La «prosa latina del grande secolo dell’Umanesimo»

di E. Garin (cur.), Introduzione Prosatori Latini del Quattrocento (La Letteratura italiana. Storia e testi, vol. 13), Milano-Napoli 1952, pp. ix-xix.

BNCF, Conv. Soppr. J.VI.10, c. 144r (1426). Pagina della raccolta 'Opere' di Tertulliano imprestata da Giordano Orsini a Niccolò Niccoli.

BNCF, Conv. Soppr. J.VI.10, c. 144r (1426). Pagina della raccolta Opere di Tertulliano imprestata da Giordano Orsini a Niccolò Niccoli.

I

L’insidia implicita nel concetto stesso di genere letterario ha non di rado contribuito a falsare la prospettiva necessaria a ben collocare la produzione in prosa latina del grande secolo dell’Umanesimo. Età in cui vennero predominando preoccupazioni critiche, in cui tutta l’attività spirituale era impegnata a costruire una respublica terrena, degna pienamente dell’uomo nobile[1], il Quattrocento trovò la sua espressione più alta in opere di contenuto in largo senso moralistico e di tono retorico, in cui non solo si consegnava un modo nuovo di concepire la vita, ma si difendeva e si giustificava polemicamente un atteggiamento originale in ogni suo tratto. Per questo chi voglia andar cercando le pagine esemplari dell’epoca, le più profondamente espressive, dovrà rivolgersi, non già a testi per tradizione considerati monumenti letterari, ma alle opere in cui veramente si manifestò tutto l’impegno umano della nuova civiltà. Così, mentre chi prenda a scorrere novelle umanistiche non potrà non uscir deluso da talune, più che imitazioni, traduzioni, o meglio raffazzonamenti, di modelli boccacceschi, quali troviamo, tanto per esemplificare, in un Bartolomeo Fazio, pagine di insospettata bellezza, capaci di colpire ogni più raffinata sensibilità, ci si fanno incontro nei trattati e nei dialoghi di Poggio Bracciolini, e perfino nelle opere di un filosofo di professione, dall’andamento talora scolasticizzante, qual è Marsilio Ficino.

E proprio il Ficino della Theologia platonicapresentando gli uomini travagliati dalla malinconia della vita e desiderosi che tutto sia un sogno («forsitan non sunt uera quae nunc nobis apparent, forsitan in praesentia somniamus»)[2], definisce nei suoi particolari espressivi un tema di larghissima risonanza in tutta la letteratura europea. Sempre il Ficino, nel Liber de Solepur parafrasando talora l’orazione famosa dell’imperatore Giuliano, fissa i momenti di quella «lalda del sole» che, attraverso Leonardo da Vinci, arriva fino all’inno ispirato di Campanella. Leonardo rimanda esplicitamente all’apertura del terzo libro degli Inni naturali del Marullo; ma chi veramente, ancora una volta, in una prosa di grandissimo impegno, ci offre tutti i temi di quella solenne preghiera di ringraziamento alla fonte di ogni vita e di ogni luce, è proprio Ficino. Del quale è la non dimenticabile raffigurazione di una tenebra totale, ove è spento ogni astro, che fascia lungamente i viventi, finché di colpo il cielo si apre per mostrare colui che è sola forma visibile del Dio verace. E ficiniana è l’opposizione del carcere oscuro e della luce di vita, della tenebra di morte e dei germi rinnovellati dalla luce e dal calore solare, in cui si articolerà il metro barbaro di Campanella.

Ma per rimanere agli scritti di un medesimo autore, Leon Battista Alberti, non grande imitatore del Boccaccio, raggiunge invece la sua piena efficacia quando costruisce i suoi dialoghi, e sa essere perfettamente originale pur intessendoli di reminiscenze classiche. Perfino la tanto celebrata Historia de Eurialo et Lucretia di Enea Silvio perde tutto il suo colore innanzi alle pagine dei Commentarii[3]; e sono più facili a dimenticarsi i casi di Lucrezia che non le stanze delle antiche regine divenute nidi di serpi, o le porpore dei magistrati romani rievocate fra l’edera che copre le pietre rose dal tempo, o i topi che corrono la notte nei sotterranei di un convento e il papa che caccia sdegnato i monaci negligenti. Per non dire di quella feroce presentazione dei cardinali, fissati in ritratti nitidissimi con rapide linee mentre per complottare trasferiscono nelle latrine la solennità del conclave.

Poggio consegna a trattati di morale narrazioni scintillanti di arguzia, spesso molto più facete di tutte le sue FacezieI mari di Grecia percorsi sognando di Ulisse, il fasto delle corti d’Oriente, le belve africane, i fiumi immensi, «et per Nilum horrifici illi anguigeni crocodili», si alternano a discussioni erudite sulle iscrizioni delle Piramidi nelle lettere agli amici e nel taccuino di viaggio di quel bizzarro e geniale archeologo che fu Ciriaco de’ Pizzicolli d’Ancona. E forse il grande Poliziano ha scritto le sue pagine più belle nella prolusione al corso sugli Analitici primi d’Aristotele e nella lettera all’Antiquario sulla morte del Magnifico Lorenzo. Lettere dialoghi e trattati, orazioni e note autobiografiche, sono i monumenti più alti della letteratura del Quattrocento, e tanto più efficaci quanto meno l’autore si chiude nelle forme tradizionali, quanto più si impegna nel problema concreto che lo preoccupa[4], o si accende di passione politica nel discorso e nell’invettiva, o si dimentica nella confessione e nella lettera.

Poliziano, che della produzione letteraria del suo tempo fu il critico più accorto e consapevole, e che ha dichiarato con grande precisione i suoi princìpi dottrinali nella prefazione ai Miscellanea, nella lettera al Cortese e, soprattutto, nella grande prolusione a Stazio e Quintiliano, ha visto molto bene come all’umanesimo fossero intrinseche particolari maniere espressive. Proprio nelle prime lezioni del suo corso sulle Selve di Stazio, con la cura minuta che gli era propria, si sofferma a dissertare abbastanza a lungo intorno a due forme letterarie tipiche, l’epistola e il dialogo[5], accennando insieme al genere oratorio, da cui gli altri due si distaccano pur non senza svelare un’intima parentela. L’epistola – egli dice – è il colloquio con gli assenti, siano essi lontani da noi nello spazio oppure nel tempo: e vi sono due specie di lettere, scherzose le une, gravi e dottrinali le altre («altera ociosa, graiis et seiera altera»)[6]. Ma l’epistola deve essere sempre breve e concisa, semplice, con semplici espressioni, ricca di brio, di affettuosità, di motti, di proverbi («multa prouerbia, ut quae communia sunt atque ipsi multitudini accommodata»). Né la lettera deve prendere un tono troppo sentenzioso e ammonitorio, altrimenti non si ha più una lettera ma una elaborata orazione («iam non epistolam, sed artificium oratorium»). L’epistola è come la battuta singola, e che rimane quasi sospesa, di un dialogo («uelut pars altera dialogi»), anche se deve essere formalmente più curata del dialogo, che per essere schietto deve imitare il discorso improvvisato, mentre l’epistola è per sua natura discorso meditato e scritto. In tal modo un carteggio viene ad essere un dialogo compiuto e vario; e non va dimenticato come proprio il curioso epistolario del Poliziano ci offra un esempio caratteristico di simili colloqui.

Non a caso, con la sua grande sensibilità critica, il Poliziano batteva proprio su queste forme: ad esse infatti si può ricondurre quasi tutta la più significativa produzione latina in prosa del Quattrocento, poiché anche il diario, il taccuino di viaggio, si configura di continuo come lettera ad un amico. Così, per ricordare ancora l’Itinerarium di Ciriaco d’Ancona, noi vi troviamo riportati di peso i temi e le espressioni medesime delle epistole[7].

È stato detto, ma non del tutto giustamente, che «l’Umanesimo fu una rivoluzione formale»[8]; in verità la profonda novità formale aderiva esattamente a una rivoluzione sostanziale che facendo centro nella «conversazione civile», nella «vita civile», poneva il colloquio come forma espressiva esemplare[9]. E se la lettera deve essere considerata uelut pars altera dialogi, l’attenzione si polarizza sul dialogo: ed in forma di dialogo e in genere il trattato, di argomento morale o politico o filosofico in senso lato, che rispecchia la vita di una umana respublica e traduce perfettamente questa collaborazione volta a formare uomini «nobili e liberi», che costituisce l’essenza stessa della humanitas rinascimentale. La quale celebrandosi nella società umana tende a persuadere, a far culminare ogni incontro in una trasformazione degli altri attraverso una riforma interiore raggiunta per mezzo della politia litteraria[10]. Limiti e prolungamenti del colloquio ci appaiono da un lato la notazione autobiografica, dall’altro il pubblico discorso, l’orazione, che attraverso la polemica arriva all’invettiva. I cancellieri fiorentini, Salutati e Bruni, ci offrono esempi insignì di questo intrinsecarsi di letteratura e politica, di questa prosa che dell’efficacia e potenza espressiva si fa un’arma più valida delle schiere combattenti. La lode famosa di Pio II alla saggezza di Firenze, e ai suoi dotti cancellieri le cui epistole spaventavano Gian Galeazzo Visconti più di corazzate truppe di cavalleria, non e che la proclamazione del valore di una propaganda fatta su un piano superiore di cultura in una società educata ad accogliere e a rispettare la superiorità della cultura. L’incontro di politica e cultura a Firenze e a Venezia ritrova la valutazione della «retorica» di un Poliziano e di un Barbaro, e giova a definire un’epoca che cercava i suoi titoli di nobiltà al di fuori dei diritti del sangue. La «virtù», che non è certamente un bene ereditato, è sempre intelligenza, humanitas, e cioè consapevolezza e cultura.

Anche quando, nelle discussioni non infrequenti sull’argomento, si riconosce il valore della «milizia», s’intende una sottile dottrina, ove il valore personale del capo e intessuto di sapienza. Federigo da Montefeltro – e poco ci importa se il ritratto sia fedele – e profondamente addottrinato, e sa che i poeti descrivendo le battaglie possono divenire anch’essi maestri dell’arte della guerra. Alfonso il Magnanimo reca seco al campo una piccola biblioteca, e pensa sempre a poeti e a filosofi, e sa che la parola bene adoprata, ossia veramente espressiva, e più potente di ogni esercito.

Il suo motto, racconta Vespasiano da Bisticci, era che «un re non letterato, è un asino coronato». Il che non significa, si badi, che ser Coluccio fosse un vuoto retore, o Alfonso un re da sermone, ma che la cultura era, essa, viva ed efficace e umana, e perfetta espressione di una società capace d’accoglierla.

L’uomo che nel linguaggio celebra veramente se stesso («l’uomo si manifesta uomo essenzialmente nella parola»)[11], come si costituisce in pienezza definendosi attraverso la cultura (le litterae che formano la humanitas), così raggiunge ogni sua efficacia mondana mediante la parola persuasiva, mediante la «retorica» intesa nel suo significato profondo di medicina dell’anima, signora delle passioni, educatrice vera dell’uomo, costruttrice e distruttrice delle città. Tutto è, veramente, nel Quattrocento «retorica», sol che si ricordi che, d’altra parte, «retorica» è umanità, ossia spiritualità, consapevolezza, ragione, discorso di uomini; perché, veramente, il secolo dell’Umanesimo è il Quattrocento, in cui tutto fu inteso sub specie humanitatis, humanitas fu umano colloquio, ossia tutto il regno delle Muse figlie di Mnemosine – che è il più vero e il più bello dei miti.

Con semplicità francescana frate Bernardino da Siena, che vedeva in ser Coluccio un maestro e in Leonardo Bruni un amico, scriveva cristianamente le medesime cose: «non aresti tu gran piacere se tu vedessi o udissi predicare Gesù Cristo, san Paulo, santo Gregorio, santo Geronimo o santo Ambruogio? Orsù va, leggi i loro libri, qual più ti piace… e parlerai con loro, ed eglino parleranno teco; udiranno te e tu udirai loro». E, come dice altrove, le lettere ti faranno «signore». Il grande Valla parlerà di un sacramentum; il modesto Bartolomeo della Fonte dirà di un diuinum numen: quel «nume» che dà agli uomini «nozze e tribunali ed are»[12]. Per questo le litterae sono una cosa terribilmente seria, e la responsabilità di un termine bene usato è gravissima, e non v’è posto per l’ozio. Per questo la poesia in senso vichiano è da cercarsi là dove si traducono e si consegnano i discorsi essenziali per la vita dell’uomo.

Biblioteca Apostolica Vaticana. Vat. lat. 1941 foll. 36v-37r. Pagine dalla 'Roma instaurata' di Flavio Biondo relative alla descrizione delle Terme di Diocleziano

Biblioteca Apostolica Vaticana. Vat. lat. 1941 foll. 36v-37r. Pagine dalla Roma instaurata di Flavio Biondo relative alla descrizione delle Terme di Diocleziano.

II

Per tal modo quella «poesia» che talora è lontana dai versi e dalle novelle, è presente ed altissima nella pagina di un filosofo o nell’appassionata invettiva di un politico. La dolcezza del dire (dulcedo et sonoritas uerborum), la luce della forma (lux orationis), che si invoca per ogni espressione di vera umanità, vuoi far «poesia» di ogni umano discorso; e nel momento in cui riesce a tanto toglie ogni privilegiato dominio alle «lettere oziose». Perfino un oscuro erudito come Giovanni Cassi d’Arezzo sa dirci che in tal modo nell’eloquenza si unificano tutte le umane attività, e tutto in essa si umanizza davvero, e non perché, come taluno ha fantasticato, si celebri solo il letterato ozioso, ma al contrario perché l’uomo è presente in ogni momento dell’agire: perché, faccia egli il matematico, il medico, il soldato o il sacerdote, sempre e innanzitutto è uomo, e il suo sigillo umano imprime ad ogni sua opera umanamente esprimendola, ossia rivestendola della lux orationis[13].

Di qui l’importanza centrale che vengono ad assumere le trattazioni sulla lingua, sulla sua storia, sulla eleganza[14], ove la discussione grammaticale si trasforma di continuo in discorso finissimo di estetica: e quel trapassare dal vocabolario, e magari dal repertorio ortografico – basti pensare al Perotto o al Tortelli – nell’analisi critica e nella dissertazione storica. Mentre, contemporaneamente, la storia, che intende farsi vivo specchio della «vita civile», è per eccellenza eloquente discorso, ossia prosa politica e trattato pedagogico-morale. Bellissima cosa è infatti – come afferma Leonardo Bruni – raccontare l’origine prima e il progresso della propria città, e conoscere le imprese dei popoli liberi (est enim decorum cum propriae gentis originem et progressus, tum liberorum populorum… res gestas cognoscere)[15]. E Paolo Cortesi, in quel felice dialogo De hominibus doctis (1490), che è una vera e propria storia critica della letteratura del secolo XV, appunto discorrendo delle storie del Bruni, batte su questo incontro della verità con l’eleganza, che è tutt’uno con quell’armonia di sapienza ed eloquenza che Benedetto Accolti celebrò quale dote precipua dei Fiorentini e dei Veneziani del suo tempo nel dialogo De praestantia uirorum sui aeui.

Per la stessa ragione per cui tutto sembrava divenir dialogo tutto anche è libro di storia; e storia è, ancora, colloquio con le età antiche, con i grandi spiriti del passato. Il Bruni nell’introduzione ai Commentarii confessa che la grande letteratura classica fa sì che i tempi lontani ci siano più vicini e più noti dei tempi nostri (mihi quidem Ciceronis Demosthenisque tempora multo magis nota uidentur quam illa quae fuerunt iam annis sexaginta), e dichiara che è compito della storia immettere nella nostra vita e nel nostro colloquio il passato, farlo vivo con noi (quasi picturam quandam … uiuentem adhuc spirantemque). Matteo Palmieri innanzi alla vita di Niccolò Acciaiuoli ci insegna che la storia è una specie di immortalità terrena di quanto in noi è, appunto, vita mondana; la storia è culto e salvezza di quella parte mortale che le lettere redimono da morte dilatando la società umana oltre i limiti del tempo e salvandola dall’oblio e dal destino[16].

Biblioteca Apostolica Vaticana. Cod. Urb. lat. 224 foll. 1v-2r. Indice e frontespizio del 'De varietate Fortunae' di Poggio Bracciolini.

Biblioteca Apostolica Vaticana. Cod. Urb. lat. 224 foll. 1v-2r. Indice e frontespizio del De varietate Fortunae di Poggio Bracciolini.

III

Si aprono qui, tuttavia, a proposito della prosa latina, due questioni fra loro strettamente connesse e che sembrano in qualche modo, già nella loro impostazione, venir contrastando con quei caratteri stessi che si sono voluti definire: come, infatti, parlare della «umanità n di una produzione che si serviva di una lingua che nessuno ormai usava e che, dunque, già nel mezzo espressivo poneva come suo canone l’imitazione; in che modo una letteratura mimetica, ricalcata su modelli «ciceroniani», poteva oltrepassare i limiti della erudizione? Ma i due gravi problemi, del latino umanistico e della imitazione classica, già tanto dibattuti, hanno oramai offerto anche l’avvio a una soluzione.

Quanto infatti si abbietta intorno all’uso del latino, in luogo del volgare, e ad una presunta frattura che si opererebbe rispetto alla tradizione trecentesca, deve essere corretto con l’osservazione che i generi di prosa a cui ci riferiamo – orazioni, trattati, epistole politiche, dialoghi dottrinali – avevano sempre fatto uso del latino. Non è quindi esatto dire che da un presunto uso del volgare si torna al latino; è vero invece che al latino medievale definito barbarico, e cioè goto o parigino, si oppone un altro latino che si determina e si definisce rispetto ai modelli classici. Il quale latino, che si dichiara – come dice esplicitamente il Platina – integrato da tutta la più feconda tradizione postciceroniana, ivi compresi i Padri della Chiesa, intende rivendicare i diritti di una lingua nazionale romana contro l’universalità di un gergo scolastico (lo stile parigino), ed innanzi tutto nel campo di una produzione costantemente espressa in latino. Giustamente il De Sanctis sottolineava la frase del Valla che proclama lingua nostra il latino vero, che si contrappone al latino gotico dell’uso medievale. La quale «nostra lingua romana» degli umanisti, che si precisa con caratteri propri così rispetto al latino classico come a quello barbaro, va vista per quello che essa veramente è, anche rispetto al volgare: «un nuovo latino, in cui la complessità antica cede il posto alla scioltezza moderna». Il latino degli umanisti, lingua veramente viva che aderisce in pieno a una cultura affermatasi attraverso una consapevolezza critica che si collocava chiaramente nel tempo definendo i propri rapporti così col mondo antico come con il Medioevo; il latino dei grandi umanisti, lungi dal rappresentare una battuta d’arresto o un momento di involuzione, si colloca nella storia stessa del volgare. «Il latino insegnava al volgare l’eleganza la misura la forza e l’eloquenza, e il volgare imprimeva negli scritti latini degli umanisti le leggi del suo andamento piano, della sua sintassi sciolta, dei suoi trapassi intuitivi, della sua eloquenza interiore»[17].  Fra il latino, in cui si rispecchia pienamente tutto un atteggiamento culturale, e il volgare v’è una collaborazione che del resto si traduce quasi materialmente nel fatto che gli autori spesso scrivono l’opera loro in latino e in italiano. Non sempre si è posto mente al fatto che dal Manetti al Ficino gli stessi trattatisti, siano pur filosofi, stendono anche in volgare le loro meditazioni[18]. E come il loro latino è davvero una lingua loro, così il volgare che adoperano non è per nulla oppresso da una imitazione artificiosa di modelli classici.

Giungiamo così a quello che forse è il punto più delicato ad intendersi dell’atteggiamento di questi quattrocentisti: l’imitazione degli antichi. Che la posizione assunta dagli umanisti rispetto agli autori classici sia alimentata da una preoccupazione storica e critica; che essi siano dei filologi desiderosi innanzitutto di comprendere gli autori del passato nelle loro reali dimensioni e nella loro situazione concreta: è cosa ormai in complesso pacifica. Ora già questo definisce il senso di quella imitazione, che indica un atteggiamento molto caratteristico. L’Accolti dichiarerà nettamente la parità di valore fra i nuovi autori e i classici. Poliziano nella polemica col Cortesi, che è un testo capitale, confuterà tutte le istanze del ciceronianismo, e proclamerà il valore di un’intera tradizione afferrata nel suo sviluppo, rivendicando il senso di tutto il periodo più tardo della letteratura romana («neque autem statim deterius dixerimus quod diuersum sit»). Ma dirà soprattutto l’enorme distanza fra una poesia che fiorisce come libera creazione su una cultura meditata e fatta proprio sangue, e l’imitazione pedestre – illa poetas facit, haec simias[19].

L’Umanesimo fu in questa singolare «imitazione-creazione», come l’ha chiamata il Russo[20]: umanità fatta consapevole attraverso il rapporto stabilito con gli altri uomini nell’operoso sforzo di raggiungere una sempre più alta forma di vita. Di qui, appunto, il particolare carattere delle sue più felici espressioni letterarie.

 

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Note:

 

[1] «L’omo nato nobile e in città libera» – come dirà Alessandro Piccolomini.

[2] Ficino, Opera, Basileae, per Henricum Petri, 1576, vol. I, pp. 315-17 (Thel. plat., XIV, 7).

[3] «La novella era un genere troppo definito, troppo condizionato nelle sue linee essenziali da una tradizione ormai più che secolare, perché il Piccolomini potesse eluderne il colorito e gli schemi» (G. Paparelli, Enea Silvio Piccolomini, Bari, Laterza, 1950, p. 94).

[4] In una compilazione erudita come i Dies geniales di Alessandro d’Alessandro la discussione filologica si inserisce con eleganza fra il «ritratto» e il «ricordo» senza togliere a questi alcuna grazia, così che la discussione di un testo classico si colloca nella descrizione di un compleanno del Pontano o di una cena di Ermolao Barbaro, o fa seguito a una lezione romana del Filelfo (cfr. B. Croce, Varietà di storia letteraria e civile, II, Bari, Laterza, 1949, pp. 26-33).

[5] A proposito del dialogo e dell’epistola come forme caratteristiche dell’Umanesimo è da vedere quanto dice W. Rüegg, Cicero und der Humanismus, Formale Untersuchungen über Petrarca und Erasmus, Zurich, Rhein-Verlag, 1946, pp. 25-65, anche se a proposito della sua tendenza a ricondurre tutto a Cicerone è da tener presente la nota che Croce stese appunto sull’opera del Rüegg (Mommsen e Cicerone, in Varietà cit., pp. 1-12).

[6] Il commento del Poliziano è nel ms. Magliab. VII, 973 (Bibl. Naz. Firenze). Il testo in questione è a c. 4v-5v («est ergo proprie epistola, id quod ex Ciceronis… uerbis colligimus, scriptionis genus quo certiores facimus absentes si quid est quod aut ipsorum aut nostra interesse arbitremur. Eiusque tamen et aliae sunt species atque multiplices, sed duae praecipuae… altera ociosa, grauis et seuera altera. Atqui neque omnis materia epistolis accommodata est… Breuem autem concisamque esse oportet simplicis ipsius rei expositionem, eamque simplicibus uerbis. Multas epistolae inesse conuenit festiuitates, amoris significationes, multa prouerbia, ut quae communia sunt atque ipsi multitudini accommodata. Qui uero sententias uenatur quique adhortationibus utitur nimiis, iam non epistolam, sed artificium oratorium… Epistola uelut pars altera dialogi… maiore quadam concinnatione epistola indiget quam dialogus… imitatur enim hic extemporaliter loquentem… at epistola scribitur»).

[7] Itinerarium: «ego quidem interea magno uisendi or bis studio, ut ea quae iamdiu mihi maximae curae fuere antiquarum rerum monumenta undique terris diffusa uestigare perficiam…» ; «Hinc ego rei nostrae gratia et magno utique et innato uisendi orbis desiderio…» ; Epist. Boruele Grimaldo (ms. Targioni 49, Bibl. Naz. Firenze): «cum et a teneris annis summus ille uisendi orbis amor innatus esset…». Del resto tutta l’opera di Ciriaco è una serie di variazioni di questo appassionato motivo: summus ille uisendi orbis amor, antiquarum rerum monumenta uestigare, quae in dies longi temporis labe… collabuntur… litteris mandare. La sete di conoscere il mondo, il bisogno di vincere spazio e tempo, di riconquistare ogni più lontano frammento d ‘umanità e di sottrarlo alla morte, e insieme questo senso concreto del passato trovano in lui una espressione singolare. Nella medesima epistola a Leonardo Bruni abbiamo insieme notizia di un’iscrizione inviata da Atene (ex me nuper Athenis…) e della difesa di Cesare contro il Bracciolini spedita dall’Epiro (ex Epyro hisce nuper diebus…).

[8] Cosi, appunto, il Rüegg, op. cit., p. 26 («der Humanismus ist eine formale, nicht eine dogmatische Revolution»).

[9] C’è appena bisogno di ricordare che si tratta dei titoli delle opere di Matteo Palmieri e del Guazzo.

[10] È ancora il titolo di un’opera significativa, quella di A. Decembrio in cui di rispecchia la scuola del Guarino.

[11] Così F. Flora, Umanesimo, «Letterature moderne», I, 1950, pp. 20-21.

[12] Ecco – secondo il Fonzio – quello che ottiene la parola: «fidem inter se homines colere, matrimonia inire, seque in una moenia cogere uiribus eloquentiae compulit».

[13] «Quasi unum in corpus conuenerunt scientiae omnes, et rursus temporibus nostris… eloquentiae studiis studia sapientiae coniuncta sunt» (da una lettera del Cassi al Tortelli, contenuta nel Vat. lat. 3908 e pubblicata nel 1904 da G.F. Gamurrini, Arezzo e l’Umanesimo, Arezzo, Tip. Cristelli, 1904, p. 87, miscellanea in onore del Petrarca dell’Accademia Petrarca).

[14] A proposito delle eleganze del Valla scriverà il Cortesi, De hominibus doctis, ed. G.C. Galletti, Florentiae, Giovanni Mazzoni, 1847, p. 229: «conabatur Valla uim uerborum exprimere et quasi uias…ad structuram orationis».

[15] Così nel De studiis et litteris (in H. Baron, Leonardo Bruni Aretino humanistisch-philosophische Schriften, Leipzig, 1928, p. 13). Una giusta valutazione dell’opera storica del Bruni presenta B.L. Ullman, Leonardo Bruni and humanistic historiography, «Medievalia et Humanistica» 4 (1946), pp. 44-61 (e, per quanto si è sopra osservato su retorica, politica e storia, son da vedere i tre saggi di H. Baron, Das Erwachen des historischen Denkens im Humanismus des Quattrocento, «Hist. Zeitschrift», vol. 147, 1933; di N. Rubinstein, The Beginnings of Political Thought in Florence: A Study in Mediaeval Historiography, «Journal Warburg Inst.», v, I, 1942; di D. Cantimori, Rhetoric and Politics in Italian Humanism, «Journ. Warburg Inst.», 1, 1937).

[16] «Corpoream uero partem non omnino negligendam ducunt, sed tamquam suam in terra recolendam, ideoque desiderant illam obliuioni et fato praeripere…».

[17] Così nella prefazione alle Vite, che riportiamo per intero. Rilievi utili in proposito ha il Sabbadini sia nella Storia del ciceronianismo (Torino, Loescher, 1886), come nel Metodo degli umanisti (Firenze, Le Monnier, 1920).

[18] R. Spongano, Un capitolo di storia della nostra prosa d’arte (La prosa letteraria del Quattrocento), Firenze, Sansoni, 1941, p. 3, p. 10 ecc.

[19] E così sono spesso notevoli le versioni di scrittori celebri come latinisti: l’Aurispa che traduce Buonaccorso da Montemagno, Donato Acciaiuoli che volgarizza il Bruni, e così via.

[20] È interessante ritrovare, distesi e volgarizzati, i concetti di un Valla e di un Poliziano negli scrittori francesi del ‘500. Per esempio Joachim du Bellay, scrivendo a metà del sec. XVI, dopo aver tratto dal Valla il concetto che Roma fu grande per la lingua imposta all’Europa non meno che per l’impero («la gioire du peuple Romain n’est moindre- comme a dit quelqu’un- en l’amplification de son langaige que de ses limites»), eccolo riprendere Poliziano: «immitant les meilleurs aucteurs …, se transformant en eux, les devorant, et apres les avoir bien digerez, les convertissant en sang et nouriture». Solo così l’imitazione è giovevole allo scrittore; «autrement son immitation ressembleroit celle du singe». Cfr. B. Weinberg, Critical prefaces of the French Renaissance, Northwestern University Press, Evanston, Illinois,1950, pp. 17 sgg. cfr. L. Russo, Problemi di metodo critico, Bari, Laterza, 19502, pp. 126 sgg.

La morte di Cola di Rienzo (Anon. rom. Cronica, cap. xxvii)

di P. Trifone, Roma e il Lazio. Vol. 2: Antologia di testi commentati, Torino 1992, pp. 114-120.

Tor Crescenzia (detta Casa di Cola di Rienzo). Roma, via di Ponte Rotto.

Tor Crescenzia (detta Casa di Cola di Rienzo). Roma, via di Ponte Rotto.

L’anonimo autore della Cronica fu studente all’Università di Bologna: «lo demorava nella citate de Bologna allo Studio e imprenneva lo quarto della Fisica»[1].

Questo dato, che costituisce una delle pochissime certezze della sua biografìa viene in genere inteso nel senso che egli era studente del quarto anno di medicina. Sanfilippo ha rilevato peraltro una dissonanza tra la condizione di studente in medicina e la nobiltà di sangue, attribuita all’Anonimo sulla scorta di un vago richiamo autobiografico alla propria ientilezza, in un brano lacunoso del Prologo: «Dunqua io, lo quale … mea ientilezza»[2]. Sanfilippo solleva la questione dell’«incompatibilità sociale tra l’essere nobile e l’essere medico», che secondo lo studioso potrebbe risolversi tenendo presente che a Roma come a Firenze, a Bologna e in tutta l’Italia comunale l’appellativo di gentiluomini non si riferiva più esclusivamente ai nobili ma designava anche i membri del «ceto urbano emergente». Va detto tuttavia che esiste anche una diversa interpretazione del passo della Cronica citato all’inizio: «Lo scrittore vuol dire invece che studiava il quarto libro della Fisica aristotelica, uno dei libri di testo fondamentali della facoltà di artes, come subito vide il Muratori, che pubblicò l’opera con il titolo di Historiae Romanae Fragmenta»[3].

Qualunque sia l’effettivo status sociale e professionale dell’Anonimo – nobile, mercante, medico, umanista o altro – bisogna ammettere che il profilo che si adatta meglio alla sua cultura e alla sua ideologia è quello di un intellettuale «laico» vicino alla borghesia municipale, di cui racconta le aspirazioni frustrate e a cui del resto esplicitamente si rivolge, fondendo memoria personale, storiografia politica ed esercizio letterario[4].

La perentoria scelta in favore del dialetto cittadino conferma e marca i contorni di questo profilo. Sarebbe un errore pensare che l’adozione dell’idioma nativo fosse una strada assolutamente ovvia o obbligata, nella seconda metà del Trecento, per uno scrivente di sicura preparazione e di acuta sensibilità linguistica come l’Anonimo, cui l’importante esperienza bolognese doveva aver dischiuso fra l’altro un ampio orizzonte di pratiche comunicative. Anzi, sulla base dei dati ora esposti, e considerando ad esempio le incoerenze linguistiche di una lettera scritta nel 1385 da un giovane di Subiaco che studiava legge proprio a Bologna, può sorgere semmai il sospetto che nell’originale perduto della Cronica le forme letterarie si alternassero a quelle dialettali con frequenza maggiore che nell’edizione critica rigorosamente neo-lachmanniana di Porta[5].

«L’opera ène granne e bella», dichiara l’Anonimo stesso con autocoscienza di artista all’inizio della narrazione. Il suo senso drammatico dello stile lo fa propendere per una prosa asciutta e nervosa, in apparenza elementare e antiretorica, in realtà complessamente e sapientemente strutturata[6].

La tecnica compositiva della Cronica si caratterizza per la netta prevalenza della paratassi, attuata però con un’insolita varietà di soluzioni, che nell’insieme rivelano una personalità di scrittore tutt’altro che ingenua, educata certamente dalla consuetudine con i testi classici[7].

Al periodare ampio di tipo boccacciano l’Anonimo preferisce l’annotazione essenziale, mirante ad imporsi con la forza dell’evidenza. L’incisività delle frasi brevi, che tendono ad allinearsi in sequenze asindetiche, si accorda bene a un intenso e mobile realismo descrittivo, «con alcuni tratti propri dello stile epico, inarcato talora nei modi di vigorose immagini popolaresche»[8].

Le pagine celebratissime sulle ultime ore di Cola sono, in questo senso, esemplari. Basti pensare a quel dettaglio sul corpo sfigurato del tribuno, uno dei picchi espressionistici dell’intera Cronica: «Tanta era la soa grassezza, che pareva uno esmesurato bufalo overo vacca a maciello». E ancora: «Le mazza de fòra grasse», ‘le budella di fuori grasse’, con il ricorso al vocabolo «basso» mazza e alla frase senza verbo per rendere con la massima tensione e icasticità l’atroce scena. Il distacco critico nei confronti di Cola si accompagna a un percepibile senso di angoscia per il definitivo fallimento di una causa che pure non viene mai sbandierata: la restaurazione di una Roma «civile» e repubblicana.

Per un quadro dei principali aspetti linguistici della Cronica si rinvia alla I Parte, cap. I, § 6. Qui si ricorderanno soltanto alcuni fenomeni più frequenti, allo scopo di facilitare la lettura: dittongamento metafonetico (puopolo, intellietto); assimilazioni ND > nn, MB> mm, LD >ll (prennere, gammiere, sollati ‘prendere, gambiere, soldati’); passaggio di B a v (varva) e, dopo liquida o nasale, di S a z (perzona, penza); j in luogo di G palatale del toscano (iente, ‘gente’) e di i preconsonantica (aitre, uitime, ‘altre, ultime’); perfetti in –ao, –eo, –io (troncao, deo, vestio, ‘troncò, diede, vestì’); possessivi sia, tio, ‘suo, tuo’, analogici su mio. Si segue il testo dell’edizione critica di Porta[9]; il commento si è giovato anche del glossario presente in Porta[10] e delle annotazioni di Serianni[11].

Federico Faruffini, Cola di Rienzo contempla le rovine di Roma. Olio su tela, 1855. Pavia, collezione privata.

Federico Faruffini, Cola di Rienzo contempla le rovine di Roma. Olio su tela, 1855. Pavia, collezione privata.

Ora voglio contare[12] la morte dello tribuno. Aveva lo tribuno fatta una gabella[13] de vino e de aitre cose. Puseli nome ‘sussidio’. Coize[14] sei denari per soma[15] de vino. Coglievase la moita moneta. Romani se llo comportavano per avere stato[16]. Anco stregneva lo sale per più moneta avere[17]. Anco stregneva soa vita e soa famiglia[18] in le spese. Onne cosa penza per sollati[19]. Repente[20] prese[21] uno citatino de Roma nobile assai, perzona sufficiente, saputa[22]: nome avea Pannalfuccio de Guido[23]. Omo virtuoso, assai desiderava la signoria dello puopolo[24]. E sì lli troncao[25] la testa senza misericordia e cascione[26] alcuna. Della cui morte tutta Roma fu turbata. Staievano[27] Romani como pecorella. Queti non osavano favellare. Così temevano questo tribuno como demonio. In loco consilii obtinebat omnem suam voluntatem, nullo consiliatore contradicente. Ipso instanti ridens plangebat et emittens lacrimas et suspiria ridebat, tanta inerat ei varietas et mobilitas voluntatis[28]. Ora lacrimava, ora sgavazzava[29]. Puoi se deo a prennere la iente[30]. Prenneva questo e quello, revennevali[31]. Lo mormuorito[32] quetamente per Roma sonava. Perciò a fortezza de sì sollao[33] cinquanta pedoni romani per ciasche rione, priesti ad onne stanno[34]. Le pache non li dava. Prometteva onne dìe[35]. Tenevali in spene[36]. Promettevali abunnanzia de grano e cose assai. Novissime[37] cassao Liccardo[38] della capitania e fece aitri capitanii. Questa fu la soa sconfittura. Allora lassao Liccardo lo predare e llo sollicito guerriare[39], mormorannose debitamente[40] de sì ingrato omo. Era dello mese de settiembro[41], a dìi otto. Staieva Cola de Rienzi la dimane in sio lietto. Avease lavata la faccia de grieco[42]. Subitamente veo[43] voce gridanno: «Viva lo puopolo, viva lo puopolo». A questa voce la iente traie[44] per le strade de·llà e de cà. La voce ingrossava, la iente cresceva. Nelle capocroce[45] de mercato accapitao[46] iente armata che veniva da Santo Agnilo e da Ripa e iente che veniva da Colonna e da Treio[47]. Como se ionzero insiemmori[48], così mutata voce dissero: «Mora lo traditore Cola de Rienzi, mora!» Ora se fionga[49] la ioventute senza rascione, quelli proprio che scritti[50] aveva in sio[51] sussidio. Non fuoro[52] tutti li rioni, salvo[53] quelli li quali ditti soco[54]. Curzero allo palazzo de Campituoglio. Allora se aionze[55] lo moito puopolo, uomini e femine e zitielli[56]. Iettavano prete[57]; faco[58] strepito e romore; intorniano lo palazzo da onne lato, dereto e denanti[59], dicenno: «Mora lo traditore che hao[60] fatta la gabella, mora!» Terribile ène[61] loro furore. A queste cose lo tribuno reparo non fece. Non sonao la campana, non se guarnìo[62] de iente. Anco da prima diceva: «Essi dico[63]: “Viva lo puopolo”, e anco noi lo dicemo. Noi per aizare[64] lo puopolo qui simo[65]. Miei scritti sollati so’[66]. La lettera dello papa della mea confirmazione venuta ène. Non resta se non piubicarla[67] in Consiglio». Quanno a l’uitimo vidde che·lla voce terminava a male, dubitao forte[68]; specialemente ché esso fu abannonato da onne perzona vivente che in Campituoglio staieva. Iudici, notari, fanti e onne perzona aveva procacciato de campare la pelle. Solo esso con tre perzone remase, fra li quali fu Locciolo Pellicciaro, sio parente[69]. Quanno vidde lo tribuno puro[70] lo tumuito dello puopolo crescere, viddese abannonato e non proveduto[71], forte se dubitava[72]. Demannava[73] alli tre que[74] era da fare. Volenno remediare, fecese voglia e disse: «Non irao[75] così, per la fede mea». Allora se armao guarnitamente de tutte arme a muodo de cavalieri, la varvuta in testa, corazza e falle e gammiere[76]. Prese lo confallone dello puopolo e solo se affece[77] alli balconi della sala de sopra maiure[78]. Destenneva la mano, faceva semmiante[79] che tacessino, ca[80] voleva favellare. Sine dubio[81] che se lo avessino scoitato[82] li àbbera rotti[83] e mutati de opinione, l’opera era svaragliata[84]. Ma Romani non lo volevano odire. Facevano como li puorci[85]. Iettavano prete, valestravano[86]. Curro[87] con fuoco per ardere la porta. Tante fuoro le valestrate e·lli verruti[88], che alli balconi non potéo durare[89]. Uno verruto li coize[90] la mano. Allora prese questo confallone e stenneva lo sannato[91] da ambedoi[92] le mano. Mostrava le lettere dello auro[93], l’arme[94] delli citatini de Roma, quasi venissi[95] a dicere: «Parlare non me lassate. Ecco che io so’ citatino e popularo como voi. Amo voi, e se occidete me, occidete voi che romani site[96]». Non vaize[97] questi muodi tenere. Peio fao[98] la iente senza intellietto. «Mora lo traditore!» chiama[99]. Non potenno più sostenere[100], penzao per aitra via campare. Dubitavase de remanere su nella sala de sopra, perché anco stava presone[101] missore[102] Bettrone de Narba, a chi fatta aveva tanta iniuria[103]. Dubitava che non lo occidessi con soie mano[104]. Conosceva e vedeva che responneva allo puopolo. Penzao partirse dalla sala de sopra e delongarese[105] da missore Bettrone per cascione de più securitate. Allora abbe[106] tovaglie de tavola e legaose in centa[107] e fecese despozzare ioso[108] nello scopierto denanti alla presone. Nella presone erano li presonieri; vedevano tutto. Tolle li chiavi e tenneli a sé. Delli presonieri dubitava. De sopra nella sala remase Locciolo Pellicciaro, lo quale a quanno a quanno se affaceva alli balconi e faceva atti con mano, con vocca allo puopolo e diceva: «Essolo che vene ioso dereto[109]», e issino[110] dereto allo palazzo, ca dereto veniva. Puoi se volvea[111] allo tribuno, confortavalo e diceva che non dubitassi. Puoi tornava allo puopolo facenno li simili cenni: «Essolo dereto, essolo ioso dereto». Davali la via e l’ordine. Locciolo lo occise. Locciolo Pellicciaro confuse[112] la libertate dello puopolo, lo quale mai non trovao capo. Solo per quello omo poteva trovare libertate. Solo Locciolo se·llo avessi confortato, de fermo non moriva[113]; ché fu arza la sala, lo ponte della scala cadde a poca d’ora. Ad esso non poteva alcuno venire. Lo dìe cresceva[114]. Li rioni della Regola e li aitri forano venuti[115], lo puopolo cresciuto, le voluntate mutate per la diverzitate[116]. Onne omo fora tornato a casa, overo granne vattaglia stata fora. Ma Locciolo li tolle la speranza. Lo tribuno desperato se mise a pericolo[117] della fortuna. Staienno[118] allo scopierto lo tribuno denanti alla cancellaria, ora se traieva la varvuta[119], ora se·lla metteva. Questo era che abbe[120] da vero doi[121] opinioni. La prima opinione soa[122], de volere morire ad onore armato colle arme, colla spada in mano fra lo puopolo a muodo de perzona magnifica e de imperio. E ciò demostrava quanno se metteva la varvuta e tenevase armato. La secunna opinione fu de volere campare la perzona e non morire. E questo demostrava quanno se cavava la varvuta. Queste doi voluntate commattevano nella mente soa. Venze[123] la voluntate de volere campare e vivere. Omo era como tutti li aitri, temeva dello morire. Puoi che deliverao per meglio[124] de volere vivere per qualunche via potéo[125], cercao e trovao lo muodo e·lla via, muodo vituperoso e de poco animo. Ià[126] li Romani aveano iettato fuoco nella prima porta, lena[127], uoglio e pece. La porta ardeva. Lo solaro della loia fiariava[128]. La secunna porta ardeva e cadeva lo solaro e·llo lename[129] a piezzo a piezzo. Orribile era lo strillare. Penzao lo tribuno devisato[130] passare per quello fuoco, misticarese[131] colli aitri e campare. Questa fu l’uitima soa opinione. Aitra via non trovava. Dunque se spogliao le insegne della baronia, l’arme puse iò in tutto[132]. Dolore ène de recordare. Forficaose[133] la varva e tenzese[134] la faccia de tenta nera. Era là da priesso una caselluccia[135] dove dormiva lo portanaro[136]. Entrato là, tolle uno tabarro de vile panno, fatto allo muodo pastorale campanino[137]. Quello vile tabarro vestìo[138]. Puoi se mise in capo una coitra[139] de lietto e così devisato[140] ne veo ioso[141]. Passa la porta la quale fiariava, passa le scale e·llo terrore dello solaro che cascava, passa l’uitima porta liberamente. Fuoco non lo toccao. Misticaose[142] colli aitri. Desformato desformava la favella. Favellava campanino[143] e diceva: «Suso, suso a gliu tradetore!»[144]. Se le uitime scale passava era campato. La iente aveva l’animo suso allo palazzo. Passava la uitima porta, uno se·lli affece[145] denanti e sì·llo reaffigurao[146], deoli de mano[147] e disse: «Non ire[148]. Dove vai tu?» Levaoli quello piumaccio[149] de capo, e massimamente che se pareva[150] allo splennore che daiev[151]a li vraccialetti che teneva. Erano ‘naorati[152]: non pareva opera de riballo. Allora, como fu scopierto, parzes[153]e lo tribuno manifestamente: mostrao ca esso era. Non poteva dare più la voita[154]. Nullo remedio era se non de stare alla misericordia, allo volere altruio. Preso per le vraccia, liberamente[155] fu addutto per tutte le scale senza offesa fi’ allo luoco dello lione[156], dove li aitri la sentenzia vodo[157], dove esso sentenziato aitri aveva. Là addutto, fu fatto uno silenzio. Nullo omo era ardito toccarelo. Là stette per meno de ora, la varva tonnita[158], lo voito nero como fornaro, in iuppariello[159] de seta verde, scento[160], colli musacchini[161] inaorati, colle caize de biada[162] a muodo de barone. Le vraccia teneva piecate. In esso silenzio mosse la faccia, guardao de·llà e de cà. Allora Cecco dello Viecchio impuinao mano[163] a uno stuocco e deoli[164] nello ventre. Questo fu lo primo. Immediate[165] puo’ esso secunnao[166] †lo ventre †[167] de Treio notaro e deoli la spada in capo. Allora l’uno, l’aitro e li aitri lo percuoto[168]. Chi li dao, chi li promette. Nullo motto faceva. Alla prima morìo, pena non sentìo[169]. Venne uno con una fune e annodaoli tutti doi li piedi. Dierolo[170] in terra, strascinavanollo, scortellavanollo[171]. Così lo passavano como fussi criviello[172]. Onneuno ne·sse iocava. Alla perdonanza li pareva de stare[173]. Per questa via fu strascinato fi’ a Santo Marciello[174]. Là fu appeso per li piedi a uno mignaniello[175]. Capo non aveva. Erano remase le cocce[176] per la via donne[177] era strascinato. Tante ferute aveva, pareva criviello. Non era luoco senza feruta. Le mazza de fòra[178] grasse. Grasso era orribilemente, bianco como latte insanguinato. Tanta era la soa grassezza, che pareva uno esmesurato bufalo overo vacca a maciello. Là pennéo dìi doi[179], notte una. Li zitielli li iettavano le prete. Lo terzo dìe de commannamento de Iugurta e de Sciarretta della Colonna fu strascinato allo campo dell’Austa. Là se adunaro tutti Iudiei in granne moititudine: non ne remase uno. Là fu fatto uno fuoco de cardi secchi. In quello fuoco delli cardi fu messo. Era grasso. Per la moita grassezza da sé ardeva volentieri. Staievano là li Iudiei forte affaccennati, afforosi, affociti[180]. Attizzavano li cardi perché ardessi. Così quello cuorpo fu arzo e fu redutto in polve: non ne remase cica[181]. Questa fine abbe Cola de Rienzi, lo quale se fece tribuno augusto de Roma, lo quale voize[182] essere campione de Romani.

 

 

Bibliografia

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—-                   , La «Cronica» dell’Anonimo romano: problemi di inquadramento culturale e storiografico, BISI 91 (1984), pp. 423-443.

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F.A. Ugolini, La prosa degli «Historiae Romanae Fragmenta» e della cosiddetta «Vita di Cola di Rienzo», ASRP 58 (1935), pp. 1-68.

 

[1] G. Porta (a cura di), Anonimo romano, Cronica, Milano 1979, p. 89.

[2] M. Sanfilippo, Dell’Anonimo romano e della sua ed altrui nobiltà, QM 9 (1980), pp. 124-125. Cfr. anche G. Porta, op. cit., p. 4.

[3] F. Bruni, L’italiano. Elementi di storia della lingua e della cultura, Torino 19872, pp. 378-379.

[4] Sulla compresenza nella Cronica di memorialistica e storiografia si vd. G.M. Anselmi, Il tempo della storia e quello della vita nella «Cronica» dell’Anonimo romano, SPCT 21 (1980), pp. 181-194; le dinamiche sociali e politiche nella Roma di Cola e dell’Anonimo sono ricostruite da M. Miglio, Gli ideali di pace e di giustizia in Roma a metà del Trecento: gruppi sociali e azione politica, in Id., Scritture, scrittori e storia. I. Per la storia del Trecento a Roma, Roma 1991, pp. 55-81.

[5] Anche in questa, comunque, sono presenti numerose oscillazioni tra forme di diverso registro: lo sottolinea, esemplificando, T.  De Mauro, Il romanesco ieri e oggi, Roma 1989, p. XXIV n. 15. Si tenga conto del fatto che la Cronica ha una tradizione testuale assai tarda, non anteriore al XVI secolo.

[6] Si vd. F.A. Ugolini, La prosa degli «Historiae Romanae Fragmenta» e della cosiddetta «Vita di Cola di Rienzo», ASRP 58 (1935), pp. 1-66; M. Pozzi, Appunti sulla «Cronica» di Anonimo romano, GSLI 99 (1982), pp. 481-504; M. Dardano, L’articolazione e il confine della frase nella «Cronica» di Anonimo Romano, in F. Albano Leoni et alii (a cura di), Italia linguistica: idee, storia, strutture, Bologna 1983, pp. 203-222; P. Trifone, Aspetti dello stile nominale nella «Cronica» trecentesca di Anonimo Romano, SLI 12 (1986), pp. 217-239.

[7] Sulle fonti culturali dell’Anonimo cfr. L. Felici, La «Vita di Cola di Rienzo» nella tradizione cronachistica romana, StudRom 25 (1977), pp. 325-345, M. Miglio, Et rerum facta est pulcherrima Roma, in Id., Scritture, scrittori e storia. I. Per la storia del Trecento a Roma, Roma 1991, pp. 11-53 e G.M. Anselmi, La «Cronica» dell’Anonimo romano: problemi di inquadramento culturale e storiografico, BISI 91 (1984), pp. 423-443, che pongono in risalto rispettivamente i rapporti con la tradizione cronachistica cittadina, con quella classica e con quella emiliano-veneta; si vedano anche G. Tanturli, La Cronica di Anonimo romano, Paragone» 31 (1980), pp. 84-93 e V. De Caprio, Roma e Italia centrale nel Duecento e nel Trecento, in A. Asor Rosa (a cura di), Letteratura italiana. Storia e geografia, vol. I, L’età medievale, Torino 1987, pp. 499-505.

[8] F. Bruni, Dalle Origini al Trecento, in Storia della civiltà letteraria italiana, diretta da G. Bàrberi Squarotti, vol. I, 2 tomi, Torino 1990, p. 678.

[9] G. Porta (a cura di), op. cit., pp. 258-265.

[10] Id. (a cura di), Anonimo romano, Cronica, Milano 1981 (con ampio glossario).

[11] L. Serianni, Per una storia del romanesco. Testi letterari e documentari dal IX al XIX secolo, dispense ciclostilate del corso di Storia della lingua italiana, Roma 1981-1982, pp. 25-47.

[12] contare: raccontare.

[13] gabella: dazio.

[14] coize: raccolse, percepì.

[15] soma: misura di capacità.

[16] Romani. .. stato: i Romani sopportavano pur di mantenere un governo ordinato.

[17] stregneva lo sale: Cola limitava anche l’importazione del sale per non gravare di spese l’erario.

[18] soa famiglia: la sua servitù.

[19] sollati: soldati.

[20] repente: lat., “all’improvviso”.

[21] prese: fece arrestare.

[22] sufficiente, saputa: capace ed esperta.

[23] Pannalfuccio de Guido: Pandolfuccio di Guido dei Franchi, che era stato ambasciatore di Cola a Firenze nel 1347.

[24] desiderava la signoria dello puopolo: era di ideali “democratici”.

[25] E sì lli troncao: Ebbene, gli troncò.

[26] cascione: cagione, motivo.

[27] Staievano: stavano, erano. Staio per ‘sto’ (e quindi staievano per ‘stavano’, staienno per ‘stando’ ecc.) si spiega con l’influsso di aio ‘ho’ (lat. habeo).

[28] In loco consilii … mobilitas voluntatis: lat., “nel luogo del consiglio, Cola imponeva ogni sua volontà, senza che nessun consigliere lo contraddicesse. Nello stesso momento ridendo piangeva, lacrimando e sospirando rideva, tanta era l’incostanza e la mobilità del suo animo”.

[29] sgavazzava: gozzovigliava.

[30] Puoi … iente: poi cominciò (si diede) a far arrestare la gente.

[31] revennevali: li rilasciava in cambio di denaro.

[32] mormuorito: mormorio; con suffisso –ito sul modello dei participi finito, partito ecc. Il dittongamento irregolare della seconda o atona sarà dovuto a un «iper-romaneschismo» (estensione indebita dell’esito metafonetico), cioè a un comprensibile incidente del copista tardo della Cronica.

[33] a fortezza de sì sollao: assoldò per difesa personale.

[34] priesti ad onne stanno: pronti a ogni assalto.

[35] onne dìe: ogni giorno.

[36] spene: speranza.

[37] Novissime: lat., “infine, da ultimo”.

[38] cassao Liccardo: destituì Riccardo Imprendente degli Anniballi.

[39] lassao.,. guerriare: cessò di fare bottino e di impegnarsi a fondo nelle azioni belliche.

[40] mormorannose debitamente: lamentandosi giustamente.

[41] settiembro: settembre; ma in realtà la rivolta scoppiò il giorno 8 ottobre del 1354.

[42] Staieva … grieco: la mattina Cola di Rienzo restava nel suo letto, perché si era lavata la faccia … con vino greco (fulminante allusione all’ubriachezza di Cola). Una diversa lettura del passo è stata proposta da Clemente Merlo: «Avease lavata la faccia de grieco [ = ‘da nord-est’]».

[43] veo: viene.

[44] traie: accorre.

[45] Nelle capocrace: nel crocicchio.

[46] accapitao: arrivò.

[47] Santo Agnilo… Treio: i rioni Sant’Angelo, Ripa, Colonna e Trevi (Treio < lat. trivium) erano ostili a Cola.

[48] se ionzero insiemmori: si congiunsero insieme. In insiemmori, dal lat. in simul, è notevole il rotacismo della l intervocalica, fenomeno abbastanza raro nell’area centromeridionale, ma non eccezionale per quanto riguarda appunto la sillaba finale dei proparossitoni (cfr. G. Rohlfs, Grammatica storica della lingua italiana e dei suoi dialetti, Torino 1966-1969, vol. I, p. 227).

[49] se fionga: si fionda, si avventa. Alla base del verbo fiongare c’è un lat. volg. *flun(di)care, da *flunda, “fionda”.

[50] scritti: iscritti.

[51] sia: suo.

[52] fuoro: furono.

[53] salvo: ma soltanto.

[54] soco: sono.

[55] se aionze: si aggiunse.

[56] zitielli: fanciulli.

[57] prete: pietre, forma metatetica assai comune nell’area.

[58] faco: fanno.

[59] dereto e denanti: dietro e davanti.

[60] hao: ha.

[61] ène: è, con epitesi di –ne.

[62] non se guarnìo: non si protesse militarmente.

[63] dico: dicono.

[64] aizare: innalzare, elevare la condizione.

[65] simo: siamo.

[66] Miei scritti sollati so’: coloro che ho arruolato sono veri soldati.

[67] piubicarla: pubblicarla; da un lat. volg. *plubicum, variante metatetica di publicum.

[68] dubitao forte: si preoccupò molto, temette per la propria vita.

[69] Locciolo Pellicciaro, sio parente: «Le umili origini di Cola risaltano anche da questi parenti che prendevano il nome dalla loro modesta professione» (G. Porta, op. cit., Milano 1981, p. 258). In un altro luogo della Cronica viene menzionato Ianni Varvieri, zio del tribuno.

[70] puro: pure, ancora di più.

[71] non proveduto: privo di difesa, inerme.

[72] se dubitava: si preoccupava.

[73] demannava: domandava.

[74] que: che. Accanto alla forma prevalente che, nella Cronica compaiono anche que e ca, entrambe diffuse (la seconda ancor più della prima) nell’area centromeridionale.

[75] irao: andrà.

[76] varvuta … gammiere: l’elmo in testa, la corazza, le falde per la protezione dei fianchi, le gambiere.

[77] se affece: si affacciò.

[78] maiure: maggiore.

[79] faceva semmiante: faceva segno.

[80] ca: che, perché (cfr. sopra, n. 74).

[81] Sine dubio: lat., “senza dubbio”.

[82] scoitato: ascoltato.

[83] li àbbera rotti: li avrebbe sopraffatti; àbbera è un tipico condizionale dal piuccheperfetto indicativo latino.

[84] svaragliata: sbaragliata.

[85] como li puorci: come bestie.

[86] valestravano: tiravano con le balestre.

[87] Curro: corrono.

[88] verruti: dardi.

[89] non potéo durare: non poté restare.

[90] li coize: gli colpì.

[91] lo sannato: lo zendado, la seta, cioè il gonfalone stesso.

[92] ambedoi: ambedue.

[93] le lettere dello auro: le lettere d’oro (S.P.Q.R.). Secondo un uso caratteristico della lingua antica, studiato da Bruno Migliorini, il complemento di materia è costruito con l’articolo dopo un sostantivo che a sua volta ha l’articolo.

[94] arme: insegna.

[95] venissi: venisse. La terza persona del congiuntivo imperfetto in –i, dovuta all’influenza della seconda, si è conservata a lungo nel romanesco (compare spesso anche nel Belli).

[96] site: siete.

[97] vaize: valse.

[98] Peio fao: fa peggio.

[99] chiama: esclama.

[100] sostenere: resistere.

[101] presone: prigioniero.

[102] missore: messere.

[103] Bettrone … iniuria: Brettone di Narbona era stato fatto incarcerare da Cola, dimentico dei favori ricevuti, con l’accusa di complicità in una congiura, ma in realtà allo scopo di ottenere denaro dalla sua ricca famiglia.

[104] Dubitava… mano: temeva che lo uccidesse con le sue stesse mani. Il tipo le mano è un resto del plur. manus della IV declinazione latina, che si mantiene nel romanesco odierno.

[105] delongarese: allontanarsi.

[106] abbe: prese.

[107] legaose in centa: si legò alla cintola.

[108] despozzare ioso: calare giù; despozzare è un derivato di pozzo.

[109] Essolo… dereto: eccolo che viene giù da dietro. Gli avverbi di luogo ecco, esso, elio, diffusi ancora oggi nell’Italia mediana ma non più a Roma, corrispondono ai toscani qui, costì (lontano da chi parla e vicino a chi ascolta), .

[110] issino: andassero. Si noti il passaggio alquanto brusco dal discorso diretto all’indiretto.

[111] Puoi se volvea: poi si rivolgeva.

[112] confuse: distrusse.

[113] Solo Locciolo … non moriva: se Locciolo lo avesse aiutato, certamente Cola non sarebbe morto.

[114] Lo dìe cresceva: il giorno passava.

[115] Li rioni … forano venuti: sarebbe arrivata gente dei rioni favorevoli a Cola; forano è un condizionale dal piuccheperfetto indicativo latino, come già àbbera ‘avrebbe’ e subito sotto fora ‘sarebbe’.

[116] la diverzitate: la diversità, le differenze.

[117] a pericolo: in balìa.

[118] Staienno: stando.

[119] se traieva la varvuta: si toglieva l’elmo.

[120] che abbe: perché ebbe.

[121] doi: due.

[122] La prima opinione soa: sottinteso ‘era’ (frase nominale).

[123] Venze: vinse.

[124] deliverao per meglio: pensò per il meglio, decise che fosse più giusto.

[125] potéo: poté.

[126] : già.

[127] lena: legna; con passaggio di GN a n caratteristico del romanesco arcaico.

[128] Lo solaro … fiariava: l’impiantito della loggia bruciava (fiariare deriva da un lat. volg. *flagriare, per il class. flagrare ‘ardere’).

[129] lename: legname.

[130] devisato: travestito.

[131] misticarese: mescolarsi (dura fino al romanesco moderno la forma connessa misticanza ‘insalata mista’).

[132] puse iò in tutto: mise giù, depose del tutto.

[133] Forficaose: si tagliò; da forfice, variante antica e dialettale di forbice, forma quest’ultima che deve la sua b a dissimilazione consonantica (lat. forfex, –icis).

[134] tenzese: si tinse.

[135] caselluccia: celletta.

[136] portanaro: portinaio.

[137] campanino: della Campagna, che corrispondeva grosso modo all’attuale Ciociaria; non si confonda la Campagna, provincia meridionale dello Stato della Chiesa, con la Campania.

[138] vestìo: vestì.

[139] coitra: coltre, coperta.

[140] devisato: travestito.

[141] veo ioso: viene giù.

[142] Misticaose: si mescolò.

[143] Desformato … campanino: camuffato da pastore del Lazio meridionale, Cola mascherava anche la sua parlata, imitando l’idioma tipico di quell’area.

[144] Suso … tradetore: sopra, sopra al traditore! La forma più caratterizzante in senso «ciociaresco» è costituita dall’articolo gliu, con palatalizzazione della l e conservazione della -u latina; il dialetto di Roma ha invece lo.

[145] se·lli affece: gli si fece, gli si parò.

[146] reaffigurao: riconobbe.

[147] deoli de mano: lo afferrò.

[148] Non ire: fermati.

[149] piumaccio: la coperta che Cola si era messa sul capo.

[150] se pareva: era riconoscibile.

[151] daieva: dava (si noti l’accordo del verbo sing. con il soggetto plur. li vraccialetttì; daio ‘do’, al pari di staio ‘sto’, è forma rifatta su aio ‘ho’.

[152] ‘naorati: dorati (lat. inaurati).

[153] parzese: apparve, si rivelò.

[154] dare … la voita: voltarsi, fuggire.

[155] liberamente: senza catene o altri vincoli.

[156] fi’ allo luoco dello lione: fino al luogo del leone; nel punto della piazza del Campidoglio in cui si eseguivano le condanne c’era la statua di un leone, simbolo della potenza di Roma.

[157] vodo: odono, con prostesi di v davanti a parola cominciante con una vocale velare; cfr. vuno, vunici ‘undici’ nel Lazio meridionale (G. Rohlfs, op. cit., I., p. 340).

[158] la varva tonnita: la barba tagliata (lat. tondere ‘radere’)

[159] iuppariello: giubbetta.

[160] scento: discinto.

[161] musacchini: spallacci (parte dell’armatura che proteggeva gli omeri).

[162] caize de biada: calze di stoffa azzurra; biavo e biada ‘azzurro’ sono voci antiche risalenti, attraverso il provenzale, al francese blao.

[163] impuinao mano: impugnò, pose mano.

[164] deoli: gli diede, lo colpì.

[165] Immediate: lat., ‘immediatamente’.

[166] puo’ esso secunnao: dopo di lui seguì (fu secondo).

[167] † lo ventre †: le croci (in termini filologici cruces desperationis) segnalano un guasto del testo che l’editore non è riuscito a sanare neppure congetturalmente.

[168] percuoto: percuotono.

[169] morìo… sentìo: morì … sentì.

[170] Dierolo: lo gettarono.

[171] scortellavanollo: lo prendevano a coltellate.

[172] Lo passavano… criviello: lo crivellavano di colpi.

[173] Alla perdonanza … stare: solitamente si legge li in luogo di e s’interpreta: “pareva loro di stare a guadagnarsi l’indulgenza”; ma forse alla perdonanza vale “a una processione affollata come nelle perdonanze”, con riferimento alla gran quantità di persone che s’accaniscono contro Cola.

[174] Santo Marciello: la chiesa di San Marcello al Corso. «I luoghi percorsi nell’ultimo viaggio di Cola sono naturalmente quelli dove si esercitava il potere dei Colonna, gli artefici della sua rovina: San Marcello di fronte alle dimore Colonnesi e il campo dell’Augusta, antica sede del Mausoleo di Augusto dove sorgeva una loro fortezza» (G. Porta, op. cit., p. 723).

[175] mignaniello: balcone; mignano è voce centromeridionale (lat. maenianum).

[176] cocce: ossa del cranio.

[177] donne: donde, dalla quale.

[178] Le mazza de fòra: le budella di fuori. Si noti la costruzione senza verbo.

[179] pennéo dìi doi: restò appeso due giorni.

[180] afforosi, affociti: secondo Ugolini (Per la storia del dialetto di Roma nel Cinquecento. I Romani alla Minerva, un’improbabile «Madonna Jacovella» e un pronostico di un conclavista, CDU 3 [1983], p. 62) afforasi è una forma parallela al francese affreux e di identico significato (‘terribili, ripugnanti’), mentre affocitivale ‘indaffarati, affannati’ (dal lat. volg. affulcire, su cui cfr. REW, 267a).

[181] cica: niente; voce di origine infantile diffusa nell’area mediana

[182] voize: volle; dalla forma analogica volse, rifatta sul modello dei perfetti sigmatici (come rise, arse ec.), si passa a volze e quindi a voize (nel romanesco moderno vorze).

Ritratto di Dante

di P.G. Ricci (a cura di), G. Boccaccio, Trattatello in laude di Dante, parr. 68-79, in G. Boccaccio, Tutte le opere, a cura di V. Branca, vol. III, Milano 1974 (testo).

di G. Ferroni et alii, Storia e testi della letteratura italiana. La crisi del mondo comunale (1300-1380), Città di Castello 2012, pp. 790-792 (introd. e note).

 

Nel seguente brano, tratto dalla seconda redazione del Trattatello, più breve e concisa della precedente, Boccaccio traccia un rapido ritratto fisico e morale dell’Alighieri, che, secondo il modello classico della biografia degli «uomini illustri», segue la narrazione dettagliata della vita del protagonista. Dopo un divertente aneddoto su una battuta di una donna veronese che collega l’aspetto fisico di Dante al suo essere reduce dal viaggio in Inferno, dell’Alighieri si mette in risalto soprattutto la moderazione, l’ironia e la riservatezza, riconoscendo per suo unico eccesso il desiderio di gloria poetica […].

Luca Signorelli, Dante (dettaglio). Affresco, 1499-1502. Orvieto, Duomo, Cappella di s. Brizio.

Luca Signorelli, “Tratt(dettaglio). Affresco, 1499-1502. Orvieto, Duomo, Cappella di s. Brizio.

[68] Fu il nostro poeta di mediocre statura, ed ebbe il volto lungo, e il naso aquilino, le mascelle grandi, e il labro di sotto proteso tanto, che alquanto quel di sopra avanzava; nelle spalle alquanto curvo, e gli occhi anzi grossi che piccoli, e il color bruno, e i capelli e la barba crespi e neri, e sempre malinconico e pensoso. [69] Per la qual cosa avvenne un giorno in Verona[1] (essendo già divulgata per tutto la fama delle sue opere, ed esso conosciuto da molti e uomini e donne) che, passando egli davanti ad una porta, dove più donne sedevano, una di quelle pianamente[2], non però tanto che bene da lui e da chi con lui era non fosse udita, disse a l’altre: «Donne, vedete colui che va ne l’inferno, e torna quando gli piace, e qua su reca novelle di coloro che là giù sono!». Alla quale semplicemente una dell’altre rispose: «In verità egli dee così essere: non vedi tu come egli ha la barba crespa e il color bruno per lo caldo e per lo fummo[3] che è là giù?». Di che Dante, perché da pura credenza venir lo sentia[4], sorridendo passò avanti.

[70] Li suoi vestimenti sempre onestissimi furono, e l’abito conveniente alla maturità, e il suo andare grave e mansueto, e ne’ domestici costumi e ne’ pubblici mirabilmente fu composto e civile.

[71] Nel cibo e nel poto[5] fu modestissimo. Né fu alcuno più vigilante di lui e negli studii e in qualunque altra sollecitudine il pugnesse[6].

[72] Rade volte, se non domandato, parlava, quantunque eloquentissimo fosse.

[73] Sommamente si dilettò in suoni e in canti nella sua giovinezza, e, per vaghezza di quegli, quasi di tutti i cantori e sonatori famosi suoi contemporanei fu dimestico[7].

[75] Quanto ferventemente esso fosse da amor passionato[8], assai è dimostrato di sopra.

[75] Solitario fu molto e di pochi dimestico. E negli studii, quel tempo che lor poteva concedere, fu assiduo molto.

[76] Fu ancora Dante di maravigliosa capacità e di memoria fermissima, come più volte nelle disputazioni in Parigi[9] e altrove mostrò.

[77] Fu similmente d’intelletto perspicacissimo e di sublime ingegno e, secondo che[10] le sue opere dimostrano, furono le sue invenzioni mirabili e pellegrine[11] assai.

[78] Vaghissimo fu e d’onore e di pompa, per avventura più che non s’appartiene a savio uomo[12]. Ma qual vita è tanto umile, che dalla dolcezza della gloria non sia tocca[13]? Questa vaghezza[14] credo che cagion gli fosse d’amare sopra ogni altro studio la poesia, acciò che per lei al pomposo e inusitato onore della coronazion pervenisse[15]. [79] Il quale senza fallo[16], sì come degno, ne avrebbe ricevuto, se fermato nell’animo non avesse di quello non prendere in altra parte, che nella sua patria e sopra il fonte nel quale il battesimo avea ricevuto[17]; ma dallo esilio impedito e dalla morte prevenuto, nol fece. […]

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Note:

 

[1] Dove Dante fu alla corte di Cangrande della Scala per gran parte degli anni Dieci.

[2] A voce bassa.

[3] Il fumo.

[4] Poiché capiva che tali parole provenivano da vera e propria convinzione.

[5] Bere.

[6] Con qualunque altro impegno a cura lo pungesse, lo occupasse.

[7] Cioè «amico»: questo particolare è ricavato dalle opere stesse di Dante (si ricordi l’episodio dell’incontro con il musicista Casella nel canto II del Purgatorio).

[8] Infiammato dall’amore.

[9] Nel narrare le vicende della vita di Dante, Boccaccio aveva dato la notizia (non confermata da nessuna attestazione e oggi considerata inattendibile) di un suo viaggio negli anni dell’esilio a Parigi, dove avrebbe partecipato alle dispute della filosofia scolastica («già vicino alla sua vecchiezza, non gli parve grave l’andarne a Parigi, dove, non dopo molta dimora, con tanta gloria di sé, disputando, più volte mostrò l’altezza del suo ingegno, che ancora narrando se ne maravigliano gli uditori»).

[10] Come.

[11] Straordinarie.

[12] Di lustro, per caso più di quanto si convenga a un uomo moderato.

[13] Toccata.

[14] Il desiderio di onore di cui sopra.

[15] «In modo che per la poesia giungesse all’onore sfarzoso e raro di essere incoronato» (Dante aveva fatto allusione al suo desiderio di essere incoronato poeta in Firenze all’inizio del canto XXV del Paradiso).

[16] Senz’altro.

[17] «Se non avesse stabilito di non ricevere quello (cioè l’onore dell’incoronazione poetica) in altro luogo che in Firenze e sul fonte dove aveva ricevuto il battesimo»: si riferisce proprio ai termini di Paradiso XXV 8-9 («e in sul fonte / del mio battesmo prenderò ‘l cappello», dove cappello è francesismo, da chapel, «ghirlanda, corona»).

Chi fue il poeta Dante Allighieri di Firenze

di G. Villani, Chi fue il poeta Dante Allighieri di Firenze, in Nuova cronica, X, cxxxvi (a cura di G. Porta), Parma 1991 (testo); G. Ferroni et alii, Storia e testi della letteratura italiana. La crisi del mondo comunale (1300-1380), Città di Castello 2012, pp. 374-376 (commento e note).

Giotto di Bondone, Il Giudizio Universale: (dettaglio) Dante Alighieri. Affresco, 1334-1337. Assisi, Basilica inferiore, Cappella della Maddalena.

Giotto di Bondone, Il Giudizio Universale: (dettaglio) Dante Alighieri. Affresco, 1334-1337. Assisi, Basilica inferiore, Cappella della Maddalena.

Il capitolo CXXXVI del libro X dell’opera del Villani è un ritratto della personalità e dell’opera di Dante Alighieri e dà avvio al recupero del grande poeta, morto in esilio, da parte della cultura fiorentina. Quasi in forma di necrologio, Villani ricostruisce la vita del poeta partendo dalle notizie relative alla sua scomparsa e alla sua sepoltura a Ravenna. L’autore analizza le ragioni politiche dell’esilio e descrive l’uomo come «grande letterato quasi in ogni scienza», «sommo poeta e filosafo», «nobilissimo dicitore», dotato di uno stile «pulito e bello» mai visto prima nella lingua italiana. Il cronista elenca quindi le opere di Dante, soffermandosi sulla Commedia dove, più che in altri testi, il poeta ha saputo usare un linguaggio aspro e pungente, e conclude il suo breve profilo con alcune note sul carattere sdegnoso e altero del poeta. Si tratta del più antico profilo biografico dantesco: e, nonostante alcune inesattezze, attesta il primo riconoscimento, sia pure tra reticenze di parte (Villani era guelfo nero), della grandezza di Dante, conosciuto direttamente – pare – dal cronista.

 

 

Nel detto anno MCCCXXI, del mese di luglio[1], morì Dante Allighieri di Firenze ne la città di Ravenna in Romagna, essendo tornato d’ambasceria da Vinegia in servigio de’ signori da Polenta[2], con cui dimorava; e in Ravenna dinanzi a la porta de la chiesa maggiore[3] fue sepellito a grande onore in abito di poeta e di grande filosafo. Morì in esilio del Comune di Firenze in età circa LVI anni. Questo Dante fue onorevole e antico cittadino di Firenze di porta San Piero[4], e nostro vicino; e ‘l suo esilio di Firenze fu per cagione, che quando messer Carlo di Valos de la casa di Francia venne in Firenze l’anno MCCCI, e caccionne la parte bianca, come adietro ne’ tempi è fatta menzione, il detto Dante era de’ maggiori governatori de la nostra città e di quella parte, bene che fosse Guelfo; e però sanza altra colpa co la detta parte bianca fue cacciato e sbandito di[5] Firenze, e andossene a lo Studio a Bologna, e poi a Parigi[6], e in più parti del mondo. Questi fue grande letterato[7] quasi in ogni scienza, tutto fosse laico; fue sommo poeta e filosafo, e rettorico perfetto tanto in dittare[8], versificare, come in aringa[9] parlare, nobilissimo dicitore, in rima sommo, col più pulito[10] e bello stile che mai fosse in nostra lingua infino al suo tempo e più innanzi. Fece in sua giovanezza i·libro de la Vita nova d’amore[11]; e poi quando fue in esilio fece da XX canzoni morali e d’amore molto eccellenti[12], e in tra·ll’altre fece tre nobili pistole[13]; l’una mandò al reggimento di Firenze dogliendosi del suo esilio sanza colpa; l’altra mandò a lo ‘mperadore Arrigo quand’era a l’assedio di Brescia, riprendendolo della sua stanza[14], quasi profetezzando; la terza a’ cardinali italiani, quand’era la vacazione[15] dopo la morte di papa Chimento[16], acciò che s’accordassono a eleggere papa italiano; tutte in latino con alto dittato, e con eccellenti sentenzie e autoritadi, le quali furono molto commendate[17] da’ savi intenditori. E fece la Commedia, ove in pulita rima, e con grandi e sottili questioni morali, naturali, strolaghe[18], filosofiche, e teologhe[19], con belle e nuove figure, comparazioni, e poetrie[20], compuose e trattò in cento capitoli, overo canti, dell’essere e istato del ninferno[21], purgatorio, e paradiso così altamente come dire se ne possa, sì come per lo detto suo trattato si può vedere e intendere, chi è di sottile intelletto. Bene si dilettò in quella Commedia di garrire e sclamare[22] a guisa di poeta, forse in parte più che non si convenia; ma forse il suo esilio gliele fece. Fece ancora la Monarchia[23], ove trattò de l’oficio degli ‘mperadori. Questo Dante per lo suo savere fue alquanto presuntuoso e schifo e isdegnoso[24], e quasi a guisa di filosafo mal grazioso[25] non bene sapea conversare co’ laici; ma per l’altre sue virtudi e scienza e valore di tanto cittadino ne pare che si convenga di dargli perpetua memoria in questa nostra cronica, con tutto che[26] per le sue nobili opere lasciateci in iscritture facciamo di lui vero testimonio e onorabile fama a la nostra cittade.

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Note:

[1] In realtà Dante morì in settembre tra il 13 e il 14, come si ricava dall’epitaffio che compose Giovanni del Virgilio (Theologus Dantes), riferito dal Boccaccio nel Trattatello in laude di Dante, 68-85.

[2] Tornato da un’ambasciata a Venezia per conto di Guido Novello da Polenta.

[3] Si tratta della chiesa di s. Francesco.

[4] Dante apparteneva alla piccola nobiltà cittadina guelfa e nacque nel quartiere di San Martino del Vescovo, nel sestiere di Porta San Pietro.

[5] Il 27 gennaio 1302 il podestà Cante Gabrielli da Gubbio lo condannava all’esclusione da ogni carica e al confino per due anni, ingiungendogli di pagare entro tre giorni una multa di 5.000 fiorini. Dante, non essendosi presentato alle autorità, fu condannato a morte in contumacia con sentenza del 10 marzo 1302.

[6] Del viaggio di Dante a Parigi parlano vari scrittori del Trecento. La critica moderna ha in genere considerato la notizia puramente leggendaria; ma la considera credibile G. Petrocchi, proponendo anche una data possibile, tra il 1309 e il 1310.

[7] Dotto.

[8] Comporre.

[9] Arringa.

[10] Raffinato.

[11] Compose la Vita nova negli anni giovanili, tra il 1292 e il 1293.

[12] Cioè le canzoni morali e allegoriche del primo periodo dell’esilio, tra le quali v’è il componimento Tre donne intorno al cor mi son venute.

[13] «Solo la seconda e la terza delle epistole qui menzionate ci sono pervenute. La prima sarà da identificarsi con quella nota anche al Bruni (Popule mi, quid feci tibi?, cominciava). Quanto alla seconda, l’indugio che lamentava il poeta era quello dell’imperatore davanti a Milano» (Porta).

[14] Indugio.

[15] La sede vacante.

[16] Clemente V, al secolo Bertrand de Got, morto nel 1314. La lettera rivolta ai cardinali italiani, invitati ad eleggere un pontefice italiano, mirava a ristabilire la sede papale a Roma. Proprio Clemente V, già arcivescovo di Bordeaux, aveva infatti trasferito la sede pontificia ad Avignone.

[17] Lodate, apprezzate.

[18] Astrologiche.

[19] Teologiche.

[20] Figure poetiche.

[21] Inferno.

[22] Parlare con tono aspro e vivace.

[23] Il trattato politico latino, dove Dante afferma la necessità dell’impero universale.

[24] Altero e sdegnoso.

[25] Poco amabile.

[26] Dal momento che.

La novella del cuore mangiato

di G. Boccaccio, Decameron, a cura di V. Branca, Milano 19923 [=1980], pp. 657-664, IV 9

[1] Messer Guiglielmo Rossiglione dà a mangiare alla moglie sua il cuore di messer Guiglielmo Guardastagno ucciso da lui e amato da lei; il che ella sappiendo, poi si gitta da una alta finestra in terra e muore e col suo amante è sepellita[1].

BNF, Bibliothèque de l’Arsenal, Ms 5070. Maître de Guillebert de Mets, miniatura dal Decameron (XIV sec.), IV 9 – Guiglielmo Rossiglione offre il cuore di Guiglielmo Guardastagno alla moglie.

BnF, Bibliothèque de l’Arsenal, ms. 5070. Maître de Guillebert de Mets, miniatura dal Decameron (XIV sec.), IV 9 – Guiglielmo Rossiglione offre il cuore di Guiglielmo Guardastagno alla moglie.

 

[2] Essendo la novella di Neifile finita, non senza aver gran compassion messa in tutte le sue compagne, il re, il qual non intendeva di guastare il privilegio di Dioneo, non essendovi altri a dire, incominciò.

[3] –Èmmisi parata dinanzi[2], pietose donne, una novella alla qual, poi che così degl’infortunati casi d’amore vi duole, vi converrà non meno di compassione avere che alla passata, per ciò che da più furono[3] coloro a’ quali ciò che io dirò avvenne e con più fiero accidente che quegli de’ quali è parlato.

[4] Dovete adunque sapere che, secondo che raccontano i provenzali, in Provenza furon già due nobili cavalieri, de’ quali ciascuno e castella e vassalli aveva sotto di sé, e aveva l’uno nome messer Guiglielmo Rossiglione e l’altro messer Guiglielmo Gardastagno[4]. [5] E perciò che l’uno e l’altro era prod’uomo[5] molto nell’arme, s’armavano[6] assai e in costume avean d’andar sempre ad ogni torniamento o giostra[7] o altro fatto d’arme insieme e vestiti d’una assisa[8]. [6] E come che ciascun dimorasse in un suo castello e fosse l’un dall’altro lontano ben diece miglia, pur avvenne che, avendo messer Guiglielmo Rossiglione una bellissima e vaga donna per moglie[9], messer Guiglielmo Guardastagno fuor di misura, non ostante l’amistà e la compagnia[10] che era tra loro, s’innamorò di lei e tanto, or con uno atto e or con uno altro fece[11], che la donna se n’accorse; [7] e conoscendolo per valorosissimo cavaliere[12], le piacque, e cominciò a porre amore a lui, in tanto che[13] niuna cosa più che lui disiderava o amava, né altro attendeva che da lui esser richiesta[14]: il che non guari stette che avvenne, e insieme furono e una volta e altra, amandosi forte.

[8] E men discretamente[15] insieme usando, avvenne che il marito se n’accorse e forte ne sdegnò, in tanto che il grande amore che al Guardastagno portava in mortale odio convertì; ma meglio il seppe tener nascoso che i due amanti non avevano saputo tenere il loro amore, e seco diliberò del tutto[16] d’ucciderlo. [9] Per che, essendo il Rossiglione in questa disposizione, sopravenne che un gran torneamento si bandì in Francia[17]; il che il Rossiglione incontanente significò al Guardastagno e mandogli a dire che, se a lui piacesse, da lui venisse e insieme diliberrebbono[18] se andar vi volessono e come. Il Guardastagno lietissimo rispose che senza fallo il dì seguente andrebbe a cenar con lui.

[10] Il Rossiglione, udendo questo, pensò il tempo esser venuto di poterlo uccidere; e armatosi il dì seguente con alcuno suo famigliare montò a cavallo e forse un miglio fuori del suo castello in un bosco si ripose in aguato, donde[19] doveva il Guardastagno passare. [11] E avendolo per un buono spazio atteso, venir lo vide disarmato con due famigliari appresso disarmati[20], sì come colui che di niente da lui si guardava; e come in quella parte il vide giunto dove voleva, fellone e pieno di maltalento[21] con una lancia sopra mano[22] gli uscì addosso gridando: «Traditor, tu se’ morto»[23], e il così dire e il dargli di questa lancia per lo petto fu una cosa.

[12] Il Guardastagno, senza potere alcuna difesa fare o pur dire una parola, passato di quella lancia, cadde e poco appresso morì. I suoi famigliari, senza aver conosciuto chi ciò fatto s’avesse, voltate le teste de’ cavalli[24], quanto più poterono si fuggirono verso il castello del lor signore. [13] Il Rossiglione, smontato, con un coltello il petto del Guardastagno aprì e colle proprie mani il cuor gli trasse[25], e quel fatto avviluppare in un pennoncello[26] di lancia, comandò ad un de’ suoi famigliari che nel portasse; e avendo a ciascun comandato che niun fosse tanto ardito, che di questo facesse parola, rimontò a cavallo, ed essendo già notte al suo castello se ne tornò.

[14] La donna, che udito aveva il Guardastagno dovervi esser la sera a cena e con disidero grandissimo l’aspettava, non vedendol venire si maravigliò forte e al marito disse: «E come è così, messere, che il Guardastagno non è venuto?».

[15] A cui il marito disse: «Donna, io ho avuto da lui[27] che egli non ci può essere di qui domane[28]», di che la donna un poco turbatetta rimase.

[16] Il Rossiglione, smontato, si fece chiamare il cuoco e gli disse: «Prenderai quel cuor di cinghiare[29] e fa’ che tu ne facci una vivandetta la migliore e la più dilettevole a mangiar che tu sai; e quando a tavola sarò, me la manda in una scodella d’argento». Il cuoco, presolo e postavi tutta l’arte e tutta la sollecitudine sua, minuzzatolo e messevi di buone spezie assai, ne fece uno manicaretto troppo[30] buono.

[17] Messer Guiglielmo, quando tempo fu, con la sua donna si mise a tavola. La vivanda[31] venne, ma egli per lo malificio da lui commesso, nel pensiero impedito[32], poco mangiò.  Il cuoco gli mandò il manicaretto, il quale egli fece porre davanti alla donna, sé mostrando quella sera svogliato, e lodogliele molto. La donna, che svogliata non era, ne cominciò a mangiare e parvele buono; per la qual cosa ella il mangiò tutto.

[18] Come il cavaliere ebbe veduto che la donna tutto l’ebbe mangiato, disse: «Donna, chente[33] v’è paruta questa vivanda?».

[19] La donna rispose: «Monsignore, in buona fé ella m’è piaciuta molto».

[20] «Se m’aiti Idio[34]», disse il cavaliere «io il vi credo, né me ne maraviglio se morto v’è piaciuto ciò che vivo più che altra cosa vi piacque».

[21] La donna, udito questo, alquanto stette[35]; poi disse: «Come? che cosa è questa che voi m’avete fatta mangiare?».

[22] Il cavalier rispose: «Quello che voi avete mangiato è stato veramente il cuore di messer Guiglielmo Guardastagno, il qual voi come disleal[36] femina tanto amavate; e sappiate di certo ch’egli è stato desso, per ciò che io con queste mani gliele strappai, poco avanti che io tornassi, del petto».

[23] La donna, udendo questo di colui cui ella più che altra cosa amava[37], se dolorosa fu non è da dimandare[38]; e dopo al quanto disse: «Voi faceste quello che disleale e malvagio cavalier dee fare; ché se io, non isforzandomi egli, l’avea del mio amor fatto signore e voi in questo oltraggiato, non egli ma io ne doveva la pena portare[39]. Ma unque a Dio non piaccia[40] che sopra a così nobil vivanda, come è stata quella del cuore d’un così valoroso e così cortese cavaliere come messer Guiglielmo Guardastagno fu, mai altra vivanda vada[41]!».

[24] E levata in piè, per una finestra la quale dietro a lei era, indietro senza altra diliberazione[42] si lasciò cadere.  La finestra era molto alta da terra, per che, come la donna cadde, non solamente morì, ma quasi tutta si disfece[43]. Messer Guiglielmo, vedendo questo, stordì forte[44] e parvegli aver mal fatto; e temendo egli de’ paesani e del conte di Proenza[45], fatti sellare i cavalli, andò via.

[25] La mattina seguente fu saputo per tutta la contrata[46] come questa cosa era stata: per che da quegli del castello di messer Guiglielmo Guardastagno e da quegli ancora del castello della donna con grandissimo dolore e pianto furono i due corpi ricolti[47] e nella chiesa del castello medesimo della donna in una medesima sepoltura fur posti, e sopr’essa scritti versi significanti[48] chi fosser quegli che dentro sepolti v’erano e il modo e la cagione della lor morte[49].

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BnF ms. Français 12473 f. 89v, Chansonnier provençal [K], metà XIII sec. Guilhem de Cabestanh a cavallo (dettaglio).

BnF ms. Français 12473 f. 89v, Chansonnier provençal [K], metà XIII sec. Guilhem de Cabestanh a cavallo (dettaglio).

Note:

[1] Nonostante che anche il tema di questa novella – il cuore dell’amante fatto mangiare dal marito alla moglie colpevole che si uccide disperata – sia stato fatto risalire al solito Oriente (cfr. W.A. Clouston, Popular Tales and Fictions: Their Migrations and Transformations, London 1887, II, p. 191, e F.J. Furnivall – E. Brock – W.A. Clouston (eds.), Originals and Analogues of Some of Chaucer’s Canterbury Tales, London 1887, p. 79), la sua origine celtica è più che probabile. Già nel Tristan di Thomas, Isotta canta un Lai Guiron che ha lo stesso tragico argomento (cfr. G. Paris, Le roman du Châtelain de Couci, Rom 31 [1879], pp. 343-373; H. Hauvette, La 39e nouvelle du Décaméron et la légende du « Cœur mangé », Rom 41 [1912], pp. 184-205). Ma più probabilmente il Boccaccio – come egli stesso indica (§ 4, «secondo che raccontano i provenzali») – ebbe suggestioni dirette da quanto la letteratura occitanica narrava del trovatore Guillem de Cabestaing, del suo amore per Saurimonda (o Margherita, o Trichina), moglie del suo signore Raimon de Castel-Rossillon, della vendetta di quest’ultimo e della misera fine dei due amanti. Non è possibile però determinare quale redazione egli abbia potuto conoscere fra quelle giunte a noi (per notizie sul Cabestaing, si vd. A. Langfors, Le chansons de Guillem de Cabestaing, Paris 1924 e Id., Le troubadour Guilhem de Cabestanh, AnnMidi 26 [1914], pp. 189-225). Le quattro redazioni della vita del Cabestaing sono pubblicate criticamente ne Le biografie trovadoriche, testi provenzali dei secc. XIII e XIV, a cura di G. Favati, Bologna 1961, pp. 197 ss. (e cfr. pp. 36, 82): quelle che offrono spunti e particolari più affini alla novella del Boccaccio sono contenutisticamente la redazione A (pp. 197 s.) e per i ritmi narrativi la D (pp. 203 ss.: dal codice 4142 della Laurenziana di Firenze, scritto verso il 1310). Cfr. anche B. Panvini, Le biografie provenzali. Valore e attendibilità, Firenze 1952, pp. 77 ss. Il tema pietoso ebbe invero enorme fortuna nella letteratura medievale: ancora in Francia nel lai d’Ignauré (cfr. A. Duval, Jehan Renax ou Renault, HLF 18 [1835], pp. 773-779, in part. p. 773; G. Paris, Jakemon Sakesep, auteur du Roman du Chastelain de Couci, HLF 28 [1881], pp. 352-390, in part. p. 383), in Inghilterra nel Knight of Curtesey, in Germania nel Das Herz di Konrad von Würtzburg (cfr. F.H. von der Hagen, Gesammtabenteuer: Hundert altdeutsche Erzählungen: Ritter- und Pfaffen-Mären, Stadt- und Dorfgeschichten, Schwänke, Wundersagen und Legenden, 3 Bd., Tübingen 1850, 9: si vd. specialmente par. 16 e vv. 411 ss. e par 23 e vv. 492 ss.), nella letteratura ecclesiastica nei Sermones parati, in Spagna nella storia della marchesa d’Astorga (G. Paris, op. cit.), in Italia nel Novellino con singolare deformazione (LXII). Il Boccaccio del resto – che vedeva ancora sopravvivenza del feroce uso nella sua società (De casibus, IX 26) – si mostrò particolarmente sensibile al tragico tema, riflesso anche dalla IV 1, dalla V 8 e dal sogno di re Felice (Filocolo, II 3): forse anche per la simbologia amorosa del cuore mangiato ancora insistente nella letteratura a lui immediatamente anteriore e più cara (per es. nella Vita Nuova, III; cfr. A. D’Ancona, Scritti danteschi, Firenze 1913, pp. 275 ss.) e per la predilezione che il Petrarca ebbe per la leggenda (Tr. Cupidinis, III 53-54: «… e quel Guglielmo | Che per cantar ha ‘l fior de’ suoi dì scemo»; cfr. anche in generale J.E. Matzke, The Legend of the Eaten Heart, MLN 26 [1911], pp. 1-8). Per la popolarità e l’antropologia religiosa del tema e del simbolo cfr. Thompson e Rotunda, Q 478.1; J.G. Frazer, The Golden Bough, VI 1. Si aggiunga però almeno una presenza classica: per la parte finale, e specialmente per il tragico banchetto, il Boccaccio ebbe probabilmente presente anche il Tieste (vv. 976 ss.; 999 ss.; 1021 ss.; 1030 ss.; 1050 ss.) di quel Seneca che è grande e entusiasmante scoperta di pochi anni prima (cfr. G. Almansi, L’estetica dell’osceno, Torino 1974, pp. 172 ss. e Id., The Writer as Liar, London 1975, pp. 144 ss.).

[2] Ovvero mi è venuta in mente (con personificazione della novella, cfr. II 2, 3 n.).

[3] Furono di più alta condizione sociale. Si noti tutta la costruzione insolita: il seguente «quegli» deve nello stesso tempo significare quegli e a quegli (cfr. Mussafia, p. 477).

[4] Come si è già accennato, le biografie provenzali parlano non di Guiglielmo ma di Raimondo di Castel Rossiglione (cfr. III 9), di cui Guiglielmo di Cabestaing (Cabestahn nei Pirenei orientali, non lontano da Roussillon) sarebbe stato non amico, ma vassallo. Il primo è un personaggio storico, che morì attorno al 1209. Il secondo – forse identificabile con uno dei «cavalleros de Cathaluña» che furono alla famosa battaglia di Las Navas di Tolosa nel 1212 – ci ha trasmesso nove poesie (due dedicate a un Raimondo); ma «nous ignorerons probablement toujours la raison pour la quelle le conte du coeur mangé a été rattaché au nom du doux poète d’amour» (Langfors).

[5] Alla provenzale, prodom (cfr. II 8, 72 n.).

[6] Uscivano armati di tutto punto: riflessivo assoluto come al 10 e pure nelle Esposizioni V litt. 121: «[Achille] turbato s’armò, e vinto e ucciso Ettore…» (e Compagni, II 11). Per quest’uso cfr. anche Annotazioni, p. 169.

[7] Per la differenza fra questo armeggiare singolo o a gruppi cfr. II 8, 69 n.

[8] Di una stessa divisa, forse proprio per dare rilievo a questa fraternità – ignota alle fonti provenzali e così atta a render più tragica e pietosa tutta la storia – il Boccaccio volle identici i nomi e la condizione sociale dei due protagonisti.

[9] Cfr. III 8, 5. Secondo la storia, Saurimonda di Pietralata, già vedova di Ermengaldo di Vernet, sposata nel 1197: dopo la morte di Raimondo sposò in terze nozze, nel 1210, Ademaro di Mosset; viveva ancora nel 1221. È detta dalle biografie provenzali «joves e gaia e gentils e bella» (A), «le plus bella dompna c’om saubes eri aqel temps e la mais presiada de totz pretz e de toutas valors e de tota cortesia» (D). Anche Raimondo era già vedovo nel 1197.

[10] L’amicizia e la consuetudine, o la familiarità, oppure ancora la fratellanza d’armi, con significato militare e cavalleresco (Zingarelli).

[11] Il Boccaccio tace delle canzoni, che, secondo la biografia provenzale, Guglielmo scrisse per la sua donna; anzi tace qualunque riferimento alla sua qualità di trovatore (forse perché vuole mantenere la novella – come ha dichiarato Filostrato – in un ambiente altamente aristocratico?).

[12] «Mout… prezatz d’armas e de cortesia e de servir» (A).

[13] A tal punto che… (cfr. 8).

[14] Col senso particolare che aveva nel linguaggio amoroso: cfr. VII 7, 33 «non si vergognò di richiedermi che io dovessi a’ suoi piaceri acconsentirmi»; e cfr. anche Pieraccio Tedaldi, Del tutto alla ricisa, vv. 5-6.

[15] Con scarsa prudenza, quasi una formula in situazioni simili (II 6, 36; IV 5, 6; VII 8, 6 ecc.).

[16] In ogni modo.

[17] «Il Boccaccio intenderà il regno di Francia quale era al tempo suo; pei suoi personaggi si sarebbe inteso invece la regione del Nord» (Zingarelli).

[18] Delibererebbero (cfr. I 1, 14 n.).

[19] In un luogo da dove. Per il topos del bosco cfr. II 6, 15 n.

[20] Aggettivo su cui il Boccaccio insiste.

[21] Inferocito e pieno di rancore (cfr. III 2, 23 n.: «pieno d’ira e di maltalento»; VII 8, 18 n.: «adirato e di mal talento»).

[22] «Impugnata come uno stocco e alzata più su della spalla, per colpire dall’alto» (Massera); cfr. Orlando Furioso XIX 13.

[23] Il grido accompagna il colpo mortale. È naturale ricordare la Vita Nuova XXIII 4: «m’apparvero certi visi diversi e orribili a vedere, li quali mi diceano ‘Tu se’ morto’»; cfr. anche VII 6, 27.

[24] Più efficace di «voltati i cavalli»; cfr. IX 4, 19: «voltata la testa del pallafreno».

[25] Una sequenza di tre settenari, variamente accentati, e di un endecasillabo stridente campeggia al centro della scena cruenta.

[26] Banderuola, attaccata alla punta della lancia.

[27] Mi ha mandato a dire (cfr. X 4, 7 n.; Amorosa Visione XXXIII 18; Annotazioni, p. 185).

[28] Fino a domani (con facile ellissi di a).

[29] «Cinghiale» è una forma consueta nel Boccaccio (cfr. per es. Teseida I 38 e VII 119).

[30] Molto (cfr. Intr. 82 n.).

[31] I cibi (lett. ciò che si mangia).

[32] Preoccupato nella coscienza per l’azione malvagia (lat. maleficium) da lui commessa. Cfr. VII 8, 20.

[33] Come.

[34] Così Dio m’aiuti (cfr. II 9, 52 e Inf. XX 19).

[35] Rimase sospesa (cfr. Inf. XIII 45: «stetti come l’uom che teme»).

[36] Sleale; è un termine usato spesso per le donne infedeli.

[37] Cfr. Amorosa Visione XXIII 59-60: «I’ son colei che più che altra t’amo | E che più ch’altra cosa ti disia»; cfr. anche IV 6, 22 n.

[38] Solita formula (cfr. II 10, 14 n.).

[39] Posizione già teorizzata da Tedaldo (III 7, 31 ss.).

[40] Ma mai non piaccia a Dio che… Deprecazione usuale (cfr. II 8, 21 n.).

[41] «Seigner, ben m’avetz dat si bon manjar, que ja mais non maniarai d’autre»: così nella Vida (A); e nel lai: «que a nul jour mes ne mangeray | N’autre mosel ne metteray | Deseure si gentil viande». Due settenari aprono e chiudono questa disperata esitazione.

[42] Senza pensarci oltre.

[43] Si sfracellò (cfr. Inf. XXII 63).

[44] Rimase profondamente turbato (cfr. III 1, 38: «tutta stordì»).

[45] Secondo le narrazioni provenzali, il re Alfonso d’Aragona, che avrebbe punito il colpevole (Alfonso però morì nel 1196 prima del matrimonio del Rossiglione con Saurimonda).

[46] Forma corrente accanto alla più comune «contrada» (cfr. Comedia XLV 37; C. Davanzati, Rime, Bologna 1965, X 39, LVI II).

[47] Sempre lo stesso verbo affettuoso (cfr. IV 6, 28 n.).

[48] Che facevano sapere…: «fetz … metre en un monumen denan l’uis de la gleisa, e fetz desseignar de sobre ‘l monumen cum ill erant estat mort» (A).

[49] La solita conclusione per cui si vd. anche IV 1, 62 n.

Il conflitto delle interpretazioni: il Ser Ciappelletto di Branca e quello di Muscetta

Quel linguaggio stravolto e quasi antifrastico della prima novella punta però a una coerenza espressiva anche su un altro piano. Perché una delle prospettive in cui si situa l’empia impresa di Ciappelletto è, fin dal ritratto iniziale, proprio quella dello stravolgimento morale e umano. […] Ma lo stravolgimento, oltre che in Ciappelletto, è nella sua inesorabile vicenda. Il falsario e l’ingannatore a tutti i costi (e fino all’ora e alla prova definitive) è alla fine ingannato e tradito dai suoi stessi gesti perché precipita in un fallimento totale e irrimediabile, «nelle mani del diavolo in perdizione». L’empio e il bestemmiatore, che anche negli estremi suoi momenti aveva voluto sfidare Dio con un sacrilegio e beffare un suo candido e «santo» ministro, suscita invece col suo stesso sacrilegio una vasta ondata di entusiasmo religioso, gradita a Dio e da Dio sollecitatrice di grazie e di miracoli. […]

Certo l’interesse del Boccaccio per questo rovesciamento non è tanto religioso o morale, quanto piuttosto artistico. Anzi agisce in lui probabilmente una sollecitazione soprattutto di natura e di tradizione letteraria e mediolatina e proverbiale: cioè il topos – insistente proprio allora nella cultura – del «mondo alla rovescia». Attraverso quelle stravolte vicende la presentazione di quel topos culmina qui nel paradosso del più grande furfante proclamato santo e venerato per i miracoli fatti, suo malgrado, da Dio.

[…] Esempio estremo, quello di Ciappelletto: che piuttosto di mettere in pericolo il dominio dei banchieri italiani in Borgogna, piuttosto di ribellarsi alla «ragion di mercatura» sceglie di perdersi per l’eternità con piena coscienza della sua dannazione. È questa la «ragione» che induce lui, credente (e non scettico, come è stato detto) alla confessione sacrilega in punto di morte: è questo il motivo dell’ammirazione dei fratelli usurai per la sua empietà inaudita, alla Capaneo, per la sua forza sovrumana o meglio disumana («Che uomo è costui, il quale né vecchiezza né infermità né paura di morte alla qual si vede vicino, né ancora di Dio, dinanzi al giudicio del quale di qui a picciola ora s’aspetta di dovere essere, dalla sua malvagità l’hanno potuto rimuovere?»). E allora anche il famoso bieco ritratto di Ciappelletto, che apre la novella con le sue linee fosche e senza sfumature, con le sue enumerazioni cupe e taglienti, appare non indugio oratorio o pezzo di bravura ma premessa coerente e necessaria alla enorme, calcolata empietà che è al centro del racconto; e che è preannunciata nel brivido delle parole che concludono il sinistro profilo con l’eco dell’orrore evangelico per Giuda («Bonum erat ei si non esset natus homo ille»). […]

Perché al centro dell’atteggiamento in cui il Boccaccio scopre e contempla la smisurata forza della «ragion di mercatura» sta un’esitazione, che soltanto qualche volta (come nelle figure di Musciatto e di Ser Ciappelletto) si colora di tinte oscure e di biasimo. È un’esitazione, uno sgomento, fatto insieme di stupore e di orrore, che può richiamare quello di Dante – sia pure di passaggio sottolineato dal Boccaccio (Esposizioni V 1, 177 ss.) – di fronte a certi peccatori, come Paolo e Francesca, e alla forza delle passioni e delle suggestioni che li condussero alla dannazione («Quand’io intesi quell’anime offense…»). Sembra che il Boccaccio, proprio mentre innalza questa nuova epopea, avverta anche i limiti o meglio gli aspetti disumani di questa potente e prepotente civiltà[1].

BNF, Bibliothèque de l’Arsenal, Ms 5070, f. 12v. Maître de Guillebert de Mets, miniatura dal ‘Decameron’ (XIV sec.), I 1 – Il peccatore Ser Ciappelletto.

BNF, Bibliothèque de l’Arsenal, Ms 5070, f. 12v. Maître de Guillebert de Mets, miniatura dal Decameron (XIV sec.), I 1 – Il peccatore Ser Ciappelletto.

L’inopportuna canonizzazione e gli opinabili miracoli non voluti certo da Ser Ciappelletto, inquadrano un exemplum il cui contenuto non è certo dantesco. La cupiditas, proprio perché è divenuta «ragione di mercatura» (Branca), diviene la legge di un mondo estetico e morale considerato nella sua logica autonoma, dove la religione ha una dimensione di carattere sociale, fa parte del «convenevole»: il ben morire è non meno importante del ben vivere. Al centro della memoria mistificante e carnevalesca di Ser Ciappelletto si colloca la sua autobiografia leggendaria che contraffà tutta la sua reale esistenza. […] Non per nulla, a coronamento dell’orazione canonizzante, il vecchio frate celebra la sua «lealtà e purità», cioè le sue qualità di pio e onesto mercante, che aveva risposto in maniera esemplare alla sua domanda se avesse peccato di avarizia, «desiderando più che il convenevole». Proprio su questo borghese san Ciappelletto e i suoi miracoli si esercita l’ironia immanente nello stile della novella, che lascia l’addentellato alle considerazioni degli ascoltanti, per cui oltre che esser «risa» è anche «commendata». Altra è la religione del mondo del «convenevole», altra è quella che lo scrittore proietta nel novellatore, che è di là dai «mezzani» di santità e di là dalle permutazioni che regolano le vicende delle merci e del denaro. Dio «come cosa impermutabile» è un valore eterno che conta più delle umane «oppinioni» sul futuro delle anime, la cui salvezza o dannazione non può dipendere da quanto i religiosi, anche se venerabili, possono aver «conceputo» in conferire canonizzazioni estemporanee (che erano frequenti prima della protesta luterana e della regolamentazione tridentina). […] Se il narratore si diverte e ci diverte è perché tutto si risolve con un lieto fine «convenevole» per tutti: Ser Musciatto recupera i suoi crediti, i due usurai non ci rimettono neppure le spese del funerale, il santo frate beneficia il suo «luogo» che da convento diviene santuario, i fedeli ci rimediano reliquie e miracoli, e Ser Ciappelletto se non s’è conquistato il paradiso per grazia di Dio, non si è certo perduto l’inferno per cui tanto aveva operato. Il novellatore ne può ricavare un lieto exemplum alla rovescia, e senza nulla presumere sulla salvezza o sulla dannazione, è intanto grato a Dio se «in questa compagnia così lieta» tutti saranno «sani e salvi servati» dalla peste e dalla morte. Questa religiosità non vuole essere né cinica né bigotta. È una morale borghese, spregiudicata, serena[2].

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[1] cit. V. Branca, Boccaccio medievale e nuovi studi sul Decameron, Firenze 1990, pp. 97-100; 158-159: secondo Branca, Ser Ciappelletto sarebbe un esempio negativo di irreligiosità posto a bella posta all’inizio del Decameron, nell’ambito di una prospettiva «ascensionale» che infatti si concluderebbe, nell’ultima novella dell’ultima giornata, con l’opposta esaltazione dei valori cristiani in Griselda (la protagonista di X 10). Non mancherebbero, nel racconto, giudizi di critica e di condanna nei confronti del suo protagonista e, più in generale, delle leggi spietate della mercatura che egli difenderebbe sino all’ultimo. Questo giudizio critico spingerebbe Boccaccio ad avvicinare Ciappelletto alla figura di Giuda, proprio come, nell’ultima giornata, Griselda verrebbe accostata a Maria. Insomma, la vicenda di Ciappelletto avrebbe il valore di una sorta di exemplum dantesco.

[2] Secondo (cit.) C. Muscetta, Boccaccio, Roma-Bari 1992, pp. 181-182, la beffa finale più che un atto di empietà vuole essere rovesciamento ironico di una religione ridotta a fatto convenzionale e dell’ipocrisia implicita nella figura del mercante devoto (quasi una contraddizione in termini). Lungi dall’avere il valore polemico di una denuncia di empietà, la vicenda di Ser Ciappelletto avrebbe quello di un «lieto exemplum alla rovescia» all’interno di una morale borghese ormai serenamente spregiudicata.

La novella di Ciappelletto

di G. Boccaccio, Decameron, a cura di V. Branca, Milano 19923 [=1980], pp. 55-81 (testo e note)

introd. di G. Ferroni et alii, Storia e testi della letteratura italiana: la crisi del mondo comunale (1300-1380), Città di Castello 20128 [=2002], pp. 611-628 (introd.)

 

La prima novella del Decameron (il cui contenuto viene sintetizzato, come accade per tutte le novelle del Decameron, nella rubrica iniziale) viene narrata da Panfilo. Essa è preceduta da un ampio preambolo (il racconto vero e proprio inizia solo dal paragrafo 7), che afferma la necessità di iniziale ogni cosa dal nome di Dio. È a causa di tale bisogno che il «novellare» prende avvio da una delle «cose» di Dio, cioè dal tema della santità, dal riferimento ai santi come mediatori tra Dio e gli uomini: mediatori perché, memori della loro esperienza di vita sulla terra, sono gli interlocutori degli uomini allorché questi indirizzano le loro richiese a Dio. Ma tale collegamento della novella al nome di Dio (e quindi l’inserzione di tutto il narrare appena iniziato nel piano dell’ordine del mondo, al cui vertice è appunto Dio) si svolge in modo paradossale, con un vero e proprio rovesciamento. La prima novella vuole infatti mostrare che, nel loro rivolgersi ai santi, gli uomini possono ingannarsi, fino al punto di credere che sia santo qualcuno che invece è dannato: dopo aver precisato che ciò non intacca la validità della preghiera fatta in buona fede, Panfilo racconta l’incredibile vicenda di ser Ciappelletto, un notaio vizioso e corrotto, che si confessa sul letto di morte a un frate, al quale fa credere con finta contrizione di penitente, spinta fino alla parodia, di essere un sant’uomo, un perfetto cristiano. Egli intende così tener nascosta la sua fama di furfante e proteggere dal biasimo e, quindi, dalla rovina economica due usurai fiorentini che lo ospitano in terra di Borgogna. E la sua falsa confessione fa sì che egli venga ritenuto addirittura santo: sepolto in un convento, è venerato da tutta la popolazione, che si rivolge a lui per vedere esauditi i suoi voti.

La novella introduce il lettore in un mondo governato dalla logica dell’inganno e dell’impostura: la finzione e la recitazione, l’uso accorto delle parole e dei gesti fanno sì che l’apparenza rovesci la realtà, che chi nella sua vita ha sempre operato il male possa far credere di aver sempre esercitato il bene. Le intenzioni morali del narratore (ribadite anche nella conclusione) mirano a sottolineare il problematico rapporto tra i disegni di Dio e le azioni degli uomini, e a mettere in evidenza il trionfo della imperscrutabilità divina sull’inconsapevolezza umana. Ma nel racconto balzano in piena evidenza la negatività della figura del notaio, modello estremo e quasi diabolico di furfante, e il gusto perverso che egli prova, anche in punto di morte, nell’esercitare la sua furfanteria ai danni del confessore, facendosi credere il contrario di ciò che è: egli è come un sinistro artista della finzione, che davanti alla morte mette in atto il suo supremo inganno, quasi con una disinvolta provocazione a Dio (provocazione che si prolunga dopo la sua morte, nella fama della sua santità, nel culto suscitato dalla sua memoria).

La beffa di Ciappelletto, l’impegno e il divertimento che egli mette nella sua recitazione davanti al frate (di cui vengono a essere spettatori gli usurai fiorentini che spiano la confessione) hanno qualcosa di eccessivo (e si pensa ad altri personaggi letterari che sfidano la trascendenza, come don Giovanni); e chiamano in causa giocosamente la morte, all’inizio di un’opera come il Decameron che vuol essere anche una liberazione dal tempo mortale della peste. Il libro è così suggellato dal nome di Dio, secondo la dichiarazione di Panfilo, ma anche da una suprema immagine del male come finzione e recitazione, della menzogna come arte e sfida; dannazione e santità, male e bene mostrano beffardamente il loro misterioso rapporto, il loro intreccio. Ci viene mostrato che è sempre possibile scambiarli e confonderli sotto il segno dell’apparenza.

Una prima parte della novella (paragrafi 7-29) contiene l’antefatto della beffa, presentando il personaggio del protagonista, legato all’attività dei mercanti italiani in Francia e in Borgogna (segnata da vari contrasti con le popolazioni locali); su questo sfondo (descritto in modo molto circostanziato), la malattia di Ciappelletto suscita la preoccupazione dei suoi ospiti e la decisione del malato di confessarsi. Al paragrafo 30 entra in scena «un frate antico di santa e buona vita» e ha inizio il corpo centrale e più ampio della novella (paragrafi 30-80), che si svolge per lo più in forma dialogica (tra Ciappelletto e il frate), con un fortissimo ritmo teatrale (e i mercanti che ospitano Ciappelletto fungono proprio da spettatori, assistendo di nascosto alla scena). Le menzogne di Ciappelletto sono sostenute dai suoi gesti e dai suoi atti; il suo calcolato capovolgimento di ogni verità si svolge con un ritmo rapido e vivace, con notevoli effetti di comico (e dà «gran voglia di ridere» ai due usurai che beneficano dell’azione di Ciappelletto). La parte finale (paragrafo 81-fine) è dedicata agli effetti che seguono alla morte del beffatore, ritenuto santo per ciò che ne racconta il confessore beffato: la beffa così «diabolica» finisce per incrementare, nonostante la malvagità delle sue premesse, lo stesso sentimento religioso delle persone e, così, suo malgrado, a corroborare la moralità di cui essa è estrema infrazione. Si ha insomma alla fine un secondo livello di ironia: è come se il rovesciamento del sacro operato da Ciappelletto venisse capovolto a sua volta dagli effetti della sua santificazione, che esalta il valore delle pratiche religiose; la verità divina è mantenuta nonostante, anzi in virtù della falsità umana. In fondo, nella sua fama postuma il furfante è come condannato a passare per santo.

 

BAV, Ms Pal. Lat. 1989, f. 11r. Miniatura raffigurante la vicenda di Ser Ciappelletto, in Decameron I, 1.

BAV, Ms Pal. Lat. 1989, f. 11r. Miniatura raffigurante la vicenda di Ser Ciappelletto, in Decameron I, 1.

[1] Ser Cepparello con una falsa confessione inganna uno santo frate, e muorsi; ed essendo stato un pessimo uomo in vita, è morto reputato per santo e chiamato san Ciappelletto[1].

 

[2] – Convenevole cosa è[2], carissime donne, che ciascheduna cosa la quale l’uomo fa, dallo ammirabile e santo nome di Colui il quale di tutte fu facitore le dea principio. Per che, dovendo io al nostro novellare, sì come primo, dare cominciamento, intendo da una delle sue maravigliose cose incominciare, acciò che, quella udita, la nostra speranza in lui, sì come in cosa impermutabile[3], si fermi e sempre sia da noi il suo nome lodato. [3] Manifesta cosa è che, sì come le cose temporali tutte sono transitorie e mortali, così in sé e fuor di sé esser[4] piene di noia e d’angoscia e di fatica e ad infiniti pericoli soggiacere; alle quali senza niuno fallo né potremmo noi, che viviamo mescolati in esse e che siamo parte d’esse, durare né ripararci[5], se spezial grazia di Dio forza e avvedimento non ci prestasse. [4] La quale a noi e in noi non è da credere che per alcuno nostro merito discenda, ma dalla sua propia benignità mossa e da prieghi di coloro impetrata che, sì come noi siamo, furon mortali, e bene i suoi piaceri[6] mentre furono in vita seguendo, ora con lui etterni sono divenuti e beati. Alli quali noi medesimi, sì come a procuratori informati per esperienza della nostra fragilità, forse non audaci di porgere i prieghi nostri nel cospetto di tanto giudice[7], delle cose le quali a noi reputiamo opportune gli[8] porgiamo. [5] E ancora più in Lui, verso noi di pietosa liberalità pieno discerniamo[9], che, non potendo l’acume dell’occhio mortale nel segreto della divina mente trapassare in alcun modo[10], avvien forse tal volta che, da oppinione[11] ingannati, tale dinanzi alla sua maestà facciamo procuratore, che da quella con etterno essilio è scacciato. E nondimeno Esso, al quale niuna cosa è occulta[12], più alla purità del pregator riguardando che alla sua ignoranza o allo essilio del pregato[13], così come se quegli fosse nel suo conspetto beato, esaudisce coloro che ’l priegano[14]. [6] Il che manifestamente potrà apparire nella novella la quale di raccontare intendo; manifestamente dico, non il giudicio di Dio, ma quel degli uomini seguitando.

[7] Ragionasi[15] adunque che essendo Musciatto Franzesi[16] di ricchissimo e gran mercatante in Francia cavalier divenuto e dovendone in Toscana venire con messer Carlo Senzaterra, fratello del re di Francia, da papa Bonifazio addomandato e al venir promosso[17], sentendo[18] egli gli fatti suoi, sì come le più volte son quegli de’ mercatanti, molto intralciati in qua e in là e non potersi di leggiere né subitamente stralciare[19], pensò quegli commettere[20] a più persone; e a tutti trovò modo; fuor solamente in dubbio gli rimase cui lasciar potesse sofficiente a[21] riscuoter suoi crediti fatti a più borgognoni. [8] E la cagion del dubbio era il sentire li borgognoni uomini riottosi e di mala condizione e misleali[22]; e a lui non andava per la memoria chi tanto malvagio uom fosse, in cui egli potesse alcuna fidanza[23] avere che opporre alla loro malvagità si potesse. [9] E sopra questa essaminazione[24] pensando lungamente stato, gli venne a memoria un ser Cepparello da Prato, il qual molto alla sua casa in Parigi si riparava[25]. Il quale, per ciò che piccolo di persona era e molto assettatuzzo[26], non sappiendo li franceschi che si volesse dir[27] Cepparello, credendo che “cappello”, cioè “ghirlanda”[28], secondo il loro volgare, a dir venisse, per ciò che piccolo era come dicemmo, non Ciappello, ma Ciappelletto il chiamavano; e per Ciappelletto era conosciuto per tutto, là dove pochi per ser Cepparello il conoscieno.

[10] Era questo Ciappelletto di questa vita: egli, essendo notaio[29], avea grandissima vergogna quando uno de’ suoi strumenti (come che pochi ne facesse) fosse altro che falso trovato; de’ quali tanti avrebbe fatti di quanti fosse stato richiesto, e quelli più volentieri in dono che alcun altro grandemente salariato[30]. [11] Testimonianze false con sommo diletto diceva, richiesto e non richiesto; e dandosi a que’ tempi in Francia a’ saramenti[31] grandissima fede, non curandosi fargli falsi, tante quistioni malvagiamente vincea a quante a giurare di dire il vero sopra la sua fede era chiamato. [12] Aveva oltre modo piacere, e forte vi studiava[32], in commettere[33] tra amici e parenti e qualunque altra persona mali e inimicizie e scandali, de’ quali quanto maggiori mali vedeva seguire tanto più d’allegrezza prendea. [13] Invitato ad un omicidio o a qualunque altra rea cosa, senza negarlo mai, volenterosamente v’andava; e più volte a fedire e ad uccidere uomini colle propie mani si trovò volentieri. Bestemmiatore di Dio e de’ santi era grandissimo; e per ogni piccola cosa, sì come colui che più che alcun altro era iracundo. [14] A chiesa non usava[34] giammai; e i sacramenti di quella tutti, come vil cosa, con abominevoli parole scherniva; e così in contrario le taverne e gli altri disonesti luoghi visitava volentieri e usavagli. Delle femine era così vago come sono i cani de’ bastoni[35]; del contrario più che alcun altro tristo uomo si dilettava. Imbolato avrebbe e rubato[36] con quella conscienzia che un santo uomo offerrebbe[37]. Gulosissimo e bevitore grande, tanto che alcuna volta sconciamente gli facea noia. Giuocatore e mettitor di malvagi dadi[38] era solenne[39]. [15] Perché mi distendo io in tante parole? Egli era il piggiore uomo forse che mai nascesse[40]. La cui malizia lungo tempo sostenne la potenzia e lo stato[41] di messer Musciatto, per cui molte volte e dalle private persone, alle quali assai sovente faceva ingiuria, e dalla corte[42], a cui tuttavia[43] la facea, fu riguardato[44].

[16] Venuto adunque questo ser Cepparello nell’animo a messer Musciatto, il quale ottimamente la sua vita conosceva, si pensò il detto messer Musciatto costui dovere essere tale quale la malvagità de’ borgognoni il richiedea; e perciò, fattolsi chiamare, gli disse così: [17] «Ser Ciappelletto, come tu sai, io sono per ritrarmi del tutto di qui, e avendo tra gli altri a fare co’ borgognoni, uomini pieni d’inganni, non so cui io mi possa lasciare a riscuotere il mio da loro più convenevole di te; e perciò, con ciò sia cosa che tu niente facci al presente[45], ove a questo vogli intendere, io intendo[46] di farti avere il favore della corte[47] e di donarti quella parte di ciò che tu riscoterai che convenevole sia».

[18] Ser Ciappelletto, che scioperato si vedea e male agitato delle cose del mondo[48] e lui ne vedeva andare che suo sostegno e ritegno[49] era lungamente stato, senza niuno indugio e quasi da necessità costretto si diliberò[50], e disse che volea volentieri. [19] Per che, convenutisi insieme, ricevuta ser Ciappelletto la procura e le lettere favorevoli del re, partitosi messer Musciatto, n’andò in Borgogna dove quasi niuno il conoscea; e quivi, fuor di sua natura[51], benignamente e mansuetamente cominciò a voler riscuotere e fare quello per che andato v’era, quasi si riserbasse l’adirarsi al da sezzo[52].

[20] E così faccendo, riparandosi in casa di due fratelli fiorentini, li quali quivi ad usura prestavano e lui per amor di messer Musciatto onoravano molto, avvenne che egli infermò. Al quale i due fratelli fecero prestamente venire medici e fanti che il servissero e ogni cosa opportuna alla sua santà[53] racquistare. [21] Ma ogni aiuto era nullo[54], per ciò che ’l buono uomo, il quale già era vecchio e disordinatamente vivuto, secondo che i medici dicevano, andava di giorno in giorno di male in peggio, come colui ch’aveva il male della morte; di che li due fratelli si dolevan forte.

[22] E un giorno, assai vicini della camera nella quale ser Ciappelletto giaceva infermo, seco medesimi cominciarono a ragionare: [23] «Che farem noi – diceva l’uno all’altro – di costui? Noi abbiamo de’ fatti suoi pessimo partito alle mani[55]: per ciò che il mandarlo fuori di casa nostra così infermo ne sarebbe gran biasimo e segno manifesto di poco senno, veggendo la gente che noi l’avessimo ricevuto prima, e poi fatto servire e medicare così sollecitamente, e ora, senza potere egli aver fatta cosa alcuna che dispiacer ci debbia[56], così subitamente di casa nostra e infermo a morte vederlo mandar fuori[57]. [24] D’altra parte, egli è stato sì malvagio uomo che egli non si vorrà confessare né prendere alcuno sagramento della Chiesa; e, morendo senza confessione, niuna chiesa vorrà il suo corpo ricevere, anzi sarà gittato a’ fossi a guisa d’un cane[58]. [25] E, se egli si pur confessa[59], i peccati suoi son tanti e sì orribili[60] che il simigliante n’avverrà[61], per ciò che frate né prete ci sarà che ’l voglia né possa assolvere; per che, non assoluto, anche sarà gittato a’ fossi. [26] E se questo avviene, il popolo di questa terra, il quale sì per lo mestier nostro, il quale loro pare iniquissimo e tutto ’l giorno ne dicon male, e sì per la volontà che hanno di rubarci, veggendo ciò, si leverà a romore[62] e griderà: “Questi lombardi cani[63], li quali a chiesa non sono voluti ricevere, non ci si voglion[64] più sostenere[65]”; e correrannoci alle case e per avventura non solamente l’avere ci ruberanno, ma forse ci torranno oltre a ciò le persone[66]; di che noi in ogni guisa stiam male, se costui muore».

[27] Ser Ciappelletto, il quale, come dicemmo, presso giacea là dove costoro così ragionavano, avendo l’udire sottile, sì come le più volte veggiamo avere gl’infermi, udì ciò che costoro di lui dicevano; li quali egli si fece chiamare, e disse loro: «Io non voglio che voi di niuna cosa di me dubitiate[67] né abbiate paura di ricevere per me alcun danno. Io ho inteso ciò che di me ragionato avete e son certissimo che così n’avverrebbe come voi dite, dove così andasse la bisogna[68] come avvisate; ma ella andrà altramenti. [28] Io ho, vivendo, tante ingiurie fatte a Domenedio che, per farnegli io una ora in su la mia morte, né più né meno ne farà[69]; [29] e per ciò procacciate di farmi venire un santo e valente frate, il più[70] che aver potete, se alcun ce n’è; e lasciate fare a me, ché fermamente io acconcerò i fatti vostri e’ miei in maniera che starà bene e che dovrete esser contenti».

[30] I due fratelli, come che molta speranza non prendessono di questo, nondimeno se n’andarono ad una religione[71] di frati e domandarono alcuno santo e savio uomo che udisse la confessione d’un lombardo che in casa loro era infermo; e fu lor dato un frate antico[72] di santa e di buona vita e gran maestro in Iscrittura e molto venerabile uomo, nel quale tutti i cittadini grandissima e spezial divozione aveano, e lui menarono. [31] Il quale, giunto nella camera dove ser Ciappelletto giacea e allato postoglisi a sedere, prima benignamente il cominciò a confortare, e appresso il domandò quanto tempo era che egli altra volta confessato si fosse.

[32] Al quale ser Ciappelletto, che mai[73] confessato non s’era, rispose: «Padre mio, la mia usanza suole essere di confessarmi ogni settimana almeno una volta, senza che assai sono di quelle che io mi confesso più; è il vero che poi ch’io infermai, che son presso a otto dì, io non mi confessai, tanta è stata la noia che la infermità m’ha data».

[33] Disse allora il frate: «Figliuol mio, bene hai fatto, e così si vuol fare per innanzi[74]; e veggio che, poi[75] sì spesso ti confessi, poca fatica avrò d’udire o di domandare».

[34] Disse ser Ciappelletto: «Messer lo frate[76], non dite così; io non mi confessai mai tante volte né sì spesso, che io sempre non mi volessi confessare generalmente[77] di tutti i miei peccati che io mi ricordassi dal dì ch’i’ nacqui infino a quello che confessato mi sono; e per ciò vi priego, padre mio buono, che così puntualmente[78] d’ogni cosa mi domandiate come se mai confessato non mi fossi; [35] e non mi riguardate perch’io infermo sia, ché io amo molto meglio di dispiacere a queste mie carni che, faccendo agio loro[79], io facessi cosa che potesse essere perdizione della anima mia, la quale il mio Salvatore ricomperò col suo prezioso sangue»[80].

[36] Queste parole piacquero molto al santo uomo e parvongli argomento di bene disposta mente; e poi che a ser Ciappelletto ebbe molto commendato questa sua usanza, il cominciò a domandare se egli mai in lussuria con alcuna femina peccato avesse[81].

[37] Al qual ser Ciappelletto sospirando rispose: «Padre mio, di questa parte mi vergogno io di dirvene il vero, temendo di non peccare in vanagloria».

[38] Al quale il santo frate disse: «Di’ sicuramente[82], ché il ver dicendo né in confessione né in altro atto si peccò giammai».

[39] Disse allora ser Ciappelletto: «Poiché voi di questo mi fate sicuro, e[83] io il vi dirò: io son così vergine come io usci’ del corpo della mamma mia».

[40] «Oh benedetto sie tu[84] da Dio! – disse il frate – come bene hai fatto! e, faccendolo, hai tanto più meritato, quanto, volendo, avevi più d’arbitrio di fare il contrario che non abbiam noi e qualunque altri son quegli che sotto alcuna regola sono costretti»[85].

[41] E appresso questo il domandò se nel peccato della gola aveva a Dio dispiaciuto; al quale, sospirando forte, ser Ciappelletto rispose del sì, e molte volte; per ciò che, con ciò fosse cosa che egli, oltre alli digiuni delle quaresime[86] che nell’anno si fanno dalle divote persone, ogni settimana almeno tre dì fosse uso di digiunare in pane e in acqua, con quello diletto e con quello appetito l’acqua bevuta avea, e spezialmente quando avesse alcuna fatica durata o adorando[87] o andando in pellegrinaggio, che fanno i gran bevitori il vino; e molte volte aveva disiderato d’avere cotali insalatuzze d’erbucce[88], come le donne fanno quando vanno in villa[89], e alcuna volta gli era paruto migliore il mangiare che non pareva a lui che dovesse parere a chi digiuna per divozione, come digiunava egli[90].

[42] Al quale il frate disse: «Figliuol mio, questi peccati sono naturali e sono assai leggieri; e per ciò io non voglio che tu ne gravi più la conscienzia tua che bisogni. Ad ogni uomo addiviene, quantunque santissimo sia, il parergli dopo lungo digiuno buono il manicare[91], e dopo la fatica il bere».

[43] «Oh! – disse ser Ciappelletto – padre mio, non mi dite questo per confortarmi; ben sapete che io so che le cose che al servigio di Dio si fanno, si deono fare tutte nettamente e senza alcuna ruggine[92] d’animo; e chiunque altrimenti le fa, pecca».

[44] Il frate contentissimo disse: «E[93] io son contento che così ti cappia[94] nell’animo, e piacemi forte la tua pura e buona conscienzia in ciò[95]. Ma, dimmi: in avarizia hai tu peccato, disiderando più che il convenevole, o tenendo quello che tu tener non dovesti?».

[45] Al quale ser Ciappelletto disse: «Padre mio, io non vorrei che voi guardasti[96] perché io sia in casa di questi usurieri[97]: io non ci ho a far nulla; anzi ci era venuto per dovergli ammonire e gastigare[98] e torgli da questo abbominevole guadagno; e credo mi sarebbe venuto fatto, se Iddio non m’avesse così visitato[99]. [46] Ma voi dovete sapere che mio padre mi lasciò ricco uomo, del cui avere, come egli fu morto, diedi la maggior parte per Dio[100]; e poi, per sostentare la vita mia e per potere aiutare i poveri di Cristo, ho fatte mie piccole mercatantie[101], e in quelle ho desiderato di guadagnare, e sempre co’ poveri di Dio quello che ho guadagnato ho partito per mezzo[102], l’una metà convertendo né miei bisogni, l’altra metà dando loro; e di ciò m’ha sì bene il mio Creatore aiutato che io ho sempre di bene in meglio fatti i fatti miei.

[47] «Bene hai fatto – disse il frate – ma come ti se’ tu spesso[103] adirato?».

[48] «Oh! – disse ser Ciappelletto – cotesto vi dico io bene che io ho molto spesso fatto. E chi se ne potrebbe tenere, veggendo tutto il dì gli uomini fare le sconce cose, non servare i comandamenti di Dio, non temere i suoi giudicii[104]? [49] Egli[105] sono state assai volte il dì che io vorrei più tosto essere stato morto che vivo, veggendo i giovani andare dietro alle vanità e vedendogli giurare e spergiurare, andare alle taverne, non visitare le chiese e seguir più tosto le vie del mondo che quella di Dio»[106].

[50] Disse allora il frate: «Figliuol mio, cotesta è buona ira, né io per me te ne saprei penitenzia imporre. Ma, per alcuno caso, avrebbeti l’ira potuto inducere a fare alcuno omicidio o a dire villania a persona o a fare alcun’altra ingiuria?».

[51] A cui ser Ciappelletto rispose: «Ohimè, messere, o[107] voi mi parete uom di Dio: come dite voi coteste parole? o[108] s’io avessi avuto pure un pensieruzzo di fare qualunque s’è[109] l’una delle cose che voi dite, credete voi che io creda che Iddio m’avesse[110] tanto sostenuto? Coteste son cose da farle gli scherani[111] e i rei uomini, de’ quali qualunque ora[112] io n’ho mai veduto alcuno, sempre ho detto: “Va, che Dio ti converta”».

[52] Allora disse il frate: «Or mi di’, figliuol mio, che benedetto sia tu da Dio: hai tu mai testimonianza niuna falsa[113] detta contro alcuno o detto mal d’altrui o tolte dell’altrui cose senza piacer di colui di cui sono?».

[53] «Mai, messere, sì[114]– rispose ser Ciappelletto – che io ho detto male d’altrui; per ciò che io ebbi già un mio vicino che, al maggior torto del mondo, non faceva altro che battere la moglie, sì che io dissi una volta mal di lui alli parenti della moglie, sì gran pietà mi venne di quella cattivella[115], la quale egli, ogni volta che bevuto avea troppo, conciava come Dio vel dica[116]».

[54] Disse allora il frate: «Or bene, tu mi di’ che se’ stato mercatante: ingannasti tu mai persona così come fanno i mercatanti?».

[55] «Gnaffe[117] – disse ser Ciappelletto – messer sì; ma io non so chi egli si fu, se non che uno, avendomi recati danari che egli mi dovea dare di panno che io gli avea venduto, e io messogli in una mia cassa senza annoverare[118], ivi bene ad un mese[119] trovai ch’egli erano quattro piccioli[120] più che essere non doveano; per che, non rivedendo colui e avendogli serbati bene uno anno per rendergliele[121], io gli diedi per l’amor di Dio».

[56] Disse il frate: «Cotesta fu piccola cosa; e facesti bene a farne quello che ne facesti».

[57] E, oltre a questo, il domandò il santo frate di molte altre cose, delle quali di tutte[122] rispose a questo modo. E volendo egli già procedere all’assoluzione, disse ser Ciappelletto: «Messere, io ho ancora alcun peccato che io non v’ho detto».

[58] Il frate il domandò quale; ed egli disse: «Io mi ricordo che io feci al fante mio un sabato dopo nona spazzare la casa, e non ebbi alla santa domenica quella reverenza che io dovea»[123].

[59] «Oh! – disse il frate – figliuol mio, cotesta è leggier cosa».

[60] «Non[124] – disse ser Ciappelletto – non dite leggier cosa, ché la domenica è troppo da onorare, però che in così fatto dì risuscitò da morte a vita il nostro Signore».

[61] Disse allora il frate: «O altro hai tu fatto?».

[62] «Messer sì – rispose ser Ciappelletto – ché io, non avvedendomene, sputai una volta nella chiesa di Dio».

[63] Il frate cominciò a sorridere e disse: «Figliuol mio, cotesta non è cosa da curarsene: noi, che siamo religiosi, tutto il dì vi sputiamo».

[64] Disse allora ser Ciappelletto: «E voi fate gran villania, per ciò che niuna cosa si convien tener netta come il santo tempio, nel quale si rende sacrificio a Dio».

[65] E in brieve de’ così fatti ne gli disse molti, e ultimamente cominciò a sospirare, e appresso a piagner forte, come colui che il sapeva troppo ben fare quando volea.

[66] Disse il santo frate: «Figliuol mio, che hai tu?».

[67] Rispose ser Ciappelletto: «Ohimè, messere, ché un peccato m’è rimaso, del quale io non mi confessai mai, sì gran vergogna ho di doverlo dire; e ogni volta ch’io me ne ricordo piango come voi vedete, e parmi essere molto certo che Iddio mai non avrà misericordia di me per questo peccato».

[68] Allora il santo frate disse: «Va via[125], figliuol, che è ciò che tu dì? Se tutti i peccati che furon mai fatti da tutti gli uomini, o che si debbon fare da tutti gli uomini mentre che[126] il mondo durerà, fosser tutti in uno uom solo, ed egli ne fosse pentuto e contrito come io veggio te, si è tanta la benignità e la misericordia di Dio che, confessandogli egli[127], gliele perdonerebbe liberamente[128]; e per ciò dillo sicuramente».

[69] Disse allora ser Ciappelletto, sempre piagnendo forte: «Ohimè, padre mio, il mio è troppo gran peccato, e appena posso credere, se i vostri prieghi non ci si adoperano, che egli mi debba[129] mai da Dio esser perdonato».

[70] A cui il frate disse: «Dillo sicuramente, ché io ti prometto di pregare Iddio per te».

[71] Ser Ciappelletto pur piagnea[130] e nol dicea, e il frate pur il confortava a dire. Ma poi che ser Ciappelletto piagnendo ebbe un grandissimo pezzo tenuto il frate così sospeso, e[131] egli gittò un gran sospiro e disse: «Padre mio, poscia che voi mi promettete di pregare Iddio per me, e io il vi dirò[132]: sappiate che, quando io era piccolino, io bestemmiai[133] una volta la mamma mia». E così detto ricominciò a piagnere forte.

[72] Disse il frate: «O figliuol mio, or parti questo così grande peccato? o gli uomini bestemmiano tutto ’l giorno Iddio, e sì[134] perdona egli volentieri a chi si pente d’averlo bestemmiato; e tu non credi che egli perdoni a te questo? Non piagner, confortati, ché fermamente, se tu fossi stato un di quegli che il posero in croce, avendo la contrizione ch’io ti veggio, sì ti perdonerebbe Egli».

[73] Disse allora ser Ciappelletto: «Ohimè, padre mio, che dite voi? La mamma mia dolce[135], che mi portò in corpo nove mesi il dì e la notte e portommi in collo più di cento volte! troppo feci male a bestemmiarla e troppo è gran peccato; e se voi non pregate Iddio per me, egli non mi sarà perdonato».

[74] Veggendo il frate non essere altro restato a dire a ser Ciappelletto, gli fece l’assoluzione e diedegli la sua benedizione, avendolo per[136] santissimo uomo, sì come colui che pienamente credeva esser vero ciò che ser Ciappelletto avea detto: e chi sarebbe colui che nol credesse, veggendo uno uomo in caso[137] di morte dir così? .

[75] E poi, dopo tutto questo, gli disse: «Ser Ciappelletto, coll’aiuto di Dio voi[138] sarete tosto sano; ma se pure avvenisse che Iddio la vostra benedetta e ben disposta anima chiamasse a sé, piacevi egli[139] che ’l vostro corpo sia sepellito al nostro luogo[140]?».

[76] Al quale ser Ciappelletto rispose: «Messer sì; anzi non vorre’ io essere altrove, poscia che voi mi avete promesso di pregare Iddio per me: senza che[141] io ho avuta sempre spezial divozione al vostro Ordine. E per ciò vi priego che, come voi al vostro luogo sarete, facciate che a me vegna quel veracissimo corpo di Cristo, il qual voi la mattina sopra l’altare consecrate; per ciò che, come che io degno non ne sia, io intendo colla vostra licenzia di prenderlo, e appresso la santa e ultima unzione[142], acciò che io, se vivuto son come peccatore, almeno muoia come cristiano».

[77] Il santo uomo disse che molto gli piacea e che egli dicea bene, e farebbe che di presente[143] gli sarebbe apportato; e così fu.

[78] Li due fratelli, li quali dubitavan forte non ser Ciappelletto gl’ingannasse, s’eran posti appresso ad un tavolato, il quale la camera dove ser Ciappelletto giaceva divideva da un’altra, e ascoltando leggiermente[144] udivano e intendevano ciò che ser Ciappelletto al frate diceva; e aveano alcuna volta sì gran voglia di ridere, udendo le cose le quali egli confessava d’aver fatte, che quasi scoppiavano. [79] E fra se’ talora dicevano: «Che uomo è costui, il quale né vecchiezza né infermità né paura di morte alla qual si vede vicino, né ancora di Dio dinanzi al giudicio del quale di qui a picciola ora s’aspetta di dovere essere, dalla sua malvagità l’hanno potuto rimuovere[145], né far ch’egli così non voglia morire come egli è vivuto?». [80] Ma pur vedendo che sì aveva detto che egli sarebbe a sepoltura ricevuto in chiesa, niente del rimaso[146] si curarono.

[81] Ser Ciappelletto poco appresso si comunicò: e peggiorando senza modo, ebbe l’ultima unzione e poco passato vespro, quel dì stesso che la buona confessione fatta avea, si morì. [82] Per la qual cosa li due fratelli, ordinato di quello di lui medesimo[147] come egli fosse onorevolmente sepellito, e mandatolo a dire al luogo de’ frati, e che essi vi venissero la sera a far la vigilia[148] secondo l’usanza e la mattina per lo corpo, ogni cosa a ciò opportuna dispuosero.

[83] Il santo frate che confessato l’avea, udendo che egli era trapassato, fu insieme[149] col priore del luogo; e fatto sonare a capitolo, alli frati ragunati in quello mostrò ser Ciappelletto essere stato santo uomo, secondo che per la sua confessione conceputo[150] avea; e sperando per lui Domenedio dovere[151] molti miracoli dimostrare, persuadette loro che con grandissima reverenzia e divozione quello corpo si dovesse[152] ricevere. [84] Alla qual cosa il priore e gli altri frati creduli s’acordarono: e la sera, andati tutti là dove il corpo di ser Ciappelletto giaceva, sopr’esso fecero una grande e solenne vigilia; e la mattina, tutti vestiti co’ camici e co’ pieviali[153], con libri in mano e con le croci innanzi, cantando, andaron per questo corpo e con grandissima festa e solennità il recarono alla lor chiesa, seguendo quasi tutto il popolo della città, uomini e donne. [85] E nella chiesa postolo, il santo frate che confessato l’avea, salito in sul pergamo, di lui cominciò e della sua vita, de’ suoi digiuni, della sua virginità, della sua simplicità e innocenzia e santità maravigliose cose a predicare[154], tra l’altre cose narrando quello che ser Ciappelletto per lo suo maggior peccato piagnendo gli avea confessato, e come esso appena gli avea potuto mettere nel capo che Iddio gliele dovesse perdonare, da questo volgendosi[155] a riprendere il popolo che ascoltava, dicendo: «E voi, maledetti da Dio, per ogni fuscello di paglia che vi si volge tra’ piedi bestemmiate Iddio e la Madre, e tutta la corte di Paradiso[156]».

[86] E oltre a queste, molte altre cose disse della sua lealtà e della sua purità: e in brieve con le sue parole, alle quali era dalla gente della contrada data intera fede, sì il mise nel capo e nella divozion di tutti coloro che v’erano che, poi che fornito[157] fu l’uficio, colla maggior calca del mondo da tutti fu andato[158] a basciargli i piedi e le mani, e tutti i panni gli furono indosso stracciati, tenendosi beato chi pure un poco di quegli potesse avere[159]: e convenne che tutto il giorno così fosse tenuto, acciò che da tutti potesse essere veduto e visitato. [87] Poi, la vegnente notte, in una arca di marmo sepellito fu onorevolmente in una cappella, e a mano a mano[160] il dì seguente vi cominciarono le genti ad andare e ad accender lumi e ad adorarlo[161], e per conseguente a botarsi[162] e ad appiccarvi le imagini della cera[163] secondo la promession fatta. [88] E in tanto[164] crebbe la fama della sua santità e divozione a lui, che quasi niuno era, che in alcuna avversità fosse, che ad altro santo che a lui si botasse, e chiamaronlo e chiamano san Ciappelletto; e affermano molti miracoli Iddio aver mostrati per lui e mostrare tutto giorno[165] a chi divotamente si raccomanda a lui.

[89] Così adunque visse e morì ser Cepparello da Prato e santo[166] divenne come avete udito. Il quale negar non voglio essere possibile lui[167] essere beato nella presenza di Dio, per ciò che, come che la sua vita fosse scelerata e malvagia, egli poté in su lo stremo[168] aver sì fatta contrizione, che per avventura Iddio ebbe misericordia di lui e nel suo regno il ricevette[169]: ma, per ciò che questo n’è occulto, secondo quello che ne può apparire ragiono, e dico costui più tosto dovere essere nelle mani del diavolo in perdizione che in Paradiso[170]. [90] E se così è, grandissima si può la benignità di Dio cognoscere verso noi, la quale non al nostro errore, ma alla purità della fede riguardando, così faccendo noi nostro mezzano[171] un suo nemico, amico credendolo, ci esaudisce, come se ad uno veramente santo per mezzano della sua grazia ricorressimo[172]. [91] E per ciò, acciò che noi per la sua grazia nelle presenti avversità[173] e in questa compagnia così lieta siamo sani e salvi servati, lodando il suo nome nel quale cominciata l’abbiamo, lui in reverenza avendo, né nostri bisogni gli ci raccomandiamo, sicurissimi d’essere uditi –.

[92] E qui si tacque[174].

[1] La novella trasse probabilmente origine da narrazioni e da dicerie venute dalla Francia sulla mala vita e le male arti dei prestatori italiani; e il Boccaccio, insieme ad altre inventate o derivate suggestioni letterarie, le attribuì a un personaggio realmente esistito, che aveva trafficato in quelle terre, ed era stato in rapporto con i fratelli Franzesi, prototipi, per la storiografia fiorentina, dei loschi affaristi. Difatti un Cepparello o Ciappelletto Dietaiuti da Prato appare in documenti della fine del ‘200 come ricevitore di decime e di taglie, per conto di Filippo il Bello, re di Francia, e di Bonifacio VIII, nel contado venosino ecc. (ma non era notaio, era ammogliato e aveva figli, era ancora vivo, a Prato, nel 1304). Il suo libro di conti è uno dei più antichi documenti volgari (Testi fiorentini del Dugento e dei primi del Trecento, a cura di A. Schiaffini, Firenze 1926, pp. 244-259). «È pittoresco – nota Contini – che in un suo libro di conti relativo agli anni 1288-1290, dove sono documentati fra l’altro i suoi rapporti con Biccio e Musciatto (i loschi fratelli Franzesi) e non mancano menzioni di località borgognoni (come Mâcon), sia registrata anche una modesta elemosina» ai francescani e ai domenicani. Episodi simili alla novella erano in testi medievali: nella Vita di San Martino di Sulpizio Severo (XI: la tomba di un brigante presso Tours è venerata come quella d’un santo), nella Storia di Spagna di Juan de Mariana (con pseudomiracoli gli eretici inducevano il popolino a venerar la tomba del loro compagno Arnaldo); e in generale in tutte le frequenti raffigurazioni e satire di ipocriti, da quelle del Fiore a quelle della Divina Commedia. È tema del resto diffuso nella novellistica (Rotunda, U II6*). Cfr. C. Paoli, Documenti di Ser Ciappelletto, GSLI 5 (1885), pp. 346-360; A. Neri, Una lettera di G. Bianchini, ibid. 6 (1885), p. 305; C. Giani, Cepparello da Prato (lo pseudo Ser Ciappelletto) secondo la leggenda boccaccesca e secondo i docum. degli archivi Pratese e Vaticano, Prato 1915, e Ancora due parole su Cepparello, Prato 1916; L. Fassò, Saggi e ricerche di storia letteraria: da Dante al Manzoni, Milano 1947; V. Branca, Boccaccio medievale e nuovi studi sul Decameron, Firenze 1956, pp. 71-99.

[2] La prima novella di ogni giornata comincia sempre, contrariamente alle altre, senza azione alcuna nella «cornice», proprio perché tale azione è compresa nella introduzione alla giornata.

[3] Non soggetta a mutamenti.

[4] Per questa costruzione cfr. Intr. 41 n., I 4, 3 n. Le considerazioni sulla caducità divulgate in forma simile da testi autorevoli (per es. Ecclesiaste I 2-13; Seneca, De constantia 20, 8) erano state rese proverbiali dall’«Omnia vertuntur» (H. Walther, Proverbia sententiaeque Latinitatis Medii Aevi, Göttingen 1963, III, p. 622; e anche L. De Mauri, Flores sententiarum: raccolta di sentenze, proverbi e motti latini di uso quotidiano, in ordine per materie, con le fonti indicate, schiarimenti e la traduzione italiana, Milano 1967, p. 77).

[5] Resistere né evitarle. E nota i due cursus veloces che concludono i due membri del periodo.

[6] Le sue volontà. «Coloro» (nella riga precedente) sono i santi.

[7] Tutta la frase «forse … giudice» è apposizione di noi «medesimi».

[8] Cioè «i prieghi».

[9] E in Lui, che è pieno di pietà e di liberalità verso di noi, scorgiamo qualcosa anche di più grande, di più liberale.

[10] Par. XIII 141: «Vederli dentro al consiglio divino»; cfr. Par. VI 121-123, Purg. VIII 67-69; Esposizioni IX litt. 72: «la profondità della divina mente, la quale è tanta e sì nascosa che occhio mortale non può ad essa trapassare».

[11] Oppinione (la doppia è consueta nell’antico toscano: dal lat. med. Oppinio) è «sentenza dubbiosa, e non certa, ingannata dal parere» (Da F. Buti, comm. a Purg. XXVI 2): II 6, 54 n. e IV intr. 39 n.: «gli lascerò con la loro oppinione».

[12] Par. XXI 50: «Colui che tutto vede».

[13] Cioè al fatto che il pregato è all’Inferno: Inf. XXIII 126 e Purg. XXI 18: «ne l’etterno essilio».

[14] È un concetto che anche Dante accenna (Ep. VI: «qui divine volutati reluctatus est et sciens et volens, eidem militet nesciens atque nolens»), e che sarà ripreso ampiamente nel finale (89-91).

[15] Si narra.

[16] Musciatto di Messer Guido Franzesi, «nostro contadino», secondo il Villani, accumulò grandi ricchezze trafficando in Francia, e fu dei più ascoltati e malvagi consiglieri di Filippo il Bello, inducendolo a falsificare moneta e a razziare i mercanti italiani (Cronica VII 147 e VIII 49, 56, 63). Anche il Compagni: «cavaliere di gran malizia, picciolo della persona… corrotto» (II 4). Era già morto nel 1310 (cfr. la nota di I. Del Lungo al citato luogo del Compagni): e fu realmente in stretti rapporti d’affari con Cepparello, come testimoniano i documenti di cui alla n. 1 di p. 49. Da notizie manoscritte cui si riferiscono il Manni e il Giani, risulta che fu Podestà e Capitano del Popolo a Prato e poi Capitano della Taglia Toscana nel novembre del 1301; e che i fratelli Franzesi, prima Lombards soggetti alla taille, erano divenuti gentilshommes, receveurs, trésoriers del Re. Cfr. in gen. F. Bock, Musciatto dei Franzesi, DA 6 (1943), pp. 521-544; R. Davidsohn, Storia di Firenze, Firenze 1965, VI, pp. 625-636. «Musciatto» è soprannome da «Moscia», forma francese di «Mosca».

[17] Sollecitato, indotto. Anche questo cenno alla calata in Italia nel 1301 di Carlo di Valois è storico: è l’episodio che porterà all’esilio Dante (Purg. XX 70 ss. e Trattatello I 165 ss.). Il soprannome di Senzaterra (cui allude anche Dante, Purg. XX 76) era rimasto a Carlo, fratello di Filippo il Bello, dal tempo in cui non godeva di proprio appannaggio o dall’aver avuta solo nominalmente corona e dai suoi vani tentativi di procurarsi un regno.

[18] Conoscendo, sapendo, alla latina, come in Intr. 57: «sentono gli essecutori di quelle o morti o malati»: e cfr. II 6, 58 n.; II 8, 4 n. ecc.

[19] Sbrogliare, o forse, modernamente, liquidare.

[20] Affidare: II 7, 70 n.

[21] Idoneo, capace di.

[22] Litigiosi e di malvagia indole (morale) e sleali, falsi. «I Borgognoni avevano cattiva fama anche in Francia. Nel poemetto Tournoiement Antecrist di Huon di Mery (1234) la schiera guidata da Fellonia n’è piena, v. 701: “Felonie, qui her pitié avoit Bourgoignons a plenté”» (Zingarelli). A colorire l’ambiente sono usati due francesismi (riottosi e misleali: e cfr. riotta II 7, 42). Cfr. in generale per l’ambiente mercantile italiano in Borgogna: L. Gauthier, Les Lombards dans les Deux-Bourgognes, Paris 1907; e A. Sapori, Studi di storia economica. Secoli XIII-XIV-XV, Firenze 1955, I, pp. 100 ss.; R. Davidsohn, op. cit., VI, pp. 649 ss.

[23] Fiducia: cfr. IV 6, 40 n.

[24] Disamina, indagine: usato soprattutto per gli esami processuali, non senza ragione il vocabolo è impiegato proprio qui.

[25] Si rifugiava, albergava: cfr. II 8, 33: «nella corte del quale … molto si riparavano» e 77: «cominciò come povero uomo a ripararsi vicino alla casa di lei»; e più avanti, 20.

[26] Agghindato, di un’eleganza un po’ affettata: cfr. Vita di Sant’Antonio (C.): «Era una giovine balda e tutta piena d’arditezza, e tutta assettatuzza e atteggevole»; e Dante, Rime dubbie, VI 4. «Il Boccaccio s’impadronisce magistralmente di questo suffisso istituzionale nella poesia burlesca» (Contini): e cfr. qui 41, 51.

[27] Riflessivo corrente allora nelle interrogative o dubitative dipendenti da «non sapete» ed espressioni equivalenti: cfr. per es. I 4, 15; II 3, 16; II 5, 55; II 7, 11 e 16 e 22 e 46; III 7, 23 e 51 e 73 e 99; III 8, 38; III 9, 35; IV 2, 48 ecc.; e F. Brambilla Ageno, Il verbo nell’italiano antico: ricerche di sintassi, Milano 1964, pp. 149 ss.

[28] Il francese «chapel» aveva il suo diminutivo assai comune in «chapelet», cioè «ciappelletto» pronunziato alla toscana: e anche in italiano «cappello» s’usava per «corona, ghirlanda» (Par. XXV 9 e cfr. C. Merkel, Come vestivano gli uomini del Decamerone. Saggio di storia del costume, Roma 1898, pp. 81 ss.). Forse il Boccaccio riteneva che «Cepparello» derivasse da «ceppo», mentre con tutta probabilità non era che un diminutivo di Ciapo (Ciaperello), deformazione di Jacopo: a meno che non provenga dall’identico toponimo. A Prato esisteva ancora nel Settecento una famiglia Cepparelli. «Franceschi» era corrente per francesi: cfr. II 6, 77 n.

[29] Per questa qualifica che, come abbiamo visto, non aveva Cepparello Dietaiuti, gli è attribuito il titolo di Ser. Il termine «strumenti» sta per atti notarili.

[30] Compensato. Questa volontà gratuita di male sembra riecheggiare da un famoso topico ritratto di malvagio, Catilina, tracciato dall’ammiratissimo Sallustio: ritratto certo presente al Boccaccio in questa pagina («Huic… caedes, rapinae, discordia grata fuere… testes signatoresque falsos commodare… gratuito potius malus atque crudelis erat»: I 5 ss.).

[31]  Giuramenti: II 8, 20 n.: e cfr. Annotazioni, VII.

[32] Fortemente vi si appassionava.

[33] Introdurre, intessere: Inf. XXVII 136: «quei che scommettendo acquistan carco».

[34] Non soleva andare: I 6, 19 n.

[35] Anche di un altro sodomita, Pietro da Vinciolo, la moglie dice «se’ cosi’ vago di noi [donne] come il can delle mazze» (V 10, 55); e il Sacchetti: «vago delle femmine, come i fanciulli delle palmate» (CXII): quasi proverbio «già usato nella precedente poesia giocosa, della quale in questa pagina ritornano alcuni tratti fondamentali» (Marti). Comincia l’insistenza iterativa, di evidente valore allusivo-deprecativo per Cepparello, su «cane» (14, 25, 26).

[36] Il primo verbo indica il portar via di furto; il secondo rapire con violenza (II 4, 8 n.).

[37] Con la quale… offrirebbe denaro in elemosina: era corrente «offerere», assoluto: 11 6, 53; Par. V 50, XIII 140. Nota una di quelle sincopi, frequenti in casi simili (per es. II 5, 34; IV 9, 9) come le metatesi (per es. «enterrai» II 5, 76). E per l’omissione della preposizione dinanzi al relativo dipendente da un sostantivo preceduto da un dimostrativo, cfr. Mussafia, pp. 517 ss.

[38] Dadi truccati, cioè era baro: cfr. Sacchetti, XLII. E cfr. Intr. III n.

[39] Ultimo di quegli aggettivi – o espressioni – usati di solito in senso positivo e qui stravolti in negativo di cui è punteggiato questo ritratto. Il quale introduce così proprio il grande tema dello «stravolgimento», che è centrale alla novella, e il suo linguaggio antifrastico che trionfano coerentemente nella conclusione (cfr. V. Branca, op. cit., pp. 94 ss.).

[40] Cfr. Mt 26, 24; Mc 14, 21: «Bonum erat et si non esset natus homo ille» (per Giuda); e cfr. IX 1, 8; Corbaccio, 384: «Perché mi vo io in più parole stendendo?».

[41] Protesse, salvaguardò la potenza e il grado, la condizione: cfr. I 1, 30 n.; II 8, 33 n.; V 2, 35: «venne … in grande e ricco stato».

[42] Polizia, giustizia.

[43] Continuamente: vd. anche I 4, 8 n.; II 2, 15 n.

[44] Fu risparmiato, gli fu usato riguardo: cfr. più avanti, 35: «E non mi riguardate perché io infermo sia»; II 1, 12 n. Questo ritratto sinistro di ser Ciappelletto ben si accorda a quelli di Biccio e Musciatto Franzesi tracciati dal Villani (loc. cit.).

[45] Non esiste attività di Cepparello per il 1301: difatti più sotto si dice scioperato (Dante, Rime LXXV 13).

[46] «Intendere» vale la prima volta badare, la seconda ho intenzione, ho in animo. È segnalata la biforcazione, la ambiguità di una stessa parola usata in due significati diversi.

[47] Corte reale: difatti più sotto si parla delle lettere favorevoli del re, cioè di lettere commendatizie. Gli affari di Musciatto in Borgogna riguardavano la riscossione di imposte. Si noti che dal libro di conti di Cepparello risulta che già era stato esattore.

[48] Disoccupato… e in non buone condizioni economiche.

[49] Protezione, difesa.

[50] Prese una deliberazione, si decise.

[51] Contrariamente alla sua indole.

[52] Da ultimo: cfr. VI 9, 2; Teseida VIII 79; Inf. VII 130.

[53] Sanità; «santà» è forma più popolare (cfr. fr. santé). «Come di norma, la preposizione che regge l’infinito (a) è fusa con l’articolo dell’oggetto anteposto» (Contini): cfr. Intr. 20 n.

[54] Mezzo, rimedio (cfr. anche II 8, 47 n.) era inutile.

[55] Cioè ci troviamo con lui (o per causa di lui) a mal/a pessimo partito.

[56] Forma corrente, accanto a debba, nel toscano del Duecento e Trecento e nel Decameron stesso (per es. II 8, 13 e 9, 39; IX 5, 4; X 10, 35; G. Rohlfs, Grammatica storica della lingua italiana e dei suoi dialetti, 3 voll., Torino 1966-69, col. 556).

[57] Anacoluto. Era da aspettarsi «lo mandiam fuori», (dipendendo da «veggendo la gente che noi»; invece il Boccaccio torna col pensiero al costrutto «il mandarlo fuori», oppure coordina col gerundio procedente «veggendo».

[58] G. Villani, Cronica VI 62: «feciono … il corpo… gittare a’ fossi». Nei fossati che cingevano le mura della città si gettavano i cadaveri dei suicidi, degli eretici, degli scomunicati (IV 6, 26) e anche degli usurai (Thompson, P 435; V 22).

[59] Iperbato col pronome atono, comunissimo in quell’età (cfr. per es. Vita Nuova XL 4: «io li pur farei piangere»).

[60] Purg. III 121: «Orribil furon li peccati miei», dichiara Manfredi, che infatti non ebbe sepoltura in terra consacrata.

[61] Ci accadrà la stessa cosa.

[62] Tumulto: cfr. II 5, 77 e n.

[63] Lombardi erano chiamati in Francia tutti gli Italiani della parte settentrionale della penisola, Toscana inclusa (Purg. XVI 125-126): e ‘lombardo’ era sinonimo di prestatore e usuraio, cui si accompagnava spesso il dispregiativo di ‘chien’. Ancor oggi a Parigi esiste una rue des Lombards e a Londa una Lombard Street. Cfr. A. Segre, Manuale di storia del commercio, Torino 1923, I: dalle origini alla Rivoluzione francese, pp. 215 ss.; A. Sapori, op. cit., pp. 107, 180 ss., 688, 866 ss., 1051 ss.

[64] Non si lasciano nemmeno entrare (o non si vogliono ricevere) in chiesa, «non ci (cioè qui) si devano …» con costruzione personale: uso non comune ma ripetuto nel Boccaccio: cfr. per es. V 10, 45: «elle si vorrebbero uccidere, elle si vorrebbon vive vive metter nel fuoco»; Amorosa Visione I 67 ss.: «Più mirabil cosa | Veder vuoi prima che giunghi lassuso»; cfr. Mussafia, pp. 447 ss., 473; A. Segre, op. cit.

[65] Tollerare: cfr. Proemio, II n.

[66] La vita: cfr. II 5, 60 n.

[67] Di nulla temiate a causa mia: cfr. Intr. 55 e n.

[68] La faccenda: II 7, 90 n.; e Inf. XXIII 140: «Mal contava la bisogna».

[69] Non ne farà maggior caso, non ne terrà neppur conto, cioè mi tratterà allo stesso modo. Altri interpreta impersonalmente non sarà nulla, non farà nulla. E cfr. Par. XXX 121: «Presso e lontano, lì, né pon né leva».

[70] Sottinteso: santo e valente.

[71] Convento; Sacchetti, CI: «andando… fuori di Todi a una religione di frati».

[72] Vecchio e austero. L’aggettivo conferisce grave dignità a questo frate che sarà vittima delle fandonie di Ciappelletto.

[73] L’inverosimile iperbole è armonica alla vituperatio che modula tutta la presentazione di Ciappelletto.

[74] Si deve fare d’ora in poi.

[75] Poiché, secondo l’uso comune nel Duecento e Trecento.

[76] L’articolo lo era corrente dopo la r. e nota il messere e il voi di rispetto usato a ragion veduta da Ciappelletto contro il figliuolo e il tu paterno del frate. Ma cfr. 75; e in generale S. Zini, Il «tu» e il «voi» nel Decameron, LN 3 (1941), pp. 121-127.

[77] Cioè fare quella che la Chiesa chiama la confessione generale. Giordano da Pisa, Quaresimale fiorentino, XX 26: «l’omo è tenuto di confessarsi generalmente di tutti i peccati…».

[78] Punto per punto, minutamente. Da Buti, Commento, intr.: «come apparirà quando si esporrà la lettera puntualmente» (punctualmente, latino scolastico).

[79] Avendo riguardo al loro comodo, indulgendo loro.

[80] È la traduzione di un versetto del Te Deum: «quos pretioso sanguine redemisti [tu, Christe]».

[81] «Deh, di femine non era e’ ghiotto troppo». (M.). Incomincia la confessione che con ordine si svolge prima ai peccati di incontinenza (accidia, lussuria, gola, avarizia, ira: trascurate superbia e invidia come meno facili alla qualità del confessato), poi a quelli di malizia.

[82] Anche Beatrice per togliere timore a Dante: «Di’, di’ sicuramente» (Par. V 122-123).

[83] Ecco che io: uso paraipotattico frequente nel Boccaccio: vd. anche II 9, 32 n.; III 5, 23 n.; V 10, 32: «Essendo noi già posti a tavola, Ercolano e la moglie e io, e noi sentimmo presso di noi starnutire»; cfr. V 8, 37 n.; VII 7, 20.

[84] Formula amata dal Boccaccio per la sua solennità: si vd. Amorosa Visione VI 4; Filocolo IV 130, 4; e anche qui 52.

[85] Da alcuna regola monastica, religiosa, sono retti e moderati. Qualunque era usato correntemente col plurale (qui riferito ai religiosi).

[86] Evidentemente qui non si allude solo alla Quaresima propriamente detta, cioè al digiuno di 46 giorni in preparazione alla Pasqua; ma ai vari periodi di digiuno, di lunghezza diversa, osservati dai fedeli o per prescrizione della Chiesa (per es. nell’Avvento e nelle Tempora) o per devozioni particolari. Quest’uso generico di «quaresima» è frequente: cfr. S. Sigoli, Viaggio al monte Sinai, a cura di C. Angelini, Firenze 1944, p. 189: «i Saracini fanno l’anno una quaresima… e basta 30 dì e tutto il dì stanno che non mangiano e non beono»; F. Belcari, Vita del beato Giovanni Colombini da Siena, Verona 1817, p. 224: «Essendo andato il Bianco a Nanni da Terranuova a fare la quaresima dello Spirito Santo…».

[87] Pregando, facendo le divozioni; vedi più innanzi, 87: «cominciarono le genti… a adorarlo»; e Sacchetti, CXCVIII: «uno Juccio… che adorava». E per l’uso frequente nel Decameron di gerundi in coordinazione cfr. S. Skerlj, Syntaxe du participe présent et du gérondif en vieil italien, Paris 1926, pp. 748 ss.

[88] I diminutivi hanno sempre nel Boccaccio un valore affettivo: e questa novella ne è punteggiata fin dal principio. E cfr. anche 9 n.

[89] In campagna, come a VIII 6, 40.

[90] La ripetizione di «parere» (tre volte) e di «digiunare» è una di quelle sottigliezze linguistiche cui il Boccaccio ricorre spesso per esprimere situazioni interiori (qui la untuosa complicatezza dell’ipocrita; e vd. altri esempi simili più sotto). Cfr. 51 e n.

[91] Mangiare: la forma arcaica, debole («manducare» livellato in «manucare», o «manicare») viva ancor oggi in «manicaretto», è usata dal Boccaccio promiscuamente a quella più comune – di origine francese – «mangiare»; si vd. a questo proposito, per es. I 10, 17; II 5, 82 n.; VIII 7, 128; IX 7, 10.

[92] Macchia: «indica molto bene ciò che toglie splendore all’anima che opera in servizio di Dio» (Momigliano): è termine del linguaggio pio.

[93] Enfatico, quasi etiam: usato di frequente dal Boccaccio (per es. VII 2, 21; X 10, 44).

[94] Ti stia nell’animo, cioè che tu la pensi così: cfr. I 10, 12 n.; VI 6, 5: «secondo che nell’animo gli capea»; VI 9, 8: «sapeva onorare cui nell’animo gli capeva»; Purg. XXI 81.

[95] «Conscientia bona e (separatamente) pura sono sintagmi paolini» (Contini).

[96] Steste in guardia, sospettaste (per la eccezionale ma corrente terminazione in -i, cfr. G. Rohlfs, op. cit., col. 560).

[97] Gallicismo frequente: cfr. per es. Inf. XI 109.

[98] Biasimare, rimproverare: cfr. II 4, 11 n. «Dovergli» è qui pleonastico, col valore di con l’intenzione di/allo scopo di (come a II 2, 20; III 7, 80; III 9, 57; VII 8, 14; VIII 7, 64 e I 5, 12; II 8, 63; III 3, 20; V 7, 17; VI 10, 31; X 2, 25). Cfr. F. Brambilla Ageno, op. cit., p. 447.

[99] È termine proprio al linguaggio devoto per indicare che le tribolazioni sono una grazia di Dio, come mezzo di perfezionamento morale: cfr. B. Giamboni, Introduzione alla virtù, Firenze 1810, p. 14: «dee pensare l’uomo che Dio l’ami, quando di tribolazioni da Dio è visitato»; Job VII 18; Ps. XVI 3. Il singolare costrutto passivo non è unico (si vd. anche III 6, 38; V 5, 29).

[100] Per amor di Dio, cioè in elemosine, in carità: cfr. II 8, 77 n.; IV intr. 15: «data ogni sua cosa per Dio».

[101] Negozi, affari: per la forma cfr. Intr. 42 n.

[102] Diviso a metà, come san Martino il suo mantello, e non riservando alle elemosine solo il dieci per cento, come si faceva ordinariamente. Anche la frase seguente è pietisticamente allusiva all’evangelico «date e vi sarà dato».

[103] Quanto spesso, quante volte ti sei.

[104] Punizioni, castighi. È l’ira lodata nelle Esposizioni, VIII litt. 48 ss.

[105] «Soggetto grammaticale del verbo preposto, qui neutro (invariabile) nonostante l’accordo del participio (incontro mentale di egli è stato e sono state)» (Contini).

[106] Altra frase proprio del linguaggio di devozione.

[107] Uso fiorentino, popolare dell’o esclamativo: qui quasi eppure.

[108] Altro uso toscano di o per introdurre l’interrogazione dubitativa (cfr. più avanti 61; VII 3, 14 n.).

[109] Per simili forme stereotipate di riflessivo di «essere», con si ridondante, cfr. III 7, 47 e F. Brambilla Ageno, op. cit., p. 152.

[110] Avrebbe: l’imperfetto congiuntivo invece del condizionale era d’uso in proposizioni dipendenti potenziali o condizionali. Si vd. VI concl. 12. Si noti il bisticcio su «credere» spesso usato dal Boccaccio (per es. II 9, 14 e17; III 6, 20; VI 5, 14 e 15; VIII 7, 97 e 105) e già dantesco (Inf. XIII 25).

[111] Malandrini, facinorosi, assassini.

[112] Ogni volta che.

[113] Anche qui ritorna la formula consacrata nel Decalogo.

[114] Signorsì, senza dubbio. «Mai», in unione a «sì» o «no», funge da raffozativo: cfr. III 3, 36 n.: «Mai si’ che io le conosco»; IX 8, 20: «Rispose Biondello: Mai no; perché me ne domandi tu?»; e cfr. III 3, 24 n.

[115] Disgraziata, infelice, poveretta: aggettivo usatissimo dal Boccaccio (cfr. passim II 5, IV 7, V 7, VIII 7 ecc. e Filostrato, VIII 14).

[116] Come solo Dio vi potrebbe dire, cioè come solo Dio sa; cfr. Par. III 108.

[117] In fede mia («mia fé»): antica interiezione toscana su cui E.G. Parodi, Lingua e letteratura, a cura di G. Folena, Venezia 1957, p. 603; e G. Rohlfs, op. cit., col. 281.

[118] Contare: VI concl. 27 n.; sottinteso «-gli», come prima di «messigli avendo».

[119] Dopo un mese buono: cfr. E. De Felice, op. cit., pp. 267 ss.

[120] Secondo l’uso monetario carolingio la lira – che era moneta immaginaria, di conto – era divisa in venti soldi, il soldo in dodici denari (o piccoli, o ancora piccioli). Nel 1252, quando a Firenze si coniò il fiorino (su una faccia il giglio fiorentino, sull’altra San Giovanni), lira e fiorino stavano alla pari: ma poco dopo ebbe inizio la svalutazione della moneta spicciola, dei piccioli: sicché per un fiorino nel 1300 occorrevano soldi 46 ½, nel 1318 soldi 68, e così via. Cfr. per tutto A. Sapori, op. cit., pp. 316 ss.; C.M. Cipolla, Moneta e civiltà mediterranea, Venezia 1957, pp. 40 ss.

[121] Corrente «gliele» indeclinabile, composto dal dativo maschile gli e dell’indeclinabile le (in fiorentino moderno gliene): usato spesso anche isolato dal Boccaccio (cfr. per es. più avanti, 68)

[122] Di tutte le quali («di tutte» è apposizione di «delle quali»).

[123] Poiché la celebrazione della festa e quindi il riposto festivo cominciavano dal vespro del sabato (cfr. II concl. 5 ss; M. Barbi, Il sabato inglese dell’antichità, Pan 3 (1935), Ciappelletto spinge il suo zelo fino allo scrupolo di aver fatto lavorare il suo servo nell’ora immediatamente precedente il vespro (cioè la «nona»: cfr. Intr. 102 n.): in un’ora cioè che considerava già sacra per la vicinanza alla festività.

[124] Per il semplice «no», secondo l’uso trecentesco, vd. V 7, 25 e 30; Inf. XII 63; Par. IV 129 (o forse non reduplicato enfaticamente).

[125] Modo di disapprovare in tono bonario e confidenziale, quasi per confortare. Cfr. III 7, 93: «Va via, credi tu che io creda agli abbaiatori?».

[126] Finché: cfr. II 9, 74 n.; Inf. XXVI 80.

[127] Qualora egli li confessasse: gerundio con valore ipotetico.

[128] Volentieri, di buon grado: cfr. II 8, 35 n.; Inf. XIII 86; Purg. XI 134.

[129] In dipendenza da verba sentiendi «dovere» è, talvolta, pleonastico così scolorito da equivalere pressappoco a potere, come più avanti a 85. Cfr. F. Brambilla Ageno, op. cit., p. 433.

[130] Col solito senso di continuità (come nella stessa riga): continuava a piangere.

[131] Paraipotattico, come più sotto: cfr. Intr. 78 n. e I 1, 39 n.

[132] Cfr. 39 n.

[133] Maledissi, ingiuriai: cfr. IV concl. 14 n.

[134] Eppure.

[135] «Di valore attenuato, alla francese (dove douce mere significava “dolce mamma”, o semplicemente “mamma mia”)» (Contini): pargoleggiando.

[136] Stimandolo, ritenendolo.

[137] In punto, in pericolo.

[138] Il frate passa dal tu usato nella confessione, come da padre a figlio, al voi per rispetto a chi considera ormai «santissimo uomo». Cfr. S. Zini, op. cit.

[139] Siete contento.

[140] Convento: cioè nella chiesa o nel cimitero del nostro convento. Cfr. I 7, 13 n.: «a un suo luogo»; cfr. anche Trattatello I 87: «al luogo de’ frati minori in Ravenna».

[141] Senza dire che, senza contare che: cfr. I 2, 13 n; II 8, 70 n.

[142] L’estrema unzione è da mettere in relazione con «vegna» come secondo soggetto.

[143] Subito, senza indugio: cfr. II 7, 102; V 1, 65; VII concl. 8.

[144] Facilmente, comodamente: cfr. II 2, 33 n.; II 5, 71 n. ecc.

[145] Ciappelletto non era dunque ateo o scettico. Si noti la ripresa, frequente nel Decameron, del relativo con un dimostrativo (il quale… l’hanno).

[146] Del rimanente, del resto. Cfr. II 8, 70 n.

[147] Cioè adoperando i denari di lui stesso; cfr. VII 8, 22.

[148] La veglia funebre, cioè a cantare la notte i salmi d’uso attorno a un morto.

[149] Ebbe un colloquio, si accordò.

[150] Arguito. Desinenza del participio normale nel Decameron: cfr. III 6, 33; IV intr. 13.

[151] Un «dovere» pleonastico, con valore di accenno al futuro, dopo verbi indicanti speranza e aspettazione: cfr. F. Brambilla Ageno, op. cit., p. 436.

[152] Un altro uso di «dovere» pleonastico dopo verbi di «consigliare», «pregare»: cfr. F. Brambilla Ageno, op. cit., pp. 442 ss.

[153] Coi camici e coi piviali (esisteva la forma «camiscio» accanto a «camice»); Sacchetti, CIV: «quando uno è portato alla fossa, … molti innanzi vanno in camicio cantando».

[154] Secondo le artes predicandi, il discorso è bipartito: le virtù di Ciappelletto e i vizi degli ascoltatori.

[155] Prendendo occasione, muovendo. E si noti prima il «futuro del passato» espresso dal condizionale semplice «dovesse» secondo un uso sintattico corrente nel Trecento che escludeva il «futuro del passato» dopo i verba credendi, sentiendi: cfr. F. Brambilla Ageno, Annotazioni sintattiche sul Decameron, StB 2 (1964), pp. 217-233.

[156] Cioè i santi, come «corte del cielo» in Dante (Inf. II 125; Par. X 70).

[157] Terminato, compiuto, come in II 3, 40 n.; II 9, 30 n. ecc.

[158] Si andò, tutti andarono. Il passivo impersonale di un intransitivo (alla latina) era d’uso: cfr. infatti Inf. XXVI 84 «Dove, per lui, perduto a morir gissi».

[159] Una scelta simile è anche nella II 1. Cfr. anche Guittone d’Arezzo, Lettere, a cura di F. Meriano, Bologna 1923, VIII 15.

[160] Successivamente, subito: Intr. 73 n. E per «arca» si vd. II 5, 71; VI 9, 10 n.

[161] Pregarlo (cfr. 41 n.).

[162] Far voti per ottenere una grazia: cfr. VII 6, 16 n.

[163] Sono gli ex voto. Cfr. VII 3, 37. Per questa costruzione del complemento di materia (Par. XVI 110: «le palle de l’oro»), che nel Boccaccio e nel Decameron si alterna all’altra con preposizione semplice (cfr. anche qui, subito prima, «arca di marmo»), cfr. B. Migliorini, Saggi linguistici, Firenze 1957, pp. 156 ss.

[164] E tanto.

[165] Sempre, spesso. Cfr. II 3, 20 n.; VIII 9, 4.

[166] «Qui, con la forma solenne della chiusa delle sacre leggende, riappare il suo nome col soprannome della terra» (Zingarelli). A parte che, naturalmente, il nome di Ciapparello non appare in alcun elenco di santi, va ricordato che nel Trecento la canonizzazione non era ancora riservata alla Curia pontificia, né richiedeva il rigoroso processo d’oggi.

[167] Questo pronome è pleonastico, ma giova all’evidenza: cfr. Mussafia, pp. 452-453; e 79.

[168] In punto di morte.

[169] Cfr. Purg. III 121 ss., V 100 ss.

[170] Così più che alle figure di Manfredi e di Bonconte (evocate nella nota precedente) quella di Ciapparello si assimila a quella dannata di Guido da Montefeltro (Inf. XIX).

[171] Intercessore, intermediario (cfr. I 6, 9 n.).

[172] Come abbiamo già rilevato, nel finale è ripreso il concetto accennato a par. 4-5 nn. ed è sviluppato il mea dello ‘stravolgimento’ (15 n.). L’empio e il bestemmiatore, che anche negli estremi suoi momenti aveva voluto sfidare Dio con un sacrilegio e beffare un suo candido e «santo» ministro, suscita invece col suo stesso sacrilegio una vasta ondata di entusiasmo religioso, gradita a Dio e da Dio sollecitatrice di grazie e di miracoli. Tra il falsario apparentemente vincitore e Dio e i suoi devoti apparentemente ingannati, sono in definitiva questi ultimi ad ottenere successo e vittoria, mentre egli è punito per aver voluto ingannare (nell’ep. IV di Dante prima del passo citato a par. 5: «… ut inde digna supplicia impius declinare arbitratur, inde in ea gravius precipitaretur»).

[173] Cioè durante la peste.

[174] È l’unico caso in tutto il Decameron in cui alla fine della novella riappaia, in qualche modo, il narratore. A proposito del tema della novella, si tengano presenti le polemiche del tempo contro coloro che veneravano i defunti prima dell’autorizzazione della Chiesa (cfr. per es.: Salimbene, Cronaca, pp. 733 s., 864 ss.; Sacchetti, Lettere, pp. 101 ss.).