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Francesco.

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Il declino bizantino

Cit. da J. Baschet, La civiltà feudale. Sei secoli di storia, dall’Anno Mille alla colonizzazione dell’America, Roma 2005; pp. 77-80.

Visto da Costantinopoli, non esiste nessun “Impero d’Oriente” e a fortiori nessun “Impero bizantino” (nome che gli conferiscono i conquistatori turchi). Esisterebbe, semplicemente l’Impero Romano, l’unico possibile, lo stesso di Augusto, Diocleziano e Costantino, e cioè la Roma eterna trasferita nella nuova capitale fondata da quest’ultimo. Questa continuità rivendicata, questa affermazione di permanenza malgrado tutti i rovesciamenti, è una caratteristica determinante di questo Impero, che viene definito “bizantino” e che si considera solamente “romano”. Essa è probabilmente giustificata sotto Leone I (457-527) e Giustiniano (527-565), poiché l’Impero vive a quel tempo un periodo di grande splendore, in un momento in cui l’Occidente conosce uno dei periodi di più grande confusione. La sua ricchezza è considerevole e controlla tutto il bacino orientale del Mediterraneo: la Grecia, l’Anatolia, la Siria, la Palestina e soprattutto il ricco Egitto che invia a Costantinopoli un’imposta annuale di ottantamila tonnellate di grano. La riconquista di Giustiniano che recupera temporaneamente le coste adriatiche, l’Italia e l’Africa del Nord, si appoggia su questa potenza e manifesta la pretesa di tenere l’Occidente sotto la sua tutela e quindi di governare l’insieme della cristianità. Ma l’epidemia di peste, a partire dal 542, decima l’Impero e la riconquista fallisce. Ben presto non ne restano che alcuni frammenti: l’esarcato di Ravenna, “antenna” di Costantinopoli in Occidente, creato nel 584 e che nel 751 cade in mano ai Longobardi; la laguna veneziana, dove si svilupperà una città rifugio contro natura, ma che ha dalla sua alcuni vantaggi che le conferiscono una propria autonomia di fronte ai poteri occidentali e dei legami privilegiati con l’Impero d’Oriente; la Sicilia, di cui si impadroniranno i musulmani nel corso del IX secolo, e la Calabria che i Normanni strappano a Costantinopoli nel 1071, con la presa di Bari.

Basilica di San Vitale a Ravenna, L'imperatore Giustiniano I e il suo seguito. Dettaglio della decorazione a mosaico bizantina, compiuta entro il 547. Dettaglio - Giustiniano I.

Basilica di San Vitale a Ravenna, L’imperatore Giustiniano I e il suo seguito. Dettaglio della decorazione a mosaico bizantina, compiuta entro il 547. Dettaglio – Giustiniano I.

Sin dall’inizio del VII secolo, il vento cambia, in ragione dell’avanzata dei Persiani, che prendono Damasco e Gerusalemme nel 613-614, e poi dell’offensiva dell’Islam che conduce alla perdita della Siria e dell’Egitto. Se aggiungiamo al Nord la pressione degli Slavi e ben presto anche quella dei Bulgari, di fronte ai quali l’imperatore Niceforo trova la morte nell’811, Bisanzio appare come un impero assediato, ormai ridotto ad una parte dei Balcani e all’Anatolia, e la cui popolazione è ormai essenzialmente greca. È in questo contesto di brusche minacce esterne che la crisi iconoclastica divide durevolmente l’Impero (730-843). Per gli imperatori iconoclasti, il culto delle immagini è la causa delle disgrazie dell’Impero e il popolo battezzato deve, come gli Ebrei dell’Antico Testamento, ritrovare la benevolenza di Dio espurgando le sue inclinazioni idolatre. Poi, dopo la definitiva vittoria dei partigiani delle immagini, che la tradizione definisce il “Trionfo dell’ortodossia” (843), si assiste ad un recupero che si prolunga fino all’inizio dell’XI secolo. È lo splendore macedone, nella fattispecie sotto Basilio I (867-886), Leone VI (886-912) e Basilio II (976-1025). Il potere imperiale, stabile e forte, perviene a recuperare alcuni territori, Creta e Cipro, e momentaneamente la Siria e la Palestina, la Bulgaria orientale e poi occidentale. La Chiesa di Costantinopoli, che si definirà presto “ortodossa”, approfitta di questo momento per mettere in atto la propria espansione. Dopo le prime missioni di Cirillo e Metodio nel IX secolo, Basilio II ottiene nel 989 la conversione del grande principe russo Vladimir, celebrata con la costruzione della basilica di Santa Sofia di Kiev.
Tuttavia il declino si accentua, le strutture interne, politiche, fiscali e militari dell’Impero si indeboliscono. Nonostante alcuni successi temporanei, in particolare sotto i primi imperatori della dinastia dei Comneni, il territorio bizantino si riduce a vista d’occhio (costituzione del sultanato di Iconium – o di Rum – che sottrae la metà dell’Anatolia nel 1080 e si ingrandisce ulteriormente dopo la vittoria del 1176; ricostituzione dell’Impero bulgaro indipendente da Bisanzio nel 1187). Dopo la parentesi degli Stati latini, chiusasi nel 1261, l’Impero non è altro che l’ombra di se stesso, ridotto al quarto nord-occidentale dell’Anatolia, a poco a poco rosicchiata dai Turchi, e ad una parte della Grecia progressivamente ridotta dalla potenza serba, e poi dall’avanzata ottomana che accerchia Costantinopoli e guadagna terreno nella parte europea dell’Impero. Gli appelli al sostegno occidentale rimangono senza effetto, e poi, nel 1453, avviene l’ineluttabile: l’assedio e la caduta di Costantinopoli, che diviene Istanbul, capitale dell’Impero turco.
In tutto, l’Impero bizantino conosce due fasi particolarmente brillanti, dalla metà del V alla metà del VI secolo, e poi dalla metà del IX all’inizio dell’XI secolo; ma nel complesso le sue forze in declino gli permetteranno sempre meno di resistere alle molteplici pressioni esterne (dai Persiani, dagli Arabi e dagli Slavi fino ai Bulgari, ai Serbi e ai Turchi). Malgrado tutto, l’orgoglio di Costantinopoli, la sua pretesa di incarnare i valori eterni di Roma e di costituire l’Impero eletto da Dio, ed anche il suo disprezzo per tutti i popoli esterni, ivi compresi i cristiani d’Occidente, più o meno esplicitamente assimilati a dei barbari, rimangono intatti a lungo (André Ducellier).
Rappresentazione della distruzione d'icone nell'815, immagine presa da Chludov Psalter.

Rappresentazione della distruzione d’icone nell’815, immagine presa da Chludov Psalter.

Certo, l’Impero ha i suoi punti forti, ed è per molto tempo il portatore di una potenza rispettata e di modelli ammirati, basti pensare all’arte bizantina in Occidente, in particolare in Italia, o alla ricchezza della cultura ellenica di cui gli umanisti del XV secolo si riappropriano con avidità, nel momento in cui Bisanzio soccombe. E così, nel corso dei secoli, lo scarto tra la realtà e l’ideale dell’Impero diventa sempre più pericolosamente profondo, la volontà di preservare a qualsiasi costo il secondo chiarisce forse questa impressione di lentezza e di permanenza che evoca la storia di Bisanzio: questa «riposa sull’idea che nulla deve cambiare» (Robert Fossier). Così, una volta superati i grandi dibattiti relativi alla Trinità e poi alle immagini, la teologia a Bisanzio sembra molto più fortemente dominata da un’esigenza di fedeltà ai testi fondatori che in Occidente. Non vi si rintraccia nulla che somigli alla vitalità delle discussioni scolastiche e della riflessione che consente lo sviluppo delle scuole e delle università occidentali. Un ruolo determinante deve essere qui attribuito al mantenimento del principio imperiale come pilastro dell’organizzazione bizantina (malgrado una corrosione dovuta alle concessioni e ai privilegi conferiti, nella fattispecie ai grandi monasteri). Ancora più importante è il fatto che, durante tutta la storia bizantina, la Chiesa agisce in stretta connessione con il potere imperiale: il patriarca e l’imperatore sono le due teste di un’entità unificata dell’idea di “impero cristiano”, conformemente al modello di Costantino che osserviamo ancora in Occidente all’epoca carolingia. La disgiunzione tra Impero e Chiesa non si è verificata a Bisanzio, mentre, al contrario, la Chiesa d’Occidente perveniva ad acquisire la sua autonomia e a costituirsi in istituzione dominante. È qui forse uno dei fattori decisivi dell’evoluzione divergente tra Oriente e Occidente e uno degli impulsi fondamentali della specifica dinamica di quest’ultimo.

Orlando e i Provenzali in Italia

Tratto liberamente e citato da A. Roncaglia, La poesia d’Oltralpe in Italia e le prime strofe italiane, in Storia della Letteratura italiana (dir. E. Cecchi – N. Sapegno), Torino 1970.

[…] Nel 1939 un illustre bizantinista belga, la cui erudizione spazia molto al di là dei confini del mondo bizantino, Henri Grégoire, avanzò e sostenne come probabile l’ipotesi che la Chanson de Roland sia stata composta in Italia a Salerno, alla corte di Roberto il Guiscardo, nella primavera del 1085. A lui fece eco, poco dopo nel 1943, un professore dell’Institut de France, lo storico Émile Mireaux, affermando che almeno l’episodio di Biamandrino dovette essere stato concepito nell’Italia normanna, attorno al 1080. Queste tesi, pur toccando così da vicino e in modo così suggestivo la storia della cultura letteraria italiana, non ebbero successo fra gli studiosi italiani. Conosciute in ritardo, nel dopoguerra, non trovarono chi fosse disposto ad accoglierle. Si può anzi dire che le osservazioni dei filologi medievalisti abbiano contribuito a smontare le argomentazioni di Grégoire e di Mireaux e a ricondurne le conclusioni a un metodo di approccio più prudente.

Il Papa Niccolò II, durante il primo Concilio di Melfi (1059), nomina Roberto il Guiscardo, Duca di Puglia e Calabria.

Il Papa Niccolò II, durante il primo Concilio di Melfi (1059), nomina Roberto il Guiscardo, Duca di Puglia e Calabria.

Certamente, nella Chanson de Roland vi sono molti echi a fatti italiani. A Carlo Magno, per esempio, il poeta attribuisce le stesse conquiste nel Mezzogiorno e in Sicilia compiute dai Normanni nell’XI secolo; l’orifiamma imperiale è l’insegna «romana», il vessillo di San Pietro, quello stesso con cui tre papi – Niccolò II, Alessandro II e Gregorio VII – avevano concesso ai principi normanni l’investitura dei territori occupati. Lo spirito stesso della canzone reca l’impronta degli ideali politici gregoriani. E, se in nessun punto è menzionato l’apostolo di Galizia (Sant’Iago), se è invece l’apostolo di Roma a essere invocato da Carlo nel momento supremo della battaglia di Roncisvalle, quel silenzio e quest’invocazione si lasciano spiegare come una precisa intenzione polemica, in un particolare momento storico, quando la Chiesa di Roma aveva scomunicato quella di Compostela. Ma non a caso tale scomunica era stata pronunciata al Concilio di Reims (1049): la Chiesa di Francia costituiva allora il fulcro e la forza di punta delle mire universalistiche del Papato. Del resto, la conoscenza della situazione italiana era cosa normale in Francia, legata per stretti vincoli, dunque, sia a Roma sia ai Normanni del Meridione.
Nessun elemento, dunque, costringe a staccare la composizione della Chanson de Roland dal suolo francese […], anzi, tutti gli elementi, accuratamente vagliati, contribuiscono a ricondurvelo.

[…] A introdurre in Italia la conoscenza della Chanson de Roland, e in genere dell’epopea francese, contribuì certo in primis la dominazione normanna nell’Italia meridionale e in Sicilia. Non a caso, tra le più antiche attestazioni della fama epica di Rolando (o Orlando) si ricordano le parole con cui, secondo Oderico Vitale (floruit 1135), il duca normanno Roberto il Guiscardo avrebbe paragonato a Rolando il figlio Boemondo. E non è un caso che tra le più antiche applicazioni del nome alla toponomastica sia da citare Capo d’Orlando, attestato già nel XII secolo da Goffredo di Viterbo […].
La distribuzione geografica di queste e altre coincidenze (che, invero, del tutto coincidenze non sono!) […] mostra già abbastanza bene che alla penetrazione e alla diffusione in Italia delle chansons de geste i Normanni non fecero solo da tramite. Se il principato di Capua era stato uno dei primi punti toccati dalla loro conquista, per altre località occorrono spiegazioni diverse. Pisa e Genova, porti attivissimi, erano poste in strette e continue relazioni con la Francia dal commercio marittimo. Pavia e Parma, invece, erano due importanti stazioni sulla principale via di comunicazione terrestre, che dai valichi delle Alpi occidentali conduceva a Roma e al Sud. Era questa, come disse il Rajna […]«la strada più battuta al mondo», e non solo per il commercio, ma anche e in particolare per il flusso costante di pellegrini, che scendevano al centro della Cristianità o giungevano alle coste dell’Adriatico meridionale e si imbarcavano per la Terrasanta […].
Vicino a Sutri, si trova un’altra fra le più antiche e importanti vestigia della “divulgazione” della Chanson de Roland: l’Iscrizione di Nepi del 1131, trascrizione di un solenne patto civico, che ai trasgressori impreca la fine di Gano (nel testo è chiamato «Ganellone»), il cui tradimento era divenuto proverbiale tanto quanto quello di Giuda […].
L’importanza che per la diffusione delle chanson de geste ebbe la via Francisca con il suo movimento di pellegrini, di commercianti e di giullari, non potrebbe essere più evidente. E poi è naturale che una leggenda così legata al mondo dei pellegrini, così impregnata di spirito religioso, abbia trovato asilo e abbia lasciato traccia presso le chiese. A Brindisi, porto d’imbarco per la Terrasanta, l’antico pavimento a mosaico della cattedrale, posato nel 1178 e distrutto da un terremoto nel 1858, rappresentava scene della battaglia di Roncisvalle. A Verona, fin dalla prima metà del XII secolo, Orlando e Oliviero campeggiano in due bassorilievi ai lati del portale del duomo. E fin dalla stessa epoca la figura di Orlando dominava la città di Modena, di nuovo sulla via Francisca, da uno spigolo della Torre Ghirlandina. Le grandi vetrate della cattedrale di Chartres non erano ancora state fuse, quando in Italia le immagini dei due paladini, campioni e martiri nella lotta contro gli Infedeli, già vegliavano il gregge cristiano e guardavano le porte e additavano le vie di una fede pugnace.

In modo analogo, allusioni, onomastica e iconografia mostrano una diffusa conoscenza dei romanzi arturiani e della «materia bretone» nell’Italia del XII secolo. Storie arturiane erano raffigurate sul pavimento della cattedrale di Otranto (1163-66); anzi, fin dalla prima metà del secolo, prima ancora dei romanzi di Chrétien de Troyes, nel duomo di Modena un rilievo dell’archivolto sopra la Porta della Pescheria raffigurava Artù e Galvano («Artus de Bretania» e «Galvaginus») all’assalto di un castello in cui è tenuta prigioniera una donna («Wilongee», identificabile con la regina Ginevra).

Cattedrale di Angoulême. Dettaglio della facciata occidentale. La Chanson de Roland.

Cattedrale di Angoulême. Dettaglio della facciata occidentale. La Chanson de Roland.

Se la diffusione della poesia epico-cavalleresca francese in Italia nel XII secolo si documenta solo attraverso prove indirette (allusioni, onomastica, iconografia) e dà frutti letterari […] (epopea franco-veneta, cantari, romanzi in prosa) solo successivamente […], la diffusione della lirica provenzale può essere seguita molto più direttamente, fin dagli ultimi decenni del secolo, e dà frutti immediati. Anzi, l’attività di Italiani dediti a poetare in provenzale risulta attestata prima ancora della presenza di poeti madrelingua in Italia, ossia fin dal 1170. In quell’anno, il trovatore Peire d’Alvernhe compose, per una festosa riunione, un sirventese satirico, in cui si divertiva a canzonare, dedicando a ciascuno una strofa, una dozzina dei suoi confratelli: tra questi, dodicesimo appunto, si ha la sorpresa di trovare un italiano, un «lombardo» […]:

E·l dotzes us veilletz lombardtz
Que clama sos vezins coartz,
et ill eiṡ sent de l’espaven;
pero us sonetz fa gaillartz
ab motz maribotz e bastartz:
e lui appell’om Cossezen.

E il dodicesimo è un vecchietto lombardo,
che taccia di codardi i suoi compatrioti,
mentre egli stesso prova spavento;
però compone canzoncine baldanzose
con parole false e bastarde:
e di nome lo chiamano Cossenzen.

L’apparizione, a quest’altezza cronologica, di un italiano dedito alla poesia provenzale è parsa così sorprendente, che qualcuno non ha mancato di metterla in dubbio. Si è osservato, infatti, che la frequenza con cui gli Italiani esercitavano in Francia il mestiere di banchieri, prestatori e cambiavalute aveva fatto sì che il termine Lombard assumesse oltralpe anche il significato generico e spregiativo di «usuraio», divenendo così applicabile non soltanto a chi fosse italiano di nascita. L’osservazione in se è giusta; ma nel caso specifico ha poche probabilità di cogliere nel segno, perché a confermare nel sirventese di Peire d’Alvernhe il significato proprio di lombardtz intervengono altri elementi del contesto: che nella composizione di Cossenzen un provenzale avesse a rilevare parole «bastarde», si spiega bene se appunto il compositore non fosse stato provenzale e si sforzasse di scrivere in una lingua non sua e non perfettamente posseduta; d’altra parte, sos vezins non può significare altro che «i suoi conterranei», e non sarà coincidenza che in Francia (dove, tra l’altro circolava la denigratoria barzelletta del Lombardo e della lumaca) i Lombardi avessero fama di particolare codardia: quanto immeritata, doveva mostrarlo di lì a poco (1176) la battaglia di Legnano. Che Cossenzen (nome non provenzale, né francese, ma ben riconducibile all’italiano «Cossidente») fosse un cantore civile il quale, ai temi delle lotte comunali contro il Barbarossa, sferzava i suoi compatrioti per incitarli contro il nemico? […]

Miniatura da un codice manoscritto della Bibiothèque nationale de France (XIII sec.) ms. 12473 fol. 27, che ritrae il trovatore Peire Vidal.

Miniatura da un codice manoscritto della Bibiothèque nationale de France (XIII sec.) ms. 12473 fol. 27, che ritrae il trovatore Peire Vidal.

[…]Peire Vidal, benché straniero, s’interessa alle cose politiche d’Italia, e vi accenna nei suoi canti, e non solo parteggia per Pisa contro Genova

Bon’aventura don Dieus als Pisans,
car son ardit e d’armas ben apres
et an baissat l’orgoill dels Genoes
que·ls fan estar aunitz e soteirans…;

Buona fortuna conceda Iddio ai Pisani,
poiché sono arditi e valenti nelle armi,
e hanno abbassato l’orgoglio dei Genovesi,
sicché li fanno star sepolti nella vergogna…;

ma esalta i Comuni lombardi, e li esorta a far pace tra loro per meglio difendersi dagli odiosi Tedeschi:

E pois Milans es autz e sobeirans,
ben volgra patz de lor e dels Paves;
e que estes Lombardi’en defes
de crois ribautz e de mals escarans…

E poiché Milano è alta e sovrana,
ben vorrei pace tra Milanesi e Pavesi;
e che la Lombardia attendesse a difendersi
dai vili ribaldi e dai malvagi scherani…

[…] Ancora, la sua antipatia per i Tedeschi, espressa, fra l’altro, con il medesimo paragone topico fra la parlata germanica e il latrato dei cani:

Alamans trob deschausitz e vilans,
e quand negus si feing esser cortes
ira mortals cozens et enois es,
e lor parlars sembla lairar de cans…

Trovo i Tedeschi zotici e villani,
e quando alcun di loro vuol mostrarsi cortese
è una tristezza mortale, un fastidio insopportabile,
e la loro parlata sembra un latrar di cani…

Miniatura da un codice manoscritto della Bibiothèque nationale de France (XIII sec.) ms. 12473 fol. 27, che ritrae Raimbaud de Vacqueyras a cavallo.

Miniatura da un codice manoscritto della Bibiothèque nationale de France (XIII sec.) ms. 12473 fol. 27, che ritrae Raimbaud de Vacqueyras a cavallo.

Ma assai più che Peire Vidal – il quale fu in Piemonte, alla corte del marchese Bonifacio I di Monferrato, e poi a quella di sua sorella Adelaide, moglie di Manfredi Lancia, a Saluzzo, per poi passare in Ungheria – è importante il contributo letterario alla cultura italiana Raimbaud de Vacqueyras, che dopo un breve soggiorno a Genova presso Obizzo II Malaspina (m. 1194), finì con il legarsi stabilmente a Bonifacio I di Monferrato (marchese dal 1182) e ne seguì fedelmente le sorti in tutte le sue avventure […]. Le ragioni della sua importanza non stanno nelle sue allusioni ai fatti e ai personaggi del panorama italiano del tempo, e nemmeno nell’aver dato occasione a un italiano, Alberto Malaspina, di tenzonare con lui in versi provenzali […]. Raimbaud ha un titolo maggiore e più diretto per essere ricordato. Già prima di lui l’esempio dei trovatori provenzali aveva mosso qualche italiano […] a poetare in provenzale; ma ora è un trovatore provenzale – lui – che prova a verseggiare in italiano: e le sue sono le prime strofe regolari che ci siano pervenuta nella nostra lingua.
Una tradizione lirica in italiano ancora non esisteva; ed è naturale che al trovatore d’Oltralpe l’italiano si presenti dapprima come strumento d’espressività comico-realistica. Egli immagina una gustosa variante dei vecchi contrasti d’amore, introducendo come interlocutrice a respingere le sue profferte galanti, invece della solita pastorella, una popolana genovese, la quale alle strofe provenzali risponde nel suo dialetto […]:

Domna, tant vos ai preiada,
Si·us plaz, q’amar me voillaz,
Q’eu sui vostr’ endomenjaz,
Car es pros et enseignada
E toz bos prez autreiaz;
Per qe·m plai vostr’ amistaz.
Car es en toz faiz cortesa,
S’es mos cors en vos fermaz
Plus q’en nulla Genoesa,
Per q’er merces si m’amaz;
E pois serai meilz pagaz
Qe s’era mia·ill ciutaz,
Ab l’aver q’es ajostaz,
Dels Genoes.

Jujar, voi no sei corteso
Qe me chaidejai de zo,
Qe niente no farò.
Ance fossi voi apeso
Vostr’ amia non serò.
Certo, ja ve scanerò,
Provenzal malaurao!
Tal enojo ve diro:
Sozo, mozo, escalvao
Ni ja voi non amerò,
Q'eu chu bello marì ò
Qe voi no sei, ben lo so.
Andai via, frar’, eu temp’ò
Meillaurà

Domna gent’ et essernida,
Gai’ e pros e conoissenz,
Valla·m vostr’ ensegnamenz,
Car jois e jovenz vos gida,
Cortesi’ e prez e senz
E toz bos captenemenz;
Per qe·us sui fidels amaire
Senes toz retenemenz,
Francs, humils e merceiaire,
Tant fort me destreing e.m venz
Vostr’ amors, qe m’es plasenz;
Per qe sera chausimenz,
S’eu sui vostre benvolenz
E vostr’ amics.

Jujar, voi semellai mato,
Qe cotal razon tegnei.
Mal vignai e mal andei
Non avei sen per un gato,
Per qe trop me deschasei,
Qe mala cosa parei!
Ni no volio qesta cosa,
Si fossi fillo de rei.
Credì voi que sia mosa?
Mia fe, no m’averei!
Si per m’amor ve chevei,
Oguano morrei de frei:
Tropo son de mala lei
Li Provenzal.

Domna, no·m siaz tant fera,
Qe no.s cove ni s’eschai;
Anz taing ben, si a vos plai,
Qe de mo sen vos enqera
E qe·us am ab cor verai,
E vos qe·m gitez d’esmai,
Q'eu vos sui hom e servire,
Car vei e conosc e sai,
Qant vostra beutat remire
Fresca cum rosa en mai,
Q’el mont plus bella no.n sai,
Per qe·us am et amarai,
E si bona fes mi trai,
Sera pechaz.

Jujar, to proenzalesco,
S’eu aja gauzo de mi,
Non prezo un genoì.
No t’entend plui d’un Toesco
O Sardo o Barbarì,
Ni non ò cura de ti.
Voi t’acaveilar co mego?
Si·l savera me’ marì,
Mal plait averai con sego.
Bel messer, ver e’ ve dì:
No vollo questo latì!
Fraello, zo ve afì.
Proenzal, va, mal vesti,
Largaime star

Domna, en estraing cossire
M’avez mes et en esmai;
Mas enqera·us preiarai
Qe voillaz q’eu vos essai,
Si cum Provenzals o fai,
Qant es pojatz.

Jujar, no sero con tego,
Pos’ asi te cal de mi!
Meill varà, per sant Martì,
S’andai a ser Opetì,
Que dar v’a fors’ un roncì,
Car sei jujar.

Naturalmente, la conoscenza che il provenzale Raimbaud ha del genovese non è perfetta, e ne derivano qua e là forzature e contaminazioni, si riconoscono qua e là termini e modi occitani travestiti alla meglio. Ma non è questo che importa: non è un documento oggettivo ed esatto dell’antico volgare genovese che si può cercare nelle strofe attribuite dal trovatore alla sua fittizia interlocutrice.
Quel che importa, quel che vi si trova, è il primo esperimento d’impiego di un volgare italiano in una composizione poetica regolare, entro gli schemi di un’arte matura e raffinata, per opera di un rimatore in possesso di una tecnica sicura e scaltrita, formato ad una tradizione lirica ormai secolare. […] Dopo il contrasto con la donna genovese […] egli fa appello alle sue conoscenze dell’italiano in un altro singolare componimento: un discordo plurilingue, dove il mutar lingua ad ogni strofa intende rappresentare il tumulto dei sentimenti e lo smarrimento amoroso del poeta. Cinque sono le lingua adoperate: il provenzale, l’italiano, il francese, il guascone, il galego-portoghese. La strofa “italiana”, che vien seconda, subito dopo quella provenzale, suona così:

Io son quel che ben non aio
ni jamai non l’averò,
ni per april ni per maio
si per madonna non l’ò;
certo que en so lengaio
sa gran beutà dir non so,
çhu fresca qe flor de glaio
per qe no me’n partirò.

Qui l’intento non è di realismo comico, ma di puro virtuosismo artistico, e in tale intento funzione e dignità delle diverse lingue si pareggiano. L’italiano appare ancora intaccato da provenzalismi (flor, glaio = «giaggiolo»); ma in compenso non si presenta più come un dialetto popolare e locale, bensì vuol essere lingua d’arte: onde il suo netto allontanarsi dal piemontese del Monferrato (dove allora Raimbaud si trovava) per avvicinarsi non solo al genovese (genovesismo stretto è çhu, «più»), ma anche al lombardo, insomma al tipo linguistico dei maggiori centri urbani nord-occidentali, assumendo così un carattere “interregionale” e composito (che risulta nell’alternanza tra aio e ò). L’atteggiamento del poeta di fronte al volgare italiano non è più di mimetismo umoristico, ma di sforzo assimilativo nel riconoscimento di un’autonoma potenzialità artistica, che anzi Raimbaud si scusa di non saper pienamente attuare: «certo que en so lengaio/sa gran beutà dir non so». Son questi, dunque, i primi versi in cui l’italiano sia usato come lingua di canzone cortese, strumento di poetica cultura.

[…] Nel XIII secolo […] per tutta l’Italia settentrionale […] il provenzale è usato come lingua della lirica cortese anche da autori italiani, e continua ad esserlo pur quando nel Mezzogiorno fiorisce la Scuola siciliana. Il bolognese Rambertino Buvalelli (m. 1221) e il mantovano Sordello da Goito (1200-1269), i genovesi Lanfranco Cigala (m. 1257/58) e Bonifacio Calvo (floruit 1250-66) come il veneziano Bartolomeo Zorzi (floruit 1260-90), persino toscani come Dante da Maiano, Paolo Lanfranchi da Pistoia e Terramagnino da Pisa (tutti e tre alla fine del secolo) poetano con proprietà in provenzale, a gara con i Provenzali autentici […].

Anche fuori dalla lirica, per trovare componimenti in versi italiani bisogna affacciarsi alle soglie del Duecento. A questo livello cronologico si è ormai abbassata […] la composizione di un testo che si era soliti attribuire alla metà del XII secolo: il ritmo toscano sud-orientale Salv’a lo vescovo sanato del cod. Laurenziano Santa Croce pl. XV, d. 6, con cui un anonimo giullare sollecita dal vescovo Grimaldesco di Iesi il dono di un cavallo.

Salv'a lo vescovo senato, lo mellior c'umque sia na[to],
[...] ora fue sagrato tutt'allumma 'l cericato.
Né Fisolaco né Cato non fue sì ringratïato,
e 'l pap' ha·ll [...-ato] per suo drudo plu privato.
5
Suo gentile vescovato ben'è cresciuto e melliorato.

L'apostolico romano lo [...] Laterano.
San Benedetto e san Germano 'l destinòe d'esser sovrano
de tutto regno cristïano: peròe venne da lor mano,
del paradìs delitïano. Ça non fue ques[to] villano:
10
da ce 'l mondo fue pagano non ci so tal marchisciano.
Se mi dà caval balçano, monsteroll' al bon G[algano],
a lo vescovo volterrano, cui bendicente bascio mano.

Lo vescovo Grimaldesco, cento cavaler' a [desco]
di nun tempo no·lli 'ncrescono, ançi plaçono et abelliscono.
15
Né latino né tedesco né lombardo né fra[ncesco]
suo mellior re no 'nvestisco, tant'è di bontade fresco.
A•llui ne vo [...]oresco corridor caval pultre[sco]
li arcador ne vann'a tresco; di paura sbaguttesco;
rispos' e disse latinesco «stenetietti nutiaresco».
20
Di lui bendicer non finisco mentre 'n questo mondo vesco.

[…]

Bibliografia:

Bédier J., Les légendes épiques, Paris 1908.
Bertoni G., La Chanson de Roland, Firenze 1936.
Grégoire H., La Chanson de Roland et Byzance, «Byzantion» 14, 1939.
Grégoire H., La Chanson de Roland de l’an 1085, «Bullettin de L’Académie Royale de Belgique» 25, 1939.
Li Gotti E., La Chanson de Roland e i Normanni, Firenze 1949.
Michel L., Les origines et les transformations de la Chanson de Roland: examen critique d’une théorie nouvelle, «Revue Belge de Philologie et d’Historie» 25, 1946-47.
Mireaux É., La Chanson de Roland et l’historie de France, Paris 1943.
Rajna P., Un’iscrizione nepesina del 1131, «Archivio storico italiano» 18, 1886.
Roncaglia A., Gli studi del Grégoire e l’ambiente storico della Chanson de Roland, «Cultura neolatina» 6-7, 1946-47.
Roncaglia A., Il silenzio del Roland su Santiago: le vie dei pellegrinaggi e le vie della storia, in Colloquios de Roncesvalles, Zaragoza 1956.

La dura vita del contadino

Cit. da Storia della Letteratura italiana (dir. E. Cecchi – N. Sapegno), Torino 2001.

Villano, rustico e «pagano».
La difficile esistenza quotidiana
di un protagonista muto – e sovente
disprezzato – della storia
e dell’economia medievali,
oggetto di innumerevoli pregiudizi
da parte degli abitanti della città.

Contadini al lavoro nei campi. Miniatura da un codice manoscritto degli inizi del XV secolo, in Francia. The Granger Collection, New York.

Contadini al lavoro nei campi. Miniatura da un codice manoscritto degli inizi del XV secolo, in Francia. The Granger Collection, New York.

Che cosa conosciamo della vita del contadino nel corso del Medioevo? Interi volumi di storia ed economia sono stati dedicati all’agricoltura dopo la disgregazione dell’Impero romano d’Occidente.
Il sistema feudale, che caratterizza buona parte dell’età di mezzo, si organizza proprio per facilitare il controllo della terra e quindi dei suoi lavoratori. Sappiamo quanto alcune innovazioni tecniche in agricoltura, come per esempio l’utilizzo di un aratro pesante e la ferratura degli animali da lavoro, siano state il vero motore dello sviluppo economico e sociale. L’aumento della resa dei campi – e quindi la maggiore disponibilità di eccedenze di cibo per il commercio – ha favorito gli scambi e ha permesso alle popolazioni delle città, che non lavorano la terra, di crescere e di diversificare le proprie attività. Poco o tanto che sia quello che conosciamo della vita dell’agricoltore, si tratta però sempre di notizie indirette. La viva voce dei contadini non ci giunge praticamente mai. I villani rimangono, nella stragrande maggioranza dei casi, del tutto analfabeti, almeno in Italia, fino a tempi recentissimi. La loro cultura si trasmette oralmente attraverso le generazioni e non è ritenuta degna di essere fissata nei libri. Per di più essi, a differenza dei cavalieri – a loro volta ignari delle arti e della letteratura e della scrittura -, sono spesso le vittime e non i protagonisti dei rivolgimenti della storia. Le grandi decisioni vengono prese lontano dai loro campi e sopra le loro teste. Che cosa ci parla dunque di loro? In primo luogo, il paesaggio rurale che ci circonda. Esso testimonia l’attività plurisecolare del contadino e rappresenta il risultato degli interventi dell’uomo sulla natura, il compromesso fra le caratteristiche originarie di ogni territorio e le strategie messe in opera dall’uomo per soddisfare i propri bisogni. Quali altre testimonianze ci raccontano della vita del villano?
Le arti del periodo medievale rappresentano spesso il contadino: per esempio, non c’è raffigurazione allegorica dell’anno che non utilizzi i vari lavori agricoli accanto ai segni zodiacali per simboleggiare i mesi, come si può vedere nel ciclo di sculture di Benedetto Antelami, che sono conservate nel Battistero di Parma.
Nel Medioevo e nell’età moderna la cultura scritta, e la letteratura in particolare, si sofferma spesso sull’uomo che vive in campagna. Gli scrittori però manifestano generalmente diffidenza e scherno verso il villano, dando vita a un filone letterario preciso e assai duraturo, la «satira del villano». I termini con cui i lavoratori della terra vengono denominati assumono presto connotazioni negative, come accade a «rustico» e a «villano». In origine, infatti, questa parola indicava semplicemente l’«abitatore della villa» (la grande unità agricola composta da campi, pascoli e bosco accudito dall’uomo, in mezzo alle amplissime aree incolte, che allora ricoprivano l’Europa). Lo stesso termine «pagano» è tradizionalmente interpretato come «abitatore del pagus», ovvero abitatore di un villaggio agricolo. Proprio da qui sembra originare la diffidenza degli uomini colti o urbanizzati verso gli abitatori delle campagne e delle aree più impervie della montagna. In questi luoghi, più difficilmente raggiungibili da preti o predicatori e quindi meno profondamente cristianizzati, si continuano a coltivare gli antichi riti pagani della fecondità (che trovano la loro massima espressione nel Carnevale), il culto degli alberi e delle fonti, pratiche magiche e superstiziose e i sortilegi.
La medicina tradizionale di queste popolazioni, basata sulla conoscenza delle virtù terapeutiche delle piante, suscita la diffidenza della scienza ufficiale delle università ed è considerata alla stregua della stregoneria: questi saperi vengono ulteriormente ritenuti sospetti, perché si trasmettono per linea femminile, di madre in figlia. Nel Medioevo l’immagine del villano risulta dunque caratterizzata da una serie di pregiudizi, che lo rappresentano in sostanza come un essere sub-umano, simile più al bestiame che pascola che al «cristiano» della città. Si nutre di alimenti rozzi, più adatti alle bestie che agli uomini (si crede che la qualità dell’alimentazione influisca direttamente sull’anima e dunque sui sentimenti morali), è sporco, schiavo degli istinti più bassi, ma anche litigioso e ostinato.
Delle bestie ha però anche la furbizia, per cui è spesso capace di architettare e di giocare diverse frodi e numerosi raggiri.

Federico I e i Comuni

da T. Wise, German Medieval Armies 1000-1300, London 1997.

Gli stati pontifici occupavano una striscia di territorio incentrata su Roma che divideva l’Italia settentrionale da quella meridionale e la Sicilia. Per secoli i papi si erano ritrovati a camminare sul filo, sfruttando l’interesse – potenzialmente pericoloso – degli imperatori tedeschi sull’Italia settentrionale e centrale contro l’aggressivo insediamento dei Normanni in Italia meridionale e in Sicilia. Formarono anche alleanze con le città-repubblica del Nord e finanziarono eserciti per impedire all’impero germanico di estendere i propri territori e travolgere gli stati pontifici.
Gli imperatori tedeschi, che si consideravano gli autentici eredi dell’Impero romano d’Occidente, non ebbero remore nell’utilizzare truppe a sostegno delle loro politiche espansionistiche, e non era inconsueto che l’imperatore si fermasse in Italia per diversi anni. Gli eserciti germanici solitamente si raccoglievano ad Augusta o a Ratisbona in agosto o in settembre, ed entravano in Italia attraverso il passo del Brennero oppure, più raramente, transitando per il passo del Moncenisio o del San Gottardo.

Minatura da un manoscritto del 1188. Federico Barbarossa (1122-1190). Città del Vaticano. Biblioteca Vaticana.

Minatura da un manoscritto del 1188. Federico Barbarossa (1122-1190). Città del Vaticano. Biblioteca Vaticana.


Federico Barbarossa non fece eccezione, lanciando una serie di invasioni sia in Italia settentrionale sia in Sicilia. Papa Alessandro III, allarmato dalle ambizioni del Barbarossa, che minacciava di erodere il potere del Papato, scomunicò l’imperatore tedesco. Ma lo stesso potere papale era spaccato tra due pretendenti rivali al soglio di San Pietro, per cui l’imperatore riconobbe prontamente l’avversario di Alessandro III.
Nell’XI secolo la nobiltà italiana aveva perduto il controllo della maggior parte delle città, e viveva in castelli rurali o tenute con il loro seguito di cavalieri, ai quali furono concessi feudi. Alla metà del XII secolo rimaneva solo il marchese di Monferrato come grande feudatario indipendente. Tuttavia, specialmente in terreni difficili come le aree montuose delle Alpi o della Romagna, continuavano a dominare piccoli signori feudali.
I vescovi erano tutti potenti figure nella maggioranza delle città-stato, alla guida di vassalli e di valvassori. Molte città richiedevano che i nobili vivessero per la maggior parte dell’anno all’interno delle mura, dove costruivano palazzotti fortificati, mantenevano uomini in armi e proseguivano le loro liti private come in passato. Intanto, i nobili costituivano un’importante forza combattente e, assieme ai cittadini e ai non nobili più ricchi, erano tenuti a fornire cavalcature per la cavalleria e a presentarsi di persona, a meno che non fossero malati, anziani o bambini, nel qual caso si doveva presentare un sostituto.
Anche il contado, ossia le campagne circostanti sotto il controllo di una città, fornivano uomini da utilizzare su aree limitate. Ci si poteva attendere che la cavalleria fosse fornita dai nobili e dai comuni dipendenti, e la fanteria dalle aree suddivise in distretti. Queste truppe venivano spesso impiegate in funzione di pionieri e genieri. Nell’Italia settentrionale le città-stato richiedevano tutte le risorse quando occorreva. Perugia pretendeva che il suo contado fornisse armi, uomini, cavalli e grano. I soldati mercenari, che offrivano i propri servigi su base individuale, facevano anch’essi parte degli eserciti dell’Italia settentrionale e centrale alla metà del XII secolo. Il comando delle truppe era spesso nelle mani di consoli eletti, comprendenti rappresentanti dei valvassori e altri cittadini liberi. Tuttavia, la mancanza di coesione e la prudenza delle città-repubblica inducevano a una certa riluttanza nell’intraprendere grandi azioni offensive. Ci furono comunque sempre alcune città disposte ad aiutare i Tedeschi dando uomini e rifornimenti. Di fatto, fu l’impiego di tali truppe a garantire all’imperatore i suoi successi iniziali.
Illustrazione dagli «Acta Sancti Petri in Augia», VadSlg Ms. 321, S. 48. Il duca di Baviera, Enrico XII 'il Leone'. San Gallo, Kantonsbibliothek.

Illustrazione dagli «Acta Sancti Petri in Augia», VadSlg Ms. 321, S. 48. Il duca di Baviera, Enrico XII ‘il Leone’. San Gallo, Kantonsbibliothek.

Federico Barbarossa, al pari dei suoi predecessori, aveva bisogno di mantenere uno stretto controllo dei suoi territori italiani al fine di conservare il titolo di imperatore “romano”. La sua campagna d’Italia del 1154-1155, durante la quale fu incoronato dal papa, si concluse vittoriosamente, ma tre anni più tardi era di nuovo in Italia nel tentativo di reprimere le agitazioni nelle città dell’Italia settentrionale.
La città più potente nel XII secolo, Milano, divenuta comune nel 1045, era tenuta a fornire i servigi di 2000 cavalieri. Agli inizi del XII secolo, in cerca di territori su cui espandersi, Milano fu coinvolta in una serie di battaglie, sconfiggendo prima Lodi nel 1111 e poi Como nel 1127. Fu in risposta alle richieste di aiuto provenienti da queste città che l’imperatore intervenne, assediando Milano nel 1158.
Nel 1160 Federico trascorse sette mesi assediando la piccola città di Crema in Italia settentrionale. La cittadina, piccola ma saldamente difesa, era circondata da una doppia cerchia di mura e un fossato riempito d’acqua. Tra le macchine d’assedio costruite dalle forze imperiali c’erano due ripari protetti, uno dei quali procedeva davanti a una torre d’assedio mobile per sgomberare il terreno, riempire il fossato e posizionare rulli per sé e per la torre. Il riempimento del fossato di Crema fu effettuato spingendo in acqua 200 botti piene di terra e 2000 carrette di ghiaia. Sembra che l’altro riparo protetto fosse dotato di un ariete che danneggiò parte delle mura.
L’imperatore a questo punto fu aiutato dal geniere capo della città, il quale cambiò bandiera. Questo personaggio, di nome Marchisio, conosceva le difese nei dettagli e costruì un notevole ponte protetto con il quale portare una forza d’assalto sulla sezione più debole delle mura fortificate. La struttura di supporto del ponte era alta 50 metri e consentiva a un ponte, lungo più di 20 metri e largo 3-5 metri, di essere abbassato sulle fortificazioni di Crema. Il ponte era coperto da una tettoia protettiva fatta di vimini intrecciati e pelli di animali.
La torre d’assedio mobile, alla quale fu infine legata la scala d’assalto, fu descritta da un testimone oculare di nome Vincenzo di Praga. Era alta sei piani, fatta di quercia e si muoveva su rulli. Si diceva che il piano più basso fosse alto quanto le mura di Crema. Quando i genieri tentarono per la prima volta di abbassare o far ruotare il ponte di Marchisio, si accorsero che la tettoia protettiva intralciava le manovre, per cui fu rimossa. La torre d’assedio mobile fu invece portata al fianco della torre che sosteneva il ponte, forse per legare assieme le due strutture e permettere ai balestrieri sulla torre d’assedio di fornire fuoco di copertura a coloro che utilizzavano il ponte. Anche se gli attaccanti non riuscirono a impossessarsi delle mura di Crema, i cittadini decisero che la loro posizione non era difendibile e quindi si arresero.
I Milanesi, spinti all’azione dal destino subito dalla loro alleata Crema, assediarono il castello di Carcano, a circa 36km da Milano, con forze reclutate nei sei quartieri cittadini. L’esercito fu rinforzato da cavalieri provenienti da Brescia e da Piacenza. Federico giunse per levare l’assedio, richiamando truppe tedesche e italiane, comprese alcune unità provenienti da Como, Novara, Vercelli e Pavia, soldati del Monferrato e nobili del contado milanese che stavano ancora cercando di preservare la loro libertà dalle mire cittadine. Dovevano raccogliersi in un punto tra il castello e Milano stessa, al fine di tagliare fuori l’esercito assediante.
Invece di attendere che si raccogliessero tutte le sue forze, però, il 9 agosto Federico calò sulle linee d’assedio milanesi solo per scoprire che il nemico non aveva alcuna intenzione di combattere un’azione difensiva. La fanteria milanese avanzò per andare incontro alle truppe imperiali, ma fu fatta a pezzi dai cavalieri tedeschi sull’ala destra imperiale. Sulla sinistra fu tutta un’altra storia. I contingenti di Como e di Vercelli furono sconfitti dai cavalieri milanesi e bresciani, che per poco non spazzarono via anche i Novaresi, prima di volgersi con impressionante coesione per andare in aiuto alla fanteria milanese che ancora resisteva, anziché indugiare in un inseguimento.
L’imperatore doveva essersi reso conto che aveva mal giudicato la potenza delle forze assedianti. Si mise in mezzo il tempo con forti piogge, e i due eserciti si ritirarono, i Milanesi verso il loro campo e Federico verso Como. Sfortunatamente, la sua ritirata non fu comunicata agli altri 280 cavalieri che si stavano avvicinando da Cremona e Lodi, i quali furono colti di sorpresa dai Milanesi il giorno seguente, subendo pesanti perdite prima che l’imperatore caricasse in loro soccorso. Per i Milanesi fu una vittoria di Pirro: una sortita da Carcano distrusse le loro macchine d’assedio, e levarono l’assedio per timore di altri attacchi.
Nel 1162 Federico fu costretto ad assediare nuovamente Milano, che capitolò dopo una lunga e aspra lotta durata oltre nove mesi.
Cinque anni dopo, nel 1167, le città dell’Italia settentrionale, Milano compresa, si unirono per formare la Lega Lombarda e combattere per la loro indipendenza dall’Impero germanico. Profumatamente finanziate dal Papato, continuarono a litigare tra loro e non riuscirono mai ad agire come uno stato unitario. Nondimeno, la Lega Lombarda vanificò ogni reale speranza di vittoria tedesca. I suoi eserciti erano progrediti in termine di organizzazione, potenti quanto a cavalleria (che era ideale per condurre guerre nella pianura padana), comprendevano la fanteria più disciplinata d’Europa ed erano stati induriti dai continui combattimenti.
Avendo continuato le sue campagne in Italia per un altro decennio, Federico si trovava a Pavia nella primavera del 1176, quando decise di non sprecare altro tempo nei negoziati con Milano. Dalla Germania erano stati richiamati rinforzi e l’imperatore probabilmente stava anche aspettando un contingente mercenario agli ordini di Cristiano di Magonza. Questo esercito due mesi prima aveva sbaragliato un esercito normanno a Carseoli, vicino Roma, e stava marciando verso nord in appoggio.
L’esercito settentrionale di Federico Barbarossa comprendeva i conti di Saarbrucken, Fiandra e Olanda, il langravio di Turingia, gli arcivescovi di Colonia e Magdeburgo e diversi vescovi. Questo contingente, forte forse di 500 cavalieri e 1500 sergenti, aveva visto le sue potenziali dimensioni significativamente ridotte dal rifiuto di rispondere alla chiamata opposto dal potente Enrico il Leone, duca di Baviera. Questa armata si stava avvicinando passando per Como, avendo Milano giusto tra sé e le truppe di Federico, 29km a sud di Pavia.
L’imperatore lasciò Pavia con una scorta forse di 500 cavalieri, costeggiò Milano e incontrò l’esercito settentrionale a Como, dove fu raggiunto dai suoi cittadini, andando a costituire una forza forse di 3000-3500 uomini. Tuttavia i Milanesi, accortisi del pericolo insito nel consentire all’imperatore germanico di unire le sue tre forze, chiesero aiuto alle altre città. Frattanto Federico, nel tentativo di tornare alla sua base, fu intercettato da alcune truppe della Lega Lombarda che si erano mosse per andare incontro alla minaccia prima che l’imperatore potesse rientrare a Pavia. I contingenti montati includevano 300 uomini provenienti da Novara e Vercelli, 200 da Piacenza e 50 da Lodi. La fanteria di Brescia e di Verona doveva difendere Milano mentre la fanteria milanese marciava assieme alla cavalleria, un contingente forse di 4000 cavalli.
Le avanguardie dei due eserciti si colsero vicendevolmente a sorpresa sul terreno boscoso di Legnano (nel 1176), circa 22km a nord-ovest di Milano. I 300 Tedeschi cedettero lentamente il campo ai 700 cavalieri milanesi, che furono poi attaccati dal grosso e cedettero. Il grosso delle forze lombarde giunse dai boschi per schierarsi di fronte ai Tedeschi, con la cavalleria lombarda in quattro divisioni.
Malgrado l’inferiorità numerica, i cavalieri tedeschi caricarono, e riuscirono a frantumare le divisioni nemiche, che probabilmente erano in colonna. Molti cavalieri fuggirono oltre la loro fanteria, inseguiti dalle truppe imperiali. I fanti avevano organizzato una resistenza schierati in massa con gli scudi levati e le lance all’altezza del nemico. Rinforzati da alcuni dei cavalieri che adesso erano smontati, presentavano un formidabile ostacolo e riuscirono ad arrestare l’inseguimento.
I cavalieri milanesi si raccolsero allorché incontrarono un contingente di cavalieri bresciani giunti in loro appoggio. Assieme, lanciarono un attacco sul fianco dei tedeschi, che non sembrano aver impiegato arcieri o balestrieri contro la fanteria nemica, neppure prendendoli dai cittadini di Como, probabilmente perché questi erano in posizione troppo arretrata. Vedendo vacillare i Tedeschi, è possibile che la fanteria italiana sia avanzata in questo momento. Lo stendardo imperiale cadde e l’imperatore tedesco fu disarcionato, dando origine alla voce che fosse morto, e scatenando il panico. La mancanza di fanteria e il numero troppo scarso di uomini, assieme alla vigorosa resistenza da parte dei cittadini in armi inflissero ai Tedeschi una schiacciante sconfitta. Non ci sono notizie su quanto vicino all’azione potesse o meno essere stato Cristiano di Magonza e la sua forza di soccorso proveniente da sud.
Spinello Aretino, Federico Barbarossa si sottometteo all'autorità di papa Alessandro III. Siena, Palazzo Pubblico.

Spinello Aretino, Federico Barbarossa si sottometteo all’autorità di papa Alessandro III. Siena, Palazzo Pubblico.


Per effetto della disastrosa sconfitta di Legnano, l’imperatore abbandonò finalmente le sue ambizioni sull’Italia. Dopotutto, troppi Italiani erano ostili ai Tedeschi e troppe città richiedevano lunghi assedi perché l’imperatore potesse riportare una vittoria convincente. Dopo oltre vent’anni di conflitto, Federico si riconciliò con papa Alessandro, chiedendo perdono e proclamando la propria lealtà al Papato. A Venezia nel 1177 fu costretto ad accettare gli indigesti termini di pace imposti dal Papato e dalla Lega Lombarda, ma ricevette il perdono di Alessandro III in una cerimonia pubblica.
La Pace di Costanza nel 1183 pose del tutto fine alle ambizioni italiane di Federico. Questi volse allora la sua attenzione sulla ricostituzione dell’Impero a nord delle Alpi.