Bianchi e neri

di G. Pampaloni, s.v. Bianchi e neri, in Enciclopedia dantesca.

“Bianchi” e “Neri” erano gli appellativi delle due fazioni, o partiti, in cui si divise la Parte guelfa fiorentina, verso la fine del sec. XIII, e in cui si identificano gli ideali, gli interessi economico-sociali e l’azione politica dei Cerchi e dei Donati. La divisione della Parte guelfa è già un fatto compiuto all’indomani della zuffa di Calendimaggio del 1300, quando Ricoverino de’ Cerchi fu ferito in una mischia con una brigata di giovani Donateschi in piazza S. Trinita. Per il Villani (VIII 39) «come la morte di messer Buondelmonte il Vecchio fu cominciamento di Parte guelfa e ghibellina, così questo fu il cominciamento di grande rovina di Parte guelfa e della nostra città». Naturalmente l’antagonismo fra i due partiti aveva radici complesse e lontane nel tempo, né è possibile comprendere appieno gli avvenimenti del 1300 e 1301, cioè la conclusione, se non diamo uno sguardo retrospettivo alle cause che li avevano generati.

 

Ms Chigiano L VIII 296 (XIII sec.). Giovanni Villani, Cronaca. Uccisione di Buondelmonte.

 

Com’è noto, l’istituzione del governo delle arti (1282) aveva segnato il trionfo del Popolo grasso, anche se a questo non era seguita l’esclusione dall’esercizio del potere degli appartenenti al gruppo nobiliare magnatizio, anche perché – e pure questo è conosciuto – nella vita di tutti i giorni fra i due mondi non c’era quell’antagonismo che il Salvemini aveva fatto intravedere e che poi sarebbe stato la causa motrice degli avvenimenti fiorentini dell’ultimo quarto del Duecento. La proclamazione degli Ordinamenti di giustizia del 1293 segna il trionfo delle frange più popolari del mondo politico cittadino: il gruppo magnatizio, tutt’altro che compatto, vien così colpito da una legislazione di carattere eccezionale, vessatoria, e messo in condizione di netta inferiorità essendo rimasto escluso dalla vita politica cittadina. Com’era logico che avvenisse, il carattere vessatorio degli Ordinamenti di giustizia genera nei grandi malcontento e stato di tensione, acuiti dal fatto che la forza effettiva delle armi risiedeva proprio in loro: «Noi – diranno-in un momento di esplosione d’ira percuotendo i consoli delle arti – siamo quelli che demo la sconfitta in Campaldino, e voi ci avete rimossi degli ufici e onori della nostra città» (Compagni, I 21).

Pittore anonimo, Madonna della Misericordia. Affresco, metà XIV sec. Firenze, Loggia del Bigallo

Si arriva così al temperamento degli Ordinamenti stessi del luglio 1295, con il quale si ridà ai grandi la possibilità di partecipare alla vita politica mediante l’iscrizione a un’arte, sia pure non esercitandola in continuità (continue artem non exercentes): la legge, ricorrendo a una finzione giuridica, riconosce una situazione di fatto in evoluzione e certo in parte già diversa da quella del 1293, anche se la massa dei grandi non può, o non vuole, iscriversi, sia pure nominalmente, a un’arte e quindi per loro perdura lo stato d’inferiorità politica introdotto due anni prima.

Esclusi dalle vere fonti del potere, Priorato e altri organi della costituzione, i magnati rimangono padroni dell’Ufficio della Parte guelfa, organo nato col trionfo dei guelfi e destinato a tutelarne gli interessi e la fortuna: perciò ufficio di rilevante importanza, anche politica; ed è qui che si manifestano, dopo il 1295, i primi dissensi pubblici nel gruppo dei grandi, ed è di qui che prende le mosse la gara politica fra i Cerchi e i Donati, destinata in breve volgere di tempo a trasformarsi in lotta aperta tra due partiti politici, che prenderanno poi il nome di Bianchi e di Neri.

Il veleno «che e’ fiorentini avean nel cuore» (Pieri, Cronica 61), pubblicamente manifestatosi nella Parte guelfa, era alimentato dall’inimicizia sempre più aperta e violenta fra i Cerchi e i Donati, famiglie d’origine diversa ma alla fine del Duecento socialmente appartenenti entrambi all’ambiente magnatizio. La gara di «grandigia» aveva avuto inizialmente un carattere privato e aveva investito solamente le due casate e i consorti più stretti, ma ben presto tutto l’ambiente dominante della città viene a esserne coinvolto e da contesa privata essa si trasforma in lotta politica: è l’eterna dinamica dei governi oligarchici e lo stesso quadro d’irrequietezza e di lotta è offerto dai comuni che si trovano in condizioni politiche, economiche e sociali simili a quelle fiorentine.

Lo stato di tregua politica, concentrando l’attenzione dei magnati sugli avvenimenti interni del comune, alimenta la gara fra loro: «per soperchio tranquillo, il quale naturalmente genera superbia e novità» (Villani VIII 1).

Tutte le fonti sono d’accordo nel testimoniare che la tensione cittadina ha origine nella rivalità dei Cerchi e dei Donati, i quali pian piano, partendo quasi dal nulla, si trovano invischiati nella gara (il «riottare» del Villani, VII 56) di «grandigia» e di supremazia politica, che sentimenti d’invidia e di superbia (ma più che ai Cerchi, questi sentimenti sembrano adattarsi a meraviglia a Corso Donati e agli amici di lui) alimentano potentemente fino a incendiare gran parte della città. Dalla piazza, dalla vita di tutti i giorni, la rivalità dei due gruppi passa nella Parte guelfa, roccaforte dei magnati e unico centro di potere rimasto loro in mano dopo l’emanazione degli Ordinamenti di giustizia: l’odio cresce di giorno in giorno e nelle riunioni della Parte stessa i Cerchi abbandonano i Donati e il partito dei grandi e cominciano ad «accostarsi a’ popolani e reggenti» (Compagni, I 20); si arriva così (1297) alla spaccatura pubblica e definitiva del gruppo magnatizio fiorentino.

Se alla fine del Duecento i Cerchi e i Donati appartengono allo stesso gruppo sociale (e difatti tutte e due le casate sono contenute negli elenchi di magnati degli Ordinamenti di giustizia del 1293 e 1295 e presso a poco la stessa è la forza umana delle medesime, 67 gli uomini dei Cerchi nel 1293 e 66 nel 1295, 71 e 70 quelle dei Donati; cfr. G. SALVEMINI, Magnati e popolani in Firenze dal 1280 al 1298, Firenze 1899, 375-376), ben diversa è invece l’origine e diverse sono anche l’attività e la potenza economica degli stessi: queste condizioni di fatto influenzeranno in maniera determinante la formazione, la composizione sociale e il comportamento dei due partiti, cose queste che avranno poi conseguenze tutt’altro che trascurabili negli avvenimenti successivi.

Torre dei Cerchi. Firenze

I Cerchi sono i tipici rappresentanti della gente nuova del contado che i subiti guadagni han portato alla rapidissima scalata della società cittadina: gente «veniticcia» e passata da poche generazioni sulle rive dell’Arno dalla natia Acone, in Val di Sieve (Pd XVI 65), aveva trovato in città l’ambiente economico ideale per la propria attività e in breve volgere di anni era riuscita a raccogliere ricchezze così vaste da essere considerata al tempo di Dante come la rappresentante tipica della plutocrazia fiorentina.

L’origine popolare, la lunga pratica degli affari, la rete d’interessi intessuta anche con vasti ambienti del mondo piccolo artigiano, condizionano la condotta e l’atteggiamento politico degli stessi: pur appartenendo socialmente ai grandi (ma, si noti bene, sono detti grandi per accidente, non di sangue), i Cerchi tengono un contegno «umano» nei confronti del popolo, e come obbiettivo politico interno, piuttosto che alla totale eliminazione degli Ordinamenti di giustizia, mirano alla correzione degli stessi; sinceramente guelfi, ma possibilisti, cercano un compromesso e la convivenza col popolo, con il quale non disdegnerebbero di dividere il potere. Da qui la maggiore propensione per i Cerchieschi dell’ambiente popolare cittadino e sempre da qui la marcata predilezione del ghibellinismo fuoruscito verso questo partito: e questa voce propagata ad arte e soffiata a piene gote dagli avversari, e non convenientemente controbattuta dagli interessati, sarà poi uno dei motivi base dell’inimicizia pontificia e della loro rovina.

Stemma della famiglia Cerchi. Ricostruzione. Firenze, Casa di Dante.

Il capo della casata, Vieri, incarna come meglio non si potrebbe la famiglia e il partito: abile nel commercio, egli porta nella vita politica quella tendenza in lui chiaramente rintracciabile anche negli affari e naturalmente portata verso il compromesso, fidando in quella medicina che è il tempo; ma al momento delle decisioni e delle scelte le qualità negative del capo si faranno sentire in maniera deleteria nel partito che, eccettuato un piccolo gruppo di cui fa parte il poeta, adotterà una linea incerta e traballante, anche quando sarebbe stato necessario «arrotar l’armi»; e allora dovrà soccombere.

Opposti in tutto i Donati: nobili d’antico stampo e forse addirittura appartenenti al mondo feudale, si erano inurbati per la crescente fortuna del comune; e questo esser fatti cittadini per forza lasciò in loro un profondo disprezzo per il popolo, di cui mai si sentirono parte. Lontani dalle attività economiche, alla fine del Duecento i Donati abbondano, più che di ricchezze, di superbia e tracotanza. Corso, il capo della famiglia e poi anche del partito, è la personificazione vivente di quest’ambiente di guelfi intransigenti, propugnatore di un «reggimento» fatto a sua immagine e somiglianza e avversario accanito della partecipazione al governo degli elementi popolari. Che il Donati fosse un gran spregiatore del popolo, che tenesse pose gonfie di superbia e aspirasse a divenire signore della città, tutte le fonti concordemente l’affermano: si può aggiungere anche che quasi certamente egli nutrì un’invidia profonda per la ricchezza dei Cerchi, mentre lui, cavaliere d’antica prosapia, non nuotava nell’abbondanza. Ma si deve pur dire che Corso era largamente fornito di tutte le qualità personali di cui difettavano gli avversari, Vieri de’ Cerchi specialmente; fu uomo deciso e d’azione, pronto a ogni intrigo e a ogni menzogna per il raggiungimento dei fini personali e del partito; in conclusione, fu l’uomo che le particolari circostanze del momento richiedevano, e così i Neri da lui capeggiati trionfarono.

Seconda Torre di Corso Donati (scorcio). Firenze.

La discordia fiorentina, lo ripetiamo, ha origine dalla gara di «grandigia» di queste due famiglie: nata da piccoli principi e da avvenimenti d’importanza limitata (acquisto del palazzo dei conti Guidi da parte dei Cerchi, morte della prima moglie di Corso, una Cerchi, per sospetto avvelenamento del marito, e nuove nozze del Donati con una Ubertini da Gaville) «adagio adagio ingrossando tutti trascinò seco, anche i religiosi, anche le donne» (I. DEL LUNGO, I Bianchi e i Neri, p. 123): da contesa privata si trasforma rapidamente in ardente lotta politica e porta gli animi dei cittadini a un punto tale di passione da mettere in forse finanche la libertà del comune.

Dopo il 1295 la discordia dei grandi ha superato l’ambito familiare e si delineano abbastanza chiaramente i gruppi destinati a dar vita ai due partiti: da un lato i Cerchi, magnati ma guelfi possibilisti, con larghe aperture verso le forze popolari, a cui son legati da una fitta rete di interessi, e propensi alla conservazione degli Ordinamenti di giustizia; dall’altro i Donati, guelfi intransigenti e fierissimi nemici degli Ordinamenti stessi, che coagulano intorno a sé famiglie di magnati, mentre l’ambiente popolare in gran parte è cerchiesco. Le riunioni della Parte mettono in piazza il dissidio.

In un’atmosfera tesa e sempre più avvelenata si passa, quasi senza accorgersene, ad azioni violente; il gruppo magnatizio fiorentino è ormai irrimediabilmente diviso. A cavallo del Trecento le condizioni della città e lo stato d’animo dei cittadini sono potentemente espresse da Ciacco: «La tua città … è piena / d’invidia sì che già trabocca il sacco» (If VI 49-50).

Il Calendimaggio del 1300 in piazza S. Trinita si festeggiava in allegria l’avvento della primavera: assistevano alle danze delle fanciulle, giovani armati dei due partiti. Ma Firenze era ormai avvelenata: dagli scherni si venne alle parole e poi alle spade, Ricoverino de’ Cerchi ebbe mozzo il naso; «Il quale colpo fu la distruzione della nostra città» dirà il Compagni (I 22); e lo stesso accorato concetto, abbiamo visto, espresse il Villani.

L’incidente occorso al giovane Cerchi contribuì in maniera decisiva all’inasprimento dei rapporti fra i due gruppi e alla formazione di due partiti: in questo senso le affermazioni dei cronisti rispondono perfettamente alla verità; ma noi oggi possiamo anche aggiungere che il vero profondo motivo della lotta era la conquista del potere, e anche l’episodio di S. Trinita rientrava in quella dinamica ed era uno degli ultimi anelli della catena che doveva portare rapidamente alla supremazia di Parte nera.

Ms Chigiano L VIII 296, f. 39r (XIII sec.). Giovanni Villani, Cronaca. «Come la città di Firenze si partì e si sconciò per le dette parti bianca e nera».

La zuffa del Calendimaggio era la testimonianza eloquente di una tensione interna giunta ormai al parossismo: elementi esterni attizzeranno il fuoco del dissidio cittadino. Firenze si intromette nelle lotte interne di Pistoia, esiliando sulle rive dell’Arno i capi delle fazioni di questa città: i Cancellieri bianchi e i Cancellieri neri, che trovano protezione e ospitalità presso gli esponenti dei due partiti fiorentini, i quali assumono ora (primavera del 1300) la loro definitiva denominazione: guelfi bianchi i Cerchieschi e guelfi neri i Donateschi. Abilmente manovrata dai Donati, minacciosa si profila intanto l’ingerenza di Bonifacio VIII nelle cose di Firenze (vedi la condanna del 24 aprile dei tre Fiorentini del banco Spini di Roma accusati di intelligenze col papa in danno del comune), sicché di balzo la discordia fiorentina assume toni e dimensioni internazionali.

Con la primavera-estate del 1300 si delinea chiara la tendenza di fondo dei due partiti, ormai su posizioni inconciliabili: i Donateschi, che sul piano interno si sentono più deboli degli avversari, con fine azione politica riescono a tirare definitivamente al loro fianco Bonifacio viii propagando ad arte la diceria del ghibellinismo dei Bianchi e, in sostanza, accettando una politica di asservimento verso la curia; i Cerchieschi, invece, pur dichiarandosi strenui difensori della fiorentina libertas, tengono un atteggiamento indeciso e contraddittorio, al quale sono naturalmente portati sia per la difesa degli interessi commerciali, vistosissimi a Roma, nel reame di Napoli e in Francia, e sia anche per la personalità di Vieri, capo riconosciuto del partito. Solo un piccolo gruppo di essi, non influenzato da interessi mercantili, vuole una chiara linea di condotta e chiede che si affronti il pontefice, a viso aperto: fra questi, e certo in posizione di primo piano, Dante. In tale contesto si spiegano perfettamente gli avvenimenti fiorentini della primavera-estate del 1300: di fronte a una larvata supremazia bianca (è il periodo del priorato di Dante, sotto il quale la signoria, imparziale, mandò in esilio le persone più in vista dei due partiti: fra i Bianchi Guido Cavalcanti, per il noto episodio di violenza del 23 giugno), pericolosa pei Donati ma in realtà inconcludente, Bonifacio VIII, su richiesta e in favore di Parte donatesca (Villani, VIII 40), si intromette apertamente nelle discordie fiorentine: si spiega così l’invito, rifiutato, rivolto a Vieri de’ Cerchi di recarsi a Roma e l’invio a Firenze come paciere del Cardinale d’Acquasparta, episodi entrambi finiti nel nulla (giugno-luglio 1300). In questa occasione i Bianchi danno una prima dimostrazione d’indecisione e d’incongruenza: si oppongono ai desideri del pontefice, ma rifiutano una politica netta e decisa nei confronti di lui; e le conseguenze di questo atteggiamento pendolare si faranno sentire molto presto.

Pietro Cavallini. La Vergine col bambino, fra S. Matteo e S. Francesco, con Matteo D'Aquasparta. Affresco, inizi XIV sec. dalla Tomba di Matteo D'Acquasparta. Roma, Chiesa di Aracoeli.

Il fallimento del tentativo di inserirsi positivamente nelle cose fiorentine spinge Bonifacio VIII alla ricerca di soluzioni radicali, mentre i Neri, abilissimi e spregiudicati, stillano goccia a goccia il veleno del sospetto nell’animo del pontefice diffondendo la voce del ghibellinismo cerchiesco. Da parte loro i Bianchi con una condotta sbagliata e tortuosa fan di tutto per avallare le suggestioni dei Neri: ne è la prova la loro ambiguità nei confronti dei fuorusciti ghibellini, cosa questa che irrita al massimo l’animo di papa Caetani, che avvia allora il problema fiorentino verso la soluzione globale inserendolo in un disegno politico di vaste proporzioni. Matura così l’intervento di Carlo di Valois (trattative condotte nel periodo autunno 1300 – primavera 1301), il cui accordo col pontefice vien di pubblico dominio nel maggio del 1301: accordo stipulato in funzione anti-fiorentina, o meglio contro la Parte bianca che aveva il governo del comune, anche se ufficialmente la venuta del Valois si metteva in relazione con la questione siciliana. I Bianchi, quindi, hanno netta la percezione del pericolo, e sono indotti a prendere misure precauzionali: rientra in questo quadro la cacciata dei Neri da Pistoia (ne furono materialmente autori i rettori fiorentini Cantino Cavalcanti e Andrea Gherardini, maggio 1301). Ma fu il solito inconcludente fuoco di paglia, perché i Bianchi non metteranno a profitto il vantaggio, anche militare, che dava loro l’affermazione pistoiese.

Nello scorcio della primavera del 1301 la posizione interna dei Neri è molto vacillante: per fortuna va loro in aiuto la costante indecisione degli avversari (salvo, come s’è detto, una piccola parte di essi, tra i quali Dante, la quale patrocina misure energiche dal momento che le differenze erano arrivate al punto di rottura e che nessun compromesso era più possibile), mentre i Donateschi cercano di guadagnar tempo con ogni mezzo; si spiega così il noto convegno di S. Trinita (1301, metà giugno circa) che, sotto la falsa apparenza della pacificazione, ebbe appunto lo scopo di passar senza danni quei mesi cruciali. I Bianchi, è vero, si accorsero del tranello, ma invece di assumere una volta per tutte un atteggiamento deciso, si fermarono titubanti a mezza strada condannando all’esilio soltanto alcuni caporioni donateschi, fra cui messer Simone di Iacopo de’ Bardi, marito di Beatrice.

«… e la parte selvaggia / caccerà l’altra con molta offensione» (If VI 65-66) dirà Dante a proposito di questi esili; ma in realtà la misura fu lieve e non certo commisurata al momento, che imponeva decisioni drastiche e radicali. Le condizioni politiche generali (inizio estate 1301) e, aggiungiamo, il buon senso, comandavano l’adozione di una politica coraggiosa nei confronti degli avversari e del papato, ormai in stretto e chiaro connubio fra di loro: la paura degli interessi e la personalità di Vieri, rivelatasi sempre più impari all’altezza dei compiti, furono fra le cause più appariscenti della condotta pendolare dei Cerchieschi; partito di femminucce li dirà Bonifacio VIII, e mai definizione calzerà più a pennello di quella nel definire la condotta dei Bianchi. Siamo ormai alla conclusione e la cronologia dei fatti illustra con chiarezza lo svolgimento e la connessione dei medesimi.

Giotto di Bondone (attribuito), Bonifacio VIII indice il Giubileo. Frammento di Affresco, 1300. Roma, San Giovanni in Laterano.

Arrivato infatti alla corte pontificia ai primi di settembre (sembra il 3), il giorno 5 Carlo di Valois riceve ufficialmente dal papa l’incarico di paciere di Firenze: evidentemente ogni aspetto politico del problema era stato sviscerato e concordato in precedenza. Poco dopo la metà del mese – si pensa il 19-20 – il Valese lascia la corte pontificia e si avvia verso la Toscana, ma invece di seguire la via più breve, la Romea, si dirige verso la val Tiberina, avendo l’avvertenza di convocare per il 4 ottobre successivo a città della Pieve i rettori dei comuni amici della Toscana. Qui si trovava anche Corso Donati, col quale Carlo di Valois e i rettori dovevano tradurre in termini militari l’accordo politico col papa: questo il senso della deviazione del Valese, altrimenti incomprensibile.

I Fiorentini, nel frattempo, cercano di correre ai ripari: e poiché non hanno il coraggio di una ferma opposizione militare, tentano di arrivare a una soluzione politica inviando un’ambasceria al pontefice, della quale, com’è noto, Dante fu la figura più importante. Ma anche in quest’occasione i Bianchi fanno mostra della loro indecisione (deliberazione dell’invio, alla metà di settembre circa, e partenza effettiva della stessa nell’ottobre inoltrato), pur dovendosi ammettere che un atteggiamento opposto ormai non avrebbe potuto recare un apprezzabile risultato, dal momento che il piano militare destinato a rovesciare la Parte bianca era scattato con la partenza del Valese.

Accolta bene nella forma, l’ambasceria (Dante, Ruggerino de’ Minerbetti e il Corazza da Signa) non ottiene nulla nella sostanza, e due oratori, pare su consiglio del pontefice stesso, rientrarono subito (fine di ottobre) in sede, mentre Dante, certo non a caso, è trattenuto presso la curia. L’apparente benevolenza di Bonifacio aveva però uno scopo ben preciso: guadagnar tempo; ma non appena giunge a Roma la notizia dell’ingresso del Valese a Firenze, il contegno del papa subisce un brusco cambiamento: «lasciò le lusinghe e usò le minacce» dirà il Compagni (II 11), e questo, se aggiunto ai già numerosi motivi di risentimento che Dante aveva contro il pontefice, riesce a farne comprendere l’accanimento contro «quel d’Alagna» (Pd XXX 148).

La Parte bianca era ormai alla fine: il primo di novembre Carlo di Valois entrava in Firenze senza incontrare una vera opposizione, mentre Corso Donati lo seguiva subito dopo; il giorno 7 cade il Priorato bianco e al suo posto si insedia la signoria nera e Cante de’ Gabrielli da Gubbio, venuto al seguito del Valese, è il nuovo podestà. Il rivolgimento politico priva Dante della carica d’ambasciatore, ed egli allora, come pare, è costretto a lasciar Roma. A Firenze i Bianchi si sentono franare il terreno sotto i piedi: dopo una breve parentesi di calma apparente (ma è il tempo in cui Dante istruisce i processi) cominciano a fioccare le sentenze; la prima è del 18 gennaio 1302 e nella seconda del 27 successivo è compreso anche l’Alighieri.

Arnolfo di Cambio, Statua di Carlo I d'Angiò (1227).

Le sentenze avvicinano automaticamente i guelfi bianchi e i ghibellini, ma è unione forzata e innaturale, dalla quale nascerà poi la leggenda di un Dante ghibellino. Si arriva così al convegno di Gargonza, avvenuto probabilmente nel periodo fra il 27 gennaio e il 10 marzo, nel quale si pongono le basi per un’alleanza militare vera e propria fra la universitas partis alborum e i ghibellini. Firenze nera risponde con le condanne a morte del 10 marzo, ma la coalizione militare dei fuorusciti mette a mal partito la città (caduta di Figline, poi di Piantravigne, ecc.). In favore dei Neri si muove di nuovo Bonifacio VIII, il quale con falsi allettamenti stacca Arezzo dall’alleanza degli esuli, che così si vedono costretti a spostare la lotta contro Firenze da sud a est avvicinandosi agli Ubaldini, i potenti feudatari ghibellini dell’Appennino tosco-emiliano, ai quali vengono concesse da parte degli esuli le note assicurazioni del convegno di S. Godenzo (8 giugno 1302), cui partecipa anche Dante.

La guerra divampa ora nel Mugello, dove gli Ubaldini commettono saccheggi e ruberie d’ogni sorta (estate-autunno 1302): nella lotta Dante occupa un posto di rilievo, e proprio in questo periodo cadrebbero la sua andata alla corte di Scarpetta Ordelaffi a Forlì, e a Verona presso Bartolomeo della Scala. Ma poi, forse in connessione con la condotta della guerra, cominciano i contrasti fra Dante e la compagnia malvagia e scempia, che la disfatta di Pulicciano (primavera 1303) rende ancora più acuti: si arriva così alla rottura, e il poeta si sente minacciato finanche nella persona, per cui abbandona gli amici di ieri, dando inizio al suo duro peregrinare.

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S. DELLA TOSA, Annali, in Cronichette antiche di vari scrittori del buon secolo della lingua toscana, a c. di D.M. Manni, Firenze 1733, p. 157; P. PIERI, Cronaca delle cose d’Italia dall’anno 1080 fino all’anno 1300, a c. di A.F. ADAMI, Roma 1755, pp. 57, 61, 67; G. VILLANI, Cronica VII 56; VIII 1, 12, 38-40, 45, 49; Dino Compagni e la sua Cronica, a c. di I. DEL LUNGO, Firenze 1879, p. 84 e passim; M. DI COPPO STEFANI, Cronica, a c. di N. RODOLICO, in «Iter. Ital. Script.» XXX, I, rub. 217; I. DEL LUNGO, I Bianchi e i Neri – Pagine di storia fiorentina da Bonifacio viii ad Arrigo vii per la vita di Dante, Milano 19112, pp. 116-119, 123-125, 127-129, 136, 144, 150, 152-153, 161, 163-164, 254; P. VILLARI, I primi due secoli della storia di Firenze, s.d., III ediz., p. 440 passim; G. MASI, Sull’origine dei Bianchi e dei Neri, Firenze 1927, pp. 6, 8, 12, 17, 29; ID., Il nome delle fazioni de’ Bianchi e de’ Neri, Aquila 1927; L. SALVATORELLI, L’Italia comunale dal secolo XI alla metà del secolo XIV, Milano 1940, 734-737; A. PANELLA, Storia di Firenze, Firenze 1949, pp. 76-83; PIATTOLI, Codice 90, 91, 92; DAVIDSOHN, Storia II II, Firenze 1957, pp. 700, 708; III, ibid. 1960, p. 182 passim; IV I 1962, p. 196 passim; IV II, 1965, p. 29 e passim; IV III, 1965, p. 12 e passim; E. SESTAN, Dante e Firenze, in «Arch. Stor. It.» CXIII (1965), pp. 159, 162-163; G. PAMPALONI, I primi anni dell’esilio di Dante, in Conferenze aretine, Arezzo 1966, pp. 134-137.

Lettera di Belisario a Totila

Procopio di Cesarea, De bellis, VII (De bello Gothico, II) 22, 8-16.

Belisario difende Roma dai Goti. Illustrazione di P. Dennis.

Belisario difende Roma dai Goti. Illustrazione di P. Dennis.

[…] Πόλεως μὲν κάλλη οὐκ ὄντα ἐργάζεσθαι ἀνθρώπων ἂν φρονίμων εὑρήματα εἶεν καὶ πολιτικῶς βιοτεύειν ἐπισταμένων, ὄντα δὲ ἀφανίζειν τούς γε ἀξυνέτους εἰκὸς καὶ γνώρισμα τοῦτο τῆς αὑτῶν φύσεως οὐκ αἰσχυνομένους χρόνῳ τῷ ὑστέρῳ ἀπολιπεῖν. Ῥώμη μέντοι πόλεων ἁπασῶν, ὅσαι ὑφ̓ ἡλίῳ τυγχάνουσιν οὖσαι, μεγίστη τε καὶ ἀξιολογωτάτη ὡμολόγηται εἶναι. οὐ γὰρ ἀνδρὸς ἑνὸς ἀρετῇ εἴργασται οὐδὲ χρόνου βραχέος δυνάμει ἐς τόσον μεγέθους τε καὶ κάλλους ἀφῖκται, ἀλλὰ βασιλέων μὲν πλῆθος, ἀνδρῶν δὲ ἀρίστων συμμορίαι πολλαί, χρόνου τε μῆκος καὶ πλούτου ἐξουσίας ὑπερβολὴ τά τε ἄλλα πάντα ἐκ πάσης τῆς γῆς καὶ τεχνίτας ἀνθρώπους ἐνταῦθα ξυναγαγεῖν ἴσχυσαν. οὕτω τε τὴν πόλιν τοιαύτην, οἵανπερ ὁρᾷς, κατὰ βραχὺ τεκτηνάμενοι, μνημεῖα τῆς πάντων ἀρετῆς τοῖς ἐπιγενησομένοις ἀπέλιπον, ὥστε ἡ ἐς ταῦτα ἐπήρεια εἰκότως ἂν ἀδίκημα μέγα ἐς τοὺς ἀνθρώπους τοῦ παντὸς αἰῶνος δόξειεν εἶναι· ἀφαιρεῖται γὰρ τοὺς μὲν προγεγενημένους τὴν τῆς ἀρετῆς μνήμην, τοὺς δὲ ὕστερον ἐπιγενησομένους τῶν ἔργων τὴν θέαν. τούτων δὲ τοιούτων ὄντων ἐκεῖνο εὖ ἴσθι, ὡς δυοῖν ἀνάγκη τὸ ἕτερον εἶναι. ἢ γὰρ ἡσσηθήσῃ βασιλέως ἐν τῷδε τῷ πόνῳ, ἢ περιέσῃ, ἂν οὕτω τύχοι. ἢν μὲν οὖν νικῴης, Ῥώμην τε καθελών, οὐ τὴν ἑτέρου του, ἀλλὰ τὴν σαυτοῦ ἀπολωλεκὼς ἄν, ὦ βέλτιστε, εἴης, καὶ διαφυλάξας, κτήματι, ὡς τὸ εἰκός, τῶν πάντων καλλίστῳ πλουτήσεις: ἢν δέ γε τὴν χείρω σοι τύχην πληροῦσθαι ξυμβαίη, σώσαντι μὲν Ῥώμην χάρις ἂν σώζοιτο παρὰ τῷ νενικηκότι πολλή, διαφθείραντι δὲ φιλανθρωπίας τε οὐδεὶς ἔτι λελείψεται λόγος καὶ προσέσται τὸ μηδὲν τοῦ ἔργου ἀπόνασθαι. καταλήψεται δέ σε καὶ δόξα τῆς πράξεως ἀξία πρὸς πάντων ἀνθρώπων, ἥπερ ἐφ̓ ἑκάτερά σοι τῆς γνώμης ἑτοίμως ἕστηκεν, ὁποῖα γὰρ ἂν τῶν ἀρχόντων τὰ ἔργα εἴη, τοιοῦτον ἀνάγκη καὶ ὑπὲρ αὐτῶν ὄνομα φέρεσθαι […].

 

«Gli uomini saggi e che apprezzano le leggi del vivere civile sono soliti rendere adorne di belle opere d’arte le città che non ne possiedono; è invece proprio degli uomini stupidi saccheggiarle dei loro ornamenti, tramandando così ai posteri, senza vergogna, il ricordo della loro pravità. Ora, di tutte le città su cui splende la luce del sole, Roma è la più grande e la più maestosa. Infatti, essa è il risultato non dello sforzo di un solo uomo, ma di tutta una lunga serie di imperatori; l’unione dell’opera degli uomini più illustri, facendo uso di ricchezze infinite, per lungo tempo, l’hanno resa splendida con i capolavori degli artisti, raccolti in tutto il mondo. E quegli uomini, edificando questa città, a poco a poco, la lasciarono, così come tu la vedi, ai posteri, quale monumento della virtù del mondo. Per la qual cosa, chi facesse oltraggio a tanta grandezza, si renderebbe reo di grave delitto verso tutti gli uomini dei tempi futuri: infatti, egli priverebbe gli avi del monumento al loro valore, e ai posteri toglierebbe la possibilità di godere della vista delle opere eccelse degli antenati. Poiché le cose stanno così, tu devi confessare che necessariamente una di queste due cose deve accadere: o tu in questa guerra sei vinto dall’imperatore, oppure, se ciò può essere possibile, sei tu a batterlo. Ora, se tu trionfi, distruggendo Roma non perdi però una città altrui, bensì la tua propria, o illustrissimo uomo: conservandola invece, tu puoi reputarti arricchito, a buon prezzo, del più splendido possedimento della terra. Se, invece, la fortuna ti sarà avversa, la conservazione di Roma sarà un buon motivo affinché tu trovi grazia agli occhi del vincitore, laddove la distruzione sua ti toglierebbe speranza di essere accolto con mitezza e di avere qualche vantaggio. Fatta l’opera, scenderà la sentenza del mondo, che in ogni caso ti giudicherà: infatti, la bella o brutta fama dei principi dipende necessariamente dalle loro gesta».

Il Regno dei Goti in Italia

di C. Azzara, in ibid., L’Italia dei barbari, Bologna 2002, pp. 43-91.

La regalità di Teoderico

Il regno instaurato in Italia dal goto Teoderico dopo la sua vittoria su Odoacre rappresentò un’esperienza complessa, costituzionalmente inedita per la penisola (ma non per l’Occidente già romano nel suo insieme), in cui gli aspetti innovativi si innestarono su moduli tradizionali; l’esito fu contraddistinto da un elevato tasso di sperimentazione politica, che rende tale realtà difficilmente inquadrabile secondo schemi preordinati e facili classificazioni.

Mappa dell'Europa occidentale nel 534.

Mappa dell’Europa occidentale nel 534.

Nel considerare i fondamenti politici e istituzionali, le forme d’espressione e di rappresentazione, nonché la stessa formula teorica del regno goto in Italia, la moderna critica ha di regola fatto ricorso, per indicare l’aspetto connotante del potere di Teoderico e dei suoi successori, a termini e concetti quali «ambiguità», «duplicità», «ambivalenza», e altri afferenti ai medesimi campi semantici. Questi corrispondono bene a una vicenda contraddistinta da una spiccata eterogeneità di elementi, in relazione a un potere monarchico che affondava le proprie radici nella tradizione di una stirpe barbarica e nella legittimazione da essa derivante, che si espresse però in un territorio già appartenuto all’Impero romano d’Occidente (anzi, nella culla di questo), su gruppi etnici diversi e mantenuti giustapposti e distinti, in un rapporto mai pienamente chiarito con l’Impero di Costantinopoli (di subordinazione ideale, ma di fatto anche di emulazione) e facendo infine ricorso, per definire se stesso, a stilemi «ideologici» di natura differente. Prospettive variegate circa la fisionomia della regalità ostrogota in Italia sono del resto riscontrabili già nelle testimonianze più antiche, basti pensare alle interpretazioni offerte dai principali autori coevi, dall’Anonimo Valesiano a Cassiodoro, da Ennodio a Giordane. Una sostanziale indeterminatezza contraddistingue la regalità teodericiana sin dal momento stesso dell’ingresso dell’Amalo nella penisola e dal primo consolidarsi del suo potere sulla stessa. Quando venne inviato da Zenone a rovesciare il regime di Odoacre, Teoderico univa alla sovranità di carattere militare, di stirpe, ereditata dal padre, i titoli di patricius e di magister militum praesentialis, che gli erano stati concessi dall’imperatore con il consolato e con la cittadinanza romana. È da rammentare che il Goto aveva soggiornato a lungo a Costantinopoli da giovane, potendo così acquisire familiarità, oltre che con la corte imperiale, con le diverse espressioni della civiltà romana, che del resto i Goti da tempo frequentavano in misura superiore ad altre stirpi barbariche. Dopo la vittoria su Odoacre nel 493, come già ricordato, Teoderico si era fatto proclamare rex a Ravenna dal suo exercitus, che nella prospettiva dei Romani era un esercito di foederati. Per governare oltre agli Ostrogoti immigrati con lui anche i Romani, largamente maggioritari per numero nel suo nuovo regno, l’Amalo doveva tuttavia ottenere la legittimazione imperiale, per cui richiese a Costantinopoli la vestis regia, che ricevette nel 498. Una simile legittimazione figurava necessaria in quanto il regno goto era pur sempre, de iure, una pars dell’Impero, unico e indivisibile, sulla quale il monarca barbaro era chiamato a governare per delega imperiale, secondo un modello condiviso da diversi regni sorti in Occidente dopo il 476.

Assedio di Verona.  Bassorilievo tratto dall'Arco di Costantino (312 ca.). Fra l'epoca costantiniana e quella di Odoacre nelle armate imperiali il numero dei coscritti barbari era aumentato notevolmente.

Assedio di Verona.
Bassorilievo tratto dall’Arco di Costantino (312 ca.). Fra l’epoca costantiniana e quella di Odoacre nelle armate imperiali il numero dei coscritti barbari era aumentato notevolmente.

Il titolo che consentì a Teoderico di muovere legittimamente contro Odoacre e la stessa valenza della carica di rex conseguita nel 493 sono oggetto delle congetture più disparate, senza che sia possibile giungere ad una soluzione certa. In riferimento al primo punto, ad esempio, si è potuto ipotizzare la creazione ad hoc di un onore di magister militum per Italiam, di cui peraltro non vi è traccia nelle fonti, sia immaginare uno specifico valore, modellato su misura per la circostanza e per la persona, della dignità di patricius, con il senso di «rappresentante dell’imperatore». La proclamazione a rex, d’altro canto, è stata interpretata ora come un «colpo di Stato», segno della volontà di autonomia dall’Impero, ora, in modo più sfumato, come una «mossa ambigua», mirata forse a sollecitare un pronunciamento chiaro di Costantinopoli dopo l’uscita di scena di Odoacre. Si è anche pensato che a Ravenna Teoderico fosse stato proclamato dai suoi thiudans, titolo goto di forte valenza costituzionale, traducibile con il latino rex, mentre in precedenza egli sarebbe stato soltanto un reiks, vale a dire un notabile, un grande della sua stirpe: l’Anonimo Valesiano rende infatti reiks con dux, che nel lessico tardoromano individuava semplicemente un capo militare. Se resta insolubile il problema dell’esatta calibratura di titoli il cui significato preciso continua a sfuggire, non si può non notare come il fatto stesso di aver condotto i Goti alla vittoria militare sul nemico, al termine di una grande impresa che aveva coinvolto l’intera gens, dandole una nuova patria, forniva una giustificazione al governo in Italia di Teoderico, anche se ciò non presupponeva affatto una contrapposizione nei confronti dell’Impero, una rivendicazione di indipendenza dallo stesso; al contrario, tutto ciò contribuiva, per la sua parte, a ribadire una forma di simbolica correlazione subordinata del re barbaro vittorioso all’imperator invictus, l’augusto sempre invitto e invincibile, come di un figlio rispetto al proprio padre. Il rapporto veniva insomma espresso, nel quadro di una gerarchia ideale, come costituito al contempo da dipendenza e da compartecipazione a un medesimo sistema di valori e di prerogative.

Ms. lat. Fuld. 186ff. (ante 1176 ca.). Pagina miniata raffigurante Teodorico il Grande dalle Gesta Theodorici Regis.

Ms. lat. Fuld. 186 ff. (ante 1176 ca.). Pagina miniata raffigurante Teodorico il Grande dalle Gesta Theodorici Regis.

Nella formula adottata dal regno teodericiano rientrava incontestata la subordinazione dell’imperatore, al quale era riconosciuta senza incertezze una preminenza, quantomeno onorifica. Contestualmente trovava peraltro spazio un malcelato sforzo di emulazione nei confronti della stessa carica imperiale, in virtù della pretesa di un rapporto speciale, dal quale discendeva un sentimento di superiorità del re Amalo su tutti gli altri sovrani barbari. Questo appare sintetizzato con efficacia nel testo di una lettera ben nota, databile attorno al 508 e scritta per conto di Teoderico dal suo ministro romano Cassiodoro, con destinatario l’imperatore Anastasio[1]. In essa, il regno dell’ostrogoto era presentato come un’imitazione dell’unico Impero, al cui eccelso esempio dovevano rifarsi indistintamente tutti i regnanti, ma tanto più chi, come Teoderico, era tenuto ad esercitare autorità di governo anche su sudditi romani. Proprio la perfetta rispondenza a un simile modello, favorita dalla compartecipazione a un comune sistema di valori, ereditato dalla tradizione di Roma, giustificava la superiorità del regno teodericiano su quello di tutti gli altri re di stirpe, nella consapevolezza che «regnum nostrum imitatio vestra est, forma boni propositi, unici exemplar imperii: qui quantum vos sequimur, tantum gentes alias anteimus». Insomma, presentandosi come filius del pater imperiale, Teodorico pretendeva di rifletterne la luce, elevandosi di conseguenza su tutti gli altri monarchi. Nell’esercitare in Italia un potere che non si configurava in termini etnici, ma che si estendeva in pari modo sui Goti e sui Romani residenti nella Penisola (e per questo motivo nella titolatura ufficiale si preferì la formula romanizzante di Flavius Theodericus rex a quella di rex Gothorum), l’Amalo, pur senza mai assumerne il titolo, finì per svolgere di fatto funzioni proprie di un imperatore, di un princeps Romanus che rivendicava un rapporto di continuità diretta con gli imperatori romani d’Occidente del passato, considerandosi emulo di costoro. L’interpretazione di Teoderico quale «imperatore senza titolo» risulta corrente nella moderna storiografia e appare suffragata da specifici comportamenti da lui adottati che sono tipici della sovranità romana, carichi di un forte impatto «propagandistico» sul ceto senatorio e sulle masse italiche, dall’allestimento dei giochi nel circo in occasione di un soggiorno nell’Urbe all’ostentata cura dell’edilizia urbana e dei resti monumentali della classicità, fino all’impiego della porpora. Configurata in simili termini, la sovranità di Teoderico presenta un indubbio carattere di complessità, per le molte e diverse componenti che concorrevano alla sua definizione e che appaiono intrecciate tra loro in un modo tale da risultare difficilmente isolabili: sull’originaria connotazione etnica del rex gentis, che fondava il proprio predominio politico sulle armi dei Goti, si erano stratificate, infatti, varie attribuzioni tipiche del principato romano, opportunamente e accuratamente amplificate da un’abile propaganda. Ne risultava un modello della regalità peculiarmente connotato e privo di una definizione costituzionale troppo rigida, segnato – per l’appunto – da un’«ambiguità» alimentata, probabilmente, anche dal desiderio di lasciare in sostanza imprecisato il rapporto con l’imperatore, nei cui riguardi ci si proponeva, al di là del riconoscimento formale di una superiore potestà di quello, come concorrenti di fatto. Ma tale carattere polivalente del potere del re degli Ostrogoti, indeterminato se non addirittura contraddittorio sul piano teorico e costituzionale, deve essere spiegato, piuttosto che con l’ipotesi di una condotta scaltra e «opportunistica», che sembra adagiarsi nello stereotipo romano del barbaro, con l’assoluta singolarità della contingenza storica in cui cadde l’esperienza del Regnum Gothorum in Italia; in un frangente, cioè, in cui fortissimo appare il carattere di sperimentazione di nuove forme di inquadramento politico delle popolazioni occidentali e più intensa la ricerca di diversi assetti istituzionali. A queste realtà senza precedenti risultava difficoltosa l’applicazione di modelli, formule di legittimità e persino di terminologia tradizionali (e lo stesso lessico appare incapace di definire con esattezza i nuovi equilibri, come se si trovasse «in ritardo» sulle loro manifestazioni); ogni formulazione teorica e ogni ordinamento politico del tempo non potevano non tradire un’inevitabile natura empirica, procedendo per approssimazioni e senza necessariamente prefigurare sbocchi bene individuati.

Lo stanziamento dei Goti in Italia e le forme dell’insediamento

Fibula ornitomorfa ostrogota. Oro e cloisonné, V sec. dal Tesoro di Domagnano (Italia settentrionale). British Museum.

Fibula ornitomorfa ostrogota. Oro e cloisonné, V sec. dal Tesoro di Domagnano (Italia settentrionale). British Museum.

Per i Goti l’Italia fu l’ultima tappa di una plurisecolare catena di spostamenti, non facile da ricostruire. Secondo una tradizione raccolta e fissata proprio nell’Italia del VI secolo da Cassiodoro (nel suo lavoro perduto De origine actibusque Getarum) e da Giordane (nell’opera dallo stesso titolo, conservata, che molto trae proprio da Cassiodoro), la remota origine della stirpe dei Goti sarebbe da rintracciarsi nell’isola di Scanzia (in un ambito, cioè, presumibilmente scandinavo). In seguito, in un’epoca imprecisabile, la tribù avrebbe soggiornato sul Baltico, mentre nel I secolo autori romani come Plinio e Tacito individuavano i Goti nella Germania nordorientale, anche se tali fonti sovrappongono e confondono spesso stirpi diverse; in realtà tutti questi differenti stanziamenti restano di fatto indimostrabili, mancando oltretutto sicuri riscontri archeologici. Tra il II e il III secolo i Goti si sarebbero spinti in direzione della steppa pontica, collocandosi sul lato nordoccidentale del Mar Nero; a questa data la loro dominazione si estendeva tra i Carpazi, il Don, la Vistola e il mare d’Azov, avendo come asse centrale la valle inferiore del Dnepr. In un simile bacino essi convivevano con altre, eterogenee, tribù, compresi gli antenati degli Slavi, e subirono una pesantissima influenza culturale da parte dei popoli delle steppe, modificando in modo significativo il proprio costume. I Goti divennero infatti cavalieri seminomadi, dai tratti marcatamente orientali, tanto è vero che gli osservatori greci e romani del tempo erano portati a confonderli con stirpi iraniche, come gli Sciti e gli Avari. È notevole come una stirpe che è stata percepita e presentata dalla cultura moderna, soprattutto ottocentesca e primonovecentesca, come «tipicamente» germanica (e anzi come una sorta di popolo «campione» di presunti valori «germanici») fosse invece ricondotta dagli antichi nel novero delle etnie orientali; ciò ben sottolinea al contempo la fortissima contaminazione culturale – ora riconosciuta dalla storiografia – delle stirpi tardoantiche e altomedievali e, di conseguenza, l’improponibilità delle rigide classificazioni, del tutto convenzionali, cui si è stati per lungo tempo abituati (e dalle quali si fatica ad emanciparsi). Alla famiglia delle gentes germaniche i Goti possono essere ricondotti solo sulla scorta della lingua che essi parlavano e che era di ceppo germanico. A differenza di quanto accade per gli altri idiomi dei barbari, il goto ci è conservato in modo integrale, grazie alla traduzione che in tale lingua venne fatta della Bibbia, per iniziativa del vescovo Ulfila, verso la metà del IV secolo. Al III secolo sembra risalire la bipartizione della gens dei Goti in due gruppi, denominati dapprima Tervingi e Greutingi, e poi Visigoti e Ostrogoti, senza che per questo venisse meno un sentimento di appartenenza comune e l’unità di lingua. L’episodio, riferito da Giordane, viene messo in dubbio, almeno nei termini in cui è riportato, da diversi studiosi, che pensano piuttosto a una razionalizzazione a posteriori, nelle fonti, della differente distribuzione dei Goti all’epoca della migrazione verso Occidente, con quelli che vennero denominati Visigoti, diretti in Gallia e poi in Spagna, e gli Ostrogoti, indirizzati verso l’area balcanica e, infine, in Italia.

Illustrazione ricostruttiva della divisa di un guerriero visigoto (V-VI sec.), di A. Gagelmann.

Illustrazione ricostruttiva della divisa di un guerriero visigoto (V-VI sec.), di A. Gagelmann.

L’exercitus ostrogoto che Teoderico guidò in Italia doveva essere composto da circa venti-venticinquemila guerrieri, per un totale di cento-centoventicinquemila individui (compresi, cioè, coloro che non combattevano: le donne, i minori), in massima parte (ma non in via esclusiva) di stirpe gota. Nell’insieme si trattava di una quantità relativamente modesta e di certo largamente minoritaria rispetto alla copia dei Romani, con cui i Goti si trovarono a convivere, anche se l’impatto dei nuovi immigrati deve essere calcolato in proporzione non tanto alla massa degli abitanti della penisola, quanto, piuttosto, al ceto dei possessores, cioè al ceto dirigente romano, al quale essi si affiancarono per rango e funzioni. Gli Ostrogoti si insediarono sul territorio italico in ragione del criterio dell’hospitalitas, vale a dire dell’acquartieramento militare, tradizionalmente applicato dall’Impero ai propri foederati barbari: per il servizio prestato, essi avevano diritto a un terzo delle terre della penisola, secondo una distribuzione del cui svolgimento fu incaricato il prefetto del pretorio Liberio, che operò con l’aiuto di una rete di delegatores, i quali, eseguiti i calcoli e le opportune ripartizioni, rilasciavano ai beneficiati regolari titoli di possesso, denominati pittacia. Nei casi in cui l’insediamento dei Goti sulle terre loro assegnate secondo l’istituto della tertia non aveva luogo, i proprietari romani pagavano al destinatario goto un fitto per quel terzo reso comunque disponibile, anche se non occupato effettivamente. Secondo una chiave di lettura che si è fatta strada in tempi relativamente recenti, soprattutto in seguito agli studi di Walter Goffart, e che è tuttora fonte di discussione, nel caso dell’acquartieramento in Italia dell’exercitus dell’ostrogoto Teoderico non si sarebbe avuta una reale cessione di un terzo delle terre ai barbari federati, ma piuttosto la concessione a costoro di una quota dell’imposta fondiaria, già versata dai possessores allo Stato romano, corrispondente al terzo teoricamente alienabile per l’hospitalitas. Ciò spiegherebbe, secondo i sostenitori di tale interpretazione, l’assenza nelle fonti del tempo di qualsivoglia lamentela, da parte degli espropriati, che non avrebbero, dunque, dovuto subire una perdita di proprietà, né un aggravio fiscale aggiuntivo, ma che avrebbero semplicemente corrisposto a un diverso percettore il terzo di un’imposta che essi pagavano in ogni caso. La soluzione sarebbe stata vantaggiosa pure per i Goti, i quali avrebbero beneficiato di un provento sicuro senza accollarsi l’onere del versamento dell’imposta fondiaria, cui sarebbero stati tenuti se fossero diventati possessori effettivi di un terzo delle terre italiane. In assenza di argomenti decisivi, che permettano di sciogliere il nodo circa l’autentica configurazione della tertia concessa agli Ostrogoti in Italia, le diverse ipotesi rimangono aperte al vaglio critico; resta un punto fermo che l’insediamento goto nella penisola non si svolse affatto in forme violente e arbitrarie, ma seguì i consolidati e ordinari meccanismi dell’hospitalitas, da tempo familiari sia al mondo romano sia alle stirpi barbare.

Un capo militare goto. Ricostruzione di A. McBride.

Un capo militare goto. Ricostruzione di A. McBride.

Il regno di Teoderico, centrato sull’Italia con la Sicilia, comprendeva pure le due province retiche e quelle noriche, la Pannonia Savia e la Dalmazia; dopo il 505 il monarca goto acquisì il controllo dell’intera Pannonia e, dal 508, cadde in suo potere anche la Provenza. Un’accorta politica diplomatica gli permise inoltre di esercitare un sufficiente grado di autorità – almeno a tratti – perfino su regioni esterne al suo regno, dal Danubio fino ai Pirenei, con particolare riguardo per il regno dei Visigoti, sulla cui massima carica giunse a detenere per un certo periodo un forte ascendente. Lo stanziamento effettivo degli Ostrogoti non si verificò, peraltro, in modo ovunque omogeneo; nella stessa penisola italiana rimasero sostanzialmente estranee alla presenza gota le regioni meridionali, salvo alcuni presidi circoscritti. La testimonianza che proviene dalle fonti letterarie non indica alcun numero apprezzabile di Goti in province quali l’Apulia o la Calabria e, in genere, non è possibile riscontrare l’esistenza di loro insediamenti di una qualche entità a sud della linea Roma-Pescara, se si fa eccezione solo per alcune guarnigioni (non particolarmente nutrite) collocate a tutela di alcuni centri di primario rilievo strategico: Cuma, Napoli, Benevento, Acerenza, Rossano, Siracusa, Palermo. Le città meridionali sede di guarnigione, come quelle elencate, erano dotate di strutture difensive, mentre le altre non avevano fortificazioni. Contingenti di Goti maggiormente numerosi, rispetto al sud, si trovavano nell’Italia centrale, specie in ambito appenninico, nelle odierne regioni dell’Umbria e delle Marche, ma anche più su, lungo la fascia costiera adriatica di particolare rilievo strategico, ma anche di insediamenti estesi. Importante risulta esser stata la presenza gota ad Osimo, che fungeva da porta d’accesso a Ravenna; tale ruolo appare esaltato in chiave strategica, tra l’altro, nelle vicende della guerra tra l’Impero e gli Ostrogoti, scoppiata nel 535 e che, dopo diciotto anni di combattimenti, pose fine al regno di questi ultimi. Un nucleo ostrogoto era sicuramente presente a Rimini e altri sono riscontrabili soprattutto nell’area compresa tra Ascoli Piceno e Ancona. Le zone di massimo popolamento degli Ostrogoti erano però quelle dell’Italia settentrionale, nella pianura del Po e lungo la fascia prealpina compresa tra Brescia e Belluno. L’odierna Lombardia ospitava centri di assoluto rilievo, come Milano e Ticinum-Pavia, nella quale risiedeva il monarca ed era custodita una parte del tesoro regio. Lo stesso re Teoderico aveva ubicato la propria residenza, oltre che a Pavia, a Ravenna, in passato sede imperiale, mentre un’altra città alla quale era legata la sua figura fu Verona (dove egli aveva riportato la prima e determinante vittoria su Odoacre, come sottolineato dal panegirista Ennodio[2]), al punto che nelle leggende fiorite intorno alla sua memoria il re goto divenne – come si dirà – Diderik von Bern, cioè «Teoderico di Verona». Le tre città regie (Pavia, Ravenna e Verona) erano accuratamente collegate fra loro da un sistema viario che faceva perno sul nodo di Ostiglia; per il rifornimento della mensa del re a Ravenna continuava a funzionare anche un vecchio itinerario via mare, che portava le derrate dall’Istria, dapprima lungo la costa altoadriatica e quindi attraverso le lagune che si susseguivano tra Altino e Ravenna.

Fibula ostrogota. Bronzo, VI sec. Cleveland Museum of Art

Fibula ostrogota. Bronzo, VI sec. Cleveland Museum of Art

In generale i Goti privilegiarono città già significative in età romano-imperiale, con minimi aggiustamenti, che potevano dipendere da fenomeni di riassetto degli equilibri territoriali complessivi. Per esempio nel vitale scacchiere nordorientale crebbe l’importanza di un centro come Treviso, non così rilevante in epoca anteriore, che invece acquistò nel regno goto una centralità legata alla sua collocazione di peculiare interesse militare, nel cuore della Venetia e sulla direttrice che conduceva verso il Friuli, e quindi verso il cruciale confine orientale. Treviso (come anche Cividale, Aquileia, Concordia, Trento, Tortona, Pavia, Ravenna) ospitò un horreum, cioè un granaio pubblico, al quale si ricorse tra l’altro per soccorrere le popolazioni colpite dalla carestia negli anni 535-536. La presenza in una città di magazzini pubblici implicava come necessaria conseguenza la dislocazione di guarnigioni e l’esistenza di opere fortificate per la protezione degli stessi, incrementando in tal modo la consistenza delle infrastrutture e della densità demografica del medesimo centro. La continuità sostanziale del sistema produttivo e della rete stradale della tarda romanità non richiese alcuna ricollocazione dei centri urbani di epoca gota: le città che primeggiavano nel basso Impero continuarono dunque ad eccellere (a cominciare da Ravenna), mentre fenomeni di parziale declino – peraltro sempre difficili da apprezzare compiutamente – che sono stati attribuiti al regno goto, sembrano doversi intendere, invece, come avviati in epoca anteriore. Anche sotto il profilo strategico-militare, del resto, i Goti non fecero certo registrare alcuna trasformazione di sostanza, perpetuando il generale orientamento verso nord, con le sue conseguenze sulla trama urbana, che era già in vigore da tempo. Non si deve dimenticare, inoltre, che nel meridione la presenza gota fu scarsissima, e che quindi non ebbe modo di incidere sui vecchi equilibri. La testimonianza delle fonti scritte, in primo luogo (ma non esclusivamente) Cassiodoro, insiste sugli interventi edificatori che Teoderico avrebbe compiuto nelle città, a cominciare da quelle in cui risiedeva, per restaurare gli antichi edifici in rovina, consolidare le difese, procedere a nuove costruzioni. Gli esempi al riguardo sono molteplici. A Ravenna, vengono attribuiti a Teoderico, tra gli altri interventi, l’erezione di una cappella palatina, il restauro della basilica Herculis, il ripristino dell’acquedotto, che alimentava anche i bagni pubblici. A Verona, oltre al potenziamento delle strutture difensive e al ripristino, anche qui, dell’acquedotto, è segnalata la costruzione di un palazzo collegato alle mura da un lungo portico e di nuovi impianti termali. Con una lettera poi raccolta nelle Variae[3], il re incaricò l’architetto Aloiosus di restaurare l’intero centro termale di Abano, splendido in epoca romano-imperiale e al tempo presente ridotto in uno stato di deplorevole abbandono, con palazzi vetusti e trascurati, sterpaglie che invadevano strade e piazze, gli impianti delle terme inutilizzabili per la prolungata carenza di manutenzione.

Maestro di S. Apollinare Nuovo. Mosaico raffigurante il Palatium di Teoderico il Grande. 526 ca. Cappella di S. Apollinare Nuovo, Ravenna.

Maestro di S. Apollinare Nuovo. Mosaico raffigurante il Palatium di Teoderico il Grande. 526 ca. Cappella di S. Apollinare Nuovo, Ravenna.

L’attività edilizia del re riguardava principalmente edifici pubblici, civili ed ecclesiastici, concentrati nelle città più importanti, oltre alle strutture difensive, urbane e non; occasionalmente sono testimoniate pure iniziative riguardanti costruzioni private, come quella di Matasunta e del suo sposo Vitige, che, nel 536, fecero innalzare a Ravenna una residenza in cui abitare. Alla luce delle attuali conoscenze, rimane assai difficile stabilire la portata reale degli interventi edificatori attribuiti a Teoderico. Pur nella difformità delle posizioni critiche, è stato ampiamente e convincentemente fatto notare come le fonti scritte siano condizionate, in merito, da palesi intenti propagandistici, che sollevano dubbi sull’autenticità delle loro informazioni. L’insistenza di autori come Cassiodoro, Ennodio, lo stesso Anonimo Valesiano, sullo zelo edilizio di Teoderico (Cassiodoro giungeva a dire che con il re goto si erano erette città, castelli, palazzi che superavano per bellezza quelli del passato), intendeva far rientrare la figura del monarca goto nel modello ideale del princeps romano, del quale l’evergetismo costituiva uno dei tratti salienti; in tale prospettiva, nel costruire e nel restaurare, Teodorico si uniformava alla condotta degli imperatori e dimostrava ai Romani il proprio rispetto per il patrimonio di monumenti che egli aveva ereditato e di cui voleva essere garante. Insomma le iniziative dichiarate da simili testimonianze sembrano rispondere più a intenti di ostentazione di un ruolo che a realizzazioni effettive, anche se bisogna riscontrare ogni singola attestazione con la controprova archeologica, laddove disponibile. L’identificazione del settentrione quale luogo privilegiato dell’insediamento ostrogoto in Italia trova conferma nelle testimonianze letterarie, come per il passo di Agazia di Mirina che, nel riferire della conclusione della guerra tra i Goti e l’Impero (535-553), narra il rientro alle proprie basi dei Goti sopravvissuti alla sconfitta finale, incassata dal loro ultimo re Teia ai monti Lattari, precisando come «quelli che prima vivevano al di qua del Po fecero ritorno in Tuscia e Liguria […] mentre quelli da oltre il Po attraversarono il fiume e si dispersero verso la Venetia e verso i centri e le città di quella regione, dove avevano vissuto in precedenza[4]». Proprio alcuni particolari legati allo svolgimento del conflitto ribadiscono la peculiare dislocazione del popolamento goto. Allo scoppio delle ostilità il generale imperiale Belisario decise di sferrare l’attacco da sud, sbarcando in Sicilia e risalendo con facilità, in pochi mesi, il Mezzogiorno continentale fino a Napoli, proprio perché il nemico era tutto concentrato nel settentrione (e presidiava piuttosto il confine nordorientale, aspettandosi un’avanzata da Oriente); quando invece nel 540, dopo i primi cinque anni di combattimenti, si ricercò un accordo di pace (che non resse), venne proposto che agli Ostrogoti fosse lasciata l’Italia transpadana, dove erano ammassati, e all’Impero fosse restituito il resto della penisola.

Ricostruzione dell'Edificio IV (una fornace) del Parco Archeologico Monte Barro (Lc). Illustrazione di A. Monteverdi.

Ricostruzione dell’Edificio IV (una fornace) del Parco Archeologico Monte Barro (Lc). Illustrazione di A. Monteverdi.

Le indicazioni che provengono dalle testimonianze scritte circa la distribuzione dei Goti in Italia trovano una conferma di massima nei riscontri archeologici, concentrati nelle regioni padane, in Romagna, nelle Marche, mentre risultano pressoché assenti nel Mezzogiorno continentale e in Sicilia, lungo la fascia tirrenica e anche nel nord-ovest. Il carattere probatorio di tali incroci di documentazione deve pur sempre tener conto della disorganicità della ricerca archeologica sul territorio; tuttavia, è possibile ricostruire una mappa degli insediamenti ostrogoti sufficientemente corretta. Il motivo di una diffusione tanto parziale della gens Gothorum sul suolo della penisola è senz’altro da individuarsi nel numero esiguo dei suoi componenti e quindi nell’ineludibile necessità per costoro di concentrarsi nelle zone di maggior rilievo strategico, piuttosto che rimanere inutilmente dispersi su aree più vaste (che sarebbero rimaste incontrollabili). Per questo si preferì ridurre al minimo la propria presenza nel centro-sud, per coagularsi piuttosto nella pianura Padana e a ridosso della catena alpina, la quale costituiva il limes rispetto alle stirpi che potevano a loro volta far irruzione in Italia, forse con un orientamento privilegiato in direzione nord-est (che potrebbe spiegare il più intenso popolamento della dorsale adriatica rispetto a quella tirrenica), cioè verso quel valico orientale da cui i Goti stessi erano entrati e che da secoli ormai costituiva il corridoio più favorevole per quanti volevano penetrare nella penisola. Da notare, peraltro, che il confine nordorientale fu consolidato con l’acquisizione del successivo controllo della Dalmazia e della Pannonia e che, da quel momento in poi, l’attenzione sembrò spostarsi piuttosto sui settori centrale e occidentale, dove si doveva far fronte alla minaccia rappresentata da stirpi come quelle dei Burgundi, degli Alamanni e, in particolare, dei Franchi. Buona era la presenza gota anche nella fascia appenninica, a controllo delle vie verso il Meridione e del canale di collegamento fra Ravenna e Roma. La salvaguardia del confine alpino rappresentò dunque uno dei principali motivi di polarizzazione della presenza gota nella penisola italiana e ricalcò, nell’opzione strategica generale che postulava, il modello difensivo romano, tutto orientato a nord. Nell’area alpina gli Ostrogoti ereditarono l’impianto difensivo fortificato della romanità, quel Tractus Italiae circa Alpes, destinato a durare anche nelle epoche successive. Teoderico sembra aver potenziato specialmente la trama dei castelli che si collocavano al margine meridionale delle zone alpine, insistendo forse – come s’è detto – soprattutto sullo scacchiere centro-occidentale da una certa data in avanti. Per la gran parte di questi castra e castella si disponevano in corrispondenza delle clausurae alpine, vale a dire degli sbarramenti che erano collocati ai valichi per presidiare le vie d’accesso alla penisola. Le clausurae, già presenti nel tardo Impero e testimoniate ancora in età longobarda e oltre, in aggiunta al ruolo di prima barriera contro eventuali attacchi in forze dei nemici, fungevano pure da elemento di controllo alla frontiera per tutti gli stranieri che si recavano nella penisola, allo scopo di verificare – come ben documentano le posteriori leggi longobarde, ma anche una lettera di Cassiodoro[5] – che non si trattasse di fuorilegge, di spie, o magari di servi fuggitivi. Come già nel tardo Impero, molte fortezze servivano a dare ricetto, in caso di attacco nemico, alle popolazioni distribuite sul territorio circostante, che abitavano in insediamenti rurali aperti e indifesi; le incursioni, infatti, erano spesso mirate a razziare esseri umani, da tenere poi o da vendere come schiavi. Così, ad esempio, in anni compresi tra il 507 e il 511, Teoderico esortava i Goti e i Romani residenti in insediamenti sparsi attorno al castello di Verruca (da individuarsi, probabilmente, con la località di Fragsburg, presso Merano) a riparare entro la fortificazione, per prevenire possibili, imminenti, pericoli. L’erezione di simili strutture protettive in età gota potrebbe essere stata iniziativa anche di privati proprietari, desiderosi di tutelare la loro manodopera, secondo un costume diffuso oltralpe (dove la capacità difensiva pubblica era precocemente venuta meno) sin dal IV secolo. In casi come quello documentato da una direttiva di Teoderico rivolta ai possessores di Feltre e a quelli di Trento, verso il 523-526, è testimoniata l’azione congiunta dell’autorità regia e delle comunità locali: nella circostanza, infatti, il monarca sollecitava i proprietari della zona a procedere concordemente alla realizzazione di una nuova civitas, probabilmente in Valsugana, cioè lungo una direttrice allora esposta alla latente minaccia franca.

Castrum tardoantico. Parco Archeologico di Castelseprio e Torba (Va)

Castrum tardoantico. Parco Archeologico di Castelseprio e Torba (Va)

Teodorico valorizzò, pertanto, l’eredità tardoromana, consolidando le clausurae alpine i castelli allo sbocco delle valli e le antiche città fortificate che sorgevano sulle principali vie che dalle Alpi scendevano alla pianura, come Cividale, Trento, Ivrea, Susa. Rimane tuttavia impossibile stabilire concretamente, alla luce delle attuali conoscenze e in assenza di puntuali riscontri archeologici, quale sia stato il reale grado d’intervento dell’Amalo, cui le fonti scritte attribuiscono propagandisticamente non solo il restauro delle vecchie strutture ma anche la costruzione di nuovi centri fortificati. Come per gli interventi nelle città di pianura sopra ricordate, anche in questo caso le realizzazioni concrete venivano deformate da un’enfasi esaltatrice, che si preoccupava di rinviare Teoderico ai modelli degli imperatori romani, costruttori e difensori; il mascheramento retorico della realtà del regno goto sotto il velo di un’idealizzazione romaneggiante si ricava bene dall’encomio di Cassiodoro per la funzione assolta dai castelli voluti da Teoderico, e da un’intera regione come la Raetia, quali barriere contro le «ferae  et agrestissimae gentes» che premevano al di là delle Alpi[6]; quasi si trattasse di una riproposizione dell’antico limes della romanità. L’entità reale degli interventi teodericiani in questo campo non emerge, dunque, con sufficiente chiarezza dalle ricerche archeologiche condotte negli ultimi decenni, e non si offre quindi l’opportunità di verificare con i dati materiali le impressioni provenienti dai testi scritti. Attività di scavo in relazione a centri fortificati sono state svolte (o si vanno svolgendo) soprattutto nella Lombardia settentrionale (Monte Barro), nella zona del Garda (Gaino e Sirmione), in Friuli, nella Val Belluna, in Piemonte (dove sono stati rintracciati degli abitati fortificati, come Montefallonio e S. Stefano Belbo). Per tutti questi esempi resta in genere assai problematica una corretta datazione: le strutture sono di norma anteriori all’età gota e non è agevole stabilire quale rapporto originale tale epoca vi abbia apportato. Anche le città maggiori erano in genere munite, almeno a nord, di opere difensive; sovente mancavano mura vere e proprie, ma vi erano ridotti fortificati, collocati nella parte più alta del centro, che potevano proporsi come nuclei di resistenza estrema nel caso la città bassa fosse invasa. Tali ridotti si trovavano nelle città che risultano sprovviste all’epoca di cinta muraria, da Tortona ad Asti, da Trento ad Adria, da Padova ad Ancona; ma anche in quelle che le mura le avevano, come Verona, Brescia, Bergamo. Probabili rafforzamenti della cinta muraria in epoca gota, confermati dall’evidenza archeologica, avvennero, oltre che nelle citate Verona, Brescia e Bergamo, almeno anche a Como, Bologna, Aquileia e Altino, sebbene la datazione delle strutture resti pur sempre incerta. La ricordata postazione militare sul Monte Barro, all’estremità meridionale del lago Lario, costituisce l’unico insediamento ostrogoto significativo fino ad oggi ritrovato. Scavi condotti tra il 1986 e il 1997 hanno portato alla luce un complesso fortificato esteso per almeno sei ettari, cinto da una muraglia difesa da tre torri, con un grande edificio residenziale e altre strutture di complemento. L’insediamento, datato alla prima metà del secolo VI, sembra potersi interpretare come un impianto teso a fornire rifugio, in caso di emergenza, alle popolazioni della pianura sottostante, piuttosto che come la sede permanente di un contingente militare numeroso. Per il resto i reperti archeologici trovati in Italia e attribuibili ai Goti provengono quasi esclusivamente da tombe o da tesori.

Fibula ostrogota con svastica. Oro e vetro, VI sec.

Fibula ostrogota con svastica. Oro e vetro, VI sec.

Va tenuto presente che risulta difficile classificare cronologicamente ed etnicamente le varie presenze barbariche in Italia sulla base dei corredi funerari. Prima di Odoacre non c’era nella penisola una presenza significativa di barbari, tranne i gruppi che militavano nell’esercito romano; con il vincitore di Romolo «Augustolo» si coagulò un nucleo barbarico composto per lo più da Sciri, Rugi ed Eruli. Non è tuttavia possibile discernere archeologicamente il seguito di Odoacre da coloro che immigrarono con Teoderico, sia per la cronologia assai ravvicinata delle due migrazioni sia per l’indistinguibilità dei rispettivi corredi. È invece naturalmente possibile separare i singoli barbari, sepolti con il corredo, dai Romani, che non seguivano tale uso. In generale fattori quali la scarsa distinguibilità dei manufatti goti rispetto a quelli di altre stirpi presenti in Italia in periodi vicini, la prassi presto adottata dai Goti di non seppellire più con il corredo, confondendosi così con i Romani, la difficoltà di datare con sicurezza gli edifici loro attribuiti, tenendo anche conto del fatto che il peridio goto della storia italiana durò appena sessant’anni, rendono problematica l’esistenza stessa di un’archeologica «gota» per la penisola. I corredi goti antichi sono ascrivibili alla tipologia delle stirpi germano-orientali, alla cui categoria i Goti sono rinviabili. Si trattava di culture pesantemente influenzate dai popoli delle steppe e diverse perciò dalle gentes germaniche occidentali, quali ad esempio i Franchi. Il costume femminile tipico delle stirpi germano-orientali (tra cui dunque i Goti) prevedeva la presenza di una coppia di fibule sulle spalle, per fissare al vestito un mantello, e di una grande fibbia alla cintura. Tale costume, formatosi già intorno alla fine del IV secolo, venne mantenuto in tutte le regioni in cui i Goti si diffusero, tra il V e il VII secolo, e si ritrova anche presso i Visigoti della penisola iberica; esso distingueva le donne gote da quelle delle stirpi occidentali. Le fibule e la fibbia da cintura erano decorate e talora impreziosite da pietre; le donne gote portavano anche orecchini e bracciali. Nel corredo funebre goto mancavano altri oggetti d’uso quotidiano, come pettini o recipienti per cibi e bevande, che erano presenti invece in altre culture barbariche. Il noto tesoro scoperto casualmente nel 1893 a Domagnano, nella Repubblica di San Marino, composto di ventidue pezzi tra oreficeria e suppellettili, e considerato uno dei più importanti ritrovamenti archeologici dell’Italia gota, offre l’esempio di un corredo di lusso, che contraddistingueva un individuo di sesso femminile di alto lignaggio. L’esatta interpretazione del tesoro resta difficoltosa, per il mistero che circonda le vicende del ritrovamento e i successivi itinerari dei reperti, a lungo trattati da antiquari e commercianti poco sensibili al dato scientifico; si ritiene comunque assai probabile la provenienza dei pezzi conservati da un unico ritrovamento isolato, databile al V o forse agli inizi del VI secolo. Gli accessori, tutti in oro, comprendono due tipiche fibule a forma di aquila, una fibula ad ape, due spilli per l’acconciatura (per reggere una cuffia o un velo), una parure composta da un largo pettorale, da una coppia di pendenti e da un anello, più una borsa con applicazioni in oro cloisonné e un astuccio per coltello con la punta in oro. Sia l’impiego della cuffia, o del velo, sia la particolare decorazione dei gioielli rinviano palesemente a usi e stili del mondo mediterraneo, sottolineando un forte grado di acculturazione.

Spagenhelme ostrogoto. Ferro e cuoio, VI secolo, da Ravenna.

Spangenhelm ostrogoto. Ferro e cuoio, VI secolo, da Ravenna.

Il corredo maschile goto tipico, invece, si era fissato sin dal I secolo; piuttosto povero, esso era composto da fibbie da cintura e da fibule (tra cui quelle caratteristiche ad aquila), mentre era privo di armi, che sono invece presenti nelle sepolture di altre stirpi (per l’Italia si pensi ai Longobardi). Le armi gote che sono giunte a noi, come l’elmo «a fasce» (Spangenhelm) di Montepagano (Teramo), o quello di Torricella Peligna (Chieti), non sono state dunque ritrovate in tombe, bensì in tesori. La rarefazione dei siti archeologici dei Goti in Italia, rispetto a quelli presenti al di fuori della penisola e databili fra il I e il IV secolo, è conseguenza del fatto che almeno dalla fine del IV secolo, e poi durante tutto il V, mutarono gli usi funebri della stirpe: solo pochi individui, appartenenti ai ceti più elevati, continuarono a trovare sepoltura in tombe isolate, o raggruppate in piccole necropoli a parte, con l’abito e gli accessori, anche se senza il corredo di stoviglie, pettini e altri utensili. Gli individui meno eminenti vennero invece sepolti separatamente e senza corredo, divenendo perciò indistinguibili per l’archeologo. Questa tendenza appare già ben consolidata al momento dell’arrivo in Italia e fu ulteriormente esasperata dalle disposizioni di Teoderico, databili agli anni 507-511 e interpretabili come la probabile sanzione normativa di meccanismi già da tempo in atto; con tali leggi, si vietava l’uso di qualsiasi corredo funebre, condannandolo quale retaggio di credenze pagane circa l’aldilà (che necessita di oggetti di uso quotidiano, in quanto percepita come prosecuzione della vita terrena). Gli usi funerari goti venivano così definitivamente uniformati a quelli della popolazione romana, come ribadito pure dall’invito di Teoderico a ornare, piuttosto, le sepolture con mausolei, alla moda dei Romani.

Fibula ostrogota a forma di aquila. Oro e gemme, fine V sec. d.C. Germanisches Nationalmuseum, Nürnberg.

Fibula ostrogota a forma di aquila. Oro e gemme, fine V sec. d.C. Germanisches Nationalmuseum, Nürnberg.

Le tombe gote presenti in Italia divennero, pertanto, non identificabili; la loro stessa ubicazione non sembra rispondere ad alcun criterio specifico, trovandosi esse, indifferentemente, in gruppi autonomi o all’interno di un cimitero romano e, in questo secondo caso, un poco discoste dalle altre sepolture o anche frammiste a quelle diverse tombe identificate come gote sono state ritrovate in cimiteri romani suburbani, oltre che in porzioni abbandonate di edifici: per esempio nella grande necropoli paleocristiana extra moenia di porta Vercellina, a Milano, è stata scoperta una sepoltura femminile contenente una fibula ad aquila, quindi interpretata come gota. In assenza di corredi etnici o di dislocazioni particolari, le sepolture di Goti possono essere ricercate attraverso altri indicatori, come le iscrizioni funerarie, che riportino nomi goti: è questo il caso, soprattutto, di sepolture ubicate in rilevanti centri urbani (Milano, Pavia, Ravenna, Roma), contrassegnate da nomi di membri della classe dirigente gota: il comes Tzita, il vir sublimissimus Seda, tale Viliaris, nipote del magister militum Trasaric, o Agate, figlia del comes Gattila. L’onomastica va comunque sfruttata con cautela, in quanto un nome, da solo, non identifica con assoluta certezza l’origine etnica di chi lo portava: con la convivenza di scambi di nomi divennero fenomeno tutt’altro che raro. Allo stesso modo, non si deve escludere in via di principio che gli stessi Romani potessero all’occasione adottare elementi culturali dei barbari, percepiti come distintivi di un ceto dominante; questa considerazione potrebbe adattarsi a ritrovamenti come quello, per restare a un caso citato, di Porta Vercellina, inducendo a chiedersi se la presenza di una sola fibula «etnica» in una tomba, collocata in un contesto romano, debba essere per forza un elemento sufficiente a individuare come gota la sua portatrice, senza porsi per niente il dubbio che si potesse anche trattare di una donna romana, che aveva adottato un modulo ornamentale proprio di un’élite sociale.

Gli ordinamenti del «regnum Gothorum»

Il regno di Teoderico sostanzialmente conservò inalterata l’impalcatura burocratica e amministrativa di tradizione romana, giustapponendo ad essa un organigramma goto, che si riservò in via esclusiva la competenza militare. D’altra parte l’alternativa che si pose agli Ostrogoti all’atto del loro ingresso in Italia era quella tra il venire a patti con il ceto politico romano, l’aristocrazia senatoria, oppure il produrre una rottura traumatica e un’eversione radicale degli ordinamenti vigenti attraverso la distruzione fisica di tale ceto, secondo l’esempio fornito in Africa dai Vandali, autori di persecuzioni su vasta scala dei possessores romani e della Chiesa cattolica, nonché di confische sistematiche dei loro beni (così come nella stessa Italia avrebbero fatto più tardi i Longobardi). I Goti, che si erano portati nella penisola non per iniziativa autonoma ma su delega dell’imperatore, optarono per la soluzione già adottata da Odoacre, vale a dire per una convivenza tra l’elemento barbaro di nuova immigrazione, che si proponeva come detentore esclusivo della forza militare, e i quadri eminenti della società romano-italica, nelle cui mani erano concentrati il potere politico-amministrativo e quello economico. La convivenza tra Romani e Goti si poneva, peraltro, in termini di coesistenza sullo stesso territorio di due organismi mantenuti distinti, nelle funzioni (rispettivamente, civili e militari), nel diritto (ius imperiale per gli uni, consuetudini nazionali per gli altri), nel credo religioso, che costituiva un fondamentale elemento d’identità (cattolici i Romani, ariani i barbari), senza alcuno sforzo apprezzabile di assimilazione e di fusione reciproca. Per questo si è potuto parlare di «dualismo», di «bipolarismo», a proposito dei modi di espressione politico-istituzionale (ma anche sociale e culturale) di tale convivenza tra due popoli che restarono separati, anche se indotti alla collaborazione. Soprattutto in raffronto al caso vandalo in Africa, o alla futura soluzione longobarda in Italia, l’età teodericiana ha quindi potuto essere letta come caratterizzata da una sostanziale continuità con gli assetti antichi, come il tratto finale di un’esperienza anteriore, una sua evoluzione, anziché come l’inizio di un ordine radicalmente nuovo. Tale impressione, condivisibile nel suo complesso, non deve però indurre ad accettare supinamente l’immagine di una continuità indistinta e generalizzata tra l’Italia tardoimperiale e quella teodericiana, che avvenga per pura «inerzia»; sembra opportuno parlare piuttosto di «mutamenti nella continuità», della ricerca cioè di nuovi equilibri e di nuove soluzioni all’interno di un quadro di riferimento tradizionale e di valori consolidati.

La corte del re germanico. Illustrazione di A. McBride

La corte del re germanico. Illustrazione di A. McBride

Il voler inserire il regno di Teoderico nel solco di una continuità sostanziale con la tradizione antica ha generalmente portato a sottolineare tutti gli aspetti di più evidente analogia con l’assetto politico-amministrativo tardoromano. Sono stati così rimarcati, accanto all’ossequio dimostrato dal re ostrogoto per il Senato e al mantenimento della struttura burocratico-amministrativa romana (cui si aggiunsero ufficiali goti con proprie mansioni specifiche), anche la continuità nel campo fiscale e giuridico e persino in settori particolarissimi e connessi con le prerogative di un princeps romano, quali quello dell’impegno per la cura del cursus publicus, dell’impulso dato all’agricoltura, dell’attività edilizia pubblica, direttamente promossa dal monarca. La particolare insistenza con cui le fonti coeve, spesso di carattere apertamente encomiastico (dall’esplicito Panegirico di Ennodio, alle stesse Variae di Cassiodoro), riportano gli interventi di Teoderico in questi ambiti induce a ritenere di trovarsi di fronte, in buona sostanza, a una deliberata ripresa e sottolineatura da parte della stessa corte ostrogota e dei suoi canali di propaganda di connotazioni peculiari della sovranità tardoromana, cioè all’assunzione e alla proiezione a opera del medesimo regime teodericiano di modelli della regalità (implicanti precise funzioni e comportamenti del sovrano) capaci di suscitare echi a lui favorevoli presso la popolazione romana e il suo ceto dirigente. Di una simile ricerca di consenso offre un buon esempio la condotta dell’Amalo in occasione della sua visita a Roma nell’anno 500, dopo che lo stesso monarca aveva assecondato le richieste dei romano-cattolici di farsi arbitro nella contesa fra il papa Simmaco e l’antipapa Lorenzo, promuovendo la convocazione di un sinodo che sanasse la frattura. Dopo l’esito del concilio, favorevole a Simmaco (sebbene la polemica fosse destinata a riaccendersi un paio di anni più tardi), Teoderico fu accolto trionfalmente nella città di Pietro dal papa, dai senatori e dal popolo. Nella circostanza, egli si preoccupò di recarsi in Senato, promettendo di conservare intatto quanto gli imperatori romani del passato aveva costruito, come informa puntualmente l’Anonimo Valesiano[7]; presa quindi residenza nel palazzo imperiale, il monarca barbaro celebrò un trionfo di un mese, offrendo ai Romani spettacoli circensi, stabilendo elargizioni annue di cibo ai poveri e stanziando delle somme, tratte dal gettito fiscale, per il restauro dello stesso palazzo imperiale e per il rafforzamento delle mura cittadine. Riassetti anche significativi, pur nella continuità di fondo rispetto al passato tardoimperiale, si possono riscontrare nell’ordinamento delle province. Queste furono sempre affidate a consolari romani e a governatori di rango inferiore, ma essi vennero affiancati da Goti, allo stesso modo in cui, nel governo centrale, vicino al re operavano assieme a romani come Cassiodoro anche ufficiali goti. Il monarca era infatti assistito non solo da funzionari civili romani, ma anche da una «casa» barbarica, composta dai cosiddetti maiores domus regiae. Nelle province, accanto al governatore civile, la cui corte amministrava la giustizia della popolazione romana, agivano comites goti, con funzioni precipuamente militari, non disgiunte da compiti giudiziari. In quanto foederati, ai Goti era riconosciuta la facoltà di conservare le loro consuetudini nazionali a titolo di ius singulare, ma essi avevano contestualmente l’obbligo di garantire alla popolazione romana la facoltà di vivere secondo il diritto imperiale. Teoderico mantenne perciò l’impegno di far osservare lo ius romano; gli editti che emanò per i Romani del suo regno restarono entro i limiti dei poteri di un magistrato imperiale (quale egli figurava in quanto magister militum praesentialis), cui spettava il compito di dare esecuzione alle leggi imperiali e di farle osservare. Gli Ostrogoti continuavano a regolarsi in virtù delle antiche consuetudini nazionali orali, le cosiddette bilagines. A lungo gli studiosi hanno ritenuto che nel regno teodericiano vi fosse anche un codice scritto di diritto goto, il cosiddetto Edictum Theodorici regis, che, invece, viene ora dai più attribuito ad un altro monarca, omonimo dell’Amalo, il re dei Visigoti di Tolosa Teodorico II. L’Edictum Theodorici regis sarebbe pertanto da datarsi al 460-461 e, prodotto in tutt’altro contesto, naturalmente non avrebbe avuto vigore in Italia.

Teoderico (in nome di Anastasio I). Solidus, Roma 493-526. Au 4,15gr – Recto: Vittoria alata stante, verso sinistra con lunga croce.

Teoderico (in nome di Anastasio I). Solidus, Roma 493-526. Au 4,15gr – Recto: Vittoria alata stante, verso sinistra con lunga croce.

Così come erano due, nel regno ostrogoto d’Italia, i sistemi normativi, due erano pure le giurisdizioni: lo iudex romano e il comes goto. Le liti tra Goti e Romani venivano sottoposte al comes, coadiuvato per l’occasione da un Romano esperto del proprio diritto. In questo modo Teodorico rovesciava la norma imperiale, secondo la quale il cittadino romano in lite con un militare (tali erano infatti tecnicamente gli Ostrogoti nella penisola) doveva essere giudicato sempre da un giudice civile assistito da un comes (cioè da un comandante militare). Un Goto era sempre giudicato, invece, da un suo connazionale. Dopo la fine del regno ostrogoto, l’imperatore Giustiniano interverrà per annullare tale disposizione teodericiana, riconducendo i cives sotto la giurisdizione civile. Casi di violazione dell’equilibrio giuridico sono testimoniati in modo sporadico dalle fonti, soprattutto dopo la morte di Teoderico. Cassiodoro ricorda, ad esempio, come durante il regno del giovanissimo Atalarico, sottoposto alla tutela della madre Amalasunta, il comes Gothorum di Siracusa, oltre a rendersi protagonista di diverse vessazioni soprattutto nella riscossione dei tributi, avesse preteso di giudicare impropriamente le liti tra Romani[8]. Un altro re, Baduila, meglio noto come Totila nelle fonti imperiali e nella moderna storiografia, violò apertamente il diritto ufficiale negli anni della guerra, proclamando la liberazione degli schiavi di padroni romani che accettassero di combattere a fianco dei Goti e rendendo legittimi i matrimoni tra individui liberi e schiavi. Tutti questi provvedimenti furono dichiarati nulli da Giustiniano con la Pragmatica sanctio de reformanda Italia del 554, che ripristinò la situazione anteriore agli stravolgimenti operati da Totila. Notevole appare, da ultimo, un ulteriore fenomeno giuridico, riscontrabile nella testimonianza dello stesso Cassiodoro: quello di un progressivo allontanamento della prassi dal diritto ufficiale, soprattutto in sfere quali quella dei reati sessuali o quella della dipendenza servile. Sebbene il re goto si facesse dunque garante del diritto ufficiale, era la prassi che tendeva spontaneamente a discostarsi da quello, per una spinta «spontanea» in atto da tempo, mentre le autorità stesse, in più di un caso, trascuravano di applicarlo correttamente. I sopraccitati comites goti possono essere suddivisi, in linea di massima, in almeno tre livelli (anche se non si devono immaginare piramidi gerarchiche troppo rigide). Al più alto grado si collocavano i comites provinciarum, presenti solo in alcune province, con compiti vari, prevalentemente di polizia, per il mantenimento dell’ordine pubblico. A costoro facevano seguito per dignità i comites civitatum, posti a capo delle guarnigioni cittadine, oltre che gravati di funzioni amministrative e giudiziarie; e, infine, vi erano i comites Gothorum per singulas civitates, con mansioni prevalentemente giudiziarie. Nei rapporti con le istituzioni provinciali il re si avvaleva non solo di ufficiali romani (i comitiaci), ma anche dei saiones, i «seguaci» del sovrano in senso barbarico del termine, che operavano in qualità di suoi messaggeri e agenti personali: comitiaci e saiones venivano in sostanza a svolgere funzioni che nel tardo Impero erano state proprie degli agentes in rebus. In genere i saiones avevano però anche significativi doveri militari: curavano, ad esempio, la leva e i rifornimenti delle truppe. La bipartizione tra magistrature civili e magistrature militari si definiva su base etnica, coerentemente con il carattere di esercito federato applicato alla gens Gothorum stanziata nella penisola.

Mosaico raffigurante un dominus. IV-VI sec. ca. Villa del Casale (Piazza Armerina).

Mosaico raffigurante un dominus. IV-VI sec. ca. Villa del Casale (Piazza Armerina).

Durante il tardo Impero una linea di tendenza piuttosto netta, almeno in Occidente, era stata quella di un progressivo sviluppo del particolarismo provinciale, a fronte dell’indebolirsi del centro politico, con una scelta sempre più frequente dei funzionari all’interno dei ceti eminenti locali e con una spinta all’isolamento economico delle singole province. Con Teoderico, pur partendo da tale situazione, ci fu il tentativo di correggerla, aumentando il peso dell’intervento regio negli ambiti locali: i funzionari centrali erano messi in condizione di intervenire nella vita delle province con ampia discrezionalità, ancorché in modo legittimo, mentre la stessa carica di rector delle singole province, pur venendo definita in termini tradizionali, conobbe un funzionamento irregolare, anche con un’occasionale ampliamento della sfera di competenza territoriale, che poteva trascendere i confini della provincia per coprire un’area più estesa, a giudizio del governo centrale. Veniva inoltre acquistando un ruolo sempre più rilevante nella vita provinciale il cancellarius, ennesimo caso di funzionario nominato dal centro, dotato di poteri assai ampi. Nel regno ostrogoto d’Italia, dunque, a fronte di una continuità dell’ordinamento amministrativo e dell’organizzazione provinciale, che ci fu anche se appare talora volutamente ostentata e amplificata, vennero quindi a realizzarsi, per vie come quelle descritte, trasformazioni di fatto destinate a mutare in modo tutt’altro che secondario il funzionamento interno delle province stesse, il tenore dei loro rapporti con l’autorità centrale e quindi, in definitiva, gli assetti generali del regno.

Società ed economia

L’insediamento della gens degli Ostrogoti in Italia e la conseguente introduzione di un nuovo regime politico non sembra abbia inciso in modo apprezzabile sui meccanismi della società e dell’economia rurali e sugli assetti della proprietà. Il modello produttivo di quest’epoca fece registrare una sostanziale continuità rispetto agli assetti del tardo Impero, proseguendo nello sviluppo di fenomeni già ben avviati: il decentramento della produzione, la preferenza per la gestione fondiaria indiretta, che divenne prevalente, l’accentramento della rendita nelle mani dei possessores. Tali dinamiche acuirono la subordinazione dei contadini, con gradi di sfruttamento che aumentavano quanto più nutrito era il numero degli intermediari fra il proprietario e i lavoratori. La larga maggioranza della popolazione rurale coltivava terra non propria, in qualità di affittuaria; persisteva anche l’impiego di schiavi, i quali, alla luce di recenti stime quantitative (che restano comunque sempre assai precarie), dovevano essere più numerosi di quanto tradizionalmente non si credesse, aggirandosi forse attorno a una percentuale del 15% sul totale dei lavoratori della campagna. Le fonti, se documentano abbastanza bene le aziende di maggiori dimensioni, coltivate da affittuari o da schiavi mantenuti dal proprietario, lasciano invece più in ombra il ceto dei contadini proprietari, dei quali sfuggono pertanto l’esatta fisionomia e la quantità complessiva. La struttura dei latifondi, di cui c’è buona testimonianza, prevedeva una suddivisione degli stessi in massae, amministrate da actores, e lavorate, per l’appunto, da contadini dipendenti.

Giuseppe presiede al controllo del grano. Placca d’avorio, 552, dal Trono dell’arcivescovo Massimiano, Ravenna.

Giuseppe presiede al controllo del grano. Placca d’avorio, 552, dal Trono dell’arcivescovo Massimiano, Ravenna.

La stratificazione dei rustici, secondo criteri sociali ed economici, risulta esser stata molto accentuata, al di là dell’immediata distinzione giuridica tra gli individui che godevano dello status di libero e quelli che invece ne erano esclusi. Sul piano giuridico, contadini liberi e schiavi rimanevano ovviamente ben separati, ma dal punto di vista della percezione del loro ruolo sociale ed economico una simile differenziazione si affievoliva; una fortunata formula del noto giurista Ulpiano, «servus quasi colonus est», portava ad intendere che il lavoro fornito da un colono e quello prestato da un servo fossero in buona sostanza identici dal punto di vista del padrone, con la conseguenza che le due figure tendevano a sovrapporsi. Inoltre una quantità crescente di liberi era spinta a decadere nello status servile, dal momento che l’estrema indigenza di molti contadini li costringeva a vendere come schiavi i propri figli per sopravvivere, oppure a dare se stessi in servitù a un qualche padrone, che assicurasse loro il soddisfacimento dei bisogni primari e li soccorresse nelle emergenze. Meno frequente risultava un passaggio di condizione in senso opposto, con l’affrancamento di soggetti schiavi. Questo poteva verificarsi per istanze individuali, piuttosto che per meccanismi strutturali della società e dell’economia, nei casi, cioè, di ascesa di singoli individui non liberi particolarmente intraprendenti, ovvero per scelte dei padroni condizionate dalla morale cristiana (un servo affrancato costituiva un’offerta a Dio e poteva essere impegnato a pregare per l’anima dell’ex padrone); oppure, ancora, per interventi delle autorità ecclesiastiche, spalleggiate dall’autorità pubblica, come nella manomissione di schiavi cristiani sottratti a padroni ebrei. Si trattava comunque di esiti difficili da raggiungere e, oltretutto, non necessariamente desiderabili, poiché la tutela padronale insita nella condizione servile poteva addirittura essere preferita a una libertà esposta alla miseria.

Codex Vaticanus lat. 3225 – Vergilius Vaticanus, f. 7v (400 ca.). Scena di vita agreste.

Codex Vaticanus lat. 3225, noto anche come Vergilius Vaticanus, f. 7v (400 ca.). Scena di vita agreste.

Come negli usi tardoimperiali, lo sfruttamento dei lavoratori rurali era massimo ed eventuali elementi di moderazione in tale sfruttamento potevano scaturire non tanto da scrupoli umanitari, quanto da una percezione del tutto empirica che vi era un limite invalicabile di sopportazione della fatica. Insomma si capiva che era meglio non gravare di lavoro oltre una certa soglia un contadino, perché altrimenti questo si ammalava, o magari moriva, arrecando un danno economico al proprietario. L’estrema fragilità dei ceti rurali risultava drammaticamente evidente in occasione di calamità, quali le carestie. Nel modello economico tardoromano, perpetuato nell’Italia gota, era fisiologica la sottrazione ai contadini dell’eventuale surplus di produzione, negando così la possibilità a costoro di costituirsi delle riserve per fronteggiare la crisi. A fronte di una produzione agricola che rimaneva sempre fluttuante, la domanda dello Stato, e delle città, era inelastica: la fiscalità prescindeva dalle variazioni della produzione agricola e in occasione delle crisi alimentari si aggiungevano interventi speculativi e tentativi di espansione della grande proprietà a danno dei più deboli ed esposti. Gli episodi di carestia sono ripetutamente attestati: particolarmente severa fu, per esempio, la penuria alimentare che colpì l’Italia settentrionale negli anni trenta del VI secolo, costringendo le autorità a prendere misure di emergenza, con il ricorso ai granai pubblici per sfamare le popolazioni colpite. La stessa percezione culturale dei rustici da parte dei ceti proprietari, cittadini e colti, era contraddistinta da una connotazione fortemente spregiativa nei riguardi dei primi (peraltro non nuova, e destinata a ulteriori evoluzioni), che ben si evince dalle principali fonti del tempo, le quali ovviamente riflettevano il pensiero delle élite dominanti. In autori quali Ennodio o Cassiodoro il rusticus appare raffigurato come un individuo non soltanto rozzo e ignorante, ma anche ostile verso le persone per bene, nei riguardi delle quali, con biasimevole impudenza, egli si dimostra minaccioso e aggressivo, giungendo, in taluni casi, perfino all’attacco fisico, magari in banda organizzata. Le mura delle città erano perciò salutate come un provvidenziale elemento di cesura tra il mondo della civilitas urbana e la violenta grossolanità dei lavoratori dei campi, così come si auspicava che pure i costumi di vita – persino la dieta alimentare – di contadini e cittadini non avessero giammai modo di confondersi. Nel ceto dei proprietari, accanto alle grandi famiglie romane, si inserirono anche Goti, che adottarono i modelli di gestione fondiaria propri dell’aristocrazia romana. Le acquisizioni di terre da parte degli Ostrogoti (fatto salvo quanto s’è detto sulla tertia) avevano luogo tramite acquisti privati, magari non senza l’occasionale ricorso a forme di pressione violenta (almeno in taluni casi). Procopio ricorda come Teodato, figlio della sorella del re Teoderico, Amalafrida, e destinato a divenire egli stesso re (oltre che assassino della regina Amalasunta, che aveva sposato), malgrado fosse divenuto «padrone della maggior parte delle terre di Toscana», cionondimeno «si dava un gran da fare per strappare con la forza anche il resto ai legittimi proprietari», dal momento che per lui «avere un vicino era una disgrazia»[9]. Il goto Teodato era dunque uno dei principali latifondisti del regno, e il suo non doveva essere un caso isolato; naturalmente sulle terre detenute in proprietà anche i possessores ostrogoti pagavano l’imposta. Ampie assegnazioni di terre furono poi garantite a beneficio della famiglia reale e dalla chiesa ariana, ma questi appezzamenti erano tratti dal demanio e non sottratti a privati proprietari. Che il trasferimento di proprietà dai Romani ai Goti si fosse verificato in forme complessivamente ordinate e legittime si ricava anche dal fatto che, nel momento in cui procedette al riordino dell’Italia reintegrata nell’Impero, nel 554, Giustiniano non fu costretto ad adottare misure drastiche (con l’eccezione di ciò che riguardava gli atti compiuti da Totila), a differenza di quanto dovette invece fare nell’Africa strappata ai Vandali.

Mosaico raffigurante il Trionfo di Nettuno sulla quadriga. Dettaglio - La raccolta dei frutti. Da Chebba (Sfax), III secolo d.C. Musée du Bardo.

Mosaico raffigurante il Trionfo di Nettuno sulla quadriga. Dettaglio – La raccolta dei frutti. Da Chebba (Sfax), III secolo d.C. Musée du Bardo.

L’equilibrio economico complessivo tra i possessores romani e i nuovi proprietari goti, sostanzialmente mantenutosi per tutto il regno di Teoderico (ma, com’è verosimile, non senza graduali alterazioni), potrebbe forse essersi spezzato in modo definitivo e irreparabile negli anni immediatamente successivi, a causa dell’incapacità, sul lungo periodo, di un sistema che restava strutturalmente debole (anche se poteva apparire congiuntamente florido) di sostenere i costi sempre più onerosi dell’apparato goto e della politica regia. La propaganda alimentata dal regime teodericiano, tanto ben modulata nello stile della miglior retorica classica da un Ennodio o da un Cassiodoro, fu tesa a proporre e diffondere l’immagine del regno dell’Amalo come un’epoca di felicitas: un’età non solo di concordia e pace, ma anche di prosperità per l’economia. Fatte salve le intenzionali esagerazioni delle fonti, si deve tener presente che con il re goto si ebbe un significativo mutamento rispetto agli equilibri del tardoimpero: nel mondo romano vi era una forte polarizzazione tra le aree che pagavano tributo (come la penisola Iberica o l’Africa) e le aree consumatrici (quelle che ospitavano il grosso dell’esercito, come la regione renano-danubiana, o quella che dovevano sostentare il comitatus imperiale, come l’Italia). L’Italia ostrogota sembra essersi invece proposta come una provincia che, al medesimo tempo, versava i tributi e consumava: lo stesso esercito goto, stanziato nella penisola, reinvestiva qui i suoi proventi, dando stimolo alla produzione manifatturiera e ai commerci. Insomma finché l’equilibrio si mantenne, ossia fintanto che i costi della macchina politico-militare ostrogota non si fecero eccessivi per le risorse italiane, si può pensare a una congiuntura accolta in modo positivo dalle parti in causa. La sostanziale continuità in campo economico e produttivo fatta registrare dal periodo goto rispetto all’età anteriore appare confermata anche dalle fonti materiali, che mostrano, a loro volta, il perdurare degli assetti antichi, individuando un momento di parziale trasformazione, semmai, in precedenza, cioè attorno all’inizio del V secolo: si tratta, peraltro, di fenomeni complessi e in buona parte ancora sfuggenti. In alcuni casi il dato archeologico rischia addirittura, se non viene ben interpretato e confrontato con altri riscontri, di offrire prospettive ingannevoli (ma la stessa avvertenza vale, beninteso, per la testimonianza scritta): per esempio l’archeologia mostra un declino edilizio delle ville, nel corso del V secolo, che sfocia nel tendenziale superamento di un simile modello abitativo alla fine del VI secolo (fatte salve le specificità regionali). A tale apparente decadenza delle strutture materiali, che va comunque letta in tutta la sua complessa articolazione (si tratta, cioè, non di mera rovina generalizzata, ma piuttosto di ristrutturazioni, suddivisioni, abbandono selettivo di alcuni settori), non corrisponde alcuna crisi parallela dei ceti proprietari, né alcuno stravolgimento dei moduli produttivi, per cui bisogna immaginare, semmai, processi di ricollocazione dei centri gestionali e amministrativi nelle campagne, che sono ancora tutti da approfondire. Poco probandi anche le notizie sui villaggi, dal momento che gli esempi conosciuti sono troppo scarsi per suggerire indicazioni generali (tali casi lascerebbero intendere una tendenza alla contrazione dell’abitato, dal V secolo). Possibili spie archeologiche di una crisi della trama insediativa di tradizione romana, dal secolo V, quali l’apparente declino delle ville o il restringimento dei villaggi, sono poi contrastate da indicatori di segno opposto, come il proliferare di luoghi di culto, anche in ambito rurale, che insistono sovente su strutture preesistenti, a ribadire una continuità dei bacini insediativi e una persistente disponibilità di capitali da investire in simili realizzazioni. Insomma le testimonianze archeologiche e quelle scritte, da sole potenzialmente ingannevoli, si possono compensare e «correggere» nel reciproco incrocio, lasciando emergere un quadro, per l’Italia rurale d’età gota, di sostanziale tenuta rispetto agli ultimi tempi dell’Impero d’Occidente, facendo spostare semmai in avanti eventuali cesure e lasciando intendere, comunque, come i processi di trasformazione si siano dipanati su tempi molto lunghi. Tali conclusioni sembrano corroborate anche da ulteriori specialismi, quali la zooarcheologia, che nello studiare i resti degli animali d’allevamento indica il permanere, ancora nel VI secolo, degli antichi usi zootecnici e del tradizionale equilibrio fra il pascolo e il coltivo.

La parabola politica del regno

La cooperazione fra Teoderico e il ceto dirigente romano nell’opera di governo dell’Italia comportò anche lo svolgersi di un rapporto diretto tra il re goto, ariano, e la Chiesa cattolica. Come detto, la diversità di confessione religiosa venne mantenuta quale tratto di identità etnica dell’exercitus barbaro stanziato nella penisola e di distinzione rispetto alla maggioritaria popolazione autoctona. La Chiesa ariana aveva i propri edifici di culto, il proprio clero, le sue proprietà; nei medesimi centri urbani in cui Goti e Romani coabitavano, coesistevano le chiese ariane per i primi e quelle cattoliche (ben più numerose), rivolte ai secondi. A Ravenna, per esempio, vi era una grande cattedrale urbana con un battistero, oltre a una cappella palatina, consacrata al medesimo culto. Pur nel rispetto di una simile separatezza, Teoderico fu chiamato a intervenire in questioni, anche assai rilevanti, che concernevano i cattolici, in quanto dovere connaturato alla responsabilità di governo di sudditi romani che gli era stata affidata; allo stesso tempo ricercò il sostegno delle élite ecclesiastiche cattoliche, perché ciò poteva costituire un ulteriore elemento di legittimazione dalla sua carica agli occhi dei Romani. Dal suo canto la Chiesa doveva vedere nel monarca Amalo non solo un motivo di stabilità istituzionale comunque vantaggiosa in generale, ma anche, data la sua appartenenza a un’altra confessione cristiana, una garanzia di non ingerenza nel delicato ambito della definizione del dogma: a differenza di quanto invece aveva dimostrato di voler fare l’imperatore di Costantinopoli, sin dall’emanazione dell’Henotikon con Zenone nel 482, per congelare il dibattito anti-monofisita in termini risultati sgraditi a Roma.

Battistero degli Ariani (VI sec.). Ravenna.

Battistero degli Ariani (VI sec.). Ravenna.

Sin dai primi anni di regno è attestato un cordiale rapporto di Teoderico con il papa Gelasio I, di cui restano alcune lettere al monarca ostrogoto e una a sua madre, Ereleuva, nelle quali il pontefice, chiedendo agli interlocutori piccoli favori (come il sostegno di ecclesiastici incaricati di sbrigare affari urgenti), si dichiarava certo della benevolenza di Teoderico per la Chiesa cattolica e per la sede petrina, in quanto erede di tutte le prerogative degli imperatori romani d’Occidente e attento custode delle leggi da loro emanate, anche in materia religiosa[10]. Un coinvolgimento ben più impegnativo di Teoderico nelle vicende della Chiesa di Roma si ebbe in occasione del cosiddetto scisma laurenziano, allorquando, alla morte di papa Anastasio II, nel 498, vennero eletti contemporaneamente, in veste di suoi successori, il diacono Simmaco e l’arciprete Lorenzo, sostenuti da opposte fazioni dell’aristocrazia romana. Per sciogliere il nodo le parti chiamarono in causa il re, il quale, in conformità con le norme ecclesiastiche, rinviò il giudizio a un concilio, indicando che si doveva riconoscere come papa colui che fosse stato ordinato per primo, ovvero chi potesse contare sulla maggioranza dei consensi. Solo la testimonianza della fonte che rispecchia il pensiero dei partigiani di Lorenzo, il quale uscì sconfitto, vale a dire il cosiddetto Frammento laurenziano contenuto nel Liber Pontificalis, biasima la condotta dell’Amalo, accusato di essersi lasciato corrompere dai simmachiani. In realtà Teoderico mantenne nella circostanza un contegno di assoluta correttezza costituzionale, assai opportuno anche sotto il profilo politico, dal momento che gli permise di conservare una posizione equilibrata al cospetto dell’Impero e delle élite romano-cattoliche: trascinato in una vicenda delicatissima, in cui, in quanto re barbaro e ariano, rischiava facilmente di apparire un intruso e un prevaricatore, egli si comportò nel pieno rispetto del diritto, eseguendo quanto ci si sarebbe aspettati da un princeps romano. I padri, riuniti nel sinodo che, nel marzo del 499, rimosso Lorenzo, poterono così acclamare Teoderico nel nome di Cristo, mentre l’anno seguente il Goto fu accolto trionfalmente a Roma dal papa e dal Senato, durante una visita – già ricordata – tutta intrisa di simbolismo imperiale. La contesa tra Simmaco e Lorenzo non si esaurì con il pronunciamento del 499, poiché presto i laurenziani ebbero modo di accusare il pontefice di irregolarità liturgiche nella datazione della Pasqua e, contestualmente, di tenere una condotta scandalosa. Nuovamente il re fu sollecitato ad intervenire: rifiutandosi Simmaco di rispondere a una convocazione a Ravenna, Teoderico inviò a Roma, considerata a quel punto sede vacante, un visitator, il vescovo di Altino, Pietro, uniformandosi a quanto già fatto, ad esempio, dall’imperatore Onorio nel 418-419, all’epoca del contrasto fra Bonifacio I e l’antipapa Eulalio. Un intervento tanto risoluto fu suggerito al monarca, supremo responsabile dell’ordine pubblico in Italia, dalla preoccupazione che potessero scoppiare dei tumulti tra le due fazioni in campo; peraltro egli si astenne ancora una volta dal formulare giudizi di merito, di natura dottrinale o disciplinare, rimettendo ogni decisione a un apposito concilio, convocato nel 502. A questo, nel sollecitare una pronta risoluzione del caso, Teoderico dichiarava apertamente di essere stato costretto alle azioni che aveva intrapreso per il dovere di reintegrare la pax, l’unitas e la tranquillitas della Chiesa, di fronte alla drammatica confusio in cui essa versava, in ossequio alla tradizione degli imperatori romani cristiani e allo stesso dettato evangelico, investendo il concilio di quei compiti che non rientravano nelle legittime competenze del monarca.

Mosaico raffigurante papa Simmaco (484-514) trionfante su Lorenzo. Sant'Agnese fuori le Mura, Roma

Mosaico raffigurante papa Simmaco (484-514) trionfante su Lorenzo. Sant’Agnese fuori le Mura, Roma

Solo nel 506 la complessa questione fu risolta in via definitiva a favore di Simmaco, che il Senato reintegrò nelle sue chiese e proprietà su precisa richiesta del re. Teoderico si sforzò, dunque, in tutta la lunga vicenda, di mantenersi super partes, consolidando la propria delicata posizione con la forza del diritto, scrupolosamente osservato, e legittimandosi agli occhi dei sudditi romani con una condotta che rispondeva alle loro attese, in qualità di «facente funzione» dell’imperatore. Appaiono meno facilmente dimostrabili, invece, calcoli politici da parte sua, pure intravisti da alcuni studiosi, legati a una pretesa polarizzazione degli schieramenti a favore dei due candidati al soglio papale (filo-costantinopolitani i partigiani di Lorenzo, su posizioni più «occidentali» i simmachiani), su cui Teoderico avrebbe giocato, nella sua complessa dialettica con Costantinopoli. L’equilibrio politico che per la maggior parte del regno di Teoderico si era conservato, tra i Goti e i Romani all’interno del regno e tra il regno e l’Impero sul piano internazionale, si incrinò drammaticamente a partire dal decennio 520-530, aprendo la strada a un processo che portò rapidamente alla guerra e alla fine dell’esperienza politica ostrogota nella penisola, oltre che alla scomparsa degli Ostrogoti in quanto gruppo etnico con una propria specifica identità. I fattori che condussero a un simile esito furono molteplici: al fondo vi era senza dubbio il nodo della mancata fusione tra Goti e Romani, con il mantenimento di una società bipartita, in cui alla forzata cooperazione si accompagnava pur sempre una sostanziale estraneità, se non un latente antagonismo. Gli Ostrogoti, ragionando nei termini classici di un esercito di foederati, si erano affiancati alla popolazione italica senza volersi mischiare a questa, svolgendo prerogative loro esclusive (quelle militari) e serbando la propria identità di gruppo; i Romani avevano accettato i Goti in quanto situazione ineludibile in quel frangente, cercando di trarre i vantaggi (di stabilità politica, istituzionale, militare) che dalla loro presenza poteva derivare, ma senza percepirli  come una scelta né ottimale né irreversibile. L’iniziale collaborazione si era probabilmente trasformata ben presto in competizione, con il ceto dirigente romano che si vedeva incalzato dai Goti sia nelle responsabilità amministrative (malgrado la teorica suddivisione dei compiti, le sovrapposizioni di fatto, o anche gli espliciti arbitrii, non mancavano certo), sia nel controllo della ricchezza, mano a mano che i notabili goti andavano acquisendo proprietà e il potere su uomini e cose che da quelle discendeva. Per quanto sia impossibile scrivere la Storia sulla scorta delle ipotesi, si può anche pensare che simili difficoltà avrebbero potuto essere superate con il tempo, portando alla lunga ad una fusione tra barbari e Romani, e quindi alla nascita di una nuova società e di un nuovo assetto istituzionale, come accadde, in momenti diversi, in Gallia con i Franchi o in Spagna, con i Visigoti, oltre che con gli stessi Longobardi in Italia. Invece, ogni possibile processo di integrazione venne stroncato dal volgere del quadro politico internazionale, in seguito alla determinazione dell’imperatore Giustiniano, salito al potere nel 527, di procedere al recupero dei territori occidentali detenuti da re barbari (l’Africa vandala, la Spagna visigota, l’Italia ostrogota), per ripristinare l’unità dell’Impero. Il disegno giustinianeo, ispirato da una chiara visione politico-ideologica e reso possibile anche dalle capacità di investire in Occidente risorse umane e finanziarie, in genere immobilizzate sul fronte persiano, fornì alle élite italiche una validissima sponda cui appoggiarsi per superare la necessità della presenza ostrogota nella penisola, intravedendo la chance del reintegro di un governo imperiale diretto. Va tenuto pure presente che, nel medesimo momento, la speranza di Teoderico di crearsi una forte base d’appoggio presso gli altri capi barbari occidentali, attraverso un’accorta politica di alleanze perseguita anche con matrimoni mirati, per raccogliere attorno a sé una solidarietà e un concreto sostegno militare che irrobustissero la sua posizione, fu spezzata dal rapido e prepotente emergere del re franco Clodoveo, il quale, negli ultimi anni del V secolo, riuscì a conquistare quasi tutta la Gallia (in buona parte a danno dei Visigoti, alleati di Teoderico), guadagnandosi l’appoggio delle aristocrazie galloromane anche in virtù della sua conversione al cattolicesimo. La nascita di un forte regno franco, in cui barbari e galloromani andavano rapidamente avvicinandosi, nel segno di una fede religiosa e di un sistema di valori condivisi, e alleato con l’Impero, fece saltare la pretesa di leadership occidentale del re ostrogoto, indebolendolo anche di fronte alle nuove mire giustinianee.

Il cosiddetto Avorio Barberini (prima metà del VI secolo). Raffigurazione a rilievo (al centro) di un imperatore romano vittorioso. Musée du Louvre. Secondo alcuni si tratterebbe di Anastasio I; secondo altri di Giustiniano I.

Il cosiddetto Avorio Barberini (prima metà del VI secolo). Raffigurazione a rilievo (al centro) di un imperatore romano vittorioso. Musée du Louvre. Secondo alcuni si tratterebbe di Anastasio I; secondo altri di Giustiniano I.

La crisi era precipitata in conseguenza dell’avvio di una persecuzione da parte di Giustino (518-527), il predecessore di Giustiniano, degli ariani residenti nelle regioni dell’Impero; a costoro venivano sottratte coattivamente le chiese, le quali erano consegnate ai cattolici, per essere da loro riconsacrate e riutilizzate. L’azione assunta da Giustino rientrava in un quadro di ricerca dell’uniformità religiosa, proseguita e anzi intensificata dal suo successore e tesa a porre termine a una lunga stagione di controversie teologiche (principalmente, intorno alla natura di Cristo) e dottrinali, oltre che corrispondente a una più generale pretesa di uniformità culturale e «ideologica» della res publica. L’unità e l’univocità della fede si identificavano, infatti, con l’unicità dell’Impero e del suo reggente, e, quindi, ogni forma di dissenso religioso finiva con il coincidere con il dissenso politico contro la potestà imperiale. Dopo gli ariani, con Giustiniano furono duramente perseguitati i seguaci di altre espressioni ereticali del Cristianesimo e i fedeli di religioni diverse, dai montanisti ai samaritani, dagli Ebrei ai pagani (molti dei quali si potevano ancora rintracciare tra i ceti più elevati e colti della società imperiale, come per i professori della scuola neoplatonica di Atene, che fu allora chiusa con la forza). Le misure intraprese contro i non cattolici andavano alla chiusura dei loro luoghi di culto all’espulsioni dalle funzioni pubbliche da molte professioni, dalla limitazione dei diritti giuridici alle confische patrimoniali, fino al carcere e alla pena di morte. Teoderico rispose alle iniziative orientali con analoghi provvedimenti a danno dei cattolici, molte delle cui chiese in Italia vennero chiuse, espropriate o distrutte. In questo modo, il re si faceva garante della causa ariana, suscitando il favore della componente gota del suo regno, alla quale egli era ora indotto ad appoggiarsi in modo più esplicito, e tendenzialmente esclusivo, a fronte di una palese crisi del legame con i Romani. In una tale frattura sfociavano tutte le contraddizioni irrisolte dalla forza coesistenza nella penisola di Romani e barbari, mai condotti a una reale fusione, e le diffidenze derivanti dalle nuove opzioni politiche possibili. I Goti erano evidentemente allarmati per il riavvicinamento in atto fra l’imperatore e le élite romane, sempre più fiduciose in una disponibilità del princeps a un intervento diretto in Italia, alla luce delle rinnovate mire sull’Occidente da costui manifestate, e avvertivano, perciò, l’impossibilità di proseguire nella collaborazione politica con quelle. Romani eminenti, come il filosofo Severino Boezio e suo suocero Simmaco, già valenti collaboratori del regime teodericiano (il primo era stato console e magister officiorum), furono accusati di tradimento, per collusione con quello che ormai si percepiva e indicava come un nemico, vale a dire l’Impero, e vennero condannati a morte. Boezio scrisse la sua opera più celebre, la Consolatio philosophiae, in carcere, dove era stato gettato per aver preso le difese del Senato e di Albino, vittima di accuse ingiuste, nell’anno 524, lo stesso del suo assassinio.

Mosaico della cupola del Battistero degli Ariani (VI sec.). Ravenna.

Mosaico della cupola del Battistero degli Ariani (VI sec.). Ravenna.

Per convincere Giustino ad arrestare la persecuzione degli ariani, in uno scenario quale quello sopra descritto, nel quale erano saltati tutti gli equilibri politici e istituzionali fra Goti e Romani, Teoderico costrinse a recarsi in missione per suo conto a Costantinopoli lo stesso papa Giovanni I, paradossalmente chiamato a farsi portavoce e scudo degli eretici. L’episodio, che viene tramandato da fonti sostanzialmente avverse ai Goti, come la biografia del pontefice riportata nel Liber Pontificalis, è stato diversamente interpretato dalla critica moderna quale atto di deliberata umiliazione del papa ad opera di Teoderico, nella sua aperta sfida ai romano-cattolici del regno; oppure, al contrario, come un tratto di continuità nel rapporto di cooperazione, consueto e sperimentato, fra il re e il vescovo di Roma, il quale, soprattutto a partire dal pontificato di Ormisda (514-523), si sarebbe offerto in veste di canale privilegiato delle relazioni tra Ravenna e Costantinopoli, facendosi preferire allo stesso Senato, la cui fedeltà appariva, in quei frangenti, meno certa. Che i contatti fra Teoderico e l’Impero, circa le cruciali questioni religiose, non prive di riflessi più ampiamente politici, si svolgessero per il tramite dei pontefici, sembra confermato da notizie quali quelle, sempre desunte dal Liber Pontificalis, che si riferiscono alle missioni a Costantinopoli dei vescovi di Pavia, Ennodio, e di Capua, Germano, tese a sanare lo scisma acaciano e decise, secondo la fonte, da papa Ormisda in accordo con Teoderico[11]. Se ancora negli anni di Ormisda poteva funzionare un equilibrio politico-istituzionale che vedeva svolgersi attraverso la naturale mediazione pontificia il dialogo fra l’Impero e il re dei Goti d’Italia, specie in materia religiosa, la vicenda di Giovanni I appare costituire, invece, un momento di drammatica e irreversibile rottura di tale equilibrio; questa è almeno l’interpretazione della vicenda che risulta codificata nella testimonianza delle fonti papali, ma anche nell’Anonimo Valesiano, e che si fissò, dunque, come memoria «ufficiale» dell’evento per i Romani, sancendo la definitiva condanna di Teoderico, ora respinto nella dimensione, quasi uno stereotipo, del re barbaro, eretico e persecutore. Giunto a Costantinopoli con un seguito di prelati e di senatori, Giovanni sarebbe stato accolto con il massimo onore dall’imperatore, che lo ricevette con rispetto e devozione, inchinandosi davanti a lui, tanto da indurre l’estensore della biografia del pontefice nel Liber Pontificalis a rievocare l’atteggiamento di Costantino I per papa Silvestro, vale a dire lo stereotipo, l’idealizzazione, del rapporto fra l’imperatore cristiano e il vescovo di Roma[12]. Con toni volutamente opposti viene dipinto, nel medesimo testo, il ritorno in Italia del papa: Teoderico, convinto del tradimento di Giovanni che da Giustino aveva ottenuto la cessazione delle persecuzioni contro gli ariani ma non la facoltà di ritornare all’arianesimo per chi nel frattempo era stato costretto ad abbracciare l’ortodossia, e ricavandone la conferma della nuova sintonia che i ceti dirigenti romani del regno andavano instaurando con il princeps, a minaccia per i Goti, lo gettò in carcere, sottoponendolo a violenze fisiche e morali che lo portarono presto alla morte per stenti, nel maggio del 526.

August Vogel, Il vescovo Ulfila. Marmo, 1894.

August Vogel, Il vescovo Ulfila. Marmo, 1894.

La violenza compiuta contro il papa Giovanni I si accompagnava agli assassinii di Simmaco e di Boezio, alle accuse di tradimento mosse al ceto senatorio e alle confische delle chiese cattoliche nel rendere evidente una secca svolta della politica teodericiana, maturata nel tratto finale del suo regno, che, come s’è detto, era frutto del fallimento di un assetto dell’equilibrio sempre precario, all’interno e sul piano internazionale, messo infine in crisi dall’evolvere della situazione generale; e che venne invece dipinta nelle testimonianze coeve, come si vedrà anche più sotto, nei termini di una sorta di crisi improvvisa di follia, o perfino di possessione diabolica, di un re che fino ad allora aveva mantenuto un comportamento accettabile dal punto di vista dei Romani. Teoderico non sopravvisse a lungo alle sue vittime, morendo egli stesso nel corso dell’anno 526. A succedergli fu chiamato il nipote Atalarico, che però era ancora un bambino, costringendo la madre Amalasunta (da tempo rimasta vedova) ad assumere la reggenza in suo nome. Dopo la prematura scomparsa dello stesso Atalarico, nel 534, Amalasunta associò al trono, sposandolo, il cugino Teodato, uno dei più insigni e ricchi esponenti dell’aristocrazia gota. Non più giovane, Teodato s’era sino a quel momento distinto soprattutto per la propria abilità negli affari, dotandosi, come s’è visto, di vastissime proprietà in Tuscia; in grado di parlare latino e dirozzato nella filosofia platonica, ma poco esperto delle cose di guerra, dimostrava una fisionomia più prossima a quella di un aristocratico romano che non a quella di un guerriero di stirpe gota. L’aristocrazia gota si trovò, allora, di fronte a un bivio: cercare di ricucire il rapporto con i Romani e con l’Impero, superando la crisi emersa negli ultimi anni del regno di Teoderico, oppure completare lo strappo, esasperando la tensione, perseguendo il predominio sui Romani del regno e sfidando militarmente l’Impero, di cui, forse, si dubitava della capacità effettiva di intervenire in armi in Italia in modo massiccio. Secondo quanto si apprende dalle fonti, Amalasunta avrebbe preferito il primo indirizzo e si sarebbe fatta perciò scrupolo di contrastare ogni prevaricazione a danno dei Romani, fino a risarcire gli eredi di Simmaco e Boezio, mantenendo aperto il dialogo con il ceto senatorio. Teodato, invece, al di là di un atteggiamento ambiguo nel momento della salita al trono, si dimostrò in sintonia con la parte dell’aristocrazia di stirpe che caldeggiava lo scontro, esaltando i valori tradizionali goti, motivo di identità dell’exercitus Gothorum quale gruppo separato e dominante, e verosimilmente allettata dalla prospettiva di rapidi arricchimenti attraverso più facili appropriazioni e confische di beni.

Ms. Hunter 374, V 1, 11, f. 4r (1384-1385). Pagina manoscritta e miniata dal De Consolatione Philosophiae cum Commento di Boezio.

Ms. Hunter 374, V 1, 11, f. 4r (1384-1385). Pagina manoscritta e miniata dal De Consolatione Philosophiae cum Commento di Boezio.

L’alternativa politica sembrava esprimersi, dunque, in un’alternativa anche culturale: di ciò è evocatore (fatte salve le deformazioni dovute alla stilizzazione letteraria e alla prospettiva tutta imperiale dell’autore) il resoconto che offre Procopio circa il contrasto che si verificò per l’educazione del piccolo Atalarico[13]. La madre, aspirando a rendere il figlio un emulo dei principes romani, lo affidò a tre vecchi pedagoghi goti che dovevano istruirlo nelle lettere, mentre gli aristocratici di corte volevano per lui un’educazione tradizionale di stirpe, che trascurasse l’apprendimento delle scienze umane, per essere piuttosto rivolta all’esercizio fisico e all’addestramento militare. Procopio dipinge secondo stereotipi romani la contrapposizione, opponendo la raffinatezza dell’istruzione ricercata da Amalasunta alla rozzezza barbara del modello goto, che spinse Atalarico ad abbandonare i libri e i saggi maestri per vivere selvaggiamente con suoi coetanei, tra bevute smodate, commerci carnali con donne e giochi violenti, fino a morirne. L’episodio, pur nelle sue convenzioni, rende comunque l’idea dello scontro in atto all’interno del ceto dirigente ostrogoto, con la parte che si riconosceva in Amalasunta messa ben presto in minoranza. La regina, vieppiù isolata, cercò dapprima di indebolire il partito avverso spedendo lontano dalla corte alcuni suoi esponenti di punta, con incarichi di vario genere; quindi, per irrobustire il potere regio, si risolse a sposare Teodato, che forse pensava (erroneamente, come risultò dai fatti) vicino alle proprie posizioni. Soprattutto, però, ella si era preoccupata di richiedere, ottenendola, la protezione di Giustiniano, preparandosi anche a una fuga a Costantinopoli, in caso di necessità. L’esplicitarsi del legame tra la figlia di Teoderico e l’imperatore, insieme alla palese inconciliabilità di posizioni politiche ormai radicalizzate, alimentate anche da moduli ideologico-culturali antitetici, precipitò gli eventi: nel 535 Teodato depose la consorte, facendola relegare prigioniera in un’isola del lago di Bolsena, dove ella, poco dopo, venne fatta strangolare. L’omicidio offrì a Giustiniano, in forza della protezione che egli aveva accordato alla regina gota a lui commendatasi, il motivo formale per muovere guerra al regno ostrogoto, allestendo, in quello stesso anno, una spedizione agli ordini del comandante Belisario (che aveva già condotto con successo la campagna contro i Vandali in Africa), diretta a rovesciare la dominazione barbara in Italia e a reintegrare la penisola nell’Impero.

La guerra

Mausoleo di Teoderico il Grande. Pietra d'Istria, 520 ca. Ravenna.

Mausoleo di Teoderico il Grande. Pietra d’Istria, 520 ca. Ravenna.

La consapevolezza che l’esercito ostrogoto era ammassato nelle regioni centro-settentrionali della penisola italiana convinse l’Impero a sferrare l’attacco contro l’Italia muovendo da sud. Nel mese di giugno del 535 circa diecimila soldati, guidati direttamente da Belisario, sbarcarono in Sicilia e conquistarono rapidamente l’isola, mentre un altro esercito imperiale, condotto dal magister militum Mundo, occupava la Dalmazia. L’irresolutezza del re goto Teodato, sorpreso dal precipitare degli eventi, convinse Belisario a insistere nell’offensiva, attraversando lo stretto di Messina e proseguendo senza ostacolo fino a Napoli; quest’ultima città, che ospitava un presidio goto, oppose invece una strenua resistenza e fu presa solo dopo un assedio, cui seguì un duro saccheggio, primo episodio delle ripetute violenze che le popolazioni dell’Italia dovettero subire nel corso del lunghissimo conflitto per mano di entrambi i contendenti. Teodato fu accusato dai suoi di non aver saputo contrastare con efficacia il nemico, e venne perciò assassinato e sostituito con Vitige. Fu a Roma che, nel corso del 537, si svolse uno dei fatti d’arme più significativi della guerra. La città, presa senza fatica dagli imperiali dopo che i Goti l’avevano evacuata, fu sottoposta a un infruttuoso, prolungato, assedio ad opera di Vitige; mentre il grosso delle forze ostrogote restava impegnato attorno all’Urbe, gli imperiali si spinsero nelle Marche, in Romagna, in Emilia, espugnando numerose piazzeforti, e riuscirono temporaneamente ad occupare anche Milano, presto riconquistata, però, dai Goti, che la devastarono per punizione, accusando i milanesi di essere in combutta con i nemici. Nel maggio del 540 Belisario riuscì ad entrare a Ravenna, dopo trattative che avevano previsto una spartizione della penisola italiana tra l’Impero (cui sarebbe dovuta andare tutta la porzione a sud del Po) e gli Ostrogoti (che sarebbero rimasti nelle regioni a nord del fiume). Vitige fu condotto, con molti aristocratici della sua stirpe, a Costantinopoli, mentre Belisario si spostava a combattere sul fronte persiano.

Maestro si S. Vitale in Ravenna. Mosaico raffigurante il generale Belisario (dettaglio), 547. Basilica di S. Vitale, Ravenna.

Maestro si S. Vitale in Ravenna. Mosaico raffigurante il generale Belisario (dettaglio), 547. Basilica di S. Vitale, Ravenna.

Il conflitto si era solo apparentemente così risolto. Le difficoltà sopravvenute nell’esercito imperiale, per l’inadeguatezza del comando e l’irregolarità della paga, e il malcontento degli Italici verso l’esosità del fisco fecero intravedere ai Goti i margini per una riscossa politica e militare, che si concretizzò, dopo i brevi regni di Ildibado e di Erarico, nell’elezione a re di Totila, già comandante del presidio di Treviso, nel 541. Totila innanzitutto riorganizzò le sue truppe, irrobustendo la propria flotta (in precedenza pressoché inesistente) e adottando una strategia che evitava di impegnarsi in lunghi e faticosi assedi delle città, per ottenerne piuttosto la resa attraverso trattative; nei centri in tal modo conquistati si abbatteva la cinta muraria, per scongiurare l’eventualità che i nemici potessero in futuro tornare a servirsene. Inoltre egli colpì sul piano economico la grande aristocrazia romana, fedele all’Impero, espropriandola dei suoi latifondi (il fisco regio si fece percettore non solo delle imposte ordinarie, ma anche delle rendite) ed affrancando gli schiavi, che vennero convinti, in cambio della libertà, a combattere a fianco dei Goti. In breve volgere di tempo Totila trascinò i suoi a ripetuti successi, che gli consentirono di spostare il fronte nel Mezzogiorno, procedendo alla presa di importanti città, quali Benevento o Napoli. Per qualche mese, tra la fine del 546 e la primavera del 547, i Goti rioccuparono pure Roma, teatro in seguito di contese dall’esito alterno, nel mentre la popolazione era ridotta ai minimi termini, per numero e per condizioni di vita. Solo nel 550, dopo che i Goti erano sbarcati in Sicilia, l’imperatore Giustiniano si decise a produrre il massimo sforzo per risolvere la guerra in Italia, laddove in precedenza le risorse erano state impegnate prevalentemente sul fronte persiano. Allontanato definitivamente dal teatro italiano Belisario, il comando dell’esercito imperiale fu affidato al praepositus sacri cubiculi e sacellarius Narsete, privo di grande esperienza militare, ma abile politico; al suo fianco il generale Giovanni detto il Sanguinario, provato combattente. L’esercito guidato da Narsete, forte di trentamila uomini, in gran parte ausiliari barbari, ben equipaggiato e finanziato, mosse dalla Dalmazia nella primavera del 552 ed entrò in Italia attraverso il suo confine nordorientale, scendendo lungo l’arco altoadriatico, per puntare allo scontro risolutore con il grosso delle truppe nemiche, che erano concentrate nelle regioni centrali della penisola. La battaglia decisiva avvenne in località Busta Gallorum, presso Gualdo Tadino (Taginae), dove i Goti furono sbaragliati e lo stesso Totila cadde ucciso; il suo successore, Teia, cercò un’estrema riscossa, portandosi da Pavia ai monti Lattari (Mons Lactarius), ma fu a sua volta battuto; con la sua morte l’esercito goto si dissolse, i superstiti ripararono disordinatamente nelle proprie sedi di provenienza e il regno ostrogoto in Italia ebbe la propria conclusione. I Goti sopravvissuti «scomparvero» tra le fila della popolazione della penisola, confondendosi del tutto con essa e quindi perdendo da quel momento, anche agli occhi dello studioso moderno, ogni connotazione identitaria di gruppo a sé stante.

Gli Ostrogoti attaccano il Mausoleo di Adriano, difeso da Romani e Bizantini, 537 d.C. Illustrazione di A. McBride.

Gli Ostrogoti attaccano il Mausoleo di Adriano, difeso da Romani e Bizantini, 537 d.C. Illustrazione di A. McBride.

Il 13 agosto del 554 Giustiniano, emanando il testo di legge noto come Prammatica Sanzione, poté sancire il reintegro formale dell’Italia nell’Impero, annullando, tra l’altro, tutti i provvedimenti adottati da Totila contro la proprietà. Fatti d’arme proseguirono nella penisola almeno fino al 561, sia per la disperata resistenza di qualche ultima piazzaforte gota (come Brescia o Verona) sia per la permanenza nella penisola di bande di altre stirpi, che erano intervenute nel conflitto come truppe mercenarie, ma che avevano finito con l’approfittare del disordine complessivo per condurre razzie a proprio esclusivo vantaggio. Già attorno al 539 guerrieri franchi, guidati dal loro re Teodeberto, avevano scorrazzato per l’Emilia e per la Liguria, saccheggiando anche Genova, ed erano infine stati debellati più dalla carenza di viveri e dall’esplodere di un’epidemia che dal contrasto di qualcuno. Teodeberto cercò anche di rivendicare, infruttuosamente, di fronte all’imperatore, un proprio diritto a governare l’Italia del nord, per averla sottratta ai Goti e come ricompensa per il suo intervento militare a favore della causa imperiale. Nell’estate del 553, gruppi di Franchi e di Alamanni, alla cui testa erano due fratelli, Butilino e Leutari, percorsero la penisola fino allo stretto di Messina, depredando tutto ciò che capitava loro a tiro, prima che le truppe imperiali riuscissero a sconfiggerli (Volturnus) e un’epidemia falcidiasse i superstiti, riparati nella loro roccaforte di Ceneda, nella Venetia. Alla restaurazione del potere imperiale sull’Italia si accompagnava la pretesa di ripristinare lo status quo politico, amministrativo, sociale, economico, anteriore all’esperienza teodericiana; ma la penisola usciva da un ventennio di guerra stravolta in modo irreparabile, tanto che il conflitto tra gli Ostrogoti e l’Impero, con tutte le sue implicazioni e conseguenze, può in qualche misura essere assunto come un significativo momento di cesura tra gli assetti dell’Italia tardoromana e quelli che il paese doveva conoscere nell’età medievale. La Prammatica Sanzione aveva annullato gli espropri e le manomissioni di schiavi di cui era stato artefice Totila, rendendo all’aristocrazia senatoria la propria ricchezza e il proprio predominio sociale; tuttavia, questo ceto risultava decimato dal lungo conflitto e molti dei suoi beni erano comunque spogliati e in rovina. Narsete, investito di ampi poteri per la ricostruzione, si sforzò di restaurare le città, fece erigere nuovi castelli per meglio proteggere il confine alpino, riordinò i comandi militari, ristabilì l’antico ordinamento amministrativo, anche se ora furono amputate all’Italia la Sicilia (posta alle dirette dipendenze di Costantinopoli), la Sardegna e la Corsica (entrambe assegnate all’Africa) e la Dalmazia (attribuita all’Illirico). Malgrado simili interventi, l’aspetto complessivo del paese restava miserevole rispetto a un passato non troppo remoto: la popolazione era drasticamente ridotta (anche se calcoli precisi rimangono impossibili), esposta a carestie ed epidemie, e vaste regioni erano interamente disabitate. I campi coltivati erano di conseguenza arretrati di fronte all’incolto, con l’estendersi di boschi e acquitrini, che modificavano profondamente il paesaggio modellato nei secoli dell’Impero romano per opera dell’uomo, alterando le condizioni generali di vita. Molte delle grandi strade romane caddero in disuso, per lo svuotamento dei territori che attraversavano; nei centri urbani, la scarsità dei residenti comportò una ridefinizione degli spazi, con cambi d’utilizzo per interi quartieri, non più necessari a fini abitativi, e perciò reimpiegati, volta per volta, come serbatoi di materiali da costruzione, tratti degli antichi edifici in rovina, o magari come discariche, come aree di attività manifatturiere, o, ancora, come spazi destinati alla coltivazione o all’allevamento. Accanto alle trasformazioni degli aspetti materiali (poco documentabili dall’archeologia, per l’eccessiva ristrettezza dell’arco cronologico in questione), si registrarono anche profondi mutamenti nelle istituzioni. Ogni concreta autonomia amministrativa della penisola rispetto a Costantinopoli venne di fatto annullata: la carica di prefetto del pretorio, che era sempre stata di un Romano, fu ora riservata a un funzionario orientale, così come di provenienza orientale furono molti burocrati. Tale tendenziale estromissione degli Italici dai gradi più rilevanti dell’amministrazione concorse con altri eterogenei fattori, quali l’onerosa fiscalità o, più in generale, la crescente divaricazione culturale tra le antiche parti occidentale e orientale dell’Impero romano, a far sentire la restaurazione giustinianea da parte degli abitanti dell’Italia più come l’imposizione di un governo esterno, se non palesemente «straniero», che come l’effettiva rinascita di una perduta unità politica «romana». Un simile scollamento di intenti, e di sentimenti, unito allo stato di debolezza sociale, economica e militare in cui versava la penisola, lasciò campo aperto all’invasione longobarda, che ebbe luogo appena quindici anni più tardi.

La memoria di Teoderico

Teodorico (in mone di Giustino). Quarto di siliqua, Roma 518-525. Ar. 0,73gr. – Dritto, D.N.IVSTINVS.AVG. Testa diademata di Giustino I.

Teodorico (in mone di Giustino). Quarto di siliqua, Roma 518-525. Ar. 0,73gr. – Dritto, D.N.IVSTINVS.AVG. Testa diademata di Giustino I.

Se nel suo complesso l’esperienza del regnum Gothorum, durata un sessantennio, non ha lasciato una traccia particolarmente incisiva nella memoria storica dell’Italia, né negli assetti sociali, economici, istituzionali di questa, ben altra fortuna ha conosciuto, non solo nella penisola, la figura individuale del re Teoderico. Costui ha infatti perpetuato un ricordo di sé che è durato nel tempo e che ancora non si è del tutto spento, almeno nella forza suggestiva del nome; tuttavia il Teoderico tramandato ha poco a che fare con il personaggio storico, dal momento che è il frutto di pesanti deformazioni e trasfigurazioni, siano esse d’intento polemico oppure di semplice elaborazione letteraria. Per un verso Teoderico appare presente nella tradizione delle ballate danesi, svedesi e norvegesi, giunte fino a noi per lo più in manoscritti del XVI secolo, e nelle saghe svedesi e norvegesi, redatte soprattutto a partire dal XIII secolo, sulla base di materiali anteriori. Non è immediato percepire come la fama di un re divenuto famoso in Italia, tra V e VI secolo, abbia potuto giungere a radicarsi nell’estremo nord del continente europeo, a tale distanza di tempo. È plausibile che racconto su Teoderico, di aperta esaltazione della sua figura, si siano diffusi dall’Italia nelle regioni immediatamente oltre le Alpi all’indomani della caduta del regno ostrogoto, mediante i Goti superstiti trasferitisi in nuovi paesi o i diversi canali di parentela e amicizia fra le aristocrazie gote e quelle di altre stirpi barbare. Dalle regioni transalpine, nel corso dei secoli, i canti su Teoderico, continuamente rielaborati, sarebbero risaliti, grazie a cantori itineranti, fino alle corti scandinave, dove avrebbero trovato una codificazione scritta. Nelle ballate e saghe nordiche Teoderico diventa Diderik af Bern, «Teodorico di Verona», signore di quella città cui, come si è visto, già gli autori antichi lo avevano strettamente associato, perché lì aveva ottenuto il successo decisivo su Odoacre che gli aveva assicurato il governo sull’Italia. Nei diversi testi Diderik è reso protagonista di vicende mirabolanti, di pura fantasia, in cui si mischiano differenti narrazioni e personaggi letterari. In una famiglia di ballate, egli guida una spedizione contro il paese di Birtingsland (forse la Bretagna di Artù?) e si batte con il re Isak, che è difeso da un gigante, Risker, contro il quale Diderik impiega il proprio campione Vidrik Verlandsson, identificabile con il Wittrich, o Witke, di varie saghe tedesche. In un altro racconto Diderik combatte addirittura a fianco di un leone contro un drago, che piega in virtù di uno stratagemma; invece in un ultimo canto egli invade lo Jutland del ribelle Holger, che rifiuta di sottomettersi al suo potere, finendo però, questa volta, con l’essere sconfitto rovinosamente, visto che il suo esercito viene interamente distrutto.

Codex Pal. germ. 359, f. 1v (1420 ca.). Duello fra Diderik e Sigfrid dal Rosengarten zu Worms.

Codex Pal. germ. 359, f. 1v (1420 ca.). Duello fra Diderik e Sigfrid dal Rosengarten zu Worms.

In un caso come quello rappresentato da quest’ultima ballata, molto tarda, sembra evidente la trasposizione in un’epoca immaginaria e pregna di echi letterari di vicende contemporanee, dal momento che la lotta di Holger (una figura tratta dal ciclo di Carlo Magno) pare proprio simboleggiare le guerre dinastiche della Danimarca del XVI secolo; Diderik è qui ridotto a emblema del re straniero e oppressore, senza alcuna correlazione superstite non solo con la figura storica del re ostrogoto, ma nemmeno con la sua trasfigurazione eroica, propria delle saghe anteriori. In opere precedenti, pur senza poter negare la fondamentale rielaborazione letteraria avvenuta, alcuni critici vedono invece il permanere di tracce di vicende storiche reali legate al vero Teoderico: se così, si dovrebbe allora pensare che i cantari più risalenti abbiano tramandato imprese autentiche dell’Amalo, e che solo in seguito esse siano state trasformate poeticamente, contaminandosi con altre tradizioni. In tale prospettiva, ad esempio, la spedizione in Birtingsland sarebbe il calco della spedizione condotta da Teoderico in Asia Minore nel 484, su ordine dell’imperatore Zenone, per stroncare l’insurrezione dell’Isauria; lo scontro finale con Isak rappresenterebbe la battaglia di Cherreos, che vide Teoderico assediare il rivoltoso Illus e Verina, suocera dello stesso Zenone. Nella ballata, Verina potrebbe essere rappresentata da una strega, presente nella narrazione. Alla rivolta di costei contro il potere imperiale legittimo potrebbe riferirsi allegoricamente anche la storia della lotta tra il drago e il leone, partecipe Diderik/Teoderico, visto che Verina era vedova dell’imperatore Leone e aveva cercato di condurre al trono l’usurpatore Basilisco («il drago», in lingua greca), contro il legittimo erede Zenone. Allo stesso tempo, però, non si può omettere di segnalare come la lotta con il drago/serpente sia una costante in contesti culturali diversissimi, dai gveda indiani all’Avestā persiano, fino alle saghe germaniche di Beowulf o di Sigfrid e alla Bibbia. Anche prescindendo dalla plausibilità di simili derivazioni e richiami, che restano ben difficili da dimostrare, rimane la constatazione di quanto poco abbia a che fare, nel complesso, Diderik con Teoderico. Uno stravolgimento, anche se di natura totalmente diversa, della figura dell’Amalo si riscontra pure nella tradizione generatasi in seno all’ambiente romano-cattolico, dove Teoderico e gli altri re degli Ostrogoti divennero una sorta di emblema del re barbaro eretico e persecutore, nemico della cattolicità e dei valori romani. Nelle fonti di origine pontificia, in particolare nel Liber Pontificalis, l’intera epoca dei Goti in Italia viene bollata come un periodo di arbitrio e di persecuzione, anche se è in particolare Totila, il più pericoloso eversore della proprietà e del diritto agli occhi del ceto senatorio, ad attirare i maggiori strali. Totila diventa l’espressione migliore della crudeltà e dell’empietà barbariche, il tyrannus che spregia il diritto e al quale i Dialoghi di papa Gregorio Magno attribuiscono, a posteriori (l’opera venne redatta tra il 593 e il 594), svariati episodi di soprusi contro la proprietà della Chiesa e la vita degli ecclesiastici, da lui umiliati, torturati, assassinati. Connotazione fortemente negativa assume anche la figura di Teodato, non solo perché omicida di Amalasunta, ma anche per aver voluto nel 536 come papa, Silverio, sgradito a Costantinopoli.

Codice Chigi L VIII 296, f. 36r (XIII sec.). Giovanni Villani, Cronica Nuova. Totila distrugge le mura di Firenze.

Codice Chigi L VIII 296, f. 36r (XIII sec.). Giovanni Villani, Cronica Nuova. Totila distrugge le mura di Firenze.

Il giudizio su Teoderico resta meno netto, rispetto alla condanna irrimediabile e perpetua che si poté pronunciare su Totila. In fondo ciò che non tornava nel bilancio sull’Amalo era, come detto, lo scarto tra una prima parte della sua attività di governo sostanzialmente accettabile dai Romani e dalla Chiesa (come durante lo scisma laurenziano) e una «svolta» successiva, di segno ostile; colpiva soprattutto l’apparente repentinità di tale mutamento, tanto che l’Anonimo Valesiano poteva ben fare riferimento alla possessione diabolica per spiegare le «improvvise» misure contro i cattolici assunte da Teoderico, a cominciare dalla distruzione di una chiesa a Verona, ma anche dalla protezione accordata agli Ebrei. Il racconto che in modo più efficace fissò per i posteri l’immagine di Teoderico dal punto di vista della Chiesa, suggellandone la memoria, è però il noto brano contenuto nei Dialoghi di Gregorio Magno, altrimenti, come s’è visto, accaniti soprattutto contro Totila. Nella narrazione gregoriana, si riferisce la testimonianza, che lo stesso papa dichiarava di aver ricevuto da tale Giuliano, secundus defensor della Chiesa di Roma, circa la visione profetica avuta, molti anni prima, da un santo eremita nell’isola di Lipari; a questi, proprio nell’istante in cui il re goto moriva a molti chilometri di distanza, Teoderico era apparso scalzo e poveramente vestito, con le mani legate e scortato dalle sue vittime Simmaco e papa Giovanni I, per essere infine gettato dentro il cratere di un vulcano, dove lo attendeva il fuoco eterno[14]. Tale immagine, d’immediato impatto visivo nella sua drammatica plasticità, sintetizzò al meglio il bilancio ultimo stilato dai ceti dirigenti romani e cattolici (di cui Gregorio Magno era ottimo esponente) sull’esperienza teodericiana, consegnando in via definitiva il barbaro persecutore della Chiesa e del Senato al biasimo perpetuo di quanti continuano a riconoscersi nei valori della tradizione romano-imperiale.

Note all’articolo

[1] Magni Aurelii Cassiodori Variarum libri XII, ed. A.J. Fridh, Turnholti 1973 (Corpus Christianorum, Series Latina, 96), I, 1 (d’ora in avanti, Cass. Variae). [2] Magni Felicis Ennodi Panegyricus dictus clementissimo regi Theoderico, in Eiusd. Opera omnia, ed. W. Hartel, Vindobonae 1882 (ristampa anastatica New York-London 1968) (Corpus Scriptorum Ecclesiasticorum Latinorum, 6), pp. 262-286, alle pp. 271-272: rivolgendosi a Teoderico, gli indica come «tua» la città di Verona, perché fortunato teatro di successo su Odoacre. [3] Cass. Variae, II, 39. [4] Agathiae Myrinaei Historiarum libri quinque, ed. R. Keydell, I-II, Berolini 1967 (Corpus Fontium Historiae Byzantinae, 2), I, 1, 6. [5] Cass. Variae, II, 19. [6] Cass. Variae, VII, 4. [7] Fragmenta historica ab Henrico et Hadriano Valesio primum edita (Anonymus Valesianus), ed. R. Cessi, in Rerum Italicarum Scriptores, nuova edizione, XXIV/4, Città di Castello 1912-1913, 17 (d’ora in avanti, Anonymus Valesianus). [8] Cass. Variae, IX, 14. [9] Procopii Caesariensis De bello Gothico, in Eiusd. Opera omnia, II edd. J. Haury – G. Wirth, Lipsiae 1963 (Bibliotheca Scriptorum Graecorum et Romanorum Teubneriana), I, 3 (d’ora in avanti, Proc. Bell. Goth.). [10] Epistolae Theodericianae variae, ed. T. Mommsen, in Monumenta Germaniae Historica, Auctores antiquissimi, XII, Berolini 1894, pp. 387-392: 1, 3, 6 (a Teoderico); 4, 5 (a Ereleuva). [11] Le Liber Pontificalis, a cura di L. Duchesne, I, Paris 1955, pp. 269-270. [12] Ivi, p. 276. Si veda anche Anonymus Valesianus, pp. 20-21. [13] Proc. Bell. Goth. I, 2. [14] Grégoire le Grand, Dialogues, ed. A. De Vogué, Paris 1980, IV, 31.

I caratteri del IX secolo

di H. Pirenne, Introduzione a Le mouvement économique et social (tr. it. di M. Grasso, Storia economica e sociale del Medioevo, Milano 1997, pp. 33-44).

 

Per comprendere pienamente il risanamento economico che si è operato nell’Europa occidentale a partire dal XI secolo, è importante innanzitutto rivolgere uno sguardo al periodo precedente.

 

Rottura dell’equilibrio economico dell’antichità

 

Mosaico raffigurante un trasbordo da una nave all'altra. Ostia Antica.

Mosaico raffigurante un trasbordo da una nave all’altra. Ostia Antica.

Dal punto di vista in cui sarà opportuno collocarci, appare subito chiaro che i regni barbarici fondati nel V secolo sul suolo dell’Europa occidentale avevano conservato il carattere più evidente ed essenziale della civiltà antica, il suo carattere mediterraneo[1]. Il mare interno, attorno al quale erano nate tutte le civiltà del mondo antico e tramite il quale avevano comunicato le une con le altre, che era stato il veicolo delle loro idee e del loro commercio, che l’Impero romano aveva finito per inglobare interamente e verso cui convergeva l’attività di tutte le sue province, dalla Bretagna all’Eufrate, anche dopo le invasioni barbariche non aveva cessato di svolgere la sua funzione tradizionale. Per i barbari stabilitisi in Italia, in Africa, in Spagna e in Gallia, quel mare restava la grande via di comunicazione con l’Impero bizantino, e le relazioni che sussistevano con quest’ultimo consentivano la continuazione di una vita economica nella quale è impossibile non vedere il diretto prolungamento di quella dell’antichità. Basterà rammentare qui l’attività della navigazione siriana dal V all’VIII secolo tra i porti dell’Occidente e quelli dell’Egitto e dell’Asia minore, la conservazione da parte dei re germanici del soldo aureo romano, insieme strumento e simbolo dell’unità economica del bacino mediterraneo, e infine l’orientamento generale del commercio verso le coste di questo mare che gli uomini avrebbero potuto ancora chiamare, con altrettante buone ragioni dei Romani, Mare nostrum.

Furono necessari il brusco ingresso in scena dell’Islam nel corso del VII secolo e la sua conquista delle coste orientali, meridionali e occidentali del grande lago europeo per collocare quest’ultimo in una situazione completamente nuova, le cui conseguenze dovevano influire su tutto il corso ulteriore della storia[2]. Ormai il Mediterraneo non è più il legame millenario tra l’Oriente e l’Occidente che era stato fino ad allora: è diventato al contrario una barriera. Se l’Impero bizantino, grazie alla sua flotta armata, riesce a respingere l’offensiva musulmana dal Mar Egeo, dall’Adriatico e dalle coste meridionali dell’Italia, in compenso il mar Tirreno finisce interamente in balia dei Saraceni. Tramite l’Africa e la Spagna costoro lo chiudono a sud e a ovest, mentre il possesso delle isole Baleari, della Corsica, della Sardegna e della Sicilia fornisce loro basi navali che finiscono per consolidarne il predominio. A partire dall’inizio dell’VIII secolo, in questo grande quadrilatero marittimo il commercio europeo non ha più storia. Il movimento economico si orienta ormai decisamente verso Baghdad. I cristiani, dirà pittorescamente Ibn Khaldūn, «non riescono più a farvi galleggiare nemmeno una tavola»[3]. Su queste sponde, che un tempo corrispondevano tra loro in una comunanza di costumi, bisogni e idee, si affrontano ora due civiltà, o per meglio dire due mondi estranei e ostili, quello della Croce e quello della Mezzaluna. L’equilibrio economico dell’Antichità, che era sopravvissuto alle invasioni germaniche, è crollato sotto l’invasione dell’Islam. I Carolingi gli hanno impedito di estendersi a nord dei Pirenei, ma non hanno potuto, né d’altronde, consapevoli della loro impotenza, hanno tentato di riprendergli il mare. L’impero di Carlo Magno, in netto contrasto con la Gallia romana e con la Gallia merovingia, sarà un impero puramente terrestre o, se si vuole, continentale. E da questo grande fatto deriva necessariamente un ordine economico nuovo che è per l’appunto quello dell’alto Medioevo[4].

 

Saraceni e cristiani in Occidente

Ricostruzione grafica di un cavaliere beduino del nord Africa di A. McBride.

Ricostruzione grafica di un cavaliere beduino del nord Africa di A. McBride.

La storia successiva, che ci offre lo spettacolo di tanti debiti contratti dai cristiani con la superiore civiltà dei Musulmani, non deve creare illusioni circa i rapporti che si sono instaurati inizialmente tra gli uni e gli altri. È vero che, dal IX secolo, i Bizantini e soprattutto Venezia, hanno trafficato più o meno attivamente con gli Arabi di Sicilia, Africa, Egitto e Asia minore. Ma in Europa occidentale le cose sono ben diverse. Qui, l’antagonismo delle due confessioni le mantiene, l’una nei confronti dell’atra, in costante assetto di guerra. I pirati saraceni infestano senza tregua il litorale del golfo del Leone, la riviera di Genova, le coste della Toscana e quelle della Catalogna. Saccheggiavano Pisa nel 935 e nel 1004, distruggono Barcellona nel 985. Prima dell’inizio dell’XI secolo, non si rileva la minima traccia di interscambio tra queste regioni e i porti saraceni della Spagna e dell’Africa. L’insicurezza delle coste è tale che il vescovado di Maguelonne deve essere ricondotto a Montpellier. Anche la terraferma non è al riparo dalle imprese del nemico. È noto che nel X secolo i Musulmani insediano nelle Alpi, a La Garde-Frainet, un avamposto militare da cui taglieggiano o massacrano i pellegrini e i viandanti che dalla Francia si recano in Italia. Il Rossiglione, alla stessa epoca, vive nel terrore per via delle scorrerie che essi spingono al di là dei Pirenei. Nell’846, bande saracene si erano inoltrate fino a Roma e avevano assediato Castel Sant’Angelo. In queste condizioni, la vicinanza dei Saraceni per i cristiani d’Occidente non poteva non comportare dei disastri irreparabili: troppo deboli per pensare di passare alla controffensiva, ripiegano pavidamente su se stessi e abbandonano agli avversari il mare sul quale non osano più avventurarsi. Invero, dal IX all’XI secolo l’Occidente è rimasto per così dire «imbottigliato». Gli ambasciatori che di tanto in tanto sono ancora inviati a Costantinopoli, i pellegrini che in buon numero si dirigono ancora verso Gerusalemme, raggiungono tutti faticosamente la loro meta solo passando dall’Illiria e dalla Tracia, oppure scendendo fin nel sud dell’Italia, dove le navi greche di Bari li traghettano sulla sponda opposta dell’Adriatico. Non è comunque consentito, come talora si fa, addurre questi viaggi come prova della persistenza della navigazione mediterranea occidentale dopo l’espansione islamica. Questa navigazione è morta e sepolta.

 

Scomparsa del commercio in Occidente

E il movimento commerciale non è sopravvissuto a questa navigazione, dal momento che essa non era la vena feconda. È agevole dimostrare che, fintantoché è rimasta attiva, è stata la navigazione a mantenere in vita il traffico nei porti di Italia, Africa, Spagna e Gallia, come pure nel loro entroterra. Se si leggono i documenti di cui disponiamo, malauguratamente troppo rari, non si può dubitare che, fino alla conquista araba, una classe di mercanti di professione sia stata in ogni regione lo strumento di un commercio di esportazione e di importazione di cui si può discutere l’importanza, ma non l’esistenza. Grazie a essa, le città romane sono rimaste centri d’affari e i punti di concentrazione di una circolazione che, dalla costa, si propagava verso il Nord, almeno fino alla valle del Reno, facendovi penetrare il papiro, le spezie, i vini orientali e l’olio sbarcati sulle coste del Mediterraneo[5].

La chiusura di questo mare a causa dell’espansione islamica del VII secolo ha avuto come necessaria conseguenza il rapidissimo deperimento di questa attività. Nel corso dell’VIII secolo, l’interruzione del commercio porta con sé la scomparsa dei mercanti. La vita urbana, che si perpetuava proprio grazie a quei mercanti, svanisce insieme a loro. Le città romane continuano indubbiamente a sopravvivere perché, in quanto centri dell’amministrazione diocesana, i vescovi vi mantengono la loro residenza e raccolgono attorno a sé un numeroso clero; ma esse perdono ogni significato economico insieme alla loro amministrazione municipale. Si manifesta un impoverimento generale. Il numerario aureo sparisce per far posto alla moneta d’argento con cui i Carolingi sono costretti a sostituirlo. Il nuovo sistema monetario che istituiscono al posto del vecchio soldo aureo romano è la prova evidente della loro rottura con l’economia antica o, per meglio dire, con l’economia mediterranea.

 

 

Regresso economico sotto i Carolingi

 

È un palese errore considerare il regno di Carlo Magno, come quasi sempre si fa, un’epoca di ascesa economica. Si tratta solo di un illusorio miraggio. In realtà, paragonato al periodo merovingio, il periodo carolingio appare, dal punto di vista commerciale, un’epoca di decadenza o, se si preferisce, di regresso[6]. Quand’anche avesse tentato, Carlo Magno non avrebbe potuto impedire le conseguenze ineluttabili della scomparsa del traffico marittimo e della chiusura dei mari.

È verissimo che queste conseguenze non interessarono le regioni del Nord con la stessa intensità avvertita in quelle del Sud. Durante la prima metà del IX secolo, i porti di Quentovic (oggi Étaples, sulla Canche) e di Duurstede (sul Reno, a nord di Utrecht) continuarono a essere piuttosto frequentati; la flotta mercantile frisona seguitò a percorrere la Schelda, la Mosa e il Reno, e a dedicarsi al cabotaggio sulle rive del Mare del Nord[7]. Ma bisogna guardarsi dal considerare questi fatti come sintomi di rinascita. Sono soltanto il prolungamento di un’attività che risale all’Impero romano e che si era perpetuata in epoca merovingia[8]. È possibile, anzi probabile, che la presenza abituale della corte imperiale ad Aquisgrana e la necessità di approvvigionare il suo numerosissimo personale abbiano contribuito, non solo a sostenere, ma anche a sviluppare la circolazione nei territori circostanti e a fare di essi l’unica regione dell’Impero in cui si osserva ancora una certa attività commerciale. Comunque sia, del resto, i Normanni non tardarono a metter fine a quest’ultima sopravvivenza del passato. Quentovic e Duurstede furono da loro saccheggiate e distrutte prima della fine del IX secolo, con tanta pervicacia e scrupolosità che i due porti non riuscirono più a risollevarsi dalla rovina.

Si potrebbe credere, e talvolta si è creduto, che la valle del Danubio si sia sostituita al Mediterraneo come grande via di comunicazione tra Oriente e Occidente. Avrebbe potuto, in effetti, se non fosse stata resa inaccessibile, prima dagli Avari e poi, subito dopo, dai Magiari. Tutto ciò che i testi ci permettono di intravedere su questo versante europeo è la circolazione di poche imbarcazioni cariche di sale proveniente dalle saline di Salisburgo. Quanto al presunto commercio con gli Slavi pagani delle rive dell’Elba e della Saale, si limitava a losche operazioni di avventurieri, i quali cercavano di fornire armi a quei barbari o di comprare, per rivenderli poi come schiavi, i prigionieri di guerra che le truppe carolingie facevano fra quei pericolosi vicini dell’Impero. Basta leggere i capitolari per convincersi che su quei confini militari, dove l’insicurezza regnava in pianta stabile, non c’era alcun traffico normale e regolare.

 

Carattere agricolo della società dal IX secolo in poi

Ciò che appare in tutta evidenza è che, dalla fine dell’VIII secolo, l’Europa occidentale è regredita allo stato di una regione puramente agricola. La terra è l’unica fonte di sostentamento e il solo requisito della ricchezza. Tutte le classi della popolazione, a partire dall’imperatore, il quale non ha altre rendite salvo quelle dei suoi possedimenti fondiari, fino al più umile dei servi, vivono direttamente o indirettamente dei prodotti del suolo, sia che li ottengano col proprio lavoro, sia che li limitino a percepirli sotto forma di canoni e a consumarli. La ricchezza mobiliare non ha più alcun impiego economico. Tutta l’esistenza sociale è fondata sulla proprietà o sul possesso della terra. Donde l’impossibilità per lo Stato di mantenere un sistema militare e un’amministrazione che non poggino su di essa. L’esercito ormai si recluta soltanto tra i detentori di feudi, e i funzionari solo tra i grandi proprietari. In simili circostanze, diventa impossibile salvaguardare la sovranità del capo dello Stato. Se questa sovranità esiste in linea di principio, di fatto scompare. Il sistema feudale non è altro che lo sbriciolamento del potere pubblico tra le mani dei suoi funzionari che, per il fatto stesso di possedere ciascuno una parte del territorio, sono diventati indipendenti e considerano le loro attribuzioni come parte del loro patrimonio. In fin dei conti, la comparsa del feudalesimo in Europa occidentale nel corso del IX secolo è soltanto la ripercussione, nell’ordine politico, del ritorno della società a una civiltà puramente rurale.

 

 

I latifondi

Dal punto di vista economico, il fenomeno più evidente e più caratteristico di questa civiltà è il latifondo. Indubbiamente, la sua origine è molto più antica ed è facile ricostruire la filiazione che lo ricollega a un passato assai remoto. Grandi proprietari esistevano in Gallia già prima di Cesare, come ne esistevano in Germania prima delle invasioni. L’Impero romano ha lasciato sopravvivere i latifondi gallici, che con estrema rapidità si sono adattati all’organizzazione di quelli del popolo vincitore. La villa gallica dell’epoca imperiale, con la sua riserva devoluta al proprietario e i suoi innumerevoli censi di coloni, presenta il tipo di sfruttamento rurale descritto dagli agronomi italiani da Catone in poi. Così com’era, essa ha attraversato indenne il periodo delle invasioni germaniche. La Francia merovingia l’ha conservata e la Chiesa l’ha introdotta al di là del Reno di pari passo con la conversione di quelle regioni al cristianesimo[9].

 

Assenza di sbocchi

L’organizzazione feudale basata sul latifondo non costituisce una novità da nessun punto di vista. Ciò che è nuovo è, se così si può dire, il suo funzionamento come conseguenza dell’eclissi del commercio e delle città. Fintantoché il primo era stato capace di trasportare i suoi prodotti e le seconde di offrirgli un mercato, il latifondo aveva disposto e conseguentemente approfittato di una vendita regolare all’esterno. Partecipava all’attività economica generale come produttore di derrate alimentari e come consumatore di manufatti. In altri termini, si trovava in una situazione di mutuo scambio con il mondo esterno. D’un tratto la situazione cambia, perché non esistono più né mercanti né una popolazione cittadina. A chi vendere, se non ci sono più compratori? Dove smerciare una produzione che nessuno reclama, dal momento che nessuno ne ha più bisogno? Ciascuno vive della sua terra, quindi non si preoccupa dell’intervento altrui, e per forza di cose, in assenza di domanda, il produttore terriero diventa il solo consumatore dei suoi prodotti. Così, ogni possedimento si consacra a quel genere di economia che abbastanza impropriamente si designa col termine di economia dominicale chiusa, ma che invero altro non è che un’economia senza sbocchi.

A questo stato di cose non ci si rassegna di buon grado, ma coattivamente. Se non si vende più, non è perché non si vuol vendere, ma perché non ci sono più compratori disponibili. In mancanza di meglio, fu necessario adattarsi alla situazione. Il signore dovette arrangiarsi, non soltanto per vivere della sua riserva e delle prestazioni dei suoi contadini, ma anche per potersi procurare all’interno, visto che non avrebbe potuto farlo altrove, gli utensili e gli indumenti indispensabili alla coltivazione delle sue terre e all’abbigliamento dei suoi domestici. Da ciò il sorgere di quei laboratori artigiani o di quei «ginecei» così peculiari dell’organizzazione dominicale dell’alto Medioevo, e che non hanno altro scopo se non quello di supplire alla carenza del commercio e dell’industria.

 

 

Il commercio occasionale

Va da sé che un simile stato di cose è inevitabilmente esposto ai rischi del clima. Se un raccolto viene a mancare, le provviste accumulate nei granai in vista della carestia si esauriscono presto e bisogna ingegnarsi per procurarsi il grano indispensabile. Allora si inviano per il paese dei servi incaricati di farne rifornimento presso qualche vicino più fortunato o in qualche regione dove regna l’abbondanza. Per munirli di denaro, il signore ha fatto fondere il vasellame nella più vicina zecca, oppure si è indebitato con l’abate di un monastero dei dintorni. Si genera così a tratti, sotto l’influsso dei fenomeni atmosferici, un commercio occasionale che continua a mantenere sulle strade e sui corsi d’acqua una circolazione intermittente. Può altresì capitare che, negli anni di prosperità, si cerchi con gli stessi mezzi di vendere all’estero l’eccellenza della propria vendemmia o del proprio raccolto. Infine, un condimento necessario alla vita, il sale, si trova solo in certe regioni, dove si è dunque costretti ad andare pur di procurarselo. Ma, ancora una volta, in tutto questo non si può ravvisare alcuna specifica attività commerciale, né tantomeno professionale. Il mercante si improvvisa, se così si può dire, secondo le circostanze. La vendita e l’acquisto non sono l’occupazione normale di nessuno. Sono espedienti cui si fa ricorso quando la necessità lo impone.

Il commercio ha cessato completamente di essere uno dei rami dell’attività sociale, al punto che ogni feudo si sforza di far fronte con i propri stessi fondi a ogni bisogno interno. Per questo si vedono le abbazie delle regioni prive di vigneti, come per esempio i Paesi Bassi, darsi da fare per ottenere la donazione di terre coltivate a vite, sia nel bacino della Senna, sia nelle valli del Reno e della Mosella, al fine di potersi così assicurare ogni anno un rifornimento di vino[10].

 

I mercati locali

L’abbondanza di mercati sembra a prima vista in contraddizione con la paralisi commerciale dell’epoca. Difatti, a partire dall’inizio del IX secolo, i mercati pullulano e se ne istituiscono continuamente di nuovi. Ma la loro stessa quantità è la prova della loro scarsa rilevanza. Solo la fiera di Saint-Denis, nei pressi di Parigi (fiera del Lendit), attira abbastanza da lontano, una volta all’anno, al tempo stesso pellegrini, venditori e compratori occasionali. Al di fuori di essa si trova solo una moltitudine di piccoli mercati settimanali dove i contadini dei paraggi mettono in vendita qualche uovo, qualche pollo, qualche libbra di lana o qualche auna di rozzo panno tessuto in casa. La natura delle transazioni che vi si effettuano risulta con sufficiente chiarezza dal fatto che vi si vende per denaratas, vale a dire per quantità che non superino il valore di pochi denari[11]. Insomma, l’utilità di questi piccoli assembramenti si limitava a soddisfare i bisogni familiari della popolazione circostante e, con ogni probabilità, come avviene ancor oggi presso i Cabili, anche a soddisfare quell’istinto di socievolezza che è proprio di tutti gli uomini. Essi costituiscono l’unica distrazione offerta da una società cristallizzata nel lavoro della terra. Il divieto, imposto da Carlo Magno ai servi dei suoi possedimenti, di «vagare per i mercati» dimostra che questi ultimi vi erano attirati assai più dal desiderio di divertirsi che dalla smania degli affari[12].

 

Gli Ebrei

Mercanti di professione, dunque, per quanto si cerchino, non se ne trovano, o meglio si trovano solo gli Ebrei. Soltanto loro, a partire dagli inizi dell’epoca carolingia, praticano regolarmente il commercio, tanto che, nella lingua del tempo, la parola Judaeus e la parola mercator appaiono quasi sinonimi. Un certo numero di essi risiede nel sud della Francia, ma la maggior parte proviene dai paesi musulmani del Mediterraneo, dai quali, attraverso la Spagna, raggiunge l’Occidente e il nord dell’Europa. Sono i Radaniti, perenni viaggiatori, il tramite che mantiene ancora un superficiale contatto con le regioni orientali[13]. D’altronde, il commercio cui si dedicano riguarda esclusivamente le spezie e le stoffe pregiate che laboriosamente trasportano dalla Siria, dall’Egitto e da Bisanzio nell’Impero carolingio. Grazie a loro, le chiese possono procurarsi l’incenso indispensabile alla celebrazione delle funzioni e, di tanto in tanto, quelle ricche stoffe di cui i tesori delle cattedrali hanno conservato fino ai giorni nostri rari esemplari. Importano pepe, condimento divenuto così raro e così costoso che talvolta lo si impiega come moneta, e smalti o avori di fabbricazione orientale, che costituiscono il lusso dell’aristocrazia. I commercianti ebrei si rivolgono dunque a una clientela assai ristretta. I profitti da loro realizzati dovettero essere assai considerevoli ma, a conti fatti, il loro ruolo economico deve essere considerato secondario. Con la loro scomparsa, l’ordine sociale non avrebbe perso nulla di essenziale.

 

Carattere della società dal IX secolo

E così, da qualunque angolazione la si esamini, a partire dal IX secolo l’Europa occidentale ci appare come una società essenzialmente rurale e in cui lo scambio e la circolazione dei beni sono ridotti al livello più basso mai raggiunto. La classe mercantile è scomparsa. A determinare la condizione degli uomini, sono ora i loro rapporti con la terra. Una minoranza di proprietari ecclesiastici o laici ne detiene la proprietà; sotto di loro, una moltitudine di tributari si ripartisce l’ambito dei feudi. Chi ha la terra ha insieme a essa la libertà e la potenza: il proprietario ne è al tempo stesso signore; chi ne è privo è ridotto alla servitù: il termine villano designa infatti tanto il contadino di un feudo (villa) quanto il servo. Poco importa che qua e là, nella popolazione contadina, pochi individui abbiano conservato per buona sorte la loro terra e conseguentemente la loro libertà personale. In linea di massima, la servitù è la normale condizione della popolazione agricola, ossia di tutta la popolazione. Indubbiamente le sfumature sono numerose in questa servitù, nella quale s’incontrano, accanto a uomini ancora assai vicini all’antica schiavitù, i discendenti di piccoli proprietari spossessati o che sono entrati volontariamente nella clientela dei grandi. Il fatto essenziale non è tanto la condizione giuridica quanto quella sociale, e quest’ultima riduce al ruolo di dipendenti, di sfruttati, ma al tempo stesso di protetti, tutti coloro che vivono sulle terre signorili.

 

Preponderanza della Chiesa

In questo mondo rigorosamente gerarchizzato, il primo e più importante posto spetta alla Chiesa. Essa vi possiede sia il potere economico che l’ascendente morale. I suoi innumerevoli possedimenti superano per estensione quelli della nobiltà, così come anche le è superiore la sua istruzione. Per giunta, soltanto la Chiesa dispone, grazie alle oblazioni dei fedeli e alle elemosine dei pellegrini, di una fortuna monetaria che in tempo di carestia le consente di prestare denaro ai laici bisognosi. Infine, in una società ricaduta nell’ignoranza generale, essa sola detiene due strumenti indispensabili della cultura, ossia la lettura e la scrittura, e nel suo seno i re devono necessariamente reclutare i cancellieri, i segretari, i «notai», insomma tutto quel personale colto di cui non possono assolutamente fare a meno. Dal IX all’XI secolo, tutta l’alta amministrazione è di fatto nelle sue mani. Il suo spirito vi domina come domina nelle arti. L’organizzazione dei suoi feudi è un modello che invano i feudi della nobiltà cercheranno di emulare, poiché solo nella Chiesa si trovano uomini capaci di redigere polittici, di tenere registri contabili, di calcolare entrate e spese e, pertanto, di mantenerle in pareggio. Dunque la Chiesa non è soltanto la grande autorità morale di quel tempo, ne è anche la grande potenza finanziaria.

 

Ideale economico della Chiesa

E la concezione ecclesiastica del mondo si adatta meravigliosamente alle condizioni economiche di quell’epoca, in cui la terra è il solo fondamento dell’ordine sociale. Infatti la terra è stata data da Dio agli uomini per metterli in grado di vivere in questo mondo in vista della salvezza eterna. Lo scopo del lavoro non è arricchirsi, ma di mantenersi nella condizione in cui si è nati, in attesa del passaggio dalla vita mortale alla vita eterna. La rinuncia monastica è l’ideale al quale tutta la società deve tendere. Ambire alla fortuna equivale a cadere nel peccato di avarizia. La povertà ha un’origine divina e un precetto provvidenziale. Sta ai ricchi alleviarla con la carità, di cui i monasteri danno loro l’esempio. Che l’eccedenza dei loro raccolti sia dunque messa da parte per poter essere ripartita gratuitamente, come le abbazie anticipano gratuitamente le somme che i nobili chiedono loro in prestito in caso di bisogno.

 

Proibizione dell’usura

«Mutuum date nihil inde sperantes». Il prestito a interesse o, per usare il termine tecnico che lo designa e che da allora assume il significato peggiorativo conservato ancora ai nostri giorni, l’usura, è un abominio. Proibita da sempre al clero, dal IX secolo la Chiesa è riuscita a farla interdire ai laici, riservandone la giurisdizione ai propri tribunali. D’altronde, il commercio in genere non è meno degno di condanna del commercio di denaro. Anch’esso è pernicioso per l’anima poiché la distoglie dal suo fine ultimo. «Homo mercator vix aut nunquam potest Deo placere»[14].

È facile osservare l’armoniosa corrispondenza di questi principi con i fatti e quanto l’ideale ecclesiastico si adatti alla realtà. Questo ideale giustifica lo stato di cose da cui la Chiesa stessa è la prima a trarre vantaggio. La condanna dell’usura, del commercio, del profitto per il profitto: cosa c’è di più naturale e, in questi secoli in cui ogni feudo basta a se stesso e costituisce normalmente un piccolo mondo chiuso, cosa di più benefico se si pensa che solo la carestia costringe a rivolgersi agli altri e quindi esporrebbe a tutti gli abusi della speculazione, dell’usura, dell’accaparramento, insomma alla tentazione fin troppo forte di sfruttare il bisogno, se proprio questi abusi non fossero condannati dalla morale religiosa? Naturalmente, dalla teoria alla pratica ce ne corre, e gli stessi monasteri non si sono fatti scrupolo di trasgredire assai spesso i divieti della Chiesa. Ciò non toglie tuttavia che essa abbia così profondamente pervaso il mondo del suo spirito che gli occorreranno lunghi secoli per abituarsi alle nuove pratiche che la futura rinascita economica a venire reclamerà e per imparare ad accettare senza troppe riserve la legittimità dei profitti commerciali, dell’investimento del capitale e del prestito a interesse.

Note

[1] Questa verità oggi è generalmente riconosciuta, anche da quegli storici che ritengono che le invasioni del V secolo abbiano sconvolto e trasformato al civiltà sotto ogni altro aspetto. Vedi F. Lot, Histoire du Moyen Age, t. I, Histoire générale, p. 347. A. Dopsch, Wirtschaftliche und soziale Grundlagen der Europäischen Kulturenentwickelung aus der Zeit von Caesar bis auf Karl den Grossen, Vienna 1923-242, 2 voll., ha il merito di aver dimostrato che non esiste «cesura» nella storia economica tra il periodo anteriore all’insediamento dei Germani nell’Impero e quello che segue.

[2] H. Pirenne, Mahomet et Charlemagne, Paris 1992 (1e ed. Bruxelles 1937) e Un contraste économique. Mérovingiens et Carolingiens, in RBPH 2 (1923), pp. 223-235; e dello stesso: Les villes du Moyen Age, p. 7 sgg. (Bruxelles 1927). Questo punto di vista ha sollevato obiezioni che non è possibile prendere in esame in questa sede. Se ne troverà un’esposizione in H. Laurent, Les travaux de M. Henri Pirenne sur la fin du monde antique et les débuts du Moyen Age, Byzantion 7 (1932), pp. 495-509.

[3] G. Marçais, in Histoire et historiens de l’Algérie, Paris 1931, p. 212, dice assai bene: «Dopo che la Berberia è diventata terra d’Islam, per tutta la durata del Medioevo, salvo eccezioni, i ponti tra essa e l’Europa cristiana sono quasi del tutto tagliati… Diviene una sorta di provincia del mondo orientale». Devo la conoscenza del testo di Ibn Khaldun a una cortese comunicazione del signor Marçais.

[4] H. Pirenne, Un contraste économique, cit.

[5] P. Scheffer-Boichorst, Kleinere Forschungen zur Geschichte des Mittelalters, IV: Zur Geschichte der Syrer im Abendlande, MIÖG 6 (1885), pp. 521-550; L. Brehier, Les colonies des Orientaux en Occident au commencement du Moyen Age, ByzZ 12 (1903), pp. 1-39; J. Ebersolt, Orient et Occident, Paris 1929, pp. 26 ss.; H. Pirenne, Le commerce du papyrus dans la Gaule mérovingienne, CRAI 2 (1928), pp. 178-191; dello stesso, Le cellarium fisci. Une institution économique des temps mérovingiens, Bull.Acad.r.Belg 16 (1930), pp. 201-211.

[6] L. Halphen, Études critiques sur l’histoire de Charlemagne: les sources de l’histoire de Charlemagne, la conquete de la Saxe, le couronnement imperial, l’agriculture et la propriete rurale, l’industrie et le commerce, Paris 1921, pp. 239 ss.; H. Pirenne, Mahomet et Charlemagne, cit.

[7] O. Fengler, Quentowic, seine maritime Bedeutung unter Merowingern und Karolingern, HGbll 24 (1907), pp. 91-107; H. Pirenne, Draps de Frise ou draps de Flandre?, VSWG 7 (1909), p. 308-316; H. Poelman, Geschiedenis van den handel van Noordnederland gedurende het Merowingische en Karolingische tijdperk, Amsterdam 1908.

[8] F. Cumont, Comment la Belgique fut romanisée, Bruxelles 19192.

[9] Su tutto questo mi accontento di rinviare il lettore alle eccellenti pagine di M. Bloch, Les caractères originaux de l’histoire rurale française, Paris 1931, p. 67 ss.

[10] H. van Werveke, Comment les établissements religieux belges se procuraient-ils du vin au haut Moyen Age?, RBPh 2 (1923), pp. 643-662.

[11] Edictus pistense, 20, in MGH, Capitularia regum Francorum, A. Boretius – V. Krause (Hg.), t. II, Hannoverae 1897, p. 319.

[12] Capitulare de villis, 54, in MGH, Capitularia regum Francorum, A. Boretius (Hg.), t. I, Hannoverae 1883, p. 88.

[13] Vedere in proposito il Livre des routes et des provinces di Ibn Khordadbeh (850 ca.), nella traduzione di C. Barbier de Maynard, JA 5 (1865), pp. 5-127.

[14] L. Goldschmidt, Universalgeschichte des Handelsrechts, t. I, Stuttgart 1891, p. 139.

Dalla barbarie alla cultura

Il filone di tradizioni culturali sostenuto dall’opera dei grandi vescovi della Spagna visigotica, quello che si diramava sul continente dalle fervide scuole monastiche d’Irlanda e d’Inghilterra, quello che rappresentava la ripresa della latinità durante l’ultimo periodo del regno longobardo (anche sotto l’influenza dei profughi africani e greco-orientali) convergono, rifluendo da zone periferiche, e s’intrecciano integrandosi e rinsaldandosi a vicenda, nella cosiddetta “Rinascita carolina”. Cosiddetta, ma – è opportuno sottolinearlo subito, senza con ciò nulla detrarre alla sua importanza – in realtà ben lontana non solo dalla portata, sì anche e soprattutto dallo spirito della futura Rinascita italiana, con la quale non regge il paragone implicito nell’uso della medesima denominazione, ancorché tale uso, introdotto dagli storici ottocenteschi, possa trovare appiglio nelle immagini iperboliche con cui taluno fra i suoi contemporanei e diretti collaboratori volle esaltare l’opera di Carlo Magno.
Essa è consistita essenzialmente in una deliberata ed energica azione d’accentramento e mobilitazione delle migliori forze culturali disponibili, anzitutto per rialzare il livello di preparazione del clero franco, gravemente scaduto durante l’epoca merovingia, restaurando gli studi con una sistematica organizzazione delle scuole abbaziali ed episcopali. Ne è documento fondamentale l’epistola De litteris colendis, scritta fra il 780 e l’800, indirizzata originariamente a Baugulfo abate di Fulda (il maggiore monastero germanico, fondato nel 744 da un discepolo dell’evangelizzatore Bonifacio, sede già di una scuola missionaria) e diramata poi come circolare a tutti gli abati e vescovi del regno:

Carlo Magno e Pipino il Gobbo. Miniatura da un manoscritto, del 991, delle 'Leges Barbarorum', copia del manoscritto originale dell'830 circa (Annali di Fulda).

Carlo Magno e Pipino il Gobbo. Miniatura da un manoscritto, del 991, delle ‘Leges Barbarorum’, copia del manoscritto originale dell’830 circa (Annali di Fulda).

Carolus, gratia Dei rex Francorum et Langobardorum ac patricius Romanorum, Baugulfo abbati et omni congregationi, tibi etiam commissis fidelibus oratoribus nostris, in omnipotentis Dei nomine amabilem direximus salutem.
Notum igitur sit Deo placitæ devotioni vestræ, quia nos una cum fidelibus nostris consideravimus utile esse, ut episcopia et monasteria nobis Christo propitio ad gubernandum commissa præter regularis vitæ ordinem atque sanctæ relegionis conversationem etiam in litterarum meditationibus eis qui donante Domino discere possunt secundum uniuscuisque capacitatem docendi studium debeant impendere, qualiter, sicut regularis norma honestatem morum, ita quoque docendi et discendi instantia ordinet et ornet seriem verborum, ut, qui Deo placere appetunt recte vivendo, ei etiam placere non neglegant recte loquendo. Scriptum est enim: «Aut ex verbis iustificaberis, aut ex verbis tuis condempnaberis». Quamvis enim melius sit bene facere quam nosse, prius tamen est nosse quam facere. Debet ergo quisque discere quod optat implere, ut tanto uberius quid agere debeat intelligat anima, quanto in omnipotentis Dei laudibus sine mendaciorum offendiculis cucurrerit lingua. Nam, cum omnibus hominibus vitanda sint mendacia, quanto magis illi secundum possibilitatem declinare debent, qui ad hoc solummodo probantur electi, ut servire specialiter debeant veritati. Nam, cum nobis in his annis a nonnullis monasteriis sæpius scripta dirigentur, in quibus quod pro nobis fratres ibidem commorantes in sacris et piis oratiunibus decertarent significaretur, congovimus in plerisque præfatis conscriptionibus eorundem et sensus rector et sermones incultos; quia, quod pia devotio interius fideliter dictabat, hoc exterius propter neglegentiam discendi lingua inerudita exprimere sine reprehensione non valebat. Unde factum est ut timere inciperemus ne forte, sicut minor erat in scribendo prudentia, ita quoque et multo minor esset quam recte debuisset in sanctarum scripturarum ad intellegendum sapientia. Et bene novimus omnes quia, quamvis periculosi sint errores verborum, multo periculosiores sunt errores sensuum. Quamobrem hortamur vos litterarum studia non solum non neglegere, verum etiam humillima et Deo placita intentione ad hoc certatim discere, ut facilius et rectius divinarum scripturarum mysteria valeatis penetrare. Cum autem in sacris paginis scemata, tropi et cætera his similia inserta inveniantur, nulli dubium est quod ea unusquisque legens tanto citius spiritaliter intelligit, quanto prius in litteraturæ magisterio plenius instructus fuerit. Tales vero ad hoc opus viri eligantur, qui et voluntatem et possibilitatem discendi et desiderium habeat alios instruendi. Et hoc tantum ea intentione agatur, qua devotione a nobis præcipitur.
Optamus enim vos, sicut decet ecclesiæ milites, et interius devotos et exterius doctos castosque bene vivendo et scolasticos bene loquendo, ut, quicumque vos propter nomen Domini et sanctæ consversationis nobilitatem ad vivendum expetierit, sicut de aspectu vestro ædificatur visus, ita quoque de sapientia vestra, quam in legendo seu cantando perceperit, instructus, omnipotenti Domino gratias agendo gaudens recedat.
Huius itaque epistulæ exemplaria ad omnes suffragantes tuosque coepiscopos et per universa monasteria dirigi non neglegas, si gratiam nostram habere vis.

Noi, Carlo, per grazia di Dio re dei Franchi e dei Longobardi e patrizio dei Romani, abbiamo indirizzato un amorevole saluto all’abate Baugulfo e a tutto il convento, e ai nostri fedeli interpreti che ti sono raccomandati.
Sia dunque noto alla vostra devozione gradita a Dio, che noi insieme con i nostri fedeli abbiamo riconosciuto utile che i vescovati e i monasteri per benevolenza di Cristo affidati al nostro governo debbano applicare studio, oltre che all’ordine della vita regolare e alle incombenze della santa religione, anche all’esercizio delle lettere, quanto per dono del Signore possono imparare e secondo la capacità di insegnare di ciascuno, per modo che, come le norme della regola all’onestà dei costumi, così la disciplina dell’insegnare e dell’imparare dia ordine ed ornamento ai discorsi, affinché quanti bramano piacere a Dio con la rettitudine della vita non trascurino di piacergli anche con la correttezza della parola. Sta scritto, infatti: «Per le tue parole sarai giustificato, o per le tue stesse parole sarai condannato». Benché invero operare il bene sia meglio che conoscerlo, tuttavia la conoscenza vien prima dell’azione. Deve dunque ciascuno apprendere quel che desidera compiere, di modo che tanto più pienamente l’anima intenda quel che debba operare, quanto più senza mende fallaci la lingua si sia sciolta alle lodi di Dio onnipotente. Che se gli errori devono essere evitati da tutti, quanto più devono guardarsene, secondo la loro possibilità, quelli che si testificano eletti a ciò solo: a servire in modo speciale la verità! In questi anni, infatti, essendo spessissimo a noi inviati da diversi monasteri scritti nei quali si significava che i frati in essi dimoranti si adoperavano in sante e pie preghiere per noi, in parecchi dei loro scritti suddetti abbiamo constatato sentimenti retti ed espressioni incolte, poiché la lingua inerudita per negligenza di studio non era capace di manifestare esternamente senza scorrettezze quel che la pia devozione internamente con schiettezza dettava. Da ciò è derivato che abbiamo cominciato a temere non forse, come minore era la prudenza nello scrivere, altrettanto e ancor più al di sotto del dovuto fosse il sapere adibito all’intelligenza delle sante scritture. E ben sappiamo tutti che, per quanto pericolosi sono gli errori di senso. Perciò vi esortiamo non solo a non trascurare lo studio delle lettere, ma a gareggiare in quest’apprendimento con intento umilissimo e grato a Dio, per rendervi abili a penetrare più facilmente e più rettamente i misteri delle divine scritture. Poiché nelle sacre pagine troviamo inserite costruzioni e figure retoriche e ogni altro artificio di tal fatta, non c’è alcun dubbio che leggendole ciascuno tanto più prontamente ne intenderà lo spirito, quanto più pienamente sarà stato prima istruito nella disciplina letteraria. A questo scopo si scelgano naturalmente tali persone che hanno volontà e possibilità di imparare e desiderio di istruire altri. E ciò si faccia soltanto con intenzione corrispondente alla devozione con la quale viene da noi ordinato.
Desideriamo, infatti, che voi siate, come conviene a soldati della Chiesa, internamente devoti ed esteriormente educati e casti in bene vivere e dotti in ben parlare, sicché chiunque vi abbia avvicinato per il nome del Signore e per la nobiltà della santa conversazione, come edificato alla vista del vostro aspetto, così addottrinato della vostra sapienza, che avrà costatato udendovi leggere o cantare, lieto si parta rendendo grazie al Signore onnipotente.
Pertanto, non trascurare che siano diramate copie di questa lettera a tutti i suffraganei e coepiscopi tuoi e per tutti i monasteri, se vuoi avere la nostra gratitudine.

Capitularia regum Francorum, t. I, p. 1, n.29, pp. 78-79.

Guerrieri carolingi. Miniatura del IX secolo, dal Salterio di S. Gallo, Biblioteca del Monastero di S. Gallo.

Guerrieri carolingi. Miniatura del IX secolo, dal Salterio di S. Gallo, Biblioteca del Monastero di S. Gallo.

In questa epistola – che nel rappresentare la situazione di fatto e nel dichiarare gli intendimenti del sovrano è così esplicita da non richiedere commento – è stata riconosciuta la mano di Alcuino (735-804), il dotto maestro formatosi alla scuola di York e incontrato da Carlo a Parma nel 781. In verità Alcuino, che alla preparazione culturale e all’abito pedagogico propri della tradizione anglosassone univa un particolare entusiasmo e talento organizzativo, può considerarsi il principale ispiratore e artefice della riforma degli studi voluta da Carlo Magno, e a questo titolo rimane, secondo il giudizio di Gilson, «uno degli uomini cui più deve la civiltà occidentale». Ma quella riforma – la cui necessità era già stata avvertita e la cui stessa realizzazione parzialmente avviata da Carlo Magno e da Pipino – rappresenta solo un aspetto del movimento culturale che si svolge intorno a Carlo Magno, favorito dall’ampliamento dei domini e dal consolidamento politico ed economico del potere regio; ed Alcuino è solo uno, nemmeno il primo, degli uomini che in tale movimento sono attratti a recare il contributo della loro diversa dottrina e delle loro diverse capacità personali. Accanto a lui c’è, per esempio, il monaco irlandese Dungal, che, oltre a scrivere versi gnomici e celebrativi, è in grado di trattare argomenti scientifici come la natura delle eclissi, e persino metafisici come il problema del nulla. L’hanno preceduto – venuti dall’Italia al seguito di Carlo, dopo la sua vittoria sui Longobardi (774) – il grammatico Pietro di Pisa, già maestro a Pavia, e il futuro patriarca di Aquileia, Paolino, anch’egli «artis grammaticæ magister», ma soprattutto teologo e poeta; cui si aggiunge poi per un quinquennio (782-786) un altro italo-longobardo quale lo storico e filologo Paolo Diacono, che mise a disposizione della corte la sua, sia pur profonda, conoscenza del greco, necessario per le trattative diplomatiche con l’Impero d’Oriente, e, ancor prima di comporre nel suo ritiro cassinese la sua nostalgica Historia Langobardorum, introdusse in Francia, con il Liber de episcopis Mettensibus, la storiografia episcopale. Sopraggiunge, un poco più tardi, il profugo ispano-visigoto Teodulfo, uomo ricco di cultura come di curiosità, letterato di raffinati gusti umanistici, teologo e poeta anche più dotato di Paolino. E altri ci sono, venuti in tempi diversi da paesi diversi, e tutti più o meno direttamente legati alla corte: Italo-longobardi come Fardulfo; Anglosassoni come i discepoli di Alcuino: Fredegiso, Wizone, Sigulfo; Irlandesi come Dicuil e i due “Scoti”, Clemente e Giuseppe; Ispano-visigoti come Agobardo e Claudio; e ci sono infine dei Franchi, per di più laici, come Angilberto e Eginardo.
È un’accolta che, se il termine non suonasse anacronistico, potremmo dire “internazionale”, e che dobbiamo ad ogni modo riconoscere eccezionale per quantità e qualità. Di questi uomini – a volta a volta maestri, segretari, esperti, consiglieri, funzionari – Carlo si giovò sia per organizzare ed attuare la sua riforma degli studi – estesa, con l’istituzione di una scuola palatina, anche ai laici della corte, «affinché ciascuno mandi suo figlio a scuola di lettere, ed ivi rimanga con la più intensa applicazione finché non sia stato ben istruito» (Leges, I, p. 107, n.12) – sia, più in generale, per meglio soddisfare a quelle varie esigenze della sua complessa azione di governo che richiedevano preparazione e prestigio culturale. Ma, di là dalla specifica attività pedagogica e dalle funzioni di carattere ufficiale, c’è da valutare il sentimento nuovo dei valori culturali e propriamente letterari, che non poteva non sprigionarsi in forme autonome, magari occasionali, dall’incontro di personalità e tradizioni diverse, in un ambiente di fervore intellettuale cui il mecenatismo del sovrano consentiva una serenità di lavoro, e anche di otia, non prima conosciuta.
Oltre alla “scuola”, c’è, insomma, quella che si suole designare come “accademia palatina”, ossia quel circolo letterario-cortigiano, che spontaneamente viene a formarsi fra i dotti familiari del re, attraverso la partecipazione a una medesima vita, le personali relazioni di amicizia, la comunanza d’interessi intellettuali, la comunicazione di letture e di problemi, lo scambio di esperienze e di scritti. Accanto all’attività culturale impegnata al servizio d’interessi e programmi politici e religiosi ben definiti (formazione dei quadri per l’Impero, unificazione della liturgia, revisione di testi ufficiali e allestimento di collezioni canoniche, chiarimento di dottrine ecclesiastiche e refutazione di eresie, redazioni di testi a carattere dispositivo o didascalico, documentario o celebrativo, e via dicendo), si sviluppa così una produzione letteraria più libera e disinteressata, di compiacimento individuale e di intrattenimento sociale, costituita soprattutto da lettere e versi di circostanza, seri e giocosi. Ora, proprio quest’attività “secondaria” è per noi del massimo interesse, in quanto più scopertamente ci svela i presupposti formativi, di cultura e di gusto, anche dell’altra, e più facilmente indulge, oltre i limiti ufficiali e convenzionali di quella, ad accenti ed atteggiamenti di tipo umanistico, che tradiscono un attenuarsi del rigorismo ecclesiastico, e se non giungono a superarne i principi teorici, ne neutralizzano in parte gli effetti pratici.
S’intende che un ritorno alla lettura dei classici è postulato dagli stessi intendimenti dell’attività più “impegnata”. Restaurazione degli studi vuol dire in primo luogo restaurazione di un latino più corretto: al quale scopo è indispensabile cercare un rinnovato contatto con le opere degli autori antichi. Ma quel che nell’attività “accademica” soprattutto si rivela è il carattere non meramente strumentale di tale ricerca. Il tono sentimentale della riscoperta. In realtà, quello che si riassume emblematicamente nella scritta del sigillo di Carlo – «renovatio Romani imperii» – , quel che si traduce e si esalta nel verso di Modoino, «Aurea Roma iterum renovata renascitur orbi» («L’aurea Roma, rinnovata ancora una volta, rinasce al mondo», Plæc. I 1, 385), non è soltanto un atteggiamento politico, sì anche – al di là dei programmi – un sentimento più intimo, che con sottile nostalgia e candido entusiasmo aspira a rinnovare la stessa vita spirituale dell’Antichità.
[…] Accanto a Virgilio, si rileggono di nuovo con entusiasmo Orazio e Ovidio, e di questo anche la poesia amorosa, della quale pare sia stato Teodulfo a reintrodurre, dalla Spagna, la conoscenza. Rientra in circolazione Cicerone, i cui trattati De inventione e De oratore, insieme con la Rhetorica ad Herennium a lui attribuita, resteranno le basi teoriche dell’arte letteraria per tutto il Medioevo. Autori come Livio e Svetonio, Lucano e Stazio, Quintiliano e Plinio ritrovano posto nelle biblioteche, accanto ad Agostino e Orosio, Ausonio e Prudenzio, Boezio e Cassiodoro. Come si attinge certezza di norme grammaticali da Donato e Prisciano, così si cerca lume d’insegnamenti pratici in Columella e Vitruvio, o calore di stimoli moralistici in Giovenale e nei Disticha Catonis.
È quindi naturale che le conseguenze di queste ritrovate letture vadano ben di là da una restaurazione della correttezza linguistica, giungendo a investire il gusto e lo spirito. Le citazioni dei classici si fanno frequenti, la loro imitazione tende a instaurarsi come norma di stile. I poeti utilizzano spesso, con tecnica centonatoria, versi e frammenti di versi antichi, così come gli architetti dell’epoca incorporano ai loro edifici colonne e marmi sottratti ai vecchi monumenti. Nel narrare la Vita Caroli, Eginardo ricalca la Vita Augusti di Svetonio al punto che la moderna critica può ben chiedersi quanto la sincerità storica ne resti deformata. Persino nozioni e figure esclusivamente cristiane appaiono talora sotto un curioso travestimento paganeggiante: come, nei versi di Alcuino, un san Pietro «detentore delle chiavi del cielo, che spalanca le porte dell’Olimpo» (Plæc. I 1, 335), che ai nostri occhi sembra piuttosto riaprire le porte della letteratura alla mitologia.
Tutto ciò non è senza pericoli; né si può dire che i pericoli passino inavvertiti. Scrupoli rigoristi, indubbiamente sinceri, si affacciano allo spirito degli stessi più diretti responsabili di questa ondata di umanesimo. Alcuino, che pure in gioventù era stato «Vergilii magis quam psalmorum amator», rimprovererà poi ai suoi allievi Sigulfo e Rigbono di fare altrettanto. Si direbbe che gli stessi argomenti didascalico-formali che Alcuino ripete da Cassiodoro non bastino a eliminare questi scrupoli, se – proprio nell’enumerare con visibile compiacimento le proprie letture classiche – Teodulfo sente il bisogno di addurre una più sottile giustificazione didascalico-morale […].
Il tipo d’interpretazione moralistico-allegorico cui qui si allude non costituisce, beninteso, una novità. Esso era già sorto in seno alla cultura pagana della tarda antichità. Già intorno al 400 Macrobio l’aveva applicata non solo a Virgilio, bensì anche al Somnium Scipionis di Cicerone; ma soprattutto la fortuna medievale di Virgilio, con la presunta profezia cristiana della IV egloga, è a esso strettamente legata. Sulla medesima linea, rimase per tutto il Medioevo una miniera di suggerimenti il De continentia virgiliana di Fulgenzio (seconda metà del V secolo). La spontanea convergenza tra quest’allegorismo virgiliano e il tradizionale allegorismo biblico precostituiva dunque una sorta di alibi, dietro di cui il risorto “umanesimo” riuscirà a trincerarsi – a prezzo, beninteso, d’ingenui o tendenziosi fraintendimenti – fino a saldatura di un umanesimo più spregiudicato e meglio fondato. […].

Rabano Mauro, accompagnato da Alcuino (al centro), nell'atto di presentare un libro all'Arcivescovo di Magonza, Otgar, (manuscriptum Fuldense ca. 831-840, Österreichische Nationalbibliothek Wien, cod. 625 f. 1v.).

Rabano Mauro, accompagnato da Alcuino (al centro), nell’atto di presentare un libro all’Arcivescovo di Magonza, Otgar, (manuscriptum Fuldense ca. 831-840, Österreichische Nationalbibliothek Wien, cod. 625 f. 1v.).

Dell’arbitrarietà di tale procedimento e delle distorsioni cui esso dà luogo, noi oggi possiamo ben sorridere; ma converrà pur chiederci se senza quelle distorsioni sarebbe mai stata possibile la stessa più piena intelligenza dello spirito antico raggiunta dal Rinascimento, o se non ne sarebbe addirittura mancato – in tutto o in gran parte – l’oggetto. Sta di fatto che l’allegorismo, in quanto utile a pacare scrupoli individuali e ad attenuare diffidenze collettive, contribuì non poco a consolidare il recupero dei classici operato dalla “Rinascita carolina”. E sta di fatto che tale recupero assicura in modo che possiamo considerare ormai definitivo il salvataggio di un patrimonio letterario e culturale già vicino a gravissima estenuazione se non a totale travolgimento. A misurare in concreto l’importanza decisiva del recupero, la durevole solidità del salvataggio, basterà considerare che la maggior parte dei classici non cristiani a noi pervenuti siano stati preservati appunto dai codici carolini o post-carolini. […]

Bibliografia:

Anagnine E., Il concetto di Rinascita attraverso il Medioevo (V-X secc.), Milano-Napoli 1958.
Calmette J., Charlemagne, Paris 1945.
Duckett E.S., Alcuin, Friend of Charlemagne, New York 1951.
Ellard G., Master Alcuin, Liturgist, Chicago 1956.
Halphen L., Charlemagne et l’empire carolingien, Paris 1947.
Howell W.S., The Rhetoric of Alcuin and Charlemagne, Princeton 1941.
Naumann H., Karolingische und Ottonische Renaissance, Frankfurt 1926.
Patzelt E., Die Karolingische Renaissance, Wien 1924.
Pirenne H., Mahomet et Charlemagne, Bruxelles 1937.

La cultura medievale: un’introduzione

cit. integr. monogr. da R. Luperini et alii, La scrittura e l’interpretazione. Storia e antologia della letteratura italiana nel quadro della civiltà europea. Vol 1, Dalle origini al Manierismo, tom. I – La società feudale, il Medioevo latino e la nascita delle letterature europee, Firenze 2000.

Caratteri generali

La parola “Medioevo” significa “età di mezzo”. Fu usata dalla cultura umanistica dei secoli XV e XVI, che voleva ricollegarsi direttamente al mondo classico dell’antichità greco-romana scavalcando idealmente l’“età di mezzo”. Quest’ultima era dunque rappresentata dai secoli intercorsi fra la caduta dell’Impero romano d’Occidente e la nascita della nuova cultura umanistica del Quattrocento e del Cinquecento. Il concetto di “età di mezzo” implicava una valutazione storica negativa di questo lungo periodo storico: nasceva infatti all’interno di una battaglia culturale volta a valorizzare il “nuovo” (il nascente Umanesimo) contro il “vecchio” (la cultura medievale, che occorreva superare per riprendere l’eredità del mondo classico). Questo giudizio negativo si è tramandato sino ad oggi, entrando a far parte del senso comune: si continua a dire, per esempio, “concezione medievale”, per significare che una determinata visione del mondo è superata o reazionaria.
La storiografia più recente non accetta più questo giudizio e questa impostazione. È vero che nel Medioevo entra in crisi un vecchio mondo; ma è vero anche che ne nasce uno nuovo, che pone le premesse dell’Europa moderna. Indubbiamente nel periodo che va dal V al X secolo predominano i segni della crisi economica e culturale, della disgregazione o del disfacimento dei vecchi tessuti connettivi: le città si spopolano, le strade e le vie di comunicazione si interrompono, le scuole vengono abbandonate, la lingua unitaria rappresentata dal latino viene sostituita dai singoli volgari, il denaro tende a essere sostituito dallo scambio o dal baratto; eppure una controtendenza positiva, una spinta alla ricostruzione, è già evidente a partire dall’800, quando Carlo Magno viene nominato imperatore. E poi, subito dopo il Mille, il panorama cambia sensibilmente con la ripresa dello sviluppo economico e demografico, con la rinascita delle città, con la diffusione di un’economia monetaria, dei commerci, degli scambi culturali, con il primo avvio di un artigianato preindustriale. Si passa allora da una situazione di pura sussistenza a una di crescita. Cosicché va anzitutto indicata una netta distinzione fra Alto Medioevo (fino al Mille) e Basso Medioevo (dopo il Mille).

Codice miniato. Immagine di un cavaliere tedesco.

Codice miniato. Immagine di un cavaliere tedesco.


Ha scritto un grande storico francese, Le Goff: «Almeno a partire dal XI secolo, non si può più designare il Medioevo – seguendo gli schemi interpretativi elaborati fra Cinque e Ottocento – come “età buia”, di tenebre: in esso se mai la nostra età riconosce la propria infanzia, il vero inizio dell’Occidente attuale […]. Se, per me, il cuore del Medioevo è sempre situato nei tre secoli e mezzo che vanno dall’anno Mille alla peste nera (1348), oggi tenderei piuttosto a ricollocare il tradizionale Medioevo “corto” (quello che va dal V al XV secolo) in un lungo Medioevo che potrebbe estendersi dal III secolo fino a metà circa del XIX secolo, un millennio e mezzo in cui il sistema essenziale è costituito dal feudalesimo, anche se vi si devono distinguere fasi talvolta fortemente contrastanti». Come si vede, Le Goff non si limita a rifiutare l’idea negativa di Medioevo diffusa dagli umanisti, ma invita a rivedere la tradizionale periodizzazione, che fa iniziare il Medioevo alla fine del IV secolo con la morte dell’imperatore Teodosio (395) o nella seconda metà del V secolo con il tramonto dell’Impero romano d’Occidente (476) e lo fa finire con la scoperta dell’America (1492). Ovviamente, la sua proposta di un “lungo Medioevo”, che si concluderebbe solo con il trionfo della società industriale ottocentesca, è ancora aperta e tutta da discutere. Ma sono ormai unanimemente accettate le rivalutazioni del Medioevo come crogiolo della moderna civiltà occidentale e la sottolineatura della cesura che divide Alto e Basso Medioevo.
Gli inizi del Medioevo furono segnati dal crollo dell’Impero romano e dalle invasioni barbariche, vere e proprie migrazioni di popoli dal nord verso il sud e da est verso ovest. Nella mistione di popoli e di culture e nella frantumazione che ne derivò, per vari secoli in Europa l’unico cemento ideale fu il Cristianesimo e l’unica organizzazione unitaria fu rappresentata dalla Chiesa. La romanizzazione dei barbari fu certo favorita anche dalla superiore organizzazione civile di quanto rimaneva del vecchio apparato imperiale romano, ma fu soprattutto il risultato della mediazione esercitata dalle strutture ecclesiastiche e dalla religione cristiana, cui rapidamente si convertirono le popolazioni germaniche penetrate nell’Europa occidentale e meridionale.
Come si è visto nel brano di Le Goff sopra riportato, il fattore caratterizzante del Medioevo è il feudalesimo. Anche per la storia del feudalesimo si può parlare di due fasi diverse. Questo sistema economico, sociale e politico, basato sulla supremazia della nobiltà terriera, si afferma e si consolida, incontrastato, nel corso dell’Alto Medioevo. Nel Basso Medioevo, il feudalesimo deve invece convivere con tendenze diverse e opposte, di tipo “borghese”, potremmo dire (fondate cioè sulla produzione di merci e sul commercio), che progressivamente, attraverso i secoli, porteranno al suo superamento (ma quest’ultimo avverrà in modo decisivo solo alla fine del Settecento e all’inizio dell’Ottocento). Lo storico francese Bloch parla significativamente di una «prima età feudale» che si impone in Europa a partire dal secolo VIII e di una «seconda età feudale» che vede nascere, dopo il Mille, i primi gruppi mercantili e borghesi in un rapporto con il feudalesimo che può essere, soprattutto all’inizio, di reciproca integrazione ma che, progressivamente, tende a divenire di crescente contraddizione.
La parola “feudalesimo” (< lat. feudum < germ. feh, «bestiame») indicava originariamente le ricchezze (bestiame e terre) che venivano date in beneficio da un signore a chi gli prestava servizi d’ordine economico o militare. All’inizio il beneficio era temporaneo: alla morte del beneficiario, bestiame e terre tornavano al signore; poi divenne ereditario.
Il sistema economico è dunque basato quasi esclusivamente sull’agricoltura e sull’allevamento del bestiame, mentre quello sociale è fondato sul rapporto personale di dipendenza e di subordinazione vincolante il “vassallo”, che riceve il beneficio, al signore che glielo concede. A sua volta il “vassallo” tende a imporre lo stesso rapporto ai suoi dipendenti (“valvassori”) in cambio di altri benefici, e così via, sino a creare una piramide sociale estremamente rigida. I vassalli e i loro dipendenti sono tenuti a servire in guerra agli ordini del signore e gli devono fedeltà e “omaggio”. Quest’ultima parola viene dal francese homme, “uomo”: dare l’omaggio a un signore significa infatti diventare suoi uomini: e ciò può servire a dare l’idea di dipendenza che è implicita nel rapporto di “vassallaggio”.
Il sistema feudale presuppone: a) un’aristocrazia terriera che trae la sua forza dalla ricchezza fondiaria e che ha nelle proprie mani tutto il potere, non solo quello politico ed economico, ma anche quello giudiziario; b) un’organizzazione economica basata sull’autosufficienza produttiva di ogni singolo territorio concesso a un beneficiario e sottoposto alla sua assoluta autorità; c) una massa di servi e di rustici (contadini) che lavorano la terra.
La società è suddivisa in tre ordini: gli oratores (coloro che pregano: il clero), i bellatores (coloro che combattono: i guerrieri) e i laboratores (coloro che sono addetti ai lavori manuali, soprattutto i contadini). Tale tripartizione ha radici molto antiche, ma fu teorizzata con chiarezza solo intorno al Mille dal vescovo della città francese di Laon, Adalberone:

«La società dei fedeli forma un solo coro, ma lo Stato ne comprende tre […]. Due personaggi occupano il primo posto: uno è il re, l’altro l’imperatore; dal loro governo vediamo assicurata la solidità dello Stato; il resto dei nobili ha il privilegio di non essere soggetto ad alcun potere, purché si astenga dai crimini che reprime la giustizia regale. Essi sono i guerrieri, protettori delle chiese; sono i difensori del popolo, dei grandi come dei piccoli, di tutti, insomma, e garantiscono al tempo stesso la propria sicurezza. L’altra classe è quella dei servi: questa razza infelice non possiede nulla se non al prezzo della propria fatica. Chi potrebbe con i segni dell’abaco fare il conto delle occupazioni che assorbono i servi, delle loro lunghe marce, dei duri lavori? Denaro, vesti, cibo, i servi forniscono tutto a tutti; non un uomo libero potrebbe vivere senza i servi.
La casa di Dio, che si crede una, è dunque divisa in tre: gli uni pregano, gli altri combattono, gli altri infine lavorano. Queste tre parti coesistono e non sopportano di essere disgiunte; i servizi resi dall’una sono la condizione delle opere delle altre due; e ciascuna a sua volta s’incarica di soccorrere l’insieme. Perciò questo legame triplice è nondimeno uno; così la legge ha potuto trionfare, e il mondo godere della pace».

I primi due sono gli ordini dominanti, anche se al loro interno sono poi suddivisi in rigide gerarchie, mentre al terzo ordine spetta solo lavorare e obbedire. Fra i guerrieri un ruolo particolare hanno i cavalieri, spesso figli non primogeniti di signori e perciò esclusi dall’eredità del feudo, i quali possono comunque permettersi il lusso di mantenere un cavallo e hanno perciò una funzione di primo piano nelle guerre dell’epoca.
[…] L’espressione “Medioevo latino” indica la cultura medievale in latino, di argomento classico o cristiano. Il latino è l’unica lingua scritta durante l’Alto Medioevo. In questo periodo, la lingua parlata derivante dal latino si era progressivamente imbastardita fondendosi con apporti provenienti dalle varie lingue dei popoli germanici che avevano invaso l’Italia, la Gallia, la penisola iberica. Così la distanza fra lingua parlata e latino scritto era diventata sempre più grande. Le varie lingue parlate vengono chiamate “volgari” (< vulgus, «popolo»), in quanto usate dal popolo. Per diversi secoli la cultura in “volgare” è dunque una cultura esclusivamente orale. Solo nel Basso Medioevo, le varie lingue parlate o “volgari” derivanti dal latino diventano lingue scritte, dando vita alle diverse letterature nazionali e quindi annullando, almeno in buona misura, il divario fra lingua scritta e lingua parlata. Tuttavia il latino continuerà a restare come lingua dei dotti, e non solo come lingua della filosofia, della teologia, della scienza, ma anche come lingua letteraria.
Le varie lingue nazionali (o “volgari”) sono chiamate “romanze”. L’aggettivo “romanzo” deriva dall’avverbio latino Romanice usato nell’espressione Romanice loqui, che significa «parlare al modo dei cittadini che in origine erano romani»: essa va dunque distinta da Latine loqui, che invece significa «parlare in latino». Dunque, coloro che abitavano la Romània (cioè l’area geografica dominata da Roma) non parlavano più il latino, ma il “romanico” o il “romanzo”, cioè lingue derivate dal latino (si chiamano infatti anche “neolatine”), ma ormai molto diverse sia dal latino classico dell’antichità sia dal latino scritto medievale. Il termine “romanzo” indicherà ben presto il genere letterario più diffuso in lingua romanza, cioè la narrativa cavalleresca, e poi qualsiasi tipo di narrazione, sino al moderno romanzo.

La vita dei "laboratores", da un codice miniato.

La vita dei “laboratores”, da un codice miniato.

Il problema della nascita della cultura europea

[…] I secoli V, VI, VII furono segnati dalle invasioni barbariche e da una gravissima crisi economica e demografica che raggiunse il culmine nella seconda metà del VII secolo. Successivamente, dopo l’ascesa al potere dei Pipini o Carolingi, si registra una lenta e contraddittoria ripresa che tocca uno dei suoi momenti più significativi con la figura di Carlo Magno. Divenendo imperatore nell’800, Carlo tenta di realizzare il sogno di una translatio imperii, e cioè di una rinascita dell’Impero e della civiltà romani trasportati da Roma e dal Mediterraneo ad Aquisgrana (la nuova capitale, nella Germania occidentale ma assai vicina al confine francese) e al Nord Europa. In effetti, l’asse politico e culturale della cristianità si sposta, nell’Alto Medioevo, verso il Centro e il Nord dell’Europa e verso i popoli franco-germanici. La causa di questo fenomeno va cercata soprattutto nell’espansione dell’Islam: intorno all’800, gli Arabi dominano quasi tutta la Spagna, la Sicilia, l’Africa settentrionale e dunque controllano il Mediterraneo, rendendo difficili o precari, per i popoli cristiani, i commerci e gli scambi in questo mare.
Sempre all’epoca di Carlo Magno, l’Impero bizantino (o Impero romano d’Oriente), perduti l’Egitto e la Siria, conquistati dagli Arabi, è ormai limitato alla Grecia, all’attuale Turchia e ad alcune zone dell’Italia meridionale (ma non mancherà di espandersi nei secoli successivi verso la Bulgaria. A Occidente il potere imperiale di Carlo si esercita sulla Francia, sulla Germania, sui Paesi Bassi, sulla Svizzera e sull’Austria attuali e anche su quasi tutta l’Italia: oltre alla Sicilia, in mano agli Arabi, sono sottratte al suo controllo solo ampie zone della Calabria e della Puglia, che dipendono ancora da Bisanzio.
Nell’Europa alto-medievale non solo i costumi e i modi di vita, ma anche i metodi di lavoro e di produzione dominanti sono ormai franco-germanici, non mediterranei. Tendono a ridursi, e quasi a scomparire, i metodi di lavoro dei campi che avevano reso fertile l’Europa mediterranea. Le regole del rapporto uomo-ambiente si modificano a vantaggio della pastorizia e dello sfruttamento della foresta: la caccia e il pascolo brado riducono progressivamente lo spazio dei campi coltivati. D’altra parte gli strumenti di lavoro diventano per lo più di legno e dunque sono inadatti a dissodare in profondità vaste estensioni di terra: l’aratro pesante con il versoio di ferro si affermerà solo nell’XI secolo, quando l’estensione dell’allevamento dei buoi e dei cavalli ne consentirà l’uso su vasta scala. D’altronde, la scarsa densità demografica e la conseguente mancanza di mano d’opera non consentono lo sfruttamento della terra su ampie dimensioni. Così le paludi e i boschi invadono i campi e rendono difficili e spesso impossibili le comunicazioni, facendo diventare impraticabili o bloccando in alcuni punti le stesse strade consolari romane. I commerci sono perciò quasi del tutto assenti, e al posto della moneta ritorna il semplice baratto, vale a dire lo scambio di beni di natura o di manufatti. Bisogna aggiungere le frequenti carestie: poiché non si fanno riserve di vettovaglie e di sementi, basta un cattivo raccolto per ridurre alla fame intere popolazioni. Queste sono poi falcidiate da numerose e terribili epidemie che si diffondono agevolmente a causa delle scarse difese degli organismi, provati dall’indigenza. Questo quadro di stagnazione e di crisi si prolunga, nonostante i cenni di ripresa del periodo carolingio, sino agli inizi del nuovo millennio.
Intorno al 1100 la ripresa dei traffici e dei commerci e il nuovo sviluppo dell’urbanizzazione sono già evidenti. Contemporaneamente, comincia il diboscamento, mentre cresce il rendimento dei raccolti, anche in seguito, come già si è detto, alla diffusione dell’aratro pesante. La geografia politica è cambiata, mentre si delinea un nuovo panorama economico, sociale e culturale. L’Islam è cacciato dall’Italia e comincia a retrocedere in Spagna (la Reconquista ha inizio già nell’XI secolo), mentre è in difficoltà in Oriente a causa delle Crociate (nel 1099 i Cristiani occupano Gerusalemme). Nel Sud della nostra penisola i Normanni hanno sostituito gli Arabi, mentre scompare anche il potere bizantino. Nel Centro-Nord il Regno d’Italia dipende dall’imperatore tedesco, ma in realtà vede da un lato la nascita dei Comuni che ne cominciano a mettere in discussione o comunque a limitare il potere e dall’altro il consolidamento della Chiesa, che, nei territori del Patrimonio di San Pietro (Lazio, Romagna, parte delle Marche e dell’Umbria), aveva di fatto, se non ancora di diritto, costituito un suo Stato già a partire dall’VIII secolo. D’altra parte, anche fuori dall’Italia l’organizzazione feudale favorisce l’autonomia dei vassalli più potenti: l’Impero si disgrega e cominciano ad affiorare le realtà dei vari Regni nazionali (abbiamo infatti, per esempio, il Regno di Francia, di Germania, di Borgogna).
Insomma, intorno al 1100, la cristianità sembra esprimere una civiltà più forte e combattiva e tuttavia politicamente sempre più disgregata: d’altronde, lo sviluppo delle particolarità nazionali e locali sembra giovare, più che nuocere, al progresso economico, culturale e civile. È questo il periodo in cui cominciano a fiorire le diverse letterature nazionali.
Per molti studiosi questo è anche l’inizio della moderna cultura europea, articolata nelle sue distinzioni nazionali, anche linguistiche e letterarie. Altri preferiscono spostare più avanti, verso il Trecento, o anche oltre, la data di tale inizio. Comunque sia, è ormai consolidata l’interpretazione, sostenuta soprattutto dal filologo Erich Auerbach, che punta su una cesura nei primi secoli dopo il Mille e che vede nell’urbanizzazione, nella nuova formazione di un pubblico letterato (scomparso invece nel corso dell’Alto Medioevo) e nell’affermazione delle letterature romanze la nascita della civiltà europea nella sua forma attuale.
Non si può tuttavia dimenticare un’altra, autorevole interpretazione, quella di un altro filologo tedesco, Ernst Robert Curtius. Quest’ultimo vede nel Medioevo latino (i cui fondatori, già nel IV e V secolo, sarebbero soprattutto san Girolamo, sant’Ambrogio e sant’Agostino) le premesse della moderna cultura europea. A suo avviso la “modernità” comincerebbe con l’ascesa dei Pipini o Carolingi, a partire dal 675 e coinciderebbe con la ripresa e l’assimilazione della cultura latina. La civiltà europea nascerebbe insomma da un rapporto di ininterrotta continuità con quella classico-cristiana, anzi di vera e propria “fusione” con essa quale si realizzerebbe già nella cultura latina dell’Alto Medioevo.

Meister des Maréchal de Boucicaut, San Girolamo. Pergamena, Musée Jacquemart André.

Meister des Maréchal de Boucicaut, San Girolamo. Pergamena, Musée Jacquemart André.

La cultura

Il tessuto culturale del mondo latino viene distrutto dalle invasioni barbariche del V secolo. Fino al tentativo di Carlo Magno di restaurare l’Impero (800), si assiste al degrado della lingua latina scritta che si contamina con le varie parlate locali, imbastardendosi. La scomparsa delle scuole pubbliche favorisce tale processo di degradazione. In questi secoli, l’unica forza organizzativa, sul piano culturale, è quella della Chiesa, che riesce a mantenere scuole episcopali presso le cattedrali o nella dimora dei vescovi, mentre nei monasteri ferve l’attività degli amanuensi che copiano e tramandano gli scritti dell’antichità latina e della cristianità. Anche se alcune strutture culturali e civili sono presenti in qualche città: a Roma, a Pavia, a Ravenna, in parte anche a Verona, si può dire che, in questo periodo, il ceto intellettuale coincide quasi completamente con il clero.
Con Carlo Magno, la sede dell’Impero ad Aquisgrana diventa anche quella della Schola Palatina, che promuove, sotto la direzione del monaco anglosassone Alcuino, una ripresa degli studi classici e un ritorno alla purezza della lingua latina. Il latino diventa così una lingua scritta separata dai volgari. È questo il periodo della rinascita carolingia. Successivamente tentativi analoghi di riprendere e continuare la grandezza e lo splendore dell’Impero romano e della cultura latina furono promossi dall’imperatore Ottone III, con l’aiuto del monaco Gilberto d’Aurillac (che sarà papa fra il 999 e il 1003 con il nome di Silvestro II) – è la rinascita ottoniana – e poi, nel XII secolo, questa volta su un piano esclusivamente culturale e non anche politico, dalla scuola di Chartres in Francia, in cui operò Giovanni di Salisbury, e da vari altri centri, sempre francesi.
In tutto l’Alto Medioevo, fino al XII secolo, la cultura largamente prevalente fu quella orale. La dissoluzione del sistema scolastico pubblico e la limitazione dell’insegnamento alla formazione del clero da parte della Chiesa, la scomparsa di un pubblico letterario, la scarsa urbanizzazione, l’accentramento di ogni attività culturale intorno alle sedi episcopali, nei monasteri e nel palazzo imperiale (e in misura molto minore presso i castelli di alcuni signori feudali) riducevano l’opportunità stessa degli scambi culturali e anche le occasioni di incontro e di esperienze. Fuori di questi luoghi, scarse erano le possibilità di comunicazione della stessa cultura orale. Occasioni favorevoli erano le feste religiose, in cui non sempre era chiaro il confine fra i residui pagani del mondo romano e di quello germanico e i nuovi riti cristiani, e le fiere in cui si incontravano coloro che barattavano prodotti artigianali e derrate agricole. In questi momenti di incontro la folla si riuniva intorno alla figura del giullare di piazza, mentre nei castelli compariva quella, sempre più colta e raffinata a mano a mano che si passa dall’Alto al Basso Medioevo, del giullare di corte.
I giullari (< lat. ioculares, «buffoni») all’inizio erano soprattutto buffoni, ciarlatani, saltimbanchi, mimi, ballerini, giocolieri, attori, suonatori, che intrattenevano il pubblico girovagando di paese in paese e di corte in corte. Per le loro facezie, a volte scurrili e oscene, erano malvisti dalla Chiesa, che vedeva in loro dei continuatori delle tradizioni pagane. Con il passare del tempo, il giullare si specializzerà nel cantare e recitare testi poetici. A partire dal XII secolo i giullari non solo recitavano opere di poesia scritte da altri, ma, in alcuni casi, soprattutto in Francia, cominciavano a comporle essi stessi in volgare, raggiungendo un notevole prestigio culturale. Erano, dunque, delle figure laiche di intellettuali. In un’epoca in cui il ceto intellettuale coincideva con quello religioso, essi costituivano delle eccezioni.
Un’altra eccezione era rappresentata […] dai clerici vagantes, studenti che passavano da una sede universitaria a un’altra e improvvisavano e talora ponevano anche per scritto i loro canti profani. I giullari e i clerici vagantes avevano un ruolo particolare soprattutto nelle feste di Carnevale in cui incoraggiavano il popolo a esprimere, attraverso la parodia, il rovesciamento dei valori correnti, della serietà e autorità del potere politico e religioso e delle sue leggi: si affermava allora un “mondo alla rovescia” che sosteneva le ragioni materiali e corporali contro quelle spirituali dominanti e che influenzerà la letteratura «carnevalesca» di Boccaccio e di Rabelais.
Nell’Alto Medioevo si scrive poco e secondo criteri non unitari né stabili. Anche gli esponenti più alti del potere politico sanno quasi sempre leggere, ma quasi mai scrivere: lo stesso Carlo Magno sapeva solo – sembra – mettere la propria firma. La scrittura era praticata quasi esclusivamente dal clero e si esercitava soprattutto negli scriptoria (sale di scrittura) dei conventi e dei monasteri, dove gli amanuensi copiavano sui codici i documenti del passato o del presente. Gli scriventi talora non si limitavano a ricopiare un testo, ma potevano anche giustapporre o assemblare testi diversi (e allora avremo i compilatori); oppure potevano postillare e spiegare i testi (e allora avremo dei commentatori); oppure potevano scrivere in proprio appoggiandosi comunque all’autorità di altri scrittori (e allora avremo gli auctores, cioè gli autori).
Si noti che la parola auctor («autore») ha la stessa radice etimologica della parola auctoritas («autorità»). Il libro, infatti, nel Medioevo è la fonte assoluta di ogni verità e autorità. Così diventa consuetudine culturale corrente le pratica della citazione (con cui un autore afferma la legittimità e l’autorità del proprio discorso basandosi sull’autorità degli autori del passato), oppure della glossa (o nota del testo) e del commento, con cui si attualizzano testi della tradizione antica, perdendo per lo più il senso della loro distanza o differenza rispetto all’oggi.
Il libro (o codice) era un oggetto raro e prezioso, e infatti veniva considerato un tesoro. Anche le biblioteche più fornite dei maggiori monasteri non andavano oltre qualche centinaio di esemplari. La lettura veniva fatta ad alta voce (anche quando era solitaria) e solo nel XII secolo comincia a diffondersi quella silenziosa. La scrittura non separa le parole fra loro e, anche dopo la diffusione della minuscola carolina (più leggibile e stabile, in coerenza con i programmi di rinnovamento voluti da Carlo Magno), non è di facile decifrazione. Solo con il passaggio alla scrittura gotica (XIII secolo) si afferma la separazione fra le parole e la decifrazione diviene più agevole.

La miniatura mostra due cori di domenicani (sinistra) e francescani (destra).

La miniatura mostra due cori di domenicani (sinistra) e francescani (destra).

L’uomo e la natura

Il tempo e lo spazio non sono definiti con precisione o, tanto meno, con esattezza scientifica. Nell’Alto Medioevo, la mancanza di traffici e di commerci, l’interruzione delle grandi vie di comunicazione, l’inadeguatezza e lo scarso sviluppo della tecnica e dunque del dominio dell’uomo sull’ambiente, la percezione di essere alla mercé della natura (bastava un cattivo raccolto per provocare spaventose carestie) limitavano in modo drastico il controllo dell’uomo sullo spazio e sul tempo. I viaggi erano difficili, lenti, pericolosi. Se si eccettuano le figure dei giullari e dei clerici vagantes, i viaggiatori assumevano l’aspetto dei pellegrini cristiani che andavano in visita a Roma o a santuari e altri luoghi di culto, o dei guerrieri (soprattutto cavalieri) che si spostavano per esigenze militari o per servizi da rendere ai vari signori feudali o per compiti nel contempo militari e religiosi (fu il caso delle crociate). L’immobilità, non certo la mobilità, è la caratteristica della società feudale nell’Alto Medioevo. Così tutto ciò che restava escluso dall’ambito ristretto dell’esperienza diventa pauroso, straordinario, meraviglioso. La notte, la foresta, i luoghi più lontani e meno frequentati apparivano popolati da esseri bizzarri, talora dotati di poteri e virtù magici.
La concezione del mondo è unitaria, rigidamente gerarchica, piramidale, subordinata all’autorità politica e religiosa. Si tende a interpretazioni complessive dell’universo, dominate dall’idea della trascendenza religiosa e da grandi opposizioni (Dio e Satana, l’anima e il corpo, il Paradiso e l’Inferno). L’enciclopedismo medievale organizza ogni elemento dello scibile all’interno di un’interpretazione simbolica e unitaria della natura e della storia, subordinando ogni particolare non a un’esigenza di conoscenza scientifica e oggettiva ma a un’idea precostituita del mondo, fondata sull’autorità della Bibbia e dei Padri della Chiesa, sulla base della quale si leggeva e si assimilava anche la cultura classica.
Le figure sociali tipiche sono quelle del monaco che si dedica alla vita contemplativa in monasteri lontani dalle vie di comunicazione e del cavaliere che si batte per il proprio signore e in difesa della fede cristiana.
La dimensione orizzontale dello spazio (quella dell’esperienza e del viaggio) è subordinata a quella verticale, che disciplina e organizza la visione del mondo medievale: la verità e il potere discendono dall’alto al basso, dal cielo alla terra, dalle autorità religiose e politiche agli strati più bassi della popolazione.
Il tempo è quello della Chiesa, scandito dalle ore canoniche e dal suono delle campane che le annunciano e che obbediscono alle esigenze della liturgia e non a quelle della produzione economica: l’ora come unità produttiva non esiste. La storia non è interpretata come un percorso evolutivo: manca il senso della differenza fra il passato e il presente; manca inoltre qualsiasi concezione del progresso, di uno sviluppo che migliori la condizione umana, di una proiezione verso il futuro: si pensa anzi […] che il futuro coincida con la fine del mondo, giudicata prossima. Tutto il passato viene interpretato attraverso l’ottica del presente. Non si distingue fra ciò che è attestato da documenti certi o da prove «scientifiche» e il mito o la leggenda. Le cronache medievali cominciano dalla creazione del mondo e da Adamo ed Eva, la realtà storica dei quali non è mai posta in dubbio. Manca l’idea lineare e rettilinea del tempo che è propria della modernità. Un’immanente catastrofe, attesa con paura, avrebbe segnato – intorno all’anno Mille – la fine del mondo, la conclusione della storia e la realizzazione del “Regno di Dio”.
L’interpretazione della natura è simbolica e analogica. In essa si vede la presenza di Dio e di forze magiche e misteriose, interpretate secondo criteri di somiglianza e di simmetria del tutto intuitivi che connettono fra loro i diversi piani dell’esperienza. Ogni particolare assume immediatamente un significato simbolico, un valore misterioso e trascendente. I trattati dedicati agli animali (i bestiari) non studiano affatto le loro concrete specificità, ma mirano alla loro interpretazione simbolica in senso religioso o morale, senza alcuna distinzione fra animali esistenti o immaginari (come draghi o unicorni).
In tutto l’Alto Medioevo l’interpretazione simbolica del mondo prevale su quella allegorica, che è riservata unicamente alla Bibbia e ai documenti storici, culturali e letterari. Nell’ambito dell’interpretazione allegorica, non soltanto il Vecchio Testamento viene letto alla luce del Nuovo, ma anche avvenimenti e testi della storia e della cultura pagane vengono considerati in chiave cristiana. La stessa mitologia greca e romana viene reinterpretata alla luce del Cristianesimo: tutto il mondo classico, quando non viene respinto come profano, viene letto allegoricamente in chiave cristiana.
In particolari gli episodi del Vecchio Testamento vengono letti in una specifica chiave allegorica che viene chiamata “figurale”. Secondo tale chiave, essi anticipano verità che saranno chiarite nel Nuovo Testamento, sono “figure” (anche in senso di “prefigurazioni”) di un senso che si definirà solo nei Vangeli. Per esempio, quando la Bibbia racconta che gli Ebrei furono liberati dalla schiavitù d’Egitto grazie al soccorso di Dio, essa racconta un fatto storico. Ma questo fatto storico, vero in sé, prefigura un altro fatto storico ancora più importante e cioè la liberazione dell’umanità, con la Redenzione di Cristo dalla schiavitù del peccato di cui si parla nei Vangeli. Ebbene, si dice in questo caso che il primo fatto è figura del secondo, nel senso che lo annuncia.
Negli altri documenti culturali e nei testi letterari, si distingue un senso letterale da uno allegorico. Anche i versi dei poeti pagani vengono considerati «belle menzogne» che nascondono verità più profonde.
È importante osservare che, mentre nell’interpretazione simbolica si percepisce intuitivamente e quasi magicamente la presenza del trascendente nella natura, in quella allegorica è necessario uno sforzo razionale, perché senza una ricerca intellettuale non è possibile superare la soglia del significato letterale. Nell’interpretazione simbolica Dio (o comunque l’aspetto religioso o morale) è nelle cose, si dà immediatamente, con l’evidenza intuitiva delle somiglianze e dell’analogia; in quella allegorica, va cercato e dunque occorre la mediazione della ragione, un percorso, un’indagine che esalta le capacità dell’intelletto. Non è certo un caso – dipende infatti dal complessivo cambiamento storico-culturale che segna l’inizio del nuovo millennio – che nel Basso Medioevo si assista all’allargamento dell’interpretazione allegorica che tende a sostituire quella simbolica precedente e ad estendersi all’intera visione del mondo senza più limitarsi, come era prima, all’interpretazione della Bibbia e dei documenti storico-culturali. […] Questo passaggio dal simbolico all’allegorico porta a rivalutare la concretezza materiale della vita e la spinta alla conoscenza da parte dell’uomo. Esso è avvertibile tanto nell’arte, con la crisi del romanico (arte eminentemente simbolica) e con l’avvento del gotico (che è invece eminentemente allegorico), quanto nella filosofia: nel XIII secolo il pensiero della Scolastica esalta infatti il momento razionale della ricerca e il processo stesso della formazione della verità.
Nell’interpretazione della Bibbia, dei documenti culturali e dei testi letterari, si consideravano, oltre al senso letterale e a quello allegorico, altri due sensi: quello morale (che suggerisce all’uomo il comportamento pratico e dunque un’etica del comportamento) e quello anagogico (che suggerisce il significato religioso e teologico, le verità attinenti direttamente l’esistenza di Dio). Questi quattro diversi significati (letterale, allegorico, morale, analogico) saranno teorizzati nel modo più chiaro e definito da san Tommaso nella Summa theologiæ (1267-1273), ma erano già noti da tempo.

Icona di San Tommaso d'Aquino.

Icona di San Tommaso d’Aquino.

I fondatori del Medioevo latino

Si chiamano “fondatori” del Medioevo latino alcune grandi personalità intellettuali vissute nei secoli intercorsi fra la morte di Teodosio e l’avvento al potere di Carlo Magno. Essi hanno contribuito in modo determinante a gettare le basi della cultura medievale. Il fondamento di ogni sapere nel Medioevo è la Bibbia: è il testo che costituisce la fonte di ogni autorità, il più riprodotto e il più citato. La Bibbia è diffusa in latino nella Vulgata composta da san Girolamo fra la fine del IV e l’inizio del V secolo.
Girolamo, padre della Chiesa, vissuto fra Roma, Antiochia e Costantinopoli, e morto a Betlemme intorno al 420, è il primo tra i “fondatori del Medioevo”. Non solo aggiornò e corresse le versioni latine del Nuovo Testamento dando loro una forma definitiva, ma tradusse dall’ebraico l’Antico Testamento, offrendo così il testo completo in latino della Bibbia. Erudito e filologo, fu il massimo studioso dell’antichità nell’Occidente cristiano e contribuì in modo decisivo a far conoscere gli scrittori cristiani (dei quali scrisse 135 brevi biografie) e anche fatti e testi del mondo greco-romano.
Nei primi secoli dopo Cristo, i Padri della Chiesa (e cioè quegli scrittori che avevano preso le difese della nuova religione contro il mondo pagano e gettato le basi della cultura cristiana) avevano preso una posizione di netto rifiuto della cultura antica, in quanto subordinata a culti giudicati superstiziosi e primitivi. Questo atteggiamento continua anche nei secoli successivi da parte degli ambienti religiosi più legati al misticismo medievale e al conseguente rigorismo.
I maggiori rappresentanti del rigorismo cristiano contrario alla cultura antica furono gli ordini monastici, soprattutto quello cluniacense fondato da Oddone di Cluny nel 910 e quello cistercense fondato da san Bernardo di Chiaravalle nel 1098, che propugnava la sottomissione della ragione alla fede, il rifiuto del mondo e la vita contemplativa.
Il ripudio della cultura greco-romana in quanto pagana non si riferiva soltanto ai suoi contenuti e ai suoi valori; riguardava anche lo stile e il linguaggio. È propria della cultura cristiana in latino la valorizzazione del sermo humilis, e cioè del discorso quotidiano e dunque di uno stile e di un linguaggio umili o bassi. Il modello è rappresentato dalla scrittura dei Vangeli. Questi ultimi, infatti, pur trattando argomenti elevati e questioni complesse, sublimi e misteriose, sono composti in uno stile e in un linguaggio modesti e umili perché devono essere compresi anche da persone poco colte. In questo modo si introduceva un elemento di rottura della tradizione classica, secondo la quale a un oggetto elevato dovevano corrispondere stile e linguaggi elevati (è lo stile tragico), a un mediano uno stile mediocre (o comico), a uno basso uno stile umile (o elegiaco).
Il primo teorico del sermo humilis fu sant’Agostino (354-430), il quale fu anche uno dei promotori della battaglia culturale contro i contenuti della cultura classica (particolarmente nell’opera De doctrina Christiana). È interessante tuttavia notare che, pur servendosi del sermo humilis, sant’Agostino faceva ricorso a tutti gli strumenti della retorica classica (d’altra parte era stato, prima della conversione al Cristianesimo, maestro di retorica a Milano) e anzi ne raccomandava esplicitamente l’uso.
In qualche modo, e quasi suo malgrado, sant’Agostino anticipò dunque quell’atteggiamento di mediazione fra cultura classica e cristiana che di fatto finì con il prevalere e che si ispirava, come si è visto, alla reinterpretazione allegorica del passato.
Se sant’Agostino, pur risolvendo la contraddizione fra religione cristiana e cultura classica a vantaggio del primo termine, riprendeva e continuava alcuni aspetti della tradizione antica, da parte opposta non mancava chi, muovendo invece dai presupposti della cultura romana e greca, li avvicinava e li accordava a quelli della concezione cristiana, gettando così le basi di quel sincretismo culturale che caratterizza il Medioevo latino. Fra i fondatori del Medioevo latino bisogna infatti annoverare anche Boezio e Cassiodoro, difensori della tradizione classica eppure volti a conciliarla con il Cristianesimo.

Ritratto di Sant'Agostino. Affresco, VI secolo. Roma, San Giovanni in Laterano.

Ritratto di Sant’Agostino. Affresco, VI secolo. Roma, San Giovanni in Laterano.


Anicio Manlio Severino Boezio (480-526) fu il principale divulgatore della filosofia greca (sia platonica che aristotelica) e del sapere classico (dalla retorica all’aritmetica e alla musica). Consigliere e ministro di Teodorico, re degli Ostrogoti, fu accusato di tradimento e condannato a morte. Durante la prigionia, in attesta dell’esecuzione, scrisse De consolatione philosophiæ, opera mista di prosa e di poesia, che culmina nell’esaltazione della dignità dell’uomo di studi e del filosofo. L’opera ebbe larghissima fama in tutto il Medioevo, influenzando per secoli la formazione degli uomini colti, sino a Dante.
Anche Flavio Magno Aurelio Cassiodoro (490-575) collaborò con i re ostrogoti nell’amministrazione del potere. Alla fine della vita si ritirò in un convento in Calabria promuovendo il monachesimo colto, dedito alla trascrizione e allo studio delle opere antiche e cristiane. Fra i suoi lavori, spiccano Institutiones divinarum et sæcularium litterarum, a carattere didattico ed enciclopedico, e i dodici volumi di Variæ, raccolta di lettere ufficiali che rappresentarono per secoli un modello retorico di eloquenza per le cancellerie.
Fra i fondatori del Medioevo latino occorre poi ricordare altre due figure decisive, Isidoro di Siviglia e Marziano Capella. Isidoro di Siviglia (spagnolo, fu vescovo di Siviglia a partire dal 601), scrivendo Etymologiæ, compose una vasta opera enciclopedica in cui lo studio etimologico serve a scoprire i significati nascosti e i rapporti simbolici che uniscono parole e cose: il simbolismo e l’analogismo nell’interpretazione della natura che dominano in tutto l’Alto Medioevo derivano in buona misura da lui. Marziano Capella (nordafricano, vissuto nel V secolo) scrisse De nuptiis inter Philologiam et Mercurium et de septem artibus liberalibus, misto di prosa e di versi. È un’opera allegorica in nove libri che formula, sulla scorta dell’insegnamento dell’erudito romano Terenzio Varrone (I secolo a.C.), la sistemazione del sapere medievale nelle sette arti liberali. Queste ultime erano dette così perché proprie dell’uomo libero dal lavoro manuale e per questo distinte dalle arti meccaniche – come la pittura e la scultura – che presupponevano invece un’attività manuale ed erano perciò considerate inferiori. Nelle arti liberali viene distinto il Trivio (grammatica, retorica, dialettica) dal Quadrivio (aritmetica, geometria, astronomia, musica). Insieme le sette arti furono poste a fondamento dell’istruzione superiore e divennero perciò le basi dell’educazione dell’uomo colto medievale.
La grammatica (< gr. grámma, «lettera») stava alla base di ogni altro insegnamento. Lo studio della grammatica si poneva l’obiettivo di una conoscenza piena e corretta della lingua latina e della sua padronanza sia nel discorso orale che in quello scritto. Per raggiungere questi risultati, era necessario lo studio non solo della lingua ma della letteratura. Nelle scuole era perciò prescritto lo studio di un certo numero di autori latini, che venivano presi a modello e che costituiscono un canone rigido che rimane immobile per molti secoli.

Anonimo medievale, Boezio e Simmaco.

Anonimo medievale, Boezio e Simmaco.

L’influenza araba

In tutto l’Alto Medioevo la conoscenza dell’ebraico e del greco fu assai scarsa, se non del tutto assente. Solo a partire dal XI secolo ripresero gli studi del greco antico, in seguito soprattutto ai rapporti delle repubbliche marinare con l’Oriente e all’azione di mediazione svolta dal monastero di Cassino: nell’Italia meridionale, infatti, la cultura greca aveva lasciato una traccia più consistente a causa della dominazione bizantina.
Quanto ai popoli germanici, essi ebbero un’influenza decisiva sul piano politico e sociale imponendo il sistema feudale, ma su quello culturale finirono per integrarsi rapidamente nel mondo latino, e infatti latina era la lingua in cui scrivevano i loro rappresentanti politici e religiosi.
Diverso discorso occorre fare per l’arabo. La civiltà islamica, oltre che rappresentare un modello culturale di alto prestigio, premeva ai confini della cristianità e anzi, in Spagna e in Sicilia (occupata nel IX secolo), si mescolava a quella cristiana. E anche dopo che gli Arabi furono fermati da Carlo Martello a Poitiers (732) e poi cacciati dalla Sicilia a opera dei Normanni (XI secolo), il confronto continuerà sia con le Crociate, sia con la Reconquista in Spagna. Per secoli vi fu, insomma, un terreno comune di incontro e di scontro, di attrazione e di repulsione.
Mentre la cultura cristiana era eminentemente simbolica e spirituale, quella islamica era assai più concreta e materiale e quindi più disposta allo studio oggettivo e “scientifico” dei fenomeni. Questo spiega il ruolo di primo piano svolto dagli Arabi nella trasmissione ed elaborazione del sapere scientifico. Le grandi conquiste della cultura islamica nella medicina, nella geografia, nella matematica (basti pensare ai numeri “arabi”) diventeranno patrimonio comune dell’Occidente europeo, che proprio grazie alla mediazione araba manterrà un contatto, sia pure indiretto, con la tradizione scientifica e filosofica greca.
La cultura araba influenzò in modo determinante anche la letteratura europea e in particolare la narrativa (ma in parte anche la poesia). Si potrebbe dire il genere della novellistica nacque in Spagna, attraverso la traduzione in latino di opere arabe già dotate dei due caratteri tipici del futuro racconto in lingua romanza: l’uso della prosa e della cornice, cioè dell’impalcatura che raccorda e unisce all’interno di una raccolta i vari racconti subordinandoli a un disegno unico. La più famosa raccolta “a cornice” di novelle arabe e orientali, Le mille e una notte, penetra nella cultura occidentale nel XIII secolo.
Infine, determinante fu l’influenza dell’aristotelismo arabo: Avicenna (nome con cui è noto in Occidente Ibn Sina, filosofo e medico musulmano nato in Persia e vissuto fra il 980 e il 1037) scrisse un’enciclopedia medica e diffuse il pensiero di Aristotele contemperandolo con quello di Platone, mentre Averroè (Ibn Rushd, vissuto in Spagna fra il 1126 e il 1198) spinse il materialismo aristotelico sino alla negazione dell’immortalità dell’anima individuale e promosse un atteggiamento scientifico e razionale nello studio dei fenomeni naturali.

Miniatura raffigurante due musici della corte normanna in Sicilia.

Miniatura raffigurante due musici della corte normanna in Sicilia.

La letteratura latina

Dato il carattere eminentemente religioso della cultura medievale, non c’è da stupirsi che il genere letterario più diffuso sia l’agiografia, cioè la storia esemplare della vita di un santo. Nell’agiografia il miracoloso cristiano, che doveva competere sia con quello pagano sia con quello cavalleresco, assume aspetti fantastici e fiabeschi. Il suo fondatore è san Girolamo con le Vite di Paolo, Malco e Ilarione.
Un altro genere letterario in latino assai diffuso, perché semplice e tale da non richiedere un uso particolarmente raffinato della retorica, è rappresentato dalla cronaca e della storia. Lo storico più famoso fu Paolo Diacono (720-799), che fu maestro di grammatica alla corte di Carlo Magno. Fortunatissima la sua Historia Langobardorum, dalle origini a Liutprando, ricca di materiale documentario e volta a sostenere la continuità fra mondo latino e mondo germanico.
Spesso le cronache erano anonime, giacché l’originalità non aveva valore nell’Alto Medioevo e i cronisti (e non solo loro, ma in genere quasi tutti gli scrittori di questo periodo) erano per lo più compilatori che si limitavano a mettere insieme, talora in modo confuso, tutto il materiale che trovavano. Per capire la mentalità dell’uomo medievale intorno al Mille, è ancor oggi indispensabile l’opera storica di Rodolfo il Glabro, monaco della Borgogna che a metà del XI secolo scrisse la storia del mondo in cinque libri (Historiarum libri quinque).
Nella letteratura latina esistevano anche forme intermedie fra la poesia e la prosa, come la prosa ritmica, che si diffuse soprattutto dopo il Mille. Essa seguiva un cursus (andamento ritmico) solenne e raffinato, con clausole finali del periodo mai lasciate a caso. Fu in uso soprattutto nelle cancellerie dei vari Stati o centri di potere europei che la impiegavano per le epistole ufficiali. Compare anche la prosa rimata, in cui l’uso della rima precorre già la versificazione delle letterature romanze.
Nel contempo la rima si stava affermando nella poesia religiosa latina, dove era impiegata soprattutto per i ritmi liturgici. In questo tipo di poesia, infatti, gradualmente si stava passando a una misura basata sul numero delle sillabe e non più sulla loro quantità (lunghe e brevi, secondo il modulo della poesia latina classica). Nella poesia latina si assiste insomma a una biforcazione: da un lato continua la scrittura metrica fondata sul modello tradizionale della quantità, che dall’antichità romana giungerà sino alla poesia umanistica del Quattrocento; dall’altro si diffonde invece un nuovo modello, la scrittura ritmica, fondata sulla ripetizione degli accenti, sul numero delle sillabe, sul gioco delle assonanze e delle consonanze. Sarà questo secondo modello a imporsi nelle letterature romanze, anche se parallelamente continuerà a vivere in latino anche l’altro.
In testi come i canti della poesia goliardica dei clerici vagantes in Francia, in Germania e in Gran Bretagna, ad esempio, il metro può ricalcare quello classico e nello stesso tempo seguire una misura ritmica ormai basata sul numero delle sillabe, sugli accenti e sulla rima. È il caso dei Carmina Burana conservati a Monaco nell’Abbazia di Benediktbeurn.

Miniatura da un codice dell'opera di Rodolfo il Glabro, "Historiarum libri quinque".

Miniatura da un codice dell’opera di Rodolfo il Glabro, “Historiarum libri quinque”.

Il mondo alla rovescia

cit. monogr. in M. M. Bachtin, L’opera di Rabelais e la cultura popolare. Riso, carnevale e festa nella tradizione medievale e rinascimentale, Torino 1979.

Pieter Bruegel il Vecchio, Lotta tra Carnevale e Quaresima (1559). Olio su tavola, 118×164,5 cm. Vienna, Kunsthistorisches Museum.

Pieter Bruegel il Vecchio, Lotta tra Carnevale e Quaresima (1559). Olio su tavola, 118×164,5 cm. Vienna, Kunsthistorisches Museum.

I divertimenti di tipo carnevalesco e le azioni o i riti comici a essi collegati, avevano un ruolo enorme nella vita dell’uomo del Medioevo. Oltre al carnevale propriamente detto, con tutte le sue azioni e processioni complicate che occupavano per giorni interi le piazze e le strade, si celebravano la «festa dei folli» (festa stultorum) e la «festa dell’asino»; ed esisteva anche uno speciale «riso pasquale» (risus paschalis) libero, consacrato dalla tradizione. Inoltre, quasi tutte le feste religiose avevano un loro aspetto comico, pubblico e popolare, anch’esso consacrato dalla tradizione. Questo era il caso, per esempio, delle «feste del tempio», accompagnate di solito da fiere, con il loro apparato ricco e vario di divertimenti pubblici (vi si esibivano giganti, nani, mostri, bestie «sapienti»). L’atmosfera carnevalesca dominava anche la rappresentazione dei misteri e delle soties. E regnava egualmente in alcune feste agricole, come la vendemmia (vendange), che era celebrata anche in città. Il riso accompagnava anche le cerimonie e i riti civili della vita di ogni giorno: buffoni e stolti vi partecipavano sempre e parodiavano tutti i diversi momenti del cerimoniale serio (proclamazione dei nomi dei vincitori di un torneo, cerimonie per la concessione di diritti feudali, vestizione di cavalieri, ecc.). E nessuna festa aveva luogo senza che vi mancassero elementi dell’organizzazione comica come, per esempio, l’elezione, per il periodo della festa, di re e regine «per burla» (roi puor rire).
Tutte queste forme di riti e spettacoli organizzati in modo comico erano molto diffuse in tutti i paesi dell’Europa medievale, ma si distinguevano per la loro ricchezza e la loro complessità nei paesi di cultura romanza, e in particolare in Francia […].
Tutte queste forme, organizzate sul principio del riso, presentavano una differenza estremamente netta, di principio si potrebbe dire, rispetto alle forme di culto e alle cerimonie ufficiali serie della chiesa e dello stato feudale. Esse rivelavano un aspetto completamente diverso del mondo, dell’uomo e dei rapporti umani, marcatamente non ufficiale, esterno alla Chiesa e allo Stato; sembravano aver edificato accanto al mondo ufficiale un secondo mondo e una seconda vita, di cui erano partecipi, in misura più o meno grande, tutti gli uomini del Medioevo, e in cui essi vivevano in corrispondenza con alcune date particolari. Tutto ciò aveva creato un particolare dualismo del mondo, e non sarebbe possibile comprendere né la coscienza culturale del Medioevo, né la cultura del Rinascimento senza tenere in considerazione questo dualismo. L’ignorare o il sottovalutare il riso popolare del Medioevo porta a snaturare il quadro di tutta l’evoluzione storica della cultura europea nei secoli seguenti […].
Il carnevale, in opposizione alla festa ufficiale, era il trionfo di una sorta di liberazione temporanea dalla verità dominante e dal regime esistente, l’abolizione provvisoria di tutti i rapporti gerarchici, dei privilegi, delle regole e dei tabù. Era l’autentica festa del tempo, del divenire, degli avvicendamenti e del rinnovamento. Si opponeva a ogni perpetuazione, a ogni carattere definitivo e a ogni fine. Volgeva il suo sguardo all’avvenire incompiuto.
Un significato del tutto particolare aveva l’abolizione di tutti i rapporti gerarchici. In effetti, durante le feste ufficiali le differenze gerarchiche erano mostrate in modo evidente: in esse bisognava apparire con tutte le insegne del proprio titolo, grado e stato, e occupare il posto assegnato al proprio rango. La festa consacrava l’ineguaglianza. Al contrario, nel carnevale tutti erano considerati uguali, e nella piazza carnevalesca regnava la forma particolare del contatto familiare e libero fra le persone, separate nella vita normale – non carnevalesca – dalle barriere insormontabili della loro condizione, dei loro beni, del loro lavoro, della loro età e della loro situazione familiare.