Paolo Diacono

di L. Capo, s.v. PAOLO Diacono, DBI 81 (2014).

 

 

Paolo Diacono. – La vita di Paolo è nota solo per tappe essenziali, senza tempi e nessi certi: pochi dati, presenti nelle sue opere e nel suo epitaffio, scritto dall’allievo Ilderico a Cassino (ed. D. LVI, N. XXXVI), sulla cui autenticità sono stati avanzati dubbi, ma non stringenti.

Paolo nacque a Cividale tra il 720 e il 730, da una famiglia longobarda che Ilderico (vv. 9-13) e lui stesso dicono nobile: il termine nobile indica uno status fluido, legato a un prestigio familiare di lunga data e a un buon livello economico, che Paolo, nel carme Verba tui famuli (D. X, N. XI), con cui chiede a Carlo Magno la liberazione del fratello Arechi, prigioniero in Francia dopo la rivolta del duca Rotgaudo del Friuli, considera «venuto meno» (v. 21) con l’esilio e la conseguente povertà. Nella Historia Langobardorum (HL), IV 37, egli traccia la propria genealogia: Leupchis, giunto in Italia con Alboino (568/569), Lopichis, Arechi e Warnefrit, che da Teodolinda ebbe Arechi e Paolo (e una figlia). Il numero delle generazioni è forse difettoso (Cammarosano, 1993), ma la saga su Lopichis prova l’importanza e la vitalità di una tradizione orale familiare di tipo storico, portatrice di valori morali e sociali caratterizzanti.

Il periodo friulano non durò forse molto, ma in esso Paolo compì studi di rilievo: nel carme Sensi cuius (D. XII, N. XIII) ammette, pur dicendo di non ricordarne più niente, di aver appreso qualcosa di greco e di ebraico in scolis, da puerulus, e dà la traduzione latina di un carme dell’Antologia Palatina (anche se non c’è traccia nella sua opera di conoscenze letterarie greche). Questi studi infantili devono essere stati condotti a Cividale, in vista di una carriera ecclesiastica o piuttosto di attività legate ai rapporti dell’area con il mondo greco e orientale. Niente prova un legame diretto con l’allora patriarca di Aquileia, Callisto, citato senza calore in HL VI 45 e 51, e nemmeno con il duca Pemmo e il figlio Ratchis, di cui Paolo parla bene, ma non in modo che suggerisca una sua appartenenza alla loro corte.

Presto – così Ilderico – sarebbe stato accolto nel palazzo regio per esservi allevato, e lì, in un secondo tempo sarebbe stato indirizzato allo studio della sacra sophia da re Ratchis (744-749): quindi i suoi studi e la sua personale carriera non erano fin dall’inizio volti alla Chiesa. A Pavia, che conosce benissimo, e alla corte regia, dove lui stesso dice di essere stato (HL II 28), Paolo ricevette la piena formazione: qui sviluppò le due valenze che si intravedono nel poco che sappiamo della sua infanzia: la memoria longobarda e la scuola.

Firenze, BML, Plut. 65, 35, f. 34r. Ritratto di Paolo Diacono.

La corte regia era il luogo che più di ogni altro conservava e plasmava una tradizione storico-politica di gens che Paolo raccoglierà nell’HL; al tempo stesso i re avevano da subito riconosciuto l’utilità della collaborazione culturale che l’ambiente italico offriva, volgendola sia a costruire strutture di governo, sia a nutrire e manifestare una loro specifica visione politica, incentrata sulla funzione regia, espressione e guida della società, e su una consapevolezza di sé radicata nel passato longobardo. Tale impostazione aveva già prodotto una legge scritta per il Regno (l’Editto di Rotari, 643), che ne era insieme un grande frutto e un rafforzamento, e una cultura cristiana e politica, che era nella fase più creativa quando Paolo giunse a corte, verso la fine del regno di Liutprando (712-744). Egli ne fu segnato in profondità: tutta la sua opera si sviluppa su tale cultura, che aveva coniugato autocoscienza longobarda e scuola latina in una visione propositiva, in cui lo studio era strumento per dare voce e indirizzo al presente, nella sua doppia radice. È del resto ormai nota l’importanza dell’età longobarda e delle corte (soprattutto quelle di Pavia e di Benevento, ducato quasi autonomo) per la valorizzazione degli studi di matrice tardoantica, che avevano più possibili sbocchi e un significato né elitario né classicista (Scivoletto, 1965; Capo, 1990; Villa, in Paolo Diacono… 2000 e Villa 2008).

A corte Paolo fu forse indirizzato a una carriera civile, con una formazione anche giuridica: mostra di conoscere il Corpus iuris di Giustiniano (HL I 25), cita tutti gli interventi normativi dei re longobardi, ha consultato più di un ms. delle leggi. La sua preparazione teologica non pare invece profonda: nell’HL. le sue affermazioni dottrinarie sono piuttosto sfocate, e non solo nel caso difficile dello scisma dei Tre Capitoli, su cui le fonti potevano confonderlo, ma anche in quello del monotelismo (VI 4). Se questa debolezza non è da attribuire, come è possibile, a una svalutazione cosciente della dottrina, che Paolo espone (VI 4, IV 42) ma non sembra ritenere discriminante per la salvezza, la non piena consistenza della sua teologia confermerebbe quanto dice Ilderico, per il quale la sacra sophia fu solo una seconda tappa nella sua formazione.

Deve essere stato comunque presso la Chiesa pavese (non risulta un suo ritorno ad Aquileia) che Paolo divenne diacono, titolo che gli è sempre attribuito, lasciando poi questa strada per farsi monaco a Cassino (huc), secondo Ilderico, che parla di una scelta compiuta mentre la fama della sua dottrina illustrava le genti settentrionali e la gloria del secolo lo arricchiva (vv. 23-29): dunque prima della caduta del Regno (774), perché il mondo che gli rendeva onore è nel testo quello longobardo, e di Carlo e della conquista franca non c’è menzione.

La conversio è del resto anche l’ultimo avvenimento citato da Ilderico, che si concentra poi sulle virtù monastiche di Paolo, tali che, grazie ai suoi exempla – non si parla di scienza – la comunità sacra cominciò a risplendere (vv. 30-31). L’affermazione esplicita dell’epitaffio a favore di una vera vocazione non ha avuto successo negli studi, che hanno per lo più posto la monacazione di Paolo in rapporto con un evento politico: il ritiro a Cassino di Ratchis (749, o 757, quando fu costretto a rientrarvi dopo il secondo breve periodo regio, in lotta con Desiderio), oppure la caduta del Regno, semmai vedendovi un’imposizione di Carlo per un suo presunto coinvolgimento nella rivolta del 776. È possibile eliminare le datazioni al tempo di Ratchis, perché Paolo, in HL V 6 dice di aver visto (conspeximus) prima di questa la basilica di S. Giovanni a Monza amministrata da preti indegni: doveva dunque stare ancora in area pavese al tempo di Desiderio. La monacazione dopo il 774 è in non facile accordo con l’epitaffio e i dati che lo dicono in rapporto con i duchi di Benevento fin dal 763, e l’esilio imposto da Carlo si basa solo sulla lettura, non vincolante, che Karl Neff ha dato del carme Angustae vitae (D. V, N. VIII), in cui Paolo scrive a un pater, che pare avergli chiesto dei versi, che non è appropriato alla sua nuova condizione comporre carmi e inseguire le Muse, che non vogliono strettoie e chiusure: niente infatti impedisce che tali strettoie fossero proprio quello che egli allora voleva, messe da parte le Muse.

Dunque, l’indicazione dell’epitaffio resta nella sua genericità preferibile, pur se è vero che Ilderico, nella sua ottica monastica, potrebbe voler accentuare la libertà della scelta di Paolo, tacendo possibili pressioni esterne, quali che fossero; non c’è però nulla che contrasti con la sua presentazione negli scritti di Paolo, anzi la sua vocazione appare serena e costante (Costambeys, in Paolo Diacono…, 2000). Il ridotto spazio che ha Benedetto nella sua Historia Romana (HR, XVI 20 e 22)scritta prima del 774, non esclude che fosse già monaco (così Crivellucci, prefazione all’ed. 1914p. XXXV, n. 3), perché comunque il poco che dice è significativo; e le formule di umiltà con cui la dedica ad Adelperga (Paulus exiguus et supplex), le stesse che usa quando è certo monaco, se non provano che lo fosse allora, di sicuro non provano il contrario.

Il carme Angustae vitae ci dice comunque che Paolo prima di farsi monaco aveva scritto dei versi, e che qualcuno li aveva apprezzati. In realtà la sua opera poetica precedente l’incontro con Carlo è assai scarna: l’epitaffio di una giovane nipote, uno dei suoi testi migliori (D. IX, N. X), i versi sul lago di Como (D. IV, N. I), forse scritti quando si era già accostato alla sacra sophia; due carmi su s. Benedetto, poi inseriti in HL I 26 (oppure scritti proprio per l’HL, e quindi assai più tardi: Smolak, in Paolo Diacono…, 2000); infine alcuni testi prodotti per i duchi di Benevento, Arechi II e Adelperga, figlia di Desiderio, tra cui potrebbe essere anche l’epitaffio di Ansa, moglie del re (D. VIII, N. IX), forse non un vero epitaffio, ma piuttosto un elogio scritto quando la regina era in vita. I versi di Paolo giustificano l’apprezzamento dei contemporanei e dei posteri perché uniscono a una buona fattura tecnica un gusto lessicale sobrio e sicuro e una notevole limpidezza formale. Ma un giudizio solido sulla poesia di Paolo e sul suo posto nella produzione altomedievale è prematuro: si tratta infatti di uno dei campi in cui gli studi stanno dando risultati più interessanti (v. Mastandrea – Stella in Paolo Diacono…, 2000); il suo stesso corpus poetico potrebbe essere più ampio di quanto ammesso da Neff, e comprendere testi significativi come l’inno al Battista (D. LIV); i carmi alfabetici sui buoni e cattivi sacerdoti (D. LI e LII); i versi sui vescovi di Metz (D. XXV, N. V).

È possibile che siano state queste qualità di uomo di scuola e di buon versificatore a raccomandarlo alla corte di Arechi, nominato duca da Desiderio nel 758; che Arechi fosse friulano è spesso detto negli studi, ma non è dimostrabile: la successiva storiografia del sud lo considera beneventano, e Paolo, nell’epitaffio per lui, lo dice stirpe ducum regumque satus (D. XXXIII, N. XXXV, v. 7), forse collegandolo alla dinastia ducale di Grimoaldo, che era stato anche re.

La prima prova di tali rapporti è il carme sulla cronologia del mondo, datato al 763 (D. I, N. II), che si chiude con la preghiera che Dio accolga tra i beati Arechi e la moglie, stirpe nata regia, cioè figlia di re. A questo primo scritto, connesso con la storia universale, segue una vera opera storica, l’HR, dedicata sempre ad Adelperga, madre ormai di tre figli (non citati nel carme del 763), lettrice avida e interessata alla cultura, «a imitazione» del marito, «che, nella nostra età, solo quasi tra i principi, tiene la palma della sapienza» (dedica: pp. 3-4).

Munich Bayerische Staatsbibliothek, Clm 29471, 1 (IX sec.), Paolo Diacono, Homiliarius – Fragmentum.

A lei Paolo, «sempre fautore della sua istruzione (elegantia)», aveva fatto leggere il Breviarium di storia romana di Eutropio, ma la duchessa lo aveva giudicato troppo scarno e senza collegamenti con la storia sacra. Paolo dunque glielo ripresenta integrato con questi raccordi, ampliato con notizie da altre opere e proseguito, in sei libri, fino alla vittoria di Giustiniano sui Goti (553), con la promessa di portarlo al tempo presente se avesse trovato le fonti (Mortensen, in Paolo Diacono…, 2000).

L’HR ha meriti di chiarezza, equilibrio, visione storica che le hanno assicurato un notevole successo, e soprattutto nelle epoche di maggior cultura latina, come il XII e il XV secolo; ma ci guida pure alla comprensione culturale e politica dell’ambiente per cui fu scritta, perché documenta un interesse verso la storia romana senza polemica né contrapposizione: Paolo usa Orosio, che scrive «contro i pagani», e quindi anche contro la storia antica di Roma, ma lo spoglia proprio di questo carattere di contrasto; al tempo stesso modifica la prospettiva di Eutropio: aggiungendo alcune pagine di notizie preromane inquadra la stessa vicenda di Roma in una storia italiana, in cui i Longobardi si sarebbero potuti inserire con naturalezza grazie alla condivisione con gli italici del territorio e dei valori pubblici civili.

Questo atteggiamento verso la storia romana non si conserva negli ultimi scritti di Paolo prima del suo viaggio in Francia, cioè nei versi per le costruzioni di Arechi a Salerno (palazzo e chiesa): una commissione importante e realizzata in forme solenni. Il testo principale, in esametri, l’Aemula Romuleis (D. VI, N. I V1), mostra due tematiche, una positiva, che pone questi carmi in continuità con l’HR, e una negativa, che invece li differenzia: da un lato si espone, in termini affini ai testi liutprandei, il felice rapporto tra Arechi e il suo popolo, distinto dall’origine diversa, ma unito nella responsabilità e nella cura del principe, detto «gloria della gente latina e culmine dei Bardi». Dall’altro appare una contrapposizione dura e netta tra la Roma antica, con i suoi splendori pagani, frutto delle rapine compiute in tutto il mondo, e la Salerno di Arechi, edificata da un potere davvero cristiano e in modo onesto. La storia dei Longobardi radicati in Italia, cristiani e civili, si pone dunque non in continuità bensì in contrasto con quella romana, rifiutata per il paganesimo e ancor più per l’imperialismo. Questa polemica è certo in rapporto con il carattere anti-longobardo dell’ambiziosa politica dei papi e le sue conseguenze: la caduta del Regno e l’apertura dell’Italia alle mire imperialistiche di Carlo (come le stesse fonti franche sentono la dilatazione del loro Regno con i Pipinidi).

Dunque l’HR, prodotto di un contesto sereno, fu scritta entro il 774 (o il 771, quando Carlo ripudiò la sorella di Adelperga: in sostanza già una dichiarazione di guerra), tra il 766-767 e il 771-774; il carme tra 774 e 781-782, quando Paolo partì per la Francia e avviò una conoscenza di quel mondo che rese più articolate anche le sue idee sull’operato del re.

Questi dati indicano una presenza, plausibilmente continuativa, di Paolo al sud tra il 763 e il 781-782. La collaborazione con i duchi non esclude l’appartenenza a Cassino, perché non impone che egli vivesse a corte, ma solo che avesse dei rapporti con i duchi, coltivabili tramite visite occasionali o intermediari; e il numero di testi usati nell’HR potrebbe meglio spiegarsi con l’uso delle biblioteche sia dell’abbazia che della corte. Un periodo così lungo giustifica il ruolo fondamentale per Cassino che gli attribuisce l’epitaffio e sia in termini culturali gli riconoscono gli studiosi del cenobio, legando in buona misura al suo apporto e alla sua scuola il fatto che l’abbazia, ricostruita solo nella prima metà del secolo VIII su basi modeste, sia presto diventata uno dei maggiori centri della cultura monastica occidentale. La sua fama di maestro è del resto sicura: il vescovo di Napoli Stefano (766/67-799) invia chierici a studiare da lui (Paulo lęvitae) a Cassino (Gesta Episcoporum Neapolitanorum = GEN, 42, p. 425); e papa Adriano I in una lettera parla di «Paolo grammatico» (Codex Carolinus = CC, 89, p. 626, aa. 784-791).

Nel 781-782 la vita di Paolo ebbe una svolta: per ragioni non note, forse per una serie di circostanze favorevoli (l’abate era dal 778 un franco, Teudemaro; a Cassino, prima del 780, era stato per qualche tempo un cugino di Carlo, Adalardo, poi abate di Corbie, di cui Paolo fu amico; nell’aprile 781 il re era venuto in Italia, per regolare con il papa dei contenziosi territoriali, ma anche reclutare eruditi per la sua corte), Paolo decise di chiedere al re la grazia per il fratello, forse dopo un incontro di persona a Roma (Goffart, 1988, p. 341), e ottenne da Teudemaro il permesso di recarsi in Francia. Lì trovò ospitalità presso un abate – non ne fa il nome, ma ne ricorda i meriti nella lettera a Teudemaro (Pauli ep. 10) – e fece avere al re il già citato carme di supplica (Verba tui famuli), datato alla primavera 782. Il carme, poeticamente efficace, umile e dignitoso, in cui Paolo riconosce la giustizia della punizione e insieme, assumendosi – lui e tutta la famiglia – una responsabilità che non avevano, invita il re a una misericordia altrettanto giusta, ottenne il suo scopo (forse anche a favore di altri: all’abate egli parla dei «miei prigionieri», al plurale), ma con modalità e tempi non noti. La lettera a Teudemaro, del gennaio 783, mostra che la grazia non era ancora stata concessa e che Paolo, pur trattato benevolmente, si sentiva come in carcere al palazzo; ma già la presuppone lo scambio di versi con Carlo (Paule, sub umbroso Sic ego suscepi: D. XIII-XIV, N. XXI-XXII), scritto entro il 30 aprile 783, data di morte della regina Ildegarda, citata come vivente in un altro carme dello stesso momento (Cynthius occiduas: D. XVII, N. XVIII). In Francia egli fu spesso alla corte (itinerante) di Carlo, pur non vivendo al suo interno, in rapporto con i dotti che la frequentavano – in particolare con Pietro da Pisa, anche lui grammatico, maestro personale e portavoce in versi di Carlo (che cercava di imparare a leggere e scrivere il latino) – coinvolto in giochi letterari, come gli indovinelli in versi, e in un’atmosfera di entusiasmo e di convinzione di attuare una vera rinascita culturale con cui faticava a entrare in sintonia.

Wolfenbüttel, Herzog-August-Bibliothek, Cod. 45 M I 496 (XI sec.). Paolo Diacono, Historia Langobardorum, III 15-19.

Lo mostrano i primi due carmi scambiati con Pietro, cioè con Carlo (D. XI-XII, N. XII-XIII), scritti prima della grazia: Pietro esalta senza misura le capacità letterarie e la cultura di Paolo, chiedendogli di insegnare il greco ai chierici da inviare a Bisanzio con la figlia del re, promessa sposa all’imperatore. Paolo risponde con un carme (Sensi cuius) in cui, pur dicendo di capire benissimo da chi gli vengono i versi, respinge quasi con violenza le lodi, sentite come un’irrisione, proclama la propria ignoranza delle lingue, prende le distanze dai grandi autori dell’antichità cui era stato paragonato, che arriva ad assimilare a cani (perché, non cristiani, seguivano piste sbagliate), e afferma di ritenere le lettere solo un mezzo per guadagnarsi da vivere e di non avere altro da offrire al re che il suo amore. Il carme denuncia con chiarezza l’estraneità iniziale di Paolo rispetto al clima di corte, ma la gratitudine dovette aiutarlo ad abituarsi ai suoi riti e ancor più a capire qualcosa delle potenzialità della creazione politica di Carlo: di fatto Paolo, trattenuto in Francia dallo stesso favore del re, cominciò a collaborare ai suoi progetti, che erano culturali e non solo. Il cambiamento, graduale, ma chiaro, del suo giudizio sul re e la sua azione (Gandino, in Paolo Diacono e il Friuli…, 2001) significò per Paolo una pacificazione intima nei confronti della storia e una disposizione dello spirito utile per conoscere, sperimentare, imparare da un mondo diverso, così che il soggiorno in Francia finì per costituire per lui un notevole accrescimento umano e culturale, messo poi a frutto nell’HL.

Lì Paolo lesse e portò poi con sé a Cassino i Libri Historiarum (LH) di Gregorio di Tours, fondamento della sua conoscenza del VI secolo, nella rara versione integrale in dieci libri (Bourgain, 2004, p. 154); probabilmente lo stesso fece con l’Historia ecclesiastica gentis Anglorum (HEGA) di Beda, che sarà per l’HL fonte di notizie, modello compositivo e stimolo a riflettere sulle finalità della scrittura di una storia nazionale. Forse lesse anche la cronaca, di taglio politico e larghissimo orizzonte, del cosiddetto Fredegario, scritta in ambito burgundo a metà VII secolo: diversi tratti e vicende sono comuni alle due opere, ma le differenze sono troppo forti per pensare che Paolo l’avesse con sé mentre scriveva. Trovò a corte pure una copia della Naturalis Historia (NH) di Plinio il Vecchio più ampia di quella che aveva scrivendo l’HR (lì ne ricavò un solo, ma certo, passo: HR III 7, da NH VII 3, 35). Non solo Paolo nell’HL usa e cita Plinio (I 2), ma riempie con glosse tratte dalla NH il proprio ms. delle Etymologiae di Isidoro (Villa 1984). E molte note vi aggiunge dai glossari anglosassoni – in origine sussidi per la comprensione della Bibbia, diventati poi lessici bilingui a sé stanti (Lendinara, in Paolo Diacono…, 2000) – che dovette conoscere sempre a corte.

Dunque Paolo trovò in Francia testi utili per riprendere l’antico progetto di proseguire l’HR, ma anche ragioni e stimoli nuovi per ripensarlo. E in Francia fu coinvolto in una più intensa attività di scrittura, con molte richieste di lavori, in parte compiuti lì, in parte svolti o terminati dopo il suo ritorno a Cassino.

In primis gli epitaffi in versi: un genere tardoantico e cristiano, attestato in Burgundia fino alla prima metà del VII secolo e poi venuto meno in tutto l’ambito gallico; proseguito invece in Italia e anzi diventato per i re e l’aristocrazia uno strumento privilegiato di comunicazione ideologica, e per i pellegrini diretti a Roma, ormai numerosi, un oggetto di particolare interesse, come provano le loro raccolte di iscrizioni, datate a partire dall’VIII secolo (De Rubeis, in Paolo Diacono…, 2000). In Francia Paolo fu considerato lo specialista del genere. L’abate Apro di Poitiers, dove era andato a pregare, gli chiese un epitaffio per il vescovo e poeta Venanzio Fortunato, che Paolo poi copiò in HL II, 13 perché i concittadini del veneto Venanzio non ignorassero tutto de tanto viro; e soprattutto glieli chiese Carlo, per cinque donne della sua famiglia sepolte nell’oratorio di S. Arnolfo a Metz (D. XX-XXIV, N. XXIV-XXVIII), tra cui la moglie Ildegarda e due figlie molto piccole, per le quali Paolo riuscì a scrivere versi delicati. Il rapporto con il re era dunque diventato più stretto, e Carlo non solo stimava, ma sentiva vicino il suo ospite (e vero calore d’affetto mostrano i carmi che Carlo invierà a lui, o a lui e a Pietro dopo il loro rientro in Italia: D. XXXV-XXXVIII, N. XXXIII-XXXIV e XXXVIII).

Per uno degli uomini più autorevoli del Regno, Angilramno, vescovo di Metz e dal 784 capo della cappella palatina, Paolo scrisse nel 784 il Liber de episcopis Mettensibus Gesta episcoporum Mettensium, in parte modellato sul Liber Pontificalis (LP) papale, che Paolo aveva già usato nell’HR e che del resto era stato diffuso in Francia dai papi stessi, almeno da metà secolo VIII: l’interesse per il LP è in rapporto con la volontà di armonizzare la cultura ecclesiastica franca con quella romana che i Pipinidi mostrarono prestissimo, senza per questo arrivare mai a una accettazione totale e acritica, né in campo liturgico (Hen, in Paolo Diacono…, 2000), né in campo dottrinario.

Lo stesso Liber di Paolo è solo in piccola parte imitazione del modello romano, e ha forme e ragioni diverse, che riguardano l’idea di sé della Chiesa di Metz, apostolica e legata alla dinastia pipinide, e l’immagine pubblica della dinastia stessa. Di quest’ultima Paolo espone la genealogia, in cui si incontrano il piano della storia e quello della provvidenza, il tempo antichissimo e il futuro, grazie all’origine troiana e ai rapporti con la Chiesa di Metz (dati dalla figura chiave di Arnolfo, vescovo di Metz e capostipite della famiglia), e con la funzione regia, di cui i Pipinidi erano stati tutori e poi detentori benedetti da Dio. Le diverse interpretazioni proposte (Goffart, 1986; Sot, in Paolo Diacono…, 2000; Kempf, 2004) mostrano tutte l’importanza di questa operetta, di diffusione modesta (pochi testimoni, solo di ambito lorenese: Chiesa – Stella, 2005, pp. 495 s.), ma pensata per dotare Chiesa e dinastia di una lettura del passato unitaria, funzionale al presente e al futuro. Per un progetto così ambizioso Angilramno ricorse a Paolo – che doveva conoscere di persona (dal Liber Paolo risulta essere stato a Metz, forse dopo la morte di Ildegarda) – plausibilmente contando che i suoi meriti letterari e la sua estraneità all’ambiente garantissero una esecuzione fedele ed efficace; da parte sua Paolo ha sottolineato il suo ruolo di letterato inserendo nel Liber gli epitaffi che aveva composto per il re. Ma ha anche espresso un’idea propria – pur se certo non in contrasto con il committente – e cioè che Carlo, conquistando il Regno Longobardo, ne avesse rilevato pure il progetto politico: l’unificazione dell’Italia e la «responsabilità nei confronti dei Romani, incubo dei papi dell’VIII secolo» (Gandino, 2008, p. 377). In effetti nel Liber la grandezza politica di Roma è tutta al passato, e con la vittoria del 774 Carlo ha posto sotto di sé sia il Regno sia Roma; concetti riaffermati in HL, II, 16 (Roma olim totius mundi caput)e nella dedica al re dell’Epitome di Festo (Pauli ep. 11civitatis vestrae Romuleae). Sul piano politico i papi non esistono: Paolo ne ignora le pretese territoriali, non cita mai i loro interventi in ambito urbano, che sono anche un’espressione di potere e riempiono le pagine del LP (unica eccezione il lastricato dell’atrio di S. Pietro, opera di papa Dono, che ricorda a V 31, aggiungendo al LP la nota che i marmi erano candidi: plausibile indizio del fatto che almeno una volta a Roma c’è stato), e soprattutto allude ai papi che si erano impegnati a produrre la rovina del Regno Longobardo e insieme il proprio dominio temporale, denunciandoli, in maniera indiretta ma chiarissima, come non innocenti, non timorati di Dio, colpevoli di essersi «immischiati nella morte» di cristiani (HL IV 29). Dunque il Liber è per Paolo anche lo stimolo a una riflessione sulla fine del Regno e l’intervento di Carlo in Italia: diversa, ma non in tutto, rispetto a quella sottesa al carme Aemula Romuleis.

Al periodo franco possono risalire altre opere, non datate, come l’Expositio Artis Donati, plausibilmente scritta in Francia perché usa grammatiche insulari (Law, 1994), e nota da un unico ms. di Lorsch: Paolo però ne aveva un esemplare con sé, perché la utilizzerà Ilderico per la sua Ars grammatica, in cui figura anche la suddivisione dell’oratio in sette parti presente in una delle glosse paoline a Isidoro (Dell’Omo, 2004). Sembra di questi anni pure la copia, parzialmente rivista, della raccolta di cinquantaquattro lettere di Gregorio Magno, detta Collectio Pauli (P), ma non composta da lui, che ne ha solo curato una trascrizione per Adalardo di Corbie: anzi, la collezione era certo presente in ambito franco, perché Paolo invita l’amico a confrontare i passi corrotti con un esemplare migliore «se ne avrà l’occasione» (cosa che poi Adalardo farà: Dobiaš-Roždestvensky, 1930, pp. 138 s., che identifica con quello di Paolo il ms. Sankt-Peterburg, Publičnaja Biblioteka F. v. I. 7, fine secolo VIII, da Corbie; più incerta è l’autografia delle prime dodici righe della lettera e di alcune correzioni al testo: Hoffmann, 2001, pp. 17-19).

Secondo Dobiaš (1931-1933) il lavoro sarebbe stato fatto in Friuli, dove Paolo si sarebbe recato tornando dalla Francia, ma, anche se i copisti fossero dell’Italia del nord (ne dubita E.A. Lowe, Codices Latini Antiquiores, XI, Oxford 1966, p. 6 n. 1603), è più probabile che essi abbiano operato in Francia: non ha attestazioni in Italia, come non ne ha un ritorno di Paolo in Friuli. La lettera non parla di un rientro in Italia, mentre cita un viaggio l’estate precedente dalle parti di Corbie, in cui Paolo aveva sperato di vedere l’amico, e spiega il ritardo del lavoro con una malattia durata da settembre a Natale e con la povertà (pauper et cui desunt librarii): povertà non plausibile a corte, a Cassino e forse pure a Cividale, assai meno se era ospite di qualche monastero. La copia pare dunque essere stata fatta in Francia, dove Paolo deve aver trovato un codice della raccolta, che Adalardo non aveva o sperava di avere in una veste migliore se l’amico ne avesse curato l’edizione. Ma Paolo ha qui potuto fare poco, correggendo solo le sviste evidenti e segnando con una Z i passi da emendare: per apprezzare le sue qualità di editore di testi bisogna vedere piuttosto la glossa grammaticale alla Regula di Benedetto, che accompagna la copia fedele, chiesta da Carlo, del presunto autografo del santo (glossa in apparato all’ed. de Vogüé – Neufville della Regula, che conferma non suo un Commento alla Regola, basato su un testo interpolato, a lungo attribuitogli).

Ma il rapporto di Paolo con le lettere di Gregorio e le loro raccolte non si limita a questo. Nell’HL egli riprende da P un solo scritto, però importante: l’ep. V 6, da cui ricava la prova dell’innocenza di Gregorio (e della colpevolezza dei papi del proprio tempo); è verosimile che si sia copiato in Francia almeno la lunga frase che poi ha citato in HL IV 29, con differenze minime. Lo stesso deve aver fatto, evidentemente già pensando di scrivere l’HL, con tre lettere a tema longobardo (al re Agilulfo, alla regina Teodolinda, ad Arechi I di Benevento: HL IV 9 e 19), che prende da un’altra collezione, quella di duecento epistole, che ha una scarna tradizione, solo di area tedesca. Ha infine conosciuto anche la più ampia delle raccolte antiche, quella inviata da Adriano I a Carlo in data ignota, l’unica che abbia l’ep. I, 42, da cui attinge (secundum Gregorium) una glossa sul moggio (ed. Whatmough, p. 159, n. 16; Villa, 1984, p. 75). È dunque stato forte il suo interesse per gli scritti di Gregorio legati alla pratica amministrativa e alla realtà politica; ma non è su di essi che Paolo costruisce l’opera che gli dedica, la Vita Gregorii, evidentemente perché, come scrive ad Adalardo, giudica le lettere un materiale non adatto a tutti, propter aliqua, quae in eis minus idoneos latere magis quam scire convenit (Pauli ep. 12, pp. 508 s.); e infatti la Vita le usa solo in un paio di passi e si fonda invece su testi in cui non c’è niente che possa essere frainteso da un pubblico non preparato.

La Vita, che in HL III, 24 Paolo dice composta qualche anno prima, e che non può precedere (ma può seguire) il periodo franco, perché usa fonti conosciute allora, trasmette un messaggio chiaro e, pur costruita quasi per intero su scritti altrui (LH, HEGA; Gregorio Magno: Regula Pastoralis, Homiliae in Ezechielem, Dialogi, Moralia), ha una precisa personalità. Essa ebbe una buona diffusione (90 mss. censiti), accresciuta dopo che, alla fine del IX secolo, vi furono aggiunti i miracoli. Nella Vita il grande papa è tale non per i fatti che ha compiuto (e solo l’evangelizzazione degli Angli risulta qui una sua scelta), ma perché è stato fino in fondo un maestro di vita cristiana, vigilante in primo luogo su se stesso e costantemente impegnato per la salvezza spirituale dei suoi figli; perché è riuscito a passare indenne attraverso la storia, esercitando l’ecclesiasticum regimen senza farsi coinvolgere da ragioni profane; perché ha usato una cultura già straordinaria al suo tempo, per esprimere i concetti più elevati facendosi comprendere da tanti. Il testo è dunque un invito a riflettere sulle virtù di un papa che non ha cercato la gloria del mondo (e non si è immischiato nella morte di cristiani, come dirà nell’HL), ma ha la sua gloria nell’essere stato cristiano in prima persona e nell’essersi in molti modi adoperato perché lo fossero anche gli altri; ed è una dichiarazione di amore per lo studio e la scrittura, che permette che la memoria di un uomo sopravviva alla sua morte e soprattutto sopravviva l’utilità di ciò che ha pensato e scritto. Non pare da escludere per la Vita un contesto cassinese, liturgico o di scuola.

Il ritorno di Paolo avvenne non oltre l’autunno 786, quando Carlo stesso, finalmente in pace su ogni fronte – così gli Annales Regni Francorum, pp. 72 s. – partì per sistemare causas italicas e a Natale era già a Firenze: se la lettera di Adriano sul sacramentario richiesto iam pridem da Carlo tramite Paulus grammaticus (CC 89) si riferisce a lui, Paolo si recò a Roma indipendentemente dal re; e poiché sembra che nel 784 scrivesse il Liber e non fosse sulla via del ritorno, la copia per Adalardo dovrebbe essere stata fatta nel 785, in Francia, ma non a corte. Paolo non può avere avuto la licenza regia, indispensabile per partire, prima del Natale di quell’anno, che Carlo passò in Sassonia, dove è da escludere egli andasse: è probabile quindi che sia partito nella primavera 786, passando forse da Roma per il sacramentario.

Tornato a Cassino, Paolo non interruppe i rapporti con Carlo né il lavoro per lui: anzi il suo maggiore contributo agli sforzi del re per la correctio della vita religiosa fu compiuto dopo il suo rientro. Si tratta dell’Homiliarius per l’ufficio notturno, inviato da Carlo a tutte le chiese dei suoi domini (Capitularia I 30, pp. 80 s., aa. 786-800). Paolo lo accompagnò con una dedica (D. XXXIV, N. XXXII) scritta a Cassino (si dice aiutato dai meriti di s. Benedetto e dell’abate: vv. 7-9), ma l’opera deve essere stata iniziata in Francia, come suggerisce il largo uso di omelie di Beda. Carlo gli aveva chiesto non solo di correggere i lezionari precedenti dagli «infiniti errori» dovuti all’imperizia di copisti, ma di percorrere catholicorum patrum dicta e scegliere quaeque essent utilia, quasi sertum: compito che Paolo, volendo devote parere, aveva pienamente assolto. A questa fiducia del re nelle sue capacità di giudizio Paolo rispose con un lavoro personale e abbastanza innovativo.

Su propria iniziativa e plausibilmente da Cassino, Paolo inviò al re l’epitome dell’opera antiquaria di Sesto Pompeo Festo, a sua volta epitome del de Verborum significatione di Verrio Flacco (I secolo d.C.), con cui gli offriva un patrimonio di notizie riguardanti soprattutto la città di Roma, ora diventata sua.

Il dono, di scarsa utilità pratica, è forse significativo sul piano politico-culturale, perché la consapevolezza della profondità del tempo storico che stimola aveva avuto il suo peso nell’incontro tra longobardi e italici; è possibile quindi che Paolo intendesse così favorire l’assimilazione dell’orizzonte culturale italiano da parte dei franchi: un’ottica in cui anche l’HL potrebbe in parte rientrare.

Paolo tornò a Cassino in un momento politico difficile, durante la crisi dei rapporti tra Carlo e Benevento prima e dopo la morte di Arechi (26 ag. 787), e forse vi ricoprì un ruolo, come persona stimata da tutti, indirizzando il confronto verso il riconoscimento della sovranità franca da parte del duca e una sua sostanziale autonomia di governo. Di questo non ci sono prove dirette, ma nell’epitaffio per Arechi Paolo esprime chiaramente la sua vicinanza alla vedova del duca e il rimprovero alla Gallia dura che trattiene in ostaggio il figlio superstite, Grimoaldo (vv. 39-44); e Carlo in effetti lo rinviò in patria (nonostante il papa accusasse Benevento di trame con Bisanzio per rimettere sul trono l’esule Adelchi, figlio di Desiderio: CC 80, 82-84), ottenendo del resto che Grimoaldo respingesse Adelchi e le forze imperiali (788).

Da parte sua Paolo nell’HL non presenta mai il ducato come una realtà indipendente dal Regno e tratteggia i suoi rapporti con i re nel senso dell’accordo del 787: un buon grado di autonomia, entro una sovranità riconosciuta e un rispetto reciproco.

A Cassino prese infine forma l’idea dell’HL, così a lungo maturata.

Si tratta di un lavoro essenziale per la nostra conoscenza dell’età longobarda e di un testo letterario di qualità, scritto in un latino colto, ma fluido e naturale, e anche per questo letto e copiato tante volte nell’Europa latina (almeno 115 i mss. rimasti, oltre a quelli di cui abbiamo notizia tramite autori che l’hanno usato: Pohl, 1994; Pani, in Paolo Diacono…, 2000); e un’opera complessa, oggetto di molte interpretazioni, di cui non si potrà rendere pienamente conto qui, limitandoci ad alcune osservazioni.

I dati certi che abbiamo sull’HL sono pochi: fu redatta a Cassino, dove Paolo dice di star scrivendo sia nel I libro (26) che nell’ultimo (VI, 2 e 40), e dopo il soggiorno in Francia, esperienza ricordata come conclusa a I, 5 e altrove.

Il testo ebbe immediata fortuna, in particolare nell’Italia settentrionale, da cui provengono tutti i nostri più antichi mss.: un dato che ha nutrito l’ipotesi (McKitterick, in Paolo Diacono…, 2000 e 2004) che l’opera sia stata scritta nel Regno Italico, su impulso di Carlo e di Pipino re d’Italia, per facilitare la conoscenza e la comprensione reciproca di Franchi e Longobardi. L’idea ha un’utilità e un senso: è plausibile un interesse franco verso l’HL e sono reali l’attenzione di Paolo alla prospettiva carolingia e la sua accettazione del Regno Franco in Italia. Ma ciò non può portare a cancellare altre sicure ragioni del testo né le indicazioni che l’autore stesso dà sui tempi e luoghi della sua scrittura. La diffusione dell’HL al nord si spiegherà con i rapporti di Cassino con l’Italia tutta, la fama personale di Paolo e l’interesse che per una storia che riguardava in primo luogo il Regno Longobardo poteva nutrire non solo la corte franca, ma anche la popolazione del Regno. È del resto falso che l’HL non circolasse subito pure nel centro-sud, come è già stato rilevato (Chiesa, 2001; Pohl, 2010). Sebbene manchino mss. antichi, le molte e antiche attestazioni d’uso provano l’importanza dell’HL per la cultura storica dell’area e il suo irraggiamento da Cassino, da dove è certo giunta a Napoli la copia usata dai GEN agli inizi del IX secolo, e dove, nello stesso secolo, il testo è stato citato e proseguito in più forme, mentre nel X è stato modello del Chronicon Salernitanum, fonte dell’Historia miscella di Landolfo Sagace e compare in un inventario di Farfa (Chronicon Farfense, I, p. 326).

Per i tempi di scrittura, sappiamo che il I libro fu composto entro il 796, perché a I 26 Paolo sembra ignorare la fine del Regno Avaro, distrutto allora da Pipino (Pohl, 1994, p. 376); ma tale termine può non valere per tutta l’opera, che avrà preso molto tempo, né ci dice niente sul suo avvio, che non è detto seguisse subito il rientro a Cassino: quindi il contesto storico-politico in cui l’HL fu scritta non può essere meglio precisato.

Ciò rende più difficile metterla in stretto rapporto con i duchi di Benevento (Krüger, 1981; Goffart, 1988), dall’orientamento politico allora mutevole, ipotesi comunque basata sulla sopravvalutazione dello schema e della struttura del testo, che non sono gli unici elementi validi per capire le intenzioni e le ragioni di un’opera storiografica, scritto volontario e consapevole in ogni sua parte. Dubbio è anche il punto finale previsto da Paolo: l’HL manca di dedica, prologo, epilogo, è meno curata linguisticamente negli ultimi libri, non giunge alla caduta del Regno indipendente né al tempo della sua scrittura, ma solo alla morte di Liutprando (744), di cui l’ultimo capitolo (VI, 58) traccia un grande ritratto. I dati formali fanno pensare a un’opera non licenziata dall’autore (Chiesa, in Paolo Diacono e il Friuli…, 2001), pur se la veste grammaticale e ortografica poco corretta, che ha l’intero testo nei mss. più antichi, potrebbe rinviare a una sua scelta di pubblico più ampio e meno colto (Pohl, 1994, p. 390). Si può escludere che Paolo si sia fermato per non narrare la fine del Regno, troppo dolorosa e negativa (così il cassinese Erchemperto, cap. 1, e Vinay, 1978, pp. 127-129), perché su di essa aveva già espresso con molta chiarezza il suo giudizio, sia per le responsabilità longobarde (V 6), sia per quelle dei papi (IV 29). E non è prova sicura della volontà di terminare al 744 l’osservazione, più volte fatta, che la conclusione dell’ultimo libro sulla morte di Liutprando è in netto contrasto con quanto fatto fino allora da Paolo, che aveva sempre suddiviso su due libri i regni dei maggiori sovrani, usandoli come ponti tra le scansioni della storia scritta, perché il contrasto è logico, dato che Paolo riteneva che dopo Liutprando il regno avesse preso una piega degenerativa, che l’avrebbe portato alla perditio (V 6): la fine del libro sulla sua morte marca con forza questa cesura, tra un prima presentato in luce positiva, e un poi che non può più esserlo. Anche il cenno nell’ultimo capitolo a miracoli compiuti dal vescovo pavese Pietro posteriori tempore (cioè dopo il 744), che Paolo dice porrà in loco proprio, fa propendere per una prevista prosecuzione dell’HL, sia per l’imprecisione inusuale del riferimento a un’altra opera, sia per la non plausibilità intrinseca di tale opera, che sembra dovesse essere agiografica.

Chiarissima è invece l’impostazione di questa storia, molto diversa da quanto Paolo pensava scrivendo l’HR. Non si tratta più di una storia d’Italia, in cui i Longobardi, nel VI secolo, si sarebbero inseriti, ma di una storia della gens, dalle sue mitiche origini scandinave fino alla creazione e allo sviluppo del suo regno felice. Questo percorso è parte di un quadro storico vastissimo e coerente, che va oltre la necessità dei rapporti con i protagonisti (spesso assenti) ed è ricostruito attraverso fonti esterne, mentre la vicenda centrale è delineata soprattutto sulla base di fonti longobarde, in gran parte orali, che Paolo tratta con lo stesso rispetto e la stessa critica che ha per quelle scritte. Grazie a questi materiali e alla prospettiva storica con cui si pone nei loro confronti – maggior distacco verso quelli più antichi, maggior sintonia verso i più recenti – Paolo viene disegnando una storia anche culturale dei Longobardi: un risultato unico nella storiografia dei regni romano-germanici. Ciò non significa una storia autentica e oggettiva, perché è certo che essa è interpretata e rivista secondo le personali idee e convinzioni maturate da Paolo, che ricostruisce, giudica e commenta le vicende del passato. Non è però nemmeno arbitraria o legata solo alle sue personali ragioni e finalità (o a quelle dei suoi committenti), perché si dimostra coerente non solo con la cultura e l’ideologia regie, che hanno lasciato fonti dirette di cui l’HL può essere considerata l’organizzazione in un racconto storico, ma anche con i sentimenti, i valori e le pratiche sociali che a vari livelli appaiono nelle fonti a noi giunte da questo mondo. Di esso Paolo è effettivo testimone, e la sua opera si articola su un patrimonio di idee, in particolare politiche, che è longobardo e che non è affatto rinnegato né travestito alla ‘moda franca’ (la funzione prevale sulla dinastia, il rapporto della Chiesa con il potere pubblico, tipico del mondo franco, è quasi assente, il modello storiografico è longobardo: Capo, in Paolo Diacono…, 2000; del resto analoga indipendenza Paolo mostra in altre materie rilevanti: è il caso dell’iconoclastia, contro cui a VI, 49 prende una posizione netta, non in sintonia con Carlo: Heath, 2013, n. 678). Con l’HL Paolo ha dunque inteso ‘conservare’ i Longobardi, in primo luogo a loro stessi (e così l’HL è stata recepita dalla successiva tradizione longobarda), e ha reso a loro favore una testimonianza che la bella forma latina destinava a contrastare per sempre l’immagine nera tracciata dalla propaganda papale. Ma già questo ci dice che il pubblico cui pensava non era solo longobardo. Accanto e attraverso il percorso dei protagonisti, Paolo dà legittimazione storica a tutti gli altri attori (Impero bizantino compreso; esclusi i soli Saraceni, resi incompatibili dalla diversa e contrapposta religione) di questi secoli turbinosi, ma fondativi in cui si consuma il modello politico antico per far posto a organismi politici diversi, ognuno con una propria vicenda, ma tutti con una sostanziale affinità, data dalla somiglianza dei problemi di fondo affrontati: quelli della costruzione di una convivenza proficua tra genti di origini e storie diverse e di una configurazione stabile delle nuove società. L’HL. prende atto di questo grande processo e disegna una storia che è realtà e conquista di tutti (e anche per questo ha avuto un successo generale: Pohl, 1994 e Pohl, in Paolo Diacono…, 2000).

A capire ed esprimere questi caratteri comuni Paolo giungeva da più strade: la sua formazione culturale, che favoriva la molteplicità e non l’univocità perché orientata sulla curiosità verso le cose umane e su un’idea di erudizione come mezzo attivo di comprensione e comunicazione tra le genti; il suo soggiorno in ambito franco, che lo aveva portato a conoscere altre storie e altre esperienze, a comprendere l’affinità dei diversi percorsi, e quindi anche la possibilità, forse l’utilità, della loro confluenza in un unico insieme, che sapesse riconoscere e rispettare le particolarità e i risultati di ciascuna; la fede cristiana, cui tutte le gentes erano o sarebbero giunte (I, 4), che gli dava la certezza dell’unità di storia e destino del genere umano, aiutando a vedere gli elementi che uniscono come ad apprezzare ciò che distingue e non divide. A questa unità risponde anche la sua interpretazione complessiva della vicenda longobarda, esemplare del rapporto con Dio e con la storia degli uomini, che la costruiscono con le proprie mani, meritando di averla finché ascoltano Dio, meritando di perderla, quando – come i Longobardi degli ultimi tempi – permettono che la loro fede degeneri.

Paolo morì il 13 aprile o il 21 luglio (cfr. necrologi cassinesi) di uno degli ultimi anni del secolo VIII: solo convenzionale è la data del 799, scelta perché nella sua opera non c’è traccia dell’incoronazione imperiale di Carlo, avvenuta nel Natale dell’800.

 

Opere. Carmi: Pauli et Petri Diaconorum carmina, in MGHPoetae latini aevi Carolini, a cura di E. Dümmler, I, Berolini 1881, pp. 27-80; Die Gedichte des Paulus Diaconus. Kritische und erklärende Ausgabe, a cura di K. Neff, München 1908 (ed. N); Epistole: Pauli Diaconi epistolae, in MGH, Epistolae, IV, a cura di E. Dümmler, Berolini 1895, pp. 506-516. Epitome di Festo: Sexti Pompei Festi de verborum significatu quae supersunt cum Pauli epitome, a cura di W.M. Lindsay, Lipsiae 1913, pp. 1-520; Expositio Artis Donati seu Incipit Ars Donati quam Paulus Diaconus exposuit, a cura di M.F. Buffa Giolito, Genova 1990; Glossa alla RegulaLa Règle de st. Benoît, a cura di A. de Vogüé – J. Neufville, in Sources Chrétiennes, 181-186 bis, Paris 1972-77 (in apparato); Glosse a Isidoro: Scholia in Isidori Etymologias Vallicel-liana, a cura di J. Whatmough, in Archivum Latinitatis Medii Aevi, II (1925-1926), pp. 57-75, 134-16; Historia Langobardorum, a cura di L. Bethmann – G. Waitz, in MGH, Scriptores rerum Langobardicarum et Italicarum saec. VI-IX, Hannoverae 1878, pp. 12-187 (revisione, con traduzione e commento: Paolo Diacono, Storia dei Longobardi, a cura di L. Capo, Milano 1992); Historia Romana: a cura di A. Crivellucci, in Fonti per la Storia d’Italia, 51, Roma 1914; Homiliarius, a cura di J.-P. Migne, Patrologiae cursus completus, series latina, XCV, Parisiis 1861, coll. 1159-1566; Liber de episcopis Mettensibus (Gesta episcoporum Mettensium), a cura di G.H. Pertz, in MGH, Scriptores, II, Hannoverae 1829, pp. 260-268; nuova ed. a cura di D. Kempf, Paris 2013.

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Saranno qui citati solo gli studi essenziali e quelli cui ci si riferisce nel testo. Fino al 2001 un’ampia rassegna è data dalla voce Paulus Diaconus, in Repertorium Fontium Historiae Medii Aevi, VIII/4, Romae 2001, pp. 521-527; O. Dobiaš-Roždestvensky, La main de Paul Diacre sur un codex du VIIIe siècle envoyé à Adhalard, in Memorie storiche Forogiuliesi, XXV (1930), pp. 129-143; Ead., Itinéraire de Paul, fils de Warnefride en 787-788 et les premiers pas de la minuscule de Cividale en Frioul, ibid., XXVII-XXIX (1931-1933), pp. 55-72; L.J. Engels, Observations sur le vocabulaire de Paul Diacre, Nijmegen 1961; N. Scivoletto, Saeculum Gregorianum, in Giornale Italiano di Filologia, XVIII (1965), pp. 41-70; E. Sestan, La storiografia dell’Italia longobarda: Paolo Diacono, in La storiografia altomedievale, Settimane di Studio del CISAM, 17, Spoleto 1970, pp. 357-386; H. 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Alboino, re dei Longobardi

di P. Bertolini, s.v. ALBOINO, re dei Longobardi, DBI 2 (1960).

Cavaliere longobardo. Lastrina di bronzo dorato, VII sec. dallo Scudo di Stabio. Berna, Historisches Museum.

Alboino, re dei Longobardi – Figlio di Audoino, re dei Longobardi, e di Rodelinda, sali al trono fra il 560 e il 565; pagano come suo padre, aveva, tuttavia, preso in moglie una principessa cattolica, Clodosvinta, figlia di Clotario I, re dei Franchi. Tale matrimonio va visto, però, nel quadro di quella politica di amicizia verso i Franchi che, proprio quando Narsete si preparava a combatterli nell’Italia settentrionale, era stata adottata da Audoino in seguito all’ambiguo contegno tenuto da Giustiniano durante il conflitto gepido-longobardo, che si era chiuso nel 552. Non è da escludere, anzi, che i Longobardi abbiano parteggiato apertamente per i Franchi nella loro resistenza ai Bizantini nell’Italia settentrionale, guadagnandosi così ampliamenti nel Noricum mediterraneum. All’amicizia franco-longobarda il nuovo imperatore, Giustino II (succeduto allo zio Giustiniano, morto il 14 novembre 565), rispose prendendo decisamente le parti dei Gepidi, scesi nuovamente in campo contro i Longobardi: battuto dal re dei Gepidi, Cunimondo, e dai Bizantini, Alboino dovette cercarsi un appoggio per difendere l’esistenza stessa del suo popolo, e lo trovò, ma a gravissime condizioni, presso una delle ultime genti barbariche arrivate a ridosso dei confini dell’Impero, gli Avari, di stirpe mongolica. Il loro capo, il khan Baiano, esigette, prima d’iniziare le ostilità, un decimo del bestiame posseduto dai Longobardi e la promessa che, al termine vittorioso della campagna, gli sarebbe stato concesso l’intero territorio fino allora abitato dai Gepidi e la metà del bottino. Ma Cunimondo, appena venne a sapere di quest’alleanza e che gli Avari avevano cominciato a muoversi, entrò decisamente in guerra, attaccando i Longobardi nella speranza di batterli prima che si ricongiungessero coi loro alleati (circa 566): venuto a battaglia campale nella pianura fra il Tibisco ed il Danubio, fu completamente disfatto: egli stesso cadde sul campo, ucciso da Alboino. Con questa battaglia era segnata la fine del popolo e del regno dei Gepidi: fra i prigionieri, la stessa figlia di Cunimondo, Rosamunda.

Giustino II doveva aver considerato lo stanziamento di un’altra popolazione nella Pannonia, gli Avari, come un fatto che avrebbe potuto risolversi in danno non solo dei Gepidi, ma anche degli stessi loro occasionali alleati, i Longobardi: Cunimondo, prima d’iniziare la sua ultima campagna, s’era, infatti, rivolto a lui per avere aiuti, rinnovando le promesse di cedergli Sirmio e l’intera Pannonia, ma l’imperatore, se non aveva respinto tali richieste, aveva, però, ritardato l’invio di rinforzi, facendoli poi anzi trattenere al momento opportuno, preferendo rimanere inerte spettatore degli avvenimenti. Non solo, ma aveva concesso agli Avari di compiere l’intero tragitto verso la Pannonia, marciando lungo la riva sinistra del Danubio, in territorio imperiale, e s’era limitato a fare occupare dalle sue truppe Sirmio, abbandonata dalla guarnigione gepida in ripiegamento davanti agli Avari. Questi calcoli dell’imperatore furono, però, frustrati dalla chiarezza di vedute di Alboino e dalla prontezza con cui seppe fronteggiare gli avvenimenti: benché il merito della vittoria sui Gepidi spettasse a lui soltanto ed ai Longobardi, pure mantenne lealmente fede ai patti, cedendo agli Avari i territori conquistati e volse la mente a trasferirsi altrove col suo popolo.

Il miraggio di uno stanziamento in Italia, che già Giustiniano aveva fatto balenare ad Audoino, si era riacceso, ancora al tempo di questo, per i racconti dei reduci di quel grosso contingente longobardo (2500 guerrieri scelti e 3000 dipendenti armati) che aveva combattuto con Narsete in Italia contro i Goti e che, subito dopo la battaglia di Gualdo Tadino (estate del 552), il generalissimo aveva fatto rimpatriare sotto buona scorta armata, con il pretesto degli eccessi contro la popolazione civile cui si era abbandonato durante la sua permanenza in Italia. In realtà, il provvedimento si fondava sul timore che fra i Goti ribelli e i guerrieri longobardi, sudditi di un re la cui seconda sposa era una pronipote del grande Teodorico, potesse nascere una comunanza di sentimenti e di aspirazioni. Pochi anni dopo, scomparse con la morte di Audoino le ragioni di una simile solidarietà, Alboino, che era pur sempre il figliastro di una principessa amala, ebbe cura d’inviare, proprio nel periodo della lotta di Narsete contro gli insorgenti Ostrogoti e i loro alleati Franchi nell’Italia settentrionale – o subito dopo – i suoi emissari, che, asserendo di andare pellegrini a Roma, cercassero di procurargli la simpatia e l’appoggio dei Goti, informandoli che egli, proprio come loro, professava l’arianesimo. Questo è quanto si può desumere da una lettera (disgraziatamente, come scrisse lo Schmidt, non databile con sicurezza se non fra il 561 e gli inizi del 568), mandata da Nicezio, vescovo di Treviri, alla moglie di Alboino, Clodosvinta. Ad Alboino, d’altra parte, conveniva assai più tenersi vicino all’arianesimo dei Goti piuttosto che al cattolicesimo dei Franchi, anche se suoi alleati; la tendenza a subordinare il fattore religioso alle opportunità politiche, del resto, era stata sempre molto forte nei re Longobardi. E se anche, alla vigilia della prima guerra contro i Gepidi, Audoino, almeno secondo quanto scrive Procopio, non aveva esitato a far proclamare, nel 549,dai suoi ambasciatori a Giustiniano che «Romani ben giustamente potranno mettersi con noi, che, fin dal principio, con loro abbiamo condiviso le idee su Dio», i suoi Longobardi erano, in realtà, nella grande maggioranza pagana, anche se contatti con altre popolazioni germaniche li avevano potuti, si, iniziare al cristianesimo, ma nella confessione ariana.

L’affermazione di Audoino, come adesso l’atteggiamento filo-ariano di Alboino, traevano origine dal proposito dei due sovrani di valersi del motivo religioso per accattivarsi, rispettivamente, Giustiniano e l’appoggio dei Goti d’Italia.

Mappa dell’Italia gotica, bizantina e longobarda.

L’idea di abbandonare la Pannonia per cercare in Italia una definitiva sistemazione al suo popolo col concorso degli Ostrogoti, sulla base di interessi dinastici e religiosi, doveva essere già matura in Alboino quando si preparava ad affrontare per l’ultima volta i Gepidi. La necessità di accettare l’insediamento degli Avari nei territori che erano stati dei Gepidi fu solo l’elemento decisivo a non ritardare oltre l’inizio dell’impresa italiana, alla quale Alboino invitò a partecipare anche i Sassoni residenti fra le montagne del Harz e i fiumi Bode e Saale, popoli tributari del re franco Sigeberto I: molti di essi si uniranno, in-fatti, ai Longobardi, il che significa che ad Alboino non dovette mancare l’appoggio franco. Con un nuovo trattato di amicizia e di alleanza con gli Avari, Alboino volle garantirsi contro l’eventualità di un fallimento della sua impresa: cedeva loro, infatti, anche quella parte della Pannonia che, in virtù del foedus stipulato fra Audoino e Giustiniano, spettava ai Longobardi, a patto che, per la durata di due secoli, rimanesse ai Longobardi il diritto di ottenerne, nel caso, la pacifica retro-cessione; da parte sua il khan impegnava il suo popolo per lo spazio di duecento anni a mandare aiuti, in caso di bisogno, ai Longobardi d’Italia.

La decisione di muovere alla conquista dell’Italia era di competenza dell’assemblea del popolo; Alboino ne fece coincidere la convocazione con una solenne festività religiosa, il giorno di Pasqua, in cui gli ariani solevano celebrare i loro riti battesimali: fu il 10 apr. 568. L’inizio di un’avventura militare, decisiva per l’avvenire della nazione longobarda, era posta così sotto gli auspici dell’adesione formale di tutto il popolo al cristianesimo, ma nella confessione ariana, quella stessa che professavano, quasi distintivo della loro stirpe, i Goti d’Italia; e, rimasto vedovo della cattolica Clodosvinta, Alboino aveva sposato, da poco, una principessa ariana, la gepida Rosmunda, il cui padre aveva ucciso in battaglia. Coi Longobardi partirono Sassoni, Gepidi, Svevi e Turingi, e i resti delle antiche popolazioni dei territori da essi fino allora occupati, Norici e Pannonici. Questa massa di guerrieri, di gente d’ogni età e condizione, di carri e di bestiame, si mise in moto il giorno successivo alla Pasqua del 568: esodo paragonabile a quello degli Ostrogoti, che, ottanta anni prima, avevano lasciato la Mesia al seguito di Teodorico.

A convincere Alboino che quello era il momento di agire furono anche le notizie circa la crisi in cui si dibatteva allora il dominio bizantino in Italia, sia per il malcontento serpeggiante fra le popolazioni per l’eccessivo fiscalismo di Narsete, sia per l’insubordinazione di questo, che s’era rifiutato d’obbedire all’ordine di Giustino II di fare immediatamente ritorno a Bisanzio dopo aver lasciato i poteri al praefectus praetorio Italiae allora in carica, Longino. Il mancato ottemperare a quest’ordine, sui cui retroscena siamo completamente all’oscuro, aveva gettato Roma in uno stato di anormale agitazione comprovata dal fatto che il papa, Giovanni III, dopo aver convinto il generalissimo a far ritorno nella capitale, non era tornato al Patriarchio lateranense, sua sede abituale, ma si era fermato in una chiesetta suburbana della via Appia, e qui era rimasto sino alla morte (13 luglio 574) – e aveva gettato le autorità civili della penisola nel più grande disorientamento, aggravato dal fatto che Giustino II non trattava Narsete da ribelle, né, d’altro canto, revocava l’ordine di richiamo. Longino aveva bensì assunto i poteri del governo civile e il generalissimo aveva cessato di essere per i suoi sottoposti il comandante supremo, ma l’imperatore non aveva conferito a nessuno di questi ultimi, dopo il richiamo di Narsete, un’autorità superiore a quella dei colleghi. Tutto ciò non poteva non paralizzare l’apparato politico-militare su cui si basava la difesa del paese, e questo proprio quando più urgeva che entrasse in azione presto e con la massima efficienza. Si aggiunga l’insufficienza dell’apprestamento militare bizantino in Italia, soprattutto per la mancanza di corpi mobili capaci di convergere tempestivamente sul punto di confine minacciato, e per il fatto che troppi presidi di confine erano composti di ausiliari barbari malfidi, o, addirittura, di Ostrogoti incorporati dopo una sottomissione forzata, memori del tempo in cui erano stati padroni in Italia e non insensibili ai contatti presi con la loro gente da Alboino. In più, gran parte dell’Italia settentrionale era travagliata dai contrasti fra autorità locali e scismatici dei “Tre Capitoli”, anch’essi disposti a salutare i Longobardi come liberatori. Né vanno sottovalutate le conseguenze della peste che aveva infierito in Italia dal 565 al 567, mietendo vittime anche fra le guarnigioni locali, e la carestia del 568.

La marcia dei Longobardi attraverso la Pannonia, probabilmente lungo la via Postumia, si svolse con grande lentezza, sia che Alboino volesse aspettare i Sassoni sia che desiderasse avere notizie più precise sulla situazione italiana e sulla posizione personale di Narsete. Comunque, già sul finire del 568 (nel settembre, secondo l’Historia Langobardorum codicis Gothani) distaccamenti longobardi erano penetrati in rapide razzie entro il territorio italiano; ma solo nella primavera del 569, il 20 o il 21 di maggio, gli invasori varcavano l’Isonzo e, occupata senza trovar resistenza Aquileia (il cui patriarca fuggi a Grado), dilagarono per la Venetia. Alboino fece volgere i suoi dapprima verso nord; impadronitosi dei centri fortificati delle zone di confine nel Friuli, v’insediò, al posto dei milites limitanei bizantini, gruppi di guerrieri longobardi, di cui nominò duca un suo nipote, il marpahis Gisulfo. Assicuratosi così le spalle sia dai Bizantini dell’Istria sia dagli Avari di Pannonia, Alboino attraversò la pianura veneta puntando su Milano: caddero Treviso, Vicenza, Verona, Brescia, Bergamo. Oderzo, che continuava a resistere, fu aggirata: Altino, Padova, Monselice rimasero bizantine. Il 3 settembre 569 Alboino entrava in Milano, abbandonata dall’arcivescovo Onorio, dal clero, dal vicarius Italiae: dal 3 sett. 569 Alboino cominciò a datare gli anni del suo regno in Italia, mostrando così di volersi in qualche modo ricollegare al tempo in cui Milano era stata capitale dell’Impero. Quindi lanciò verso l’Italia centrale grossi nuclei di suoi uomini: gruppi di Longobardi superarono la Cisa, dilagarono nella Tuscia fin verso Roma, occupandone stabilmente la parte settentrionale, tranne la fascia costiera; altri, lungo la via Emilia, si spinsero verso sud-est, aggirando Piacenza, Reggio e Modena (che rimasero agli Imperiali), distrussero Imola, s’inoltrarono lungo la Flaminia, dopo aver dato alle fiamme Petra Pertusa al passo del Furlo. Contemporaneamente corpi separati, sotto il comando e per iniziativa, probabilmente, dei loro capi, superata la linea fortificata che proteggeva le comunicazioni fra Roma e la Pentapoli, seguendo le vie in-terne montane attraverso l’Umbria e il Sannio, occuparono la regione di Spoleto, mentre altri contingenti si spinsero ancora più a sud, occupando quella di Benevento: la città, priva di adeguati mezzi difensivi, si dovette arrendere immediatamente e i Longobardi v’insediarono duca il loro capo, Zottone (569-572).

Guerriero longobardo. Illustrazione di A. Gagelmann.

A danno degli Imperiali agirono in pieno i fattori negativi insiti nel loro apprestamento militare: di fronte alla loro passività stettero l’impeto e lo spirito d’avventura che per secoli avevano spinto i Longobardi a staccarsi in gruppi dalla massa del popolo per dare inizio o partecipare a spedizioni in terre lontane, articolandosi in corpi la cui caratteristica era la grande mobilità. Sono le cosiddette farae (translitterazione latina di un vocabolo germanico da collegare con la radice di faran, ted. fahren “viaggiare”), che, per rapporti avuti dai Longobardi con l’Impero come foederati o come ausiliari, si erano modellate sugli ordinamenti militari bizantini, da cui avevano militato anche i termini indicanti i capi e gli ufficiali a loro subordinati (duces, comites, centenarii, decani). In farae si articolarono i Longobardi al loro primo giungere nella Venetia orientale, dove, come abbiamo visto, Alboino ne aveva stabilito un gruppo forte per numero e per qualità di guerrieri, data l’importanza strategica della zona; e, sempre per questa ragione, ne aveva affidato il comando a un capo della sua stessa famiglia, Gisulfo, che s’era stabilito a Forum Iulii (Cividale del Friuli), sino allora sede del magister militum bizantino responsabile della difesa della regione. Era cioè sorto il ducato di Friuli, il primo dei ducati longobardi in Italia, e uno dei più grandi. Questo sistema fu largamente applicato nelle tappe successive della conquista: i capi delle farae, o dei gruppi di farae, fissarono la loro sede nei centri urbani o in quelli militarmente più importanti. Ma giacché i singoli guerrieri portavano con sé le proprie famiglie e i propri schiavi e il loro proprio bestiame, era naturale che ogni presidio militare “in faris” tendesse a trasformarsi in nucleo di popolazione residente; come era ovvio che i duchi fossero predisposti naturalmente a unire alle funzioni militari quelle del governo civile sul territorio compreso nell’ambito della loro giurisdizione militare.

La conquista longobarda determinò così un continuo mutare della situazione politico-territoriale che, a sua volta, costringeva il governo imperiale a rimaneggiare di continuo l’ordinamento amministrativo anche nelle terre non ancora occupate: l’Italia andò, quindi, assumendo un aspetto sempre più differente da quello che aveva avuto per il passato, cosa, questa, che non era mai avvenuta né per opera di Odoacre né per opera dei re ostrogoti. Ma il sistema di stanziamento “per faras” portava con sé pericolosi germi di disgregazione: solo spiccate personalità politiche e militari potevano mantenere ben saldo il prestigio e l’autorità della Corona nei confronti dell’istituto ducale. Alboino possedeva certamente queste qualità, ma ciò non lo aiutò a impedire le incursioni (che portarono a una rottura dell’amicizia franco-longobarda e a un riavvicinamento dei Franchi all’Impero, consacrato da un formale patto di pace e alleanza stipulato dai re merovingi intorno al 571) compiute da bande longobarde fra il 569 ed il 571 nei domini di Gontrano I, re dei Burgundi; solo la rotta subita nella zona di Embrun per merito di Mummolo, comandante dell’esercito burgundo, convinse a non tentare più avventure del genere.

Nel 572 rimanevano ai Bizantini nell’Italia centro-settentrionale: la fascia costiera ligure con Savona e Genova; la linea di vetta dell’Appennino e il suo versante settentrionale con Acqui e Tortona; una piccola parte della Venetia; la Flaminia, il Picenum, la costa e la parte meridionale della Tuscia, il territorio di Roma. Fra il maggio e il giugno di quell’anno era caduta anche in potere dei Longobardi, dopo oltre tre anni d’assedio, Pavia. Alboino, dimostrando chiaramente di volersi ricollegare alle memorie e alla tradizione della monarchia gota, s’insediò nel palazzo che qui si era fatto costruire Teodorico e scelse, a sede della corte e del tesoro, Verona. Ma non ebbe il tempo di completare la sua opera: nell’estate di quello stesso anno, il 28 di giugno, veniva assassinato in Verona dal suo scudiero Elmichi, con la complicità del cubicularius Peredeo e della sua stessa moglie, Rosamunda. Elmichi era, evidentemente, il capo di una fazione avversa ad Alboino, alla quale aderivano i Longobardi propensi a un accordo con l’Impero, Rosamunda, decisa a vendicare il padre, ed i Gepidi del suo seguito. Eliminato Alboino, Elmichi cercò d’insediarsi sul trono, legittimandone l’usurpazione con le nozze con la vedova del re ucciso: si trattò, dunque, di un colpo di stato, cui, senza dubbio alcuno, non rimasero estranei i Bizantini.

Alboino aveva spiegato eccezionali qualità di politico e di guerriero: con lui la nazione longobarda perse l’unica persona capace, in quel momento, di costruire in salda compagine il nuovo stato barbarico sorto nella penisola italiana.

 

Fonti e Bibl.: Origo gentis Langobardorum, a cura di L. Bethmann – O. Waitz, in MGH, Scriptores rerum Langobardicarum et Italicarum, Hannoverae 1878, pp. 12, 26; Historia Langobardorum codici Gothani, ibid., pp. 7-11; Pauli Diaconi Historia Langobardorum, ibid., pp. 12-45, 45-187; Liber pontificalis ecclesiae Ravennatis, a cura di O. Holder-Egger, ibid., pp. 265-275, 273-278, 278-391; Chronica sancti Benedicti Casinensi:, a cura di G. Waitz, ibid., pp. 467-468, 469-489; L. Bethmann – O. Holder-Egger, Langobardische Regesten, NA 3 (1878), pp. 229-318; Epistolae Austrasicae, a cura di W. Gundlach, MGH, Epistolae Merowingici et Karolini aevi I, Berolini 1892, n. 8, pp. 119-122; Annales Beneventani Monasterii Sanctae Sophiae, a cura di O. Bertolini, BISIMEAM 42 (1923), pp. 93-98, 108; J. Weise, Italien und die Lan gobardenherrscher von 568 bis 628, Halle 1887, pp. 3-28; L.M. Hartmann, Geschichte Italiens im Mittelalter, II, Leipzig 1900, pp. 1-50; T. Hodgking, Italy and Her Invaders, Oxford 1916, V, 6, The Lombardinvawn, passim; VI, 7, The Lombard Kingdom, passim; O. Bertolini, La data dell’ingresso dei Longobardi in italia, BSP 20 (1920), pp. 47 ss.; L. Schmidt, Die Ostgermanen, München 1934, pp. 579 ss.; G. Romano – A. Solini, Le dominazioni barbariche in Italia (395-888), Milano 1940, pp. 267-272; G.P. Bognetti, Santa Maria foris portas di Castelseprio e la storia religiosa dei Longobardi, in G. P. Bognetti – G. Chierici – A. De Capitani D’Arzago, S. Maria di Castelseprio, Milano 1948, pp. 33-48, 66, 393; G.P. Bognetti, Teodorico di Verona e Verona longobarda, capitale di regno, in Scritti giuridici in onore di M. Cavalieri, Padova 1959, pp. 3-39.

 

Ilderico di Montecassino

di M. Dell’Olmo, s.v. Ilderico di Montecassino, DBI 62 (2004).

 

Montecassino, Archivio dell’Abbazia 299, p. 103 (IX sec.), Ilderico, Ars grammatica.

 

Ilderico di Montecassino. – Osta a che si identifichi senza incertezze la figura di Ilderico il fatto che questo nome sia attribuito a più soggetti tutti apparentemente distinti l’uno dall’altro, la cui vicenda biografica si situa bensì in uno stesso ambito cronologico (sec. IX) e spaziale (area cassinese-beneventana).

Il primo di questi soggetti è l’Ilderico autore dell’epitaffio di Paolo Diacono, il cui explicit ne rivela tutta la venerazione del discepolo verso il grande maestro che, come lui, fu monaco nell’abbazia cassinese: «Hoc tibi, posco, sacer, gratum sit carmen honoris, / Hilderic en cecini quod lacrimando tuus. / Quem requiem captare tuis fac, quaeso, perennem / Sacratis precibus, semper amande pater»[1].

Il secondo fu l’Ilderico abate di Montecassino, che – secondo la Chronica di Leone Ostiense – succeduto a Deusdedit (828-834) resse il monastero per soli diciassette giorni tra l’834 e l’835: «XVI Hildericus abbas, sedit diebus XVII»[2].

Il terzo fu l’Ilderico philosophus e poeta, di cui l’autore del Chronicon Salernitanum schizza un suggestivo ritratto morale, situandolo a Benevento intorno all’870, allorché vi giunse l’imperatore Ludovico II, chiamato nel Mezzogiorno d’Italia fra gli altri dal principe beneventano Adelchi per eliminare finalmente il rischio costituito dai Saraceni capeggiati da Sawdān: «tempore quo Samnitibus Lodoguicus sepedictus preerat, triginta duobus philosofis illo in tempore Beneventum habuisse perhibetur; ex quibus illorum unus insigne, cui nomen fuit Ildericus, inter illos degebat, et non solum liberalibus disciplinis aprime imbutus, sed eciam proba virtute detitus»[3]: ne scaturisce l’immagine di un uomo di lettere la cui cultura ha qualcosa di miracoloso, dal momento che, secondo l’anonimo cronista, egli arriva perfino a dettare al notaio dell’imperatore Ludovico, che ne aveva dimenticato il tenore, una lettera di cui non sapeva nulla.

Infine, ad ampliare ulteriormente la questione dell’identità ildericiana, contribuisce la grammatica vergata in scrittura beneventana, che si conserva nel solo ms. Casin. 299 (seconda metà del sec. IX), con la seguente intitolazione, parzialmente rifilata, alla p. 2 in alto: «Ars Hilderici magistri eruditissimi viri».

Occorre perciò precisare le fonti da cui è possibile attingere dati relativi ai tratti personali eventualmente corrispondenti a ciascuno degli Ilderico sopra menzionati, chiarendone quindi l’eventuale convergenza, almeno in parte, verso una più distinta individualità, non senza subito riconoscere che a tal fine non sono di aiuto i due generici nomi di “Ildericus” e “Hildericus”, il cui obitus nel necrologio del cod. Casin. 47 (1159-73) è segnato rispettivamente al 1 e al 9 giugno[4].

L’Ilderico autore della menzionata epigrafe acrostica in memoria di Paolo Diacono è ben noto alla tradizione cassinese medievale, come dimostra Pietro Diacono, che nel tracciarne un medaglione biografico nel suo Liber illustrium virorum archisterii Casinensis (cod. Casin. 361, p. 135) scrive: «Hyldericus eiusdem Pauli diaconi auditor, de origine preceptoris sui vita, institutione, doctrina, religione, habitu lucidissimos versus composuit»; del resto l’epitaffio era già noto anche all’autore del Chronicon Salernitanum (sec. X): «super eius tumulum partim que in hoc mundo gessit, partim de eius prudenciis, quove temporibus perdurasset, sacris lictgeris exaratum invenimus»[5].

Ci si chiede se sia possibile stabilire un rapporto tra questo Ilderico discepolo di Paolo e l’altro Ilderico abate di Montecassino. Colpisce senz’altro il fatto che Pietro Diacono, sottile conoscitore dell’archivio e della biblioteca cassinesi, non accenni in alcun modo a una identificazione dell’allievo di Paolo con l’omonimo abate che governò, sia pure per pochi giorni, l’abbazia cassinese a metà del quarto decennio del sec. IX, e il cui nome per di più non compare prima del sec. XI nelle liste abbaziali di Montecassino (la più antica, del sec. X, è quella del Casin. 175), proprio per l’estrema brevità del suo governo. Lo stesso Leone Ostiense nell’autografo della Chronica (Monaco, Bayerische Staatsbibl., Clm, 4623) si limita a registrarne il solo nome e la scarna cronologia, collocandolo tra il già menzionato Deusdedit e Autperto (834/835-837), segno che anch’egli probabilmente non ne sapeva di più. Appare nondimeno significativo il fatto che Ilderico abate, il cui periodo di governo concorda pienamente con un eventuale suo discepolato giovanile alla scuola di Paolo Diacono († circa 799), ebbe come immediati successori tre monaci – Autperto, Bassacio, Bertario – tutti versati nelle lettere e per questo, in continuità l’uno con l’altro, testimoni di quanto fosse ancora vivo a Montecassino, nell’arco di oltre cinquant’anni dalla sua morte, il magistero culturale di Paolo Diacono. Sembra quindi logico supporre che Ilderico abate non sia persona diversa dall’autore stesso dell’epitaffio di Paolo, di cui eloquentemente ricorda con pari dignità i vertici di dottrina («omnia sophiae coepisti culmina sacrae») e la vocazione monastica («subdita colla dare Benedicti ad saepta beati»)[6].

Convergendo pertanto, senza gravi ostacoli né cronologici né ambientali, verso un’unica personalità sia i tratti di Ilderico discepolo di Paolo sia quelli dell’omonimo abate cassinese, la figura di Ilderico di Benevento per le stesse coordinate cronologiche, che grazie al Chronicon Salernitanum storicamente lo definiscono (primi decenni della seconda metà del sec. IX), se ne distacca nettamente, non potendo in alcun modo essere identificato, come voleva G. Tiraboschi, con un «Ilderico Monaco Casinese»[7] e resta in ogni caso, nonostante le sue caratteristiche di filosofo, poeta e vir Dei, una figura evanescente, talché, come è stato scritto, «togliamolo da questo ambiente ed è subito netto come egli non abbia un solo connotato che lo identifichi meglio»[8].

Resta ora da chiarire l’identità del «magister eruditissimus vir» autore dell’Ars grammatica serbata nel cod. Casin. 299. Testimone unico dell’Ars ildericiana, questo manoscritto, insieme con gli altri due, Parigi, Bibliothèque nationale, Fonds lat., 7530 e Roma, Biblioteca Casanatense, Mss., 1086 (metà del sec. IX), forma una triade grammaticale tutta cassinese-beneventana, caratterizzata in particolare da una convergenza nell’uso di Prisciano così netta da far ipotizzare l’esistenza di una tradizione testuale derivante da un codice priscianeo x, dalla quale avrebbero attinto sia l’anonimo compilatore della miscellanea parigina, sia Orso eletto vescovo di Benevento nell’833 circa e autore dell’Adbreviatio dell’Ars maior di Prisciano presente nel già menzionato codice Casanatense vergato, come sembra, a Benevento, sia lo stesso Ilderico autore dell’Ars grammatica cassinese[9].

Primo tra i codici grammaticali in beneventana oltre che vera e propria «synthèse cassinienne des arts libéraux»[10], il già citato ms. parigino Fonds lat. 7530, localizzabile a Montecassino in anni compresi tra il 779 e il 797 grazie al suo calendario – corredato delle depositiones degli abati cassinesi – e alle tavole pasquali, è il più vivo riflesso della scuola cassinese fondata da Paolo Diacono e perciò specchio del suo programma pedagogico oltre che espressione dei nuovi orizzonti d’interesse verso le scienze profane – poesia, grammatica, aritmetica, geometria –, aperti dallo stesso Paolo. Oltre che sul piano della pura tradizione testuale – contiene per esempio il Liber de metris di Mallio Teodoro ed è tra l’altro testimone unico del De metris Horatii di Servio –, il manoscritto si segnala soprattutto nell’ambito della didattica delle arti liberali, in special modo per la preminenza attribuita alla grammatica e alla retorica sulla dialettica. Ma c’è un altro notevole testimone degli interessi grammaticali di Paolo, il codice Roma, Biblioteca Vallicelliana, Mss., A.18 (sec. XII), le cui glosse alle Etymologiae di Isidoro (Scholia Vallicelliana), ascritte da Claudia Villa[11], e con nuovi argomenti anche da Patrizia Lendinara[12], con ampie probabilità a Paolo Diacono, rivestono un particolare significato non solo per meglio definire le conseguenze dell’insegnamento paolino nella scuola cassinese, ma anche per far più piena luce circa l’identità dell’«Hildericus magister eruditissimus vir». A testimoniare gli stretti legami tra Paolo Diacono e gli Scholia Vallicelliana è la presenza in questi ultimi di tradizioni tipicamente cassinesi, come quella del De verborum significatu di Verrio Flacco e delle relative epitomi di Pompeo Festo e Paolo Diacono[13], delle Instructiones di Eucherio e specialmente delle Fabulae di Igino, di cui il ms. Monaco, Bayerische Staatsbibl., Clm, 6437, consistente in soli cinque fogli vergati in beneventana durante l’esilio dei cassinesi a Capua nella prima metà del sec. X, è testimone unico se si eccettua l’esiguo frammento palinsesto in onciale conservato nel cod. Biblioteca apostolica Vaticana, Pal. lat. 24 (V/VI sec.). D’altra parte è emblematico che proprio Ilderico nella sua Ars grammatica mostri di aver recepito alcune concezioni, come la partizione settenaria dell’oratio, puntualmente riflesse dai soli Scholia. Del tutto innovativa rispetto alla tradizione irlandese-continentale saldamente legata al principio della suddivisione quinaria, l’attestazione settenaria rilevabile nell’Ars ildericiana non può non essere derivata dallo stesso autore degli Scholia (Paolo Diacono), come lascia inequivocabilmente supporre il parallelo fra lo stesso scoliaste vallicelliano – in ciò differente da Pietro di Pisa[14] o dal cosiddetto Donatus Ortigraphus[15] – e Ilderico: «Orationum genera.VII. sunt: est enim religata in metris, absoluta in prosa, allocutiva in epistulis, disputativa in dialogis, relativa in historiis, compta in rhetorica, clausa in dialectica»[16]; «Orationum genera quot sunt? Septem. Quae? Allocutiva in epistolis, disputativa in dialogis, compta in retorica, clausa in dialectica, profusa in historiis, stricta in metris, plana in prosa» (Ars ildericiana)[17]. Ma c’è ancora un altro elemento che svela l’ascendenza paolina dell’Ars grammatica di Ilderico, ed è l’utilizzazione non solo delle principali fonti grammaticali antiche quali Pompeo, Diomede, Donato, Servio, il già citato Prisciano, Isidoro, ma anche della stessa Ars Donati di Paolo Diacono, cui vanno aggiunte le citazioni classiche, sia pure filtrate attraverso florilegi, da Virgilio, Giovenale, Ovidio, Plauto, Lucano, Stazio.

Alle comuni tradizioni testuali più sopra indicate, che rivelano un’interdipendenza fra manoscritti quali il parigino Fonds lat. 7530, il Casanatense 1086 e il Casin. 299, corrisponde una parallela omogeneità sul livello dell’ornamentazione, come ha dimostrato Giulia Orofino sottolineando in particolare i motivi delle rosette a quattro petali oblunghi, la cui presenza nelle iniziali del Casin. rinvia al parigino; non mancano altre affinità con un altro fondamentale manoscritto prodotto a Montecassino sullo scorcio del sec. VIII (Bamberga, Staatsbibl., Patr., 61), e recante le Institutiones di Cassiodoro, le cui iniziali puntinate sul bordo trovano un chiaro riflesso nella grande P colorata a p. 2 del Casin. 299[18].

Tutto questo, se da una parte consolida la dipendenza di Ilderico autore dell’Ars grammatica dal magistero di Paolo Diacono, dall’altra conferma pure l’origine cassinese del ms. 299, di recente corroborata da Francesco Magistrale in un’ampia e dettagliata analisi paleografica del codice di Montecassino; Virginia Brown, invece, ha mostrato qualche apertura per una derivazione da Benevento[19]. Per di più non a caso il ms. 299, oltre a recare nel margine inferiore di p. 1, quale nota di possesso, l’ex libris di Montecassino dei primi anni del sec. XVI, contiene anche alle pp. finali 215 s. la trascrizione di un excerptum grammaticale derivante dall’Ars maior di Donato[20], vergato tra IX e X sec., in una beneventana e secondo una impaginazione di cui è certamente responsabile la stessa mano che ha vergato un altro frammento grammaticale del De participio ancora dall’Ars maior[21], con identica disposizione del testo, alla p. 234 del cod. Casin. 187, prodotto nello scriptorium cassinese durante la seconda metà del sec. IX: un segno evidente che almeno già nel sec. X entrambi i codici dovevano trovarsi in una stessa raccolta libraria appartenente alla comunità monastica cassinese.

Sondate le fonti disponibili, è giusto ribadire anche come non siano del tutto privi di fondamento i dubbi, pur non gravi, di Lentini che non riteneva certa l’identità del discepolo di Paolo con l’omonimo abate cassinese, riconoscendo nondimeno che «per quanto riguarda la paternità della nostra grammatica, l’Ilderico abate deve essere escluso, se fu veramente distinto dal discepolo di Paolo»; lo stesso Lentini riconosce d’altra parte che fra tutti i possibili candidati è lui che «presenta i più validi titoli per esser riconosciuto autore»[22]. Allo stato attuale, dunque, come rivela il «se» dello stesso Lentini, mancano seri argomenti per negare che l’Ilderico abate cassinese tra l’834 e l’835 sia anche l’autore dell’epitaffio di Paolo Diacono, e per ciò in conclusione non si può non ammettere la piena plausibilità della posizione critica di coloro – e noi siamo tra essi – che identificano in un unico Ilderico il discepolo di Paolo Diacono, l’autore dell’Ars grammatica che si conserva nel Casin. 299, e infine l’omonimo abate di Montecassino, nella serie abbaziale sedicesimo dopo s. Benedetto (Amelli, Neff, Manitius, Cavallo, Bloch, Magistrale).

 

 

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Note:

 

[1] K. Neff, Die Gedichte des Paulus Diaconus. Kritische und erklärende Ausgabe, München 1908, p. 156; la mano è del sec. XI, coeva ma distinta rispetto a quella che ha copiato il precedente testo dell’iscrizione commemorativa alle pp. 579 s. del codice Casin. 175 conservato nell’Archivio dell’Abbazia di Montecassino, vergato a Capua negli anni dell’abate Giovanni, tra il 914 e il 934.

[2] Chronica monasterii Casinensis, a cura di H. Hoffmann, in Mon. Germ. Hist., Scriptores, XXXIV, Hannover 1980, p. 12.

[3] Chronicon Salernitanum. A critical edition with studies on literary and historical sources and on language, a cura di U. Westerbergh, Stockholm 1956, cap. 12, p. 134.

[4] Cfr. I necrologi cassinesi, a cura di M. Inguanez, in Fonti per la storia d’Italia [Medioevo], LXXXIII, Roma 1941.

[5] Chronicon Salernitanum, op. cit., cap. 37, p. 38.

[6] K. Neff, op. cit., p. 155.

[7] Cfr. G. Tiraboschi, Storia della letteratura italiana, III, Modena 1773, pp. 181, 202.

[8] M. Oldoni, Ilderico di Benevento, in Studi medievali, s. 3, XI (1970), p. 911.

[9] A. Lentini, Ilderico e la sua “Ars grammatica”, Montecassino 1975, p. 193.

[10] L. Holtz, Le Parisinus Latinus 7530, synthèse cassinienne des arts libéraux, in Studi medievali, s. 3, XVI (1975), p. 100 n. 26.

[11] C. Villa, Uno schedario di Paolo Diacono. Festo e Grauso di Ceneda, in Italia medioevale e umanistica, XXVII (1984), pp. 56-80.

[12] P. Lendinara, Gli Scholia Vallicellianae i primi glossari anglosassoni, in Paolo Diacono. Uno scrittore fra tradizione longobarda e rinnovamento carolingio. Atti del Convegno internazionale di studi, Cividale del Friuli-Udine… 1999, a cura di P. Chiesa, Udine 2000, pp. 273-275.

[13] Cfr. Sexti Pompei Festi de verborum significatu quae supersunt cum Pauli epitome, a cura di W.M. Lindsay, Lipsiae 1913.

[14] Cfr. A. Luhtala, Excerpta da Prisciano, Diomede e Pompeo compilati da Pietro da Pisa nel codice Bruxell. II 2572, in Manuscripts and tradition of grammatical texts from antiquity to the Renaissance. Proceedings of a Conference held at Erice… 1997, as the 11th Course of the International School for the study of written records, a cura di M. De Nonno – P. De Paolis – L. Holtz, Cassino 2000., pp. 334, n. 25.

[15] Ars grammatica, a cura di J. Chittenden, Turnhout 1982.

[16] C. Villa, op. cit., p. 70.

[17] A. Lentini, op. cit., p. 44.

[18] S. Adacher, La miniatura cassinese in alcuni codici conservati nell’Archivio dell’abbazia, in Monastica, III, Scritti raccolti in memoria del XV centenario della nascita di s. Benedetto (480-1980), Montecassino 1983, pp. 190.

[19] V. Brown, “Where have all the grammars gone?” The survival of grammatical texts in Beneventan script, in Manuscripts and tradition …, op. cit., p. 398: «The presumption [according to Lowe] is that Montecassino 299 was also written there. Palaeographically speaking, however, the script, in its general appearance, seems more characteristic of Benevento», non senza aggiungere tuttavia che «this may, of course, signify nothing in terms of authorship given the constant interchange, already referred to, between these two centers».

[20] De adverbio: grammatici Latini, a cura di H. Keil, IV, 2, Lipsiae 1864, 385, 10-386, 31.

[21] ibid., 387, 17-388, 7.

[22] A. Lentini, op. cit., p. 184.

 

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Fonti e Bibliografia:

 

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Ranieri da Perugia

di G. Tamba, s.v. RANIERI da Perugia, DBI 85 (2016)

 

RANIERI da Perugia. – Nacque nell’Isola Polvese del lago Trasimeno poco prima del 1190. Ignota è l’identità dei genitori; la famiglia doveva comunque avere buone disponibilità finanziarie per consentire a Ranieri ancora adolescente di frequentare lo Studio di Bologna.

Qui seguì probabilmente i corsi di arti conseguendo il titolo di magister, ma anche i corsi di diritto (senza tuttavia concluderli con il dottorato). A Bologna fissò la sua residenza e il centro dell’attività professionale. Nominato giudice e notaio dall’imperatore Ottone IV nel 1210, aprì poco dopo una sua scuola di notariato.

Ranieri esercitò anche quale notaio. Il primo documento noto, datato 21 marzo 1212, è nella sua caratteristica scrittura, una minuscola notarile graficamente molto accurata, in evidente evoluzione verso la gotica, con il signum tabellionis, altrettanto caratteristico, ad aprire la sottoscrizione: «Ego Ranerius de Insula Pulvesi auctoritate imperiali iudex et notarius…». Tre anni dopo, il 6 settembre 1215, al termine del testo di una sentenza in una causa di decime, la formula era mutata: «Ego Rainerius Perusinus de Porta Nova Bononie imperiali auctoritate iudex et notarius…». A questa formula si attenne in tutti gli altri documenti redatti da notaio o nei quali fu parte o testimone. Sottolineare il legame con un quartiere della città fu probabilmente la manifestazione dell’acquisita cittadinanza bolognese, stato consono a incarichi ufficiali, testimoniati pochi anni dopo. Il quartiere di Porta Nova, inoltre, fu sempre quello di sua residenza; qui, in un edificio di proprietà dei signori di Monteveglio, erano le sue scuole, come attesta lo stesso Ranieri il 12 maggio 1221; e per abitanti ed enti religiosi del quartiere – la chiesa di S. Tecla, il monastero di S. Salvatore – scrisse in questi anni in qualità di notaio.

Processione dei notai. Biblioteca Comunale Augusta di Perugia (Fondo Antico). Ms membr. Matricola del Consorzio dei Notai di Perugia (1343-1354).

Poco si conosce della sua vita privata. Aveva acquisito in proprietà e in enfiteusi diversi appezzamenti di terra con vigna, bosco e arativo sul colle del Remondato (ora di S. Michele in Bosco), ma non pare abbia incrementato tale investimento. Il 5 aprile 1227, a integrare la cessione al monastero di S. Michele in Bosco di una parte di detta terra, la moglie Anastasia rinunciò alla garanzia per dote sui beni ceduti. È il solo cenno di questo legame familiare, né è stato possibile individuare la famiglia d’origine della moglie.

Più ampie sono le notizie della sua attività professionale, specie quella di docente. Tra il 1214 e il 1216 completò il Liber formularius, un testo per la scuola e la pratica notarile molto diverso da quelli all’epoca in uso. Nel proemio Ranieri dichiara il suo debito verso gli autori precedenti, consapevole peraltro di aver composto un’opera sostanzialmente nuova.

Nuova nella struttura: le formule, prima come imbreviatura quindi del relativo instrumento, sono divise in due sole parti, sulla base della distinzione del diritto di proprietà canonizzata dai glossatori. La prima parte raccoglie le formule relative agli atti che modificavano la titolarità del dominio diretto: vendita, donazione, disposizioni di ultima volontà. La seconda parte le formule attinenti al dominio utile e al possesso: enfiteusi, locazioni, contratti d’opera e di società, mutuo, pegno e così via. Nuova nella presenza di un breve trattato teorico, diviso anch’esso in due parti. La prima parte, propedeutica, segue il proemio e definisce, in stretta sintesi e con riferimento al diritto romano, i parametri di una corretta attività notarile. La seconda, in chiusura, raccoglie nozioni e formule relative alla nomina dei notai e alla loro potestà di certificazione. Nuova, infine, la presenza di una traccia essenziale del processo civile, tramite le formule degli atti la cui stesura era compito dei notai.

Il Liber formularius incontrò il favore della scuola. Lo attestano i codici ancora oggi presenti, almeno sei, tre dei quali utilizzati da Augusto Gaudenzi, che nel 1890 ne ha curato la pubblicazione con il titolo, non del tutto appropriato, di Ars notaria. Lo attesta la ripresa quasi integrale di molte parti del Liber in opere di altri maestri di notariato, quali Bencivenne e l’anonimo maestro di Arezzo.

Il rilievo assunto come docente di notariato fu probabilmente il motivo che indusse il Comune di Bologna a coinvolgere Ranieri in incarichi ufficiali. Allo stato della ricerca è solo ipotetica la sua presenza nel gruppo di sapientes che nel 1219 elaborò il provvedimento che dette vita al Liber notariorum, l’elenco dei notai legittimati ad agire in città e nel contado (Ferrara, 1977, pp. 53 s.); nel quale Liber, tra i notai attivi da meno di dieci anni, fu registrato anche «magister Rainerius Perrusinus notarius», in possesso del privilegio di notariato dell’imperatore Ottone (IV). Certo è invece che nello stesso anno, o subito dopo, Ranieri fu chiamato a coordinare il lavoro di nove notai incaricati di trascrivere in un cartulario, il Registro grosso, dai documenti raccolti nell’archivio del Comune, quelli di preminente interesse, specie per la gestione dei beni pubblici. Ranieri curò di persona la copia dei primi documenti, dal 1116 al 1203, modificando per l’occasione la sua usuale scrittura accentuandone i moduli più tipicamente cancellereschi. I criteri da lui adottati – la copia integrale fino ai signa tabellionis, l’ordinamento strettamente cronologico, gli specchi di scrittura – determinarono la struttura unitaria dell’opera, suggellata dalla complessiva cartulazione per quaderni di mano dello stesso Ranieri. Questi scrisse anche l’ultimo documento, la divisione del contado di Bologna fra i quartieri cittadini, deliberata il 30 novembre 1223, data molto prossima, pare, a quella di conclusione dell’opera.

La redazione del Registro grosso mise Ranieri a contatto con la documentazione prodotta da e per il Comune di Bologna in oltre un secolo di vita. Ne venne influenzata la sua attività di docente, sollecitata dai numerosi allievi delle scuole di preparazione al notariato, chiamati in numero crescente a ricoprire incarichi nella struttura amministrativa e soprattutto giudiziaria del Comune.

Già dal 1221 per la registrazione nel Liber notariorum non bastò più il privilegio di notariato, che richiedeva comunque sicure basi professionali, ma occorreva la verifica dell’effettiva preparazione tramite l’esame di un giudice della curia del podestà. E in diversi casi, per entrambi i requisiti – privilegio ed esame – restò traccia dell’attività di Ranieri. Nel 1230 affiancò il giudice incaricato dell’esame di notariato. Tra il 1225 e il 1237 scrisse gli atti di concessione di oltre cinquanta privilegi di notariato da parte dei conti di Panico; e i nuovi notai erano, in gran parte, suoi allievi.

Dal 1237, mentre il possesso del privilegio di notariato veniva sempre meno citato nel Liber notariorum, si faceva più incisiva la verifica della preparazione dei candidati. In questo contesto nasceva nello Studio l’ars notariae, «formula programmatica che intendeva raggiungere la tecnicizzazione (ars) della antica pratica tabellionale applicando ad essa i metodi e le conquiste della scienza prima, che per lo Studio di Bologna era scienza giuridica» (Orlandelli, 1965, p. 2). E Ars notariae è appunto il titolo della seconda opera di Ranieri, composta in gran parte tra il 1226 e il 1233; opera non del tutto rifinita, almeno nei codici rimasti. È ancora una raccolta di formule, articolata in testo e glosse dello stesso Ranieri, ma con una struttura che sviluppa al massimo i criteri innovativi del Liber formularius.

Essa è divisa in tre parti: contratti, atti giudiziari, disposizioni di ultima volontà, con riferimento, spiega lo stesso Ranieri, all’agire dell’uomo, cui soccorre l’attività del notaio quando acquisisce un diritto (paciscendo), lo difende in giudizio (litigando), lo trasmette per successione (disponendo). La prima parte ha un’ampia premessa teorica in cui Ranieri fissa 31 tipi di patti cui riferire tutti i contratti inter vivos e ne definisce i requisiti per persone e per cose. Seguono le formule dei contratti nella espressione del solo instrumento, specchio della sostanziale unificazione del valore di tutte le scritture notarili: una serie di esempi che in qualche caso, come nei patti dotali, è però meno completa di quella del Liber formularius. Nella seconda parte dedicata al processo, Ranieri sviluppa in un vero trattato la traccia del Liber formularius. È l’innovazione più rilevante e anche il riconoscimento del ruolo di ausiliario delle parti in causa, sostenuto sempre più spesso dal notaio, accanto all’avvocato, specie per gli aspetti strettamente procedurali. Questa parte è divisa in due sezioni, un formulario di libelli e un ordo iudiciarius. Il formulario ha in premessa la definizione del processo, di coloro che vi intervengono, dei loro requisiti e delle posizioni assunte. Segue una lunga raccolta di libelli, testi simili, in realtà, alle note di ricezione delle querele orali, compito sempre svolto dai notai. La raccolta è esemplata, avverte lo stesso Ranieri, sul De ordine iudiciario di Roffredo da Benevento, appena pubblicato.

La seconda sezione si apre con il quadro in 22 capitoli del processo civile, successivamente illustrati con frequenti riferimenti alla procedura in uso a Bologna. Chiaro ed essenziale nell’intero testo, Ranieri si sofferma ovviamente sulle fasi in cui prevalente era la funzione dei notai e delle loro scritture. Il colore locale è ancora più evidente nell’ultima rubrica, dedicata al processo penale. La puntuale descrizione, in chiusura, della procedura di bando si conclude ricordando la presenza nella curia di Bologna di numerosi uffici, ordinari e straordinari, e con la promessa di Ranieri di dedicare loro un successivo lavoro. La terza parte ripete il modulo espositivo delle prime due: una densa premessa sul diritto successorio, il quadro delle disposizioni e quindi le formule, integrate da note a guidare la scelta del notaio. La rubrica finale annuncia una sorta di documento generale, ma il contenuto è soprattutto una breve guida per i notai incaricati di registrare le delibere dei consigli comunali, formule che avevano già richiamato l’attenzione dei maestri di ars dictandi: un’ulteriore manifestazione dell’intento di Ranieri di estendere l’ambito dell’ars notariae a tutto il campo delle scritture notarili.

Questa seconda opera di Ranieri, a lungo non conosciuta dagli storici del diritto, è stata pubblicata da Ludwig Wahrmund nel 1917, sulla base essenzialmente di due codici parigini. L’edizione ha reso evidente il ruolo fondamentale sostenuto da Ranieri nell’evoluzione di questo insegnamento e dello stesso notariato. L’Ars notariae, con la sua struttura articolata in contratti, atti giudiziari e di ultima volontà e con lo stringente raccordo tra teoria e pratica, si impose nella scuola e condizionò la normativa comunale. Le opere dei successivi maestri di notariato nello Studio bolognese, Salatiele, Rolandino, Zaccaria di Martino, presero avvio dalla sua impostazione: recepita, interpretata, modificata, ma sempre base delle loro argomentazioni. La tripartizione dell’Ars notariae di Ranieri fu accolta dal Comune: nel 1251 uno statuto stabilì che l’esame di notariato doveva accertare la conoscenza delle formule di contratti, atti giudiziari e ultime volontà.

Nella scuola, volta alla preparazione a questo esame, Ranieri continuò la sua attività di docente. Nel 1249 il Liber notariorum segnalò per la prima volta accanto ai candidati il nome del magister representator che garantiva della loro preparazione. E la formula usata, «magister R.», indica, a mio avviso, proprio la presenza di Ranieri.

Proseguì anche la sua attività di notaio, testimoniata da atti per i monasteri di S. Salvatore e S. Michele in Bosco e per i membri delle famiglie Denari, Lambertini, de Armanno, Tebaldi. L’ultimo documento noto, scritto di sua mano, è datato 31 dicembre 1253. Non fu l’ultimo impegno di Ranieri come notaio, poiché si sa che il 22 luglio 1254 rogò una quietanza per conferimento dotale, rimasta allo stato di imbreviatura.

Morì probabilmente nel 1255. Il 27 dicembre di tale anno le sue imbreviature risultano affidate al notaio Rainerio Zagni, citato come suo nipote.

 

Fonti e bibliografia:

 

Archivio di Stato di Bologna, Comune – Governo, Atti enti religiosi, b. 1, n.11; S. Francesco, b. 3/4135, n. 48; b. 5/4137, n. 10; b. 7/4139, nn. 10, 12; b. 335/5078, nn. 4, 5; S. Michele in Bosco, b. 2/2174, nn. 4, 11, 54; b. 3/2175, n. 12; S. Salvatore, b. 16/2463, n. 1; b. 52/2499, nn. 8, 11 bis; archivio Lambertini, b. 1, n. 9; archivio Montanari Bianchini, b. 223, n. 3; Rainerii de Perusio, Ars Notaria, a cura di A. Gaudenzi, Bologna 1890; Die Ars Notariae des Rainerius Perusinus, a cura di L. Wahrmund, in Quellen zur Geschichte des römisch-kanonischen Prozesses im Mittelalter, III, 2, Innsbruck 1917 (rist. Aalen 1962)Liber sive matricula notariorum comunis Bononie (1219-1299), a cura di R. Ferrara – V. Valentini, Roma 1980, pp. 8, 45-87, 119; Commissioni notarili. Registro (1235-1289), a cura di G. Tamba, in Studio bolognese e formazione del notariato, Milano 1992, pp. 383-446 (in partic. pp. 212, 237). Il notariato nella civiltà italiana. Biografie notarili dall’VIII al XX secolo, a cura del Consiglio nazionale del notariato, Milano 1961, pp. 475-477; G. Orlandelli, La scrittura da cartulario di R. da Perugia e la tradizione tabellionale bolognese, in Id., Il sindacato del podestà, Bologna 1963, pp. 131-168; Id., Genesi dell’“ars notariae” nel secolo XIII, StudMed 3 (1965), pp. 329-366; R. Ferrara, «Licentia exercendi» ed esame di notariato a Bologna nel secolo XIII, in Notariato medievale bolognese, II, Atti di un convegno (febbraio 1976), Roma 1977, pp. 47-120; G. Orlandelli, Documento e formulari bolognesi da Irnerio alla “Collectium contractuum” di Rolandino, in Actas del VII Congreso internacional de Diplomatica, II, Valencia 1989, pp. 1009-1036; R. Ferrara, La teorica delle “Publicationes” da R. da Perugia (1214) a Rolandino Passeggeri (1256)ibid., pp. 1053-1090; G. Tamba, Teoria e pratica della «commissione notarile» a Bologna nell’età comunale, Bologna 1991.