (Federico II e poi Enzo: e la leggenda moderna ha voluto aggiungere Federico d’Antiochia e Manfredi), avesse composto addirittura per le nozze di Federico e della figlia (1225) una suite di danze rappresentata dal discordo, come immaginò il De Bartholomaeis, è un tocco troppo squisitamente romanzesco, nel quadro così spoglio della vicenda biografica dei Siciliani, per essere credibile. Ma l’incredibile ha qui ancora qualche volta credito, che la critica sui Siciliani ha raramente tenuto di mira i punti fermi essenziali. Un’ipotesi del Monteverdi fa di Giovanni semplicemente un «re di giullari», un cantore professionale «incoronato» secondo un costume documentato: il che sembra più plausibile e intonato alla fisionomia alquanto corsiva e non arcaica della sua poesia.

Castello di Melfi. Luogo in cui Federico II emanò le Costituzioni melfitane, 1230-31. Foto di M. Perillo.

Castello di Melfi. Luogo in cui Federico II emanò le Costituzioni melfitane, 1230-31. Foto di M. Perillo.

Il patrimonio letterario dei Siciliani

La poetica dei Siciliani e in genere dei pre-stilnovisti è fondata sulla concezione cortigiana dell’amore «fino». Su questa concezione, che ripete nelle sue linee quella dei Provenzali, non saranno da spendere troppe parole. Ma andrà notato subito che il grado di spiritualizzazione di questo amore è assai vario nei diversi poeti, e che nel quadro della curialitas siciliana molte sono le sfumature. Così la concezione dell’amore come un rapporto feudale, fondato su un privilegio, legato a un «leale omaggio» e a un’elencazione dei pregi della persona amata, è al fondo della convenzione di tutti questi poeti, ma non domina esclusiva e riceve varia luce dalla concezione dell’Amore, che assai più della donna è il protagonista della loro poesia. È sempre, come per i Provenzali, amore extraconiugale, verso donna «di alto affare», carica assai spesso di orgoglio: la reciprocità chiesta dal cantore subordinato è spesso respinta da madonna, e frequenti risuonano le accuse alla sua infedeltà, che sarebbero inconcepibili in clima stilnovistico. La stessa gioia e il tormento d’amore ora appaiono come momenti necessari della fenomenologia dell’amore, immanenti alla sua stessa natura, ora son visti in dipendenza dall’atteggiamento della donna, in forma spesso materiale e utilitaria.
Vediamo un esempio di situazione amorosa «feudale» in un siciliano. Nelle sue canzoni più provenzaleggianti (stanze unissonans e capfinidas) Rinaldo d’Aquino si muove negli schemi e secondo l’etichetta del vassallaggio d’amore. Così in quella citata da Dante fra gli esempi di cantiones illustres:

Per fin’amore vao sì allegramente
ch’io non aggio veduto
omo che ‘n gio’ mi poss’apareare;
e paremmi che falli malamente
omo c’à riceputo
ben da signore e poi lo vol celare.

[A causa di un amore perfetto sono così felice
che non ho veduto
alcuno che possa eguagliare in gioia;
e mi sembra che commetta un grosso errore
un suddito che ha ricevuto
un beneficio dal suo signore e lo vuole poi nascondere].

Il secondo «omo» ha valore di «vassallo», l’hom litges provenzale. Amore è raffigurato come un signore feudale che elargisce un beneficio: il merito, il guiderdone o beneficio, è di servire alla donna, che è carica di tutte le perfezioni:

Ma eo no ‘l celeraio
com’altamente Amor m’à meritato,
che m’à dato a servire
a la fiore di tutta caunoscenza
e di valenza,
ed a bellezze più ch’eo non so dire.

[Ma io non nasconderò
come generosamente Amore mi ha compensato,
che mi ha dato di servire
al fiore di ogni saggezza
e di valore,
e a una bellezza superiore a tutto quello che posso dire.

Insiste su immagini utilitarie: Amore l’ha «ariccuto», gli ha recato un «sì alto dono». Che il tono d’amore è gratuito e irrecusabile (dice Andrea Cappellano: «Amare nemo potest nisi qui amoris suasione compellitur»), ma non è disinteressato; e dopo tante dichiarazioni di assolutezza del dominio d’amor, se ne svela il carattere condizionato e interessato attraverso una serie di precise enunciazioni di diritto feudale, che fissano il rapporto esterno con la donna:

Signoria vol ch’eo serva lëalmente,
che mi sia ben renduto
bon merito, ch’eo non saccia blasmare;
ed eo mi laudo che più altamente
ca eo non ò servuto
Amor m’à coninzato a meritare.

[La consuetudine signorile vuole che io serva lealmente,
e che mi sia resa giusta ricompensa,
della quale io non abbia da lamentarmi;
e mi dichiaro soddisfatto che Amore ha cominciato
a ricompensarmi più generosamente
di quanto io abbia meritato].

Il «merito» è grazioso, elargito, ma crea un privilegio al quale sono legati certi diritti. L’ha affermato poco prima concludendo la terza stanza con una sentenza in cui era espressa la moralità cortigiana del servire, diremo il fair play della burocrazia:

Chi fa del suo servire dipartire
quello c’assai c’è stato
senza malfare, mal fa signoraggio.

[Chi licenzia uno che l’ha servito
a lungo senza demeritare,
esercita ingiustamente la sua signoria].

Si tratta di un’etica puramente sociale, cortigiana, fondata su un rapporto di dipendenza gerarchica (e ora la signoria è quella di Amore, e il rapporto è come qui indiretto, mediato, ora è direttamente della Donna): un’etica che nel clima accentratore e antifeudale dello Stato di Federico doveva trovare una giustificazione diversa che nelle corti della Francia meridionale, della Catalogna e dell’Italia settentrionale, e ricevere in quella burocrazia, fra quei giudici e notai e funzionari, una sua diversa attualità. E spesso al tema dell’Amore-omaggio è significativamente legato il tema della fortuna, come già nel Notaro:

ca spesse volte vidi, ed è provato
omo di poco affare
pervenire in gran loco…

[Ché ripetutamente ho visto, ed è cosa sperimentata,
persona di modesto stato
salire in grande potenza…].

Più che a un riflesso diretto del costume ci troviamo comunque di fronte a una convenzione letteraria, a una metafora o a una cifra dominante in larga parte di questa poesia.
Ma sarebbe un errore credere, secondo un’immagine convenzionale, che questa concezione feudale dell’amore domini ovunque. Questa sottile casistica giuridica, accompagnata da una monotona fissità di espressioni, si cercherebbe ad esempio per lo più invano in Iacopo da Lentini, dove la concezione d’amore appare assai più interiorizzata e l’interesse è rivolto alla fenomenologia di Amore, con una complessità di movimenti psicologici tradotti in luminose immagini che non ha eguali fra i Siciliani. È vero che anche Iacopo canta:

Guiderdone aspetto avere
da voi, donna, cui servire
non m’è noia,

[Attendo di aver ricompensa
da voi, donna, che non mi è
sgradito servire],

in una canzone che solo il Vaticano gli attribuisce autorevolmente, mentre altri manoscritti la assegnano a Rinaldo d’Aquino; ma egli insiste continuamente sull’interiorità dell’immagine amorosa che nasce nel cuore (la interna «pintura»):

La ‘namoranza disïosa
ch’è dentro a l[o] mi’ cor, è nata
di voi, madonna, e pur chiamata
merzé, se fosse aventurosa…

[L’amore pieno di desiderio
che è dentro al mio cuore, ha origine
da voi, madonna, e sarebbe considerato
atto di grazia, se fosse fortunato].

Questa poetica dell’immagine si esprime nel frequente richiamo analogico all’esperienza delle arti figurative (Meravigliosamente, vv. 4-13, 19-27):

Com’om, che pone mente
in altro exemplo pinge
la simile pintura,
così, bella, facc’eo,
che ‘nfra lo core meo
porto la tua figura.

In cor par ch’eo vi porti,
pinta come parete,
e non pare difore.
O Deo, co’ mi par forte…

Avendo gran disio,
dipinsi una pintura,
bella, voi simigliante,
e quando voi non vio
guardo ‘n quella figura,
e par ch’eo v’aggia davante;
come quello che crede
salvarsi per sua fede,
ancor non veggia inante.

[Come chi ha in mente
un modello differente dipinge
una figura simile,
così, bella, faccio io,
che dentro al mio cuore
porto la tua figura.
Pare che io vi porti nel cuore
dipinta nelle vostre sembianze,
e non si vede di fuori.
Dio mio, come ciò mi sembra duro…
Avendo grande desiderio,
dipinsi una pittura,
bella, somigliante a voi,
e quando non vedo voi,
guardo quella figura,
e mi pare di avervi davanti:
come colui che crede
di salvarsi per la sua fede,
ancorché non veda davanti a sé.]

E similmente (La ‘namoranza disïosa, vv. 22-24):

tutte fïate, in voi mirare
veder mi pare
una meravigliosa simiglianza.

[Ogni volta che vi guardo,
mi par di vedere
un’immagine meravigliosa.]

O nella canzonetta Madonna mia, a voi mando (vv. 41-44):

In gran dilettanza era,
madonna, in quello giorno
quando vi formai in cera
le bellezze d’intorno.

[In gran diletto ero,
madonna, quel giorno
in cui modellai in cera
le vostre belle fattezze.]

Così l’incapacità di esprimere adeguatamente il sentimento interiore viene rappresentata con analoghe immagini (Madonna dir vi voglio, vv. 33-36, 41-46):

Madonna, sì m’avene
ch’eo non posso avenire
com’eo dicesse bene
la propria cosa ch’eo sento d’Amore;
… … …
Lo non poter mi turba
com’om che pinge e sturba,
e pure li dispiace
lo pingere che face, e sé riprende
che non fa per natura
la proprïa pintura.

[Madonna, mi avviene
che non posso riuscire
ad esprimere perfettamente
il sentimento amoroso che provo…
L’incapacità mi turba,
come uno che dipinge e cancella,
e continua a essere insoddisfatto
della sua pittura e rimprovera se stesso
secondo il modello naturale.]

Miniatura dal «Codex Manesse», fol. 7r (1305-1340 ca.). Corradino, quattordicenne, dedito alla falconeria. Heidelberg, Universitätsbibliothek.

Miniatura dal «Codex Manesse», fol. 7r (1305-1340 ca.). Corradino, quattordicenne, dedito alla falconeria. Heidelberg, Universitätsbibliothek.

Le “tenzoni” sull’Amore

La fenomenologia d’Amore viene poi dibattuta scolasticamente nelle tenzoni, dibattiti accademici già frequenti fra i Provenzali, soprattutto tardi, e che qui trovano una nuova cornice nella forma del sonetto. Si discute, come nella tenzone dell’abate di Tivoli con Iacopo da Lentini (datata dal Santangelo intorno al 1241 quando la corte imperiale fu a Tivoli) e in quella fra Iacopo Mostacci, Pier della Vigna e Iacopo, intorno alla natura di Amore, se Amore cioè sia «deo», principio trascendente, oppure «cosa naturale». E Iacopo, con ironia di fine dialettico che saprebbe all’occasione fornire una dimostrazione scolastica rigorosa, «per quia e quanto», e con le carte in regola anche dal punto di vista teologico, si oppone a coloro che ritengono

che Amore ha in sé deïtade rinchiosa;
ed io sì dico che non è neiente…

sostenendone l’origine naturale; e solleverà poi le proteste del retore Pier della Vigna:

manti ne son di sì folle sapere
che credono ch’Amor sïa nïente…

Un anonimo tenzonante darà poi la famosa formulazione analitica della genesi d’Amore:

Tre cose sono in una concordanza,
… … …
piacere e pensare e disïanza:
d’este tre cose nasce uno volere
là onde la gente dice che sia Amore.

Come Iacopo la pensava uno dei Siciliani più tardi e ricchi di interessi dottrinali, Mazzeo di Ricco, il quale così discetta e sillogizza (Madonna, de l[o] meo ‘namoramento, vv. 13-24):

Poi ch’eo non posso me segnoreggiare,
Amor mi segnorea.
Dunque è Amore segnor certanamente;
ma non posso già mai considerare
che l’Amore altro sia
se non distretta voglia solamente.
E s’Amore è distretta volontate,
per Deo, madonna, in ciò considerate,
c’Amor non prende visibolemente
ma par che nasca naturalemente;
e poi c’Amore è cosa naturale,
merzé dovete aver de lo mio male.

[Poiché non posso dominare me stesso,
Amore mi domina.
Dunque è certo che Amore è signore;
ma non posso pensare che Amore altro non sia
se non volontà costretta.
E se l’Amore è volontà costretta,
in nome di Dio, madonna, considerate questo,
che Amore non investe in maniera palese,
ma par che nasca come cosa naturale;
e poiché tale è Amore,
dovete aver pietà del mio male.]

Iacopo da Lentini insisteva già originariamente sul momento della visione-rivelazione e sull’immagine come fonte di piacere, con una parola che avrà poi tanta fortuna nella temperie stilnovistica, spirito:

cad io non sono mio né più né tanto,
se non quanto madonna è de mi fore
ed uno poco di spirito è in meve.

Così in un importante sonetto dottrinale che segue immediatamente, anonimo, nel canzoniere Vaticano:

Dal cor si move uno spirito, in vedere
d’in occhi ‘n occhi, di femina e d’omo,
per lo qual si concria uno piacere…

[Dal cuore si muove uno spirito, nell’atto della visione
da occhi ad occhi, di donna e di uomo,
per il quale si genere insieme un piacere…]

oppure:

Amore è un[o] desio che ven da core
per abundanza di gran piacimento.

[Amore è un desiderio che vien dal cuore,
per il sommo piacere che vi suscita l’oggetto amato.]

Similmente nella canzone Ben m’è venuto prima cordoglienza, vv. 15-16: «ch’eo non vorria da voi, donna, sembranza,/se da lo cor non vi venisse amanza» [Che io non vorrei da voi, o donna, manifestazione esteriore d’amore/se amore non vi nascesse dal cuore].
E questo piacere è fonte del ricordo, dell’«amoroso penseri», come dice altrove un’immagine intensa di tradizione occitanica:

ca d’onne parte amoroso penseri
intrat’è in meve com’aigua in ispogna.

[Che da ogni parte il pensiero d’amore
è entrato in me, come acqua in una spugna.]

Il tema della «rimembranza» suggerisce a Iacopo movimenti di interiorità drammatica (Guiderdone aspetto avere, vv. 46-56):

Le bellezze che ’n voi pare
mi distringe, e lo sguardare
de la cera.
La figura piacente
lo core mi diranca:
quando voi tegno mente
lo spirito mi manca e torno in ghiaccio.
Né mica mi spaventa
l’amoroso volere
di ciò che m’atalenta,
ch’eo no lo posso avere:
und’eo mi sfaccio.

[La bellezza che in voi si manifesta
mi tormenta, e la vista
del vostro aspetto.
La figura leggiadra
mi sradica il core:
quando vi contemplo,
mi manca il respiro, e divengo ghiaccio.
Né in alcun modo allontana
il mio desiderio d’amore
dal suo oggetto il fatto
che non posso realizzarlo:
perciò ne sono distrutto.]

E nel discordo, con leggiadra movenza di canzonetta:

la rimembranza
di voi, aulente cosa,
gli occhi m’arosa
d’un’aigua d’amore.

[Il ricordo
di voi, creatura odorosa,
mi irrora gli occhi
di un’acqua d’amore.]

Ma la conclusione del Notaro è che «Amore è cosa di gran dubitanza»: in lui non mancano venatura morali e religiose (la donna ha «angelica figura»; «quand’eo li parlo moroli davanti/e paremi ch’i’ vada in paradiso»; e soprattutto: «Viso a vedere quell’è paraviso,/che no è altro se non Deo divisare;/’ntr’aviso e paraviso no è diviso…»; «Cristo le doni vita ed alegranza/e sì l’acresca in gran pregio ed onore», ecc.), e il pensiero che sia possibile conciliare sacro e profano, l’amore con la salvezza, espresso in tono di piana incantevole rêverie celeste nel famoso sonetto Io m’aggio posto in core a Dio servire; se sembra qui di essere sulle soglie dello Stilnovo guinizelliano, va detto che l’Amore non è ancora elevato a principio ontologico-morale (=bene).
L’immagine convenzionale dell’amore «siciliano», se si verifica nel suo primo e maggiore rappresentante, viene a dissolversi e a mutarsi in un quadro non vasto ma molto complesso di rapporti e di prospettive mutevoli, assai difficilmente storicizzabili e riducibili a «sistema». Sono notevoli nel Notaro gli spunti anticonformistici contro la concezione trita e divulgata dell’amore-mercede, divenuto vile «per troppa usanza»: in una sua canzone, Amor non vole ch’io clami, egli afferma il suo credo esoterico (sul piano del sentimento, non su quello della forma come nella difesa del trobar clus di Raimbaut d’Aurenja: «Aisso·m diatz/si tan prezatz/so que vas totz es comunal: car adonc tuch seran egal» [Ditemi se fate tanta stima di ciò che è alla portata di tutti: ché in tal modo tutti saranno uguali]):

che lo servire c’onn’omo
sape fare nonn-à nomo,
e no è in pregio di laudare
quello che sape ciascuno.
… … …
[e] per zo, [ma]donna mia,
a voi non dimanderia
merze[de] né pïetanza,
che tanti son li amatori
ch’este ’scita di savori
merze[de] per troppa usanza.

[Ché il servizio amoroso che tutti
sanno compiere non ha nome;
e non è in pregio lodare
quello che tutti sanno…
E per questo, madonna mia,
a voi non vorrei chiedere
mercede né pietà,
perché tanti sono gli amatori
che mercede ha perso il suo sapore
per troppo uso.]

E chiede non mercede, ma segreta corrispondenza e una specie di tregua sentimentale, di prolungata quarantena poetica (l’oraziano «nonum prematur in annum»):

E•lle merzé siano strette,
nulla parte non sian dette
perché paian gioie nove;
nulla parte sian trovate
né dagli amador chiamate
infin che compie anni nove.

[E le mercedi siano costrette,
non siano esternate in alcun luogo,
sicché paiano gioie nuove;
in nessun luogo siano espresse poeticamente
né invocate dagli amatori
finché non siano compiuti nove anni.]

E infine domanda uguaglianza di sentimenti e unità di cuore, e rinuncia, piuttosto che essere amato falsamente; e conclude:

Senza merze[de] potete
saver, bella, ’l meo disio,
c’assai meglio mi vedete
ch’io medesmo non mi veo;
e però s’a voi paresse
altro ch’esser non dovesse
per lo vostro amore avere,
unque gioi non ci perdiate.
Cusì volete amistate?
Inanzi voria morire.

[Senza mercede potete
ben conoscere il mio desiderio,
che voi mi vedete assai meglio
di quanto io stesso mi veda;
e perciò, se vi sembrasse che per avere
il vostro amore non si possa farne a meno,
non sprecate per questo il vostro piacere.
A queste condizioni volete l’amore?
Prima vorrei morire.]

Questa sottile meditazione morale, che ha i suoi lucidi emblemi nelle immagini centrali da lapidario (lo zafiro orientale, gli xolosmini, vv. 21-30: un sonetto, Diamante né smiraldo né zafino, è tutto dedicato alla virtù delle gemme e dall’amata), si adagia perfettamente nella piana misura degli andanti ottonari della canzonetta.
Ma c’era fra i Siciliani anche chi faceva al fin’amors un ironico controcanto, come l’anonimo autore della canzone misogina Amor nun saccio a cui mi richiami (importante perché presenta, sempre nel solco provenzale, una tematica anti-cortese del «falso amore»), che proprio il Notaro eleggeva maliziosamente, con vena sottilmente caricaturale, a banditore del suo nuovo messaggio:

e mandolo al più fino,
ch’è nato da Lentino;
e prego il Notar Giacomo valente,
quegli ch’è d’amor fino,
che canti ogne matino
sto mi’ cantare novo infra la gente.

Ma a parte questi ricchi svolgimenti attivi e reattivi, ci preme qui soprattutto di sottolineare che dei due filoni principali della poetica d’amore siciliana, la concezione feudale del rapporto amoroso e la ricerca intorno alla natura e alla fenomenologia d’amore, il secondo è aperto e spregiudicato, ha una sua serietà autentica e si presenta come il filo conduttore di questo labirinto poetico, dove si ha spesso l’impressione, dopo un lungo girare per stanze simili, di ritrovarsi daccapo nello stesso punto. Ma la concezione siciliana dell’amore è più varia di quanto comunemente si crede, ed è ancora da indagare a pieno in rapporto alla cultura occitanica. L’etichetta stessa di «scuola» siciliana, l’idolum scholæ, almeno nelle sue conseguenze livellatrici va respinto: o almeno va riconosciuto che, come nella Magna curia esistevano varie scholæ, cioè sezioni o uffici, così anche fra questi poeti non solo c’è posto per voci diverse, ma anche per famiglie poetiche distinte.

Miniatura dal «Codex Manesse», fol. 178r (1305-1340). Heidelberg, Universitätsbibliothek.

Miniatura dal «Codex Manesse», fol. 178r (1305-1340). Heidelberg, Universitätsbibliothek.

3.Sviluppi delle forme poetiche. Il “contrasto” di Cielo d’Alcamo.

È naturale che nei Siciliani si sia visto tradizionalmente, e si veda ancor oggi, prima una Scuola e un clima collettivo che l’individualità, e si sia posto l’accento sul linguaggio corale, altamente convenzionale di quei poeti, su una tematica poetica e un repertorio fissati su modelli apparentemente immobili, dove «l’ambiente ha già operato quella parificazione, quel livellamento per cui la lingua… diventa tema.. di identificazione collettiva», cifra di una società letteraria. Questo è anzitutto il risultato di una prospettiva storiografica che si è fissata fin dai primi tempi in Toscana, del canone retorico-linguistico che riconosce ai Siciliani la prima «gloria della lingua» (anche se Dante mostra di saper adombrare qui una graduatoria di valori, in rapporto all’elezione stilistica, mentre nel Petrarca e poi anche nel Bembo questa dimensione storico-critica scompare): e su questa prospettiva si accumula poi il giudizio romantico e positivistico col doppio pregiudizio della non-originalità e dell’impersonalità aulica di questi poeti e con l’applicazione di canoni biografico-realistici del tutto inadeguati.

Augustale di Federico II. Oro, zecca di Messina. Emesso nel 1231.

Augustale di Federico II. Oro, zecca di Messina. Emesso nel 1231.

I giudizi della critica letteraria

L’etichetta collettiva sicilianische Dichterschule esce con quest’impronta dalla mente del Gaspary, nel classico libro del 1878. Più stimolante, nella sua formazione antinomica, e per quanto sia fondato su una visione ancora così sommaria e confusa dei testi e dei fatti, è tuttora il giudizio del De Sanctis nelle prime pagine della Storia (nel capitolo intitolato, con etichetta collettiva, I Siciliani), dove si coglie effettivamente un disagio critico in quella contrapposizione romantica di «rozzezza» e di «affettazione» e nell’applicazione del metro così inadatto della poesia sentimentale e naturale: «Migliori poeti son quelli che scrivono senza guardare all’effetto e senza pretensione, a diletto e a sfogo e come viene… Sono più vicini al sentimento popolare e alla natura. Ma quando vai su, quando ti accosti a quella poesia che Dante chiama “aulica e cortigiana” ti trovi già lontano dal vero e dalla natura, ed hai tutt’i difetti di una scuola poetica nata e formata fuori d’Italia, e già meccanizzata e raffinata. Hai tutt’i difetti della decadenza, un seicentismo che infetta l’arte ancora in culla». Qui «scuola poetica» è l’opposto di «verità» e «natura», e l’individualità vuol essere dedotta solo dalla natura e dal sentimento: il che impedisce una prospettiva storica e produce solo una decisa svalutazione dell’esperienza intellettuale dei Siciliani e una puntuale valutazione di tratti «veri e naturali», quelli di carattere popolareggiante, che sembrano qua e là rompere la dura crosta, col risultato di una lettura per brani sparsi e frammenti. I toni più correnti e piani delle canzonette di Rinaldo d’Aquino e di Giacomino Pugliese sono contrapposti agli esercizi scolastici di Iacopo da Lentini e di Guido delle Colonne. Questo è in fondo ancora il modo di leggere del Croce.
Del resto, questa è la condizione in cui si è offerta alla rivalutazione storica e critica tutta la più antica lirica europea. Se il Diez poteva dire dei Provenzali: «Tutta questa letteratura potrebbe essere considerata come l’opera di un solo poeta, solo espressa attraverso voci differenti», si può dire che questo principio abbia pesato sui Siciliani ancor più che sui Provenzali, per molte ragioni; sia per il carattere stesso più aulico e monocorde dell’esperienza siciliana, sia per la sottigliezza dei canzonieri e l’incertezza delle attribuzioni e dei canoni attributivi, sia per la mancanza non solo di dati e orientamenti biografici sui quali costruiva la storiografia positiva, ma anche di una leggenda come quelle delle Vidas provenzali, che aiutava in qualche modo un giudizio discriminante, anche se spesso su fondamenti assai precari.
Si è detto che dell’esistenza dei poeti siciliani non abbiamo altra traccia se non qualche documento della loro attività pubblica: ma niente mai che si riferisca alla loro vita in rapporto alla loro poesia e alla loro attività letteraria. L’unico di questi poeti, a parte Federico, la cui fisionomia culturale complessa ci sia nota è Pier della Vigna, ma non si può dire che la sua personalità di scrittore latino illumini quella del «dicitore per rima», che pure ha un suo peso se non dominante assai apprezzabile. Così la biografia dei Siciliani ci è stata del tutto sottratta: e la loro poesia assai più di quella dei Provenzali manca di sostrato biografico, di ricostruzione anche esemplare di una personale vicenda, di ogni motivo di autobiografia lirica. Nei loro canzonieri non c’è mai un prima e un poi, uno sviluppo magari segnato dall’uso di senhals diversi per donne diverse: e anche il poeta che sembra più avvicinarsi a questo piano, Giacomino Pugliese, per il motivo in lui centrale della «rimembranza», non ci offre alcuna possibilità di una simile interpretazione. A questi lettori di romanzi il proprio romanzo non interessava affatto: ed è appunto significativo che non sia nato intorno ai Siciliani alcun tentativo di leggenda biografica «a posteriori», ricavata dall’opera, per la mancanza di ogni appiglio e interesse di questo genere; e che anche per questo la prima storiografia della nostra letteratura ci presenti una sistemazione collettiva, in contrasto con il carattere aneddotico-esegetico di quella provenzale. Questo dipende anche dal fatto che i Toscani sistematori delle sillogi siciliane hanno operato con la mentalità di superatori e produttori in proprio, mossi da esigenze formali, tecnico-letterarie, piuttosto che da interessi contenutistici e biografici, in un clima intellettuale e formale così diverso da quello cortigiano e romanzesco dell’Italia settentrionale, dove fioriva il gusto biografico delle Vidas.
E come manca una vera dialettica spirituale e uno svolgimento lirico nei canzonieri siciliani, così questo svolgimento interno manca nelle singole poesie: da questo punto di vista è evidente il contrasto con Guittone e più con Guido Guinizzelli e poi gli stilnovisti, che introducono questo movimento intellettuale e lirico. In Guittone come in Guido Guinizzelli c’è quasi sempre una razo immanente alla lirica, un primo movimento di storia interna: il confronto fra due liriche in stretto contatto come Ancor che l’aigua e Al cor gentile mostra che il Guinizzelli, ispirandosi a Guido delle Colonne, introduce una nota dinamica essenziale, un itinerarium mentis, che là era assente.
Leggende biografiche sui Siciliani sono nate solo in tempi recenti, in clima romantico e positivo, quando accanto agli scarsi documenti si è cercato di dar valore ai riferimenti interni delle liriche, e si sono costruiti romanzetti, utilizzando perfino i dati delle cosiddette poesie «oggettive», di impianto drammatico e narrativo, come dialoghi, contrasti, lamenti. Basti menzionare la leggenda romantico-cavalleresca della “Nina siciliana” («Nina siciliana era la Saffo d’Italia…», scriveva il Foscolo), sfatata dalla critica storica (Borgognoni), o quella di Manfredi poeta creata dal Trucchi in base ad attribuzioni infondate (anche se Manfredi è definito da Iacopo d’Aqui «pulcherrimus cantor et inventor cantionum» e Giovanni Villani lo dice «suonatore e cantatore»).

Miniatura dal «Codex Manesse», fol. 249v (1305-1315 ca.). Heidelberg, Universitätsbibliothek.

Miniatura dal «Codex Manesse», fol. 249v (1305-1315 ca.). Heidelberg, Universitätsbibliothek.

L’“impersonalità” dei poeti siciliani

Il giudizio sull’«impersonalità» dei poeti siciliani ha quindi radici nel carattere stesso dell’arte loro e della loro esperienza: ma deve essere ormai solo un punto di partenza e di orientamento, per procedere meglio nell’interpretazione, fuori da falsi scopi e dall’uso di categorie arbitrarie, per intendere entro quell’«impersonalità» l’individualità delle voci poetiche, o anche soltanto per seguire lo sviluppo di temi diversi di stile, di gusto, di cultura. Già il De Lollis lamentava che il destino filologico e critico della nostra poesia fosse così diverso da quello della letteratura provenzale: «In Germania, in Italia, in Francia, da parecchi decenni si lavora alle edizioni dei singoli trovatori, e nessuno ossa ancora annunziare una storia della lirica provenzale, o magari semplicemente di un solo periodo della lirica provenzale, nel senso scientifico dell’espressione: o perché s’han da ritenere indegni delle stesse riguardose cure i nostri trovatori?». Risolto il problema linguistico, impostato su basi sicure quello testuale, resta ora da ricostruire con pazienza e con equilibrio il breve itinerario storico della tradizione siciliana: resta soprattutto da disegnare una chiara prospettiva di valori e di sviluppi, anche in rapporto alla più antica lirica «siculo-toscana» coeva a quella siciliana.
Questa prospettiva si delinea già dallo svolgersi dello stesso lavoro filologico, ma ha ancora bisogno di lunghe e metodiche ricerche. La filologia sui Siciliani si è trovata a lungo impegnata su una questione generale, quella della lingua dei poeti e della Magna curia, che nei limiti in cui è solubile si può considerare risolta, nel senso della piena sicilianità linguistica e aulicità stilistica (lingua siciliana e stile curiale), anche se molti problemi aperti dalla stessa costituzione interregionale della Curia e della scuola poetica vanno considerati non ancora risolti e forse non risolubili (per esempio, fino a quando ha predominato lo schietto tipo siciliano? Quale fu il grado iniziale di sicilianità dei poeti non meridionali appartenenti alla Scuola e quello dei meridionali operanti in ambienti linguistici diversi, come Enzo a Bologna?).
È curioso, d’altronde, che la critica attributiva abbia fatto qui raro uso di argomenti interni, metrici, stilistici e strutturali, mentre ha invece di solito allineato, accanto ai dati fondamentali offerti dalle attribuzioni dei canzonieri, elementi contenutistici del tutto impropri e invalidi: com’è, per esempio, la negazione a Federico II del dialogo di commiato Dolze meo drudo, assegnato al «Re Federigo» dal Codice Vaticano che unico ce l’ha tramandato, semplicemente perché in esso l’innamorato afferma: «Dolze mia donna, lo gire/non è per mia volontate…», il che sembrava poco confacente a un re o imperatore, sia pure innamorato: quasi che l’autore fosse obbligato a condividere la situazione del suo personaggio, anzi non potesse approfittarne proprio per alludere (come, probabilmente prima, aveva fatto Rinaldo d’Aquino) alla «potestate temuta e dottata», che regola il destino di tutti nel mondo e costringe anche gli innamorati alla separazione. Anche un imperatore, quando scrive poesie, deve pur stare alle regole del gioco.

Miniatura dal «Codex Manesse», fol. 258v (1305-1315 ca.).  Heidelberg, Universitätsbibliothek.

Miniatura dal «Codex Manesse», fol. 258v (1305-1315 ca.). Heidelberg, Universitätsbibliothek.

La figura femminile per i poeti siciliani

La dinamica di sviluppo della poesia siciliana, così difficile da cogliere e da seguire per la mancanza assoluta di dati di cronologia anche relativa, va vista in ogni caso in rapporto con la storia delle forme prima che con quella delle personalità (della quale in quest’ambito è facile fare uso cattivo e imprudente), particolarmente in relazione al quadro e alle sottili specificazioni reciproche dei tre generi metrico-tematici che si manifestano in essa ab origine, cioè fin da Iacopo da Lentini: la canzone curiale con la sua tematica lirica, la canzonetta ricca di sviluppi narrativi e drammatici (e possiamo collocare per comodità a questo livello il lirico discordo, che assume talora, come s’è visto per quello di «re Giovanni», movenze di coreografia), il sonetto di tono prevalentemente discorsivo e dottrinale, nuovo individuo metrico staccatosi dal ceppo della canzone. Si può dire che in linea di massima a questi generi metrici, nel loro progressivo specializzarsi, vengono sempre più a corrispondere livelli stilistici differenziati: sembra di assistere man mano a una specificazione stilistica verso l’alto e verso il basso, nei modi aulici con punte di ornatus difficilis e di ermetismo, nei modi colloquiali con punte comiche e realistiche, in linee via via divergenti che partono da Iacopo da Lentini.
Nel dominio dell’alta lirica e delle forme della canzone, per fermarci solo sul punto culminante di questo svolgimento, del giudice Guido delle Colonne andranno ricordate qui, dal suo piccolo ma singolarmente unitario e organico canzoniere comprendente cinque canzoni, le due canzoni ammirate da Dante come esemplari di suprema constructio, e non del tutto indegne della nostra ammirazione; mentre fra le tre canzoni minori la più notevole è Gioiosamente canto, nella quale, in mezzo al lussureggiare «di metafore lucide e un po’ estetizzanti», «si equilibrano tipicamente un movimento di gioia e un perenne indugio di contemplazione retorica».
Della canzone Amor, che lungiamente m’hai menato, ricchissima di ornamenti retorici, si veda l’ultima stanza (vv. 53-65):

Amor fa disvïare li più saggi:
e chi più ama men’ ha in sé misura,
più folle è quello che più s’innamora.
Amor non cura di far suoi dannaggi,
ch’a li coraggi106 mette tal calura
che non pò rifreddare per freddura.
Gli occhi a lo core sono gli messaggi
de’ suoi incominciamenti per natura.
Dunqua, madonna, gli occhi e lo meo core
avete in vostra mano, entro e di fore,
c’Amor mi sbatte e smena, che no abento,
sì come vento smena nave in onda:
voi siete meo pennel che non affonda.

È il motivo di un amore smisurato e ineluttabile, svolto attraverso una serie di metafore naturali fortemente sbalzate e a un linguaggio ornatissimo, ricco di endiadi, parallelismi e antitesi d’ogni genere.
O si veda la terza stanza della canzone Ancor che l’aigua per lo foco lassi, esempio di straordinaria abilità metrica, soprattutto nell’ampia sirma indivisa:

Eo v’amo tanto, che mille fïate
in un’or mi s’arranca
lo spirito che manca,
pensando, donna, la vostra beltate.
E lo disïo c’ho lo cor m’abranca,
crescemi volontate,
mettemi ’n tempestate
ogni penseri, chè mai non si stanca.
O colorita e blanca
gioia, de lo meo bene
speranza mi mantene;
e s’eo languisco, non posso morire:
ca, mentre viva sete,
eo non por[r]ia fallire,
ancor che fame e sete
lo corpo meo tormenti;
ma, sol ch’eo tegna menti
vostra gaia persona,
obbrio la morte, tal forza mi dona.

Sono versi in cui, con un lessico arnaldiano in rima (-anca) nella fronte, si tocca nella sirma «un massimo di soavità riuscita, non diremo certo pre-stilnovistico» (siamo se mai sulla linea delle petrose), «ma altrimenti non reperibile in Sicilia». E nella stanza precedente, il poeta aveva introdotto «nella disputa sulla natura dell’Amore, entità invisibile, una dichiarazione così esplicita sulla necessità umana, anzi umanistica, dell’amore, che per trovar l’uguale bisognerà scendere fino al Boiardo (Se in vista è vivo, vivo è sanza core)»:

Imagine di neve si pò dire
om che no ha sentore
d’amoroso calore:
ancor sia vivo, non si sa sbaudire.

Sono questi senza dubbio i punti di più alta ricerca lirica e meditativa, nell’incontro con retorica e scienza naturale, a cui sia giunta la cultura poetica siciliana: ne deriva un’eredità feconda e ricca di sviluppi ai pre-stilnovisti e stilnovisti bolognesi e toscani.
Se alcuni poeti come Rinaldo d’Aquino sembrano coltivare i due filoni, con scarti stilistici crescenti, in altri la specializzazione appare dunque netta, da un lato verso i modi più curiali e raffinati della lirica amorosa, con Pier della Vigna, con Guido delle Colonne e con Stefano Protonotaro, dall’altro verso un’espressività più andante a una tecnica metrica e linguistica di trobar leu in Giacomino Pugliese. Ma non pare giustificato tornare decisamente a parlare, come si è fatto di recente, di poesia e tecnica propriamente «giullaresche» nell’ambito della Scuola siciliana, nel senso che è invece del tutto legittimo per giullari di professione come il senese Ruggieri Apugliese, così distante per temi e tecnica dai presunti giullareschi siciliani. In questo procedimento di polarizzazione stilistica che è anche in taluni casi una scoperta e un approfondimento della realtà, nel senso «tragico» come nel «comico», la canzonetta ha avuto una parte di primo piano (anche se certo non sono stati raggiunti qui i risultati letterari più cospicui), per la presenza di una tematica «oggettiva» molto varia e soprattutto per lo sviluppo di forme rappresentative, di monologo e di dialogo, embrionalmente narrative e drammatiche o talora coreutiche, dove il poeta, anche quando parla in prima persona, si distingue nettamente dai suoi personaggi, ne regge i fili, talora li caratterizza con giocoso distacco. Anche la ballata, forma nuova e originale, indipendente dalla tradizione provenzale comune per le altre, non è del tutto estranea come spesso si ripete nell’ambito siciliano, specie a quello più tardo; e comincia presumibilmente abbastanza presto a contribuire a questo sviluppo, venendo sempre più ad occupare nel centro e nel nord dell’Italia la posizione stilisticamente «mediocre» della canzonetta.

Miniatura dal «Codex Manesse», fol. 314v (1305-1315 ca.). Heidelberg, Universitätsbibliothek.

Miniatura dal «Codex Manesse», fol. 314v (1305-1315 ca.). Heidelberg, Universitätsbibliothek.

La canzonetta dialogica

Gli svolgimenti siciliani più fecondi e interessanti, in questo settore, sono quelli della canzonetta dialogica, per il suo orientamento verso le movenze del parlato e la stilizzazione psicologica in cui sono talora presenti elementi giocosi e caricaturali. La caratterizzazione ambientale è tuttavia scarsa, quella paesistica del tutto assente, se si prescinde dalle poche note primaverili del tutto convenzionali qua e là presenti: il contesto reale in cui si collocano appelli, congedi, proteste, invettive di amanti e donne spasimanti o resistenti, disperate per l’abbandono, malmaritate o vogliose di marito, è per lo più generico o sottinteso, e non compare mai neppure quello sfondo di luoghi ameni, quella cornice di idillio campestre, di giovane Arcadia che si ritrovano nelle pastorelle transalpine, a cominciare dalla prima e splendida di Marcabruno, e riemergeranno più tardi nelle ballate nostrane. Nei Siciliani la campagna non ha voce, neppure idealizzata. La tematica popolaresca, certo presente nelle forme dello strambotto come della disturna o del canto amebeo, anche se non facilmente identificabile, si intreccia variamente nei nostri poeti con la tradizione letteraria «comica», provenzale e latina, delle pastorelle, dei contrasti accademici, delle altercationes, delle disputationes, degli improperia di scuola.
Importante in questo quadro mi sembra la graziosa canzonetta di Iacopo da Lentini Dolze coninzamento, forse uno dei primi paradigmi siciliani del genere dialogico, abilmente intessuta nel vario collimare delle facili rime dei settenari che si affollano nel concitato finale riducendosi a due sole, mentre l’artificio delle coblas capfinidas acquista già qui una funzione dialogica, opposta a quella originaria, sottolineando i rapidi riagganci nella breve catena del dialogo. All’elogio della donna, una specie di serenata, subentrano battute di dialogo amoroso che guidano all’evocazione centrale della beatitudine, del «parlamens fis» e del bacio, in un tempo indefinito realizzato con l’imperfetto, con altre battute conclusive nelle quali su tale felicità si profilano minacciose e anatemizzate a due voci dagli amanti le ombre del maldicente («lo lusingatore», v.33) e del marito nemico di cortesia («quello ch’è salvaggio», v.36). La ripartizione scenica fra esordio, dialogo, narrazione è assai abile nel minuscolo e fragile organismo: l’elogio iniziale che ha forma indiretta viene oggettivato e sceneggiato subito in monologo dal dialogo che segue:

o stella rilucente,
che levi la maitina!
Quando m’apar davanti
li suo’dolzi sembianti
mi ‘ncendon la corina.

«Dolce meo sir, se ‘ncendi,
or io che deg[g]io fare?
… … …».

Il tono colloquiale è sottolineato dal «tu», che qui è di regola, mentre nella lirica alta ci si rivolge a Madonna solo con il «voi» (ma in un’altra canzonetta il Notaro gioca finemente sul doppio registro allocutivo: «..che ‘nfra lo core meo/porto la tua figura./In cor par ch’eo vi porti/pinta como parete…»); ma anche una parola come corina (“viscere”), messa in rilievo nella conclusione dell’esordio, è significativamente estranea alla tradizione linguistica curiale (che ha core, coraggio e simili): è un hapax nella lingua dei Siciliani, ma non certo per rarità, anzi per usualità, ché si tratta di uno di quegli elementi di origine francese che appartengono a un livello di lingua più basso e colloquiale, escluso dall’alta lirica provenzaleggiante, e che si affolleranno nel contrasto di Cielo d’Alcamo. Caso analogo è quello dell’infinito sostantivato basciari (“baci”) alla fine della seconda stanza:

«Rimembriti a la fiata
quand’io t’eb[b]i abbrazzata
a li dolzi basciari».

Ed io basciando stava
in gran dilet[t]amento
con quella che m’amava,
bionda, viso d’argento.

Sono, insomma, qui presenti chiari germi di specializzazione linguistica e di caratterizzazione stilistica: appena un inizio, come la caricatura rustica nenciale nell’egloga dell’Alberti, ma significativo. E siamo – ci si perdoni l’accostamento anacronistico – in un “clima da melodramma”.
In senso più aulico, nel registro del «voi», si svolge il dialogo o piuttosto corrispondenza amorosa della canzone Lo core innamorato del messinese Mazzeo di Ricco. Il colloquio, che ha un tono ricercato di uno scambio epistolare, si svolge fra una «madonna», che dichiara per prima il suo tormento amoroso e «invia» all’amante il proprio cuore («avendo di voi voglia/lo meo cor a voi mando…») con molte raccomandazioni, e un «messere» che discetta d’amore, restituendo il dono del cuore con eleganti complimenti, e insieme mira al sodo:

immanentemente a voi mando lo meo,
perché vi deg[g]ia dire
com’eo languisco e sento
gran pene per voi, rosa colorita;
ch’eo non ag[g]io altra vita
se non solo un talento:
com’eo potesse a voi, bella, venire.

In questo duetto qualche nota fine è toccata nella rappresentazione della donna appassionata e gelosa:

Questo congiungimento
mi conduce a morire:
quant’eo più v’amo, e più ne son gelosa,
ed ò sempre paura…,

di fronte al tono più freddo e convenzionale dell’amante. Il Codice Vaticano (V 79) sovrappone a questo componimento la graziosa etichetta coniugale: «Mazeo di Rico e la moglie».
Situazione inversa è nella canzonetta di Giacomino Pugliese Donna di voi mi lamento, in stanze simmetriche di ottonari tutte concluse con la parola-ritornello «amore» (sicché taluni hanno visto qui una canzone a ballo o hanno addirittura immaginato l’azione coreografica di una «ronda» o danza in tondo con intervento del coro dei danzatori alla fine di ogni stanza): c’è un innamorato geloso che accusa la sua donna di tradimento e di villania rimemorando con amarezza, alla luce dei presunti inganni, la nascita di quell’amore:

di voi non ag[g]io conforto
e fals’è la tua leanza,
quella che voi mi mostraste
là ov’avea tre persone,
la sera che mi ser[r]aste
in vostra dolze pregione,
amore,

mentre la donna cerca di giustificarsi protestando il suo amore e accusando il marito geloso di tenerla segregata, sicché non ardisce più farsi alla porta:

Meo sire, a forza m’aviene
ch’io m’apiatti od asconda,
ca sì distretta mi tene,
quelli cui Cristo confonda,
non m’auso fare a la porta;
ond’io son confusa, in fidanza,
ed io mi giudico morta:
tu non n’ài nulla pietanza,
amore.

Alla fine la donna cede, si dichiara disposta a vincere ogni timore e riguardo, e promette di dare all’amante una rivalsa tanto memorabile che ne resti «rimembranza» nel libro del poeta:

Poi che m’ài al tuo dimino,
piglia di me tal ve[n]gianza,
che ‘l libro di Giacomino
lo dica per rimembranza,
amore.

E alla profferta l’amante sembra quietarsi, per quanto ancora dubitoso di amare «in perdenza» e donare oro in cambio di rame. Qui il tono è quello di un piccolo dramma passionale, non direi di «commedia», in un linguaggio insieme più grigio e più compatto, senza il fine contrappunto stilistico del Notaro: anche il richiamo al poeta che affiderà al suo libro la memoria dell’amorosa «vengianza», mentre lo sguardo del narratore sembra allontanare la piccola scena in una prospettiva più lontana e distaccata, non ha risonanza giocosa.
È piuttosto una nuova sigla della poetica narrativa di Giacomino, del tema monocorde dell’urgenza passionale della «rimembranza», sotteso ai momenti migliori della sua poesia, che ha respiro talora intenso ma corto, e si sbriciola in minuti frammenti ogni volta che è mossa da ambizioni costruttive: così anche nel compianto per la morte della donna, troppo celebrato (ché a un esame attento rivela la sua natura frammentaria e la sua staticità, anche nei confronti di un esercizio più freddo ma tanto più saldamente strutturato come la canzone della «Morte amara» di Pier della Vigna), dove la rimembranza prende pateticamente corpo drammatico nella voce, nel dolce appellativo:

Membro e ricordo quand’era comeco,
sovente m’apellava «dolze amico»,
ed or no’l face,
poi Dio la prese e menòlla conseco.
La Sua vertute sia, bella, conteco,
e la Sua pace.

Miniatura dal «Codex Manesse», fol. 14v (1305-1340 ca.). Heidelberg, Universitätsbibliothek.

Miniatura dal «Codex Manesse», fol. 14v (1305-1340 ca.). Heidelberg, Universitätsbibliothek.

L’intreccio tra modi aulici e popolareschi

Le canzonette dialogiche presentano dunque una notevole varietà di toni e di sviluppi a un livello stilistico medio, ora uniforme e ora temperato nel sapiente intreccio di modi aulici e popolareschi. Fra le numerose canzonette anonime è notevole quella che nella sottile cornice dell’incontro di un cavaliere spettatore («Part’io mi cavalcava/audivi una donzella…») colloca il contrasto tra una donzella smaniosa di nozze e una madre che rintuzza queste smanie con mala grazia e dalle ardite parole giudica «svergognata» la figlia:

Oi figlia, non pensai
sì fosse mala tosa,
ché ben conosco ormai
di che s’ golïosa;
ché tanto n’ài parlato
non s’avene a pulcella:
credo che l’ai provato,
sì ne sai la novella,
Làscioti, dolorosa!

[O figlia, non credevo
che tu fossi una ragazza tanto malvagia,
ché ben so ormai
che cosa brami;
ché ne hai parlato più di quanto
si convenga a una pulzella:
credo che tu l’abbia provato,
tanto ne sei informata:
ti ha lasciato, infelice!]

Sono qui visibili elementi di caratterizzazione tipologica e anche di caricatura verbale, come nel violento contrattacco dell’incalorita donzella, che si apre con un’invettiva di sapore marcabruniano, e continua senza peli sulla lingua:

Oi vecchia trentacuoia,
non mi stare in tenzone,
se [non] vuoli ch’io muoia
o perda la persone;
ché lo cor mi sollaz[z]a
membrando quella cosa
che le donne sollaz[z]a,
per ch’amor ne riposa,
ed io ne sto ‘n arsione!

[O vecchia strega,
non mi contraddire,
se non vuoi che io muoia
o perda il mio corpo;
ché mi rallegra il cuore
il pensare a quella cosa
che piace alle donne,
per la qual amore si placa:
e io invece ne brucio!]

Ma la prova di gran lunga maggiore e originale nel genere siciliano amebeo per impegno e invenzione linguistica è il contrasto di Cielo d’Alcamo, Rosa fresca aulentissima, l’esempio più cospicuo di contrappunto e di polarizzazione stilistica in senso comico. La precisa individuazione di questo valore è già in Dante, il quale intuisce perfettamente il carattere idiomatico esemplare del testo, anche se il rapporto col piano linguistico aulico era per lui falsato dalla consueta illusione ottica del toscaneggiamento.
Dopo aver definito, come già s’è visto, il siciliano illustre dei «doctores indigene», e aver reso omaggio ai suoi promotori, egli riprende: «Et dicimus quod, si vulgare Sicilianum accipere volumus, secundum quod prodit a terrigenis medianibus, ex ore quorum iudicium eliciendum videtur, prelationis honore minime dignum est, quia non sine quodam tempore profertur, ut puta ibi: Tràgemi d’este fòcora, se t’este a boluntate» [E affermiamo che, se si vuol considerare il volgare siciliano secondo che proviene dai nativi di condizione media, dalla parlata dei quali va tratto il giudizio, esso appare pochissimo degno di preferenza, perché viene proferito non senza certo strascicamento di suoni, come per esempio quel passo…].
È il terzo verso della prima stanza, nella quale il corteggiatore apre il suo attacco rivolgendo alla donna un fiorito indirizzo galante a mo’ di serenata, del genere di quello che abbiamo trovato nell’apertura della canzonetta dialogica del Notaro, e dal tono aulico, di un’aulicità tuttavia colloquiale e folclorica, passa subito all’espressivo e pressante appello dialettale per concludere ancora con una formula di politesse, in chiave di «voi»:

Rosa fresca aulentis[s]ima, ch’apari inver’ la state,
le donne ti disiano, pulzell’ e maritate:
tràgemi d’este fòcora, se t’este a bolontate;
per te non ajo abento notte e dia,
penzando pur di voi, madonna mia.

Per trovare un verso adatto a caratterizzare il siciliano «mediocre», secondo la sua consuetudine di esemplificare lingue e dialetti servendosi di campioni letterari, Dante ha dovuto passar oltre i due d’apertura, del tutto degni, per i loro caratteri idiomatici, di fluire «ab ore primorum Siculorum». Dante non giudica di poesia, ma di livello linguistico: del poeta non dà alcun giudizio, come aveva fatto invece favorevolmente per la carica dialettale marchigiana del Castra fiorentino, da lui ricordata nel capitolo precedente, e non è detto che ritenesse l’autore un regionale di media condizione né un esponente della giulleria come pensava il Marigo. Il giudizio non è portato sul genere letterario ma oggettivamente sulla lingua del componimento, della quale Dante ha bene definito la natura dialettale, la limitazione in senso territoriale e sociale che è appunto espressa dall’efficace formula dei «terrigenes mediocres», da riferire dunque piuttosto ai personaggi del mimo: e avrà anche sentito la caratteristica tensione stilistica che si rivela fin dall’apertura e si continua in una sequenza ininterrotta di invenzioni mimico-linguistiche, il sollevarsi con ricadute incessanti della parlata dei personaggi dal registro dialettale di base verso tonalità auliche ad esso in certo modo contigue e intonate, non quelle occitaniche dei poeti curiali ma i consueti stilemi melodrammatici delle canzonette, come appunto la rosa fresca che dà l’avvio, e vezzi esotici francesizzanti o addirittura iper-francesi, appartenenti al piano della parlata piuttosto che della scritta, in un ambiente di bilinguismo orale, fuori dal quale sarebbe difficile giustificare la copia straordinaria e gli effetti sul pubblico di questi elementi francesi. È il caso dunque di una lingua mobile nella sua oggettività, una condizione di linguaggio eminentemente «impressivo», rappresentativo, mimico, possiamo ben dire teatrale.
Il contrasto ci è giunto anonimo nel solo canzoniere Vaticano (V 54), in condizioni di testo più che soddisfacenti avuto riguardo al carattere fortemente idiomatico e alla tecnica metrica assai raffinata, sicché non pare legittimo pensare che sia giunto in Toscana per via orale e neppure inferire una trafila lunga, anche se fra Sicilia e Toscana ci sarà forse da postulare, per spiegare venature dialettali di tipo «campano» (come bolontate e trabagli, castiello e novo, ecc.), una tappa intermedia. Queste venature meridionali extra-siciliane costituiscono un piccolo margine difficilmente eliminabile, pur essendo la maggior parte dei fenomeni dialettali riconducibile al siciliano (di tipo piuttosto orientale, messinese), ma a un siciliano di livello colloquiale che presenta molteplici «volgarismi» fonologici e lessicali assenti o emergenti solo sporadicamente nella lingua illustre dei poeti, come nei fonemi presenti in chiù, per “più”, o quanno, per “quando” (e sono spesso modi tipicamente colloquiali, come il possessivo enclitico del tipo pàremo, v.17, al quale si contrappone il crudo francesismo mon peri, v.67): nella tradizione fiorentina del Vaticano questi tratti dialettali siciliani e meridionali sono stati conservati in una misura ignota a tutti gli altri testi, certo perché i valori espressivi e mimici sono stati sentiti come intimamente legati alla natura del contesto. Resta dubbio se la fisionomia composita vada attribuita alle intenzioni del poeta, il quale, come ha supposto il Monteverdi, avrebbe cercato degli idiotismi «che opponevano tutti, o gran parte dei dialetti continentali del Regno alla lingua letteraria siciliana, cioè alla lingua che i poeti, aulici e cortesi, della Sicilia avevano adottato per sé, e avevano indi imposta ai loro confratelli del continente» (una specie di dialetto fittizio o di koiné giocosa, sul tipo del sayagués adottato dai poeti rusticali spagnoli, o anche del mugellano messo in caricatura dai poeti nenciali della cerchia di Lorenzo, che accoglie talora elementi estranei a quel dialetto rustico); o se invece, come anche da ultimo è propenso a credere il Contini, siano il frutto di una sovraimpressione. D’altronde, non ci sembra che possa essere escluso che un poeta, per esempio, messinese, abbia potuto stendere il componimento per un pubblico, per esempio, napoletano, magari a Salerno in ambiente universitario secondo l’ipotesi fantasiosa del D’Ovidio. E ci sembra soprattutto problematica nelle sue implicazioni culturali e ambientali la presenza di aulicismi francesi essenziali per la loro funzione di contrappunto e di parodia. Certo è che il nome del poeta tramandatoci dal Colocci, «Cielo» (forse travestimento fiorentino di Celi, ipocoristico del siciliano Micèli, “Michele”), con l’aggiunto «dal camo», cioè «d’Alcamo», come «da Lentini» indicherà un cognome piuttosto che una provenienza locale, rimane una semplice etichetta su una merce sicuramente non contrabbandabile sotto il nome di nessun’altra personalità a noi nota nell’ambito della poesia siciliana. E se pur si vuole parlare di «giullare», va precisato che si tratta di un poeta colto e riflesso, dalla tecnica letteraria raffinata, senza alcuno (per esempio) dei fenomeni di irregolarità metrica caratteristici della poesia giullaresca, i cui modi espressivi sono qui utilizzati con sapiente padronanza e sicura ricerca di effetti contrappuntistici. Più fortunati siamo per la cronologia, poiché dal D’Ancona in poi è consueto accogliere la delimitazione ventennale ricavabile dai vv. 22 («Una defensa met[t]oci di dumili’ agostari») e 24 («Viva lo ‘mperadore, graz[i’] a Deo!»): il primo offre il terminus post quem, che è l’istituzione della «defensa», multa a protezione dell’aggredito, con le celebri Costituzioni melfitane del 1231, e la coniazione degli augustali nello stesso anno; il secondo, che è la formula d’appello alla protezione imperiale, presenta come limite estremo (e ci si dovrà forse orientare piuttosto verso questo) la morte di Federico II nel 1250.

Miniatura dal «Codex Manesse», fol. 20r (1305-1315 ca.). Heidelberg, Universitätsbibliothek.

Miniatura dal «Codex Manesse», fol. 20r (1305-1315 ca.). Heidelberg, Universitätsbibliothek.

[…]

Castel del Monte. Andria (Puglia).

Castel del Monte. Andria (Puglia).

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Cantico di frate Sole

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Giotto di Bondone, San Francesco rinuncia alle vesti. Assisi, Basilica Superiore.

Giotto di Bondone, San Francesco rinuncia alle vesti. Assisi, Basilica Superiore.

Il titolo Cantico di frate Sole (Canticum fratris Solis) è attestato dalla più antica vita di san Francesco, attribuita al suo discepolo frate Leone, la Legenda antiqua o Speculum perfectionis, che racconta che esso sarebbe stato composto dal santo due anni prima della morte, nella chiesetta di San Damiano, nel 1225, presso Assisi, dopo una notte di sofferenze e di patimenti, al termine della quale Francesco avrebbe avuto una visione di Dio che gli prometteva la beatitudine eterna: la Legenda motiva il titolo con il proposito di mostrare che «sol est pulchrior aliis creaturis, et magis potest assimilari Deo» (“il sole è più bello di tutte le altre creature e più di tutte può assimilarsi a Dio”). Sia questo titolo sia l’altro con cui questo primo testo della tradizione poetica italiana è stato presto designato (Laudes creaturarum o Cantico delle creature) mostrano il suo legame con varie espressioni della poesia religiosa, e in particolare con la poesia della Bibbia, specie con i salmi dedicati alle lodi (laudes) di Dio, dove variamente è ripetuto l’imperativo Laudate (essi erano molto usati nella liturgia della Chiesa). Notevole la consonanza (indicata già da uno dei primi biografi di san Francesco, Tommaso da Celano) con il Cantico dei tre giovani alla fornace contenuto nel Libro di Daniele (3, 51-89), basato su versetti a coppia di lodi a Dio, il primo introdotto dall’imperativo Benedicite e indirizzato volta per volta alle diverse forme del creato, il secondo costituito dalla ripetizione costante di una stessa formula di lode (per esempio: «Benedicite, sol et luna, Domino,/laudate et superexaltate eum in saecula./Benedicite, stellae caeli, Domino,/laudate et superexaltate eum in saecula./Benedicite, omnis imber et ros, Domino,/laudate et superexaltate eum in saecula…»). D’altra parte san Francesco aveva già composto varie preghiere in latino, proprio sul modello dei cantici biblici, tra cui la Exhortatio ad laudem Dei e le Laudes ad omnes horas dicendae, basate proprio sulla ripetizione di formule come laudate, laudemus ecc.
Il manoscritto riconosciuto come il più antico è conservato nella Biblioteca comunale di Assisi (con il numero 338): esso ha una forma linguistica umbra, ma di tipo moderato (come mostra l’oscillazione tra le desinenze più arcaiche di tipo umbro in –u e quelle più «toscane» in –o, esplicitata tra il v.8, «Et ellu è bellu», e il v.19, «ed ello è bello») con la presenza di molte forme colte latineggianti. Il testo che presentiamo si basa sul manoscritto di Assisi: ma alcuni studiosi pensano che quest’ultimo non rappresenti la forma originaria del Cantico, ma una sua trascrizione in zona umbra, e preferiscono dare al testo una forma linguistica più vicina al toscano. I vari editori discordano anche sul raggruppamento dei versetti in lasse diverse e sulla punteggiatura: e in passato qualcuno ha anche tentato di ridurre i versetti stessi a misure metriche regolari. Ma appare evidente che non si tratta di versi regolari, ma di versetti prosastici, sul modello del latino biblico dei salmi, quasi uguali tra loro per estensione, messi in rapporto dal forte effetto di ripetizione, da alcune rime e soprattutto da molte assonanze, con delle cadenze in chiusura di frase che sono quelle tipiche del cursus musicale (come mostra il manoscritto di Assisi, che nella parte iniziale è disposto in modo da dar spazio alle note musicali).
La composizione, oscillando fra la preghiera ed il canto di lode, si presenta con una sua originalità e coerenza che non viene intaccata da certe ipotesi (prive però di ogni fondamento) che fanno riferimento ad una sua stesura in più tempi: secondo questa ipotesi i versi del perdono (vv.23-24) e quelli della morte (vv.27-31) sarebbero aggiunte più tarde (e gli ultimi sarebbero stati composti dal santo poco prima della morte).

Altissimu, onnipotente bon Signore,
tue so’ le laude, la gloria e l’honore et onne benedictione.

Ad te solo, Altissimo, se konfano,
et nullu homo ène dignu te mentovare.

Laudato sie, mi’ Signore, cum tucte le tue creature,
spetialmente messor lo frate sole,
lo qual’è iorno, et allumini noi per lui.
Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore:
de te, Altissimo, porta significatione.

Laudato si’, mi’ Signore, per sora luna e le stelle:
in celu l’ài formate clarite et pretiose et belle.

Laudato si’, mi’ Signore, per frate vento
et per aere et nubilo et sereno et onne tempo,
per lo quale a le tue creature dài sustentamento.

Laudato si’, mi’ Signore, per sor’acqua.
la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta.

Laudato si’, mi’ Signore, per frate focu,
per lo quale ennallumini la nocte:
ed ello è bello et iocundo et robustoso et forte.

Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre terra,
la quale ne sustenta et governa,
et produce diversi fructi con coloriti flori et herba.

Laudato si’, mi’ Signore, per quelli ke perdonano per lo tuo amore
et sostengo infirmitate et tribulatione.

Beati quelli ke ‘l sosterrano in pace,
ka da te, Altissimo, sirano incoronati.

Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra morte corporale,
da la quale nullu homo vivente pò skappare:
guai a•cquelli ke morrano ne le peccata mortali;

beati quelli ke trovarà ne le tue sanctissime voluntati,
ka la morte secunda no ‘l farrà male.

Laudate et benedicte mi’ Signore et rengratiate
e serviateli cum grande humilitate.

Riproduzione dal Codice 338, f.f. 33r - 34r, sec. XIII. Assisi, Biblioteca del Sacro Convento di San Francesco.

Riproduzione dal Codice 338, f.f. 33r – 34r, sec. XIII. Assisi, Biblioteca del Sacro Convento di San Francesco.

Si tratta, nel complesso, di un invito ad innalzare una lode a Dio, attraverso le sue creature. Si comincia con una dichiarazione di umiltà: nessun uomo è degno di nominare il nome di Dio e quindi neanche di lodarlo. Quindi si avvia la serie dei gloria a Dio: ma per l’interpretazione del tema della lode (e quindi di tutto il componimento) è essenziale la spiegazione della preposizione per, che introduce i nomi delle creature che accompagnano la lode di Dio («Laudato si’, mi’ Signore, per …», salvo la prima volta, al v. 5, «Laudato sie, mi’Signore, cum tucte le tue creature»). Queste le interpretazioni principali: per con valore causale (lodato a causa delle creature, in ragione delle loro qualità), per con valore strumentale (lodato dall’uomo per mezzo delle creature), per con valore d’agente (lodato dalle creature), per con valore mediale (attraverso le creature).
Secondo G. Pozzi il Cantico si inserisce in una vera e propria «teologia della lode», per cui, come dichiarano appunto i versi iniziali, solo di Dio sono le stessi lodi, solo Dio è nello stesso tempo destinatario e autore della lode: il creato e l’uomo stesso non sono altro che il tramite, la via attraverso la quale la lode percorre l’universo, partendo da Dio e tornando a Dio. Ciò spiegherebbe tra l’altro l’uso della forma passiva (Laudato si’), che fa del Signore allo stesso tempo il soggetto che riceve la lode e l’agente della lode stessa: e condurrebbe in definitiva a dare a per un valore strumentale (la lode di Dio si afferma per mezzo delle creature) o mediale (essa si svolge attraverso le creature). Molto precisa e ordinata è l’elencazione delle diverse creature che partecipano alla lode divina; prima il firmamento, sole, luna e stelle; poi quattro elementi dell’antica filosofia, aria, acqua, fuoco, terra; quindi gli uomini che in nome di Dio sono capaci di perdonare e sanno soffrire con pazienza; e infine la morte del corpo, da non temere, mentre va temuta solo quella dell’anima, frutto del peccato mortale e ingresso nella dannazione eterna. L’insieme mostrerebbe, secondo Pozzi, una sottile disposizione numerica: «3 elementi celesti, 4 sublunari, 2 antropologici», che, sommati, danno luogo al numero 9, a cui la cultura medievale attribuisce un valore essenziale, collegandolo tra l’altro alla Trinità (risultato di 3×3). La conclusione è segnata dal tema dell’umiltà, essenziale in tutta l’azione e la predicazione di san Francesco.
Dominato da una forte carica emotiva, il linguaggio intenso e «umile» del Cantico evoca l’intera creazione per rendere testimonianza dell’infinita misericordia di Dio; tutta la bellezza del creato e anche ciò che può apparire male (la morte) sono strumenti di realizzazione dell’infinito Amore, verso cui Francesco mostra la sua gratitudine: ma la carica emotiva si regge su una sapiente scelta delle immagini e degli aggettivi, che accompagnano i nomi delle diverse creature. La scelta del volgare dà voce ad un rapporto più diretto, «umile» e fraterno (si noti l’uso dei termini frate e sora) con le forme della natura: e, secondo alcuni critici, si lega anche ad un esplicito obiettivo polemico, quello di esaltare la bontà del creato e di ricordare la minaccia della dannazione eterna contro le posizioni di quegli eretici (in primo luogo i Catari), che affermavano la natura «cattiva» e diabolica del mondo fisico e la bontà della sola realtà spirituale e oltremondana (negando tra l’altro l’esistenza dell’inferno) e la resurrezione dei corpi.