Guelfi e ghibellini a Firenze

di G. Pampaloni, Guelfi e ghibellini, in Enciclopedia dantesca 3 (1970), pp. 301-307.

2405_06_guelfi_ghibellini A Firenze, come in altre città italiane, nei primi decenni del Duecento esistevano le ragioni di fondo che stavano portando nell’Italia settentrionale alla formazione di partes, nell’ambito della lotta fra Papato e Impero. Più ancora che nella presunta contesa tra Buondelmonti e Amidei del 1216, che fu chiamata in causa, sin dalla fine del Duecento, quale origine della divisione tra guelfi e ghibellini, il fatto che le parti si formarono in questa fase è testimoniato dai nomi stessi, che fanno riferimento alla contesa, nella successione a Enrico VI, tra la casa di Baviera (Welfen), rappresentata da Ottone IV, e quella di Svevia (originaria del castello di Waiblingen), a cui apparteneva Federico II. A Firenze, come appunto avvenne altrove, le contese locali trovarono una nuova ragione di scontro in questa lotta. Ma rispetto ad altre città, la società fiorentina presentava tuttavia alcune peculiarità: una pressoché totale assenza di famiglie originariamente dotate di diritti signorili nel ceto dirigente del comune, una milizia consistente, in cui alcuni elementi riuscivano ad acquisire tali diritti per via matrimoniale, ma soprattutto, in virtù del grande sviluppo economico, ad accumulare terre sulla base del prestito di danaro alle chiese e ai signori. Dunque una parte dei cavalieri (milites) era cointeressata nella difesa, a proprio vantaggio, dei diritti vescovili. All’interno di questo ceto esisteva, come ovunque, un pulviscolo di conflitti, che aveva dato luogo, nell’ultimo quarto del XIII secolo, a una “guerra civile” per il controllo del consolato, cioè del comune, tra gruppi opposti facenti capo agli Uberti e ai Fifanti. La possibilità che i conflitti privati si traducessero in schieramenti vasti e tendenzialmente polarizzati si era manifestata anche in seguito, come suggerisce la rottura del fidanzamento tra Buondelmonti e Amidei che, nel 1216, scatenò uno scontro di vaste proporzioni tra le due consorterie, coinvolgendo gli Uberti e altre famiglie. Anche qui, tuttavia, fu l’intervento di Federico II a scatenare la formazione di schieramenti destinati a durare. Quando l’imperatore fu incoronato, nel 1220, il comune di Firenze era impegnato in una disputa con il proprio vescovo attestata sin dal 1218, quando Firenze aveva privato dell’eredità un chierico di S. Gimignano sostenendo che ai chierici non spettasse il godimento dei diritti ereditari. Inoltre Firenze, alleata con Lucca, anch’essa in vertenza con il vescovo e con il papa, era in guerra, per motivi di confine, con Pisa (che aveva cercato e ottenuto l’appoggio di Federico II), alleata di Siena e Poggibonsi. Per queste ragioni quando l’imperatore, in seguito all’incoronazione, aveva elargito concessioni ai suoi fedeli, Firenze era stata gravemente penalizzata e aveva assistito al rilascio di diplomi a tutti i suoi rivali del territorio. fig11 Ciononostante, nel 1222, l’alleanza fiorentino-lucchese aveva riportato un’importante vittoria a Casteldelbosco. La conduzione della lunga guerra, per quanto coronata da successi come questo, portò tuttavia, con ogni probabilità, al formarsi di un’opposizione interna da parte di un popolus cittadino che proprio in questi anni cominciava a manifestarsi sul piano politico, riuscendo a far entrare i priori delle Arti nel governo e promuovendo, forse con una parte della milizia, operazioni di revisione delle spese pubbliche. La stipulazione di una nuova alleanza nel 1228 tra Pisa, Siena, Poggibonsi e Pistoia in funzione antifiorentina fece proseguire il conflitto tra Firenze e le altre città toscane, concentrandolo sulla Val di Chiana e Montepulciano. Sia il Papato sia l’Impero tentarono la pacificazione con vari mezzi nel corso dei primi anni Trenta. Il legato imperiale Geboardo di Arnstein fallì una mediazione e poi bandì Montepulciano, governata da un podestà fiorentino, Ranieri Zingani dei Buondelmonti. Gregorio IX, approfittando della morte del vescovo fiorentino, insediò un suo fedele, Ardingo, a cui fece emanare costituzioni contro gli eretici. Nel 1232 Firenze, che continuava a rifiutarsi di venire a patti con Siena, fu interdetta e subì il bando imperiale.
Su questo punto venne ad aprirsi un nuovo conflitto tra il vescovo e i milites che all’interno del comune intendevano proseguire la guerra. Tale conflitto però non coinvolgeva altri aspetti della politica episcopale. I tentativi di recupero patrimoniale e giurisdizionale del nuovo presule suscitavano semmai un’opposizione più forte nei ceti non militari, meno legati all’episcopio e più interessati a estendere il controllo pubblico sui beni della Chiesa cittadina, nel quadro di un progetto di espansione del potere comunale visibile nella riforma della tassazione del contado, nel recupero dei diritti dei signori inurbati e nei tentativi avanzati nel 1232 e 1233 di tassazione della Chiesa cittadina. Solo nel 1236, dopo che Lucca, colpita dal papa con la privazione della diocesi, non fu più in grado di sostenere Firenze, il vescovo fiorentino riuscì a imporre la pace con Siena. Tale pace, con ogni probabilità, fu accolta con favore dal “popolo”. Fu allora che il conflitto tra le diverse componenti della società si manifestò pienamente. Nello stesso anno il podestà, Guglielmo Venti, sostenuto dal “popolo”, attirò contro di sé l’odio dei milites e fu cacciato per aver appoggiato le richieste di indipendenza dal controllo vescovile del borgo di S. Casciano in Val di Pesa. La vertenza fu composta dal podestà che gli succedette, chiamato da una magistratura straordinaria, probabilmente di ispirazione popolare, i capitanei, e dal vescovo: il parmigiano Bernardo Orlando Rossi. Costui impose a S. Casciano di pagare al vescovo ciò che gli era dovuto, ma per la prima volta ottenne da parte di questo un formale omaggio. Mentre peggioravano le relazioni tra Papato e Impero, nel 1237 a questo conflitto sociale, che faticosamente era stato composto, si sovrappose una divisione interna alla milizia. La politica vescovile di recupero del controllo del capitolo cattedrale, con ogni probabilità, scontentò alcuni cavalieri. La chiamata di un podestà milanese, Rubaconte da Mandello, fu favorita dal papa in funzione antimperiale. Ma il nuovo magistrato si fece promotore di una politica di difesa dei diritti del comune, anche in contrasto con il vescovo (che lo accusò di eresia), e trovò quindi il consenso del “popolo”. In tal modo i vari conflitti interni che si erano manifestati (quello tra vescovo e comune, quello tra “popolo” e milites, quello tra diverse consorterie di milites) si collegarono con gli schieramenti dell’Italia settentrionale. Quando Federico II, forte della vittoria di Cortenuova, chiese l’invio di truppe per combattere nel Nord, nella milizia scoppiarono disordini tra Giandonati e Fifanti che si estesero all’intera città portando alla cacciata di Rubaconte. L’ingresso del nuovo podestà, il romano filoimperiale Angelo Malabranca, riaprì i disordini che erano stati temporaneamente sedati e li spostò in campagna, dove i cavalieri fiorentini antimperiali, per la prima volta definiti da una fonte coeva «guelfi», furono sconfitti, ma poterono rientrare in città grazie a una mediazione del vescovo.

«Cronica Nuova» di Giovanni Villani. Codice Chigi L VIII 296, fol. 85r (XIII sec.). Federico II entra a Cremona con il Carroccio (1237). Roma, Biblioteca Apostolica Vaticana.

Cronica Nuova di Giovanni Villani. Codice Chigi L VIII 296, fol. 85r (XIII sec.). Federico II entra a Cremona con il Carroccio (1237). Roma, Biblioteca Apostolica Vaticana.

L’insediamento, nel 1240, del nuovo capitano imperiale in Toscana, Pandolfo di Fasanella, aprì una nuova fase caratterizzata da una maggiore richiesta, soprattutto fiscale e militare, dell’Impero; questa pressione negli anni successivi fece confluire sul fronte antimperiale tutti coloro che sentivano i disagi del nuovo governo. Nel 1241 vi fu un nuovo scontro: i Giandonati, guelfi, assaltarono le case degli Amidei in cui era ospitato il podestà federiciano, ma furono sconfitti. L’anno successivo gli Adimari, guelfi, presero la torre dei Buonfanti, ma anche in questo caso il vescovo riuscì a pacificare le parti in lotta.
L’elezione di Innocenzo IV fece registrare anche a Firenze un salto qualitativo dell’intervento pontificio. Da un lato, il nuovo papa agì sul piano degli uomini di governo: riuscì a far chiamare podestà che, pur provenienti dal circuito imperiale, erano in stretto contatto con lui, come i parmigiani Rossi, e a imporre un proprio candidato nel capitolo cittadino, membro della famiglia signorile dei conti Guidi. Dall’altro, promosse una serrata propaganda antimperiale. Favorì l’arrivo del predicatore Pietro da Verona, che trovò un terreno fertile nei movimenti religiosi che andavano diffondendosi nella società fiorentina, soprattutto nel “popolo”, già sensibile al culto mariano e alle pratiche penitenziali sostenute da Mendicanti, Serviti, Penitenti, e infine istituì un tribunale dell’inquisizione.
Nella nuova soggezione imperiale, che in seguito all’arrivo di Federico d’Antiochia, figlio dell’imperatore, andava facendosi sempre più stretta, l’inquisizione non fu vista più solo come un’illegittima intromissione nella giurisdizione comunale tesa a tutelare la libertas Ecclesiæ, ma anche come uno strumento per colpire i seguaci dello scomunicato imperatore, a cui si doveva ormai l’imposizione del giuramento di fedeltà, la sottrazione dei diritti sul contado, affidati ai vicari, e un carico fiscale sempre più insostenibile.
In questa cornice maturò il consenso attorno alla parte guelfa da parte di un “popolo”che nei momenti di maggiore autonomia dall’Impero si era tenuto sostanzialmente estraneo ai conflitti di fazione. Alla fine del 1247, in conseguenza della necessità di truppe da impiegare nell’assedio di Parma, la richiesta di nuovi contingenti aprì nuovamente gli scontri. Nel febbraio dell’anno successivo i guelfi abbandonarono la città ritirandosi a Montevarchi e a Capraia, sotto il controllo di signori filopapali. Sotto il comando dei capitani Ranieri Zingani dei Buondelmonti e Rodolfo di Capraia, subirono l’attacco dei ghibellini guidati da Federico d’Antiochia. Ebbero una prima vittoria, ma in seguito furono sconfitti. Alcuni di loro furono deportati nel Regno di Sicilia. Nel 1250 riuscirono a riorganizzarsi nel territorio dei conti Guidi, mentre il popolo in città riusciva a cacciare i rappresentanti imperiali e a istituire un regime, il cosiddetto “primo popolo” con cui si chiuse il periodo della soggezione all’Impero e che, l’anno successivo, provvide a richiamare gli esuli.
Nella seconda metà del Duecento e in buona parte del secolo successivo i termini fiorentini guelfi e ghibellini vennero a indicare le parti favorevoli al Papato e all’Impero in tutte le città comunali italiane. Le ragioni di un simile successo risiedono nell’egemonia regionale e sovraregionale che Firenze acquisì con l’estinzione della casa di Svevia e con l’avvento degli Angioini alla corona di Sicilia. Ma tale successo non sarebbe comprensibile pienamente se non si considerasse il fatto che Firenze aveva condiviso con le altre città comunali gli elementi fondamentali che avevano condotto alla formazione delle parti.

«Cronica Nuova» di Giovanni Villani. Codice Chigi L VIII 296, fol. 85r (XIII sec.). La Battaglia di Montaperti (1260). Roma, Biblioteca Apostolica Vaticana.

Cronica Nuova di Giovanni Villani. Codice Chigi L VIII 296, fol. 85r (XIII sec.). La Battaglia di Montaperti (1260). Roma, Biblioteca Apostolica Vaticana.

Il canto VI del Purgatorio è il luogo in cui Dante esprime la sua digressione politica, così come fa nel canto corrispondente dell’Inferno e del Paradiso. Dopo aver incontrato Sordello da Goito, poeta mantovano, che si abbraccia Virgilio, il Sommo Poeta inneggia al famoso compianto sulla condizione dell’Italia, nei vv. 76-78: l’abbraccio fra Sordello e Virgilio, è per Dante esemplare in quanto vede l’amore fra concittadini, anche se in realtà nell’Italia del suo tempo non era proprio così a causa delle divisioni interne, delle partes, e delle lotte fra i guelfi e i ghibellini, se non addirittura fra guelfi “bianchi” e guelfi “neri”. Al v. 83, l’espressione «e l’un l’altro si rode» ricorda indubbiamente l’immagine infernale del Conte Ugolino che “rode” la testa del nemico (l’uno guelfo e l’altro ghibellino, non a caso!). Dante percepisce la cosa come molto profonda: la composizione della cantica del Purgatorio è infatti posteriore al 1307, quindi durante l’esilio, avvenuto a seguito delle lotte fra le fazioni fiorentine. Al v.97, Dante maledice Alberto I d’Asburgo, l’imperatore, il quale dovrebbe governare saldamente l’Italia (la sua azione sarebbe provvidenziale, in quanto dirimerebbe e pacificherebbe le contese), anziché occuparsi soltanto della parte tedesca dell’Impero. In seguito gli chiede di venire in Italia e accorgersi della situazione critica in cui versa e dell’instabilità politica vigente. Dante si rivela una sorta di “restauratore” che vorrebbe l’Impero, in cui i feudatari sono sottomessi e fedeli alla figura imperiale; piuttosto non vede di buon occhio quella parte della cittadinanza detta “populus”, cioè i nascenti borghesi (mercanti, banchieri). Al v.127, il Poeta si rivolge a Firenze, ed ironicamente dice che la sua digressione non la considera (infatti le ha già inveito contro nel VI dell’Inferno): molti hanno buonsenso («han giustizia in cuore») ma sono tardi a prendere in mano il potere, perché han paura di peggiorare la situazione; invece il popolino sa sempre cosa fare, ma ovviamente si auto-esclude dall’esercizio politico; molte persone rifiutano di governare, invece il popolo appare sollecito a farlo. Al v.139, si compara, esaltandole, Atene e Sparta (antichi – perciò autorevoli – esempi di civiltà e democrazia) con Firenze, la quale è in grado di creare provvedimenti tanto «sottili» (tanto finemente scritti) il cui vigore non ha una solida durata.
La chiusa del canto si conclude con una similitudine, che compara Firenze ad una persona malata che sul letto non sa da che parte girarsi (alludendo alla divisione bipartitica).

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Bibliografia:

Annali di Simone Della Tosa, in Cronichette antiche di vari scrittori del buon secolo della lingua toscana, edite da D.M. Manni, Firenze 1733, pp. 134, 137-138, 148; G. Villani, Cronica (ibid. 1823) V 9, 32, 38-39; VI, 33, 35, 37, 39, 42, 48, 63, 65, 78-79, 81, 84-85; VII 9, 13-15, 31; Statuto della Parte Guelfa di Firenze compilato nel 1335, a c. di F. Bonaini, in «Giornale Stor. Archivi Toscani» I (1857), pp. 173-174; Annales Fiorentini II, in Quellen und Forschungen zur Ältesten Geschichte der Stadt Florenz von Otto Hartwig, Halle 1880, pp. 41-42; Il libro di Montaperti (An. MCCLX), a c. di C. Paoli (Documenti di storia italiana pubblicati a cura della R. Deputazione sugli Studi di Storia Patria per le Provincie di Toscana, dell’Umbria e delle Marche, IX), Firenze 1889, coll. IX-X; Marchionne Di Coppo Stefani, Cronica fiorentina, a c. di N. Rodolico, in «Rer. Ital. Script.» I, Città di Castello 1903, rubriche 49, 64, 82-83, 89, 92, 103, 113, 120-123, 128-129, 133; Die Entestehung der Guelfen und der Ghibellinen-Partei, in R. Davidsohn, Forschungen zur Geschichte von Florenz, Berlin 1896, pp. 29-67; N. Ottokar, Il Comune di Firenze alla fine del Dugento, Firenze 1926, pp. 8, 11, 48, 50, 53-54, 58, 61, 65; G. Volpe, Il medioevo, Firenze 1926, p. 202; Ricordano e Giacotto Malispini, Storia fiorentina, Milano 1927, capp. 75, 99-100, 132, 160, 172, 190; P. Villari, I primi due secoli della storia di Firenze, 3a ediz. (s.a.), pp. 163, 166-167, 174-176, 179-180, 216, 421, 430; L. Salvatorelli, L’Italia comunale dal secolo XI alla metà del secolo XIV, in Storia d’Italia, IV, Milano 1940, pp. 572-574; Documenti dell’antica costituzione del comune di Firenze, a c. di P. Santini (Appendice I: I Capitoli del comune di Firenze dall’anno 1251 all’anno 1260), in Documenti di storia italiana pubblicati a cura della Deputazione di Storia Patria per la Toscana, XV, Firenze 1952, p. 281 n. 10, p. 256 n. 84; G. Salvemini, Magnati e popolani in Firenze dal 1280 al 1295, Torino 1960², pp. 6, 9-10, 12-18, 20-21, 23, 25, 88, 106-107, 273 -274, 277, 281, 285, 293, 295-299, 304, 308; E. Cristiani, Nobiltà e Popolo nel comune di Pisa. Dalle origini del podestariato alla signoria dei Donoratico, Napoli 1962, pp. 21, 51, 458; Davidsohn, Storia I, passim; E. Sestan, Il Comune di Firenze nel Duecento, in Italia medievale, Napoli 1966, pp. 232-234, 236, 238-239, 242; D. Waley, La città-repubblica dell’Italia medievale, Milano 1969, pp. 176, 200-202, 204, 206-207, 209.

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La vita religiosa a Firenze nel Duecento

di B. Beuys, La nascita del libero Comune. Né col Papa né con l’Imperatore in Firenze nel Medioevo. Vita urbana e passioni politiche (1250-1530), Milano 2000, pp. 31-34.

[…] Allorché, nell’ottobre 1226, Francesco giaceva moribondo sulla fredda terra della sua amata chiesa della
Porziúncola, il suo sogno di una comunità povera e felice era svanito, il suo lavoro di una vita praticamente fallito. Francesco intese costruire una comunità di fratelli, e ognuno di essi avrebbe dovuto percorrere quelle terre predicando, vestendo di solo saio, senza beni di sorta – in denaro o in istruzione – e disprezzato come, prima di lui, Gesù e i suoi apostoli. Non voleva regole, né fondare conventi, tuttavia alla fine si piegò alla madre Chiesa. Frate Francesco diede infine l’assenso a una regola che contrastava con i suoi obiettivi iniziali, e fu testimone forzato dell’affermarsi di case religiose e di strutture conventuali, vide nascere un nuovo ordine religioso composto da uomini svincolati dalla sua cerchia.
Neppure i contemporanei del Fondatore s’accorsero che egli mirava ad altro. I frati mendicanti di Francesco apparvero loro un miracolo, un pegno di tempi buoni e promettenti. Sfuggì loro che proprio la gloria del mondo avrebbe presto distrutto l’ideale dei frati mendicanti. Il Duecento, secolo colmo di guerre, avido e mercantesco, bevve il messaggio dei nuovi frati come un assetato l’acqua: dovunque ci sarebbe stata pace, solidarietà con i più poveri e i più deboli. Non ci sarebbero più stati padroni e signori, solo amici e amiche in Cristo: nel mondo e nella Chiesa.

Chiesa detta 'Porziúncola' (vista dall'abside). Pietra, IV secolo. Assisi, Santa Maria degli Angeli.

Chiesa detta ‘Porziúncola’ (vista dall’abside). Pietra, IV secolo. Assisi, Santa Maria degli Angeli.

Quando Francesco morì, Domenico di Guzmán, di nobiltà terriera spagnola e fondatore di un ordine religioso, era morto da cinque anni. Radicali al pari dell’uomo di Assisi, Domenico aveva predicato ai suoi discepoli la povertà e una vita esemplare soprattutto per ridare credibilità alla Chiesa. Contrariamente a Francesco, Domenico aveva fondato espressamente un ordine che con profonda dottrina e argomenti convincenti dissuadesse dall’errore degli eretici che per la prima volta avevano scosso il solido edificio della Chiesa.
Firenze era un rifugio sicuro per gli eretici. I Catari, i «Puri», che si erano diffusi nel Mezzogiorno della Francia, avevano qui una sede episcopale clandestina e vivevano tranquilli in città, dove avevano conquistato alcuni cittadini influenti. La scomunica del vescovo cattolico aveva poco effetto poiché i Fiorentini non si curavano troppo della sua autorità, che d’altronde egli non imponeva con eccessiva severità. Finché nel 1232 intervenne il Papa. I frati di Domenico, innalzato in gran fretta all’onore degli altari nel 1234, presero in veste di inquisitori a dar la caccia agli eretici, come i cani alla selvaggina.

Miniatura dal Ms. Cotton Nero E II Pt 2, f. 20 verso, delle «Grandes Chroniques de France» (1415). L'espusione degli Albigesi (Catari) da Carcassonne nel 1209. London, British Library.

Miniatura dal Ms. Cotton Nero E II Pt 2, f. 20 verso, delle «Grandes Chroniques de France» (1415). L’espusione degli Albigesi (Catari) da Carcassonne nel 1209. London, British Library.

Nel 1244 tocca a Firenze. Arriva sull’Arno il temuto cacciatore di eretici Pietro da Verona, un domenicano, che insieme con il confratello fiorentino Ruggero de Calcagni istruisce – in piena guerra intestina tra guelfi e ghibellini – un processo dopo l’altro, e i giudici ecclesiastici affidano i rei confessi al braccio della giurisdizione secolare. In quegli anni confusi che precedono la prima Repubblica fiorentina la giurisdizione secolare è filo-imperiale e quindi anti-papale. Ma i Domenicani non hanno scrupolo, al mattino, di patteggiare con gli imperiali ai danni degli eretici per poi, al pomeriggio, azzuffarsi a sangue con quelli sulle barricate. Quando due anni dopo Pietro lascia Firenze i pochi eretici sopravvissuti sono ridotti alla clandestinità e non si riprenderanno più, e i cittadini useranno le loro energie per altre battaglie. Dopo la vittoria del governo popolare nel 1250 gli eretici non hanno più storia e i frati mendicanti in semplice saio diventano una presenza familiare in città, anche se Santa Croce e Santa Maria Novella, le rispettive chiesette dei Francescani e dei Domenicani, si trovano fuori le mura del tempo. In Firenze devono essere allargati gli spazi pubblici perché possano contenere la moltitudine che accorre alle prediche dei frati mendicanti. Il nuovo ideale di povertà acquista grande favore, sicché in poco tempo sorgono una mezza dozzina di comunità religiose di mendicanti che la società cittadina accoglie senza distinzione come ospiti benvenuti.

Beato Angelico, San Pietro da Verona Martire. Tempera su legno, 1340-1345. London, Hampton Court Palace.

Beato Angelico, San Pietro da Verona Martire. Tempera su legno, 1340-1345. London, Hampton Court Palace.

Firenze è fiera dell’ordine mendicante locale dei Serviti o Servi di Maria, che hanno eretto il loro convento nel Cafaggio, una zona a nord-est del Duomo e del Battistero. La storia di questo singolare ordine fiorentino si inizia con sette laici, altrettanti mercanti danarosi che in quegli agitati anni ’40 d’un tratto ai beni terreni antepongono quelli celesti e fondano una comunità monacale per appoggiare la lotta della Chiesa romana contro gli eretici. Nel 1251 i Serviti son in grado di posare accanto al loro convento la prima pietra di una chiesa dedicata alla Santissima Annunziata. Nel medesimo anno gli eremiti Agostiniani che avevano un monastero nel contado si trasferiscono in un terreno urbano sulla sponda meridionale dell’Arno donato loro da un ricco cittadino. Qui esistono ancora le tracce della chiesa e del monastero di Santo Spirito distrutti da un incendio.
I nuovi ordini esercitano una grande attrattiva e suscitano fiducia perché non pretendono di imporre a tutti il loro rigoroso ideale, anzi dimostrano stima per le attività profane dei cittadini. A chi non se la sente di abbandonare tutto per servire unicamente a Dio i frati mendicanti offrono la possibilità, fin’allora impensabile, di partecipare attivamente alla vita spirituale e nel contempo di impegnarsi altruisticamente per il bene del Comune. Le prime due importanti confraternite fiorentine risalgono al 1244 e sono opera di Pietro da Verona, il quale le ideò come sostegno laico ai capi spirituali impegnati nella lotta contro i nemici della Chiesa romana. L’una – detta confraternita della Fede – si scioglie logicamente quando circa due anni dopo gli eretici vengono debellati. L’altra – la Compagnia maggiore della Vergine Maria – si sdoppia. Ne nasce la confraternita di Santa Maria del Bigallo, dalla quale cresce la celebre confraternita della Misericordia con il suo palazzo a sud del Battistero, un palazzo in cui parla tanta tradizione. Ancor oggi per i Fiorentini costituisce un punto d’onore impegnare il tempo libero nell’assistenza ai malati e ai moribondi: lo vuole la loro adesione alla Misericordia. Nella seconda di queste più antiche confraternite – la compagnia delle Laudi di Santa Maria Novella – si riconoscono ancora gli stretti legami con il convento dei Domenicani.

Pedro Berreguete, San Domenico presiede un Auto-da-fé. Olio su tavola, 1495 ca. Madrid, Museo del Prado.

Pedro Berreguete, San Domenico presiede un Auto-da-fé. Olio su tavola, 1495 ca. Madrid, Museo del Prado.

Le due confraternite sono esempi di un’istituzione che – sotto la guida dei Domenicani e dei Francescani – ha sempre attirato gran numero di uomini delle cerchie dominanti della città. Le confraternite sono organizzate sul modello del governo cittadino: un microcosmo con priori, capitani, consiglieri, tesorieri, stemmi e processioni propri. Ogni confraternita ha i suoi santi particolari e la propria chiesa che è luogo di ritrovo quotidiano. Ma i partecipanti non sono mute presenze al sacrificio della messa, separate dal sacerdote da un’altra transenna; si stringono intorno all’altare come semplice popolo della Chiesa e con reale partecipazione. La compagnia delle Laudi esprime nel nome la caratteristica che contraddistingue anche le altre confraternite: nelle devozioni in comune vengono cantate le laudi, antichissimi inni in onore della Vergine Maria e di tutti i Santi, canti liturgici fin’allora riservati al clero e che ora, grazie alla partecipazione dei laici, ancor prima della fine del Duecento vengo trascritti in volgare.
Le pratiche devozionali comuni in giorni fissi sono soltanto una delle attività delle confraternite. Infatti ai loro membri non è chiesto di pensare esclusivamente all’aldilà, essi devono meritarselo qui sulla terra con le buone opere. L’attrattiva di tali unioni sta appunto in questo, nell’offrire ai loro membri una comunità in cui essi svolgono un’attività al di fuori degli ambienti di chiesa e della cerchia familiare. È un crescendo di iniziative pubbliche, soprattutto sociali. una confraternita si prende cura dei malati o assiste i condannati a morte; un’altra soccorre i concittadini poveri o provvede a seppellire i morti. Sono tante le cose da fare in un Comune che non conosce altra rete sociale al di fuori della famiglia e dell’amore per il prossimo in ambito ecclesiale. Quando muore un membro della confraternita i confratelli lo avvolgono nel loro stendardo e lo accompagnano alla tomba al lume di fiaccole e ceri. E le preghiere della comunità ne mantengono viva la memoria molto oltre la sua morte.
Gli statuti della confraternita chiedevano una vita devota e regolata: proibivano i giochi a carte e ai dadi, la regolare frequentazione delle taverne, gli amori segreti, e chiedevano l’obbedienza ai pastori d’anime. Comandamento supremo era il rifuggire dalle discordie con i vicini e dalle zuffe cruente per le strade. L’adesione alle confraternite era motivo per cui un numero sempre crescente di cittadini si ritrovasse regolarmente alle messe per la pace. Le virtù religiose e gli ideali della nuova comunità cittadina s’intrecciavano con naturalezza. Più concrete, più tangibili delle comunità dei frati mendicanti, le confraternite divennero il modello per una città lacerata da discordie e odi. Esse crearono un’identità sociale su una base religiosa. Dimostrarono che fratellanza,, pace e concordia non sono un’utopia astratta, ma possono rappresentare un’alternativa stimolante e praticabile.
Il fascino dell’utopia è tanto più forte quanto più ampio è il solco che separa dalla realtà. Oppure si tratta di una lettura troppo ottimistica dei motivi che agitano, sollecitano e cambiano gli uomini? Le immagini speculari di una vita diversa e migliore non sono forse semplicemente parte di ogni quotidianità, una contraddizione scontata, testimoni liberatori di una società troppo umana?

Miniatura dal «Le Miroir Historial (Vol. IV)» (1400-1410). Papa Innocenzo IV invia frati domenicani e francescani a convertire i Tartari. Paris, Bibliothèque nationale de France.

Miniatura dal «Le Miroir Historial (Vol. IV)» (1400-1410). Papa Innocenzo IV invia frati domenicani e francescani a convertire i Tartari. Paris, Bibliothèque nationale de France.