Paolo Diacono

di L. Capo, s.v. PAOLO Diacono, DBI 81 (2014).

 

 

Paolo Diacono. – La vita di Paolo è nota solo per tappe essenziali, senza tempi e nessi certi: pochi dati, presenti nelle sue opere e nel suo epitaffio, scritto dall’allievo Ilderico a Cassino (ed. D. LVI, N. XXXVI), sulla cui autenticità sono stati avanzati dubbi, ma non stringenti.

Paolo nacque a Cividale tra il 720 e il 730, da una famiglia longobarda che Ilderico (vv. 9-13) e lui stesso dicono nobile: il termine nobile indica uno status fluido, legato a un prestigio familiare di lunga data e a un buon livello economico, che Paolo, nel carme Verba tui famuli (D. X, N. XI), con cui chiede a Carlo Magno la liberazione del fratello Arechi, prigioniero in Francia dopo la rivolta del duca Rotgaudo del Friuli, considera «venuto meno» (v. 21) con l’esilio e la conseguente povertà. Nella Historia Langobardorum (HL), IV 37, egli traccia la propria genealogia: Leupchis, giunto in Italia con Alboino (568/569), Lopichis, Arechi e Warnefrit, che da Teodolinda ebbe Arechi e Paolo (e una figlia). Il numero delle generazioni è forse difettoso (Cammarosano, 1993), ma la saga su Lopichis prova l’importanza e la vitalità di una tradizione orale familiare di tipo storico, portatrice di valori morali e sociali caratterizzanti.

Il periodo friulano non durò forse molto, ma in esso Paolo compì studi di rilievo: nel carme Sensi cuius (D. XII, N. XIII) ammette, pur dicendo di non ricordarne più niente, di aver appreso qualcosa di greco e di ebraico in scolis, da puerulus, e dà la traduzione latina di un carme dell’Antologia Palatina (anche se non c’è traccia nella sua opera di conoscenze letterarie greche). Questi studi infantili devono essere stati condotti a Cividale, in vista di una carriera ecclesiastica o piuttosto di attività legate ai rapporti dell’area con il mondo greco e orientale. Niente prova un legame diretto con l’allora patriarca di Aquileia, Callisto, citato senza calore in HL VI 45 e 51, e nemmeno con il duca Pemmo e il figlio Ratchis, di cui Paolo parla bene, ma non in modo che suggerisca una sua appartenenza alla loro corte.

Presto – così Ilderico – sarebbe stato accolto nel palazzo regio per esservi allevato, e lì, in un secondo tempo sarebbe stato indirizzato allo studio della sacra sophia da re Ratchis (744-749): quindi i suoi studi e la sua personale carriera non erano fin dall’inizio volti alla Chiesa. A Pavia, che conosce benissimo, e alla corte regia, dove lui stesso dice di essere stato (HL II 28), Paolo ricevette la piena formazione: qui sviluppò le due valenze che si intravedono nel poco che sappiamo della sua infanzia: la memoria longobarda e la scuola.

Firenze, BML, Plut. 65, 35, f. 34r. Ritratto di Paolo Diacono.

La corte regia era il luogo che più di ogni altro conservava e plasmava una tradizione storico-politica di gens che Paolo raccoglierà nell’HL; al tempo stesso i re avevano da subito riconosciuto l’utilità della collaborazione culturale che l’ambiente italico offriva, volgendola sia a costruire strutture di governo, sia a nutrire e manifestare una loro specifica visione politica, incentrata sulla funzione regia, espressione e guida della società, e su una consapevolezza di sé radicata nel passato longobardo. Tale impostazione aveva già prodotto una legge scritta per il Regno (l’Editto di Rotari, 643), che ne era insieme un grande frutto e un rafforzamento, e una cultura cristiana e politica, che era nella fase più creativa quando Paolo giunse a corte, verso la fine del regno di Liutprando (712-744). Egli ne fu segnato in profondità: tutta la sua opera si sviluppa su tale cultura, che aveva coniugato autocoscienza longobarda e scuola latina in una visione propositiva, in cui lo studio era strumento per dare voce e indirizzo al presente, nella sua doppia radice. È del resto ormai nota l’importanza dell’età longobarda e delle corte (soprattutto quelle di Pavia e di Benevento, ducato quasi autonomo) per la valorizzazione degli studi di matrice tardoantica, che avevano più possibili sbocchi e un significato né elitario né classicista (Scivoletto, 1965; Capo, 1990; Villa, in Paolo Diacono… 2000 e Villa 2008).

A corte Paolo fu forse indirizzato a una carriera civile, con una formazione anche giuridica: mostra di conoscere il Corpus iuris di Giustiniano (HL I 25), cita tutti gli interventi normativi dei re longobardi, ha consultato più di un ms. delle leggi. La sua preparazione teologica non pare invece profonda: nell’HL. le sue affermazioni dottrinarie sono piuttosto sfocate, e non solo nel caso difficile dello scisma dei Tre Capitoli, su cui le fonti potevano confonderlo, ma anche in quello del monotelismo (VI 4). Se questa debolezza non è da attribuire, come è possibile, a una svalutazione cosciente della dottrina, che Paolo espone (VI 4, IV 42) ma non sembra ritenere discriminante per la salvezza, la non piena consistenza della sua teologia confermerebbe quanto dice Ilderico, per il quale la sacra sophia fu solo una seconda tappa nella sua formazione.

Deve essere stato comunque presso la Chiesa pavese (non risulta un suo ritorno ad Aquileia) che Paolo divenne diacono, titolo che gli è sempre attribuito, lasciando poi questa strada per farsi monaco a Cassino (huc), secondo Ilderico, che parla di una scelta compiuta mentre la fama della sua dottrina illustrava le genti settentrionali e la gloria del secolo lo arricchiva (vv. 23-29): dunque prima della caduta del Regno (774), perché il mondo che gli rendeva onore è nel testo quello longobardo, e di Carlo e della conquista franca non c’è menzione.

La conversio è del resto anche l’ultimo avvenimento citato da Ilderico, che si concentra poi sulle virtù monastiche di Paolo, tali che, grazie ai suoi exempla – non si parla di scienza – la comunità sacra cominciò a risplendere (vv. 30-31). L’affermazione esplicita dell’epitaffio a favore di una vera vocazione non ha avuto successo negli studi, che hanno per lo più posto la monacazione di Paolo in rapporto con un evento politico: il ritiro a Cassino di Ratchis (749, o 757, quando fu costretto a rientrarvi dopo il secondo breve periodo regio, in lotta con Desiderio), oppure la caduta del Regno, semmai vedendovi un’imposizione di Carlo per un suo presunto coinvolgimento nella rivolta del 776. È possibile eliminare le datazioni al tempo di Ratchis, perché Paolo, in HL V 6 dice di aver visto (conspeximus) prima di questa la basilica di S. Giovanni a Monza amministrata da preti indegni: doveva dunque stare ancora in area pavese al tempo di Desiderio. La monacazione dopo il 774 è in non facile accordo con l’epitaffio e i dati che lo dicono in rapporto con i duchi di Benevento fin dal 763, e l’esilio imposto da Carlo si basa solo sulla lettura, non vincolante, che Karl Neff ha dato del carme Angustae vitae (D. V, N. VIII), in cui Paolo scrive a un pater, che pare avergli chiesto dei versi, che non è appropriato alla sua nuova condizione comporre carmi e inseguire le Muse, che non vogliono strettoie e chiusure: niente infatti impedisce che tali strettoie fossero proprio quello che egli allora voleva, messe da parte le Muse.

Dunque, l’indicazione dell’epitaffio resta nella sua genericità preferibile, pur se è vero che Ilderico, nella sua ottica monastica, potrebbe voler accentuare la libertà della scelta di Paolo, tacendo possibili pressioni esterne, quali che fossero; non c’è però nulla che contrasti con la sua presentazione negli scritti di Paolo, anzi la sua vocazione appare serena e costante (Costambeys, in Paolo Diacono…, 2000). Il ridotto spazio che ha Benedetto nella sua Historia Romana (HR, XVI 20 e 22)scritta prima del 774, non esclude che fosse già monaco (così Crivellucci, prefazione all’ed. 1914p. XXXV, n. 3), perché comunque il poco che dice è significativo; e le formule di umiltà con cui la dedica ad Adelperga (Paulus exiguus et supplex), le stesse che usa quando è certo monaco, se non provano che lo fosse allora, di sicuro non provano il contrario.

Il carme Angustae vitae ci dice comunque che Paolo prima di farsi monaco aveva scritto dei versi, e che qualcuno li aveva apprezzati. In realtà la sua opera poetica precedente l’incontro con Carlo è assai scarna: l’epitaffio di una giovane nipote, uno dei suoi testi migliori (D. IX, N. X), i versi sul lago di Como (D. IV, N. I), forse scritti quando si era già accostato alla sacra sophia; due carmi su s. Benedetto, poi inseriti in HL I 26 (oppure scritti proprio per l’HL, e quindi assai più tardi: Smolak, in Paolo Diacono…, 2000); infine alcuni testi prodotti per i duchi di Benevento, Arechi II e Adelperga, figlia di Desiderio, tra cui potrebbe essere anche l’epitaffio di Ansa, moglie del re (D. VIII, N. IX), forse non un vero epitaffio, ma piuttosto un elogio scritto quando la regina era in vita. I versi di Paolo giustificano l’apprezzamento dei contemporanei e dei posteri perché uniscono a una buona fattura tecnica un gusto lessicale sobrio e sicuro e una notevole limpidezza formale. Ma un giudizio solido sulla poesia di Paolo e sul suo posto nella produzione altomedievale è prematuro: si tratta infatti di uno dei campi in cui gli studi stanno dando risultati più interessanti (v. Mastandrea – Stella in Paolo Diacono…, 2000); il suo stesso corpus poetico potrebbe essere più ampio di quanto ammesso da Neff, e comprendere testi significativi come l’inno al Battista (D. LIV); i carmi alfabetici sui buoni e cattivi sacerdoti (D. LI e LII); i versi sui vescovi di Metz (D. XXV, N. V).

È possibile che siano state queste qualità di uomo di scuola e di buon versificatore a raccomandarlo alla corte di Arechi, nominato duca da Desiderio nel 758; che Arechi fosse friulano è spesso detto negli studi, ma non è dimostrabile: la successiva storiografia del sud lo considera beneventano, e Paolo, nell’epitaffio per lui, lo dice stirpe ducum regumque satus (D. XXXIII, N. XXXV, v. 7), forse collegandolo alla dinastia ducale di Grimoaldo, che era stato anche re.

La prima prova di tali rapporti è il carme sulla cronologia del mondo, datato al 763 (D. I, N. II), che si chiude con la preghiera che Dio accolga tra i beati Arechi e la moglie, stirpe nata regia, cioè figlia di re. A questo primo scritto, connesso con la storia universale, segue una vera opera storica, l’HR, dedicata sempre ad Adelperga, madre ormai di tre figli (non citati nel carme del 763), lettrice avida e interessata alla cultura, «a imitazione» del marito, «che, nella nostra età, solo quasi tra i principi, tiene la palma della sapienza» (dedica: pp. 3-4).

Munich Bayerische Staatsbibliothek, Clm 29471, 1 (IX sec.), Paolo Diacono, Homiliarius – Fragmentum.

A lei Paolo, «sempre fautore della sua istruzione (elegantia)», aveva fatto leggere il Breviarium di storia romana di Eutropio, ma la duchessa lo aveva giudicato troppo scarno e senza collegamenti con la storia sacra. Paolo dunque glielo ripresenta integrato con questi raccordi, ampliato con notizie da altre opere e proseguito, in sei libri, fino alla vittoria di Giustiniano sui Goti (553), con la promessa di portarlo al tempo presente se avesse trovato le fonti (Mortensen, in Paolo Diacono…, 2000).

L’HR ha meriti di chiarezza, equilibrio, visione storica che le hanno assicurato un notevole successo, e soprattutto nelle epoche di maggior cultura latina, come il XII e il XV secolo; ma ci guida pure alla comprensione culturale e politica dell’ambiente per cui fu scritta, perché documenta un interesse verso la storia romana senza polemica né contrapposizione: Paolo usa Orosio, che scrive «contro i pagani», e quindi anche contro la storia antica di Roma, ma lo spoglia proprio di questo carattere di contrasto; al tempo stesso modifica la prospettiva di Eutropio: aggiungendo alcune pagine di notizie preromane inquadra la stessa vicenda di Roma in una storia italiana, in cui i Longobardi si sarebbero potuti inserire con naturalezza grazie alla condivisione con gli italici del territorio e dei valori pubblici civili.

Questo atteggiamento verso la storia romana non si conserva negli ultimi scritti di Paolo prima del suo viaggio in Francia, cioè nei versi per le costruzioni di Arechi a Salerno (palazzo e chiesa): una commissione importante e realizzata in forme solenni. Il testo principale, in esametri, l’Aemula Romuleis (D. VI, N. I V1), mostra due tematiche, una positiva, che pone questi carmi in continuità con l’HR, e una negativa, che invece li differenzia: da un lato si espone, in termini affini ai testi liutprandei, il felice rapporto tra Arechi e il suo popolo, distinto dall’origine diversa, ma unito nella responsabilità e nella cura del principe, detto «gloria della gente latina e culmine dei Bardi». Dall’altro appare una contrapposizione dura e netta tra la Roma antica, con i suoi splendori pagani, frutto delle rapine compiute in tutto il mondo, e la Salerno di Arechi, edificata da un potere davvero cristiano e in modo onesto. La storia dei Longobardi radicati in Italia, cristiani e civili, si pone dunque non in continuità bensì in contrasto con quella romana, rifiutata per il paganesimo e ancor più per l’imperialismo. Questa polemica è certo in rapporto con il carattere anti-longobardo dell’ambiziosa politica dei papi e le sue conseguenze: la caduta del Regno e l’apertura dell’Italia alle mire imperialistiche di Carlo (come le stesse fonti franche sentono la dilatazione del loro Regno con i Pipinidi).

Dunque l’HR, prodotto di un contesto sereno, fu scritta entro il 774 (o il 771, quando Carlo ripudiò la sorella di Adelperga: in sostanza già una dichiarazione di guerra), tra il 766-767 e il 771-774; il carme tra 774 e 781-782, quando Paolo partì per la Francia e avviò una conoscenza di quel mondo che rese più articolate anche le sue idee sull’operato del re.

Questi dati indicano una presenza, plausibilmente continuativa, di Paolo al sud tra il 763 e il 781-782. La collaborazione con i duchi non esclude l’appartenenza a Cassino, perché non impone che egli vivesse a corte, ma solo che avesse dei rapporti con i duchi, coltivabili tramite visite occasionali o intermediari; e il numero di testi usati nell’HR potrebbe meglio spiegarsi con l’uso delle biblioteche sia dell’abbazia che della corte. Un periodo così lungo giustifica il ruolo fondamentale per Cassino che gli attribuisce l’epitaffio e sia in termini culturali gli riconoscono gli studiosi del cenobio, legando in buona misura al suo apporto e alla sua scuola il fatto che l’abbazia, ricostruita solo nella prima metà del secolo VIII su basi modeste, sia presto diventata uno dei maggiori centri della cultura monastica occidentale. La sua fama di maestro è del resto sicura: il vescovo di Napoli Stefano (766/67-799) invia chierici a studiare da lui (Paulo lęvitae) a Cassino (Gesta Episcoporum Neapolitanorum = GEN, 42, p. 425); e papa Adriano I in una lettera parla di «Paolo grammatico» (Codex Carolinus = CC, 89, p. 626, aa. 784-791).

Nel 781-782 la vita di Paolo ebbe una svolta: per ragioni non note, forse per una serie di circostanze favorevoli (l’abate era dal 778 un franco, Teudemaro; a Cassino, prima del 780, era stato per qualche tempo un cugino di Carlo, Adalardo, poi abate di Corbie, di cui Paolo fu amico; nell’aprile 781 il re era venuto in Italia, per regolare con il papa dei contenziosi territoriali, ma anche reclutare eruditi per la sua corte), Paolo decise di chiedere al re la grazia per il fratello, forse dopo un incontro di persona a Roma (Goffart, 1988, p. 341), e ottenne da Teudemaro il permesso di recarsi in Francia. Lì trovò ospitalità presso un abate – non ne fa il nome, ma ne ricorda i meriti nella lettera a Teudemaro (Pauli ep. 10) – e fece avere al re il già citato carme di supplica (Verba tui famuli), datato alla primavera 782. Il carme, poeticamente efficace, umile e dignitoso, in cui Paolo riconosce la giustizia della punizione e insieme, assumendosi – lui e tutta la famiglia – una responsabilità che non avevano, invita il re a una misericordia altrettanto giusta, ottenne il suo scopo (forse anche a favore di altri: all’abate egli parla dei «miei prigionieri», al plurale), ma con modalità e tempi non noti. La lettera a Teudemaro, del gennaio 783, mostra che la grazia non era ancora stata concessa e che Paolo, pur trattato benevolmente, si sentiva come in carcere al palazzo; ma già la presuppone lo scambio di versi con Carlo (Paule, sub umbroso Sic ego suscepi: D. XIII-XIV, N. XXI-XXII), scritto entro il 30 aprile 783, data di morte della regina Ildegarda, citata come vivente in un altro carme dello stesso momento (Cynthius occiduas: D. XVII, N. XVIII). In Francia egli fu spesso alla corte (itinerante) di Carlo, pur non vivendo al suo interno, in rapporto con i dotti che la frequentavano – in particolare con Pietro da Pisa, anche lui grammatico, maestro personale e portavoce in versi di Carlo (che cercava di imparare a leggere e scrivere il latino) – coinvolto in giochi letterari, come gli indovinelli in versi, e in un’atmosfera di entusiasmo e di convinzione di attuare una vera rinascita culturale con cui faticava a entrare in sintonia.

Wolfenbüttel, Herzog-August-Bibliothek, Cod. 45 M I 496 (XI sec.). Paolo Diacono, Historia Langobardorum, III 15-19.

Lo mostrano i primi due carmi scambiati con Pietro, cioè con Carlo (D. XI-XII, N. XII-XIII), scritti prima della grazia: Pietro esalta senza misura le capacità letterarie e la cultura di Paolo, chiedendogli di insegnare il greco ai chierici da inviare a Bisanzio con la figlia del re, promessa sposa all’imperatore. Paolo risponde con un carme (Sensi cuius) in cui, pur dicendo di capire benissimo da chi gli vengono i versi, respinge quasi con violenza le lodi, sentite come un’irrisione, proclama la propria ignoranza delle lingue, prende le distanze dai grandi autori dell’antichità cui era stato paragonato, che arriva ad assimilare a cani (perché, non cristiani, seguivano piste sbagliate), e afferma di ritenere le lettere solo un mezzo per guadagnarsi da vivere e di non avere altro da offrire al re che il suo amore. Il carme denuncia con chiarezza l’estraneità iniziale di Paolo rispetto al clima di corte, ma la gratitudine dovette aiutarlo ad abituarsi ai suoi riti e ancor più a capire qualcosa delle potenzialità della creazione politica di Carlo: di fatto Paolo, trattenuto in Francia dallo stesso favore del re, cominciò a collaborare ai suoi progetti, che erano culturali e non solo. Il cambiamento, graduale, ma chiaro, del suo giudizio sul re e la sua azione (Gandino, in Paolo Diacono e il Friuli…, 2001) significò per Paolo una pacificazione intima nei confronti della storia e una disposizione dello spirito utile per conoscere, sperimentare, imparare da un mondo diverso, così che il soggiorno in Francia finì per costituire per lui un notevole accrescimento umano e culturale, messo poi a frutto nell’HL.

Lì Paolo lesse e portò poi con sé a Cassino i Libri Historiarum (LH) di Gregorio di Tours, fondamento della sua conoscenza del VI secolo, nella rara versione integrale in dieci libri (Bourgain, 2004, p. 154); probabilmente lo stesso fece con l’Historia ecclesiastica gentis Anglorum (HEGA) di Beda, che sarà per l’HL fonte di notizie, modello compositivo e stimolo a riflettere sulle finalità della scrittura di una storia nazionale. Forse lesse anche la cronaca, di taglio politico e larghissimo orizzonte, del cosiddetto Fredegario, scritta in ambito burgundo a metà VII secolo: diversi tratti e vicende sono comuni alle due opere, ma le differenze sono troppo forti per pensare che Paolo l’avesse con sé mentre scriveva. Trovò a corte pure una copia della Naturalis Historia (NH) di Plinio il Vecchio più ampia di quella che aveva scrivendo l’HR (lì ne ricavò un solo, ma certo, passo: HR III 7, da NH VII 3, 35). Non solo Paolo nell’HL usa e cita Plinio (I 2), ma riempie con glosse tratte dalla NH il proprio ms. delle Etymologiae di Isidoro (Villa 1984). E molte note vi aggiunge dai glossari anglosassoni – in origine sussidi per la comprensione della Bibbia, diventati poi lessici bilingui a sé stanti (Lendinara, in Paolo Diacono…, 2000) – che dovette conoscere sempre a corte.

Dunque Paolo trovò in Francia testi utili per riprendere l’antico progetto di proseguire l’HR, ma anche ragioni e stimoli nuovi per ripensarlo. E in Francia fu coinvolto in una più intensa attività di scrittura, con molte richieste di lavori, in parte compiuti lì, in parte svolti o terminati dopo il suo ritorno a Cassino.

In primis gli epitaffi in versi: un genere tardoantico e cristiano, attestato in Burgundia fino alla prima metà del VII secolo e poi venuto meno in tutto l’ambito gallico; proseguito invece in Italia e anzi diventato per i re e l’aristocrazia uno strumento privilegiato di comunicazione ideologica, e per i pellegrini diretti a Roma, ormai numerosi, un oggetto di particolare interesse, come provano le loro raccolte di iscrizioni, datate a partire dall’VIII secolo (De Rubeis, in Paolo Diacono…, 2000). In Francia Paolo fu considerato lo specialista del genere. L’abate Apro di Poitiers, dove era andato a pregare, gli chiese un epitaffio per il vescovo e poeta Venanzio Fortunato, che Paolo poi copiò in HL II, 13 perché i concittadini del veneto Venanzio non ignorassero tutto de tanto viro; e soprattutto glieli chiese Carlo, per cinque donne della sua famiglia sepolte nell’oratorio di S. Arnolfo a Metz (D. XX-XXIV, N. XXIV-XXVIII), tra cui la moglie Ildegarda e due figlie molto piccole, per le quali Paolo riuscì a scrivere versi delicati. Il rapporto con il re era dunque diventato più stretto, e Carlo non solo stimava, ma sentiva vicino il suo ospite (e vero calore d’affetto mostrano i carmi che Carlo invierà a lui, o a lui e a Pietro dopo il loro rientro in Italia: D. XXXV-XXXVIII, N. XXXIII-XXXIV e XXXVIII).

Per uno degli uomini più autorevoli del Regno, Angilramno, vescovo di Metz e dal 784 capo della cappella palatina, Paolo scrisse nel 784 il Liber de episcopis Mettensibus Gesta episcoporum Mettensium, in parte modellato sul Liber Pontificalis (LP) papale, che Paolo aveva già usato nell’HR e che del resto era stato diffuso in Francia dai papi stessi, almeno da metà secolo VIII: l’interesse per il LP è in rapporto con la volontà di armonizzare la cultura ecclesiastica franca con quella romana che i Pipinidi mostrarono prestissimo, senza per questo arrivare mai a una accettazione totale e acritica, né in campo liturgico (Hen, in Paolo Diacono…, 2000), né in campo dottrinario.

Lo stesso Liber di Paolo è solo in piccola parte imitazione del modello romano, e ha forme e ragioni diverse, che riguardano l’idea di sé della Chiesa di Metz, apostolica e legata alla dinastia pipinide, e l’immagine pubblica della dinastia stessa. Di quest’ultima Paolo espone la genealogia, in cui si incontrano il piano della storia e quello della provvidenza, il tempo antichissimo e il futuro, grazie all’origine troiana e ai rapporti con la Chiesa di Metz (dati dalla figura chiave di Arnolfo, vescovo di Metz e capostipite della famiglia), e con la funzione regia, di cui i Pipinidi erano stati tutori e poi detentori benedetti da Dio. Le diverse interpretazioni proposte (Goffart, 1986; Sot, in Paolo Diacono…, 2000; Kempf, 2004) mostrano tutte l’importanza di questa operetta, di diffusione modesta (pochi testimoni, solo di ambito lorenese: Chiesa – Stella, 2005, pp. 495 s.), ma pensata per dotare Chiesa e dinastia di una lettura del passato unitaria, funzionale al presente e al futuro. Per un progetto così ambizioso Angilramno ricorse a Paolo – che doveva conoscere di persona (dal Liber Paolo risulta essere stato a Metz, forse dopo la morte di Ildegarda) – plausibilmente contando che i suoi meriti letterari e la sua estraneità all’ambiente garantissero una esecuzione fedele ed efficace; da parte sua Paolo ha sottolineato il suo ruolo di letterato inserendo nel Liber gli epitaffi che aveva composto per il re. Ma ha anche espresso un’idea propria – pur se certo non in contrasto con il committente – e cioè che Carlo, conquistando il Regno Longobardo, ne avesse rilevato pure il progetto politico: l’unificazione dell’Italia e la «responsabilità nei confronti dei Romani, incubo dei papi dell’VIII secolo» (Gandino, 2008, p. 377). In effetti nel Liber la grandezza politica di Roma è tutta al passato, e con la vittoria del 774 Carlo ha posto sotto di sé sia il Regno sia Roma; concetti riaffermati in HL, II, 16 (Roma olim totius mundi caput)e nella dedica al re dell’Epitome di Festo (Pauli ep. 11civitatis vestrae Romuleae). Sul piano politico i papi non esistono: Paolo ne ignora le pretese territoriali, non cita mai i loro interventi in ambito urbano, che sono anche un’espressione di potere e riempiono le pagine del LP (unica eccezione il lastricato dell’atrio di S. Pietro, opera di papa Dono, che ricorda a V 31, aggiungendo al LP la nota che i marmi erano candidi: plausibile indizio del fatto che almeno una volta a Roma c’è stato), e soprattutto allude ai papi che si erano impegnati a produrre la rovina del Regno Longobardo e insieme il proprio dominio temporale, denunciandoli, in maniera indiretta ma chiarissima, come non innocenti, non timorati di Dio, colpevoli di essersi «immischiati nella morte» di cristiani (HL IV 29). Dunque il Liber è per Paolo anche lo stimolo a una riflessione sulla fine del Regno e l’intervento di Carlo in Italia: diversa, ma non in tutto, rispetto a quella sottesa al carme Aemula Romuleis.

Al periodo franco possono risalire altre opere, non datate, come l’Expositio Artis Donati, plausibilmente scritta in Francia perché usa grammatiche insulari (Law, 1994), e nota da un unico ms. di Lorsch: Paolo però ne aveva un esemplare con sé, perché la utilizzerà Ilderico per la sua Ars grammatica, in cui figura anche la suddivisione dell’oratio in sette parti presente in una delle glosse paoline a Isidoro (Dell’Omo, 2004). Sembra di questi anni pure la copia, parzialmente rivista, della raccolta di cinquantaquattro lettere di Gregorio Magno, detta Collectio Pauli (P), ma non composta da lui, che ne ha solo curato una trascrizione per Adalardo di Corbie: anzi, la collezione era certo presente in ambito franco, perché Paolo invita l’amico a confrontare i passi corrotti con un esemplare migliore «se ne avrà l’occasione» (cosa che poi Adalardo farà: Dobiaš-Roždestvensky, 1930, pp. 138 s., che identifica con quello di Paolo il ms. Sankt-Peterburg, Publičnaja Biblioteka F. v. I. 7, fine secolo VIII, da Corbie; più incerta è l’autografia delle prime dodici righe della lettera e di alcune correzioni al testo: Hoffmann, 2001, pp. 17-19).

Secondo Dobiaš (1931-1933) il lavoro sarebbe stato fatto in Friuli, dove Paolo si sarebbe recato tornando dalla Francia, ma, anche se i copisti fossero dell’Italia del nord (ne dubita E.A. Lowe, Codices Latini Antiquiores, XI, Oxford 1966, p. 6 n. 1603), è più probabile che essi abbiano operato in Francia: non ha attestazioni in Italia, come non ne ha un ritorno di Paolo in Friuli. La lettera non parla di un rientro in Italia, mentre cita un viaggio l’estate precedente dalle parti di Corbie, in cui Paolo aveva sperato di vedere l’amico, e spiega il ritardo del lavoro con una malattia durata da settembre a Natale e con la povertà (pauper et cui desunt librarii): povertà non plausibile a corte, a Cassino e forse pure a Cividale, assai meno se era ospite di qualche monastero. La copia pare dunque essere stata fatta in Francia, dove Paolo deve aver trovato un codice della raccolta, che Adalardo non aveva o sperava di avere in una veste migliore se l’amico ne avesse curato l’edizione. Ma Paolo ha qui potuto fare poco, correggendo solo le sviste evidenti e segnando con una Z i passi da emendare: per apprezzare le sue qualità di editore di testi bisogna vedere piuttosto la glossa grammaticale alla Regula di Benedetto, che accompagna la copia fedele, chiesta da Carlo, del presunto autografo del santo (glossa in apparato all’ed. de Vogüé – Neufville della Regula, che conferma non suo un Commento alla Regola, basato su un testo interpolato, a lungo attribuitogli).

Ma il rapporto di Paolo con le lettere di Gregorio e le loro raccolte non si limita a questo. Nell’HL egli riprende da P un solo scritto, però importante: l’ep. V 6, da cui ricava la prova dell’innocenza di Gregorio (e della colpevolezza dei papi del proprio tempo); è verosimile che si sia copiato in Francia almeno la lunga frase che poi ha citato in HL IV 29, con differenze minime. Lo stesso deve aver fatto, evidentemente già pensando di scrivere l’HL, con tre lettere a tema longobardo (al re Agilulfo, alla regina Teodolinda, ad Arechi I di Benevento: HL IV 9 e 19), che prende da un’altra collezione, quella di duecento epistole, che ha una scarna tradizione, solo di area tedesca. Ha infine conosciuto anche la più ampia delle raccolte antiche, quella inviata da Adriano I a Carlo in data ignota, l’unica che abbia l’ep. I, 42, da cui attinge (secundum Gregorium) una glossa sul moggio (ed. Whatmough, p. 159, n. 16; Villa, 1984, p. 75). È dunque stato forte il suo interesse per gli scritti di Gregorio legati alla pratica amministrativa e alla realtà politica; ma non è su di essi che Paolo costruisce l’opera che gli dedica, la Vita Gregorii, evidentemente perché, come scrive ad Adalardo, giudica le lettere un materiale non adatto a tutti, propter aliqua, quae in eis minus idoneos latere magis quam scire convenit (Pauli ep. 12, pp. 508 s.); e infatti la Vita le usa solo in un paio di passi e si fonda invece su testi in cui non c’è niente che possa essere frainteso da un pubblico non preparato.

La Vita, che in HL III, 24 Paolo dice composta qualche anno prima, e che non può precedere (ma può seguire) il periodo franco, perché usa fonti conosciute allora, trasmette un messaggio chiaro e, pur costruita quasi per intero su scritti altrui (LH, HEGA; Gregorio Magno: Regula Pastoralis, Homiliae in Ezechielem, Dialogi, Moralia), ha una precisa personalità. Essa ebbe una buona diffusione (90 mss. censiti), accresciuta dopo che, alla fine del IX secolo, vi furono aggiunti i miracoli. Nella Vita il grande papa è tale non per i fatti che ha compiuto (e solo l’evangelizzazione degli Angli risulta qui una sua scelta), ma perché è stato fino in fondo un maestro di vita cristiana, vigilante in primo luogo su se stesso e costantemente impegnato per la salvezza spirituale dei suoi figli; perché è riuscito a passare indenne attraverso la storia, esercitando l’ecclesiasticum regimen senza farsi coinvolgere da ragioni profane; perché ha usato una cultura già straordinaria al suo tempo, per esprimere i concetti più elevati facendosi comprendere da tanti. Il testo è dunque un invito a riflettere sulle virtù di un papa che non ha cercato la gloria del mondo (e non si è immischiato nella morte di cristiani, come dirà nell’HL), ma ha la sua gloria nell’essere stato cristiano in prima persona e nell’essersi in molti modi adoperato perché lo fossero anche gli altri; ed è una dichiarazione di amore per lo studio e la scrittura, che permette che la memoria di un uomo sopravviva alla sua morte e soprattutto sopravviva l’utilità di ciò che ha pensato e scritto. Non pare da escludere per la Vita un contesto cassinese, liturgico o di scuola.

Il ritorno di Paolo avvenne non oltre l’autunno 786, quando Carlo stesso, finalmente in pace su ogni fronte – così gli Annales Regni Francorum, pp. 72 s. – partì per sistemare causas italicas e a Natale era già a Firenze: se la lettera di Adriano sul sacramentario richiesto iam pridem da Carlo tramite Paulus grammaticus (CC 89) si riferisce a lui, Paolo si recò a Roma indipendentemente dal re; e poiché sembra che nel 784 scrivesse il Liber e non fosse sulla via del ritorno, la copia per Adalardo dovrebbe essere stata fatta nel 785, in Francia, ma non a corte. Paolo non può avere avuto la licenza regia, indispensabile per partire, prima del Natale di quell’anno, che Carlo passò in Sassonia, dove è da escludere egli andasse: è probabile quindi che sia partito nella primavera 786, passando forse da Roma per il sacramentario.

Tornato a Cassino, Paolo non interruppe i rapporti con Carlo né il lavoro per lui: anzi il suo maggiore contributo agli sforzi del re per la correctio della vita religiosa fu compiuto dopo il suo rientro. Si tratta dell’Homiliarius per l’ufficio notturno, inviato da Carlo a tutte le chiese dei suoi domini (Capitularia I 30, pp. 80 s., aa. 786-800). Paolo lo accompagnò con una dedica (D. XXXIV, N. XXXII) scritta a Cassino (si dice aiutato dai meriti di s. Benedetto e dell’abate: vv. 7-9), ma l’opera deve essere stata iniziata in Francia, come suggerisce il largo uso di omelie di Beda. Carlo gli aveva chiesto non solo di correggere i lezionari precedenti dagli «infiniti errori» dovuti all’imperizia di copisti, ma di percorrere catholicorum patrum dicta e scegliere quaeque essent utilia, quasi sertum: compito che Paolo, volendo devote parere, aveva pienamente assolto. A questa fiducia del re nelle sue capacità di giudizio Paolo rispose con un lavoro personale e abbastanza innovativo.

Su propria iniziativa e plausibilmente da Cassino, Paolo inviò al re l’epitome dell’opera antiquaria di Sesto Pompeo Festo, a sua volta epitome del de Verborum significatione di Verrio Flacco (I secolo d.C.), con cui gli offriva un patrimonio di notizie riguardanti soprattutto la città di Roma, ora diventata sua.

Il dono, di scarsa utilità pratica, è forse significativo sul piano politico-culturale, perché la consapevolezza della profondità del tempo storico che stimola aveva avuto il suo peso nell’incontro tra longobardi e italici; è possibile quindi che Paolo intendesse così favorire l’assimilazione dell’orizzonte culturale italiano da parte dei franchi: un’ottica in cui anche l’HL potrebbe in parte rientrare.

Paolo tornò a Cassino in un momento politico difficile, durante la crisi dei rapporti tra Carlo e Benevento prima e dopo la morte di Arechi (26 ag. 787), e forse vi ricoprì un ruolo, come persona stimata da tutti, indirizzando il confronto verso il riconoscimento della sovranità franca da parte del duca e una sua sostanziale autonomia di governo. Di questo non ci sono prove dirette, ma nell’epitaffio per Arechi Paolo esprime chiaramente la sua vicinanza alla vedova del duca e il rimprovero alla Gallia dura che trattiene in ostaggio il figlio superstite, Grimoaldo (vv. 39-44); e Carlo in effetti lo rinviò in patria (nonostante il papa accusasse Benevento di trame con Bisanzio per rimettere sul trono l’esule Adelchi, figlio di Desiderio: CC 80, 82-84), ottenendo del resto che Grimoaldo respingesse Adelchi e le forze imperiali (788).

Da parte sua Paolo nell’HL non presenta mai il ducato come una realtà indipendente dal Regno e tratteggia i suoi rapporti con i re nel senso dell’accordo del 787: un buon grado di autonomia, entro una sovranità riconosciuta e un rispetto reciproco.

A Cassino prese infine forma l’idea dell’HL, così a lungo maturata.

Si tratta di un lavoro essenziale per la nostra conoscenza dell’età longobarda e di un testo letterario di qualità, scritto in un latino colto, ma fluido e naturale, e anche per questo letto e copiato tante volte nell’Europa latina (almeno 115 i mss. rimasti, oltre a quelli di cui abbiamo notizia tramite autori che l’hanno usato: Pohl, 1994; Pani, in Paolo Diacono…, 2000); e un’opera complessa, oggetto di molte interpretazioni, di cui non si potrà rendere pienamente conto qui, limitandoci ad alcune osservazioni.

I dati certi che abbiamo sull’HL sono pochi: fu redatta a Cassino, dove Paolo dice di star scrivendo sia nel I libro (26) che nell’ultimo (VI, 2 e 40), e dopo il soggiorno in Francia, esperienza ricordata come conclusa a I, 5 e altrove.

Il testo ebbe immediata fortuna, in particolare nell’Italia settentrionale, da cui provengono tutti i nostri più antichi mss.: un dato che ha nutrito l’ipotesi (McKitterick, in Paolo Diacono…, 2000 e 2004) che l’opera sia stata scritta nel Regno Italico, su impulso di Carlo e di Pipino re d’Italia, per facilitare la conoscenza e la comprensione reciproca di Franchi e Longobardi. L’idea ha un’utilità e un senso: è plausibile un interesse franco verso l’HL e sono reali l’attenzione di Paolo alla prospettiva carolingia e la sua accettazione del Regno Franco in Italia. Ma ciò non può portare a cancellare altre sicure ragioni del testo né le indicazioni che l’autore stesso dà sui tempi e luoghi della sua scrittura. La diffusione dell’HL al nord si spiegherà con i rapporti di Cassino con l’Italia tutta, la fama personale di Paolo e l’interesse che per una storia che riguardava in primo luogo il Regno Longobardo poteva nutrire non solo la corte franca, ma anche la popolazione del Regno. È del resto falso che l’HL non circolasse subito pure nel centro-sud, come è già stato rilevato (Chiesa, 2001; Pohl, 2010). Sebbene manchino mss. antichi, le molte e antiche attestazioni d’uso provano l’importanza dell’HL per la cultura storica dell’area e il suo irraggiamento da Cassino, da dove è certo giunta a Napoli la copia usata dai GEN agli inizi del IX secolo, e dove, nello stesso secolo, il testo è stato citato e proseguito in più forme, mentre nel X è stato modello del Chronicon Salernitanum, fonte dell’Historia miscella di Landolfo Sagace e compare in un inventario di Farfa (Chronicon Farfense, I, p. 326).

Per i tempi di scrittura, sappiamo che il I libro fu composto entro il 796, perché a I 26 Paolo sembra ignorare la fine del Regno Avaro, distrutto allora da Pipino (Pohl, 1994, p. 376); ma tale termine può non valere per tutta l’opera, che avrà preso molto tempo, né ci dice niente sul suo avvio, che non è detto seguisse subito il rientro a Cassino: quindi il contesto storico-politico in cui l’HL fu scritta non può essere meglio precisato.

Ciò rende più difficile metterla in stretto rapporto con i duchi di Benevento (Krüger, 1981; Goffart, 1988), dall’orientamento politico allora mutevole, ipotesi comunque basata sulla sopravvalutazione dello schema e della struttura del testo, che non sono gli unici elementi validi per capire le intenzioni e le ragioni di un’opera storiografica, scritto volontario e consapevole in ogni sua parte. Dubbio è anche il punto finale previsto da Paolo: l’HL manca di dedica, prologo, epilogo, è meno curata linguisticamente negli ultimi libri, non giunge alla caduta del Regno indipendente né al tempo della sua scrittura, ma solo alla morte di Liutprando (744), di cui l’ultimo capitolo (VI, 58) traccia un grande ritratto. I dati formali fanno pensare a un’opera non licenziata dall’autore (Chiesa, in Paolo Diacono e il Friuli…, 2001), pur se la veste grammaticale e ortografica poco corretta, che ha l’intero testo nei mss. più antichi, potrebbe rinviare a una sua scelta di pubblico più ampio e meno colto (Pohl, 1994, p. 390). Si può escludere che Paolo si sia fermato per non narrare la fine del Regno, troppo dolorosa e negativa (così il cassinese Erchemperto, cap. 1, e Vinay, 1978, pp. 127-129), perché su di essa aveva già espresso con molta chiarezza il suo giudizio, sia per le responsabilità longobarde (V 6), sia per quelle dei papi (IV 29). E non è prova sicura della volontà di terminare al 744 l’osservazione, più volte fatta, che la conclusione dell’ultimo libro sulla morte di Liutprando è in netto contrasto con quanto fatto fino allora da Paolo, che aveva sempre suddiviso su due libri i regni dei maggiori sovrani, usandoli come ponti tra le scansioni della storia scritta, perché il contrasto è logico, dato che Paolo riteneva che dopo Liutprando il regno avesse preso una piega degenerativa, che l’avrebbe portato alla perditio (V 6): la fine del libro sulla sua morte marca con forza questa cesura, tra un prima presentato in luce positiva, e un poi che non può più esserlo. Anche il cenno nell’ultimo capitolo a miracoli compiuti dal vescovo pavese Pietro posteriori tempore (cioè dopo il 744), che Paolo dice porrà in loco proprio, fa propendere per una prevista prosecuzione dell’HL, sia per l’imprecisione inusuale del riferimento a un’altra opera, sia per la non plausibilità intrinseca di tale opera, che sembra dovesse essere agiografica.

Chiarissima è invece l’impostazione di questa storia, molto diversa da quanto Paolo pensava scrivendo l’HR. Non si tratta più di una storia d’Italia, in cui i Longobardi, nel VI secolo, si sarebbero inseriti, ma di una storia della gens, dalle sue mitiche origini scandinave fino alla creazione e allo sviluppo del suo regno felice. Questo percorso è parte di un quadro storico vastissimo e coerente, che va oltre la necessità dei rapporti con i protagonisti (spesso assenti) ed è ricostruito attraverso fonti esterne, mentre la vicenda centrale è delineata soprattutto sulla base di fonti longobarde, in gran parte orali, che Paolo tratta con lo stesso rispetto e la stessa critica che ha per quelle scritte. Grazie a questi materiali e alla prospettiva storica con cui si pone nei loro confronti – maggior distacco verso quelli più antichi, maggior sintonia verso i più recenti – Paolo viene disegnando una storia anche culturale dei Longobardi: un risultato unico nella storiografia dei regni romano-germanici. Ciò non significa una storia autentica e oggettiva, perché è certo che essa è interpretata e rivista secondo le personali idee e convinzioni maturate da Paolo, che ricostruisce, giudica e commenta le vicende del passato. Non è però nemmeno arbitraria o legata solo alle sue personali ragioni e finalità (o a quelle dei suoi committenti), perché si dimostra coerente non solo con la cultura e l’ideologia regie, che hanno lasciato fonti dirette di cui l’HL può essere considerata l’organizzazione in un racconto storico, ma anche con i sentimenti, i valori e le pratiche sociali che a vari livelli appaiono nelle fonti a noi giunte da questo mondo. Di esso Paolo è effettivo testimone, e la sua opera si articola su un patrimonio di idee, in particolare politiche, che è longobardo e che non è affatto rinnegato né travestito alla ‘moda franca’ (la funzione prevale sulla dinastia, il rapporto della Chiesa con il potere pubblico, tipico del mondo franco, è quasi assente, il modello storiografico è longobardo: Capo, in Paolo Diacono…, 2000; del resto analoga indipendenza Paolo mostra in altre materie rilevanti: è il caso dell’iconoclastia, contro cui a VI, 49 prende una posizione netta, non in sintonia con Carlo: Heath, 2013, n. 678). Con l’HL Paolo ha dunque inteso ‘conservare’ i Longobardi, in primo luogo a loro stessi (e così l’HL è stata recepita dalla successiva tradizione longobarda), e ha reso a loro favore una testimonianza che la bella forma latina destinava a contrastare per sempre l’immagine nera tracciata dalla propaganda papale. Ma già questo ci dice che il pubblico cui pensava non era solo longobardo. Accanto e attraverso il percorso dei protagonisti, Paolo dà legittimazione storica a tutti gli altri attori (Impero bizantino compreso; esclusi i soli Saraceni, resi incompatibili dalla diversa e contrapposta religione) di questi secoli turbinosi, ma fondativi in cui si consuma il modello politico antico per far posto a organismi politici diversi, ognuno con una propria vicenda, ma tutti con una sostanziale affinità, data dalla somiglianza dei problemi di fondo affrontati: quelli della costruzione di una convivenza proficua tra genti di origini e storie diverse e di una configurazione stabile delle nuove società. L’HL. prende atto di questo grande processo e disegna una storia che è realtà e conquista di tutti (e anche per questo ha avuto un successo generale: Pohl, 1994 e Pohl, in Paolo Diacono…, 2000).

A capire ed esprimere questi caratteri comuni Paolo giungeva da più strade: la sua formazione culturale, che favoriva la molteplicità e non l’univocità perché orientata sulla curiosità verso le cose umane e su un’idea di erudizione come mezzo attivo di comprensione e comunicazione tra le genti; il suo soggiorno in ambito franco, che lo aveva portato a conoscere altre storie e altre esperienze, a comprendere l’affinità dei diversi percorsi, e quindi anche la possibilità, forse l’utilità, della loro confluenza in un unico insieme, che sapesse riconoscere e rispettare le particolarità e i risultati di ciascuna; la fede cristiana, cui tutte le gentes erano o sarebbero giunte (I, 4), che gli dava la certezza dell’unità di storia e destino del genere umano, aiutando a vedere gli elementi che uniscono come ad apprezzare ciò che distingue e non divide. A questa unità risponde anche la sua interpretazione complessiva della vicenda longobarda, esemplare del rapporto con Dio e con la storia degli uomini, che la costruiscono con le proprie mani, meritando di averla finché ascoltano Dio, meritando di perderla, quando – come i Longobardi degli ultimi tempi – permettono che la loro fede degeneri.

Paolo morì il 13 aprile o il 21 luglio (cfr. necrologi cassinesi) di uno degli ultimi anni del secolo VIII: solo convenzionale è la data del 799, scelta perché nella sua opera non c’è traccia dell’incoronazione imperiale di Carlo, avvenuta nel Natale dell’800.

 

Opere. Carmi: Pauli et Petri Diaconorum carmina, in MGHPoetae latini aevi Carolini, a cura di E. Dümmler, I, Berolini 1881, pp. 27-80; Die Gedichte des Paulus Diaconus. Kritische und erklärende Ausgabe, a cura di K. Neff, München 1908 (ed. N); Epistole: Pauli Diaconi epistolae, in MGH, Epistolae, IV, a cura di E. Dümmler, Berolini 1895, pp. 506-516. Epitome di Festo: Sexti Pompei Festi de verborum significatu quae supersunt cum Pauli epitome, a cura di W.M. Lindsay, Lipsiae 1913, pp. 1-520; Expositio Artis Donati seu Incipit Ars Donati quam Paulus Diaconus exposuit, a cura di M.F. Buffa Giolito, Genova 1990; Glossa alla RegulaLa Règle de st. Benoît, a cura di A. de Vogüé – J. Neufville, in Sources Chrétiennes, 181-186 bis, Paris 1972-77 (in apparato); Glosse a Isidoro: Scholia in Isidori Etymologias Vallicel-liana, a cura di J. Whatmough, in Archivum Latinitatis Medii Aevi, II (1925-1926), pp. 57-75, 134-16; Historia Langobardorum, a cura di L. Bethmann – G. Waitz, in MGH, Scriptores rerum Langobardicarum et Italicarum saec. VI-IX, Hannoverae 1878, pp. 12-187 (revisione, con traduzione e commento: Paolo Diacono, Storia dei Longobardi, a cura di L. Capo, Milano 1992); Historia Romana: a cura di A. Crivellucci, in Fonti per la Storia d’Italia, 51, Roma 1914; Homiliarius, a cura di J.-P. Migne, Patrologiae cursus completus, series latina, XCV, Parisiis 1861, coll. 1159-1566; Liber de episcopis Mettensibus (Gesta episcoporum Mettensium), a cura di G.H. Pertz, in MGH, Scriptores, II, Hannoverae 1829, pp. 260-268; nuova ed. a cura di D. Kempf, Paris 2013.

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Saranno qui citati solo gli studi essenziali e quelli cui ci si riferisce nel testo. Fino al 2001 un’ampia rassegna è data dalla voce Paulus Diaconus, in Repertorium Fontium Historiae Medii Aevi, VIII/4, Romae 2001, pp. 521-527; O. Dobiaš-Roždestvensky, La main de Paul Diacre sur un codex du VIIIe siècle envoyé à Adhalard, in Memorie storiche Forogiuliesi, XXV (1930), pp. 129-143; Ead., Itinéraire de Paul, fils de Warnefride en 787-788 et les premiers pas de la minuscule de Cividale en Frioul, ibid., XXVII-XXIX (1931-1933), pp. 55-72; L.J. Engels, Observations sur le vocabulaire de Paul Diacre, Nijmegen 1961; N. Scivoletto, Saeculum Gregorianum, in Giornale Italiano di Filologia, XVIII (1965), pp. 41-70; E. Sestan, La storiografia dell’Italia longobarda: Paolo Diacono, in La storiografia altomedievale, Settimane di Studio del CISAM, 17, Spoleto 1970, pp. 357-386; H. 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Alboino, re dei Longobardi

di P. Bertolini, s.v. ALBOINO, re dei Longobardi, DBI 2 (1960).

Cavaliere longobardo. Lastrina di bronzo dorato, VII sec. dallo Scudo di Stabio. Berna, Historisches Museum.

Alboino, re dei Longobardi – Figlio di Audoino, re dei Longobardi, e di Rodelinda, sali al trono fra il 560 e il 565; pagano come suo padre, aveva, tuttavia, preso in moglie una principessa cattolica, Clodosvinta, figlia di Clotario I, re dei Franchi. Tale matrimonio va visto, però, nel quadro di quella politica di amicizia verso i Franchi che, proprio quando Narsete si preparava a combatterli nell’Italia settentrionale, era stata adottata da Audoino in seguito all’ambiguo contegno tenuto da Giustiniano durante il conflitto gepido-longobardo, che si era chiuso nel 552. Non è da escludere, anzi, che i Longobardi abbiano parteggiato apertamente per i Franchi nella loro resistenza ai Bizantini nell’Italia settentrionale, guadagnandosi così ampliamenti nel Noricum mediterraneum. All’amicizia franco-longobarda il nuovo imperatore, Giustino II (succeduto allo zio Giustiniano, morto il 14 novembre 565), rispose prendendo decisamente le parti dei Gepidi, scesi nuovamente in campo contro i Longobardi: battuto dal re dei Gepidi, Cunimondo, e dai Bizantini, Alboino dovette cercarsi un appoggio per difendere l’esistenza stessa del suo popolo, e lo trovò, ma a gravissime condizioni, presso una delle ultime genti barbariche arrivate a ridosso dei confini dell’Impero, gli Avari, di stirpe mongolica. Il loro capo, il khan Baiano, esigette, prima d’iniziare le ostilità, un decimo del bestiame posseduto dai Longobardi e la promessa che, al termine vittorioso della campagna, gli sarebbe stato concesso l’intero territorio fino allora abitato dai Gepidi e la metà del bottino. Ma Cunimondo, appena venne a sapere di quest’alleanza e che gli Avari avevano cominciato a muoversi, entrò decisamente in guerra, attaccando i Longobardi nella speranza di batterli prima che si ricongiungessero coi loro alleati (circa 566): venuto a battaglia campale nella pianura fra il Tibisco ed il Danubio, fu completamente disfatto: egli stesso cadde sul campo, ucciso da Alboino. Con questa battaglia era segnata la fine del popolo e del regno dei Gepidi: fra i prigionieri, la stessa figlia di Cunimondo, Rosamunda.

Giustino II doveva aver considerato lo stanziamento di un’altra popolazione nella Pannonia, gli Avari, come un fatto che avrebbe potuto risolversi in danno non solo dei Gepidi, ma anche degli stessi loro occasionali alleati, i Longobardi: Cunimondo, prima d’iniziare la sua ultima campagna, s’era, infatti, rivolto a lui per avere aiuti, rinnovando le promesse di cedergli Sirmio e l’intera Pannonia, ma l’imperatore, se non aveva respinto tali richieste, aveva, però, ritardato l’invio di rinforzi, facendoli poi anzi trattenere al momento opportuno, preferendo rimanere inerte spettatore degli avvenimenti. Non solo, ma aveva concesso agli Avari di compiere l’intero tragitto verso la Pannonia, marciando lungo la riva sinistra del Danubio, in territorio imperiale, e s’era limitato a fare occupare dalle sue truppe Sirmio, abbandonata dalla guarnigione gepida in ripiegamento davanti agli Avari. Questi calcoli dell’imperatore furono, però, frustrati dalla chiarezza di vedute di Alboino e dalla prontezza con cui seppe fronteggiare gli avvenimenti: benché il merito della vittoria sui Gepidi spettasse a lui soltanto ed ai Longobardi, pure mantenne lealmente fede ai patti, cedendo agli Avari i territori conquistati e volse la mente a trasferirsi altrove col suo popolo.

Il miraggio di uno stanziamento in Italia, che già Giustiniano aveva fatto balenare ad Audoino, si era riacceso, ancora al tempo di questo, per i racconti dei reduci di quel grosso contingente longobardo (2500 guerrieri scelti e 3000 dipendenti armati) che aveva combattuto con Narsete in Italia contro i Goti e che, subito dopo la battaglia di Gualdo Tadino (estate del 552), il generalissimo aveva fatto rimpatriare sotto buona scorta armata, con il pretesto degli eccessi contro la popolazione civile cui si era abbandonato durante la sua permanenza in Italia. In realtà, il provvedimento si fondava sul timore che fra i Goti ribelli e i guerrieri longobardi, sudditi di un re la cui seconda sposa era una pronipote del grande Teodorico, potesse nascere una comunanza di sentimenti e di aspirazioni. Pochi anni dopo, scomparse con la morte di Audoino le ragioni di una simile solidarietà, Alboino, che era pur sempre il figliastro di una principessa amala, ebbe cura d’inviare, proprio nel periodo della lotta di Narsete contro gli insorgenti Ostrogoti e i loro alleati Franchi nell’Italia settentrionale – o subito dopo – i suoi emissari, che, asserendo di andare pellegrini a Roma, cercassero di procurargli la simpatia e l’appoggio dei Goti, informandoli che egli, proprio come loro, professava l’arianesimo. Questo è quanto si può desumere da una lettera (disgraziatamente, come scrisse lo Schmidt, non databile con sicurezza se non fra il 561 e gli inizi del 568), mandata da Nicezio, vescovo di Treviri, alla moglie di Alboino, Clodosvinta. Ad Alboino, d’altra parte, conveniva assai più tenersi vicino all’arianesimo dei Goti piuttosto che al cattolicesimo dei Franchi, anche se suoi alleati; la tendenza a subordinare il fattore religioso alle opportunità politiche, del resto, era stata sempre molto forte nei re Longobardi. E se anche, alla vigilia della prima guerra contro i Gepidi, Audoino, almeno secondo quanto scrive Procopio, non aveva esitato a far proclamare, nel 549,dai suoi ambasciatori a Giustiniano che «Romani ben giustamente potranno mettersi con noi, che, fin dal principio, con loro abbiamo condiviso le idee su Dio», i suoi Longobardi erano, in realtà, nella grande maggioranza pagana, anche se contatti con altre popolazioni germaniche li avevano potuti, si, iniziare al cristianesimo, ma nella confessione ariana.

L’affermazione di Audoino, come adesso l’atteggiamento filo-ariano di Alboino, traevano origine dal proposito dei due sovrani di valersi del motivo religioso per accattivarsi, rispettivamente, Giustiniano e l’appoggio dei Goti d’Italia.

Mappa dell’Italia gotica, bizantina e longobarda.

L’idea di abbandonare la Pannonia per cercare in Italia una definitiva sistemazione al suo popolo col concorso degli Ostrogoti, sulla base di interessi dinastici e religiosi, doveva essere già matura in Alboino quando si preparava ad affrontare per l’ultima volta i Gepidi. La necessità di accettare l’insediamento degli Avari nei territori che erano stati dei Gepidi fu solo l’elemento decisivo a non ritardare oltre l’inizio dell’impresa italiana, alla quale Alboino invitò a partecipare anche i Sassoni residenti fra le montagne del Harz e i fiumi Bode e Saale, popoli tributari del re franco Sigeberto I: molti di essi si uniranno, in-fatti, ai Longobardi, il che significa che ad Alboino non dovette mancare l’appoggio franco. Con un nuovo trattato di amicizia e di alleanza con gli Avari, Alboino volle garantirsi contro l’eventualità di un fallimento della sua impresa: cedeva loro, infatti, anche quella parte della Pannonia che, in virtù del foedus stipulato fra Audoino e Giustiniano, spettava ai Longobardi, a patto che, per la durata di due secoli, rimanesse ai Longobardi il diritto di ottenerne, nel caso, la pacifica retro-cessione; da parte sua il khan impegnava il suo popolo per lo spazio di duecento anni a mandare aiuti, in caso di bisogno, ai Longobardi d’Italia.

La decisione di muovere alla conquista dell’Italia era di competenza dell’assemblea del popolo; Alboino ne fece coincidere la convocazione con una solenne festività religiosa, il giorno di Pasqua, in cui gli ariani solevano celebrare i loro riti battesimali: fu il 10 apr. 568. L’inizio di un’avventura militare, decisiva per l’avvenire della nazione longobarda, era posta così sotto gli auspici dell’adesione formale di tutto il popolo al cristianesimo, ma nella confessione ariana, quella stessa che professavano, quasi distintivo della loro stirpe, i Goti d’Italia; e, rimasto vedovo della cattolica Clodosvinta, Alboino aveva sposato, da poco, una principessa ariana, la gepida Rosmunda, il cui padre aveva ucciso in battaglia. Coi Longobardi partirono Sassoni, Gepidi, Svevi e Turingi, e i resti delle antiche popolazioni dei territori da essi fino allora occupati, Norici e Pannonici. Questa massa di guerrieri, di gente d’ogni età e condizione, di carri e di bestiame, si mise in moto il giorno successivo alla Pasqua del 568: esodo paragonabile a quello degli Ostrogoti, che, ottanta anni prima, avevano lasciato la Mesia al seguito di Teodorico.

A convincere Alboino che quello era il momento di agire furono anche le notizie circa la crisi in cui si dibatteva allora il dominio bizantino in Italia, sia per il malcontento serpeggiante fra le popolazioni per l’eccessivo fiscalismo di Narsete, sia per l’insubordinazione di questo, che s’era rifiutato d’obbedire all’ordine di Giustino II di fare immediatamente ritorno a Bisanzio dopo aver lasciato i poteri al praefectus praetorio Italiae allora in carica, Longino. Il mancato ottemperare a quest’ordine, sui cui retroscena siamo completamente all’oscuro, aveva gettato Roma in uno stato di anormale agitazione comprovata dal fatto che il papa, Giovanni III, dopo aver convinto il generalissimo a far ritorno nella capitale, non era tornato al Patriarchio lateranense, sua sede abituale, ma si era fermato in una chiesetta suburbana della via Appia, e qui era rimasto sino alla morte (13 luglio 574) – e aveva gettato le autorità civili della penisola nel più grande disorientamento, aggravato dal fatto che Giustino II non trattava Narsete da ribelle, né, d’altro canto, revocava l’ordine di richiamo. Longino aveva bensì assunto i poteri del governo civile e il generalissimo aveva cessato di essere per i suoi sottoposti il comandante supremo, ma l’imperatore non aveva conferito a nessuno di questi ultimi, dopo il richiamo di Narsete, un’autorità superiore a quella dei colleghi. Tutto ciò non poteva non paralizzare l’apparato politico-militare su cui si basava la difesa del paese, e questo proprio quando più urgeva che entrasse in azione presto e con la massima efficienza. Si aggiunga l’insufficienza dell’apprestamento militare bizantino in Italia, soprattutto per la mancanza di corpi mobili capaci di convergere tempestivamente sul punto di confine minacciato, e per il fatto che troppi presidi di confine erano composti di ausiliari barbari malfidi, o, addirittura, di Ostrogoti incorporati dopo una sottomissione forzata, memori del tempo in cui erano stati padroni in Italia e non insensibili ai contatti presi con la loro gente da Alboino. In più, gran parte dell’Italia settentrionale era travagliata dai contrasti fra autorità locali e scismatici dei “Tre Capitoli”, anch’essi disposti a salutare i Longobardi come liberatori. Né vanno sottovalutate le conseguenze della peste che aveva infierito in Italia dal 565 al 567, mietendo vittime anche fra le guarnigioni locali, e la carestia del 568.

La marcia dei Longobardi attraverso la Pannonia, probabilmente lungo la via Postumia, si svolse con grande lentezza, sia che Alboino volesse aspettare i Sassoni sia che desiderasse avere notizie più precise sulla situazione italiana e sulla posizione personale di Narsete. Comunque, già sul finire del 568 (nel settembre, secondo l’Historia Langobardorum codicis Gothani) distaccamenti longobardi erano penetrati in rapide razzie entro il territorio italiano; ma solo nella primavera del 569, il 20 o il 21 di maggio, gli invasori varcavano l’Isonzo e, occupata senza trovar resistenza Aquileia (il cui patriarca fuggi a Grado), dilagarono per la Venetia. Alboino fece volgere i suoi dapprima verso nord; impadronitosi dei centri fortificati delle zone di confine nel Friuli, v’insediò, al posto dei milites limitanei bizantini, gruppi di guerrieri longobardi, di cui nominò duca un suo nipote, il marpahis Gisulfo. Assicuratosi così le spalle sia dai Bizantini dell’Istria sia dagli Avari di Pannonia, Alboino attraversò la pianura veneta puntando su Milano: caddero Treviso, Vicenza, Verona, Brescia, Bergamo. Oderzo, che continuava a resistere, fu aggirata: Altino, Padova, Monselice rimasero bizantine. Il 3 settembre 569 Alboino entrava in Milano, abbandonata dall’arcivescovo Onorio, dal clero, dal vicarius Italiae: dal 3 sett. 569 Alboino cominciò a datare gli anni del suo regno in Italia, mostrando così di volersi in qualche modo ricollegare al tempo in cui Milano era stata capitale dell’Impero. Quindi lanciò verso l’Italia centrale grossi nuclei di suoi uomini: gruppi di Longobardi superarono la Cisa, dilagarono nella Tuscia fin verso Roma, occupandone stabilmente la parte settentrionale, tranne la fascia costiera; altri, lungo la via Emilia, si spinsero verso sud-est, aggirando Piacenza, Reggio e Modena (che rimasero agli Imperiali), distrussero Imola, s’inoltrarono lungo la Flaminia, dopo aver dato alle fiamme Petra Pertusa al passo del Furlo. Contemporaneamente corpi separati, sotto il comando e per iniziativa, probabilmente, dei loro capi, superata la linea fortificata che proteggeva le comunicazioni fra Roma e la Pentapoli, seguendo le vie in-terne montane attraverso l’Umbria e il Sannio, occuparono la regione di Spoleto, mentre altri contingenti si spinsero ancora più a sud, occupando quella di Benevento: la città, priva di adeguati mezzi difensivi, si dovette arrendere immediatamente e i Longobardi v’insediarono duca il loro capo, Zottone (569-572).

Guerriero longobardo. Illustrazione di A. Gagelmann.

A danno degli Imperiali agirono in pieno i fattori negativi insiti nel loro apprestamento militare: di fronte alla loro passività stettero l’impeto e lo spirito d’avventura che per secoli avevano spinto i Longobardi a staccarsi in gruppi dalla massa del popolo per dare inizio o partecipare a spedizioni in terre lontane, articolandosi in corpi la cui caratteristica era la grande mobilità. Sono le cosiddette farae (translitterazione latina di un vocabolo germanico da collegare con la radice di faran, ted. fahren “viaggiare”), che, per rapporti avuti dai Longobardi con l’Impero come foederati o come ausiliari, si erano modellate sugli ordinamenti militari bizantini, da cui avevano militato anche i termini indicanti i capi e gli ufficiali a loro subordinati (duces, comites, centenarii, decani). In farae si articolarono i Longobardi al loro primo giungere nella Venetia orientale, dove, come abbiamo visto, Alboino ne aveva stabilito un gruppo forte per numero e per qualità di guerrieri, data l’importanza strategica della zona; e, sempre per questa ragione, ne aveva affidato il comando a un capo della sua stessa famiglia, Gisulfo, che s’era stabilito a Forum Iulii (Cividale del Friuli), sino allora sede del magister militum bizantino responsabile della difesa della regione. Era cioè sorto il ducato di Friuli, il primo dei ducati longobardi in Italia, e uno dei più grandi. Questo sistema fu largamente applicato nelle tappe successive della conquista: i capi delle farae, o dei gruppi di farae, fissarono la loro sede nei centri urbani o in quelli militarmente più importanti. Ma giacché i singoli guerrieri portavano con sé le proprie famiglie e i propri schiavi e il loro proprio bestiame, era naturale che ogni presidio militare “in faris” tendesse a trasformarsi in nucleo di popolazione residente; come era ovvio che i duchi fossero predisposti naturalmente a unire alle funzioni militari quelle del governo civile sul territorio compreso nell’ambito della loro giurisdizione militare.

La conquista longobarda determinò così un continuo mutare della situazione politico-territoriale che, a sua volta, costringeva il governo imperiale a rimaneggiare di continuo l’ordinamento amministrativo anche nelle terre non ancora occupate: l’Italia andò, quindi, assumendo un aspetto sempre più differente da quello che aveva avuto per il passato, cosa, questa, che non era mai avvenuta né per opera di Odoacre né per opera dei re ostrogoti. Ma il sistema di stanziamento “per faras” portava con sé pericolosi germi di disgregazione: solo spiccate personalità politiche e militari potevano mantenere ben saldo il prestigio e l’autorità della Corona nei confronti dell’istituto ducale. Alboino possedeva certamente queste qualità, ma ciò non lo aiutò a impedire le incursioni (che portarono a una rottura dell’amicizia franco-longobarda e a un riavvicinamento dei Franchi all’Impero, consacrato da un formale patto di pace e alleanza stipulato dai re merovingi intorno al 571) compiute da bande longobarde fra il 569 ed il 571 nei domini di Gontrano I, re dei Burgundi; solo la rotta subita nella zona di Embrun per merito di Mummolo, comandante dell’esercito burgundo, convinse a non tentare più avventure del genere.

Nel 572 rimanevano ai Bizantini nell’Italia centro-settentrionale: la fascia costiera ligure con Savona e Genova; la linea di vetta dell’Appennino e il suo versante settentrionale con Acqui e Tortona; una piccola parte della Venetia; la Flaminia, il Picenum, la costa e la parte meridionale della Tuscia, il territorio di Roma. Fra il maggio e il giugno di quell’anno era caduta anche in potere dei Longobardi, dopo oltre tre anni d’assedio, Pavia. Alboino, dimostrando chiaramente di volersi ricollegare alle memorie e alla tradizione della monarchia gota, s’insediò nel palazzo che qui si era fatto costruire Teodorico e scelse, a sede della corte e del tesoro, Verona. Ma non ebbe il tempo di completare la sua opera: nell’estate di quello stesso anno, il 28 di giugno, veniva assassinato in Verona dal suo scudiero Elmichi, con la complicità del cubicularius Peredeo e della sua stessa moglie, Rosamunda. Elmichi era, evidentemente, il capo di una fazione avversa ad Alboino, alla quale aderivano i Longobardi propensi a un accordo con l’Impero, Rosamunda, decisa a vendicare il padre, ed i Gepidi del suo seguito. Eliminato Alboino, Elmichi cercò d’insediarsi sul trono, legittimandone l’usurpazione con le nozze con la vedova del re ucciso: si trattò, dunque, di un colpo di stato, cui, senza dubbio alcuno, non rimasero estranei i Bizantini.

Alboino aveva spiegato eccezionali qualità di politico e di guerriero: con lui la nazione longobarda perse l’unica persona capace, in quel momento, di costruire in salda compagine il nuovo stato barbarico sorto nella penisola italiana.

 

Fonti e Bibl.: Origo gentis Langobardorum, a cura di L. Bethmann – O. Waitz, in MGH, Scriptores rerum Langobardicarum et Italicarum, Hannoverae 1878, pp. 12, 26; Historia Langobardorum codici Gothani, ibid., pp. 7-11; Pauli Diaconi Historia Langobardorum, ibid., pp. 12-45, 45-187; Liber pontificalis ecclesiae Ravennatis, a cura di O. Holder-Egger, ibid., pp. 265-275, 273-278, 278-391; Chronica sancti Benedicti Casinensi:, a cura di G. Waitz, ibid., pp. 467-468, 469-489; L. Bethmann – O. Holder-Egger, Langobardische Regesten, NA 3 (1878), pp. 229-318; Epistolae Austrasicae, a cura di W. Gundlach, MGH, Epistolae Merowingici et Karolini aevi I, Berolini 1892, n. 8, pp. 119-122; Annales Beneventani Monasterii Sanctae Sophiae, a cura di O. Bertolini, BISIMEAM 42 (1923), pp. 93-98, 108; J. Weise, Italien und die Lan gobardenherrscher von 568 bis 628, Halle 1887, pp. 3-28; L.M. Hartmann, Geschichte Italiens im Mittelalter, II, Leipzig 1900, pp. 1-50; T. Hodgking, Italy and Her Invaders, Oxford 1916, V, 6, The Lombardinvawn, passim; VI, 7, The Lombard Kingdom, passim; O. Bertolini, La data dell’ingresso dei Longobardi in italia, BSP 20 (1920), pp. 47 ss.; L. Schmidt, Die Ostgermanen, München 1934, pp. 579 ss.; G. Romano – A. Solini, Le dominazioni barbariche in Italia (395-888), Milano 1940, pp. 267-272; G.P. Bognetti, Santa Maria foris portas di Castelseprio e la storia religiosa dei Longobardi, in G. P. Bognetti – G. Chierici – A. De Capitani D’Arzago, S. Maria di Castelseprio, Milano 1948, pp. 33-48, 66, 393; G.P. Bognetti, Teodorico di Verona e Verona longobarda, capitale di regno, in Scritti giuridici in onore di M. Cavalieri, Padova 1959, pp. 3-39.

 

Ilderico di Montecassino

di M. Dell’Olmo, s.v. Ilderico di Montecassino, DBI 62 (2004).

 

Montecassino, Archivio dell’Abbazia 299, p. 103 (IX sec.), Ilderico, Ars grammatica.

 

Ilderico di Montecassino. – Osta a che si identifichi senza incertezze la figura di Ilderico il fatto che questo nome sia attribuito a più soggetti tutti apparentemente distinti l’uno dall’altro, la cui vicenda biografica si situa bensì in uno stesso ambito cronologico (sec. IX) e spaziale (area cassinese-beneventana).

Il primo di questi soggetti è l’Ilderico autore dell’epitaffio di Paolo Diacono, il cui explicit ne rivela tutta la venerazione del discepolo verso il grande maestro che, come lui, fu monaco nell’abbazia cassinese: «Hoc tibi, posco, sacer, gratum sit carmen honoris, / Hilderic en cecini quod lacrimando tuus. / Quem requiem captare tuis fac, quaeso, perennem / Sacratis precibus, semper amande pater»[1].

Il secondo fu l’Ilderico abate di Montecassino, che – secondo la Chronica di Leone Ostiense – succeduto a Deusdedit (828-834) resse il monastero per soli diciassette giorni tra l’834 e l’835: «XVI Hildericus abbas, sedit diebus XVII»[2].

Il terzo fu l’Ilderico philosophus e poeta, di cui l’autore del Chronicon Salernitanum schizza un suggestivo ritratto morale, situandolo a Benevento intorno all’870, allorché vi giunse l’imperatore Ludovico II, chiamato nel Mezzogiorno d’Italia fra gli altri dal principe beneventano Adelchi per eliminare finalmente il rischio costituito dai Saraceni capeggiati da Sawdān: «tempore quo Samnitibus Lodoguicus sepedictus preerat, triginta duobus philosofis illo in tempore Beneventum habuisse perhibetur; ex quibus illorum unus insigne, cui nomen fuit Ildericus, inter illos degebat, et non solum liberalibus disciplinis aprime imbutus, sed eciam proba virtute detitus»[3]: ne scaturisce l’immagine di un uomo di lettere la cui cultura ha qualcosa di miracoloso, dal momento che, secondo l’anonimo cronista, egli arriva perfino a dettare al notaio dell’imperatore Ludovico, che ne aveva dimenticato il tenore, una lettera di cui non sapeva nulla.

Infine, ad ampliare ulteriormente la questione dell’identità ildericiana, contribuisce la grammatica vergata in scrittura beneventana, che si conserva nel solo ms. Casin. 299 (seconda metà del sec. IX), con la seguente intitolazione, parzialmente rifilata, alla p. 2 in alto: «Ars Hilderici magistri eruditissimi viri».

Occorre perciò precisare le fonti da cui è possibile attingere dati relativi ai tratti personali eventualmente corrispondenti a ciascuno degli Ilderico sopra menzionati, chiarendone quindi l’eventuale convergenza, almeno in parte, verso una più distinta individualità, non senza subito riconoscere che a tal fine non sono di aiuto i due generici nomi di “Ildericus” e “Hildericus”, il cui obitus nel necrologio del cod. Casin. 47 (1159-73) è segnato rispettivamente al 1 e al 9 giugno[4].

L’Ilderico autore della menzionata epigrafe acrostica in memoria di Paolo Diacono è ben noto alla tradizione cassinese medievale, come dimostra Pietro Diacono, che nel tracciarne un medaglione biografico nel suo Liber illustrium virorum archisterii Casinensis (cod. Casin. 361, p. 135) scrive: «Hyldericus eiusdem Pauli diaconi auditor, de origine preceptoris sui vita, institutione, doctrina, religione, habitu lucidissimos versus composuit»; del resto l’epitaffio era già noto anche all’autore del Chronicon Salernitanum (sec. X): «super eius tumulum partim que in hoc mundo gessit, partim de eius prudenciis, quove temporibus perdurasset, sacris lictgeris exaratum invenimus»[5].

Ci si chiede se sia possibile stabilire un rapporto tra questo Ilderico discepolo di Paolo e l’altro Ilderico abate di Montecassino. Colpisce senz’altro il fatto che Pietro Diacono, sottile conoscitore dell’archivio e della biblioteca cassinesi, non accenni in alcun modo a una identificazione dell’allievo di Paolo con l’omonimo abate che governò, sia pure per pochi giorni, l’abbazia cassinese a metà del quarto decennio del sec. IX, e il cui nome per di più non compare prima del sec. XI nelle liste abbaziali di Montecassino (la più antica, del sec. X, è quella del Casin. 175), proprio per l’estrema brevità del suo governo. Lo stesso Leone Ostiense nell’autografo della Chronica (Monaco, Bayerische Staatsbibl., Clm, 4623) si limita a registrarne il solo nome e la scarna cronologia, collocandolo tra il già menzionato Deusdedit e Autperto (834/835-837), segno che anch’egli probabilmente non ne sapeva di più. Appare nondimeno significativo il fatto che Ilderico abate, il cui periodo di governo concorda pienamente con un eventuale suo discepolato giovanile alla scuola di Paolo Diacono († circa 799), ebbe come immediati successori tre monaci – Autperto, Bassacio, Bertario – tutti versati nelle lettere e per questo, in continuità l’uno con l’altro, testimoni di quanto fosse ancora vivo a Montecassino, nell’arco di oltre cinquant’anni dalla sua morte, il magistero culturale di Paolo Diacono. Sembra quindi logico supporre che Ilderico abate non sia persona diversa dall’autore stesso dell’epitaffio di Paolo, di cui eloquentemente ricorda con pari dignità i vertici di dottrina («omnia sophiae coepisti culmina sacrae») e la vocazione monastica («subdita colla dare Benedicti ad saepta beati»)[6].

Convergendo pertanto, senza gravi ostacoli né cronologici né ambientali, verso un’unica personalità sia i tratti di Ilderico discepolo di Paolo sia quelli dell’omonimo abate cassinese, la figura di Ilderico di Benevento per le stesse coordinate cronologiche, che grazie al Chronicon Salernitanum storicamente lo definiscono (primi decenni della seconda metà del sec. IX), se ne distacca nettamente, non potendo in alcun modo essere identificato, come voleva G. Tiraboschi, con un «Ilderico Monaco Casinese»[7] e resta in ogni caso, nonostante le sue caratteristiche di filosofo, poeta e vir Dei, una figura evanescente, talché, come è stato scritto, «togliamolo da questo ambiente ed è subito netto come egli non abbia un solo connotato che lo identifichi meglio»[8].

Resta ora da chiarire l’identità del «magister eruditissimus vir» autore dell’Ars grammatica serbata nel cod. Casin. 299. Testimone unico dell’Ars ildericiana, questo manoscritto, insieme con gli altri due, Parigi, Bibliothèque nationale, Fonds lat., 7530 e Roma, Biblioteca Casanatense, Mss., 1086 (metà del sec. IX), forma una triade grammaticale tutta cassinese-beneventana, caratterizzata in particolare da una convergenza nell’uso di Prisciano così netta da far ipotizzare l’esistenza di una tradizione testuale derivante da un codice priscianeo x, dalla quale avrebbero attinto sia l’anonimo compilatore della miscellanea parigina, sia Orso eletto vescovo di Benevento nell’833 circa e autore dell’Adbreviatio dell’Ars maior di Prisciano presente nel già menzionato codice Casanatense vergato, come sembra, a Benevento, sia lo stesso Ilderico autore dell’Ars grammatica cassinese[9].

Primo tra i codici grammaticali in beneventana oltre che vera e propria «synthèse cassinienne des arts libéraux»[10], il già citato ms. parigino Fonds lat. 7530, localizzabile a Montecassino in anni compresi tra il 779 e il 797 grazie al suo calendario – corredato delle depositiones degli abati cassinesi – e alle tavole pasquali, è il più vivo riflesso della scuola cassinese fondata da Paolo Diacono e perciò specchio del suo programma pedagogico oltre che espressione dei nuovi orizzonti d’interesse verso le scienze profane – poesia, grammatica, aritmetica, geometria –, aperti dallo stesso Paolo. Oltre che sul piano della pura tradizione testuale – contiene per esempio il Liber de metris di Mallio Teodoro ed è tra l’altro testimone unico del De metris Horatii di Servio –, il manoscritto si segnala soprattutto nell’ambito della didattica delle arti liberali, in special modo per la preminenza attribuita alla grammatica e alla retorica sulla dialettica. Ma c’è un altro notevole testimone degli interessi grammaticali di Paolo, il codice Roma, Biblioteca Vallicelliana, Mss., A.18 (sec. XII), le cui glosse alle Etymologiae di Isidoro (Scholia Vallicelliana), ascritte da Claudia Villa[11], e con nuovi argomenti anche da Patrizia Lendinara[12], con ampie probabilità a Paolo Diacono, rivestono un particolare significato non solo per meglio definire le conseguenze dell’insegnamento paolino nella scuola cassinese, ma anche per far più piena luce circa l’identità dell’«Hildericus magister eruditissimus vir». A testimoniare gli stretti legami tra Paolo Diacono e gli Scholia Vallicelliana è la presenza in questi ultimi di tradizioni tipicamente cassinesi, come quella del De verborum significatu di Verrio Flacco e delle relative epitomi di Pompeo Festo e Paolo Diacono[13], delle Instructiones di Eucherio e specialmente delle Fabulae di Igino, di cui il ms. Monaco, Bayerische Staatsbibl., Clm, 6437, consistente in soli cinque fogli vergati in beneventana durante l’esilio dei cassinesi a Capua nella prima metà del sec. X, è testimone unico se si eccettua l’esiguo frammento palinsesto in onciale conservato nel cod. Biblioteca apostolica Vaticana, Pal. lat. 24 (V/VI sec.). D’altra parte è emblematico che proprio Ilderico nella sua Ars grammatica mostri di aver recepito alcune concezioni, come la partizione settenaria dell’oratio, puntualmente riflesse dai soli Scholia. Del tutto innovativa rispetto alla tradizione irlandese-continentale saldamente legata al principio della suddivisione quinaria, l’attestazione settenaria rilevabile nell’Ars ildericiana non può non essere derivata dallo stesso autore degli Scholia (Paolo Diacono), come lascia inequivocabilmente supporre il parallelo fra lo stesso scoliaste vallicelliano – in ciò differente da Pietro di Pisa[14] o dal cosiddetto Donatus Ortigraphus[15] – e Ilderico: «Orationum genera.VII. sunt: est enim religata in metris, absoluta in prosa, allocutiva in epistulis, disputativa in dialogis, relativa in historiis, compta in rhetorica, clausa in dialectica»[16]; «Orationum genera quot sunt? Septem. Quae? Allocutiva in epistolis, disputativa in dialogis, compta in retorica, clausa in dialectica, profusa in historiis, stricta in metris, plana in prosa» (Ars ildericiana)[17]. Ma c’è ancora un altro elemento che svela l’ascendenza paolina dell’Ars grammatica di Ilderico, ed è l’utilizzazione non solo delle principali fonti grammaticali antiche quali Pompeo, Diomede, Donato, Servio, il già citato Prisciano, Isidoro, ma anche della stessa Ars Donati di Paolo Diacono, cui vanno aggiunte le citazioni classiche, sia pure filtrate attraverso florilegi, da Virgilio, Giovenale, Ovidio, Plauto, Lucano, Stazio.

Alle comuni tradizioni testuali più sopra indicate, che rivelano un’interdipendenza fra manoscritti quali il parigino Fonds lat. 7530, il Casanatense 1086 e il Casin. 299, corrisponde una parallela omogeneità sul livello dell’ornamentazione, come ha dimostrato Giulia Orofino sottolineando in particolare i motivi delle rosette a quattro petali oblunghi, la cui presenza nelle iniziali del Casin. rinvia al parigino; non mancano altre affinità con un altro fondamentale manoscritto prodotto a Montecassino sullo scorcio del sec. VIII (Bamberga, Staatsbibl., Patr., 61), e recante le Institutiones di Cassiodoro, le cui iniziali puntinate sul bordo trovano un chiaro riflesso nella grande P colorata a p. 2 del Casin. 299[18].

Tutto questo, se da una parte consolida la dipendenza di Ilderico autore dell’Ars grammatica dal magistero di Paolo Diacono, dall’altra conferma pure l’origine cassinese del ms. 299, di recente corroborata da Francesco Magistrale in un’ampia e dettagliata analisi paleografica del codice di Montecassino; Virginia Brown, invece, ha mostrato qualche apertura per una derivazione da Benevento[19]. Per di più non a caso il ms. 299, oltre a recare nel margine inferiore di p. 1, quale nota di possesso, l’ex libris di Montecassino dei primi anni del sec. XVI, contiene anche alle pp. finali 215 s. la trascrizione di un excerptum grammaticale derivante dall’Ars maior di Donato[20], vergato tra IX e X sec., in una beneventana e secondo una impaginazione di cui è certamente responsabile la stessa mano che ha vergato un altro frammento grammaticale del De participio ancora dall’Ars maior[21], con identica disposizione del testo, alla p. 234 del cod. Casin. 187, prodotto nello scriptorium cassinese durante la seconda metà del sec. IX: un segno evidente che almeno già nel sec. X entrambi i codici dovevano trovarsi in una stessa raccolta libraria appartenente alla comunità monastica cassinese.

Sondate le fonti disponibili, è giusto ribadire anche come non siano del tutto privi di fondamento i dubbi, pur non gravi, di Lentini che non riteneva certa l’identità del discepolo di Paolo con l’omonimo abate cassinese, riconoscendo nondimeno che «per quanto riguarda la paternità della nostra grammatica, l’Ilderico abate deve essere escluso, se fu veramente distinto dal discepolo di Paolo»; lo stesso Lentini riconosce d’altra parte che fra tutti i possibili candidati è lui che «presenta i più validi titoli per esser riconosciuto autore»[22]. Allo stato attuale, dunque, come rivela il «se» dello stesso Lentini, mancano seri argomenti per negare che l’Ilderico abate cassinese tra l’834 e l’835 sia anche l’autore dell’epitaffio di Paolo Diacono, e per ciò in conclusione non si può non ammettere la piena plausibilità della posizione critica di coloro – e noi siamo tra essi – che identificano in un unico Ilderico il discepolo di Paolo Diacono, l’autore dell’Ars grammatica che si conserva nel Casin. 299, e infine l’omonimo abate di Montecassino, nella serie abbaziale sedicesimo dopo s. Benedetto (Amelli, Neff, Manitius, Cavallo, Bloch, Magistrale).

 

 

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Note:

 

[1] K. Neff, Die Gedichte des Paulus Diaconus. Kritische und erklärende Ausgabe, München 1908, p. 156; la mano è del sec. XI, coeva ma distinta rispetto a quella che ha copiato il precedente testo dell’iscrizione commemorativa alle pp. 579 s. del codice Casin. 175 conservato nell’Archivio dell’Abbazia di Montecassino, vergato a Capua negli anni dell’abate Giovanni, tra il 914 e il 934.

[2] Chronica monasterii Casinensis, a cura di H. Hoffmann, in Mon. Germ. Hist., Scriptores, XXXIV, Hannover 1980, p. 12.

[3] Chronicon Salernitanum. A critical edition with studies on literary and historical sources and on language, a cura di U. Westerbergh, Stockholm 1956, cap. 12, p. 134.

[4] Cfr. I necrologi cassinesi, a cura di M. Inguanez, in Fonti per la storia d’Italia [Medioevo], LXXXIII, Roma 1941.

[5] Chronicon Salernitanum, op. cit., cap. 37, p. 38.

[6] K. Neff, op. cit., p. 155.

[7] Cfr. G. Tiraboschi, Storia della letteratura italiana, III, Modena 1773, pp. 181, 202.

[8] M. Oldoni, Ilderico di Benevento, in Studi medievali, s. 3, XI (1970), p. 911.

[9] A. Lentini, Ilderico e la sua “Ars grammatica”, Montecassino 1975, p. 193.

[10] L. Holtz, Le Parisinus Latinus 7530, synthèse cassinienne des arts libéraux, in Studi medievali, s. 3, XVI (1975), p. 100 n. 26.

[11] C. Villa, Uno schedario di Paolo Diacono. Festo e Grauso di Ceneda, in Italia medioevale e umanistica, XXVII (1984), pp. 56-80.

[12] P. Lendinara, Gli Scholia Vallicellianae i primi glossari anglosassoni, in Paolo Diacono. Uno scrittore fra tradizione longobarda e rinnovamento carolingio. Atti del Convegno internazionale di studi, Cividale del Friuli-Udine… 1999, a cura di P. Chiesa, Udine 2000, pp. 273-275.

[13] Cfr. Sexti Pompei Festi de verborum significatu quae supersunt cum Pauli epitome, a cura di W.M. Lindsay, Lipsiae 1913.

[14] Cfr. A. Luhtala, Excerpta da Prisciano, Diomede e Pompeo compilati da Pietro da Pisa nel codice Bruxell. II 2572, in Manuscripts and tradition of grammatical texts from antiquity to the Renaissance. Proceedings of a Conference held at Erice… 1997, as the 11th Course of the International School for the study of written records, a cura di M. De Nonno – P. De Paolis – L. Holtz, Cassino 2000., pp. 334, n. 25.

[15] Ars grammatica, a cura di J. Chittenden, Turnhout 1982.

[16] C. Villa, op. cit., p. 70.

[17] A. Lentini, op. cit., p. 44.

[18] S. Adacher, La miniatura cassinese in alcuni codici conservati nell’Archivio dell’abbazia, in Monastica, III, Scritti raccolti in memoria del XV centenario della nascita di s. Benedetto (480-1980), Montecassino 1983, pp. 190.

[19] V. Brown, “Where have all the grammars gone?” The survival of grammatical texts in Beneventan script, in Manuscripts and tradition …, op. cit., p. 398: «The presumption [according to Lowe] is that Montecassino 299 was also written there. Palaeographically speaking, however, the script, in its general appearance, seems more characteristic of Benevento», non senza aggiungere tuttavia che «this may, of course, signify nothing in terms of authorship given the constant interchange, already referred to, between these two centers».

[20] De adverbio: grammatici Latini, a cura di H. Keil, IV, 2, Lipsiae 1864, 385, 10-386, 31.

[21] ibid., 387, 17-388, 7.

[22] A. Lentini, op. cit., p. 184.

 

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Fonti e Bibliografia:

 

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Bianchi e neri

di G. Pampaloni, s.v. Bianchi e neri, in Enciclopedia dantesca.

“Bianchi” e “Neri” erano gli appellativi delle due fazioni, o partiti, in cui si divise la Parte guelfa fiorentina, verso la fine del sec. XIII, e in cui si identificano gli ideali, gli interessi economico-sociali e l’azione politica dei Cerchi e dei Donati. La divisione della Parte guelfa è già un fatto compiuto all’indomani della zuffa di Calendimaggio del 1300, quando Ricoverino de’ Cerchi fu ferito in una mischia con una brigata di giovani Donateschi in piazza S. Trinita. Per il Villani (VIII 39) «come la morte di messer Buondelmonte il Vecchio fu cominciamento di Parte guelfa e ghibellina, così questo fu il cominciamento di grande rovina di Parte guelfa e della nostra città». Naturalmente l’antagonismo fra i due partiti aveva radici complesse e lontane nel tempo, né è possibile comprendere appieno gli avvenimenti del 1300 e 1301, cioè la conclusione, se non diamo uno sguardo retrospettivo alle cause che li avevano generati.

 

Ms Chigiano L VIII 296 (XIII sec.). Giovanni Villani, Cronaca. Uccisione di Buondelmonte.

 

Com’è noto, l’istituzione del governo delle arti (1282) aveva segnato il trionfo del Popolo grasso, anche se a questo non era seguita l’esclusione dall’esercizio del potere degli appartenenti al gruppo nobiliare magnatizio, anche perché – e pure questo è conosciuto – nella vita di tutti i giorni fra i due mondi non c’era quell’antagonismo che il Salvemini aveva fatto intravedere e che poi sarebbe stato la causa motrice degli avvenimenti fiorentini dell’ultimo quarto del Duecento. La proclamazione degli Ordinamenti di giustizia del 1293 segna il trionfo delle frange più popolari del mondo politico cittadino: il gruppo magnatizio, tutt’altro che compatto, vien così colpito da una legislazione di carattere eccezionale, vessatoria, e messo in condizione di netta inferiorità essendo rimasto escluso dalla vita politica cittadina. Com’era logico che avvenisse, il carattere vessatorio degli Ordinamenti di giustizia genera nei grandi malcontento e stato di tensione, acuiti dal fatto che la forza effettiva delle armi risiedeva proprio in loro: «Noi – diranno-in un momento di esplosione d’ira percuotendo i consoli delle arti – siamo quelli che demo la sconfitta in Campaldino, e voi ci avete rimossi degli ufici e onori della nostra città» (Compagni, I 21).

Pittore anonimo, Madonna della Misericordia. Affresco, metà XIV sec. Firenze, Loggia del Bigallo

Si arriva così al temperamento degli Ordinamenti stessi del luglio 1295, con il quale si ridà ai grandi la possibilità di partecipare alla vita politica mediante l’iscrizione a un’arte, sia pure non esercitandola in continuità (continue artem non exercentes): la legge, ricorrendo a una finzione giuridica, riconosce una situazione di fatto in evoluzione e certo in parte già diversa da quella del 1293, anche se la massa dei grandi non può, o non vuole, iscriversi, sia pure nominalmente, a un’arte e quindi per loro perdura lo stato d’inferiorità politica introdotto due anni prima.

Esclusi dalle vere fonti del potere, Priorato e altri organi della costituzione, i magnati rimangono padroni dell’Ufficio della Parte guelfa, organo nato col trionfo dei guelfi e destinato a tutelarne gli interessi e la fortuna: perciò ufficio di rilevante importanza, anche politica; ed è qui che si manifestano, dopo il 1295, i primi dissensi pubblici nel gruppo dei grandi, ed è di qui che prende le mosse la gara politica fra i Cerchi e i Donati, destinata in breve volgere di tempo a trasformarsi in lotta aperta tra due partiti politici, che prenderanno poi il nome di Bianchi e di Neri.

Il veleno «che e’ fiorentini avean nel cuore» (Pieri, Cronica 61), pubblicamente manifestatosi nella Parte guelfa, era alimentato dall’inimicizia sempre più aperta e violenta fra i Cerchi e i Donati, famiglie d’origine diversa ma alla fine del Duecento socialmente appartenenti entrambi all’ambiente magnatizio. La gara di «grandigia» aveva avuto inizialmente un carattere privato e aveva investito solamente le due casate e i consorti più stretti, ma ben presto tutto l’ambiente dominante della città viene a esserne coinvolto e da contesa privata essa si trasforma in lotta politica: è l’eterna dinamica dei governi oligarchici e lo stesso quadro d’irrequietezza e di lotta è offerto dai comuni che si trovano in condizioni politiche, economiche e sociali simili a quelle fiorentine.

Lo stato di tregua politica, concentrando l’attenzione dei magnati sugli avvenimenti interni del comune, alimenta la gara fra loro: «per soperchio tranquillo, il quale naturalmente genera superbia e novità» (Villani VIII 1).

Tutte le fonti sono d’accordo nel testimoniare che la tensione cittadina ha origine nella rivalità dei Cerchi e dei Donati, i quali pian piano, partendo quasi dal nulla, si trovano invischiati nella gara (il «riottare» del Villani, VII 56) di «grandigia» e di supremazia politica, che sentimenti d’invidia e di superbia (ma più che ai Cerchi, questi sentimenti sembrano adattarsi a meraviglia a Corso Donati e agli amici di lui) alimentano potentemente fino a incendiare gran parte della città. Dalla piazza, dalla vita di tutti i giorni, la rivalità dei due gruppi passa nella Parte guelfa, roccaforte dei magnati e unico centro di potere rimasto loro in mano dopo l’emanazione degli Ordinamenti di giustizia: l’odio cresce di giorno in giorno e nelle riunioni della Parte stessa i Cerchi abbandonano i Donati e il partito dei grandi e cominciano ad «accostarsi a’ popolani e reggenti» (Compagni, I 20); si arriva così (1297) alla spaccatura pubblica e definitiva del gruppo magnatizio fiorentino.

Se alla fine del Duecento i Cerchi e i Donati appartengono allo stesso gruppo sociale (e difatti tutte e due le casate sono contenute negli elenchi di magnati degli Ordinamenti di giustizia del 1293 e 1295 e presso a poco la stessa è la forza umana delle medesime, 67 gli uomini dei Cerchi nel 1293 e 66 nel 1295, 71 e 70 quelle dei Donati; cfr. G. SALVEMINI, Magnati e popolani in Firenze dal 1280 al 1298, Firenze 1899, 375-376), ben diversa è invece l’origine e diverse sono anche l’attività e la potenza economica degli stessi: queste condizioni di fatto influenzeranno in maniera determinante la formazione, la composizione sociale e il comportamento dei due partiti, cose queste che avranno poi conseguenze tutt’altro che trascurabili negli avvenimenti successivi.

Torre dei Cerchi. Firenze

I Cerchi sono i tipici rappresentanti della gente nuova del contado che i subiti guadagni han portato alla rapidissima scalata della società cittadina: gente «veniticcia» e passata da poche generazioni sulle rive dell’Arno dalla natia Acone, in Val di Sieve (Pd XVI 65), aveva trovato in città l’ambiente economico ideale per la propria attività e in breve volgere di anni era riuscita a raccogliere ricchezze così vaste da essere considerata al tempo di Dante come la rappresentante tipica della plutocrazia fiorentina.

L’origine popolare, la lunga pratica degli affari, la rete d’interessi intessuta anche con vasti ambienti del mondo piccolo artigiano, condizionano la condotta e l’atteggiamento politico degli stessi: pur appartenendo socialmente ai grandi (ma, si noti bene, sono detti grandi per accidente, non di sangue), i Cerchi tengono un contegno «umano» nei confronti del popolo, e come obbiettivo politico interno, piuttosto che alla totale eliminazione degli Ordinamenti di giustizia, mirano alla correzione degli stessi; sinceramente guelfi, ma possibilisti, cercano un compromesso e la convivenza col popolo, con il quale non disdegnerebbero di dividere il potere. Da qui la maggiore propensione per i Cerchieschi dell’ambiente popolare cittadino e sempre da qui la marcata predilezione del ghibellinismo fuoruscito verso questo partito: e questa voce propagata ad arte e soffiata a piene gote dagli avversari, e non convenientemente controbattuta dagli interessati, sarà poi uno dei motivi base dell’inimicizia pontificia e della loro rovina.

Stemma della famiglia Cerchi. Ricostruzione. Firenze, Casa di Dante.

Il capo della casata, Vieri, incarna come meglio non si potrebbe la famiglia e il partito: abile nel commercio, egli porta nella vita politica quella tendenza in lui chiaramente rintracciabile anche negli affari e naturalmente portata verso il compromesso, fidando in quella medicina che è il tempo; ma al momento delle decisioni e delle scelte le qualità negative del capo si faranno sentire in maniera deleteria nel partito che, eccettuato un piccolo gruppo di cui fa parte il poeta, adotterà una linea incerta e traballante, anche quando sarebbe stato necessario «arrotar l’armi»; e allora dovrà soccombere.

Opposti in tutto i Donati: nobili d’antico stampo e forse addirittura appartenenti al mondo feudale, si erano inurbati per la crescente fortuna del comune; e questo esser fatti cittadini per forza lasciò in loro un profondo disprezzo per il popolo, di cui mai si sentirono parte. Lontani dalle attività economiche, alla fine del Duecento i Donati abbondano, più che di ricchezze, di superbia e tracotanza. Corso, il capo della famiglia e poi anche del partito, è la personificazione vivente di quest’ambiente di guelfi intransigenti, propugnatore di un «reggimento» fatto a sua immagine e somiglianza e avversario accanito della partecipazione al governo degli elementi popolari. Che il Donati fosse un gran spregiatore del popolo, che tenesse pose gonfie di superbia e aspirasse a divenire signore della città, tutte le fonti concordemente l’affermano: si può aggiungere anche che quasi certamente egli nutrì un’invidia profonda per la ricchezza dei Cerchi, mentre lui, cavaliere d’antica prosapia, non nuotava nell’abbondanza. Ma si deve pur dire che Corso era largamente fornito di tutte le qualità personali di cui difettavano gli avversari, Vieri de’ Cerchi specialmente; fu uomo deciso e d’azione, pronto a ogni intrigo e a ogni menzogna per il raggiungimento dei fini personali e del partito; in conclusione, fu l’uomo che le particolari circostanze del momento richiedevano, e così i Neri da lui capeggiati trionfarono.

Seconda Torre di Corso Donati (scorcio). Firenze.

La discordia fiorentina, lo ripetiamo, ha origine dalla gara di «grandigia» di queste due famiglie: nata da piccoli principi e da avvenimenti d’importanza limitata (acquisto del palazzo dei conti Guidi da parte dei Cerchi, morte della prima moglie di Corso, una Cerchi, per sospetto avvelenamento del marito, e nuove nozze del Donati con una Ubertini da Gaville) «adagio adagio ingrossando tutti trascinò seco, anche i religiosi, anche le donne» (I. DEL LUNGO, I Bianchi e i Neri, p. 123): da contesa privata si trasforma rapidamente in ardente lotta politica e porta gli animi dei cittadini a un punto tale di passione da mettere in forse finanche la libertà del comune.

Dopo il 1295 la discordia dei grandi ha superato l’ambito familiare e si delineano abbastanza chiaramente i gruppi destinati a dar vita ai due partiti: da un lato i Cerchi, magnati ma guelfi possibilisti, con larghe aperture verso le forze popolari, a cui son legati da una fitta rete di interessi, e propensi alla conservazione degli Ordinamenti di giustizia; dall’altro i Donati, guelfi intransigenti e fierissimi nemici degli Ordinamenti stessi, che coagulano intorno a sé famiglie di magnati, mentre l’ambiente popolare in gran parte è cerchiesco. Le riunioni della Parte mettono in piazza il dissidio.

In un’atmosfera tesa e sempre più avvelenata si passa, quasi senza accorgersene, ad azioni violente; il gruppo magnatizio fiorentino è ormai irrimediabilmente diviso. A cavallo del Trecento le condizioni della città e lo stato d’animo dei cittadini sono potentemente espresse da Ciacco: «La tua città … è piena / d’invidia sì che già trabocca il sacco» (If VI 49-50).

Il Calendimaggio del 1300 in piazza S. Trinita si festeggiava in allegria l’avvento della primavera: assistevano alle danze delle fanciulle, giovani armati dei due partiti. Ma Firenze era ormai avvelenata: dagli scherni si venne alle parole e poi alle spade, Ricoverino de’ Cerchi ebbe mozzo il naso; «Il quale colpo fu la distruzione della nostra città» dirà il Compagni (I 22); e lo stesso accorato concetto, abbiamo visto, espresse il Villani.

L’incidente occorso al giovane Cerchi contribuì in maniera decisiva all’inasprimento dei rapporti fra i due gruppi e alla formazione di due partiti: in questo senso le affermazioni dei cronisti rispondono perfettamente alla verità; ma noi oggi possiamo anche aggiungere che il vero profondo motivo della lotta era la conquista del potere, e anche l’episodio di S. Trinita rientrava in quella dinamica ed era uno degli ultimi anelli della catena che doveva portare rapidamente alla supremazia di Parte nera.

Ms Chigiano L VIII 296, f. 39r (XIII sec.). Giovanni Villani, Cronaca. «Come la città di Firenze si partì e si sconciò per le dette parti bianca e nera».

La zuffa del Calendimaggio era la testimonianza eloquente di una tensione interna giunta ormai al parossismo: elementi esterni attizzeranno il fuoco del dissidio cittadino. Firenze si intromette nelle lotte interne di Pistoia, esiliando sulle rive dell’Arno i capi delle fazioni di questa città: i Cancellieri bianchi e i Cancellieri neri, che trovano protezione e ospitalità presso gli esponenti dei due partiti fiorentini, i quali assumono ora (primavera del 1300) la loro definitiva denominazione: guelfi bianchi i Cerchieschi e guelfi neri i Donateschi. Abilmente manovrata dai Donati, minacciosa si profila intanto l’ingerenza di Bonifacio VIII nelle cose di Firenze (vedi la condanna del 24 aprile dei tre Fiorentini del banco Spini di Roma accusati di intelligenze col papa in danno del comune), sicché di balzo la discordia fiorentina assume toni e dimensioni internazionali.

Con la primavera-estate del 1300 si delinea chiara la tendenza di fondo dei due partiti, ormai su posizioni inconciliabili: i Donateschi, che sul piano interno si sentono più deboli degli avversari, con fine azione politica riescono a tirare definitivamente al loro fianco Bonifacio viii propagando ad arte la diceria del ghibellinismo dei Bianchi e, in sostanza, accettando una politica di asservimento verso la curia; i Cerchieschi, invece, pur dichiarandosi strenui difensori della fiorentina libertas, tengono un atteggiamento indeciso e contraddittorio, al quale sono naturalmente portati sia per la difesa degli interessi commerciali, vistosissimi a Roma, nel reame di Napoli e in Francia, e sia anche per la personalità di Vieri, capo riconosciuto del partito. Solo un piccolo gruppo di essi, non influenzato da interessi mercantili, vuole una chiara linea di condotta e chiede che si affronti il pontefice, a viso aperto: fra questi, e certo in posizione di primo piano, Dante. In tale contesto si spiegano perfettamente gli avvenimenti fiorentini della primavera-estate del 1300: di fronte a una larvata supremazia bianca (è il periodo del priorato di Dante, sotto il quale la signoria, imparziale, mandò in esilio le persone più in vista dei due partiti: fra i Bianchi Guido Cavalcanti, per il noto episodio di violenza del 23 giugno), pericolosa pei Donati ma in realtà inconcludente, Bonifacio VIII, su richiesta e in favore di Parte donatesca (Villani, VIII 40), si intromette apertamente nelle discordie fiorentine: si spiega così l’invito, rifiutato, rivolto a Vieri de’ Cerchi di recarsi a Roma e l’invio a Firenze come paciere del Cardinale d’Acquasparta, episodi entrambi finiti nel nulla (giugno-luglio 1300). In questa occasione i Bianchi danno una prima dimostrazione d’indecisione e d’incongruenza: si oppongono ai desideri del pontefice, ma rifiutano una politica netta e decisa nei confronti di lui; e le conseguenze di questo atteggiamento pendolare si faranno sentire molto presto.

Pietro Cavallini. La Vergine col bambino, fra S. Matteo e S. Francesco, con Matteo D'Aquasparta. Affresco, inizi XIV sec. dalla Tomba di Matteo D'Acquasparta. Roma, Chiesa di Aracoeli.

Il fallimento del tentativo di inserirsi positivamente nelle cose fiorentine spinge Bonifacio VIII alla ricerca di soluzioni radicali, mentre i Neri, abilissimi e spregiudicati, stillano goccia a goccia il veleno del sospetto nell’animo del pontefice diffondendo la voce del ghibellinismo cerchiesco. Da parte loro i Bianchi con una condotta sbagliata e tortuosa fan di tutto per avallare le suggestioni dei Neri: ne è la prova la loro ambiguità nei confronti dei fuorusciti ghibellini, cosa questa che irrita al massimo l’animo di papa Caetani, che avvia allora il problema fiorentino verso la soluzione globale inserendolo in un disegno politico di vaste proporzioni. Matura così l’intervento di Carlo di Valois (trattative condotte nel periodo autunno 1300 – primavera 1301), il cui accordo col pontefice vien di pubblico dominio nel maggio del 1301: accordo stipulato in funzione anti-fiorentina, o meglio contro la Parte bianca che aveva il governo del comune, anche se ufficialmente la venuta del Valois si metteva in relazione con la questione siciliana. I Bianchi, quindi, hanno netta la percezione del pericolo, e sono indotti a prendere misure precauzionali: rientra in questo quadro la cacciata dei Neri da Pistoia (ne furono materialmente autori i rettori fiorentini Cantino Cavalcanti e Andrea Gherardini, maggio 1301). Ma fu il solito inconcludente fuoco di paglia, perché i Bianchi non metteranno a profitto il vantaggio, anche militare, che dava loro l’affermazione pistoiese.

Nello scorcio della primavera del 1301 la posizione interna dei Neri è molto vacillante: per fortuna va loro in aiuto la costante indecisione degli avversari (salvo, come s’è detto, una piccola parte di essi, tra i quali Dante, la quale patrocina misure energiche dal momento che le differenze erano arrivate al punto di rottura e che nessun compromesso era più possibile), mentre i Donateschi cercano di guadagnar tempo con ogni mezzo; si spiega così il noto convegno di S. Trinita (1301, metà giugno circa) che, sotto la falsa apparenza della pacificazione, ebbe appunto lo scopo di passar senza danni quei mesi cruciali. I Bianchi, è vero, si accorsero del tranello, ma invece di assumere una volta per tutte un atteggiamento deciso, si fermarono titubanti a mezza strada condannando all’esilio soltanto alcuni caporioni donateschi, fra cui messer Simone di Iacopo de’ Bardi, marito di Beatrice.

«… e la parte selvaggia / caccerà l’altra con molta offensione» (If VI 65-66) dirà Dante a proposito di questi esili; ma in realtà la misura fu lieve e non certo commisurata al momento, che imponeva decisioni drastiche e radicali. Le condizioni politiche generali (inizio estate 1301) e, aggiungiamo, il buon senso, comandavano l’adozione di una politica coraggiosa nei confronti degli avversari e del papato, ormai in stretto e chiaro connubio fra di loro: la paura degli interessi e la personalità di Vieri, rivelatasi sempre più impari all’altezza dei compiti, furono fra le cause più appariscenti della condotta pendolare dei Cerchieschi; partito di femminucce li dirà Bonifacio VIII, e mai definizione calzerà più a pennello di quella nel definire la condotta dei Bianchi. Siamo ormai alla conclusione e la cronologia dei fatti illustra con chiarezza lo svolgimento e la connessione dei medesimi.

Giotto di Bondone (attribuito), Bonifacio VIII indice il Giubileo. Frammento di Affresco, 1300. Roma, San Giovanni in Laterano.

Arrivato infatti alla corte pontificia ai primi di settembre (sembra il 3), il giorno 5 Carlo di Valois riceve ufficialmente dal papa l’incarico di paciere di Firenze: evidentemente ogni aspetto politico del problema era stato sviscerato e concordato in precedenza. Poco dopo la metà del mese – si pensa il 19-20 – il Valese lascia la corte pontificia e si avvia verso la Toscana, ma invece di seguire la via più breve, la Romea, si dirige verso la val Tiberina, avendo l’avvertenza di convocare per il 4 ottobre successivo a città della Pieve i rettori dei comuni amici della Toscana. Qui si trovava anche Corso Donati, col quale Carlo di Valois e i rettori dovevano tradurre in termini militari l’accordo politico col papa: questo il senso della deviazione del Valese, altrimenti incomprensibile.

I Fiorentini, nel frattempo, cercano di correre ai ripari: e poiché non hanno il coraggio di una ferma opposizione militare, tentano di arrivare a una soluzione politica inviando un’ambasceria al pontefice, della quale, com’è noto, Dante fu la figura più importante. Ma anche in quest’occasione i Bianchi fanno mostra della loro indecisione (deliberazione dell’invio, alla metà di settembre circa, e partenza effettiva della stessa nell’ottobre inoltrato), pur dovendosi ammettere che un atteggiamento opposto ormai non avrebbe potuto recare un apprezzabile risultato, dal momento che il piano militare destinato a rovesciare la Parte bianca era scattato con la partenza del Valese.

Accolta bene nella forma, l’ambasceria (Dante, Ruggerino de’ Minerbetti e il Corazza da Signa) non ottiene nulla nella sostanza, e due oratori, pare su consiglio del pontefice stesso, rientrarono subito (fine di ottobre) in sede, mentre Dante, certo non a caso, è trattenuto presso la curia. L’apparente benevolenza di Bonifacio aveva però uno scopo ben preciso: guadagnar tempo; ma non appena giunge a Roma la notizia dell’ingresso del Valese a Firenze, il contegno del papa subisce un brusco cambiamento: «lasciò le lusinghe e usò le minacce» dirà il Compagni (II 11), e questo, se aggiunto ai già numerosi motivi di risentimento che Dante aveva contro il pontefice, riesce a farne comprendere l’accanimento contro «quel d’Alagna» (Pd XXX 148).

La Parte bianca era ormai alla fine: il primo di novembre Carlo di Valois entrava in Firenze senza incontrare una vera opposizione, mentre Corso Donati lo seguiva subito dopo; il giorno 7 cade il Priorato bianco e al suo posto si insedia la signoria nera e Cante de’ Gabrielli da Gubbio, venuto al seguito del Valese, è il nuovo podestà. Il rivolgimento politico priva Dante della carica d’ambasciatore, ed egli allora, come pare, è costretto a lasciar Roma. A Firenze i Bianchi si sentono franare il terreno sotto i piedi: dopo una breve parentesi di calma apparente (ma è il tempo in cui Dante istruisce i processi) cominciano a fioccare le sentenze; la prima è del 18 gennaio 1302 e nella seconda del 27 successivo è compreso anche l’Alighieri.

Arnolfo di Cambio, Statua di Carlo I d'Angiò (1227).

Le sentenze avvicinano automaticamente i guelfi bianchi e i ghibellini, ma è unione forzata e innaturale, dalla quale nascerà poi la leggenda di un Dante ghibellino. Si arriva così al convegno di Gargonza, avvenuto probabilmente nel periodo fra il 27 gennaio e il 10 marzo, nel quale si pongono le basi per un’alleanza militare vera e propria fra la universitas partis alborum e i ghibellini. Firenze nera risponde con le condanne a morte del 10 marzo, ma la coalizione militare dei fuorusciti mette a mal partito la città (caduta di Figline, poi di Piantravigne, ecc.). In favore dei Neri si muove di nuovo Bonifacio VIII, il quale con falsi allettamenti stacca Arezzo dall’alleanza degli esuli, che così si vedono costretti a spostare la lotta contro Firenze da sud a est avvicinandosi agli Ubaldini, i potenti feudatari ghibellini dell’Appennino tosco-emiliano, ai quali vengono concesse da parte degli esuli le note assicurazioni del convegno di S. Godenzo (8 giugno 1302), cui partecipa anche Dante.

La guerra divampa ora nel Mugello, dove gli Ubaldini commettono saccheggi e ruberie d’ogni sorta (estate-autunno 1302): nella lotta Dante occupa un posto di rilievo, e proprio in questo periodo cadrebbero la sua andata alla corte di Scarpetta Ordelaffi a Forlì, e a Verona presso Bartolomeo della Scala. Ma poi, forse in connessione con la condotta della guerra, cominciano i contrasti fra Dante e la compagnia malvagia e scempia, che la disfatta di Pulicciano (primavera 1303) rende ancora più acuti: si arriva così alla rottura, e il poeta si sente minacciato finanche nella persona, per cui abbandona gli amici di ieri, dando inizio al suo duro peregrinare.

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S. DELLA TOSA, Annali, in Cronichette antiche di vari scrittori del buon secolo della lingua toscana, a c. di D.M. Manni, Firenze 1733, p. 157; P. PIERI, Cronaca delle cose d’Italia dall’anno 1080 fino all’anno 1300, a c. di A.F. ADAMI, Roma 1755, pp. 57, 61, 67; G. VILLANI, Cronica VII 56; VIII 1, 12, 38-40, 45, 49; Dino Compagni e la sua Cronica, a c. di I. DEL LUNGO, Firenze 1879, p. 84 e passim; M. DI COPPO STEFANI, Cronica, a c. di N. RODOLICO, in «Iter. Ital. Script.» XXX, I, rub. 217; I. DEL LUNGO, I Bianchi e i Neri – Pagine di storia fiorentina da Bonifacio viii ad Arrigo vii per la vita di Dante, Milano 19112, pp. 116-119, 123-125, 127-129, 136, 144, 150, 152-153, 161, 163-164, 254; P. VILLARI, I primi due secoli della storia di Firenze, s.d., III ediz., p. 440 passim; G. MASI, Sull’origine dei Bianchi e dei Neri, Firenze 1927, pp. 6, 8, 12, 17, 29; ID., Il nome delle fazioni de’ Bianchi e de’ Neri, Aquila 1927; L. SALVATORELLI, L’Italia comunale dal secolo XI alla metà del secolo XIV, Milano 1940, 734-737; A. PANELLA, Storia di Firenze, Firenze 1949, pp. 76-83; PIATTOLI, Codice 90, 91, 92; DAVIDSOHN, Storia II II, Firenze 1957, pp. 700, 708; III, ibid. 1960, p. 182 passim; IV I 1962, p. 196 passim; IV II, 1965, p. 29 e passim; IV III, 1965, p. 12 e passim; E. SESTAN, Dante e Firenze, in «Arch. Stor. It.» CXIII (1965), pp. 159, 162-163; G. PAMPALONI, I primi anni dell’esilio di Dante, in Conferenze aretine, Arezzo 1966, pp. 134-137.

Lettera di Belisario a Totila

Procopio di Cesarea, De bellis, VII (De bello Gothico, II) 22, 8-16.

Belisario difende Roma dai Goti. Illustrazione di P. Dennis.

Belisario difende Roma dai Goti. Illustrazione di P. Dennis.

[…] Πόλεως μὲν κάλλη οὐκ ὄντα ἐργάζεσθαι ἀνθρώπων ἂν φρονίμων εὑρήματα εἶεν καὶ πολιτικῶς βιοτεύειν ἐπισταμένων, ὄντα δὲ ἀφανίζειν τούς γε ἀξυνέτους εἰκὸς καὶ γνώρισμα τοῦτο τῆς αὑτῶν φύσεως οὐκ αἰσχυνομένους χρόνῳ τῷ ὑστέρῳ ἀπολιπεῖν. Ῥώμη μέντοι πόλεων ἁπασῶν, ὅσαι ὑφ̓ ἡλίῳ τυγχάνουσιν οὖσαι, μεγίστη τε καὶ ἀξιολογωτάτη ὡμολόγηται εἶναι. οὐ γὰρ ἀνδρὸς ἑνὸς ἀρετῇ εἴργασται οὐδὲ χρόνου βραχέος δυνάμει ἐς τόσον μεγέθους τε καὶ κάλλους ἀφῖκται, ἀλλὰ βασιλέων μὲν πλῆθος, ἀνδρῶν δὲ ἀρίστων συμμορίαι πολλαί, χρόνου τε μῆκος καὶ πλούτου ἐξουσίας ὑπερβολὴ τά τε ἄλλα πάντα ἐκ πάσης τῆς γῆς καὶ τεχνίτας ἀνθρώπους ἐνταῦθα ξυναγαγεῖν ἴσχυσαν. οὕτω τε τὴν πόλιν τοιαύτην, οἵανπερ ὁρᾷς, κατὰ βραχὺ τεκτηνάμενοι, μνημεῖα τῆς πάντων ἀρετῆς τοῖς ἐπιγενησομένοις ἀπέλιπον, ὥστε ἡ ἐς ταῦτα ἐπήρεια εἰκότως ἂν ἀδίκημα μέγα ἐς τοὺς ἀνθρώπους τοῦ παντὸς αἰῶνος δόξειεν εἶναι· ἀφαιρεῖται γὰρ τοὺς μὲν προγεγενημένους τὴν τῆς ἀρετῆς μνήμην, τοὺς δὲ ὕστερον ἐπιγενησομένους τῶν ἔργων τὴν θέαν. τούτων δὲ τοιούτων ὄντων ἐκεῖνο εὖ ἴσθι, ὡς δυοῖν ἀνάγκη τὸ ἕτερον εἶναι. ἢ γὰρ ἡσσηθήσῃ βασιλέως ἐν τῷδε τῷ πόνῳ, ἢ περιέσῃ, ἂν οὕτω τύχοι. ἢν μὲν οὖν νικῴης, Ῥώμην τε καθελών, οὐ τὴν ἑτέρου του, ἀλλὰ τὴν σαυτοῦ ἀπολωλεκὼς ἄν, ὦ βέλτιστε, εἴης, καὶ διαφυλάξας, κτήματι, ὡς τὸ εἰκός, τῶν πάντων καλλίστῳ πλουτήσεις: ἢν δέ γε τὴν χείρω σοι τύχην πληροῦσθαι ξυμβαίη, σώσαντι μὲν Ῥώμην χάρις ἂν σώζοιτο παρὰ τῷ νενικηκότι πολλή, διαφθείραντι δὲ φιλανθρωπίας τε οὐδεὶς ἔτι λελείψεται λόγος καὶ προσέσται τὸ μηδὲν τοῦ ἔργου ἀπόνασθαι. καταλήψεται δέ σε καὶ δόξα τῆς πράξεως ἀξία πρὸς πάντων ἀνθρώπων, ἥπερ ἐφ̓ ἑκάτερά σοι τῆς γνώμης ἑτοίμως ἕστηκεν, ὁποῖα γὰρ ἂν τῶν ἀρχόντων τὰ ἔργα εἴη, τοιοῦτον ἀνάγκη καὶ ὑπὲρ αὐτῶν ὄνομα φέρεσθαι […].

 

«Gli uomini saggi e che apprezzano le leggi del vivere civile sono soliti rendere adorne di belle opere d’arte le città che non ne possiedono; è invece proprio degli uomini stupidi saccheggiarle dei loro ornamenti, tramandando così ai posteri, senza vergogna, il ricordo della loro pravità. Ora, di tutte le città su cui splende la luce del sole, Roma è la più grande e la più maestosa. Infatti, essa è il risultato non dello sforzo di un solo uomo, ma di tutta una lunga serie di imperatori; l’unione dell’opera degli uomini più illustri, facendo uso di ricchezze infinite, per lungo tempo, l’hanno resa splendida con i capolavori degli artisti, raccolti in tutto il mondo. E quegli uomini, edificando questa città, a poco a poco, la lasciarono, così come tu la vedi, ai posteri, quale monumento della virtù del mondo. Per la qual cosa, chi facesse oltraggio a tanta grandezza, si renderebbe reo di grave delitto verso tutti gli uomini dei tempi futuri: infatti, egli priverebbe gli avi del monumento al loro valore, e ai posteri toglierebbe la possibilità di godere della vista delle opere eccelse degli antenati. Poiché le cose stanno così, tu devi confessare che necessariamente una di queste due cose deve accadere: o tu in questa guerra sei vinto dall’imperatore, oppure, se ciò può essere possibile, sei tu a batterlo. Ora, se tu trionfi, distruggendo Roma non perdi però una città altrui, bensì la tua propria, o illustrissimo uomo: conservandola invece, tu puoi reputarti arricchito, a buon prezzo, del più splendido possedimento della terra. Se, invece, la fortuna ti sarà avversa, la conservazione di Roma sarà un buon motivo affinché tu trovi grazia agli occhi del vincitore, laddove la distruzione sua ti toglierebbe speranza di essere accolto con mitezza e di avere qualche vantaggio. Fatta l’opera, scenderà la sentenza del mondo, che in ogni caso ti giudicherà: infatti, la bella o brutta fama dei principi dipende necessariamente dalle loro gesta».

Il Regno dei Goti in Italia

di C. Azzara, in ibid., L’Italia dei barbari, Bologna 2002, pp. 43-91.

La regalità di Teoderico

Il regno instaurato in Italia dal goto Teoderico dopo la sua vittoria su Odoacre rappresentò un’esperienza complessa, costituzionalmente inedita per la penisola (ma non per l’Occidente già romano nel suo insieme), in cui gli aspetti innovativi si innestarono su moduli tradizionali; l’esito fu contraddistinto da un elevato tasso di sperimentazione politica, che rende tale realtà difficilmente inquadrabile secondo schemi preordinati e facili classificazioni.

Mappa dell'Europa occidentale nel 534.

Mappa dell’Europa occidentale nel 534.

Nel considerare i fondamenti politici e istituzionali, le forme d’espressione e di rappresentazione, nonché la stessa formula teorica del regno goto in Italia, la moderna critica ha di regola fatto ricorso, per indicare l’aspetto connotante del potere di Teoderico e dei suoi successori, a termini e concetti quali «ambiguità», «duplicità», «ambivalenza», e altri afferenti ai medesimi campi semantici. Questi corrispondono bene a una vicenda contraddistinta da una spiccata eterogeneità di elementi, in relazione a un potere monarchico che affondava le proprie radici nella tradizione di una stirpe barbarica e nella legittimazione da essa derivante, che si espresse però in un territorio già appartenuto all’Impero romano d’Occidente (anzi, nella culla di questo), su gruppi etnici diversi e mantenuti giustapposti e distinti, in un rapporto mai pienamente chiarito con l’Impero di Costantinopoli (di subordinazione ideale, ma di fatto anche di emulazione) e facendo infine ricorso, per definire se stesso, a stilemi «ideologici» di natura differente. Prospettive variegate circa la fisionomia della regalità ostrogota in Italia sono del resto riscontrabili già nelle testimonianze più antiche, basti pensare alle interpretazioni offerte dai principali autori coevi, dall’Anonimo Valesiano a Cassiodoro, da Ennodio a Giordane. Una sostanziale indeterminatezza contraddistingue la regalità teodericiana sin dal momento stesso dell’ingresso dell’Amalo nella penisola e dal primo consolidarsi del suo potere sulla stessa. Quando venne inviato da Zenone a rovesciare il regime di Odoacre, Teoderico univa alla sovranità di carattere militare, di stirpe, ereditata dal padre, i titoli di patricius e di magister militum praesentialis, che gli erano stati concessi dall’imperatore con il consolato e con la cittadinanza romana. È da rammentare che il Goto aveva soggiornato a lungo a Costantinopoli da giovane, potendo così acquisire familiarità, oltre che con la corte imperiale, con le diverse espressioni della civiltà romana, che del resto i Goti da tempo frequentavano in misura superiore ad altre stirpi barbariche. Dopo la vittoria su Odoacre nel 493, come già ricordato, Teoderico si era fatto proclamare rex a Ravenna dal suo exercitus, che nella prospettiva dei Romani era un esercito di foederati. Per governare oltre agli Ostrogoti immigrati con lui anche i Romani, largamente maggioritari per numero nel suo nuovo regno, l’Amalo doveva tuttavia ottenere la legittimazione imperiale, per cui richiese a Costantinopoli la vestis regia, che ricevette nel 498. Una simile legittimazione figurava necessaria in quanto il regno goto era pur sempre, de iure, una pars dell’Impero, unico e indivisibile, sulla quale il monarca barbaro era chiamato a governare per delega imperiale, secondo un modello condiviso da diversi regni sorti in Occidente dopo il 476.

Assedio di Verona.  Bassorilievo tratto dall'Arco di Costantino (312 ca.). Fra l'epoca costantiniana e quella di Odoacre nelle armate imperiali il numero dei coscritti barbari era aumentato notevolmente.

Assedio di Verona.
Bassorilievo tratto dall’Arco di Costantino (312 ca.). Fra l’epoca costantiniana e quella di Odoacre nelle armate imperiali il numero dei coscritti barbari era aumentato notevolmente.

Il titolo che consentì a Teoderico di muovere legittimamente contro Odoacre e la stessa valenza della carica di rex conseguita nel 493 sono oggetto delle congetture più disparate, senza che sia possibile giungere ad una soluzione certa. In riferimento al primo punto, ad esempio, si è potuto ipotizzare la creazione ad hoc di un onore di magister militum per Italiam, di cui peraltro non vi è traccia nelle fonti, sia immaginare uno specifico valore, modellato su misura per la circostanza e per la persona, della dignità di patricius, con il senso di «rappresentante dell’imperatore». La proclamazione a rex, d’altro canto, è stata interpretata ora come un «colpo di Stato», segno della volontà di autonomia dall’Impero, ora, in modo più sfumato, come una «mossa ambigua», mirata forse a sollecitare un pronunciamento chiaro di Costantinopoli dopo l’uscita di scena di Odoacre. Si è anche pensato che a Ravenna Teoderico fosse stato proclamato dai suoi thiudans, titolo goto di forte valenza costituzionale, traducibile con il latino rex, mentre in precedenza egli sarebbe stato soltanto un reiks, vale a dire un notabile, un grande della sua stirpe: l’Anonimo Valesiano rende infatti reiks con dux, che nel lessico tardoromano individuava semplicemente un capo militare. Se resta insolubile il problema dell’esatta calibratura di titoli il cui significato preciso continua a sfuggire, non si può non notare come il fatto stesso di aver condotto i Goti alla vittoria militare sul nemico, al termine di una grande impresa che aveva coinvolto l’intera gens, dandole una nuova patria, forniva una giustificazione al governo in Italia di Teoderico, anche se ciò non presupponeva affatto una contrapposizione nei confronti dell’Impero, una rivendicazione di indipendenza dallo stesso; al contrario, tutto ciò contribuiva, per la sua parte, a ribadire una forma di simbolica correlazione subordinata del re barbaro vittorioso all’imperator invictus, l’augusto sempre invitto e invincibile, come di un figlio rispetto al proprio padre. Il rapporto veniva insomma espresso, nel quadro di una gerarchia ideale, come costituito al contempo da dipendenza e da compartecipazione a un medesimo sistema di valori e di prerogative.

Ms. lat. Fuld. 186ff. (ante 1176 ca.). Pagina miniata raffigurante Teodorico il Grande dalle Gesta Theodorici Regis.

Ms. lat. Fuld. 186 ff. (ante 1176 ca.). Pagina miniata raffigurante Teodorico il Grande dalle Gesta Theodorici Regis.

Nella formula adottata dal regno teodericiano rientrava incontestata la subordinazione dell’imperatore, al quale era riconosciuta senza incertezze una preminenza, quantomeno onorifica. Contestualmente trovava peraltro spazio un malcelato sforzo di emulazione nei confronti della stessa carica imperiale, in virtù della pretesa di un rapporto speciale, dal quale discendeva un sentimento di superiorità del re Amalo su tutti gli altri sovrani barbari. Questo appare sintetizzato con efficacia nel testo di una lettera ben nota, databile attorno al 508 e scritta per conto di Teoderico dal suo ministro romano Cassiodoro, con destinatario l’imperatore Anastasio[1]. In essa, il regno dell’ostrogoto era presentato come un’imitazione dell’unico Impero, al cui eccelso esempio dovevano rifarsi indistintamente tutti i regnanti, ma tanto più chi, come Teoderico, era tenuto ad esercitare autorità di governo anche su sudditi romani. Proprio la perfetta rispondenza a un simile modello, favorita dalla compartecipazione a un comune sistema di valori, ereditato dalla tradizione di Roma, giustificava la superiorità del regno teodericiano su quello di tutti gli altri re di stirpe, nella consapevolezza che «regnum nostrum imitatio vestra est, forma boni propositi, unici exemplar imperii: qui quantum vos sequimur, tantum gentes alias anteimus». Insomma, presentandosi come filius del pater imperiale, Teodorico pretendeva di rifletterne la luce, elevandosi di conseguenza su tutti gli altri monarchi. Nell’esercitare in Italia un potere che non si configurava in termini etnici, ma che si estendeva in pari modo sui Goti e sui Romani residenti nella Penisola (e per questo motivo nella titolatura ufficiale si preferì la formula romanizzante di Flavius Theodericus rex a quella di rex Gothorum), l’Amalo, pur senza mai assumerne il titolo, finì per svolgere di fatto funzioni proprie di un imperatore, di un princeps Romanus che rivendicava un rapporto di continuità diretta con gli imperatori romani d’Occidente del passato, considerandosi emulo di costoro. L’interpretazione di Teoderico quale «imperatore senza titolo» risulta corrente nella moderna storiografia e appare suffragata da specifici comportamenti da lui adottati che sono tipici della sovranità romana, carichi di un forte impatto «propagandistico» sul ceto senatorio e sulle masse italiche, dall’allestimento dei giochi nel circo in occasione di un soggiorno nell’Urbe all’ostentata cura dell’edilizia urbana e dei resti monumentali della classicità, fino all’impiego della porpora. Configurata in simili termini, la sovranità di Teoderico presenta un indubbio carattere di complessità, per le molte e diverse componenti che concorrevano alla sua definizione e che appaiono intrecciate tra loro in un modo tale da risultare difficilmente isolabili: sull’originaria connotazione etnica del rex gentis, che fondava il proprio predominio politico sulle armi dei Goti, si erano stratificate, infatti, varie attribuzioni tipiche del principato romano, opportunamente e accuratamente amplificate da un’abile propaganda. Ne risultava un modello della regalità peculiarmente connotato e privo di una definizione costituzionale troppo rigida, segnato – per l’appunto – da un’«ambiguità» alimentata, probabilmente, anche dal desiderio di lasciare in sostanza imprecisato il rapporto con l’imperatore, nei cui riguardi ci si proponeva, al di là del riconoscimento formale di una superiore potestà di quello, come concorrenti di fatto. Ma tale carattere polivalente del potere del re degli Ostrogoti, indeterminato se non addirittura contraddittorio sul piano teorico e costituzionale, deve essere spiegato, piuttosto che con l’ipotesi di una condotta scaltra e «opportunistica», che sembra adagiarsi nello stereotipo romano del barbaro, con l’assoluta singolarità della contingenza storica in cui cadde l’esperienza del Regnum Gothorum in Italia; in un frangente, cioè, in cui fortissimo appare il carattere di sperimentazione di nuove forme di inquadramento politico delle popolazioni occidentali e più intensa la ricerca di diversi assetti istituzionali. A queste realtà senza precedenti risultava difficoltosa l’applicazione di modelli, formule di legittimità e persino di terminologia tradizionali (e lo stesso lessico appare incapace di definire con esattezza i nuovi equilibri, come se si trovasse «in ritardo» sulle loro manifestazioni); ogni formulazione teorica e ogni ordinamento politico del tempo non potevano non tradire un’inevitabile natura empirica, procedendo per approssimazioni e senza necessariamente prefigurare sbocchi bene individuati.

Lo stanziamento dei Goti in Italia e le forme dell’insediamento

Fibula ornitomorfa ostrogota. Oro e cloisonné, V sec. dal Tesoro di Domagnano (Italia settentrionale). British Museum.

Fibula ornitomorfa ostrogota. Oro e cloisonné, V sec. dal Tesoro di Domagnano (Italia settentrionale). British Museum.

Per i Goti l’Italia fu l’ultima tappa di una plurisecolare catena di spostamenti, non facile da ricostruire. Secondo una tradizione raccolta e fissata proprio nell’Italia del VI secolo da Cassiodoro (nel suo lavoro perduto De origine actibusque Getarum) e da Giordane (nell’opera dallo stesso titolo, conservata, che molto trae proprio da Cassiodoro), la remota origine della stirpe dei Goti sarebbe da rintracciarsi nell’isola di Scanzia (in un ambito, cioè, presumibilmente scandinavo). In seguito, in un’epoca imprecisabile, la tribù avrebbe soggiornato sul Baltico, mentre nel I secolo autori romani come Plinio e Tacito individuavano i Goti nella Germania nordorientale, anche se tali fonti sovrappongono e confondono spesso stirpi diverse; in realtà tutti questi differenti stanziamenti restano di fatto indimostrabili, mancando oltretutto sicuri riscontri archeologici. Tra il II e il III secolo i Goti si sarebbero spinti in direzione della steppa pontica, collocandosi sul lato nordoccidentale del Mar Nero; a questa data la loro dominazione si estendeva tra i Carpazi, il Don, la Vistola e il mare d’Azov, avendo come asse centrale la valle inferiore del Dnepr. In un simile bacino essi convivevano con altre, eterogenee, tribù, compresi gli antenati degli Slavi, e subirono una pesantissima influenza culturale da parte dei popoli delle steppe, modificando in modo significativo il proprio costume. I Goti divennero infatti cavalieri seminomadi, dai tratti marcatamente orientali, tanto è vero che gli osservatori greci e romani del tempo erano portati a confonderli con stirpi iraniche, come gli Sciti e gli Avari. È notevole come una stirpe che è stata percepita e presentata dalla cultura moderna, soprattutto ottocentesca e primonovecentesca, come «tipicamente» germanica (e anzi come una sorta di popolo «campione» di presunti valori «germanici») fosse invece ricondotta dagli antichi nel novero delle etnie orientali; ciò ben sottolinea al contempo la fortissima contaminazione culturale – ora riconosciuta dalla storiografia – delle stirpi tardoantiche e altomedievali e, di conseguenza, l’improponibilità delle rigide classificazioni, del tutto convenzionali, cui si è stati per lungo tempo abituati (e dalle quali si fatica ad emanciparsi). Alla famiglia delle gentes germaniche i Goti possono essere ricondotti solo sulla scorta della lingua che essi parlavano e che era di ceppo germanico. A differenza di quanto accade per gli altri idiomi dei barbari, il goto ci è conservato in modo integrale, grazie alla traduzione che in tale lingua venne fatta della Bibbia, per iniziativa del vescovo Ulfila, verso la metà del IV secolo. Al III secolo sembra risalire la bipartizione della gens dei Goti in due gruppi, denominati dapprima Tervingi e Greutingi, e poi Visigoti e Ostrogoti, senza che per questo venisse meno un sentimento di appartenenza comune e l’unità di lingua. L’episodio, riferito da Giordane, viene messo in dubbio, almeno nei termini in cui è riportato, da diversi studiosi, che pensano piuttosto a una razionalizzazione a posteriori, nelle fonti, della differente distribuzione dei Goti all’epoca della migrazione verso Occidente, con quelli che vennero denominati Visigoti, diretti in Gallia e poi in Spagna, e gli Ostrogoti, indirizzati verso l’area balcanica e, infine, in Italia.

Illustrazione ricostruttiva della divisa di un guerriero visigoto (V-VI sec.), di A. Gagelmann.

Illustrazione ricostruttiva della divisa di un guerriero visigoto (V-VI sec.), di A. Gagelmann.

L’exercitus ostrogoto che Teoderico guidò in Italia doveva essere composto da circa venti-venticinquemila guerrieri, per un totale di cento-centoventicinquemila individui (compresi, cioè, coloro che non combattevano: le donne, i minori), in massima parte (ma non in via esclusiva) di stirpe gota. Nell’insieme si trattava di una quantità relativamente modesta e di certo largamente minoritaria rispetto alla copia dei Romani, con cui i Goti si trovarono a convivere, anche se l’impatto dei nuovi immigrati deve essere calcolato in proporzione non tanto alla massa degli abitanti della penisola, quanto, piuttosto, al ceto dei possessores, cioè al ceto dirigente romano, al quale essi si affiancarono per rango e funzioni. Gli Ostrogoti si insediarono sul territorio italico in ragione del criterio dell’hospitalitas, vale a dire dell’acquartieramento militare, tradizionalmente applicato dall’Impero ai propri foederati barbari: per il servizio prestato, essi avevano diritto a un terzo delle terre della penisola, secondo una distribuzione del cui svolgimento fu incaricato il prefetto del pretorio Liberio, che operò con l’aiuto di una rete di delegatores, i quali, eseguiti i calcoli e le opportune ripartizioni, rilasciavano ai beneficiati regolari titoli di possesso, denominati pittacia. Nei casi in cui l’insediamento dei Goti sulle terre loro assegnate secondo l’istituto della tertia non aveva luogo, i proprietari romani pagavano al destinatario goto un fitto per quel terzo reso comunque disponibile, anche se non occupato effettivamente. Secondo una chiave di lettura che si è fatta strada in tempi relativamente recenti, soprattutto in seguito agli studi di Walter Goffart, e che è tuttora fonte di discussione, nel caso dell’acquartieramento in Italia dell’exercitus dell’ostrogoto Teoderico non si sarebbe avuta una reale cessione di un terzo delle terre ai barbari federati, ma piuttosto la concessione a costoro di una quota dell’imposta fondiaria, già versata dai possessores allo Stato romano, corrispondente al terzo teoricamente alienabile per l’hospitalitas. Ciò spiegherebbe, secondo i sostenitori di tale interpretazione, l’assenza nelle fonti del tempo di qualsivoglia lamentela, da parte degli espropriati, che non avrebbero, dunque, dovuto subire una perdita di proprietà, né un aggravio fiscale aggiuntivo, ma che avrebbero semplicemente corrisposto a un diverso percettore il terzo di un’imposta che essi pagavano in ogni caso. La soluzione sarebbe stata vantaggiosa pure per i Goti, i quali avrebbero beneficiato di un provento sicuro senza accollarsi l’onere del versamento dell’imposta fondiaria, cui sarebbero stati tenuti se fossero diventati possessori effettivi di un terzo delle terre italiane. In assenza di argomenti decisivi, che permettano di sciogliere il nodo circa l’autentica configurazione della tertia concessa agli Ostrogoti in Italia, le diverse ipotesi rimangono aperte al vaglio critico; resta un punto fermo che l’insediamento goto nella penisola non si svolse affatto in forme violente e arbitrarie, ma seguì i consolidati e ordinari meccanismi dell’hospitalitas, da tempo familiari sia al mondo romano sia alle stirpi barbare.

Un capo militare goto. Ricostruzione di A. McBride.

Un capo militare goto. Ricostruzione di A. McBride.

Il regno di Teoderico, centrato sull’Italia con la Sicilia, comprendeva pure le due province retiche e quelle noriche, la Pannonia Savia e la Dalmazia; dopo il 505 il monarca goto acquisì il controllo dell’intera Pannonia e, dal 508, cadde in suo potere anche la Provenza. Un’accorta politica diplomatica gli permise inoltre di esercitare un sufficiente grado di autorità – almeno a tratti – perfino su regioni esterne al suo regno, dal Danubio fino ai Pirenei, con particolare riguardo per il regno dei Visigoti, sulla cui massima carica giunse a detenere per un certo periodo un forte ascendente. Lo stanziamento effettivo degli Ostrogoti non si verificò, peraltro, in modo ovunque omogeneo; nella stessa penisola italiana rimasero sostanzialmente estranee alla presenza gota le regioni meridionali, salvo alcuni presidi circoscritti. La testimonianza che proviene dalle fonti letterarie non indica alcun numero apprezzabile di Goti in province quali l’Apulia o la Calabria e, in genere, non è possibile riscontrare l’esistenza di loro insediamenti di una qualche entità a sud della linea Roma-Pescara, se si fa eccezione solo per alcune guarnigioni (non particolarmente nutrite) collocate a tutela di alcuni centri di primario rilievo strategico: Cuma, Napoli, Benevento, Acerenza, Rossano, Siracusa, Palermo. Le città meridionali sede di guarnigione, come quelle elencate, erano dotate di strutture difensive, mentre le altre non avevano fortificazioni. Contingenti di Goti maggiormente numerosi, rispetto al sud, si trovavano nell’Italia centrale, specie in ambito appenninico, nelle odierne regioni dell’Umbria e delle Marche, ma anche più su, lungo la fascia costiera adriatica di particolare rilievo strategico, ma anche di insediamenti estesi. Importante risulta esser stata la presenza gota ad Osimo, che fungeva da porta d’accesso a Ravenna; tale ruolo appare esaltato in chiave strategica, tra l’altro, nelle vicende della guerra tra l’Impero e gli Ostrogoti, scoppiata nel 535 e che, dopo diciotto anni di combattimenti, pose fine al regno di questi ultimi. Un nucleo ostrogoto era sicuramente presente a Rimini e altri sono riscontrabili soprattutto nell’area compresa tra Ascoli Piceno e Ancona. Le zone di massimo popolamento degli Ostrogoti erano però quelle dell’Italia settentrionale, nella pianura del Po e lungo la fascia prealpina compresa tra Brescia e Belluno. L’odierna Lombardia ospitava centri di assoluto rilievo, come Milano e Ticinum-Pavia, nella quale risiedeva il monarca ed era custodita una parte del tesoro regio. Lo stesso re Teoderico aveva ubicato la propria residenza, oltre che a Pavia, a Ravenna, in passato sede imperiale, mentre un’altra città alla quale era legata la sua figura fu Verona (dove egli aveva riportato la prima e determinante vittoria su Odoacre, come sottolineato dal panegirista Ennodio[2]), al punto che nelle leggende fiorite intorno alla sua memoria il re goto divenne – come si dirà – Diderik von Bern, cioè «Teoderico di Verona». Le tre città regie (Pavia, Ravenna e Verona) erano accuratamente collegate fra loro da un sistema viario che faceva perno sul nodo di Ostiglia; per il rifornimento della mensa del re a Ravenna continuava a funzionare anche un vecchio itinerario via mare, che portava le derrate dall’Istria, dapprima lungo la costa altoadriatica e quindi attraverso le lagune che si susseguivano tra Altino e Ravenna.

Fibula ostrogota. Bronzo, VI sec. Cleveland Museum of Art

Fibula ostrogota. Bronzo, VI sec. Cleveland Museum of Art

In generale i Goti privilegiarono città già significative in età romano-imperiale, con minimi aggiustamenti, che potevano dipendere da fenomeni di riassetto degli equilibri territoriali complessivi. Per esempio nel vitale scacchiere nordorientale crebbe l’importanza di un centro come Treviso, non così rilevante in epoca anteriore, che invece acquistò nel regno goto una centralità legata alla sua collocazione di peculiare interesse militare, nel cuore della Venetia e sulla direttrice che conduceva verso il Friuli, e quindi verso il cruciale confine orientale. Treviso (come anche Cividale, Aquileia, Concordia, Trento, Tortona, Pavia, Ravenna) ospitò un horreum, cioè un granaio pubblico, al quale si ricorse tra l’altro per soccorrere le popolazioni colpite dalla carestia negli anni 535-536. La presenza in una città di magazzini pubblici implicava come necessaria conseguenza la dislocazione di guarnigioni e l’esistenza di opere fortificate per la protezione degli stessi, incrementando in tal modo la consistenza delle infrastrutture e della densità demografica del medesimo centro. La continuità sostanziale del sistema produttivo e della rete stradale della tarda romanità non richiese alcuna ricollocazione dei centri urbani di epoca gota: le città che primeggiavano nel basso Impero continuarono dunque ad eccellere (a cominciare da Ravenna), mentre fenomeni di parziale declino – peraltro sempre difficili da apprezzare compiutamente – che sono stati attribuiti al regno goto, sembrano doversi intendere, invece, come avviati in epoca anteriore. Anche sotto il profilo strategico-militare, del resto, i Goti non fecero certo registrare alcuna trasformazione di sostanza, perpetuando il generale orientamento verso nord, con le sue conseguenze sulla trama urbana, che era già in vigore da tempo. Non si deve dimenticare, inoltre, che nel meridione la presenza gota fu scarsissima, e che quindi non ebbe modo di incidere sui vecchi equilibri. La testimonianza delle fonti scritte, in primo luogo (ma non esclusivamente) Cassiodoro, insiste sugli interventi edificatori che Teoderico avrebbe compiuto nelle città, a cominciare da quelle in cui risiedeva, per restaurare gli antichi edifici in rovina, consolidare le difese, procedere a nuove costruzioni. Gli esempi al riguardo sono molteplici. A Ravenna, vengono attribuiti a Teoderico, tra gli altri interventi, l’erezione di una cappella palatina, il restauro della basilica Herculis, il ripristino dell’acquedotto, che alimentava anche i bagni pubblici. A Verona, oltre al potenziamento delle strutture difensive e al ripristino, anche qui, dell’acquedotto, è segnalata la costruzione di un palazzo collegato alle mura da un lungo portico e di nuovi impianti termali. Con una lettera poi raccolta nelle Variae[3], il re incaricò l’architetto Aloiosus di restaurare l’intero centro termale di Abano, splendido in epoca romano-imperiale e al tempo presente ridotto in uno stato di deplorevole abbandono, con palazzi vetusti e trascurati, sterpaglie che invadevano strade e piazze, gli impianti delle terme inutilizzabili per la prolungata carenza di manutenzione.

Maestro di S. Apollinare Nuovo. Mosaico raffigurante il Palatium di Teoderico il Grande. 526 ca. Cappella di S. Apollinare Nuovo, Ravenna.

Maestro di S. Apollinare Nuovo. Mosaico raffigurante il Palatium di Teoderico il Grande. 526 ca. Cappella di S. Apollinare Nuovo, Ravenna.

L’attività edilizia del re riguardava principalmente edifici pubblici, civili ed ecclesiastici, concentrati nelle città più importanti, oltre alle strutture difensive, urbane e non; occasionalmente sono testimoniate pure iniziative riguardanti costruzioni private, come quella di Matasunta e del suo sposo Vitige, che, nel 536, fecero innalzare a Ravenna una residenza in cui abitare. Alla luce delle attuali conoscenze, rimane assai difficile stabilire la portata reale degli interventi edificatori attribuiti a Teoderico. Pur nella difformità delle posizioni critiche, è stato ampiamente e convincentemente fatto notare come le fonti scritte siano condizionate, in merito, da palesi intenti propagandistici, che sollevano dubbi sull’autenticità delle loro informazioni. L’insistenza di autori come Cassiodoro, Ennodio, lo stesso Anonimo Valesiano, sullo zelo edilizio di Teoderico (Cassiodoro giungeva a dire che con il re goto si erano erette città, castelli, palazzi che superavano per bellezza quelli del passato), intendeva far rientrare la figura del monarca goto nel modello ideale del princeps romano, del quale l’evergetismo costituiva uno dei tratti salienti; in tale prospettiva, nel costruire e nel restaurare, Teodorico si uniformava alla condotta degli imperatori e dimostrava ai Romani il proprio rispetto per il patrimonio di monumenti che egli aveva ereditato e di cui voleva essere garante. Insomma le iniziative dichiarate da simili testimonianze sembrano rispondere più a intenti di ostentazione di un ruolo che a realizzazioni effettive, anche se bisogna riscontrare ogni singola attestazione con la controprova archeologica, laddove disponibile. L’identificazione del settentrione quale luogo privilegiato dell’insediamento ostrogoto in Italia trova conferma nelle testimonianze letterarie, come per il passo di Agazia di Mirina che, nel riferire della conclusione della guerra tra i Goti e l’Impero (535-553), narra il rientro alle proprie basi dei Goti sopravvissuti alla sconfitta finale, incassata dal loro ultimo re Teia ai monti Lattari, precisando come «quelli che prima vivevano al di qua del Po fecero ritorno in Tuscia e Liguria […] mentre quelli da oltre il Po attraversarono il fiume e si dispersero verso la Venetia e verso i centri e le città di quella regione, dove avevano vissuto in precedenza[4]». Proprio alcuni particolari legati allo svolgimento del conflitto ribadiscono la peculiare dislocazione del popolamento goto. Allo scoppio delle ostilità il generale imperiale Belisario decise di sferrare l’attacco da sud, sbarcando in Sicilia e risalendo con facilità, in pochi mesi, il Mezzogiorno continentale fino a Napoli, proprio perché il nemico era tutto concentrato nel settentrione (e presidiava piuttosto il confine nordorientale, aspettandosi un’avanzata da Oriente); quando invece nel 540, dopo i primi cinque anni di combattimenti, si ricercò un accordo di pace (che non resse), venne proposto che agli Ostrogoti fosse lasciata l’Italia transpadana, dove erano ammassati, e all’Impero fosse restituito il resto della penisola.

Ricostruzione dell'Edificio IV (una fornace) del Parco Archeologico Monte Barro (Lc). Illustrazione di A. Monteverdi.

Ricostruzione dell’Edificio IV (una fornace) del Parco Archeologico Monte Barro (Lc). Illustrazione di A. Monteverdi.

Le indicazioni che provengono dalle testimonianze scritte circa la distribuzione dei Goti in Italia trovano una conferma di massima nei riscontri archeologici, concentrati nelle regioni padane, in Romagna, nelle Marche, mentre risultano pressoché assenti nel Mezzogiorno continentale e in Sicilia, lungo la fascia tirrenica e anche nel nord-ovest. Il carattere probatorio di tali incroci di documentazione deve pur sempre tener conto della disorganicità della ricerca archeologica sul territorio; tuttavia, è possibile ricostruire una mappa degli insediamenti ostrogoti sufficientemente corretta. Il motivo di una diffusione tanto parziale della gens Gothorum sul suolo della penisola è senz’altro da individuarsi nel numero esiguo dei suoi componenti e quindi nell’ineludibile necessità per costoro di concentrarsi nelle zone di maggior rilievo strategico, piuttosto che rimanere inutilmente dispersi su aree più vaste (che sarebbero rimaste incontrollabili). Per questo si preferì ridurre al minimo la propria presenza nel centro-sud, per coagularsi piuttosto nella pianura Padana e a ridosso della catena alpina, la quale costituiva il limes rispetto alle stirpi che potevano a loro volta far irruzione in Italia, forse con un orientamento privilegiato in direzione nord-est (che potrebbe spiegare il più intenso popolamento della dorsale adriatica rispetto a quella tirrenica), cioè verso quel valico orientale da cui i Goti stessi erano entrati e che da secoli ormai costituiva il corridoio più favorevole per quanti volevano penetrare nella penisola. Da notare, peraltro, che il confine nordorientale fu consolidato con l’acquisizione del successivo controllo della Dalmazia e della Pannonia e che, da quel momento in poi, l’attenzione sembrò spostarsi piuttosto sui settori centrale e occidentale, dove si doveva far fronte alla minaccia rappresentata da stirpi come quelle dei Burgundi, degli Alamanni e, in particolare, dei Franchi. Buona era la presenza gota anche nella fascia appenninica, a controllo delle vie verso il Meridione e del canale di collegamento fra Ravenna e Roma. La salvaguardia del confine alpino rappresentò dunque uno dei principali motivi di polarizzazione della presenza gota nella penisola italiana e ricalcò, nell’opzione strategica generale che postulava, il modello difensivo romano, tutto orientato a nord. Nell’area alpina gli Ostrogoti ereditarono l’impianto difensivo fortificato della romanità, quel Tractus Italiae circa Alpes, destinato a durare anche nelle epoche successive. Teoderico sembra aver potenziato specialmente la trama dei castelli che si collocavano al margine meridionale delle zone alpine, insistendo forse – come s’è detto – soprattutto sullo scacchiere centro-occidentale da una certa data in avanti. Per la gran parte di questi castra e castella si disponevano in corrispondenza delle clausurae alpine, vale a dire degli sbarramenti che erano collocati ai valichi per presidiare le vie d’accesso alla penisola. Le clausurae, già presenti nel tardo Impero e testimoniate ancora in età longobarda e oltre, in aggiunta al ruolo di prima barriera contro eventuali attacchi in forze dei nemici, fungevano pure da elemento di controllo alla frontiera per tutti gli stranieri che si recavano nella penisola, allo scopo di verificare – come ben documentano le posteriori leggi longobarde, ma anche una lettera di Cassiodoro[5] – che non si trattasse di fuorilegge, di spie, o magari di servi fuggitivi. Come già nel tardo Impero, molte fortezze servivano a dare ricetto, in caso di attacco nemico, alle popolazioni distribuite sul territorio circostante, che abitavano in insediamenti rurali aperti e indifesi; le incursioni, infatti, erano spesso mirate a razziare esseri umani, da tenere poi o da vendere come schiavi. Così, ad esempio, in anni compresi tra il 507 e il 511, Teoderico esortava i Goti e i Romani residenti in insediamenti sparsi attorno al castello di Verruca (da individuarsi, probabilmente, con la località di Fragsburg, presso Merano) a riparare entro la fortificazione, per prevenire possibili, imminenti, pericoli. L’erezione di simili strutture protettive in età gota potrebbe essere stata iniziativa anche di privati proprietari, desiderosi di tutelare la loro manodopera, secondo un costume diffuso oltralpe (dove la capacità difensiva pubblica era precocemente venuta meno) sin dal IV secolo. In casi come quello documentato da una direttiva di Teoderico rivolta ai possessores di Feltre e a quelli di Trento, verso il 523-526, è testimoniata l’azione congiunta dell’autorità regia e delle comunità locali: nella circostanza, infatti, il monarca sollecitava i proprietari della zona a procedere concordemente alla realizzazione di una nuova civitas, probabilmente in Valsugana, cioè lungo una direttrice allora esposta alla latente minaccia franca.

Castrum tardoantico. Parco Archeologico di Castelseprio e Torba (Va)

Castrum tardoantico. Parco Archeologico di Castelseprio e Torba (Va)

Teodorico valorizzò, pertanto, l’eredità tardoromana, consolidando le clausurae alpine i castelli allo sbocco delle valli e le antiche città fortificate che sorgevano sulle principali vie che dalle Alpi scendevano alla pianura, come Cividale, Trento, Ivrea, Susa. Rimane tuttavia impossibile stabilire concretamente, alla luce delle attuali conoscenze e in assenza di puntuali riscontri archeologici, quale sia stato il reale grado d’intervento dell’Amalo, cui le fonti scritte attribuiscono propagandisticamente non solo il restauro delle vecchie strutture ma anche la costruzione di nuovi centri fortificati. Come per gli interventi nelle città di pianura sopra ricordate, anche in questo caso le realizzazioni concrete venivano deformate da un’enfasi esaltatrice, che si preoccupava di rinviare Teoderico ai modelli degli imperatori romani, costruttori e difensori; il mascheramento retorico della realtà del regno goto sotto il velo di un’idealizzazione romaneggiante si ricava bene dall’encomio di Cassiodoro per la funzione assolta dai castelli voluti da Teoderico, e da un’intera regione come la Raetia, quali barriere contro le «ferae  et agrestissimae gentes» che premevano al di là delle Alpi[6]; quasi si trattasse di una riproposizione dell’antico limes della romanità. L’entità reale degli interventi teodericiani in questo campo non emerge, dunque, con sufficiente chiarezza dalle ricerche archeologiche condotte negli ultimi decenni, e non si offre quindi l’opportunità di verificare con i dati materiali le impressioni provenienti dai testi scritti. Attività di scavo in relazione a centri fortificati sono state svolte (o si vanno svolgendo) soprattutto nella Lombardia settentrionale (Monte Barro), nella zona del Garda (Gaino e Sirmione), in Friuli, nella Val Belluna, in Piemonte (dove sono stati rintracciati degli abitati fortificati, come Montefallonio e S. Stefano Belbo). Per tutti questi esempi resta in genere assai problematica una corretta datazione: le strutture sono di norma anteriori all’età gota e non è agevole stabilire quale rapporto originale tale epoca vi abbia apportato. Anche le città maggiori erano in genere munite, almeno a nord, di opere difensive; sovente mancavano mura vere e proprie, ma vi erano ridotti fortificati, collocati nella parte più alta del centro, che potevano proporsi come nuclei di resistenza estrema nel caso la città bassa fosse invasa. Tali ridotti si trovavano nelle città che risultano sprovviste all’epoca di cinta muraria, da Tortona ad Asti, da Trento ad Adria, da Padova ad Ancona; ma anche in quelle che le mura le avevano, come Verona, Brescia, Bergamo. Probabili rafforzamenti della cinta muraria in epoca gota, confermati dall’evidenza archeologica, avvennero, oltre che nelle citate Verona, Brescia e Bergamo, almeno anche a Como, Bologna, Aquileia e Altino, sebbene la datazione delle strutture resti pur sempre incerta. La ricordata postazione militare sul Monte Barro, all’estremità meridionale del lago Lario, costituisce l’unico insediamento ostrogoto significativo fino ad oggi ritrovato. Scavi condotti tra il 1986 e il 1997 hanno portato alla luce un complesso fortificato esteso per almeno sei ettari, cinto da una muraglia difesa da tre torri, con un grande edificio residenziale e altre strutture di complemento. L’insediamento, datato alla prima metà del secolo VI, sembra potersi interpretare come un impianto teso a fornire rifugio, in caso di emergenza, alle popolazioni della pianura sottostante, piuttosto che come la sede permanente di un contingente militare numeroso. Per il resto i reperti archeologici trovati in Italia e attribuibili ai Goti provengono quasi esclusivamente da tombe o da tesori.

Fibula ostrogota con svastica. Oro e vetro, VI sec.

Fibula ostrogota con svastica. Oro e vetro, VI sec.

Va tenuto presente che risulta difficile classificare cronologicamente ed etnicamente le varie presenze barbariche in Italia sulla base dei corredi funerari. Prima di Odoacre non c’era nella penisola una presenza significativa di barbari, tranne i gruppi che militavano nell’esercito romano; con il vincitore di Romolo «Augustolo» si coagulò un nucleo barbarico composto per lo più da Sciri, Rugi ed Eruli. Non è tuttavia possibile discernere archeologicamente il seguito di Odoacre da coloro che immigrarono con Teoderico, sia per la cronologia assai ravvicinata delle due migrazioni sia per l’indistinguibilità dei rispettivi corredi. È invece naturalmente possibile separare i singoli barbari, sepolti con il corredo, dai Romani, che non seguivano tale uso. In generale fattori quali la scarsa distinguibilità dei manufatti goti rispetto a quelli di altre stirpi presenti in Italia in periodi vicini, la prassi presto adottata dai Goti di non seppellire più con il corredo, confondendosi così con i Romani, la difficoltà di datare con sicurezza gli edifici loro attribuiti, tenendo anche conto del fatto che il peridio goto della storia italiana durò appena sessant’anni, rendono problematica l’esistenza stessa di un’archeologica «gota» per la penisola. I corredi goti antichi sono ascrivibili alla tipologia delle stirpi germano-orientali, alla cui categoria i Goti sono rinviabili. Si trattava di culture pesantemente influenzate dai popoli delle steppe e diverse perciò dalle gentes germaniche occidentali, quali ad esempio i Franchi. Il costume femminile tipico delle stirpi germano-orientali (tra cui dunque i Goti) prevedeva la presenza di una coppia di fibule sulle spalle, per fissare al vestito un mantello, e di una grande fibbia alla cintura. Tale costume, formatosi già intorno alla fine del IV secolo, venne mantenuto in tutte le regioni in cui i Goti si diffusero, tra il V e il VII secolo, e si ritrova anche presso i Visigoti della penisola iberica; esso distingueva le donne gote da quelle delle stirpi occidentali. Le fibule e la fibbia da cintura erano decorate e talora impreziosite da pietre; le donne gote portavano anche orecchini e bracciali. Nel corredo funebre goto mancavano altri oggetti d’uso quotidiano, come pettini o recipienti per cibi e bevande, che erano presenti invece in altre culture barbariche. Il noto tesoro scoperto casualmente nel 1893 a Domagnano, nella Repubblica di San Marino, composto di ventidue pezzi tra oreficeria e suppellettili, e considerato uno dei più importanti ritrovamenti archeologici dell’Italia gota, offre l’esempio di un corredo di lusso, che contraddistingueva un individuo di sesso femminile di alto lignaggio. L’esatta interpretazione del tesoro resta difficoltosa, per il mistero che circonda le vicende del ritrovamento e i successivi itinerari dei reperti, a lungo trattati da antiquari e commercianti poco sensibili al dato scientifico; si ritiene comunque assai probabile la provenienza dei pezzi conservati da un unico ritrovamento isolato, databile al V o forse agli inizi del VI secolo. Gli accessori, tutti in oro, comprendono due tipiche fibule a forma di aquila, una fibula ad ape, due spilli per l’acconciatura (per reggere una cuffia o un velo), una parure composta da un largo pettorale, da una coppia di pendenti e da un anello, più una borsa con applicazioni in oro cloisonné e un astuccio per coltello con la punta in oro. Sia l’impiego della cuffia, o del velo, sia la particolare decorazione dei gioielli rinviano palesemente a usi e stili del mondo mediterraneo, sottolineando un forte grado di acculturazione.

Spagenhelme ostrogoto. Ferro e cuoio, VI secolo, da Ravenna.

Spangenhelm ostrogoto. Ferro e cuoio, VI secolo, da Ravenna.

Il corredo maschile goto tipico, invece, si era fissato sin dal I secolo; piuttosto povero, esso era composto da fibbie da cintura e da fibule (tra cui quelle caratteristiche ad aquila), mentre era privo di armi, che sono invece presenti nelle sepolture di altre stirpi (per l’Italia si pensi ai Longobardi). Le armi gote che sono giunte a noi, come l’elmo «a fasce» (Spangenhelm) di Montepagano (Teramo), o quello di Torricella Peligna (Chieti), non sono state dunque ritrovate in tombe, bensì in tesori. La rarefazione dei siti archeologici dei Goti in Italia, rispetto a quelli presenti al di fuori della penisola e databili fra il I e il IV secolo, è conseguenza del fatto che almeno dalla fine del IV secolo, e poi durante tutto il V, mutarono gli usi funebri della stirpe: solo pochi individui, appartenenti ai ceti più elevati, continuarono a trovare sepoltura in tombe isolate, o raggruppate in piccole necropoli a parte, con l’abito e gli accessori, anche se senza il corredo di stoviglie, pettini e altri utensili. Gli individui meno eminenti vennero invece sepolti separatamente e senza corredo, divenendo perciò indistinguibili per l’archeologo. Questa tendenza appare già ben consolidata al momento dell’arrivo in Italia e fu ulteriormente esasperata dalle disposizioni di Teoderico, databili agli anni 507-511 e interpretabili come la probabile sanzione normativa di meccanismi già da tempo in atto; con tali leggi, si vietava l’uso di qualsiasi corredo funebre, condannandolo quale retaggio di credenze pagane circa l’aldilà (che necessita di oggetti di uso quotidiano, in quanto percepita come prosecuzione della vita terrena). Gli usi funerari goti venivano così definitivamente uniformati a quelli della popolazione romana, come ribadito pure dall’invito di Teoderico a ornare, piuttosto, le sepolture con mausolei, alla moda dei Romani.

Fibula ostrogota a forma di aquila. Oro e gemme, fine V sec. d.C. Germanisches Nationalmuseum, Nürnberg.

Fibula ostrogota a forma di aquila. Oro e gemme, fine V sec. d.C. Germanisches Nationalmuseum, Nürnberg.

Le tombe gote presenti in Italia divennero, pertanto, non identificabili; la loro stessa ubicazione non sembra rispondere ad alcun criterio specifico, trovandosi esse, indifferentemente, in gruppi autonomi o all’interno di un cimitero romano e, in questo secondo caso, un poco discoste dalle altre sepolture o anche frammiste a quelle diverse tombe identificate come gote sono state ritrovate in cimiteri romani suburbani, oltre che in porzioni abbandonate di edifici: per esempio nella grande necropoli paleocristiana extra moenia di porta Vercellina, a Milano, è stata scoperta una sepoltura femminile contenente una fibula ad aquila, quindi interpretata come gota. In assenza di corredi etnici o di dislocazioni particolari, le sepolture di Goti possono essere ricercate attraverso altri indicatori, come le iscrizioni funerarie, che riportino nomi goti: è questo il caso, soprattutto, di sepolture ubicate in rilevanti centri urbani (Milano, Pavia, Ravenna, Roma), contrassegnate da nomi di membri della classe dirigente gota: il comes Tzita, il vir sublimissimus Seda, tale Viliaris, nipote del magister militum Trasaric, o Agate, figlia del comes Gattila. L’onomastica va comunque sfruttata con cautela, in quanto un nome, da solo, non identifica con assoluta certezza l’origine etnica di chi lo portava: con la convivenza di scambi di nomi divennero fenomeno tutt’altro che raro. Allo stesso modo, non si deve escludere in via di principio che gli stessi Romani potessero all’occasione adottare elementi culturali dei barbari, percepiti come distintivi di un ceto dominante; questa considerazione potrebbe adattarsi a ritrovamenti come quello, per restare a un caso citato, di Porta Vercellina, inducendo a chiedersi se la presenza di una sola fibula «etnica» in una tomba, collocata in un contesto romano, debba essere per forza un elemento sufficiente a individuare come gota la sua portatrice, senza porsi per niente il dubbio che si potesse anche trattare di una donna romana, che aveva adottato un modulo ornamentale proprio di un’élite sociale.

Gli ordinamenti del «regnum Gothorum»

Il regno di Teoderico sostanzialmente conservò inalterata l’impalcatura burocratica e amministrativa di tradizione romana, giustapponendo ad essa un organigramma goto, che si riservò in via esclusiva la competenza militare. D’altra parte l’alternativa che si pose agli Ostrogoti all’atto del loro ingresso in Italia era quella tra il venire a patti con il ceto politico romano, l’aristocrazia senatoria, oppure il produrre una rottura traumatica e un’eversione radicale degli ordinamenti vigenti attraverso la distruzione fisica di tale ceto, secondo l’esempio fornito in Africa dai Vandali, autori di persecuzioni su vasta scala dei possessores romani e della Chiesa cattolica, nonché di confische sistematiche dei loro beni (così come nella stessa Italia avrebbero fatto più tardi i Longobardi). I Goti, che si erano portati nella penisola non per iniziativa autonoma ma su delega dell’imperatore, optarono per la soluzione già adottata da Odoacre, vale a dire per una convivenza tra l’elemento barbaro di nuova immigrazione, che si proponeva come detentore esclusivo della forza militare, e i quadri eminenti della società romano-italica, nelle cui mani erano concentrati il potere politico-amministrativo e quello economico. La convivenza tra Romani e Goti si poneva, peraltro, in termini di coesistenza sullo stesso territorio di due organismi mantenuti distinti, nelle funzioni (rispettivamente, civili e militari), nel diritto (ius imperiale per gli uni, consuetudini nazionali per gli altri), nel credo religioso, che costituiva un fondamentale elemento d’identità (cattolici i Romani, ariani i barbari), senza alcuno sforzo apprezzabile di assimilazione e di fusione reciproca. Per questo si è potuto parlare di «dualismo», di «bipolarismo», a proposito dei modi di espressione politico-istituzionale (ma anche sociale e culturale) di tale convivenza tra due popoli che restarono separati, anche se indotti alla collaborazione. Soprattutto in raffronto al caso vandalo in Africa, o alla futura soluzione longobarda in Italia, l’età teodericiana ha quindi potuto essere letta come caratterizzata da una sostanziale continuità con gli assetti antichi, come il tratto finale di un’esperienza anteriore, una sua evoluzione, anziché come l’inizio di un ordine radicalmente nuovo. Tale impressione, condivisibile nel suo complesso, non deve però indurre ad accettare supinamente l’immagine di una continuità indistinta e generalizzata tra l’Italia tardoimperiale e quella teodericiana, che avvenga per pura «inerzia»; sembra opportuno parlare piuttosto di «mutamenti nella continuità», della ricerca cioè di nuovi equilibri e di nuove soluzioni all’interno di un quadro di riferimento tradizionale e di valori consolidati.

La corte del re germanico. Illustrazione di A. McBride

La corte del re germanico. Illustrazione di A. McBride

Il voler inserire il regno di Teoderico nel solco di una continuità sostanziale con la tradizione antica ha generalmente portato a sottolineare tutti gli aspetti di più evidente analogia con l’assetto politico-amministrativo tardoromano. Sono stati così rimarcati, accanto all’ossequio dimostrato dal re ostrogoto per il Senato e al mantenimento della struttura burocratico-amministrativa romana (cui si aggiunsero ufficiali goti con proprie mansioni specifiche), anche la continuità nel campo fiscale e giuridico e persino in settori particolarissimi e connessi con le prerogative di un princeps romano, quali quello dell’impegno per la cura del cursus publicus, dell’impulso dato all’agricoltura, dell’attività edilizia pubblica, direttamente promossa dal monarca. La particolare insistenza con cui le fonti coeve, spesso di carattere apertamente encomiastico (dall’esplicito Panegirico di Ennodio, alle stesse Variae di Cassiodoro), riportano gli interventi di Teoderico in questi ambiti induce a ritenere di trovarsi di fronte, in buona sostanza, a una deliberata ripresa e sottolineatura da parte della stessa corte ostrogota e dei suoi canali di propaganda di connotazioni peculiari della sovranità tardoromana, cioè all’assunzione e alla proiezione a opera del medesimo regime teodericiano di modelli della regalità (implicanti precise funzioni e comportamenti del sovrano) capaci di suscitare echi a lui favorevoli presso la popolazione romana e il suo ceto dirigente. Di una simile ricerca di consenso offre un buon esempio la condotta dell’Amalo in occasione della sua visita a Roma nell’anno 500, dopo che lo stesso monarca aveva assecondato le richieste dei romano-cattolici di farsi arbitro nella contesa fra il papa Simmaco e l’antipapa Lorenzo, promuovendo la convocazione di un sinodo che sanasse la frattura. Dopo l’esito del concilio, favorevole a Simmaco (sebbene la polemica fosse destinata a riaccendersi un paio di anni più tardi), Teoderico fu accolto trionfalmente nella città di Pietro dal papa, dai senatori e dal popolo. Nella circostanza, egli si preoccupò di recarsi in Senato, promettendo di conservare intatto quanto gli imperatori romani del passato aveva costruito, come informa puntualmente l’Anonimo Valesiano[7]; presa quindi residenza nel palazzo imperiale, il monarca barbaro celebrò un trionfo di un mese, offrendo ai Romani spettacoli circensi, stabilendo elargizioni annue di cibo ai poveri e stanziando delle somme, tratte dal gettito fiscale, per il restauro dello stesso palazzo imperiale e per il rafforzamento delle mura cittadine. Riassetti anche significativi, pur nella continuità di fondo rispetto al passato tardoimperiale, si possono riscontrare nell’ordinamento delle province. Queste furono sempre affidate a consolari romani e a governatori di rango inferiore, ma essi vennero affiancati da Goti, allo stesso modo in cui, nel governo centrale, vicino al re operavano assieme a romani come Cassiodoro anche ufficiali goti. Il monarca era infatti assistito non solo da funzionari civili romani, ma anche da una «casa» barbarica, composta dai cosiddetti maiores domus regiae. Nelle province, accanto al governatore civile, la cui corte amministrava la giustizia della popolazione romana, agivano comites goti, con funzioni precipuamente militari, non disgiunte da compiti giudiziari. In quanto foederati, ai Goti era riconosciuta la facoltà di conservare le loro consuetudini nazionali a titolo di ius singulare, ma essi avevano contestualmente l’obbligo di garantire alla popolazione romana la facoltà di vivere secondo il diritto imperiale. Teoderico mantenne perciò l’impegno di far osservare lo ius romano; gli editti che emanò per i Romani del suo regno restarono entro i limiti dei poteri di un magistrato imperiale (quale egli figurava in quanto magister militum praesentialis), cui spettava il compito di dare esecuzione alle leggi imperiali e di farle osservare. Gli Ostrogoti continuavano a regolarsi in virtù delle antiche consuetudini nazionali orali, le cosiddette bilagines. A lungo gli studiosi hanno ritenuto che nel regno teodericiano vi fosse anche un codice scritto di diritto goto, il cosiddetto Edictum Theodorici regis, che, invece, viene ora dai più attribuito ad un altro monarca, omonimo dell’Amalo, il re dei Visigoti di Tolosa Teodorico II. L’Edictum Theodorici regis sarebbe pertanto da datarsi al 460-461 e, prodotto in tutt’altro contesto, naturalmente non avrebbe avuto vigore in Italia.

Teoderico (in nome di Anastasio I). Solidus, Roma 493-526. Au 4,15gr – Recto: Vittoria alata stante, verso sinistra con lunga croce.

Teoderico (in nome di Anastasio I). Solidus, Roma 493-526. Au 4,15gr – Recto: Vittoria alata stante, verso sinistra con lunga croce.

Così come erano due, nel regno ostrogoto d’Italia, i sistemi normativi, due erano pure le giurisdizioni: lo iudex romano e il comes goto. Le liti tra Goti e Romani venivano sottoposte al comes, coadiuvato per l’occasione da un Romano esperto del proprio diritto. In questo modo Teodorico rovesciava la norma imperiale, secondo la quale il cittadino romano in lite con un militare (tali erano infatti tecnicamente gli Ostrogoti nella penisola) doveva essere giudicato sempre da un giudice civile assistito da un comes (cioè da un comandante militare). Un Goto era sempre giudicato, invece, da un suo connazionale. Dopo la fine del regno ostrogoto, l’imperatore Giustiniano interverrà per annullare tale disposizione teodericiana, riconducendo i cives sotto la giurisdizione civile. Casi di violazione dell’equilibrio giuridico sono testimoniati in modo sporadico dalle fonti, soprattutto dopo la morte di Teoderico. Cassiodoro ricorda, ad esempio, come durante il regno del giovanissimo Atalarico, sottoposto alla tutela della madre Amalasunta, il comes Gothorum di Siracusa, oltre a rendersi protagonista di diverse vessazioni soprattutto nella riscossione dei tributi, avesse preteso di giudicare impropriamente le liti tra Romani[8]. Un altro re, Baduila, meglio noto come Totila nelle fonti imperiali e nella moderna storiografia, violò apertamente il diritto ufficiale negli anni della guerra, proclamando la liberazione degli schiavi di padroni romani che accettassero di combattere a fianco dei Goti e rendendo legittimi i matrimoni tra individui liberi e schiavi. Tutti questi provvedimenti furono dichiarati nulli da Giustiniano con la Pragmatica sanctio de reformanda Italia del 554, che ripristinò la situazione anteriore agli stravolgimenti operati da Totila. Notevole appare, da ultimo, un ulteriore fenomeno giuridico, riscontrabile nella testimonianza dello stesso Cassiodoro: quello di un progressivo allontanamento della prassi dal diritto ufficiale, soprattutto in sfere quali quella dei reati sessuali o quella della dipendenza servile. Sebbene il re goto si facesse dunque garante del diritto ufficiale, era la prassi che tendeva spontaneamente a discostarsi da quello, per una spinta «spontanea» in atto da tempo, mentre le autorità stesse, in più di un caso, trascuravano di applicarlo correttamente. I sopraccitati comites goti possono essere suddivisi, in linea di massima, in almeno tre livelli (anche se non si devono immaginare piramidi gerarchiche troppo rigide). Al più alto grado si collocavano i comites provinciarum, presenti solo in alcune province, con compiti vari, prevalentemente di polizia, per il mantenimento dell’ordine pubblico. A costoro facevano seguito per dignità i comites civitatum, posti a capo delle guarnigioni cittadine, oltre che gravati di funzioni amministrative e giudiziarie; e, infine, vi erano i comites Gothorum per singulas civitates, con mansioni prevalentemente giudiziarie. Nei rapporti con le istituzioni provinciali il re si avvaleva non solo di ufficiali romani (i comitiaci), ma anche dei saiones, i «seguaci» del sovrano in senso barbarico del termine, che operavano in qualità di suoi messaggeri e agenti personali: comitiaci e saiones venivano in sostanza a svolgere funzioni che nel tardo Impero erano state proprie degli agentes in rebus. In genere i saiones avevano però anche significativi doveri militari: curavano, ad esempio, la leva e i rifornimenti delle truppe. La bipartizione tra magistrature civili e magistrature militari si definiva su base etnica, coerentemente con il carattere di esercito federato applicato alla gens Gothorum stanziata nella penisola.

Mosaico raffigurante un dominus. IV-VI sec. ca. Villa del Casale (Piazza Armerina).

Mosaico raffigurante un dominus. IV-VI sec. ca. Villa del Casale (Piazza Armerina).

Durante il tardo Impero una linea di tendenza piuttosto netta, almeno in Occidente, era stata quella di un progressivo sviluppo del particolarismo provinciale, a fronte dell’indebolirsi del centro politico, con una scelta sempre più frequente dei funzionari all’interno dei ceti eminenti locali e con una spinta all’isolamento economico delle singole province. Con Teoderico, pur partendo da tale situazione, ci fu il tentativo di correggerla, aumentando il peso dell’intervento regio negli ambiti locali: i funzionari centrali erano messi in condizione di intervenire nella vita delle province con ampia discrezionalità, ancorché in modo legittimo, mentre la stessa carica di rector delle singole province, pur venendo definita in termini tradizionali, conobbe un funzionamento irregolare, anche con un’occasionale ampliamento della sfera di competenza territoriale, che poteva trascendere i confini della provincia per coprire un’area più estesa, a giudizio del governo centrale. Veniva inoltre acquistando un ruolo sempre più rilevante nella vita provinciale il cancellarius, ennesimo caso di funzionario nominato dal centro, dotato di poteri assai ampi. Nel regno ostrogoto d’Italia, dunque, a fronte di una continuità dell’ordinamento amministrativo e dell’organizzazione provinciale, che ci fu anche se appare talora volutamente ostentata e amplificata, vennero quindi a realizzarsi, per vie come quelle descritte, trasformazioni di fatto destinate a mutare in modo tutt’altro che secondario il funzionamento interno delle province stesse, il tenore dei loro rapporti con l’autorità centrale e quindi, in definitiva, gli assetti generali del regno.

Società ed economia

L’insediamento della gens degli Ostrogoti in Italia e la conseguente introduzione di un nuovo regime politico non sembra abbia inciso in modo apprezzabile sui meccanismi della società e dell’economia rurali e sugli assetti della proprietà. Il modello produttivo di quest’epoca fece registrare una sostanziale continuità rispetto agli assetti del tardo Impero, proseguendo nello sviluppo di fenomeni già ben avviati: il decentramento della produzione, la preferenza per la gestione fondiaria indiretta, che divenne prevalente, l’accentramento della rendita nelle mani dei possessores. Tali dinamiche acuirono la subordinazione dei contadini, con gradi di sfruttamento che aumentavano quanto più nutrito era il numero degli intermediari fra il proprietario e i lavoratori. La larga maggioranza della popolazione rurale coltivava terra non propria, in qualità di affittuaria; persisteva anche l’impiego di schiavi, i quali, alla luce di recenti stime quantitative (che restano comunque sempre assai precarie), dovevano essere più numerosi di quanto tradizionalmente non si credesse, aggirandosi forse attorno a una percentuale del 15% sul totale dei lavoratori della campagna. Le fonti, se documentano abbastanza bene le aziende di maggiori dimensioni, coltivate da affittuari o da schiavi mantenuti dal proprietario, lasciano invece più in ombra il ceto dei contadini proprietari, dei quali sfuggono pertanto l’esatta fisionomia e la quantità complessiva. La struttura dei latifondi, di cui c’è buona testimonianza, prevedeva una suddivisione degli stessi in massae, amministrate da actores, e lavorate, per l’appunto, da contadini dipendenti.

Giuseppe presiede al controllo del grano. Placca d’avorio, 552, dal Trono dell’arcivescovo Massimiano, Ravenna.

Giuseppe presiede al controllo del grano. Placca d’avorio, 552, dal Trono dell’arcivescovo Massimiano, Ravenna.

La stratificazione dei rustici, secondo criteri sociali ed economici, risulta esser stata molto accentuata, al di là dell’immediata distinzione giuridica tra gli individui che godevano dello status di libero e quelli che invece ne erano esclusi. Sul piano giuridico, contadini liberi e schiavi rimanevano ovviamente ben separati, ma dal punto di vista della percezione del loro ruolo sociale ed economico una simile differenziazione si affievoliva; una fortunata formula del noto giurista Ulpiano, «servus quasi colonus est», portava ad intendere che il lavoro fornito da un colono e quello prestato da un servo fossero in buona sostanza identici dal punto di vista del padrone, con la conseguenza che le due figure tendevano a sovrapporsi. Inoltre una quantità crescente di liberi era spinta a decadere nello status servile, dal momento che l’estrema indigenza di molti contadini li costringeva a vendere come schiavi i propri figli per sopravvivere, oppure a dare se stessi in servitù a un qualche padrone, che assicurasse loro il soddisfacimento dei bisogni primari e li soccorresse nelle emergenze. Meno frequente risultava un passaggio di condizione in senso opposto, con l’affrancamento di soggetti schiavi. Questo poteva verificarsi per istanze individuali, piuttosto che per meccanismi strutturali della società e dell’economia, nei casi, cioè, di ascesa di singoli individui non liberi particolarmente intraprendenti, ovvero per scelte dei padroni condizionate dalla morale cristiana (un servo affrancato costituiva un’offerta a Dio e poteva essere impegnato a pregare per l’anima dell’ex padrone); oppure, ancora, per interventi delle autorità ecclesiastiche, spalleggiate dall’autorità pubblica, come nella manomissione di schiavi cristiani sottratti a padroni ebrei. Si trattava comunque di esiti difficili da raggiungere e, oltretutto, non necessariamente desiderabili, poiché la tutela padronale insita nella condizione servile poteva addirittura essere preferita a una libertà esposta alla miseria.

Codex Vaticanus lat. 3225 – Vergilius Vaticanus, f. 7v (400 ca.). Scena di vita agreste.

Codex Vaticanus lat. 3225, noto anche come Vergilius Vaticanus, f. 7v (400 ca.). Scena di vita agreste.

Come negli usi tardoimperiali, lo sfruttamento dei lavoratori rurali era massimo ed eventuali elementi di moderazione in tale sfruttamento potevano scaturire non tanto da scrupoli umanitari, quanto da una percezione del tutto empirica che vi era un limite invalicabile di sopportazione della fatica. Insomma si capiva che era meglio non gravare di lavoro oltre una certa soglia un contadino, perché altrimenti questo si ammalava, o magari moriva, arrecando un danno economico al proprietario. L’estrema fragilità dei ceti rurali risultava drammaticamente evidente in occasione di calamità, quali le carestie. Nel modello economico tardoromano, perpetuato nell’Italia gota, era fisiologica la sottrazione ai contadini dell’eventuale surplus di produzione, negando così la possibilità a costoro di costituirsi delle riserve per fronteggiare la crisi. A fronte di una produzione agricola che rimaneva sempre fluttuante, la domanda dello Stato, e delle città, era inelastica: la fiscalità prescindeva dalle variazioni della produzione agricola e in occasione delle crisi alimentari si aggiungevano interventi speculativi e tentativi di espansione della grande proprietà a danno dei più deboli ed esposti. Gli episodi di carestia sono ripetutamente attestati: particolarmente severa fu, per esempio, la penuria alimentare che colpì l’Italia settentrionale negli anni trenta del VI secolo, costringendo le autorità a prendere misure di emergenza, con il ricorso ai granai pubblici per sfamare le popolazioni colpite. La stessa percezione culturale dei rustici da parte dei ceti proprietari, cittadini e colti, era contraddistinta da una connotazione fortemente spregiativa nei riguardi dei primi (peraltro non nuova, e destinata a ulteriori evoluzioni), che ben si evince dalle principali fonti del tempo, le quali ovviamente riflettevano il pensiero delle élite dominanti. In autori quali Ennodio o Cassiodoro il rusticus appare raffigurato come un individuo non soltanto rozzo e ignorante, ma anche ostile verso le persone per bene, nei riguardi delle quali, con biasimevole impudenza, egli si dimostra minaccioso e aggressivo, giungendo, in taluni casi, perfino all’attacco fisico, magari in banda organizzata. Le mura delle città erano perciò salutate come un provvidenziale elemento di cesura tra il mondo della civilitas urbana e la violenta grossolanità dei lavoratori dei campi, così come si auspicava che pure i costumi di vita – persino la dieta alimentare – di contadini e cittadini non avessero giammai modo di confondersi. Nel ceto dei proprietari, accanto alle grandi famiglie romane, si inserirono anche Goti, che adottarono i modelli di gestione fondiaria propri dell’aristocrazia romana. Le acquisizioni di terre da parte degli Ostrogoti (fatto salvo quanto s’è detto sulla tertia) avevano luogo tramite acquisti privati, magari non senza l’occasionale ricorso a forme di pressione violenta (almeno in taluni casi). Procopio ricorda come Teodato, figlio della sorella del re Teoderico, Amalafrida, e destinato a divenire egli stesso re (oltre che assassino della regina Amalasunta, che aveva sposato), malgrado fosse divenuto «padrone della maggior parte delle terre di Toscana», cionondimeno «si dava un gran da fare per strappare con la forza anche il resto ai legittimi proprietari», dal momento che per lui «avere un vicino era una disgrazia»[9]. Il goto Teodato era dunque uno dei principali latifondisti del regno, e il suo non doveva essere un caso isolato; naturalmente sulle terre detenute in proprietà anche i possessores ostrogoti pagavano l’imposta. Ampie assegnazioni di terre furono poi garantite a beneficio della famiglia reale e dalla chiesa ariana, ma questi appezzamenti erano tratti dal demanio e non sottratti a privati proprietari. Che il trasferimento di proprietà dai Romani ai Goti si fosse verificato in forme complessivamente ordinate e legittime si ricava anche dal fatto che, nel momento in cui procedette al riordino dell’Italia reintegrata nell’Impero, nel 554, Giustiniano non fu costretto ad adottare misure drastiche (con l’eccezione di ciò che riguardava gli atti compiuti da Totila), a differenza di quanto dovette invece fare nell’Africa strappata ai Vandali.

Mosaico raffigurante il Trionfo di Nettuno sulla quadriga. Dettaglio - La raccolta dei frutti. Da Chebba (Sfax), III secolo d.C. Musée du Bardo.

Mosaico raffigurante il Trionfo di Nettuno sulla quadriga. Dettaglio – La raccolta dei frutti. Da Chebba (Sfax), III secolo d.C. Musée du Bardo.

L’equilibrio economico complessivo tra i possessores romani e i nuovi proprietari goti, sostanzialmente mantenutosi per tutto il regno di Teoderico (ma, com’è verosimile, non senza graduali alterazioni), potrebbe forse essersi spezzato in modo definitivo e irreparabile negli anni immediatamente successivi, a causa dell’incapacità, sul lungo periodo, di un sistema che restava strutturalmente debole (anche se poteva apparire congiuntamente florido) di sostenere i costi sempre più onerosi dell’apparato goto e della politica regia. La propaganda alimentata dal regime teodericiano, tanto ben modulata nello stile della miglior retorica classica da un Ennodio o da un Cassiodoro, fu tesa a proporre e diffondere l’immagine del regno dell’Amalo come un’epoca di felicitas: un’età non solo di concordia e pace, ma anche di prosperità per l’economia. Fatte salve le intenzionali esagerazioni delle fonti, si deve tener presente che con il re goto si ebbe un significativo mutamento rispetto agli equilibri del tardoimpero: nel mondo romano vi era una forte polarizzazione tra le aree che pagavano tributo (come la penisola Iberica o l’Africa) e le aree consumatrici (quelle che ospitavano il grosso dell’esercito, come la regione renano-danubiana, o quella che dovevano sostentare il comitatus imperiale, come l’Italia). L’Italia ostrogota sembra essersi invece proposta come una provincia che, al medesimo tempo, versava i tributi e consumava: lo stesso esercito goto, stanziato nella penisola, reinvestiva qui i suoi proventi, dando stimolo alla produzione manifatturiera e ai commerci. Insomma finché l’equilibrio si mantenne, ossia fintanto che i costi della macchina politico-militare ostrogota non si fecero eccessivi per le risorse italiane, si può pensare a una congiuntura accolta in modo positivo dalle parti in causa. La sostanziale continuità in campo economico e produttivo fatta registrare dal periodo goto rispetto all’età anteriore appare confermata anche dalle fonti materiali, che mostrano, a loro volta, il perdurare degli assetti antichi, individuando un momento di parziale trasformazione, semmai, in precedenza, cioè attorno all’inizio del V secolo: si tratta, peraltro, di fenomeni complessi e in buona parte ancora sfuggenti. In alcuni casi il dato archeologico rischia addirittura, se non viene ben interpretato e confrontato con altri riscontri, di offrire prospettive ingannevoli (ma la stessa avvertenza vale, beninteso, per la testimonianza scritta): per esempio l’archeologia mostra un declino edilizio delle ville, nel corso del V secolo, che sfocia nel tendenziale superamento di un simile modello abitativo alla fine del VI secolo (fatte salve le specificità regionali). A tale apparente decadenza delle strutture materiali, che va comunque letta in tutta la sua complessa articolazione (si tratta, cioè, non di mera rovina generalizzata, ma piuttosto di ristrutturazioni, suddivisioni, abbandono selettivo di alcuni settori), non corrisponde alcuna crisi parallela dei ceti proprietari, né alcuno stravolgimento dei moduli produttivi, per cui bisogna immaginare, semmai, processi di ricollocazione dei centri gestionali e amministrativi nelle campagne, che sono ancora tutti da approfondire. Poco probandi anche le notizie sui villaggi, dal momento che gli esempi conosciuti sono troppo scarsi per suggerire indicazioni generali (tali casi lascerebbero intendere una tendenza alla contrazione dell’abitato, dal V secolo). Possibili spie archeologiche di una crisi della trama insediativa di tradizione romana, dal secolo V, quali l’apparente declino delle ville o il restringimento dei villaggi, sono poi contrastate da indicatori di segno opposto, come il proliferare di luoghi di culto, anche in ambito rurale, che insistono sovente su strutture preesistenti, a ribadire una continuità dei bacini insediativi e una persistente disponibilità di capitali da investire in simili realizzazioni. Insomma le testimonianze archeologiche e quelle scritte, da sole potenzialmente ingannevoli, si possono compensare e «correggere» nel reciproco incrocio, lasciando emergere un quadro, per l’Italia rurale d’età gota, di sostanziale tenuta rispetto agli ultimi tempi dell’Impero d’Occidente, facendo spostare semmai in avanti eventuali cesure e lasciando intendere, comunque, come i processi di trasformazione si siano dipanati su tempi molto lunghi. Tali conclusioni sembrano corroborate anche da ulteriori specialismi, quali la zooarcheologia, che nello studiare i resti degli animali d’allevamento indica il permanere, ancora nel VI secolo, degli antichi usi zootecnici e del tradizionale equilibrio fra il pascolo e il coltivo.

La parabola politica del regno

La cooperazione fra Teoderico e il ceto dirigente romano nell’opera di governo dell’Italia comportò anche lo svolgersi di un rapporto diretto tra il re goto, ariano, e la Chiesa cattolica. Come detto, la diversità di confessione religiosa venne mantenuta quale tratto di identità etnica dell’exercitus barbaro stanziato nella penisola e di distinzione rispetto alla maggioritaria popolazione autoctona. La Chiesa ariana aveva i propri edifici di culto, il proprio clero, le sue proprietà; nei medesimi centri urbani in cui Goti e Romani coabitavano, coesistevano le chiese ariane per i primi e quelle cattoliche (ben più numerose), rivolte ai secondi. A Ravenna, per esempio, vi era una grande cattedrale urbana con un battistero, oltre a una cappella palatina, consacrata al medesimo culto. Pur nel rispetto di una simile separatezza, Teoderico fu chiamato a intervenire in questioni, anche assai rilevanti, che concernevano i cattolici, in quanto dovere connaturato alla responsabilità di governo di sudditi romani che gli era stata affidata; allo stesso tempo ricercò il sostegno delle élite ecclesiastiche cattoliche, perché ciò poteva costituire un ulteriore elemento di legittimazione dalla sua carica agli occhi dei Romani. Dal suo canto la Chiesa doveva vedere nel monarca Amalo non solo un motivo di stabilità istituzionale comunque vantaggiosa in generale, ma anche, data la sua appartenenza a un’altra confessione cristiana, una garanzia di non ingerenza nel delicato ambito della definizione del dogma: a differenza di quanto invece aveva dimostrato di voler fare l’imperatore di Costantinopoli, sin dall’emanazione dell’Henotikon con Zenone nel 482, per congelare il dibattito anti-monofisita in termini risultati sgraditi a Roma.

Battistero degli Ariani (VI sec.). Ravenna.

Battistero degli Ariani (VI sec.). Ravenna.

Sin dai primi anni di regno è attestato un cordiale rapporto di Teoderico con il papa Gelasio I, di cui restano alcune lettere al monarca ostrogoto e una a sua madre, Ereleuva, nelle quali il pontefice, chiedendo agli interlocutori piccoli favori (come il sostegno di ecclesiastici incaricati di sbrigare affari urgenti), si dichiarava certo della benevolenza di Teoderico per la Chiesa cattolica e per la sede petrina, in quanto erede di tutte le prerogative degli imperatori romani d’Occidente e attento custode delle leggi da loro emanate, anche in materia religiosa[10]. Un coinvolgimento ben più impegnativo di Teoderico nelle vicende della Chiesa di Roma si ebbe in occasione del cosiddetto scisma laurenziano, allorquando, alla morte di papa Anastasio II, nel 498, vennero eletti contemporaneamente, in veste di suoi successori, il diacono Simmaco e l’arciprete Lorenzo, sostenuti da opposte fazioni dell’aristocrazia romana. Per sciogliere il nodo le parti chiamarono in causa il re, il quale, in conformità con le norme ecclesiastiche, rinviò il giudizio a un concilio, indicando che si doveva riconoscere come papa colui che fosse stato ordinato per primo, ovvero chi potesse contare sulla maggioranza dei consensi. Solo la testimonianza della fonte che rispecchia il pensiero dei partigiani di Lorenzo, il quale uscì sconfitto, vale a dire il cosiddetto Frammento laurenziano contenuto nel Liber Pontificalis, biasima la condotta dell’Amalo, accusato di essersi lasciato corrompere dai simmachiani. In realtà Teoderico mantenne nella circostanza un contegno di assoluta correttezza costituzionale, assai opportuno anche sotto il profilo politico, dal momento che gli permise di conservare una posizione equilibrata al cospetto dell’Impero e delle élite romano-cattoliche: trascinato in una vicenda delicatissima, in cui, in quanto re barbaro e ariano, rischiava facilmente di apparire un intruso e un prevaricatore, egli si comportò nel pieno rispetto del diritto, eseguendo quanto ci si sarebbe aspettati da un princeps romano. I padri, riuniti nel sinodo che, nel marzo del 499, rimosso Lorenzo, poterono così acclamare Teoderico nel nome di Cristo, mentre l’anno seguente il Goto fu accolto trionfalmente a Roma dal papa e dal Senato, durante una visita – già ricordata – tutta intrisa di simbolismo imperiale. La contesa tra Simmaco e Lorenzo non si esaurì con il pronunciamento del 499, poiché presto i laurenziani ebbero modo di accusare il pontefice di irregolarità liturgiche nella datazione della Pasqua e, contestualmente, di tenere una condotta scandalosa. Nuovamente il re fu sollecitato ad intervenire: rifiutandosi Simmaco di rispondere a una convocazione a Ravenna, Teoderico inviò a Roma, considerata a quel punto sede vacante, un visitator, il vescovo di Altino, Pietro, uniformandosi a quanto già fatto, ad esempio, dall’imperatore Onorio nel 418-419, all’epoca del contrasto fra Bonifacio I e l’antipapa Eulalio. Un intervento tanto risoluto fu suggerito al monarca, supremo responsabile dell’ordine pubblico in Italia, dalla preoccupazione che potessero scoppiare dei tumulti tra le due fazioni in campo; peraltro egli si astenne ancora una volta dal formulare giudizi di merito, di natura dottrinale o disciplinare, rimettendo ogni decisione a un apposito concilio, convocato nel 502. A questo, nel sollecitare una pronta risoluzione del caso, Teoderico dichiarava apertamente di essere stato costretto alle azioni che aveva intrapreso per il dovere di reintegrare la pax, l’unitas e la tranquillitas della Chiesa, di fronte alla drammatica confusio in cui essa versava, in ossequio alla tradizione degli imperatori romani cristiani e allo stesso dettato evangelico, investendo il concilio di quei compiti che non rientravano nelle legittime competenze del monarca.

Mosaico raffigurante papa Simmaco (484-514) trionfante su Lorenzo. Sant'Agnese fuori le Mura, Roma

Mosaico raffigurante papa Simmaco (484-514) trionfante su Lorenzo. Sant’Agnese fuori le Mura, Roma

Solo nel 506 la complessa questione fu risolta in via definitiva a favore di Simmaco, che il Senato reintegrò nelle sue chiese e proprietà su precisa richiesta del re. Teoderico si sforzò, dunque, in tutta la lunga vicenda, di mantenersi super partes, consolidando la propria delicata posizione con la forza del diritto, scrupolosamente osservato, e legittimandosi agli occhi dei sudditi romani con una condotta che rispondeva alle loro attese, in qualità di «facente funzione» dell’imperatore. Appaiono meno facilmente dimostrabili, invece, calcoli politici da parte sua, pure intravisti da alcuni studiosi, legati a una pretesa polarizzazione degli schieramenti a favore dei due candidati al soglio papale (filo-costantinopolitani i partigiani di Lorenzo, su posizioni più «occidentali» i simmachiani), su cui Teoderico avrebbe giocato, nella sua complessa dialettica con Costantinopoli. L’equilibrio politico che per la maggior parte del regno di Teoderico si era conservato, tra i Goti e i Romani all’interno del regno e tra il regno e l’Impero sul piano internazionale, si incrinò drammaticamente a partire dal decennio 520-530, aprendo la strada a un processo che portò rapidamente alla guerra e alla fine dell’esperienza politica ostrogota nella penisola, oltre che alla scomparsa degli Ostrogoti in quanto gruppo etnico con una propria specifica identità. I fattori che condussero a un simile esito furono molteplici: al fondo vi era senza dubbio il nodo della mancata fusione tra Goti e Romani, con il mantenimento di una società bipartita, in cui alla forzata cooperazione si accompagnava pur sempre una sostanziale estraneità, se non un latente antagonismo. Gli Ostrogoti, ragionando nei termini classici di un esercito di foederati, si erano affiancati alla popolazione italica senza volersi mischiare a questa, svolgendo prerogative loro esclusive (quelle militari) e serbando la propria identità di gruppo; i Romani avevano accettato i Goti in quanto situazione ineludibile in quel frangente, cercando di trarre i vantaggi (di stabilità politica, istituzionale, militare) che dalla loro presenza poteva derivare, ma senza percepirli  come una scelta né ottimale né irreversibile. L’iniziale collaborazione si era probabilmente trasformata ben presto in competizione, con il ceto dirigente romano che si vedeva incalzato dai Goti sia nelle responsabilità amministrative (malgrado la teorica suddivisione dei compiti, le sovrapposizioni di fatto, o anche gli espliciti arbitrii, non mancavano certo), sia nel controllo della ricchezza, mano a mano che i notabili goti andavano acquisendo proprietà e il potere su uomini e cose che da quelle discendeva. Per quanto sia impossibile scrivere la Storia sulla scorta delle ipotesi, si può anche pensare che simili difficoltà avrebbero potuto essere superate con il tempo, portando alla lunga ad una fusione tra barbari e Romani, e quindi alla nascita di una nuova società e di un nuovo assetto istituzionale, come accadde, in momenti diversi, in Gallia con i Franchi o in Spagna, con i Visigoti, oltre che con gli stessi Longobardi in Italia. Invece, ogni possibile processo di integrazione venne stroncato dal volgere del quadro politico internazionale, in seguito alla determinazione dell’imperatore Giustiniano, salito al potere nel 527, di procedere al recupero dei territori occidentali detenuti da re barbari (l’Africa vandala, la Spagna visigota, l’Italia ostrogota), per ripristinare l’unità dell’Impero. Il disegno giustinianeo, ispirato da una chiara visione politico-ideologica e reso possibile anche dalle capacità di investire in Occidente risorse umane e finanziarie, in genere immobilizzate sul fronte persiano, fornì alle élite italiche una validissima sponda cui appoggiarsi per superare la necessità della presenza ostrogota nella penisola, intravedendo la chance del reintegro di un governo imperiale diretto. Va tenuto pure presente che, nel medesimo momento, la speranza di Teoderico di crearsi una forte base d’appoggio presso gli altri capi barbari occidentali, attraverso un’accorta politica di alleanze perseguita anche con matrimoni mirati, per raccogliere attorno a sé una solidarietà e un concreto sostegno militare che irrobustissero la sua posizione, fu spezzata dal rapido e prepotente emergere del re franco Clodoveo, il quale, negli ultimi anni del V secolo, riuscì a conquistare quasi tutta la Gallia (in buona parte a danno dei Visigoti, alleati di Teoderico), guadagnandosi l’appoggio delle aristocrazie galloromane anche in virtù della sua conversione al cattolicesimo. La nascita di un forte regno franco, in cui barbari e galloromani andavano rapidamente avvicinandosi, nel segno di una fede religiosa e di un sistema di valori condivisi, e alleato con l’Impero, fece saltare la pretesa di leadership occidentale del re ostrogoto, indebolendolo anche di fronte alle nuove mire giustinianee.

Il cosiddetto Avorio Barberini (prima metà del VI secolo). Raffigurazione a rilievo (al centro) di un imperatore romano vittorioso. Musée du Louvre. Secondo alcuni si tratterebbe di Anastasio I; secondo altri di Giustiniano I.

Il cosiddetto Avorio Barberini (prima metà del VI secolo). Raffigurazione a rilievo (al centro) di un imperatore romano vittorioso. Musée du Louvre. Secondo alcuni si tratterebbe di Anastasio I; secondo altri di Giustiniano I.

La crisi era precipitata in conseguenza dell’avvio di una persecuzione da parte di Giustino (518-527), il predecessore di Giustiniano, degli ariani residenti nelle regioni dell’Impero; a costoro venivano sottratte coattivamente le chiese, le quali erano consegnate ai cattolici, per essere da loro riconsacrate e riutilizzate. L’azione assunta da Giustino rientrava in un quadro di ricerca dell’uniformità religiosa, proseguita e anzi intensificata dal suo successore e tesa a porre termine a una lunga stagione di controversie teologiche (principalmente, intorno alla natura di Cristo) e dottrinali, oltre che corrispondente a una più generale pretesa di uniformità culturale e «ideologica» della res publica. L’unità e l’univocità della fede si identificavano, infatti, con l’unicità dell’Impero e del suo reggente, e, quindi, ogni forma di dissenso religioso finiva con il coincidere con il dissenso politico contro la potestà imperiale. Dopo gli ariani, con Giustiniano furono duramente perseguitati i seguaci di altre espressioni ereticali del Cristianesimo e i fedeli di religioni diverse, dai montanisti ai samaritani, dagli Ebrei ai pagani (molti dei quali si potevano ancora rintracciare tra i ceti più elevati e colti della società imperiale, come per i professori della scuola neoplatonica di Atene, che fu allora chiusa con la forza). Le misure intraprese contro i non cattolici andavano alla chiusura dei loro luoghi di culto all’espulsioni dalle funzioni pubbliche da molte professioni, dalla limitazione dei diritti giuridici alle confische patrimoniali, fino al carcere e alla pena di morte. Teoderico rispose alle iniziative orientali con analoghi provvedimenti a danno dei cattolici, molte delle cui chiese in Italia vennero chiuse, espropriate o distrutte. In questo modo, il re si faceva garante della causa ariana, suscitando il favore della componente gota del suo regno, alla quale egli era ora indotto ad appoggiarsi in modo più esplicito, e tendenzialmente esclusivo, a fronte di una palese crisi del legame con i Romani. In una tale frattura sfociavano tutte le contraddizioni irrisolte dalla forza coesistenza nella penisola di Romani e barbari, mai condotti a una reale fusione, e le diffidenze derivanti dalle nuove opzioni politiche possibili. I Goti erano evidentemente allarmati per il riavvicinamento in atto fra l’imperatore e le élite romane, sempre più fiduciose in una disponibilità del princeps a un intervento diretto in Italia, alla luce delle rinnovate mire sull’Occidente da costui manifestate, e avvertivano, perciò, l’impossibilità di proseguire nella collaborazione politica con quelle. Romani eminenti, come il filosofo Severino Boezio e suo suocero Simmaco, già valenti collaboratori del regime teodericiano (il primo era stato console e magister officiorum), furono accusati di tradimento, per collusione con quello che ormai si percepiva e indicava come un nemico, vale a dire l’Impero, e vennero condannati a morte. Boezio scrisse la sua opera più celebre, la Consolatio philosophiae, in carcere, dove era stato gettato per aver preso le difese del Senato e di Albino, vittima di accuse ingiuste, nell’anno 524, lo stesso del suo assassinio.

Mosaico della cupola del Battistero degli Ariani (VI sec.). Ravenna.

Mosaico della cupola del Battistero degli Ariani (VI sec.). Ravenna.

Per convincere Giustino ad arrestare la persecuzione degli ariani, in uno scenario quale quello sopra descritto, nel quale erano saltati tutti gli equilibri politici e istituzionali fra Goti e Romani, Teoderico costrinse a recarsi in missione per suo conto a Costantinopoli lo stesso papa Giovanni I, paradossalmente chiamato a farsi portavoce e scudo degli eretici. L’episodio, che viene tramandato da fonti sostanzialmente avverse ai Goti, come la biografia del pontefice riportata nel Liber Pontificalis, è stato diversamente interpretato dalla critica moderna quale atto di deliberata umiliazione del papa ad opera di Teoderico, nella sua aperta sfida ai romano-cattolici del regno; oppure, al contrario, come un tratto di continuità nel rapporto di cooperazione, consueto e sperimentato, fra il re e il vescovo di Roma, il quale, soprattutto a partire dal pontificato di Ormisda (514-523), si sarebbe offerto in veste di canale privilegiato delle relazioni tra Ravenna e Costantinopoli, facendosi preferire allo stesso Senato, la cui fedeltà appariva, in quei frangenti, meno certa. Che i contatti fra Teoderico e l’Impero, circa le cruciali questioni religiose, non prive di riflessi più ampiamente politici, si svolgessero per il tramite dei pontefici, sembra confermato da notizie quali quelle, sempre desunte dal Liber Pontificalis, che si riferiscono alle missioni a Costantinopoli dei vescovi di Pavia, Ennodio, e di Capua, Germano, tese a sanare lo scisma acaciano e decise, secondo la fonte, da papa Ormisda in accordo con Teoderico[11]. Se ancora negli anni di Ormisda poteva funzionare un equilibrio politico-istituzionale che vedeva svolgersi attraverso la naturale mediazione pontificia il dialogo fra l’Impero e il re dei Goti d’Italia, specie in materia religiosa, la vicenda di Giovanni I appare costituire, invece, un momento di drammatica e irreversibile rottura di tale equilibrio; questa è almeno l’interpretazione della vicenda che risulta codificata nella testimonianza delle fonti papali, ma anche nell’Anonimo Valesiano, e che si fissò, dunque, come memoria «ufficiale» dell’evento per i Romani, sancendo la definitiva condanna di Teoderico, ora respinto nella dimensione, quasi uno stereotipo, del re barbaro, eretico e persecutore. Giunto a Costantinopoli con un seguito di prelati e di senatori, Giovanni sarebbe stato accolto con il massimo onore dall’imperatore, che lo ricevette con rispetto e devozione, inchinandosi davanti a lui, tanto da indurre l’estensore della biografia del pontefice nel Liber Pontificalis a rievocare l’atteggiamento di Costantino I per papa Silvestro, vale a dire lo stereotipo, l’idealizzazione, del rapporto fra l’imperatore cristiano e il vescovo di Roma[12]. Con toni volutamente opposti viene dipinto, nel medesimo testo, il ritorno in Italia del papa: Teoderico, convinto del tradimento di Giovanni che da Giustino aveva ottenuto la cessazione delle persecuzioni contro gli ariani ma non la facoltà di ritornare all’arianesimo per chi nel frattempo era stato costretto ad abbracciare l’ortodossia, e ricavandone la conferma della nuova sintonia che i ceti dirigenti romani del regno andavano instaurando con il princeps, a minaccia per i Goti, lo gettò in carcere, sottoponendolo a violenze fisiche e morali che lo portarono presto alla morte per stenti, nel maggio del 526.

August Vogel, Il vescovo Ulfila. Marmo, 1894.

August Vogel, Il vescovo Ulfila. Marmo, 1894.

La violenza compiuta contro il papa Giovanni I si accompagnava agli assassinii di Simmaco e di Boezio, alle accuse di tradimento mosse al ceto senatorio e alle confische delle chiese cattoliche nel rendere evidente una secca svolta della politica teodericiana, maturata nel tratto finale del suo regno, che, come s’è detto, era frutto del fallimento di un assetto dell’equilibrio sempre precario, all’interno e sul piano internazionale, messo infine in crisi dall’evolvere della situazione generale; e che venne invece dipinta nelle testimonianze coeve, come si vedrà anche più sotto, nei termini di una sorta di crisi improvvisa di follia, o perfino di possessione diabolica, di un re che fino ad allora aveva mantenuto un comportamento accettabile dal punto di vista dei Romani. Teoderico non sopravvisse a lungo alle sue vittime, morendo egli stesso nel corso dell’anno 526. A succedergli fu chiamato il nipote Atalarico, che però era ancora un bambino, costringendo la madre Amalasunta (da tempo rimasta vedova) ad assumere la reggenza in suo nome. Dopo la prematura scomparsa dello stesso Atalarico, nel 534, Amalasunta associò al trono, sposandolo, il cugino Teodato, uno dei più insigni e ricchi esponenti dell’aristocrazia gota. Non più giovane, Teodato s’era sino a quel momento distinto soprattutto per la propria abilità negli affari, dotandosi, come s’è visto, di vastissime proprietà in Tuscia; in grado di parlare latino e dirozzato nella filosofia platonica, ma poco esperto delle cose di guerra, dimostrava una fisionomia più prossima a quella di un aristocratico romano che non a quella di un guerriero di stirpe gota. L’aristocrazia gota si trovò, allora, di fronte a un bivio: cercare di ricucire il rapporto con i Romani e con l’Impero, superando la crisi emersa negli ultimi anni del regno di Teoderico, oppure completare lo strappo, esasperando la tensione, perseguendo il predominio sui Romani del regno e sfidando militarmente l’Impero, di cui, forse, si dubitava della capacità effettiva di intervenire in armi in Italia in modo massiccio. Secondo quanto si apprende dalle fonti, Amalasunta avrebbe preferito il primo indirizzo e si sarebbe fatta perciò scrupolo di contrastare ogni prevaricazione a danno dei Romani, fino a risarcire gli eredi di Simmaco e Boezio, mantenendo aperto il dialogo con il ceto senatorio. Teodato, invece, al di là di un atteggiamento ambiguo nel momento della salita al trono, si dimostrò in sintonia con la parte dell’aristocrazia di stirpe che caldeggiava lo scontro, esaltando i valori tradizionali goti, motivo di identità dell’exercitus Gothorum quale gruppo separato e dominante, e verosimilmente allettata dalla prospettiva di rapidi arricchimenti attraverso più facili appropriazioni e confische di beni.

Ms. Hunter 374, V 1, 11, f. 4r (1384-1385). Pagina manoscritta e miniata dal De Consolatione Philosophiae cum Commento di Boezio.

Ms. Hunter 374, V 1, 11, f. 4r (1384-1385). Pagina manoscritta e miniata dal De Consolatione Philosophiae cum Commento di Boezio.

L’alternativa politica sembrava esprimersi, dunque, in un’alternativa anche culturale: di ciò è evocatore (fatte salve le deformazioni dovute alla stilizzazione letteraria e alla prospettiva tutta imperiale dell’autore) il resoconto che offre Procopio circa il contrasto che si verificò per l’educazione del piccolo Atalarico[13]. La madre, aspirando a rendere il figlio un emulo dei principes romani, lo affidò a tre vecchi pedagoghi goti che dovevano istruirlo nelle lettere, mentre gli aristocratici di corte volevano per lui un’educazione tradizionale di stirpe, che trascurasse l’apprendimento delle scienze umane, per essere piuttosto rivolta all’esercizio fisico e all’addestramento militare. Procopio dipinge secondo stereotipi romani la contrapposizione, opponendo la raffinatezza dell’istruzione ricercata da Amalasunta alla rozzezza barbara del modello goto, che spinse Atalarico ad abbandonare i libri e i saggi maestri per vivere selvaggiamente con suoi coetanei, tra bevute smodate, commerci carnali con donne e giochi violenti, fino a morirne. L’episodio, pur nelle sue convenzioni, rende comunque l’idea dello scontro in atto all’interno del ceto dirigente ostrogoto, con la parte che si riconosceva in Amalasunta messa ben presto in minoranza. La regina, vieppiù isolata, cercò dapprima di indebolire il partito avverso spedendo lontano dalla corte alcuni suoi esponenti di punta, con incarichi di vario genere; quindi, per irrobustire il potere regio, si risolse a sposare Teodato, che forse pensava (erroneamente, come risultò dai fatti) vicino alle proprie posizioni. Soprattutto, però, ella si era preoccupata di richiedere, ottenendola, la protezione di Giustiniano, preparandosi anche a una fuga a Costantinopoli, in caso di necessità. L’esplicitarsi del legame tra la figlia di Teoderico e l’imperatore, insieme alla palese inconciliabilità di posizioni politiche ormai radicalizzate, alimentate anche da moduli ideologico-culturali antitetici, precipitò gli eventi: nel 535 Teodato depose la consorte, facendola relegare prigioniera in un’isola del lago di Bolsena, dove ella, poco dopo, venne fatta strangolare. L’omicidio offrì a Giustiniano, in forza della protezione che egli aveva accordato alla regina gota a lui commendatasi, il motivo formale per muovere guerra al regno ostrogoto, allestendo, in quello stesso anno, una spedizione agli ordini del comandante Belisario (che aveva già condotto con successo la campagna contro i Vandali in Africa), diretta a rovesciare la dominazione barbara in Italia e a reintegrare la penisola nell’Impero.

La guerra

Mausoleo di Teoderico il Grande. Pietra d'Istria, 520 ca. Ravenna.

Mausoleo di Teoderico il Grande. Pietra d’Istria, 520 ca. Ravenna.

La consapevolezza che l’esercito ostrogoto era ammassato nelle regioni centro-settentrionali della penisola italiana convinse l’Impero a sferrare l’attacco contro l’Italia muovendo da sud. Nel mese di giugno del 535 circa diecimila soldati, guidati direttamente da Belisario, sbarcarono in Sicilia e conquistarono rapidamente l’isola, mentre un altro esercito imperiale, condotto dal magister militum Mundo, occupava la Dalmazia. L’irresolutezza del re goto Teodato, sorpreso dal precipitare degli eventi, convinse Belisario a insistere nell’offensiva, attraversando lo stretto di Messina e proseguendo senza ostacolo fino a Napoli; quest’ultima città, che ospitava un presidio goto, oppose invece una strenua resistenza e fu presa solo dopo un assedio, cui seguì un duro saccheggio, primo episodio delle ripetute violenze che le popolazioni dell’Italia dovettero subire nel corso del lunghissimo conflitto per mano di entrambi i contendenti. Teodato fu accusato dai suoi di non aver saputo contrastare con efficacia il nemico, e venne perciò assassinato e sostituito con Vitige. Fu a Roma che, nel corso del 537, si svolse uno dei fatti d’arme più significativi della guerra. La città, presa senza fatica dagli imperiali dopo che i Goti l’avevano evacuata, fu sottoposta a un infruttuoso, prolungato, assedio ad opera di Vitige; mentre il grosso delle forze ostrogote restava impegnato attorno all’Urbe, gli imperiali si spinsero nelle Marche, in Romagna, in Emilia, espugnando numerose piazzeforti, e riuscirono temporaneamente ad occupare anche Milano, presto riconquistata, però, dai Goti, che la devastarono per punizione, accusando i milanesi di essere in combutta con i nemici. Nel maggio del 540 Belisario riuscì ad entrare a Ravenna, dopo trattative che avevano previsto una spartizione della penisola italiana tra l’Impero (cui sarebbe dovuta andare tutta la porzione a sud del Po) e gli Ostrogoti (che sarebbero rimasti nelle regioni a nord del fiume). Vitige fu condotto, con molti aristocratici della sua stirpe, a Costantinopoli, mentre Belisario si spostava a combattere sul fronte persiano.

Maestro si S. Vitale in Ravenna. Mosaico raffigurante il generale Belisario (dettaglio), 547. Basilica di S. Vitale, Ravenna.

Maestro si S. Vitale in Ravenna. Mosaico raffigurante il generale Belisario (dettaglio), 547. Basilica di S. Vitale, Ravenna.

Il conflitto si era solo apparentemente così risolto. Le difficoltà sopravvenute nell’esercito imperiale, per l’inadeguatezza del comando e l’irregolarità della paga, e il malcontento degli Italici verso l’esosità del fisco fecero intravedere ai Goti i margini per una riscossa politica e militare, che si concretizzò, dopo i brevi regni di Ildibado e di Erarico, nell’elezione a re di Totila, già comandante del presidio di Treviso, nel 541. Totila innanzitutto riorganizzò le sue truppe, irrobustendo la propria flotta (in precedenza pressoché inesistente) e adottando una strategia che evitava di impegnarsi in lunghi e faticosi assedi delle città, per ottenerne piuttosto la resa attraverso trattative; nei centri in tal modo conquistati si abbatteva la cinta muraria, per scongiurare l’eventualità che i nemici potessero in futuro tornare a servirsene. Inoltre egli colpì sul piano economico la grande aristocrazia romana, fedele all’Impero, espropriandola dei suoi latifondi (il fisco regio si fece percettore non solo delle imposte ordinarie, ma anche delle rendite) ed affrancando gli schiavi, che vennero convinti, in cambio della libertà, a combattere a fianco dei Goti. In breve volgere di tempo Totila trascinò i suoi a ripetuti successi, che gli consentirono di spostare il fronte nel Mezzogiorno, procedendo alla presa di importanti città, quali Benevento o Napoli. Per qualche mese, tra la fine del 546 e la primavera del 547, i Goti rioccuparono pure Roma, teatro in seguito di contese dall’esito alterno, nel mentre la popolazione era ridotta ai minimi termini, per numero e per condizioni di vita. Solo nel 550, dopo che i Goti erano sbarcati in Sicilia, l’imperatore Giustiniano si decise a produrre il massimo sforzo per risolvere la guerra in Italia, laddove in precedenza le risorse erano state impegnate prevalentemente sul fronte persiano. Allontanato definitivamente dal teatro italiano Belisario, il comando dell’esercito imperiale fu affidato al praepositus sacri cubiculi e sacellarius Narsete, privo di grande esperienza militare, ma abile politico; al suo fianco il generale Giovanni detto il Sanguinario, provato combattente. L’esercito guidato da Narsete, forte di trentamila uomini, in gran parte ausiliari barbari, ben equipaggiato e finanziato, mosse dalla Dalmazia nella primavera del 552 ed entrò in Italia attraverso il suo confine nordorientale, scendendo lungo l’arco altoadriatico, per puntare allo scontro risolutore con il grosso delle truppe nemiche, che erano concentrate nelle regioni centrali della penisola. La battaglia decisiva avvenne in località Busta Gallorum, presso Gualdo Tadino (Taginae), dove i Goti furono sbaragliati e lo stesso Totila cadde ucciso; il suo successore, Teia, cercò un’estrema riscossa, portandosi da Pavia ai monti Lattari (Mons Lactarius), ma fu a sua volta battuto; con la sua morte l’esercito goto si dissolse, i superstiti ripararono disordinatamente nelle proprie sedi di provenienza e il regno ostrogoto in Italia ebbe la propria conclusione. I Goti sopravvissuti «scomparvero» tra le fila della popolazione della penisola, confondendosi del tutto con essa e quindi perdendo da quel momento, anche agli occhi dello studioso moderno, ogni connotazione identitaria di gruppo a sé stante.

Gli Ostrogoti attaccano il Mausoleo di Adriano, difeso da Romani e Bizantini, 537 d.C. Illustrazione di A. McBride.

Gli Ostrogoti attaccano il Mausoleo di Adriano, difeso da Romani e Bizantini, 537 d.C. Illustrazione di A. McBride.

Il 13 agosto del 554 Giustiniano, emanando il testo di legge noto come Prammatica Sanzione, poté sancire il reintegro formale dell’Italia nell’Impero, annullando, tra l’altro, tutti i provvedimenti adottati da Totila contro la proprietà. Fatti d’arme proseguirono nella penisola almeno fino al 561, sia per la disperata resistenza di qualche ultima piazzaforte gota (come Brescia o Verona) sia per la permanenza nella penisola di bande di altre stirpi, che erano intervenute nel conflitto come truppe mercenarie, ma che avevano finito con l’approfittare del disordine complessivo per condurre razzie a proprio esclusivo vantaggio. Già attorno al 539 guerrieri franchi, guidati dal loro re Teodeberto, avevano scorrazzato per l’Emilia e per la Liguria, saccheggiando anche Genova, ed erano infine stati debellati più dalla carenza di viveri e dall’esplodere di un’epidemia che dal contrasto di qualcuno. Teodeberto cercò anche di rivendicare, infruttuosamente, di fronte all’imperatore, un proprio diritto a governare l’Italia del nord, per averla sottratta ai Goti e come ricompensa per il suo intervento militare a favore della causa imperiale. Nell’estate del 553, gruppi di Franchi e di Alamanni, alla cui testa erano due fratelli, Butilino e Leutari, percorsero la penisola fino allo stretto di Messina, depredando tutto ciò che capitava loro a tiro, prima che le truppe imperiali riuscissero a sconfiggerli (Volturnus) e un’epidemia falcidiasse i superstiti, riparati nella loro roccaforte di Ceneda, nella Venetia. Alla restaurazione del potere imperiale sull’Italia si accompagnava la pretesa di ripristinare lo status quo politico, amministrativo, sociale, economico, anteriore all’esperienza teodericiana; ma la penisola usciva da un ventennio di guerra stravolta in modo irreparabile, tanto che il conflitto tra gli Ostrogoti e l’Impero, con tutte le sue implicazioni e conseguenze, può in qualche misura essere assunto come un significativo momento di cesura tra gli assetti dell’Italia tardoromana e quelli che il paese doveva conoscere nell’età medievale. La Prammatica Sanzione aveva annullato gli espropri e le manomissioni di schiavi di cui era stato artefice Totila, rendendo all’aristocrazia senatoria la propria ricchezza e il proprio predominio sociale; tuttavia, questo ceto risultava decimato dal lungo conflitto e molti dei suoi beni erano comunque spogliati e in rovina. Narsete, investito di ampi poteri per la ricostruzione, si sforzò di restaurare le città, fece erigere nuovi castelli per meglio proteggere il confine alpino, riordinò i comandi militari, ristabilì l’antico ordinamento amministrativo, anche se ora furono amputate all’Italia la Sicilia (posta alle dirette dipendenze di Costantinopoli), la Sardegna e la Corsica (entrambe assegnate all’Africa) e la Dalmazia (attribuita all’Illirico). Malgrado simili interventi, l’aspetto complessivo del paese restava miserevole rispetto a un passato non troppo remoto: la popolazione era drasticamente ridotta (anche se calcoli precisi rimangono impossibili), esposta a carestie ed epidemie, e vaste regioni erano interamente disabitate. I campi coltivati erano di conseguenza arretrati di fronte all’incolto, con l’estendersi di boschi e acquitrini, che modificavano profondamente il paesaggio modellato nei secoli dell’Impero romano per opera dell’uomo, alterando le condizioni generali di vita. Molte delle grandi strade romane caddero in disuso, per lo svuotamento dei territori che attraversavano; nei centri urbani, la scarsità dei residenti comportò una ridefinizione degli spazi, con cambi d’utilizzo per interi quartieri, non più necessari a fini abitativi, e perciò reimpiegati, volta per volta, come serbatoi di materiali da costruzione, tratti degli antichi edifici in rovina, o magari come discariche, come aree di attività manifatturiere, o, ancora, come spazi destinati alla coltivazione o all’allevamento. Accanto alle trasformazioni degli aspetti materiali (poco documentabili dall’archeologia, per l’eccessiva ristrettezza dell’arco cronologico in questione), si registrarono anche profondi mutamenti nelle istituzioni. Ogni concreta autonomia amministrativa della penisola rispetto a Costantinopoli venne di fatto annullata: la carica di prefetto del pretorio, che era sempre stata di un Romano, fu ora riservata a un funzionario orientale, così come di provenienza orientale furono molti burocrati. Tale tendenziale estromissione degli Italici dai gradi più rilevanti dell’amministrazione concorse con altri eterogenei fattori, quali l’onerosa fiscalità o, più in generale, la crescente divaricazione culturale tra le antiche parti occidentale e orientale dell’Impero romano, a far sentire la restaurazione giustinianea da parte degli abitanti dell’Italia più come l’imposizione di un governo esterno, se non palesemente «straniero», che come l’effettiva rinascita di una perduta unità politica «romana». Un simile scollamento di intenti, e di sentimenti, unito allo stato di debolezza sociale, economica e militare in cui versava la penisola, lasciò campo aperto all’invasione longobarda, che ebbe luogo appena quindici anni più tardi.

La memoria di Teoderico

Teodorico (in mone di Giustino). Quarto di siliqua, Roma 518-525. Ar. 0,73gr. – Dritto, D.N.IVSTINVS.AVG. Testa diademata di Giustino I.

Teodorico (in mone di Giustino). Quarto di siliqua, Roma 518-525. Ar. 0,73gr. – Dritto, D.N.IVSTINVS.AVG. Testa diademata di Giustino I.

Se nel suo complesso l’esperienza del regnum Gothorum, durata un sessantennio, non ha lasciato una traccia particolarmente incisiva nella memoria storica dell’Italia, né negli assetti sociali, economici, istituzionali di questa, ben altra fortuna ha conosciuto, non solo nella penisola, la figura individuale del re Teoderico. Costui ha infatti perpetuato un ricordo di sé che è durato nel tempo e che ancora non si è del tutto spento, almeno nella forza suggestiva del nome; tuttavia il Teoderico tramandato ha poco a che fare con il personaggio storico, dal momento che è il frutto di pesanti deformazioni e trasfigurazioni, siano esse d’intento polemico oppure di semplice elaborazione letteraria. Per un verso Teoderico appare presente nella tradizione delle ballate danesi, svedesi e norvegesi, giunte fino a noi per lo più in manoscritti del XVI secolo, e nelle saghe svedesi e norvegesi, redatte soprattutto a partire dal XIII secolo, sulla base di materiali anteriori. Non è immediato percepire come la fama di un re divenuto famoso in Italia, tra V e VI secolo, abbia potuto giungere a radicarsi nell’estremo nord del continente europeo, a tale distanza di tempo. È plausibile che racconto su Teoderico, di aperta esaltazione della sua figura, si siano diffusi dall’Italia nelle regioni immediatamente oltre le Alpi all’indomani della caduta del regno ostrogoto, mediante i Goti superstiti trasferitisi in nuovi paesi o i diversi canali di parentela e amicizia fra le aristocrazie gote e quelle di altre stirpi barbare. Dalle regioni transalpine, nel corso dei secoli, i canti su Teoderico, continuamente rielaborati, sarebbero risaliti, grazie a cantori itineranti, fino alle corti scandinave, dove avrebbero trovato una codificazione scritta. Nelle ballate e saghe nordiche Teoderico diventa Diderik af Bern, «Teodorico di Verona», signore di quella città cui, come si è visto, già gli autori antichi lo avevano strettamente associato, perché lì aveva ottenuto il successo decisivo su Odoacre che gli aveva assicurato il governo sull’Italia. Nei diversi testi Diderik è reso protagonista di vicende mirabolanti, di pura fantasia, in cui si mischiano differenti narrazioni e personaggi letterari. In una famiglia di ballate, egli guida una spedizione contro il paese di Birtingsland (forse la Bretagna di Artù?) e si batte con il re Isak, che è difeso da un gigante, Risker, contro il quale Diderik impiega il proprio campione Vidrik Verlandsson, identificabile con il Wittrich, o Witke, di varie saghe tedesche. In un altro racconto Diderik combatte addirittura a fianco di un leone contro un drago, che piega in virtù di uno stratagemma; invece in un ultimo canto egli invade lo Jutland del ribelle Holger, che rifiuta di sottomettersi al suo potere, finendo però, questa volta, con l’essere sconfitto rovinosamente, visto che il suo esercito viene interamente distrutto.

Codex Pal. germ. 359, f. 1v (1420 ca.). Duello fra Diderik e Sigfrid dal Rosengarten zu Worms.

Codex Pal. germ. 359, f. 1v (1420 ca.). Duello fra Diderik e Sigfrid dal Rosengarten zu Worms.

In un caso come quello rappresentato da quest’ultima ballata, molto tarda, sembra evidente la trasposizione in un’epoca immaginaria e pregna di echi letterari di vicende contemporanee, dal momento che la lotta di Holger (una figura tratta dal ciclo di Carlo Magno) pare proprio simboleggiare le guerre dinastiche della Danimarca del XVI secolo; Diderik è qui ridotto a emblema del re straniero e oppressore, senza alcuna correlazione superstite non solo con la figura storica del re ostrogoto, ma nemmeno con la sua trasfigurazione eroica, propria delle saghe anteriori. In opere precedenti, pur senza poter negare la fondamentale rielaborazione letteraria avvenuta, alcuni critici vedono invece il permanere di tracce di vicende storiche reali legate al vero Teoderico: se così, si dovrebbe allora pensare che i cantari più risalenti abbiano tramandato imprese autentiche dell’Amalo, e che solo in seguito esse siano state trasformate poeticamente, contaminandosi con altre tradizioni. In tale prospettiva, ad esempio, la spedizione in Birtingsland sarebbe il calco della spedizione condotta da Teoderico in Asia Minore nel 484, su ordine dell’imperatore Zenone, per stroncare l’insurrezione dell’Isauria; lo scontro finale con Isak rappresenterebbe la battaglia di Cherreos, che vide Teoderico assediare il rivoltoso Illus e Verina, suocera dello stesso Zenone. Nella ballata, Verina potrebbe essere rappresentata da una strega, presente nella narrazione. Alla rivolta di costei contro il potere imperiale legittimo potrebbe riferirsi allegoricamente anche la storia della lotta tra il drago e il leone, partecipe Diderik/Teoderico, visto che Verina era vedova dell’imperatore Leone e aveva cercato di condurre al trono l’usurpatore Basilisco («il drago», in lingua greca), contro il legittimo erede Zenone. Allo stesso tempo, però, non si può omettere di segnalare come la lotta con il drago/serpente sia una costante in contesti culturali diversissimi, dai gveda indiani all’Avestā persiano, fino alle saghe germaniche di Beowulf o di Sigfrid e alla Bibbia. Anche prescindendo dalla plausibilità di simili derivazioni e richiami, che restano ben difficili da dimostrare, rimane la constatazione di quanto poco abbia a che fare, nel complesso, Diderik con Teoderico. Uno stravolgimento, anche se di natura totalmente diversa, della figura dell’Amalo si riscontra pure nella tradizione generatasi in seno all’ambiente romano-cattolico, dove Teoderico e gli altri re degli Ostrogoti divennero una sorta di emblema del re barbaro eretico e persecutore, nemico della cattolicità e dei valori romani. Nelle fonti di origine pontificia, in particolare nel Liber Pontificalis, l’intera epoca dei Goti in Italia viene bollata come un periodo di arbitrio e di persecuzione, anche se è in particolare Totila, il più pericoloso eversore della proprietà e del diritto agli occhi del ceto senatorio, ad attirare i maggiori strali. Totila diventa l’espressione migliore della crudeltà e dell’empietà barbariche, il tyrannus che spregia il diritto e al quale i Dialoghi di papa Gregorio Magno attribuiscono, a posteriori (l’opera venne redatta tra il 593 e il 594), svariati episodi di soprusi contro la proprietà della Chiesa e la vita degli ecclesiastici, da lui umiliati, torturati, assassinati. Connotazione fortemente negativa assume anche la figura di Teodato, non solo perché omicida di Amalasunta, ma anche per aver voluto nel 536 come papa, Silverio, sgradito a Costantinopoli.

Codice Chigi L VIII 296, f. 36r (XIII sec.). Giovanni Villani, Cronica Nuova. Totila distrugge le mura di Firenze.

Codice Chigi L VIII 296, f. 36r (XIII sec.). Giovanni Villani, Cronica Nuova. Totila distrugge le mura di Firenze.

Il giudizio su Teoderico resta meno netto, rispetto alla condanna irrimediabile e perpetua che si poté pronunciare su Totila. In fondo ciò che non tornava nel bilancio sull’Amalo era, come detto, lo scarto tra una prima parte della sua attività di governo sostanzialmente accettabile dai Romani e dalla Chiesa (come durante lo scisma laurenziano) e una «svolta» successiva, di segno ostile; colpiva soprattutto l’apparente repentinità di tale mutamento, tanto che l’Anonimo Valesiano poteva ben fare riferimento alla possessione diabolica per spiegare le «improvvise» misure contro i cattolici assunte da Teoderico, a cominciare dalla distruzione di una chiesa a Verona, ma anche dalla protezione accordata agli Ebrei. Il racconto che in modo più efficace fissò per i posteri l’immagine di Teoderico dal punto di vista della Chiesa, suggellandone la memoria, è però il noto brano contenuto nei Dialoghi di Gregorio Magno, altrimenti, come s’è visto, accaniti soprattutto contro Totila. Nella narrazione gregoriana, si riferisce la testimonianza, che lo stesso papa dichiarava di aver ricevuto da tale Giuliano, secundus defensor della Chiesa di Roma, circa la visione profetica avuta, molti anni prima, da un santo eremita nell’isola di Lipari; a questi, proprio nell’istante in cui il re goto moriva a molti chilometri di distanza, Teoderico era apparso scalzo e poveramente vestito, con le mani legate e scortato dalle sue vittime Simmaco e papa Giovanni I, per essere infine gettato dentro il cratere di un vulcano, dove lo attendeva il fuoco eterno[14]. Tale immagine, d’immediato impatto visivo nella sua drammatica plasticità, sintetizzò al meglio il bilancio ultimo stilato dai ceti dirigenti romani e cattolici (di cui Gregorio Magno era ottimo esponente) sull’esperienza teodericiana, consegnando in via definitiva il barbaro persecutore della Chiesa e del Senato al biasimo perpetuo di quanti continuano a riconoscersi nei valori della tradizione romano-imperiale.

Note all’articolo

[1] Magni Aurelii Cassiodori Variarum libri XII, ed. A.J. Fridh, Turnholti 1973 (Corpus Christianorum, Series Latina, 96), I, 1 (d’ora in avanti, Cass. Variae). [2] Magni Felicis Ennodi Panegyricus dictus clementissimo regi Theoderico, in Eiusd. Opera omnia, ed. W. Hartel, Vindobonae 1882 (ristampa anastatica New York-London 1968) (Corpus Scriptorum Ecclesiasticorum Latinorum, 6), pp. 262-286, alle pp. 271-272: rivolgendosi a Teoderico, gli indica come «tua» la città di Verona, perché fortunato teatro di successo su Odoacre. [3] Cass. Variae, II, 39. [4] Agathiae Myrinaei Historiarum libri quinque, ed. R. Keydell, I-II, Berolini 1967 (Corpus Fontium Historiae Byzantinae, 2), I, 1, 6. [5] Cass. Variae, II, 19. [6] Cass. Variae, VII, 4. [7] Fragmenta historica ab Henrico et Hadriano Valesio primum edita (Anonymus Valesianus), ed. R. Cessi, in Rerum Italicarum Scriptores, nuova edizione, XXIV/4, Città di Castello 1912-1913, 17 (d’ora in avanti, Anonymus Valesianus). [8] Cass. Variae, IX, 14. [9] Procopii Caesariensis De bello Gothico, in Eiusd. Opera omnia, II edd. J. Haury – G. Wirth, Lipsiae 1963 (Bibliotheca Scriptorum Graecorum et Romanorum Teubneriana), I, 3 (d’ora in avanti, Proc. Bell. Goth.). [10] Epistolae Theodericianae variae, ed. T. Mommsen, in Monumenta Germaniae Historica, Auctores antiquissimi, XII, Berolini 1894, pp. 387-392: 1, 3, 6 (a Teoderico); 4, 5 (a Ereleuva). [11] Le Liber Pontificalis, a cura di L. Duchesne, I, Paris 1955, pp. 269-270. [12] Ivi, p. 276. Si veda anche Anonymus Valesianus, pp. 20-21. [13] Proc. Bell. Goth. I, 2. [14] Grégoire le Grand, Dialogues, ed. A. De Vogué, Paris 1980, IV, 31.

I caratteri del IX secolo

di H. Pirenne, Introduzione a Le mouvement économique et social (tr. it. di M. Grasso, Storia economica e sociale del Medioevo, Milano 1997, pp. 33-44).

 

Per comprendere pienamente il risanamento economico che si è operato nell’Europa occidentale a partire dal XI secolo, è importante innanzitutto rivolgere uno sguardo al periodo precedente.

 

Rottura dell’equilibrio economico dell’antichità

 

Mosaico raffigurante un trasbordo da una nave all'altra. Ostia Antica.

Mosaico raffigurante un trasbordo da una nave all’altra. Ostia Antica.

Dal punto di vista in cui sarà opportuno collocarci, appare subito chiaro che i regni barbarici fondati nel V secolo sul suolo dell’Europa occidentale avevano conservato il carattere più evidente ed essenziale della civiltà antica, il suo carattere mediterraneo[1]. Il mare interno, attorno al quale erano nate tutte le civiltà del mondo antico e tramite il quale avevano comunicato le une con le altre, che era stato il veicolo delle loro idee e del loro commercio, che l’Impero romano aveva finito per inglobare interamente e verso cui convergeva l’attività di tutte le sue province, dalla Bretagna all’Eufrate, anche dopo le invasioni barbariche non aveva cessato di svolgere la sua funzione tradizionale. Per i barbari stabilitisi in Italia, in Africa, in Spagna e in Gallia, quel mare restava la grande via di comunicazione con l’Impero bizantino, e le relazioni che sussistevano con quest’ultimo consentivano la continuazione di una vita economica nella quale è impossibile non vedere il diretto prolungamento di quella dell’antichità. Basterà rammentare qui l’attività della navigazione siriana dal V all’VIII secolo tra i porti dell’Occidente e quelli dell’Egitto e dell’Asia minore, la conservazione da parte dei re germanici del soldo aureo romano, insieme strumento e simbolo dell’unità economica del bacino mediterraneo, e infine l’orientamento generale del commercio verso le coste di questo mare che gli uomini avrebbero potuto ancora chiamare, con altrettante buone ragioni dei Romani, Mare nostrum.

Furono necessari il brusco ingresso in scena dell’Islam nel corso del VII secolo e la sua conquista delle coste orientali, meridionali e occidentali del grande lago europeo per collocare quest’ultimo in una situazione completamente nuova, le cui conseguenze dovevano influire su tutto il corso ulteriore della storia[2]. Ormai il Mediterraneo non è più il legame millenario tra l’Oriente e l’Occidente che era stato fino ad allora: è diventato al contrario una barriera. Se l’Impero bizantino, grazie alla sua flotta armata, riesce a respingere l’offensiva musulmana dal Mar Egeo, dall’Adriatico e dalle coste meridionali dell’Italia, in compenso il mar Tirreno finisce interamente in balia dei Saraceni. Tramite l’Africa e la Spagna costoro lo chiudono a sud e a ovest, mentre il possesso delle isole Baleari, della Corsica, della Sardegna e della Sicilia fornisce loro basi navali che finiscono per consolidarne il predominio. A partire dall’inizio dell’VIII secolo, in questo grande quadrilatero marittimo il commercio europeo non ha più storia. Il movimento economico si orienta ormai decisamente verso Baghdad. I cristiani, dirà pittorescamente Ibn Khaldūn, «non riescono più a farvi galleggiare nemmeno una tavola»[3]. Su queste sponde, che un tempo corrispondevano tra loro in una comunanza di costumi, bisogni e idee, si affrontano ora due civiltà, o per meglio dire due mondi estranei e ostili, quello della Croce e quello della Mezzaluna. L’equilibrio economico dell’Antichità, che era sopravvissuto alle invasioni germaniche, è crollato sotto l’invasione dell’Islam. I Carolingi gli hanno impedito di estendersi a nord dei Pirenei, ma non hanno potuto, né d’altronde, consapevoli della loro impotenza, hanno tentato di riprendergli il mare. L’impero di Carlo Magno, in netto contrasto con la Gallia romana e con la Gallia merovingia, sarà un impero puramente terrestre o, se si vuole, continentale. E da questo grande fatto deriva necessariamente un ordine economico nuovo che è per l’appunto quello dell’alto Medioevo[4].

 

Saraceni e cristiani in Occidente

Ricostruzione grafica di un cavaliere beduino del nord Africa di A. McBride.

Ricostruzione grafica di un cavaliere beduino del nord Africa di A. McBride.

La storia successiva, che ci offre lo spettacolo di tanti debiti contratti dai cristiani con la superiore civiltà dei Musulmani, non deve creare illusioni circa i rapporti che si sono instaurati inizialmente tra gli uni e gli altri. È vero che, dal IX secolo, i Bizantini e soprattutto Venezia, hanno trafficato più o meno attivamente con gli Arabi di Sicilia, Africa, Egitto e Asia minore. Ma in Europa occidentale le cose sono ben diverse. Qui, l’antagonismo delle due confessioni le mantiene, l’una nei confronti dell’atra, in costante assetto di guerra. I pirati saraceni infestano senza tregua il litorale del golfo del Leone, la riviera di Genova, le coste della Toscana e quelle della Catalogna. Saccheggiavano Pisa nel 935 e nel 1004, distruggono Barcellona nel 985. Prima dell’inizio dell’XI secolo, non si rileva la minima traccia di interscambio tra queste regioni e i porti saraceni della Spagna e dell’Africa. L’insicurezza delle coste è tale che il vescovado di Maguelonne deve essere ricondotto a Montpellier. Anche la terraferma non è al riparo dalle imprese del nemico. È noto che nel X secolo i Musulmani insediano nelle Alpi, a La Garde-Frainet, un avamposto militare da cui taglieggiano o massacrano i pellegrini e i viandanti che dalla Francia si recano in Italia. Il Rossiglione, alla stessa epoca, vive nel terrore per via delle scorrerie che essi spingono al di là dei Pirenei. Nell’846, bande saracene si erano inoltrate fino a Roma e avevano assediato Castel Sant’Angelo. In queste condizioni, la vicinanza dei Saraceni per i cristiani d’Occidente non poteva non comportare dei disastri irreparabili: troppo deboli per pensare di passare alla controffensiva, ripiegano pavidamente su se stessi e abbandonano agli avversari il mare sul quale non osano più avventurarsi. Invero, dal IX all’XI secolo l’Occidente è rimasto per così dire «imbottigliato». Gli ambasciatori che di tanto in tanto sono ancora inviati a Costantinopoli, i pellegrini che in buon numero si dirigono ancora verso Gerusalemme, raggiungono tutti faticosamente la loro meta solo passando dall’Illiria e dalla Tracia, oppure scendendo fin nel sud dell’Italia, dove le navi greche di Bari li traghettano sulla sponda opposta dell’Adriatico. Non è comunque consentito, come talora si fa, addurre questi viaggi come prova della persistenza della navigazione mediterranea occidentale dopo l’espansione islamica. Questa navigazione è morta e sepolta.

 

Scomparsa del commercio in Occidente

E il movimento commerciale non è sopravvissuto a questa navigazione, dal momento che essa non era la vena feconda. È agevole dimostrare che, fintantoché è rimasta attiva, è stata la navigazione a mantenere in vita il traffico nei porti di Italia, Africa, Spagna e Gallia, come pure nel loro entroterra. Se si leggono i documenti di cui disponiamo, malauguratamente troppo rari, non si può dubitare che, fino alla conquista araba, una classe di mercanti di professione sia stata in ogni regione lo strumento di un commercio di esportazione e di importazione di cui si può discutere l’importanza, ma non l’esistenza. Grazie a essa, le città romane sono rimaste centri d’affari e i punti di concentrazione di una circolazione che, dalla costa, si propagava verso il Nord, almeno fino alla valle del Reno, facendovi penetrare il papiro, le spezie, i vini orientali e l’olio sbarcati sulle coste del Mediterraneo[5].

La chiusura di questo mare a causa dell’espansione islamica del VII secolo ha avuto come necessaria conseguenza il rapidissimo deperimento di questa attività. Nel corso dell’VIII secolo, l’interruzione del commercio porta con sé la scomparsa dei mercanti. La vita urbana, che si perpetuava proprio grazie a quei mercanti, svanisce insieme a loro. Le città romane continuano indubbiamente a sopravvivere perché, in quanto centri dell’amministrazione diocesana, i vescovi vi mantengono la loro residenza e raccolgono attorno a sé un numeroso clero; ma esse perdono ogni significato economico insieme alla loro amministrazione municipale. Si manifesta un impoverimento generale. Il numerario aureo sparisce per far posto alla moneta d’argento con cui i Carolingi sono costretti a sostituirlo. Il nuovo sistema monetario che istituiscono al posto del vecchio soldo aureo romano è la prova evidente della loro rottura con l’economia antica o, per meglio dire, con l’economia mediterranea.

 

 

Regresso economico sotto i Carolingi

 

È un palese errore considerare il regno di Carlo Magno, come quasi sempre si fa, un’epoca di ascesa economica. Si tratta solo di un illusorio miraggio. In realtà, paragonato al periodo merovingio, il periodo carolingio appare, dal punto di vista commerciale, un’epoca di decadenza o, se si preferisce, di regresso[6]. Quand’anche avesse tentato, Carlo Magno non avrebbe potuto impedire le conseguenze ineluttabili della scomparsa del traffico marittimo e della chiusura dei mari.

È verissimo che queste conseguenze non interessarono le regioni del Nord con la stessa intensità avvertita in quelle del Sud. Durante la prima metà del IX secolo, i porti di Quentovic (oggi Étaples, sulla Canche) e di Duurstede (sul Reno, a nord di Utrecht) continuarono a essere piuttosto frequentati; la flotta mercantile frisona seguitò a percorrere la Schelda, la Mosa e il Reno, e a dedicarsi al cabotaggio sulle rive del Mare del Nord[7]. Ma bisogna guardarsi dal considerare questi fatti come sintomi di rinascita. Sono soltanto il prolungamento di un’attività che risale all’Impero romano e che si era perpetuata in epoca merovingia[8]. È possibile, anzi probabile, che la presenza abituale della corte imperiale ad Aquisgrana e la necessità di approvvigionare il suo numerosissimo personale abbiano contribuito, non solo a sostenere, ma anche a sviluppare la circolazione nei territori circostanti e a fare di essi l’unica regione dell’Impero in cui si osserva ancora una certa attività commerciale. Comunque sia, del resto, i Normanni non tardarono a metter fine a quest’ultima sopravvivenza del passato. Quentovic e Duurstede furono da loro saccheggiate e distrutte prima della fine del IX secolo, con tanta pervicacia e scrupolosità che i due porti non riuscirono più a risollevarsi dalla rovina.

Si potrebbe credere, e talvolta si è creduto, che la valle del Danubio si sia sostituita al Mediterraneo come grande via di comunicazione tra Oriente e Occidente. Avrebbe potuto, in effetti, se non fosse stata resa inaccessibile, prima dagli Avari e poi, subito dopo, dai Magiari. Tutto ciò che i testi ci permettono di intravedere su questo versante europeo è la circolazione di poche imbarcazioni cariche di sale proveniente dalle saline di Salisburgo. Quanto al presunto commercio con gli Slavi pagani delle rive dell’Elba e della Saale, si limitava a losche operazioni di avventurieri, i quali cercavano di fornire armi a quei barbari o di comprare, per rivenderli poi come schiavi, i prigionieri di guerra che le truppe carolingie facevano fra quei pericolosi vicini dell’Impero. Basta leggere i capitolari per convincersi che su quei confini militari, dove l’insicurezza regnava in pianta stabile, non c’era alcun traffico normale e regolare.

 

Carattere agricolo della società dal IX secolo in poi

Ciò che appare in tutta evidenza è che, dalla fine dell’VIII secolo, l’Europa occidentale è regredita allo stato di una regione puramente agricola. La terra è l’unica fonte di sostentamento e il solo requisito della ricchezza. Tutte le classi della popolazione, a partire dall’imperatore, il quale non ha altre rendite salvo quelle dei suoi possedimenti fondiari, fino al più umile dei servi, vivono direttamente o indirettamente dei prodotti del suolo, sia che li ottengano col proprio lavoro, sia che li limitino a percepirli sotto forma di canoni e a consumarli. La ricchezza mobiliare non ha più alcun impiego economico. Tutta l’esistenza sociale è fondata sulla proprietà o sul possesso della terra. Donde l’impossibilità per lo Stato di mantenere un sistema militare e un’amministrazione che non poggino su di essa. L’esercito ormai si recluta soltanto tra i detentori di feudi, e i funzionari solo tra i grandi proprietari. In simili circostanze, diventa impossibile salvaguardare la sovranità del capo dello Stato. Se questa sovranità esiste in linea di principio, di fatto scompare. Il sistema feudale non è altro che lo sbriciolamento del potere pubblico tra le mani dei suoi funzionari che, per il fatto stesso di possedere ciascuno una parte del territorio, sono diventati indipendenti e considerano le loro attribuzioni come parte del loro patrimonio. In fin dei conti, la comparsa del feudalesimo in Europa occidentale nel corso del IX secolo è soltanto la ripercussione, nell’ordine politico, del ritorno della società a una civiltà puramente rurale.

 

 

I latifondi

Dal punto di vista economico, il fenomeno più evidente e più caratteristico di questa civiltà è il latifondo. Indubbiamente, la sua origine è molto più antica ed è facile ricostruire la filiazione che lo ricollega a un passato assai remoto. Grandi proprietari esistevano in Gallia già prima di Cesare, come ne esistevano in Germania prima delle invasioni. L’Impero romano ha lasciato sopravvivere i latifondi gallici, che con estrema rapidità si sono adattati all’organizzazione di quelli del popolo vincitore. La villa gallica dell’epoca imperiale, con la sua riserva devoluta al proprietario e i suoi innumerevoli censi di coloni, presenta il tipo di sfruttamento rurale descritto dagli agronomi italiani da Catone in poi. Così com’era, essa ha attraversato indenne il periodo delle invasioni germaniche. La Francia merovingia l’ha conservata e la Chiesa l’ha introdotta al di là del Reno di pari passo con la conversione di quelle regioni al cristianesimo[9].

 

Assenza di sbocchi

L’organizzazione feudale basata sul latifondo non costituisce una novità da nessun punto di vista. Ciò che è nuovo è, se così si può dire, il suo funzionamento come conseguenza dell’eclissi del commercio e delle città. Fintantoché il primo era stato capace di trasportare i suoi prodotti e le seconde di offrirgli un mercato, il latifondo aveva disposto e conseguentemente approfittato di una vendita regolare all’esterno. Partecipava all’attività economica generale come produttore di derrate alimentari e come consumatore di manufatti. In altri termini, si trovava in una situazione di mutuo scambio con il mondo esterno. D’un tratto la situazione cambia, perché non esistono più né mercanti né una popolazione cittadina. A chi vendere, se non ci sono più compratori? Dove smerciare una produzione che nessuno reclama, dal momento che nessuno ne ha più bisogno? Ciascuno vive della sua terra, quindi non si preoccupa dell’intervento altrui, e per forza di cose, in assenza di domanda, il produttore terriero diventa il solo consumatore dei suoi prodotti. Così, ogni possedimento si consacra a quel genere di economia che abbastanza impropriamente si designa col termine di economia dominicale chiusa, ma che invero altro non è che un’economia senza sbocchi.

A questo stato di cose non ci si rassegna di buon grado, ma coattivamente. Se non si vende più, non è perché non si vuol vendere, ma perché non ci sono più compratori disponibili. In mancanza di meglio, fu necessario adattarsi alla situazione. Il signore dovette arrangiarsi, non soltanto per vivere della sua riserva e delle prestazioni dei suoi contadini, ma anche per potersi procurare all’interno, visto che non avrebbe potuto farlo altrove, gli utensili e gli indumenti indispensabili alla coltivazione delle sue terre e all’abbigliamento dei suoi domestici. Da ciò il sorgere di quei laboratori artigiani o di quei «ginecei» così peculiari dell’organizzazione dominicale dell’alto Medioevo, e che non hanno altro scopo se non quello di supplire alla carenza del commercio e dell’industria.

 

 

Il commercio occasionale

Va da sé che un simile stato di cose è inevitabilmente esposto ai rischi del clima. Se un raccolto viene a mancare, le provviste accumulate nei granai in vista della carestia si esauriscono presto e bisogna ingegnarsi per procurarsi il grano indispensabile. Allora si inviano per il paese dei servi incaricati di farne rifornimento presso qualche vicino più fortunato o in qualche regione dove regna l’abbondanza. Per munirli di denaro, il signore ha fatto fondere il vasellame nella più vicina zecca, oppure si è indebitato con l’abate di un monastero dei dintorni. Si genera così a tratti, sotto l’influsso dei fenomeni atmosferici, un commercio occasionale che continua a mantenere sulle strade e sui corsi d’acqua una circolazione intermittente. Può altresì capitare che, negli anni di prosperità, si cerchi con gli stessi mezzi di vendere all’estero l’eccellenza della propria vendemmia o del proprio raccolto. Infine, un condimento necessario alla vita, il sale, si trova solo in certe regioni, dove si è dunque costretti ad andare pur di procurarselo. Ma, ancora una volta, in tutto questo non si può ravvisare alcuna specifica attività commerciale, né tantomeno professionale. Il mercante si improvvisa, se così si può dire, secondo le circostanze. La vendita e l’acquisto non sono l’occupazione normale di nessuno. Sono espedienti cui si fa ricorso quando la necessità lo impone.

Il commercio ha cessato completamente di essere uno dei rami dell’attività sociale, al punto che ogni feudo si sforza di far fronte con i propri stessi fondi a ogni bisogno interno. Per questo si vedono le abbazie delle regioni prive di vigneti, come per esempio i Paesi Bassi, darsi da fare per ottenere la donazione di terre coltivate a vite, sia nel bacino della Senna, sia nelle valli del Reno e della Mosella, al fine di potersi così assicurare ogni anno un rifornimento di vino[10].

 

I mercati locali

L’abbondanza di mercati sembra a prima vista in contraddizione con la paralisi commerciale dell’epoca. Difatti, a partire dall’inizio del IX secolo, i mercati pullulano e se ne istituiscono continuamente di nuovi. Ma la loro stessa quantità è la prova della loro scarsa rilevanza. Solo la fiera di Saint-Denis, nei pressi di Parigi (fiera del Lendit), attira abbastanza da lontano, una volta all’anno, al tempo stesso pellegrini, venditori e compratori occasionali. Al di fuori di essa si trova solo una moltitudine di piccoli mercati settimanali dove i contadini dei paraggi mettono in vendita qualche uovo, qualche pollo, qualche libbra di lana o qualche auna di rozzo panno tessuto in casa. La natura delle transazioni che vi si effettuano risulta con sufficiente chiarezza dal fatto che vi si vende per denaratas, vale a dire per quantità che non superino il valore di pochi denari[11]. Insomma, l’utilità di questi piccoli assembramenti si limitava a soddisfare i bisogni familiari della popolazione circostante e, con ogni probabilità, come avviene ancor oggi presso i Cabili, anche a soddisfare quell’istinto di socievolezza che è proprio di tutti gli uomini. Essi costituiscono l’unica distrazione offerta da una società cristallizzata nel lavoro della terra. Il divieto, imposto da Carlo Magno ai servi dei suoi possedimenti, di «vagare per i mercati» dimostra che questi ultimi vi erano attirati assai più dal desiderio di divertirsi che dalla smania degli affari[12].

 

Gli Ebrei

Mercanti di professione, dunque, per quanto si cerchino, non se ne trovano, o meglio si trovano solo gli Ebrei. Soltanto loro, a partire dagli inizi dell’epoca carolingia, praticano regolarmente il commercio, tanto che, nella lingua del tempo, la parola Judaeus e la parola mercator appaiono quasi sinonimi. Un certo numero di essi risiede nel sud della Francia, ma la maggior parte proviene dai paesi musulmani del Mediterraneo, dai quali, attraverso la Spagna, raggiunge l’Occidente e il nord dell’Europa. Sono i Radaniti, perenni viaggiatori, il tramite che mantiene ancora un superficiale contatto con le regioni orientali[13]. D’altronde, il commercio cui si dedicano riguarda esclusivamente le spezie e le stoffe pregiate che laboriosamente trasportano dalla Siria, dall’Egitto e da Bisanzio nell’Impero carolingio. Grazie a loro, le chiese possono procurarsi l’incenso indispensabile alla celebrazione delle funzioni e, di tanto in tanto, quelle ricche stoffe di cui i tesori delle cattedrali hanno conservato fino ai giorni nostri rari esemplari. Importano pepe, condimento divenuto così raro e così costoso che talvolta lo si impiega come moneta, e smalti o avori di fabbricazione orientale, che costituiscono il lusso dell’aristocrazia. I commercianti ebrei si rivolgono dunque a una clientela assai ristretta. I profitti da loro realizzati dovettero essere assai considerevoli ma, a conti fatti, il loro ruolo economico deve essere considerato secondario. Con la loro scomparsa, l’ordine sociale non avrebbe perso nulla di essenziale.

 

Carattere della società dal IX secolo

E così, da qualunque angolazione la si esamini, a partire dal IX secolo l’Europa occidentale ci appare come una società essenzialmente rurale e in cui lo scambio e la circolazione dei beni sono ridotti al livello più basso mai raggiunto. La classe mercantile è scomparsa. A determinare la condizione degli uomini, sono ora i loro rapporti con la terra. Una minoranza di proprietari ecclesiastici o laici ne detiene la proprietà; sotto di loro, una moltitudine di tributari si ripartisce l’ambito dei feudi. Chi ha la terra ha insieme a essa la libertà e la potenza: il proprietario ne è al tempo stesso signore; chi ne è privo è ridotto alla servitù: il termine villano designa infatti tanto il contadino di un feudo (villa) quanto il servo. Poco importa che qua e là, nella popolazione contadina, pochi individui abbiano conservato per buona sorte la loro terra e conseguentemente la loro libertà personale. In linea di massima, la servitù è la normale condizione della popolazione agricola, ossia di tutta la popolazione. Indubbiamente le sfumature sono numerose in questa servitù, nella quale s’incontrano, accanto a uomini ancora assai vicini all’antica schiavitù, i discendenti di piccoli proprietari spossessati o che sono entrati volontariamente nella clientela dei grandi. Il fatto essenziale non è tanto la condizione giuridica quanto quella sociale, e quest’ultima riduce al ruolo di dipendenti, di sfruttati, ma al tempo stesso di protetti, tutti coloro che vivono sulle terre signorili.

 

Preponderanza della Chiesa

In questo mondo rigorosamente gerarchizzato, il primo e più importante posto spetta alla Chiesa. Essa vi possiede sia il potere economico che l’ascendente morale. I suoi innumerevoli possedimenti superano per estensione quelli della nobiltà, così come anche le è superiore la sua istruzione. Per giunta, soltanto la Chiesa dispone, grazie alle oblazioni dei fedeli e alle elemosine dei pellegrini, di una fortuna monetaria che in tempo di carestia le consente di prestare denaro ai laici bisognosi. Infine, in una società ricaduta nell’ignoranza generale, essa sola detiene due strumenti indispensabili della cultura, ossia la lettura e la scrittura, e nel suo seno i re devono necessariamente reclutare i cancellieri, i segretari, i «notai», insomma tutto quel personale colto di cui non possono assolutamente fare a meno. Dal IX all’XI secolo, tutta l’alta amministrazione è di fatto nelle sue mani. Il suo spirito vi domina come domina nelle arti. L’organizzazione dei suoi feudi è un modello che invano i feudi della nobiltà cercheranno di emulare, poiché solo nella Chiesa si trovano uomini capaci di redigere polittici, di tenere registri contabili, di calcolare entrate e spese e, pertanto, di mantenerle in pareggio. Dunque la Chiesa non è soltanto la grande autorità morale di quel tempo, ne è anche la grande potenza finanziaria.

 

Ideale economico della Chiesa

E la concezione ecclesiastica del mondo si adatta meravigliosamente alle condizioni economiche di quell’epoca, in cui la terra è il solo fondamento dell’ordine sociale. Infatti la terra è stata data da Dio agli uomini per metterli in grado di vivere in questo mondo in vista della salvezza eterna. Lo scopo del lavoro non è arricchirsi, ma di mantenersi nella condizione in cui si è nati, in attesa del passaggio dalla vita mortale alla vita eterna. La rinuncia monastica è l’ideale al quale tutta la società deve tendere. Ambire alla fortuna equivale a cadere nel peccato di avarizia. La povertà ha un’origine divina e un precetto provvidenziale. Sta ai ricchi alleviarla con la carità, di cui i monasteri danno loro l’esempio. Che l’eccedenza dei loro raccolti sia dunque messa da parte per poter essere ripartita gratuitamente, come le abbazie anticipano gratuitamente le somme che i nobili chiedono loro in prestito in caso di bisogno.

 

Proibizione dell’usura

«Mutuum date nihil inde sperantes». Il prestito a interesse o, per usare il termine tecnico che lo designa e che da allora assume il significato peggiorativo conservato ancora ai nostri giorni, l’usura, è un abominio. Proibita da sempre al clero, dal IX secolo la Chiesa è riuscita a farla interdire ai laici, riservandone la giurisdizione ai propri tribunali. D’altronde, il commercio in genere non è meno degno di condanna del commercio di denaro. Anch’esso è pernicioso per l’anima poiché la distoglie dal suo fine ultimo. «Homo mercator vix aut nunquam potest Deo placere»[14].

È facile osservare l’armoniosa corrispondenza di questi principi con i fatti e quanto l’ideale ecclesiastico si adatti alla realtà. Questo ideale giustifica lo stato di cose da cui la Chiesa stessa è la prima a trarre vantaggio. La condanna dell’usura, del commercio, del profitto per il profitto: cosa c’è di più naturale e, in questi secoli in cui ogni feudo basta a se stesso e costituisce normalmente un piccolo mondo chiuso, cosa di più benefico se si pensa che solo la carestia costringe a rivolgersi agli altri e quindi esporrebbe a tutti gli abusi della speculazione, dell’usura, dell’accaparramento, insomma alla tentazione fin troppo forte di sfruttare il bisogno, se proprio questi abusi non fossero condannati dalla morale religiosa? Naturalmente, dalla teoria alla pratica ce ne corre, e gli stessi monasteri non si sono fatti scrupolo di trasgredire assai spesso i divieti della Chiesa. Ciò non toglie tuttavia che essa abbia così profondamente pervaso il mondo del suo spirito che gli occorreranno lunghi secoli per abituarsi alle nuove pratiche che la futura rinascita economica a venire reclamerà e per imparare ad accettare senza troppe riserve la legittimità dei profitti commerciali, dell’investimento del capitale e del prestito a interesse.

Note

[1] Questa verità oggi è generalmente riconosciuta, anche da quegli storici che ritengono che le invasioni del V secolo abbiano sconvolto e trasformato al civiltà sotto ogni altro aspetto. Vedi F. Lot, Histoire du Moyen Age, t. I, Histoire générale, p. 347. A. Dopsch, Wirtschaftliche und soziale Grundlagen der Europäischen Kulturenentwickelung aus der Zeit von Caesar bis auf Karl den Grossen, Vienna 1923-242, 2 voll., ha il merito di aver dimostrato che non esiste «cesura» nella storia economica tra il periodo anteriore all’insediamento dei Germani nell’Impero e quello che segue.

[2] H. Pirenne, Mahomet et Charlemagne, Paris 1992 (1e ed. Bruxelles 1937) e Un contraste économique. Mérovingiens et Carolingiens, in RBPH 2 (1923), pp. 223-235; e dello stesso: Les villes du Moyen Age, p. 7 sgg. (Bruxelles 1927). Questo punto di vista ha sollevato obiezioni che non è possibile prendere in esame in questa sede. Se ne troverà un’esposizione in H. Laurent, Les travaux de M. Henri Pirenne sur la fin du monde antique et les débuts du Moyen Age, Byzantion 7 (1932), pp. 495-509.

[3] G. Marçais, in Histoire et historiens de l’Algérie, Paris 1931, p. 212, dice assai bene: «Dopo che la Berberia è diventata terra d’Islam, per tutta la durata del Medioevo, salvo eccezioni, i ponti tra essa e l’Europa cristiana sono quasi del tutto tagliati… Diviene una sorta di provincia del mondo orientale». Devo la conoscenza del testo di Ibn Khaldun a una cortese comunicazione del signor Marçais.

[4] H. Pirenne, Un contraste économique, cit.

[5] P. Scheffer-Boichorst, Kleinere Forschungen zur Geschichte des Mittelalters, IV: Zur Geschichte der Syrer im Abendlande, MIÖG 6 (1885), pp. 521-550; L. Brehier, Les colonies des Orientaux en Occident au commencement du Moyen Age, ByzZ 12 (1903), pp. 1-39; J. Ebersolt, Orient et Occident, Paris 1929, pp. 26 ss.; H. Pirenne, Le commerce du papyrus dans la Gaule mérovingienne, CRAI 2 (1928), pp. 178-191; dello stesso, Le cellarium fisci. Une institution économique des temps mérovingiens, Bull.Acad.r.Belg 16 (1930), pp. 201-211.

[6] L. Halphen, Études critiques sur l’histoire de Charlemagne: les sources de l’histoire de Charlemagne, la conquete de la Saxe, le couronnement imperial, l’agriculture et la propriete rurale, l’industrie et le commerce, Paris 1921, pp. 239 ss.; H. Pirenne, Mahomet et Charlemagne, cit.

[7] O. Fengler, Quentowic, seine maritime Bedeutung unter Merowingern und Karolingern, HGbll 24 (1907), pp. 91-107; H. Pirenne, Draps de Frise ou draps de Flandre?, VSWG 7 (1909), p. 308-316; H. Poelman, Geschiedenis van den handel van Noordnederland gedurende het Merowingische en Karolingische tijdperk, Amsterdam 1908.

[8] F. Cumont, Comment la Belgique fut romanisée, Bruxelles 19192.

[9] Su tutto questo mi accontento di rinviare il lettore alle eccellenti pagine di M. Bloch, Les caractères originaux de l’histoire rurale française, Paris 1931, p. 67 ss.

[10] H. van Werveke, Comment les établissements religieux belges se procuraient-ils du vin au haut Moyen Age?, RBPh 2 (1923), pp. 643-662.

[11] Edictus pistense, 20, in MGH, Capitularia regum Francorum, A. Boretius – V. Krause (Hg.), t. II, Hannoverae 1897, p. 319.

[12] Capitulare de villis, 54, in MGH, Capitularia regum Francorum, A. Boretius (Hg.), t. I, Hannoverae 1883, p. 88.

[13] Vedere in proposito il Livre des routes et des provinces di Ibn Khordadbeh (850 ca.), nella traduzione di C. Barbier de Maynard, JA 5 (1865), pp. 5-127.

[14] L. Goldschmidt, Universalgeschichte des Handelsrechts, t. I, Stuttgart 1891, p. 139.