Il rapporto tra soggetto e paesaggio in «Solo et pensoso»: una lettura di Hugo Friedrich

da H. Friedrich, Epoche della lirica italiana. Dalle origini al Quattrocento, Milano 1964.

Altichiero da Verona, Ritratto di Francesco Petrarca per l'indice del suo «De Viris Illustribus» (1379). BnF Ms Latin. 6069F. Paris, Bibliothèque nationale de France.

Altichiero da Verona, Ritratto di Francesco Petrarca per l’indice del suo De Viris Illustribus (1379). BnF Ms Latin. 6069F. Paris, Bibliothèque nationale de France.

Il tema è la solitudine dell’amante in un paesaggio deserto che egli percorre pensieroso. Quale paesaggio? Esso resta indeterminato. I suoi elementi vengono accennati solo con dei plurali generici: v.1 («i più deserti campi»), vv.9-10 («monti et piagge/et fiumi et selve»), v.12 («sì aspre vie né sì selvagge»). Esso costituisce, senza né un luogo né un tempo preciso, la scena di un avvenimento più interiore che esteriore, che non è unico, ma al di fuori del tempo, ha quindi la ripetitività di un fatto primordiale come avviene per lo più nella lirica. Il fatto si manifesta come monologo, che prende lo spunto da un dolore imprecisato, una malinconia di cui si sa soltanto che si tratta di una fuga dagli uomini, di una gioia che si è spenta, di un intimo ardore. Paesaggio indeterminato, dolore indeterminato, questo in fondo è tutto. Tuttavia si vede come ambedue siano legati l’uno all’altro. Solo la natura solitaria sembra poter comprendere la malinconia dell’amante e potergli offrire protezione e sicurezza. Così sembra, ma la realtà è ben diversa. Anche nella natura egli incontra l’amore cui non può sfuggire (strofa IV). L’impossibilità di scampo interiore è anche esteriore. La natura incline all’ascolto e alla comprensione non può essere d’aiuto. Pur essendo l’unico luogo, in cui l’amante può meditare con se stesso, essa non lo sottrae alla sua pena. Tutte le tappe del monologo sono gesti del corpo, ancora una volta un camminare. Per tutto il sonetto dura questo lento camminare, anche se vi si accenna solo con poche parole. Lo schivo spiarsi attorno della prima strofa è accordato a esso, come il colloquio con Amore alla fine, ed anche le riflessioni nelle strofe centrali avvengono durante il cammino. Così il sonetto è un unico andante – il termine è inteso tanto contenutisticamente quanto in senso musicale – ed è un esempio della cura con cui il Petrarca riusciva a mantenersi nel campo espressivo prescelto. Condizione psicologica, atteggiamento corporeo, paesaggio sono in completo accordo fra loro, ed è difficile a dirsi che cosa s’imprima più profondamente nella memoria, se il passo misurato o lo stanco sconforto, perché ambedue sono una cosa sola ed esprimono quella compenetrazione di anima e oggetto che è un privilegio della lirica.
Il tema del paesaggio solitario, presso cui un amante cerca conforto, ha i suoi primi accenni nei poeti romani. Consideriamo per un momento più attentamente Properzio. Nell’elegia I, 18 si parla dell’amante che cerca la guarigione su impervi sentieri, in una regione desolata, presso gli alberi, le rocce, le sorgenti. Egli vuol capire perché l’amata lo disprezza. C’era stato un litigio con la donna infedele, ma ora tutto scompare ed un nuovo giuramento d’amore conclude l’elegia. Il suo contenuto è un rancore momentaneo, che finisce con la certezza che il cielo tornerà a rasserenarsi. Il sonetto petrarchesco ha quindi solo una somiglianza esteriore con questa elegia. La situazione di fondo è infatti completamente diversa: una malinconia, la cui origine – l’amore per Laura – è appena accennata, e che si diffonde per quello che è in se stessa, uno stato d’animo indefinito, senza limiti che pervade «monti et piagge/et fiumi et selve». Qui non si pensa a superare il dolore, ben diversamente da Properzio, che aveva cantato il momento limitato di una passione travagliata. Del tutto moderno è l’indugiare del Petrarca nella disperazione.
Stilisticamente il sonetto è costruito secondo la legge del raggruppamento a due: due aggettivi simili lo introducono, altri due sono alla fine del secondo verso, e ancora nel v.12: «solo et pensoso…passi tari e lenti…aspre vie né selvagge». Il doppio ritmo è in questi casi più importante delle varianti di significato. Anche i sostantivi che si susseguono nei vv.9-10 sono a gruppi di due. I periodi nella prima e nella seconda strofa comprendono rispettivamente due membri suddivisi sulle coppie di versi. Tutto il sonetto si muove così a una simmetria ondeggiante. La malinconia del contenuto, la dissonanza che viene a manifestarsi fra l’io e la natura si sciolgono in un’armonia equilibratrice. Ciò che sembra essere in opposizione si riconcilia nella simmetria. Il testo canta un dolore e lo placa nell’arte.

Solo et pensoso i più deserti campi
vo mesurando a passi tardi et lenti,
et gli occhi porto per fuggire intenti
ove vestigio human l’arena stampi.

Altro schermo non trovo che mi scampi
dal manifesto accorger de le genti,
perché negli atti d’alegrezza spenti
di fuor si legge com’io dentro avampi:

sì ch’io mi credo omai che monti et piagge
et fiumi et selve sappian di che tempre
sia la mia vita, ch’è celata altrui.

Ma pur sì aspre vie né sì selvagge
cercar non so ch’Amor non venga sempre
ragionando con meco, et io co•llui.

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La Lingua della Commedia

di L. Rossi, in Enciclopedia Treccani.

La Commedia dà al volgare fiorentino la legittimazione per diventare la lingua letteraria degli italiani, il primo nucleo di aggregazione di una nazione che sarebbe nata politicamente solo molti secoli più tardi. Dante lascia nell’italiano una traccia profonda: il Poeta ha saputo mostrare che la nuova lingua possiede ormai potenza e duttilità espressiva, ampiezza e precisione terminologica non inferiori al latino.

Affresco dal Palazzo dei Giudici, Firenze. Ritratto di Dante Alighieri.

Affresco dal Palazzo dei Giudici, Firenze. Ritratto di Dante Alighieri.

La nascita dell’italiano – inteso come la lingua di tutti gli usi civili, letterari e culturali di una nazione – non va vista come un fatto naturale e scontato, con il senno del poi.
L’Italia medievale era divisa politicamente e assai variegata sotto il profilo linguistico. Nella “selva” dei diversi volgari, pochi avevano una qualche forma di prestigio culturale, nessuno − prima della Commedia − la forza per imporsi sugli altri.
Nella letteratura il volgare aveva dato buona prova di sé con la Scuola poetica siciliana e con gli Stilnovisti. Si trattava di una lingua molto raffinata, ma adatta a un solo genere letterario, quello della poesia profana d’amore, e destinata a un circolo di intenditori, colto quanto si vuole, ma numericamente ristretto. Ma neanche nella letteratura il volgare poteva dirsi una lingua condivisa: in Italia godevano ancora di notevole importanza il provenzale e l’antico francese, lingue cui si erano rivolti per le loro opere il fiorentino Brunetto Latini, il mantovano Sordello, il veneziano Marco Polo, e molti altri. Incontrastata lingua della cultura (della filosofia, della scienza, del diritto ecc.) rimaneva poi il latino, forte anche del vantaggio di essere una lingua cosmopolita praticata dai dotti di tutto l’Occidente.
Ebbene, in un quadro tanto eterogeneo Dante sa vedere, profeticamente, ciò che nessun altro aveva visto: la possibilità stessa di un unitario spazio letterario italiano. Ma proprio in mancanza di un centro politico (quell’aula, cioè la corte imperiale, la cui assenza è lamentata nel De vulgari eloquentia), toccava alla letteratura dare un fulcro e una legittimazione al nuovo volgare, attraverso un’opera – la Commedia – che per ambizione di disegno e altezza di magistero artistico si proponeva come una nuova Eneide, cristiana e volgare. E sarà la fama del poema, attestata già mentre Dante era in vita, ad assicurare al volgare fiorentino il prestigio necessario per travalicare i confini della Toscana e raggiungere ampi strati sociali, non solo quelli di più alta cultura.
La formula di Dante padre della lingua italiana può forse suonare retorica, ma mantiene una sua validità e persino una sua utilità.

Con il capolavoro dantesco il volgare accantona quindi ogni complesso di inferiorità verso il blasonatissimo latino: non a caso Dante viene accolto “sesto tra cotanto senno” nel consesso dei poeti classici (Inf., IV 102). Anche gli interlocutori e i modelli della Commedia non sono certo i gracili precedenti medievali, ma i grandi autori classici conosciuti da Dante e – nientemeno – la Bibbia.
La rima è la sede in cui la creatività poetica e linguistica dantesca raggiunge le punte di più ardita tensione espressiva. La tessitura ritmica tocca le sonorità più dissonanti in alcuni canti, concentrati nella seconda metà dell’Inferno e talvolta definiti ‘comici’ dalla moderna critica dantesca. Caratteristica in queste rime è l’asprezza, cioè l’abbondanza di nessi consonantici inconsueti e difficili (-azzi, -icchi, -isma, -ozza, -uffa ecc.), che fa da contrappunto a situazioni ‘basse’, tipicamente la beffa e l’alterco. Dante applica infatti la teoria della convenientia – cioè della corrispondenza tra argomento e stile –, già enunciata nel De vulgari eloquentia. Le orripilanti mutilazioni degli scismatici trovano così degna eco nella durezza delle rime, oltre che nella stessa semantica delle parole in rima: «E un ch’avea l’una e l’altra man mozza, | levando i moncherin per l’aura fosca, | sì che ‘l sangue facea la faccia sozza, | gridò: […]» (Inf., XXVIII 103-106).
L’apertura a referenti compromessi con la corporeità è in effetti l’altro elemento caratteristico dei canti comici. Troviamo perciò cul – per giunta nell’atto di far trombetta –, cuticagna, epa «ventre», merda, minugia «intestini», puttana, scabbia, tigna, trangugia ecc.; ma anche nel Paradiso compaiono la rogna da grattar nella profezia di Cacciaguida, e addirittura cloaca e puzza nell’invettiva di san Pietro contro la degenerazione della Chiesa.
A un opposto polo espressivo si situa la ricerca di una musicalità piana e dolce, spesso accompagnata da inserti stilnovistici, nel Purgatorio (specie nei canti finali) e in singoli canti dell’Inferno, come il II, in cui si parla di Lucia, Beatrice e Maria (per es. «Donna è gentil nel ciel»). A volte sembra quasi che Dante voglia ricreare il canto struggente che le anime elevano a Dio: «”Te lucis ante” sì devotamente | le uscìo di bocca e con sì dolci note, | che fece me a me uscir di mente» (Purg., VIII 13-15).
Molti sono, perciò, i colori della tavolozza dantesca (non a caso si è parlato di plurilinguismo dantesco); anzi, più in generale, non c’è soggetto che non possa essere materia di poesia nella Commedia: l’abiezione del peccato, le sottili disquisizioni dottrinarie, l’esperienza dell’estasi mistica.
L’arricchimento lessicale che consegue al volgare è enorme. Ben rappresentati sono i più svariati settori tecnici, che Dante mostra di padroneggiare mirabilmente. Abbiamo parole di medicina e anatomia (come idropesì «idropisia», gonna «membrana dell’occhio», nuca «colonna vertebrale»), di astronomia (come cenìt «zenit», emisperio, epiciclo), della scolastica medievale (come forma sustanzial), della marineria (come il venezianismo arzanà «darsena»), ecc. Ma il valore tecnico può essersi talvolta appannato nel tempo. Per esempio, perso e sanguigno, nelle parole pronunciate da Francesca da Rimini, sono in realtà due termini tratti dal mondo della tessitura (indicavano due particolari colori di stoffe, scuro e cupo il primo, rosso sangue il secondo).
I numerosissimi latinismi hanno spesso funzione di citazione: umile Italia e sacra fame dell’oro risentono di Virgilio, mentre da Lucano sono tratti i nomi dei serpenti nel canto XXIV dell’Inferno (chelidri, iaculi, faree, cencri, anfisibena). Più spesso, Dante utilizza il latinismo per innalzare e nobilitare il tono del canto. Così, in due punti cruciali del Paradiso abbiamo fleto ‘pianto’ e cacume ‘vetta’ nei canti di Cacciaguida, mentre il Mar Rosso diventa lito rubro nel canto di Giustiniano (forse il canto che ne contiene di più e di più marcati).
Un’ulteriore prova di creatività linguistica è offerta da Dante nei numerosi neologismi di sua invenzione. Tra questi, vanno menzionati almeno i numerosi verbi formati col prefisso in-, che intendono esprimere fin nella loro eccezionalità linguistica quella della visione paradisiaca (per es. indiarsi «addentrarsi nella visione di Dio», insemprarsi «durare per sempre», inmillarsi «moltiplicarsi in più migliaia») ecc.
La compagine linguistica della Commedia è saldamente fiorentina, mentre nel De vulgari eloquentia Dante aveva condannato come troppo anguste culturalmente le varie parlate municipali, e anche il toscano. Tuttavia, episodicamente si possono trovare anche forme non fiorentine, come issa ‘ora’ per caratterizzare la parlata del lucchese Bonagiunta (equivalente al lombardo istra attribuito al mantovano Virgilio) o addirittura inserti di diverse lingue: il provenzale nel canto di Arnaut Daniel e il latino. Di solito però le forme diverse ma di significato equivalente hanno una spiegazione stilistica, come – in una scala da un minore a un maggiore grado di nobilitazione – l’indigeno vecchio (Caronte), il galloromanzo veglio (Catone) e il latinismo sene (san Bernardo).

È lo stesso atteggiamento di curiosità linguistica di Dante a favorire la varietà lessicale che dal poema si riverserà all’italiano. Innumerevoli sono le parole attestate in Dante per la prima volta o che comunque entrano nel circuito della lingua grazie all’autorevolezza della Commedia. Oltre alle terminologie tecniche cui s’è fatto cenno, vanno menzionati alcuni latinismi che attenueranno nel tempo la connotazione di solennità e di rarità con cui li usa Dante. Tale è la sorte di eccellente, egregio, illustre, magnificare, profano, puerile, e altri. Alla preferenza dantesca si deve probabilmente anche il successo di due parole oggi comunissime come facile e sorella, che si impongono rispettivamente su agevole e serocchia, più diffuse nell’antico fiorentino (ma per la promozione di sorella c’è da considerare anche la simmetria con fratello).
Diverse parole entreranno in italiano proprio in virtù del particolare uso che ne fa Dante: bolgia (in origine «bisaccia», «borsa»), contrappasso (dal latino di san Tommaso), galeotto «chi favorisce due amanti» (nel romanzo che Paolo e Francesca leggono insieme il giorno del fatidico bacio, Galeotto è il personaggio che spinge all’amore Lancillotto e Ginevra), quisquilia (Dante usa il termine nel senso di «impurità», «elemento superfluo»), tetragono, propriamente «cubo», ma passato all’italiano nel senso traslato di «resistente» che si ha in Par., XVII 23-24 («avvegna ch’io mi senta | ben tetragono ai colpi di ventura»).
Infine, c’è da considerare il settore più noto e appariscente dell’influsso dantesco sull’italiano, quello dei modi di dire tratti da memorabili versi di solito dell’Inferno, la cantica più popolare e conosciuta: «far tremare le vene e i polsi», «qui si parrà la tua nobilitate», «non mi tange», «esser tra color che son sospesi», «senza infamia e senza lode», «gran rifiuto», «occhi grifagni», «dolenti note», «cosa fatta capo ha» (ma Dante aveva scritto: «Capo ha cosa fatta»), e molti altri. Dantesco è anche bel paese ‘Italia’, espressione che deve molto però a Il Bel Paese (1875) dell’abate Antonio Stoppani, un libro sulle bellezze dell’Italia che avrà grande diffusione, anche nelle scuole.

Guelfi e ghibellini a Firenze

di G. Pampaloni, Guelfi e ghibellini, in Enciclopedia dantesca 3 (1970), pp. 301-307.

2405_06_guelfi_ghibellini A Firenze, come in altre città italiane, nei primi decenni del Duecento esistevano le ragioni di fondo che stavano portando nell’Italia settentrionale alla formazione di partes, nell’ambito della lotta fra Papato e Impero. Più ancora che nella presunta contesa tra Buondelmonti e Amidei del 1216, che fu chiamata in causa, sin dalla fine del Duecento, quale origine della divisione tra guelfi e ghibellini, il fatto che le parti si formarono in questa fase è testimoniato dai nomi stessi, che fanno riferimento alla contesa, nella successione a Enrico VI, tra la casa di Baviera (Welfen), rappresentata da Ottone IV, e quella di Svevia (originaria del castello di Waiblingen), a cui apparteneva Federico II. A Firenze, come appunto avvenne altrove, le contese locali trovarono una nuova ragione di scontro in questa lotta. Ma rispetto ad altre città, la società fiorentina presentava tuttavia alcune peculiarità: una pressoché totale assenza di famiglie originariamente dotate di diritti signorili nel ceto dirigente del comune, una milizia consistente, in cui alcuni elementi riuscivano ad acquisire tali diritti per via matrimoniale, ma soprattutto, in virtù del grande sviluppo economico, ad accumulare terre sulla base del prestito di danaro alle chiese e ai signori. Dunque una parte dei cavalieri (milites) era cointeressata nella difesa, a proprio vantaggio, dei diritti vescovili. All’interno di questo ceto esisteva, come ovunque, un pulviscolo di conflitti, che aveva dato luogo, nell’ultimo quarto del XIII secolo, a una “guerra civile” per il controllo del consolato, cioè del comune, tra gruppi opposti facenti capo agli Uberti e ai Fifanti. La possibilità che i conflitti privati si traducessero in schieramenti vasti e tendenzialmente polarizzati si era manifestata anche in seguito, come suggerisce la rottura del fidanzamento tra Buondelmonti e Amidei che, nel 1216, scatenò uno scontro di vaste proporzioni tra le due consorterie, coinvolgendo gli Uberti e altre famiglie. Anche qui, tuttavia, fu l’intervento di Federico II a scatenare la formazione di schieramenti destinati a durare. Quando l’imperatore fu incoronato, nel 1220, il comune di Firenze era impegnato in una disputa con il proprio vescovo attestata sin dal 1218, quando Firenze aveva privato dell’eredità un chierico di S. Gimignano sostenendo che ai chierici non spettasse il godimento dei diritti ereditari. Inoltre Firenze, alleata con Lucca, anch’essa in vertenza con il vescovo e con il papa, era in guerra, per motivi di confine, con Pisa (che aveva cercato e ottenuto l’appoggio di Federico II), alleata di Siena e Poggibonsi. Per queste ragioni quando l’imperatore, in seguito all’incoronazione, aveva elargito concessioni ai suoi fedeli, Firenze era stata gravemente penalizzata e aveva assistito al rilascio di diplomi a tutti i suoi rivali del territorio. fig11 Ciononostante, nel 1222, l’alleanza fiorentino-lucchese aveva riportato un’importante vittoria a Casteldelbosco. La conduzione della lunga guerra, per quanto coronata da successi come questo, portò tuttavia, con ogni probabilità, al formarsi di un’opposizione interna da parte di un popolus cittadino che proprio in questi anni cominciava a manifestarsi sul piano politico, riuscendo a far entrare i priori delle Arti nel governo e promuovendo, forse con una parte della milizia, operazioni di revisione delle spese pubbliche. La stipulazione di una nuova alleanza nel 1228 tra Pisa, Siena, Poggibonsi e Pistoia in funzione antifiorentina fece proseguire il conflitto tra Firenze e le altre città toscane, concentrandolo sulla Val di Chiana e Montepulciano. Sia il Papato sia l’Impero tentarono la pacificazione con vari mezzi nel corso dei primi anni Trenta. Il legato imperiale Geboardo di Arnstein fallì una mediazione e poi bandì Montepulciano, governata da un podestà fiorentino, Ranieri Zingani dei Buondelmonti. Gregorio IX, approfittando della morte del vescovo fiorentino, insediò un suo fedele, Ardingo, a cui fece emanare costituzioni contro gli eretici. Nel 1232 Firenze, che continuava a rifiutarsi di venire a patti con Siena, fu interdetta e subì il bando imperiale.
Su questo punto venne ad aprirsi un nuovo conflitto tra il vescovo e i milites che all’interno del comune intendevano proseguire la guerra. Tale conflitto però non coinvolgeva altri aspetti della politica episcopale. I tentativi di recupero patrimoniale e giurisdizionale del nuovo presule suscitavano semmai un’opposizione più forte nei ceti non militari, meno legati all’episcopio e più interessati a estendere il controllo pubblico sui beni della Chiesa cittadina, nel quadro di un progetto di espansione del potere comunale visibile nella riforma della tassazione del contado, nel recupero dei diritti dei signori inurbati e nei tentativi avanzati nel 1232 e 1233 di tassazione della Chiesa cittadina. Solo nel 1236, dopo che Lucca, colpita dal papa con la privazione della diocesi, non fu più in grado di sostenere Firenze, il vescovo fiorentino riuscì a imporre la pace con Siena. Tale pace, con ogni probabilità, fu accolta con favore dal “popolo”. Fu allora che il conflitto tra le diverse componenti della società si manifestò pienamente. Nello stesso anno il podestà, Guglielmo Venti, sostenuto dal “popolo”, attirò contro di sé l’odio dei milites e fu cacciato per aver appoggiato le richieste di indipendenza dal controllo vescovile del borgo di S. Casciano in Val di Pesa. La vertenza fu composta dal podestà che gli succedette, chiamato da una magistratura straordinaria, probabilmente di ispirazione popolare, i capitanei, e dal vescovo: il parmigiano Bernardo Orlando Rossi. Costui impose a S. Casciano di pagare al vescovo ciò che gli era dovuto, ma per la prima volta ottenne da parte di questo un formale omaggio. Mentre peggioravano le relazioni tra Papato e Impero, nel 1237 a questo conflitto sociale, che faticosamente era stato composto, si sovrappose una divisione interna alla milizia. La politica vescovile di recupero del controllo del capitolo cattedrale, con ogni probabilità, scontentò alcuni cavalieri. La chiamata di un podestà milanese, Rubaconte da Mandello, fu favorita dal papa in funzione antimperiale. Ma il nuovo magistrato si fece promotore di una politica di difesa dei diritti del comune, anche in contrasto con il vescovo (che lo accusò di eresia), e trovò quindi il consenso del “popolo”. In tal modo i vari conflitti interni che si erano manifestati (quello tra vescovo e comune, quello tra “popolo” e milites, quello tra diverse consorterie di milites) si collegarono con gli schieramenti dell’Italia settentrionale. Quando Federico II, forte della vittoria di Cortenuova, chiese l’invio di truppe per combattere nel Nord, nella milizia scoppiarono disordini tra Giandonati e Fifanti che si estesero all’intera città portando alla cacciata di Rubaconte. L’ingresso del nuovo podestà, il romano filoimperiale Angelo Malabranca, riaprì i disordini che erano stati temporaneamente sedati e li spostò in campagna, dove i cavalieri fiorentini antimperiali, per la prima volta definiti da una fonte coeva «guelfi», furono sconfitti, ma poterono rientrare in città grazie a una mediazione del vescovo.

«Cronica Nuova» di Giovanni Villani. Codice Chigi L VIII 296, fol. 85r (XIII sec.). Federico II entra a Cremona con il Carroccio (1237). Roma, Biblioteca Apostolica Vaticana.

Cronica Nuova di Giovanni Villani. Codice Chigi L VIII 296, fol. 85r (XIII sec.). Federico II entra a Cremona con il Carroccio (1237). Roma, Biblioteca Apostolica Vaticana.

L’insediamento, nel 1240, del nuovo capitano imperiale in Toscana, Pandolfo di Fasanella, aprì una nuova fase caratterizzata da una maggiore richiesta, soprattutto fiscale e militare, dell’Impero; questa pressione negli anni successivi fece confluire sul fronte antimperiale tutti coloro che sentivano i disagi del nuovo governo. Nel 1241 vi fu un nuovo scontro: i Giandonati, guelfi, assaltarono le case degli Amidei in cui era ospitato il podestà federiciano, ma furono sconfitti. L’anno successivo gli Adimari, guelfi, presero la torre dei Buonfanti, ma anche in questo caso il vescovo riuscì a pacificare le parti in lotta.
L’elezione di Innocenzo IV fece registrare anche a Firenze un salto qualitativo dell’intervento pontificio. Da un lato, il nuovo papa agì sul piano degli uomini di governo: riuscì a far chiamare podestà che, pur provenienti dal circuito imperiale, erano in stretto contatto con lui, come i parmigiani Rossi, e a imporre un proprio candidato nel capitolo cittadino, membro della famiglia signorile dei conti Guidi. Dall’altro, promosse una serrata propaganda antimperiale. Favorì l’arrivo del predicatore Pietro da Verona, che trovò un terreno fertile nei movimenti religiosi che andavano diffondendosi nella società fiorentina, soprattutto nel “popolo”, già sensibile al culto mariano e alle pratiche penitenziali sostenute da Mendicanti, Serviti, Penitenti, e infine istituì un tribunale dell’inquisizione.
Nella nuova soggezione imperiale, che in seguito all’arrivo di Federico d’Antiochia, figlio dell’imperatore, andava facendosi sempre più stretta, l’inquisizione non fu vista più solo come un’illegittima intromissione nella giurisdizione comunale tesa a tutelare la libertas Ecclesiæ, ma anche come uno strumento per colpire i seguaci dello scomunicato imperatore, a cui si doveva ormai l’imposizione del giuramento di fedeltà, la sottrazione dei diritti sul contado, affidati ai vicari, e un carico fiscale sempre più insostenibile.
In questa cornice maturò il consenso attorno alla parte guelfa da parte di un “popolo”che nei momenti di maggiore autonomia dall’Impero si era tenuto sostanzialmente estraneo ai conflitti di fazione. Alla fine del 1247, in conseguenza della necessità di truppe da impiegare nell’assedio di Parma, la richiesta di nuovi contingenti aprì nuovamente gli scontri. Nel febbraio dell’anno successivo i guelfi abbandonarono la città ritirandosi a Montevarchi e a Capraia, sotto il controllo di signori filopapali. Sotto il comando dei capitani Ranieri Zingani dei Buondelmonti e Rodolfo di Capraia, subirono l’attacco dei ghibellini guidati da Federico d’Antiochia. Ebbero una prima vittoria, ma in seguito furono sconfitti. Alcuni di loro furono deportati nel Regno di Sicilia. Nel 1250 riuscirono a riorganizzarsi nel territorio dei conti Guidi, mentre il popolo in città riusciva a cacciare i rappresentanti imperiali e a istituire un regime, il cosiddetto “primo popolo” con cui si chiuse il periodo della soggezione all’Impero e che, l’anno successivo, provvide a richiamare gli esuli.
Nella seconda metà del Duecento e in buona parte del secolo successivo i termini fiorentini guelfi e ghibellini vennero a indicare le parti favorevoli al Papato e all’Impero in tutte le città comunali italiane. Le ragioni di un simile successo risiedono nell’egemonia regionale e sovraregionale che Firenze acquisì con l’estinzione della casa di Svevia e con l’avvento degli Angioini alla corona di Sicilia. Ma tale successo non sarebbe comprensibile pienamente se non si considerasse il fatto che Firenze aveva condiviso con le altre città comunali gli elementi fondamentali che avevano condotto alla formazione delle parti.

«Cronica Nuova» di Giovanni Villani. Codice Chigi L VIII 296, fol. 85r (XIII sec.). La Battaglia di Montaperti (1260). Roma, Biblioteca Apostolica Vaticana.

Cronica Nuova di Giovanni Villani. Codice Chigi L VIII 296, fol. 85r (XIII sec.). La Battaglia di Montaperti (1260). Roma, Biblioteca Apostolica Vaticana.

Il canto VI del Purgatorio è il luogo in cui Dante esprime la sua digressione politica, così come fa nel canto corrispondente dell’Inferno e del Paradiso. Dopo aver incontrato Sordello da Goito, poeta mantovano, che si abbraccia Virgilio, il Sommo Poeta inneggia al famoso compianto sulla condizione dell’Italia, nei vv. 76-78: l’abbraccio fra Sordello e Virgilio, è per Dante esemplare in quanto vede l’amore fra concittadini, anche se in realtà nell’Italia del suo tempo non era proprio così a causa delle divisioni interne, delle partes, e delle lotte fra i guelfi e i ghibellini, se non addirittura fra guelfi “bianchi” e guelfi “neri”. Al v. 83, l’espressione «e l’un l’altro si rode» ricorda indubbiamente l’immagine infernale del Conte Ugolino che “rode” la testa del nemico (l’uno guelfo e l’altro ghibellino, non a caso!). Dante percepisce la cosa come molto profonda: la composizione della cantica del Purgatorio è infatti posteriore al 1307, quindi durante l’esilio, avvenuto a seguito delle lotte fra le fazioni fiorentine. Al v.97, Dante maledice Alberto I d’Asburgo, l’imperatore, il quale dovrebbe governare saldamente l’Italia (la sua azione sarebbe provvidenziale, in quanto dirimerebbe e pacificherebbe le contese), anziché occuparsi soltanto della parte tedesca dell’Impero. In seguito gli chiede di venire in Italia e accorgersi della situazione critica in cui versa e dell’instabilità politica vigente. Dante si rivela una sorta di “restauratore” che vorrebbe l’Impero, in cui i feudatari sono sottomessi e fedeli alla figura imperiale; piuttosto non vede di buon occhio quella parte della cittadinanza detta “populus”, cioè i nascenti borghesi (mercanti, banchieri). Al v.127, il Poeta si rivolge a Firenze, ed ironicamente dice che la sua digressione non la considera (infatti le ha già inveito contro nel VI dell’Inferno): molti hanno buonsenso («han giustizia in cuore») ma sono tardi a prendere in mano il potere, perché han paura di peggiorare la situazione; invece il popolino sa sempre cosa fare, ma ovviamente si auto-esclude dall’esercizio politico; molte persone rifiutano di governare, invece il popolo appare sollecito a farlo. Al v.139, si compara, esaltandole, Atene e Sparta (antichi – perciò autorevoli – esempi di civiltà e democrazia) con Firenze, la quale è in grado di creare provvedimenti tanto «sottili» (tanto finemente scritti) il cui vigore non ha una solida durata.
La chiusa del canto si conclude con una similitudine, che compara Firenze ad una persona malata che sul letto non sa da che parte girarsi (alludendo alla divisione bipartitica).

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Bibliografia:

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